Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
CON I 600 EURO CHE LO STATO HA REGALATO ANCHE A CHI HA 100.000 EURO IN BANCA NON C’E’ DA STUPIRSI
È uscita la nuova collaborazione tra Chiara Ferragni e il marchio di abbigliamento sportivo Champion.
Una capsule di tute pastello, lanciata sul web lunedì 20 aprile. Short o pantaloni lunghi da abbinare a felpa o crop top e sneakers rosa: uno stile perfetto per un look da quarantena, che Chiara ormai sfoggia sui suoi social da giorni. Il costo? 195 euro i pantaloni mentre la felpa può arrivare fino 235; 215 euro per le scarpe.
Prezzi decisamente inaccessibili per i tempi che corrono, con milioni di lavoratori fermi a causa dell’epidemia di Coronavirus e il prospetto di una forte crisi economica davanti a noi, dovuta al blocco della attività .
Eppure sul sito di Chiara è tutto sold out. Chi può permettersi oggi 430 euro per una tuta?
Solo tre giorni dal lancio della nuova collaborazione tra Chiara Ferragni e il brand Champion, e le tute dell’influencer sono già andate a ruba. È rimasto solo un paio di leggins da 105 euro, qualche reggiseno sportivo da 130 e le sneakers, ma solo nel numero 36.
La domanda quindi sorge spontanea: in una situazione come quella odierna, dove la maggior parte della attività sono chiuse, gran parte dei lavoratori sono in cassa integrazione e mezzo milione di professionisti ha chiesto il bonus di 600 euro come è possibile che le tute di Chiara siano sparite in quattro e quattr’otto?
Sarà forse l’incredibile marketing di Chiara, che ormai da settimane indossa solo tute, tranne qualche vestito da red carpet in occasione del giorno di Pasqua.
Saranno i suoi occhioni blu (il logo del suo brand) che anche se si posassero sulla camicia da notte di mia nonna la trasformerebbero in una miniera d’oro.
O sarà forse che qualcuno racconta balle sul suo stato di presunta indigenza?
La Ferragni era già finita al centro di numerose polemiche social riguardo un’altra collaborazione prodigiosa, fatta nel 2017, questa volta con Evian, con cui ha realizzato una serie limitata di bottiglie d’acqua personalizzate.
Le bottiglie, brandizzate con il mitico occhio, sono state vendute al modico prezzo di 8 euro l’una. E indovinate un po’? Anche quelle, in un paio di giorni, sono sparite dal mercato.
(da agenzie)
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Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA AD ALESSANDRO AZZONI, PORTAVOCE DEI PARENTI: “PRETENDIAMO RISPOSTE E DATI UFFICIALI”
“Il nostro è un grido di aiuto, dateci una mano affinchè arrivi alle orecchie delle istituzioni, perchè nessuno finora ci ha dato una risposta. I nostri anziani sono la nostra storia e la nostra memoria, non delle righe del bilancio regionale. Sono uomini e donne che ci hanno dato la vita. Vogliamo essere sicuri che ricevano le cure di cui hanno bisogno, vogliamo un commissario che prenda in mano la situazione del Pio Albergo Trivulzio e consenta di garantire la salute di tutti gli ospiti, perchè abbiamo paura che la situazione sia fuori controllo”.
Sono decisamente toccanti i contenuti dell’intervista con Alessandro Azzoni, portavoce del Comitato “Giustizia e Verità per le vittime del Trivulzio”.
Imprenditore di 45 anni, Azzoni era da tempo impegnato nel sociale, ma certamente avrebbe fatto a meno del suo più oneroso ruolo pubblico, che gli è cascato sulla testa all’improvviso.
“Mia madre soffre di Alzheimer. Due anni fa l’ho ricoverata al Pio Albergo Trivulzio nella convinzione che fosse il posto più adatto per lei”, racconta a TPI. “Volevo che avesse le migliori cure del caso, anche pagando una retta piuttosto onerosa, cioè 2.600 al mese”.
Aveva mai avuto problemi con la struttura, prima dell’esplosione del Coronavirus?
Qualche volta abbiamo osservato una cura della persona magari non impeccabile, ma dal punto di vista dall’assistenza sanitaria non c’è mai stato nulla da ridire
Quando sono cominciati i problemi?
Lo scorso 25 marzo ho ricevuto una telefonata nella quale venivo informato del fatto che mia madre aveva 38° di febbre. Contestualmente mi si chiedeva l’autorizzazione a legarla, in modo che non potesse deambulare per il reparto e quindi infettare il resto del reparto
Legarla?
