Aprile 18th, 2020 Riccardo Fucile
MANCANO NELLE STRUTTURE OSPEDALIERE MA SI PERMETTE CHE SI FACCIANO IN QUELLE PRIVATE
All’ospedale San Raffaele di Milano è possibile sottoporsi al tampone per l’esame di positività al Coronavirus pagando 120 euro, secondo la denuncia del consigliere regionale lombardo Samuele Astuti che racconta di un fenomeno ben più ampio tra i laboratori privati.
In diverse strutture sarebbe possibile infatti il test accessibile a privati e aziende, bypassando la procedura finora in vigore che lasciava alle aziende ospedaliere il compito di valutare caso per caso la necessità del test.
Proprio la carenza di tamponi a partire dagli operatori sanitari era stata una delle accuse dei medici lombardi contro la Regione Lombardia.
Carenza che secondo l’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, era dovuta alla carenza di reagenti.
E intanto, dice il consigliere regionale Astuti a Repubblica: «veniamo a sapere che ci sono laboratori che ti offrono privatamente per cifre molto variabili. Il San Raffaele, per esempio, li fornisce per un costo intorno ai 120 euro, altri al doppio».
La polemica sui tamponi a pagamento era già scoppiata nei primi giorni di aprile a Prato, dove gli istituti Diagnosys, Iama, Gynaikos ed Etrusca Medica pianificavano di aprire ambulatori temporanei per effettuare i tamponi alla modica cifra di 102 euro.
In poche ore la rete di strutture che avrebbe lanciato il servizio aveva raccolto prenotazioni per le successive due settimane. Finchè non è arrivato lo stop del presidente dalla Regione Toscana, Enrico Rossi, che con un’ordinanza aveva minacciato provvedimenti contro i privati che avessero svolto i tamponi in autonomia: «La Regione li denuncerà alla Protezione civile — scriveva Rossi in una nota — chiedendo la requisizione dei kit per i test sierologici».
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2020 Riccardo Fucile
L’ACCUSA DI SOFIA CONTRO LA CASA DI RIPOSO DEGLI ARTISTI A MILANO, DEFINITA “ESEMPIO VIRTUOSO” DAI VERTICI DELLA RSA
Parte da una ragazza l’accusa verso la casa di riposo Giuseppe Verdi di Milano descritta nei giorni
scorsi come esempio virtuoso tra le strutture lombarde per il bassissimo tasso di mortalità dovuto all’epidemia da Coronavirus.
Sofia Marzorati su Facebook racconta della scomparsa del nonno, ospite della struttura, a fine marzo. Una morte «fatta passare in silenzio, come se non fosse mai successa».
La ragazza così smentisce le ultime dichiarazioni che lei stessa cita dei vertici della casa di risposo rilasciate al Tgr Lombardia
L’unico decesso reso noto sarebbe stato quello di una donna, di 94 anni, ricoverata in ospedale, che aveva contratto il virus ed era poi morta. Anche il marito, andando a trovarla, era stato contagiato, ma era poi guarito
La direttrice parla di un solo caso accertato «e che tutti gli altri ospiti stanno bene. Mio nonno non stava bene, il 25 marzo è morto», dice Sofia, che poi prosegue nel raccontare i fatti nel dettaglio: «Circa undici giorni prima un compagno di mio nonno è stato ricoverato in ospedale per una grave malattia. Dopo poco, mio nonno ha cominciato con tosse secca, febbre e difficoltà respiratorie».
L’anziano uomo è peggiorato, «venendo trasferito nella Rsa, al piano di sotto. La diagnosi si è basata solo sui sintomi, non essendo stato eseguito alcun tampone. Quando è morto è stato trasferito nella camera morturaria e avvolto in un lenzuolo come da prassi per i malati Covid. Quando ci hanno portato le ceneri in Toscana, insieme all’urna è stato allegato un foglio in cui si diceva che nonno non era morto per alcuna malattia infettiva».
Anche il padre di Sofia, Claudio, ci racconta qualche dettaglio in più: «Quando mio papà è entrato nella casa di riposo era in buona salute: 93 anni, autosufficiente, lucido. Tanto che non stava nell’Rsa ma nell’Albergo. Era entrato a ottobre scorso. Poi si è ammalato con i sintomi descritti da mia figlia. Un quadro clinico che non lascia scampo. Neanche gli antibiotici servivano. In seguito è finito in Rsa con l’ossigeno, curato splendidamente, e continuava a essere lucidissimo. Ci ha avvisati dicendo che stava morendo e che non voleva assolutamente noi ci muovessimo perchè avremmo corso il rischio di ammalarci. Ci è stato detto che ha avuto una polmonite bilaterale e problemi respiratori gravissimi. Quando è morto non abbiamo potuto nemmeno fare la vestizione».