Sì. Oltretutto a chiedermelo era un medico che non conoscevo, invece della dottoressa che da due anni la seguiva in reparto. Allarmato dalla situazione, ho chiesto se la febbre dipendesse dal Coronavirus, ma non avendo eseguito i tamponi non mi hanno saputo rispondere. Oltretutto ho fatto presente che mia madre era in una camera doppia, per cui era necessario sapere se la sua compagna di stanza fosse positiva o meno, altrimenti anche legarla non sarebbe servito a molto. Si sarebbe dovuto spostarla in un’altra stanza e isolarla, ma mi hanno risposto che non era possibile. Io non sono un medico, ma a buon senso credo che si possa dire che l’isolamento è fondamentale
Cosa le hanno risposto?
Che questo non era previsto. E io ho negato l’autorizzazione, dicendo al medico che mia madre non doveva assolutamente essere legata. Oltretutto, trattandosi di una paziente con Alzheimer, subire un trattamento del genere senza capire cosa stesse succedendo avrebbe certamente fatto montare in lei un pericoloso senso di angoscia
Cosa è successo dopo?
I giorni successivi sono stati molto difficili. Continuavo a chiamare in reparto, ma non mi rispondevano, oppure suonava occupato. E quando mi rispondevano, spesso era un infermiere sconosciuto, che non era al corrente della situazione di mia madre e quindi mi invitava a richiamare in un altro momento. Però, dopo qualche tempo, mi è arrivata un’informazione tranquillizzante: mi hanno detto che mia mamma presentava solo la febbre e nessun sintomo respiratorio, quindi sembrava una forma lieve di Coronavirus e che l’avrebbero curata con la Tachipirina
Quindi in quel momento le hanno ufficializzato che si trattava di Coronavirus?
No, perchè i tamponi non erano stati eseguiti. Me lo hanno detto in modo ufficioso, dopo circa una settimana, basandosi sul quadro generale. Tuttavia, le loro parole mi avevano tranquillizzato: mi dicevano che era una delle persone che stavano meglio e che girava allegramente per il reparto, quindi sono stato sereno fino a Pasqua
Poi cos’è successo?
Il lunedì di Pasquetta ho telefonato in reparto e mi hanno descritto uno scenario completamente diverso. Altro che andare tutto bene! Mi hanno detto che tutti i pazienti erano gravissimi, che sei di loro erano già morti e che mia madre da una settimana giaceva annichilita in un letto, senza mangiare, bere e parlare. A quel punto, mi è crollato il mondo addosso
Capisco. Come ha reagito?
Ho dato immediatamente una testimonianza ai giornali perchè rendessero noto il mio grido di aiuto. Questo ha fatto sì che mi contattassero numerosi parenti di persone ricoverate, tutti con storie simili alla mia. Dai loro racconti, ho ricavato un quadro tragico della situazione del Trivulzio, cosa che ha ulteriormente aumentato la mia preoccupazione
Che cosa le è stato raccontato?
All’interno del PAT ci sono mille ospiti e dovrebbero esserci più o meno altrettanti operatori, per un totale di circa duemila persone. Un piccolo paese. Da quanto mi hanno raccontato e dalle cronache dei giornali, sappiamo però che lo staff è decimato dalla malattia e che sta facendo i salti mortali per tenere in piedi la struttura. Anzi, mi lasci dire che a tutti i medici e infermieri che si stanno prodigando per la salute dei nostri familiari, va la nostra massima riconoscenza e solidarietà . Però, se a questo quadro difficile aggiungiamo che è in corso un’inchiesta, temiamo che la dirigenza non abbia la serenità necessaria per poter garantire la salute dei nostri cari in questo momento di emergenza. Il nostro è un grido di allarme, affinchè si faccia in modo che vengano seguiti i protocolli necessari a garantire la salute degli ospiti e degli operatori. Ma se non fanno i tamponi, come fanno a dividere gli ospiti contagiati da quelli sani? Si stanno facendo queste verifiche?
Chi è il vostro interlocutore? A chi ponete queste domande?
Purtroppo, non abbiamo nessun interlocutore. Ne’ nel PAT, dove al massimo possiamo telefonare in reparto, ne’ nelle istituzioni, il cui silenzio è assordante. Stiamo cercando il modo per ottenere risposte
Se aveste davanti la Regione Lombardia, responsabile della gestione sanitaria, che cosa vorreste chiederle?
Noi vogliamo sapere i dati reali, perchè li stiamo ricavando da una stima fatta dalle testimonianze ricevute! Abbiamo diritto a sapere i numeri ufficialmente, dall’Assessore Gallera. Ci deve dire se ad oggi la situazione è sotto controllo, se va tutto bene. Noi non aspettiamo altro che ci dia i dati: quanti sono i tamponi eseguiti? Quanti sono gli ospiti deceduti? Gli ospiti sani sono separati da quelli contagiati?