La famiglia ha chiesto spiegazioni alla direttrice della struttura, Danila Ferretti. «Le abbiamo domandato perchè mai raccontasse di un solo caso di decesso per Covid. Va bene, quello era un caso accertato, ma i sospetti? Lei ci ha risposto che non poteva dire assolutamente di cosa fosse morto perchè non erano chiare le cause, che non poteva dire nulla anche fosse stato un caso sospetto. Quello che sappiamo è che a fine febbraio gli ospiti della casa erano 71, mentre ora sono 55» .
La casa per anziani si trova a pochi passi — e a circa mille metri — dal Pio Albergo Trivulzio, l’Rsa dove da gennaio sarebbero stati ricoverati «molti pazienti» con polmoniti e sintomi di insufficienza respiratoria.
L’11 aprile arriva l’iscrizione nel registro degli indagati per il direttore generale del Pio Albergo Trivulzio, Giuseppe Calicchio, indagato per epidemia colposa e omicidio colposo. Dal 14 aprile, prima con il sequestro delle cartelle cliniche dei pazienti, poi con l’acquisizione della documentazione relativa alla gestione della struttura, solo ieri, medici e infermieri dell’Albergo hanno rotto il silenzio con un comunicato: «Siamo stati lasciati completamente da soli, senza direttive che prevedessero protocolli aziendali diagnostico-terapeutici, senza univoche direttive sul trattamento dell’epidemia del Coronavirus, senza norme di isolamento, senza la possibilità di fare tamponi e senza DPI fino al 23 marzo», hanno detto.
(da Open)
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Aprile 18th, 2020 Riccardo Fucile
PESANTE ATTO DI ACCUSA NELLA GESTIONE DELLE CASE DI RIPOSO: “INERZIA LETALE DEI VERTICI”
Gli ispettori del ministero della Salute nella loro relazione preliminare, ancora incompleta, sui malati di COVID-19 portati nelle case di riposo in Lombardia scrivono un atto d’accusa sulla gestione della crisi da parte di tutta la Regione.
Responsabile di non avere «applicato in maniera tempestiva le misure» per difendere gli anziani ospiti nelle case di cura. Spiega oggi Repubblica che si tratta della cronaca di una strage:
Gli ispettori evidenziano i pericolosi limiti della strategia adottata dalla giunta presieduta da Attilio Fontana. Di fronte all’emergenza è stato creato un «doppio binario», che sin dall’inizio ha privilegiato gli ospedali a scapito delle residenze per anziani.
E lo ha fatto disobbedendo alle direttive del governo. «Le azioni di contenimento indicate dal ministero della Salute non sono state applicate in maniera tempestiva e hanno seguito un doppio binario a due velocità », recita il rapporto.
Mentre si concentravano le energie sugli ospedali lombardi, nelle Rsa «non sembra si sia creato un raccordo rapido e il massimo sforzo che sarebbe dovuto avvenire anche per le caratteristiche di fragilità dei pazienti ricoverati». Laddove proprio la realtà della Lombardia – sottolineano – con una presenza di moltissime case di cura per la terza età avrebbe imposto una reazione immediata.
Il Pio Albergo Trivulzio è l’epicentro dei ritardi. C’è un’inerzia letale da parte dei vertici dell’istituto milanese – ora indagati dalla magistratura per strage e omicidio colposi – che non reagiscono davanti alla crisi. Perdono giorni preziosi prima di muoversi e prendere provvedimenti contro l’epidemia, «attendendo indicazioni da parte della Regione per attuare le misure di contenimento».
Ma le indicazioni c’erano già , fornite a tutta Italia dal ministero della Salute con una circolare del 22 gennaio.
Un documento chiarissimo: dice che i malati vanno visitati in un’area separata dagli altri pazienti e raccomanda che il personale sanitario indossi mascherina di tipo FFp2, camice impermeabile, guanti, protezione facciale.
Più in generale, scrive che bisogna prendere le massime precauzioni per proteggere le residenze per anziani perchè il virus miete vittime soprattutto tra queste persone deboli. Ma al Pio Albergo Trivulzio quelle misure «sono state poste in essere ad opera di una costituita “unità di valutazione” presieduta dal dottor Pierluigi Rossi e dalla dottoressa Rosella Velleca solo il 23 febbraio e le attività ambulatoriali e i ricoveri sono stati sospesi solo il 13 marzo».
E come se non bastasse, gli ispettori sottolineano le contraddizioni riguardo alla distribuzione e all’utilizzo delle mascherine. I vertici della Baggina davanti alla commissione ministeriale hanno sostenuto di «aver dato le prime indicazioni già nei giorni successivi al 23 febbraio, messo a disposizione del personale mascherine FFp2 e FFp3, oltre ad aver isolato in stanze singole i pazienti con sintomi, posto in quarantena un numero imprecisato di operatori sanitari, pubblicato bollettini informativi e formato il personale anche con corsi online».
Peccato che le mascherine risultino distribuite solo dopo l’approvvigionamento da parte della Protezione civile. Accade il 24 marzo. Un mese di vuoto in cui il morbo ha continuato a diffondersi stanza per stanza.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2020 Riccardo Fucile
UN MESE PRIMA DI CODOGNO, ROMA AVVERTI’ DEL PERICOLO CORANAVIRUS… GALLERA ANNUNCIO’ “LINEE GUIDA” MA NON VENNERO MAI INVIATE
Sarebbe stato lanciato un allarme dal ministero della Salute alla Regione Lombardia, già a gennaio. Un
mese prima dell’esplosione della pandemia, la Lombardia sapeva che esistesse un rischio concreto per il Coronavirus. 30 giorni prima di Codogno.
E un mese prima anche del disastro sanitario ad Alzano Lombardo
Si tratta di raccomandazioni risalenti al 23 gennaio scorso, proprio il giorno in cui l’assessore al Welfare di Regione Lombardia Gallera, dopo aver ricevuto una circolare del ministero, convoca la prima riunione della task forse della sanità lombarda.
Ma, racconta oggi La Stampa in un articolo a firma di Monica Serra, non invia le linee guida ai medici di base e agli specialisti ospedalieri.
La storia, secondo il quotidiano, fa parte delle carte che l’inchiesta della procura di Milano sta valutando riguardo la strage degli anziani nelle RSA lombarde.
“I medici di Asst, Irccs, case di cura accreditate, ospedali classificati, medici di famiglia, etc — dichiarò all’epoca l’assessore Gallera — devono segnalare i casi sospetti all’Ats di competenza, attraverso procedure informatiche specifiche, gestendo il paziente in stretto raccordo con i referenti delle malattie infettive”.
Cosa fa in quel momento la Regione Lombardia? Annuncia l’elaborazione di un “raccordo operativo” con medici di base e pediatri del territorio.
“Abbiamo nelle scorse ore — dice sempre Gallera — emanato alcune indicazioni procedurali importanti per i medici di base e per gli specialisti ospedalieri, in costante raccordo con il Ministero della Salute”.
Quelle “linee guida” però, come dichiara il presidente dell’Ordine di Milano, Roberto Carlo Rossi, “ai medici di base non sono mai arrivate. E non abbiamo mai avuto notizia del lavori della task force. Peccato, abbiamo perso un mese per prepararci all’emergenza”.
Quindi, l’assessore Gallera sostiene in gennaio di aver lavorato “in raccordo” con i medici di base che però dicono di non saperne nulla.
Il racconto, ripetiamo, è datato gennaio e non febbraio. E le parole di Gallera fanno sorgere interrogativi a cui potrà dare risposta soltanto la procura:
Perchè se quindi c’era stata una riunione che aveva stabilito delle «linee guida» queste non vengono applicate? Oppure: che linee guida erano? Mistero.
Ieri la Regione, pur interpellata, non ha dato risposte. Certo è che se gli interventi fossero stati pianificati il giorno in cui venne fatta la riunione, ovvero il mese prima che la Lombardia venisse travolta, forse si sarebbero potuti evitare i provvedimenti urgenti nel pieno della crisi sanitaria.
Come, ad esempio, l’ormai famosa delibera dell’8 marzo che chiedeva alle rsa di accogliere pazienti Covid «a bassa intensità » per liberare posti letto negli ospedali ormai allo stremo. Decisione ora sotto al lente d’ingrandimento dell’inchiesta della Procura sui morti nei centri per anziani.