Purtroppo si sono verificati molti decessi anche in altre RSA, non solo lombarde…
Sappiamo che non è un caso isolato, tuttavia il Trivulzio è una situazione del tutto particolare, anche per il numero di persone coinvolte. Certo, con i dati del contagio che tutti conoscono, appare ancora lontana una data nella quale la Lombardia possa tornare normalità , soprattutto se non si intraprendono tutte le azioni necessarie per contenere l’epidemia in corso
Nei giorni scorsi lei si è rivolto direttamente alla magistratura, che oggi ha iniziato le audizioni…
Si, come altri parenti di ospiti del Trivulzio ho depositato un’istanza per raccontare i fatti di cui sono a conoscenza, al fine di per contribuire all’inchiesta, e per richiedere che il Trivulzio venga commissariato, per garantire il normale svolgimento delle attività sanitarie e di cura.
(da TPI)
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Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
TUTTO PER RISOLVERE IL PROBLEMA DI IMMAGINE DI UN OSPEDALE DESOLATAMENTE VUOTO, INUTILE, COSTOSO E MESSO IN PIEDI FUORI TEMPO MASSIMO
Michele Usuelli è medico — l’unico tra gli eletti nel Consiglio regionale della Lombardia — e fino a due
anni fa era il responsabile del servizio trasporti neonatali d’emergenza dell’ospedale Mangiagalli, dove nascono i bambini di Milano.
Radicale, appassionato di politica, si è poi candidato nel gruppo +Europa e Radicali del Pirellone. Su Facebook un paio di giorni fa ha scritto di aver ricevuto più di una segnalazioni da medici che gli dicono che su richiesta politica regionale, e non per saturazione posti letto nei reparti, vengono fatti trasferimenti di pazienti verso l’ospedale alla Fiera di Milano
“Cari primari e direttori di ospedali: non è più il momento di assecondare supinamente i desideri della Giunta se questi non hanno un razionale clinico. Non siate complici! Martedì uno degli emendamenti che presenterò in aula chiede di rendere trasparente il criterio di trasferimento dei pazienti intubati.”
Usuelli, interpellato dal Fatto quotidiano, conferma i fatti e rincara la dose: “Ho ricevuto più d’una confidenza, da medici che conosco, appartenenti a più strutture ospedaliere. Tutti mi hanno detto di aver ricevuto richieste, inviti, pressioni, a mandare loro pazienti all’ospedale della Fiera. Io alla Mangiagalli mi occupavo di trasporti d’urgenzadi neonati. So che si può fare, che si possono trasportare anche pazienti gravi intubati. Ma è rischioso e si deve fare soltanto quando è proprio necessario”. E non per risolvere i problemi d’immagine d’un ospedale desolatamente vuoto, arrivato clamorosamente fuori tempo massimo, in settimane in cui (per fortuna —e per ora) le terapie intensive degli ospedali si stanno lentamente svuotando.
“Alcuni medici erano terrorizzati”, continua Usuelli. “Dopo la pubblicazione del mio post, mi hanno chiesto di rimuovere alcuni commenti da cui temevano si potesse risalire ai loro nomi. Avevano paura di perdere il posto. Ma è mai possibile che succedano queste cose nella sanità lombarda?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA-DENUNCIA DI UN BERGAMASCO
“Sono un cittadino che come molti altri in questo momento è in cassa integrazione, i miei datori di lavoro, come molti altri, stanno rispettando le regole imposte dal governo e hanno chiuso la ditta in attesa di nuove disposizioni ministeriali.
Purtroppo però ne sto sentendo di tutti i colori. Non sempre funziona così tanti amici e conoscenti hanno ripreso a lavorare, o non hanno mai smesso. Fanno parte di filiere essenziali? Direi di no. Ti informi e scopri che un sacco di ditte, con vari stratagemmi, hanno aperto senza nessun problema. Come fare? Semplice, mandi una lettera al Prefetto, e con la deroga si ricomincia. Oppure meglio ancora! Una volta l’anno si fa una commessa per un azienda farmaceutica, alimentare? Bene, si mettono sui banchi di lavoro disegni tali commesse e poi via a produrre tutto altro!
Oggi ne ho sentita un’altra: un amico scrive in un gruppo che ha ricominciato da quattro giorni a lavorare e per il quarto giorno consecutivo indossa la stessa mascherina. Ne chiede una nuova e non le hanno! Chiedo a lui se almeno la mattina provano la febbre o altro… nulla!
Adesso, io capisco l’importanza dell’ economia e di riprendere a lavorare, anche io spero vivamente di tornare presto al lavoro, ma farlo senza le adeguate protezioni e/o con scuse e stratagemmi palesemente falsi, è un insulto a chi in questo momento tiene la fabbrica chiusa perchè rispetta i decreti, è un insulto a chi non apre perchè non ha i dpi, perchè rispetta le disposizioni. E’ un insulto per tutti quelli che in questo momento stanno cercando di salvare vite in ospedale. Ed è un insulto per tutti quelli che hanno perso i loro cari. Soprattutto qua a Bergamo.
A me tutto questo non sembra per niente normale, ingiusto ed immorale. Grazie per l’ attenzione e complimenti per quello che fate”.
(da “Valseriana.net”)
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Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
SALITO A 22 IL NUMERO DELLE STRUTTURE FINITE NELL’INCHIESTA
Si allarga l’inchiesta sulle Rsa in territorio Lombardo. Dopo le perquisizioni al Pio Albergo Trivulzio,
che ha fatto partire l’indagine, e nella Regione Lombardia, gli agenti della guardia di finanza sono entrati anche nell’Istituto Don Carlo Gnocchi di Milano.
Nell’indagine sul Don Gnocchi sono indagati per epidemia e omicidio colposi il direttore generale Antonio Dennis Troisi, il direttore sanitario Federica Tartarone e Fabrizio Giunco, direttore dei servizi medici socio-sanitari. Indagato anche Papa Wall Ndiaye, presidente della Ampast, cooperativa di cui fanno parte i lavoratori della struttura, alcuni dei quali sono stati sospesi proprio per aver portato alla luce presunte inadempienze.
Intanto sale a 22 il numero delle strutture finite nell’inchiesta sulle Rsa. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, i pm stanno indagando anche «sulla violazione delle norme per la tutela della salute dei lavoratori», in quanto ammalarsi sul posto di lavoro rappresenta un infortunio che doveva essere evitato. Ieri, invece, sono stati sentiti in videoconferenza i primi testimoni, lavoratori di Rsa e familiari di pazienti deceduti.
(da agenzie)
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Aprile 21st, 2020 Riccardo Fucile
PERCORRE 1.500 KM PER RIPORTARE A CASA UNA STUDENTESSA ERASMUS BLOCCATA IN SPAGNA… LA GIOVANE: “HO INSISTITO PER PAGARLO, MA NON HA VOLUTO, MI HA DETTO “NON MI APPROFITTO DELLE PERSONE IN DIFFICOLTA’, NON PREOCCUPARTI DEI SOLDI”
Le aveva provate tutte per tornare a casa, il tassista 22enne è stato la risposta ai suoi problemi: «Ho
insistito per pagarlo ma lui ha detto: “Non voglio approfittare di te, ho visto che eri in difficoltà , non preoccuparti dei soldi”»
Ha percorso oltre 1500 chilometri per permetterle di fare rientro a casa. Il tutto intascando neanche un centesimo, solo gratitudine. Protagonisti di questa storia che sta facendo il giro del mondo sono un giovane tassista di 22 anni, Kepa Amantegi, e una studentessa in Erasmus in Spagna, Giada Collalto.
La ragazza, anche lei 22enne, era uno dei tanti casi di persone bloccate in un altro Paese a causa delle restrizioni agli spostamenti imposti dall’emergenza Coronavirus. Ma grazie al gesto del giovane taxi driver è riuscita a lasciare Bilbao, dove era arrivata lo scorso febbraio per seguire le lezioni, e tornare a casa dalla sua famiglia a Montebello, Comune in provincia di Vicenza.
«Quando è iniziata la pandemia da Coronavirus ho deciso di rimanere in Spagna e di vedere come sarebbero andate le cose», ha raccontato Giada Collalto alla Cnn che ha raccontato la storia di questi due coetanei. «Ma quando a metà marzo l’università è stata chiusa e le lezioni e gli esami sono stati trasferiti online — ha spiegato — ho capito che rimanere a Bilbao non aveva più senso».
La giovane aveva dunque provato varie strade per riuscire a tornare in Italia. Ore su internet, telefonate con l’ambasciata italiana, tentativi di salire su un volo che da Madrid la portasse a Parigi e da Parigi a Roma fino a casa sua. Ma nessuna di queste strade era poi andata in porto. «Ero disperata e arrabbiata, i miei genitori erano preoccupati ma non potevano fare nulla per aiutarmi». La risposta ai suoi problemi era dietro l’angolo.
Un suo amico conosceva un tassista a Bilbao che avrebbe potuto recuperarla dall’aeroporto di Madrid — dove non era riuscita a imbarcarsi — per riaccompagnarla a Bilbao.