Il 31 gennaio Gallera annuncia che «i lavori della task force sono al completo e la macchina è pronta. Attende indicazione dal Ministero». Ma la prima circolare ai medici di base è solo del 23 febbraio, due giorni dopo Codogno, e non contiene indicazione suoi sintomi della malattia.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2020 Riccardo Fucile
ANCHE PER LA AITA MARI CHE HA SALVATO 44 NAUFRAGHI SI PROSPETTA L’ASSISTENZA SULLA STESSA NAVE
Sollievo, strette di mano (con guanti di lattice) e sorrisi diettro le mascherine. Tanti.
Sono passate le 19 quando la lunga odissea dei 146 migranti a bordo dell’Alan Kurdi, della ong tedesca Sea-Eye, finisce.
Ad uno ad uno trasbordano sulla “Raffaele Rubattino”, il traghetto messo a disposizione dal governo italiano, a bordo del quale trascorreranno il periodo di quarantena imposto dall’emergenza coronavirus. “Resteranno chiusi ognuno in una cabina, riceveranno 3 pasti al giorno verranno sottoposti ad uno screening medico da parte del personale medico, anche della Croce Rossa”, ha spiegato l’ammiraglio Roberto Isidori, direttore marittimo di Palermo.
E’ stata una lunga giornata, iniziata con una riunione “operativa” in Prefettura per predisporre il piano e le procedure. La “Rubattino”, intanto era ormeggiata al molo Sammuzzo — giunta nel frattempo da Napoli: sono stati caricati gli approvvigionamenti necessari a sostenere la quarantena: derrate alimentari, farmaci indumenti, mascherine, guanti in lattice. Intanto a Palermo — a bordo di un Atr della Guardia di Finanza partito da Pratica di Mare — è giunta una task force di 22 operatori della Croce Rossa Italiana, poi imbarcata sulla nave che trascorrerà la quarantena alla fonda del porto del capoluogo siciliano.
Alle 16:15 — chiusi i portelloni posteriori e mollati gli ormeggi — la “Rubattino” lascia il molo e si dirige verso la Alan Kurdi, nel frattempo avvicinatasi fino ad un miglio dalla costa, più o meno tra Bagheria e Villabate.
Le procedure di avvicinamento sono lunghe e lente: la Rubattino è lunga 180 metri e larga 27 la Alan Kurdi è larga sette e lunga 39. Alla fine è proprio la barca della Ong tedesca che si avvicina alla paratia di dritta — osservata a vista dalle motovedette di Guardia Costiera e Guardia di finanza, inclusa la nave Diciotti — fino ad essere attaccata e assicurata da diverse cime. Vengono distribuiti i giubbotti di salvataggio, quelli arancione, ai migranti e si aspetta il via al trasbordo. Arrivano le mascherine e i guanti, anche questi necessari. Poi via al trasbordo.
Uno ad uno i migranti varcano la “porticina” ed entrano nella pancia del grande traghetto. “L’odissea è finita”, twitta intanto Sea-Eye. Alan Kurdi resterà al momento in rada a Palermo, anche i 22 membri dell’equipaggio devono osservare il periodo di quarantena. “La crisi del Covid non è una buona ragione er non salvare chi annega in mare – afferma Gordenn Isler, presidente della ong. “Faremo di tutto – aggiunge per far ripartire una missione di soccorso a maggio.
Serve una soluzione per i 40 migranti a bordo di Aita Mari”, oggi alla fonda a Lampedusa. In Sicilia, intanto, le prefetture cercano strutture per la quarantena di eventuali migranti soccorsi in mare.
La Aita Mari, nave della ong basca Salvamento maritimo humanitario, dopo un viaggio durato tutta la notte si trova ora davanti alle coste trapanesi. Sono 36 i migranti a bordo soccorsi domenica scorsa in acque sar maltesi. In 8 sono stati evacuati nei giorni a scorsi a Lampedusa per ragioni sanitarie.