Una volta contattato, il giovane Amantegi si è reso disponibile ad andarla a prendere a Madrid per riportarla indietro a Bilbao, guidando per circa 9 ore, ha raccontato la studentessa. Ma una volta arrivati davanti all’appartamento, la giovane ha scoperto che non era più disponibile.
È a questo punto che il tassista si è offerto di risolverle tutti i problemi facendosi carico di accompagnarla fino a casa in Italia dove avrebbe potuto passare la notte al sicuro, con la sua famiglia. Il tutto senza chiedere nulla in cambio. «Ho insistito per pagarlo — ha raccontato la ragazza — ma lui ha detto: “Non voglio approfittare di te, ho visto che eri in difficoltà , non preoccuparti dei soldi”
(da agenzie)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
SOLO 3,9 MILIONI DI LAVORATORI L’HANNO RICEVUTA, 5 MILIONI LA ATTENDONO ANCORA… GOVERNO, INPS E BANCHE NON HANNO COLPE IN QUESTO CASO
Era il 26 marzo e Giuseppe Conte faceva capolino su Facebook così: “Ho chiesto di mettere in campo uno sforzo straordinario affinchè i pagamenti siano attivati entro il 15 aprile e, se possibile, anche prima”. La traduzione della promessa: i soldi della cassa integrazione di marzo al massimo entro metà aprile.
Al 20 aprile, i lavoratori che hanno ricevuto quei soldi sono appena 3,9 milioni. Altri 2,2 milioni la aspettano ancora. Ma soprattutto ci sono 3 milioni che non solo non hanno ricevuti i soldi, ma sono addirittura invisibili alla macchina dell’erogazione.
Questi numeri dicono di una grande falla, di un ritardo spropositato tra la catena di comando e le esigenze del Paese reale. Perchè con il Paese chiuso da più di un mese, la cassa integrazione è il solo sostegno su cui possono contare milioni di italiani.
La grande colpa delle Regioni
Partiamo dagli invisibili, quelli che la relazione tecnica del decreto Cura Italia stima in tre milioni. Sono i beneficiari della cassa integrazione in deroga, una delle tre forme (ci sono anche la cassa integrazione ordinaria e l’assegno ordinario) previste per aiutare chi è fermo e senza reddito.
Spetta alle Regioni comunicare all’Inps le liste dei beneficiari. Altro che soldi sui conto correnti dei lavoratori. Siamo ancora fermi a questo primo step.
Tre Regioni addirittura non sono pervenute. Alcune, come la Lombardia, ne ha presentate appena 37. I lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione in deroga, che tra l’altro non può superare i 1.130 euro, sono 2.115.
I potenziali beneficiari, è bene ricordarlo, sono tre milioni. In questa tabella dell’Inps, che raccoglie i dati che arrivano dalle Regioni, si evince chiaramente che la grande colpa è loro. A Regioni virtuose come il Lazio, che ha presentato più di 25mila domande, si contrappongono Regioni come l’Abruzzo (3) e il Molise (20). Ma sono i dati delle Regioni con il più alto tasso lavorativo in Italia, come la Lombardia e il Veneto, a mettere in evidenza ancora di più come la macchina è inceppata.
Cassa integrazione in deroga
L’impatto che questa tabella ha sui lavoratori è che ad oggi è impossibile stabilire quando arriveranno i soldi della cassa integrazione di marzo perchè ancora le Regioni non hanno comunicato neppure le loro identità . Invisibili, appunto.
Quello che hanno fatto l’Inps e alcune aziende fino ad oggi
Qualcuno i soldi li ha ricevuti. All’Inps sono arrivate più di 280mila domande di cassa integrazione ordinaria per quasi 4 milioni di lavoratori. L’Istituto di previdenza e qualche migliaio di aziende virtuose (hanno messo un anticipo, l’Inps ha poi conguagliato) sono riusciti a pagare più di 100mila domande, quindi 3/4 delle richieste. I lavoratori che hanno già ricevuti i soldi sono 2,8 milioni. Un milione e centomila lavoratori circa la riceveranno entro il 30 aprile, secondo quanto riferito da Pasquale Tridico, presidente dell’Inps, durante un’audizione che ha tenuto davanti alla commissione Lavoro della Camera.
Cassa integrazione ordinaria
C’è poi l’assegno ordinario, legato ai Fondi di solidarietà . Le domande arrivate all’Inps sono oltre 139mila per 2,2 milioni di lavoratori. La metà di questi lavoratori, quindi circa 1,1 milioni, ha già ricevuto i soldi. Per gli altri vale la stessa considerazione della cassa integrazione ordinaria, cioè li avranno entro il 30 aprile.
E quello che non hanno fatto le altre aziende
Ci sono aziende che non hanno ancora presentato all’Inps il modello SR41, quello che deve riportare il numero dei lavoratori messi effettivamente in cassa integrazione e i rispettivi Iban. Il processo è articolato, ma è utile illustralo perchè spiega bene lo stato attuale della situazione.
Primo passaggio: l’azienda fa domanda all’Inps su un presuntivo di ammontare di ore di cassa integrazione, cioè su quelle che pensa di utilizzare. Ammettiamo, a titolo di esempio, che chiede 100 ore.
Secondo passaggio: l’Inps autorizza. Terzo passaggio: le aziende inviano il modello SR41, come si diceva sopra. Magari hanno impiegato più lavoratori del previsto e quindi le ore di cassa integrazione scendono, ad esempio a 90. Quarto passaggio: Una volta ricevuto il modello, l’Inps paga.
La maggior parte delle richieste è ferma al terzo step: manca cioè il documento che può permettere all’Inps di procedere con i bonifici. Poche sono al quarto passaggio, cioè saldate. Poche sono anche al secondo passaggio, quelle cioè che l’Inps deve autorizzare. Per tutti, l’Inps promette di arrivare al quarto passaggio entro appunto fine aprile.
Le banche procedono a rilento
Alle banche è stata data la possibilità di anticipare il pagamento della cassa integrazione per 1.400 euro, un importo forfettario parametrato a nove settimane di sospensione del lavoro a zero euro. Se la durata dello stop dal lavoro è inferiore, anche l’importo è o sarà ricalcolato in proporzione al tempo trascorso a casa, anzichè in ufficio o in fabbrica. Dovevano essere loro ad accelerare i pagamenti, ma fonti sindacali spiegano che la macchina, partita tra l’altro solo da pochi giorni, procede ancora a rilento. Tra l’altro bisogna ricordare che le banche sono sovraccaricate perchè gestiscono anche la moratoria sui mutui e i prestiti alle imprese, oltre alle mansioni ordinarie.
La promessa tradita
Tirando le somme, i lavoratori che hanno ricevuto la cassa integrazione sono una minoranza. Il termine del 15 aprile è saltato di fatto per tutti. Qualcosa si è mosso sul fronte dell’Inps e delle aziende virtuose, con più della metà delle domande arrivate che sono state saldate.
Ma sono solo 3,9 milioni i lavoratori che hanno ricevuto i soldi. Gli esclusi, tra quelli che hanno fatto domanda e quelli che le Regioni devono portare a galla, sono 5,2 milioni. La metà di questi potranno sperare di ricevere i soldi entro il 30 aprile. Sarà passato un mese e mezzo dall’inizio del lockdown. L’altra metà aspetta ancora di essere presa in considerazione.
I numeri del sostegno
Per capire quanto la cassa integrazione sia importante oggi, nel pieno dell’emergenza, è utile prendere a riferimento l’universo lavorativo italiano. I lavoratori sono circa 23 milioni. Ma la serrata ha imposto il fermo a circa la metà . Le domande misurano bene la temperatura. Gli autonomi che hanno chiesto aiuto sono circa 4,3 milioni. I lavoratori dipendenti che hanno bisogno della cassa integrazione sono 6,1 milioni, ma ce ne sono potenzialmente altri tre milioni. Qualcuno era già coperto dalla cassa, ma pur togliendoli dal conto, ci sono più di 12 milioni di lavoratori che hanno bisogno dei soldi promessi. Il bonus da 600 euro l’hanno ricevuto quasi tutti in questi giorni. La cassa integrazione, invece, no. E maggio è tra dieci giorni.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
750 MILIARDI NON DURANO IN ETERNO
Chissà se anche questa volta, il fronte italiano anti-Mes brandirà l’editoriale di Wolfgang Munchau sul
Financial Times come una spada.
Perchè a differenza dell’ultimo intervento, in cui venivano sottolineate le ambiguità relative alla mancanza di condizioni del Fondo salva-Stati, questa volta la firma storica del quotidiano della City mette in guardia l’Europa dal rischio di sottovalutazione proprio dell’utilizzo strumentale che i populisti del Belpaese sarebbero pronti a fare della crisi, nascondendosi dietro al capro espiatorio dell’UE e della crisi da Covid-19.
Per Munchau, il problema dell’Italia, inoltre, non risiede nello spread, bensì nella ratio debito/Pil, destinata a salire a fine anno attorno al 180%, stante il -10% di crescita pronosticato e l’aumento gioco forza della spesa pubblica.
Ma non basta. Perchè l’editorialista tedesco tratteggia anche tre possibili scenari di uscita dall’impasse attuale.