«Le condizioni delle persone salvate rimangono ai limiti», spiega la ong. La nave sta seguendo la stessa rotta che qualche giorno fa ha percorso la Alan Kurdi, conclusasi ieri con il trasferimento dei 146 naufraghi sul traghetto Rubattino per la quarantena davanti al porto di Palermo, con l’assistenza della Croce Rossa. E anche i 36 della Aita Mari potrebbero essere trasferiti sul Rubattino.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
PD E M5S VOTANO IN MODO DIVERSO, SI SPACCA ANCHE IL CENTRODESTRA… IN EUROPA NON SI PUO’ CERTO DIRE CHE STIAMO DANDO UN ESEMPIO DI SERIETA’
La crisi del coronavirus divide Pd e M5s anche a Bruxelles, dove i due alleati della maggioranza di
Governo ‘divorziano’ proprio nel voto sulla risoluzione del Parlamento europeo che chiede i recovery bond, ma apre anche all’uso dei fondi del Mes e dice no ai coronabond.
Dieci eletti pentastellati si astengono al voto finale e votano contro il paragrafo del testo dove si chiedono i recovery bond, ma si apre al Salva Stati.
Mentre tre – Ignazio Corrao, Piernicola Pedicini e Rosa D’Amato – votano contro (Eleonora Evi non partecipa al voto).
Anche il centrodestra si spacca: Forza Italia con la risoluzione di maggioranza, la Lega vota contro su quasi tutto, anche sui coronabond, vota a favore di un emendamento della risoluzione della sinistra del Gue chiede un ampi poteri per la Bce.
La risoluzione passa ad ampia maggioranza, con 395 sì, 171 contrari e 128 astenuti. “Potrò presentarmi al Consiglio europeo della prossima settimana con una volontà chiara da parte del Parlamento europeo”, commenta il presidente David Sassoli.
I 27 capi di stato e di governo dell’Ue si riuniranno in videoconferenza giovedì prossimo per discutere del piano europeo di ripresa chiesto da Italia e Francia e sostenuto dalla Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia e altri paesi più indebitati.
Sui ‘recovery bond’, titoli di debito comune temporaneo, pesano ancora i veti del nord. Sassoli difende la mediazione votata dall’Europarlamento, approvata anche dal Ppe, il gruppo più folto in aula, originariamente contrario ad ogni forma di mutualizzazione del debito.
“Ma stiamo parlando del debito che si produrrà con gli interventi per uscire dalla crisi, parliamo di bond che mutualizzano non il debito pregresso, di cui ciascuno ha le proprie responsabilità , ma di quello futuro, che servirà alla ricostruzione”, dice il presidente.
Il Consiglio europeo della prossima settimana potrebbe dare mandato alla Commissione di stendere un piano per creare il ‘recovery fund’, questo nella migliore delle ipotesi.
Significa che bisognerà aspettare perchè il fondo sia attivo: alcuni osservatori prevedono che questo non possa avvenire prima della fine dell’anno. Nel frattempo, almeno in Italia, si continuerà a litigare sul Mes. Come è successo oggi all’Europarlamento tra Pd e M5s e anche nella stessa coalizione di centrodestra.
La differenza tra la risoluzione approvata e quella dei Verdi, bocciata, è che la prima mette in chiaro che non c’è “alcuna mutualizzazione del debito esistente ma solo di quello legato a investimenti futuri”, mentre la seconda parla di “mutualizzazione di una quota sostanziale del debito”, formulazione più vaga che non ha convinto la maggioranza.
Anche il centrodestra non è messo meglio. Forza Italia vota col Ppe la risoluzione di maggioranza approvata, Fratelli d’Italia vota solo la parte sui recovery bond ma vota pure a favore dei coronabond, al voto finale vota no, perchè c’è il Mes.
La Lega appoggia la parte della risoluzione della sinistra del Gue che chiede un maggior ruolo per la Bce (nella stessa risoluzione i cinquestelle votano a favore dell’emendamento sui coronabond), ma vota contro gli eurobond.
“Mai stati a favore”, giurano il presidente del gruppo ‘Identità e democrazia’ Marco Zanni e il capo delegazione della Lega Marco Campomenosi.
“Non è vero — ribatte il pentastellato Fabio Massimo Castaldo – Il 28 novembre scorso, in un’intervista pubblicata su Formiche.net, il deputato leghista della commissione Bilancio ma soprattutto ex viceministro dell’Economia Massimo Garavaglia sosteneva a chiare lettere che esistesse una via d’uscita al dibattito sul Mes, e lo cito testualmente: ‘Se si vuole fare la riforma del Mes allora dobbiamo fare anche gli eurobond, per avere un debito europeo e più garantito. Se io devo aiutare qualcuno col Mes allora voglio in cambio un debito formato europeo, con gli eurobond, così siamo 1 a 1. Io ti aiuto sulle banche e tu mi aiuti sul debito, in sintesi’.