Primo, ricorso al Mes al fine di poter usufrurire del programma Omt (Outright Monetary Transactions) della Bce, quello che garantisce acquisti diretti di debito a breve scadenza. Ipotesi improbabile, stante la mancanza di un supporto parlamentare alla scelta
Secondo, default o ristrutturazione controllata del debito
Terzo, uscita dall’euro, “un evento improbabile ma non impossibile”, visto che la fine del lockdown non coinciderà con quella dell’euroscetticismo in Italia.
Insomma, materiale di una certa pesantezza politica da maneggiare.
Non a caso, la Bce ha mosse ulteriori pedine, al fine di evitare uno scontro frontale in vista del Vertice europeo del 23 aprile, come preannunciato dallo stesso Giuseppe Conte nella sua intervista alla Suddeutsche Zeitung.
Il 19 aprile, infatti, funzionari di primo livello dell’Eurotower hanno incontrato sherpa della Commissione Ue per sottoporre loro l’ipotesi di una bad bank dell’eurozona, in cui far confluire le sofferenze degli istituti bancari dei Paesi periferici.
Nella prima fila dei beneficiari ci sarebbero le banche di Italia, Spagna, Cipro e Grecia, quest’ultima alle prese con il deragliamento (causa crisi da Covid-19) del piano di vendita — entro l’anno in corso — di un ulteriore stock da 32 miliardi di Npl, dopo la riduzione del 40% compiuta negli ultimi quattro anni.
Per la Bce, una scelta obbligata, poichè il rischio di una catena di default corporate legata al lockdown generale potrebbe far risalire il computo di sofferenze e incagli nei bilanci, bloccando del tutto il meccanismo di trasmissione del credito a famiglie e imprese. Proprio nel momento in cui questo appare più necessario.
Gelida la risposta della Commissione Ue, almeno stando alla cronaca del Financial Times: un’opzione simile necessita di un coinvolgimento di obbligazionisti e azionisti degli istituti coinvolti. Insomma, prima il bail-in, poi (forse) la bad bank europea.
Ma al netto di tutte queste criticità , la Bce comincia a fare i conti anche con un altro problema, emerso sottotraccia ma in maniera chiara durante la presentazione dei dati relativi agli acquisti settimanali di titoli conclusisi lo scorso 15 aprile.
Il succo della questione, paradossalmente in grado di mettere in discussione anche l’ottimismo di Wolfgang Munchau rispetto ai rischi legati allo spread italiano, sta tutto in questi grafici, nei quali i tecnici dell’Eurotower hanno riassunto i controvalori di acquisto finora compiuti e tratteggiato tre scenari prospettici di evoluzione dell’attuale piano di intervento da 750 miliardi, il cosiddetto PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme).
Come si può notare, dopo il calo della seconda settimana a 4,1 miliardi di acquisti al giorno, l’ultimo round di stimolo ha segnato il record assoluto, 6,7 miliardi quotidiani per un cumulativo addirittura di 70,7 miliardi nella settimana.
Ma ecco che il secondo grafico pare intento a compiere i proverbiali “conti della serva”, ovvero calcolare quanto temporalmente può durare una simile messe di acquisti con questo ritmo.
Come si nota, la linea rossa di quello che viene definito “ritmo alto” porta come controvalore quotidiano 7 miliardi, quindi praticamente il volume di acquisti dell’ultima settimana.
Continuando così, però, i 750 miliardi stanziati per il PEPP non durerebbero fino a fine anno, bensì fino a metà ottobre. Per garantire una schermatura agli spread più sensibili almeno fino a metà dicembre, il ritmo di acquisti dovrebbe scendere a circa 4 miliardi al giorno o un totale di 83 miliardi al mese. Insomma, meno volume di fuoco per il bazooka. E, quindi, minor intensità di difesa per il firewall della Bce.
E con il nostro spread tornato ancora in area 2% di rendimento sulla scadenza decennale, certi calcoli il governo italiano sarebbe meglio che li facesse bene, perchè una fonte Bce coperta dall’anonimato conferma a mezza bocca che “stante la questione delle sofferenze bancarie e del loro potenziale di criticità a causa del lockdown da pandemia, difficilmente Paesi come Spagna e Grecia accetteranno che la deviazione della capital key negli acquisti pro quota di debito sovrano da parte della Banche centrali nazionali su mandato dell’Eurotower veda ancora per molto l’Italia a circa il 42% del totale, come accade oggi. Soprattutto, se calcoliamo che Roma partiva dal 17%, sua quota statutaria nel precedente ciclo di Qe”
Un eventuale prolungamento temporale del PEPP, aumentandone il controvalore totale dagli attuali 750 miliardi, al fine di non dover abbassare troppo il volume di acquisti? “La Bundesbank non accetterebbe mai”.
E attenzione, perchè il 5 maggio proprio la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe si esprimerà sulla liceità del quantiative easing, di fatto creando un possibile vincolo di mandato per la Banca centrale di Berlino in seno alle decisioni in merito che il board Bce sarà chiamato a prendere nei prossimi mesi.
I più delicati, poichè quelli formalmente legati alla Fase 2 della ripartenza. Attenzione a non sbagliare i calcoli, insomma, in vista del 23 aprile. Perchè alla Bce hanno già cominciato a farli, con largo anticipo. E a renderli noti, anche se ancora sotto la forma innocua e professionale di grafici per addetti ai lavori.
Paese avvisato…
(da Business Insider)
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Aprile 20th, 2020 Riccardo Fucile
“POSSIBILE ELECTION DAY ASSIEME A COMUNALI E REFERENDUM TAGLIO PARLAMENTARI”
I dubbi dell’esecutivo sulla possibilità di far votare alcune regioni a luglio si trasformano in uno stop. 
Durante il consiglio dei ministri, infatti, diversi esponenti del governo hanno bocciato il decreto arrivato sul tavolo dalla riunione, che prevedeva lo scenario di un voto a macchia di leopardo.
L’idea originaria era quella di fissare al 2 agosto la proroga dei consigli regionali in scadenza, lasciando ai governatori la possibilità di decidere se indire il voto a luglio o a in autunno, tra settembre e ottobre.
La finestra doveva essere quella delle otto settimane antecedenti il 2 agosto e dei sessanta giorni successivi.
Questa strada, però, ha registrato tra l’altro l’opposizione del ministro della Salute Roberto Speranza.
Davvero pensate una campagna elettorale a luglio?, il senso dei ragionamenti del responsabile della Salute, secondo quanto riferiscono alcune fonti.
E ancora: teniamo chiuse le scuole e facciamo le campagne elettorali?
Di conseguenza, l’esecutivo ha messo nero su bianco un meccanismo diverso: proroga al 31 agosto, possibili elezioni nelle quattro settimane precedenti e nei sessanta giorni successivi.
La finestra, dunque, abbraccia questo arco temporale per le regionali: 9 agosto-1 novembre. Improbabile immaginare un voto sotto gli ombrelloni, dunque.
E il ministro per i Rapporti con il Palramento Federico D’Incà a RadioUno ipotizza un election day per votare nella stessa giornata Regionali, Comunali e referendum sul taglio dei parlamentari “tra settembre e ottobre per risparmiare in termini di tempo e risorse”.
E’ una doccia gelata per le aspirazioni di Veneto, Liguria, Campania e, forse, Puglia, che sembravano decise a chiamare i cittadini alle urne in estate. Il governatore veneto Luca Zaia, in particolare, aveva in mente di votare il 12 luglio. . Ma d’altra parte nelle ultime ore il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Andrea Martella (Pd) aveva ricordato a Zaia la necessità di assicurare ai cittadini le ”condizioni sanitarie e di sicurezza” per svolgere al meglio le elezioni regionali.
Sono pesati i dubbi dell’esecutivo, la preferenza dei grillini per un election-day a settembre (anche per ragioni di risparmi), le resistenze del ministero della Salute e di altri ministri. Anche perchè il voto in estate avrebbe richiesto una marcia forzata: tra maggio e giugno sarebbe stato necessario chiudere candidature e le liste, in piena emergenza e durante il difficile tentativo di ripartenza.
E poi ancora, come si sarebbero potuti garantire i comizi in sicurezza, con il virus ancora circolante in alcune aree del territorio nazionale?
Alle norme ha lavorato la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, supportata dai ministri Francesco Boccia e Federico D’Incà . Fallisce, insomma, il pressing del dem Vincenzo De Luca. Che avrebbe preferito il voto in luglio mosso forse anche da ragioni politiche simili a quelle del ligure Giovanni Toti. Proprio Toti voleva sfruttare i tempi strettissimi per evitare la spaccatura che andava profilandosi nel centrodestra.
E lo stesso vale per De Luca, che per lunghi mesi ha dovuto contrastare l’ostilità della segreteria nazionale dem, orientata su un patto con i cinquestelle per la candidatura unitaria giallorossa del ministro 5S Sergio Costa.
Per Zaia, invece, era soprattutto un problema interno all’area di centrodestra: l’intenzione era quella di chiudere in fretta la partita veneta con elezioni il 12 luglio, per dedicarsi poi alla sfida nazionale sulla leadership.
Poi la decisione del governo. E il rinvio a settembre delle elezioni, che a questo punto potrebbero coincidere con le comunali, fissate tra il 15 settembre e il 15 dicembre.
(da agenzie)
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