Gli schieramenti politici italiani vanno in frantumi a Bruxelles.
La parola resta agli Stati membri: la partita si gioca lì.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
15 MILIARDI PER LA CASSA INTEGRAZIONE, 30 MILIARDI PER GARANTIRE I PRESTITI A RISCHIO ALLE IMPRESE… 800 EURO AGLI AUTONOMI, 600 EURO DI REDDITO DI EMERGENZA, 3 MILIARDI ALLE FAMIGLIE, 3 ALLA SANITA’, AIUTI AD ALBERGHI E RISTORANTI
Il governo, con il Decreto Aprile, potrebbe mettere in campo una manovra da circa 70 miliardi, finanziata in deficit per almeno 40-50 miliardi.
La cifra definitiva non c’e’ ancora ma lunedì il Consiglio dei ministri dovrà decidere quanto far salire ulteriormente l’asticella dell’indebitamento netto, dopo l’ulteriore scostamento di 20 miliardi chiesto per il decreto di marzo.
L’aumento del deficit sarebbe di almeno un paio di punti di Pil e dovrà ottenere il nuovo via libera del Parlamento: mercoledì è atteso il voto del Senato e venerdì quello della Camera.
Sul piatto ci sono da finanziare interventi per oltre 60 miliardi, di cui solo 30 in termini di saldo netto per le garanzie necessarie ai prestiti avviati con il Decreto Liquidità .
Quello che e’ certo e’ che al momento l’esecutivo potrà utilizzare meno di 10 miliardi di fondi europei non spesi ma non potrà contare sui circa 80-90 miliardi che potrebbero arrivare dal pacchetto europeo di proposte su cui è stata trovata l’intesa all’Eurogruppo e che giovedì prossimo passerà al vaglio del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo.
Una dote che comprende, tra l’altro, anche i 36 miliardi di risorse del Mes sul cui utilizzo è in corso un acceso confronto nella maggioranza.
Pertanto si valuta la possibilità di alzare il deficit fino al 7% o oltre, ma bisognerà tener conto anche della contrazione del Pil provocata dall’impatto del coronavirus.
Ecco perchè il decreto aprile difficilmente potrà vedere la luce prima dell’inizio di maggio, ovvero prima che sia varato il Documento di economia e finanza. L’aggiornamento del quadro macroeconomico dei conti dovrebbe essere pronto entro la fine del mese e solo allora si potrà avere un quadro preciso dell’impatto della crisi sulla crescita e quindi del peggioramento del disavanzo.
Nel Decreto Aprile dovrebbe trovare spazio il rinvio al 2021 delle contestate tasse sulla plastica e sullo zucchero, oggetto di un infuocato dibattito durante la sessione di bilancio.
Il governo sta studiando poi degli indennizzi a fondo perduto per le imprese sulla base delle perdite registrate, sul modello francese e tedesco. Come annunciato, sarà prorogato e potenziato il bonus per gli autonomi che dovrebbe salire da 600 a 800 euro.
Una parte della maggioranza punta a rafforzare l’indennità in maniera consistente mentre i Cinque Stelle, con il ministro del Lavoro Catalfo, spingono per l’introduzione del reddito di emergenza da circa 600 euro al mese, una misura che costerebbe altri 3 miliardi.
Allo studio anche interventi per gli affitti commerciali: si valuta di estendere il credito d’imposta al 60%, previsto dal decreto Cura Italia per negozi e botteghe, anche ad alberghi e ristoranti ma si studia anche la possibilità di poter cedere gli sgravi ai proprietari a fronte di riduzioni del canone di locazione.
Altri 3 miliardi serviranno poi per finanziare le misure per la famiglia con la proroga del congedo parentale e dei bonus babysitter.
In arrivo anche un pacchetto di interventi per i comuni, che dovrebbe prevedere lo sblocco degli investimenti, anticipazioni di liquidità , spostamento di termini e risorse per i mancati incassi.
Secondo quanto emerso al termine di una riunione fra Gualtieri e gli enti, la dote per comuni, province e città metropolitane dovrebbe essere di 3,5 miliardi.
Ma per l’Anci si tratta comunque di una cifra non sufficiente a coprire il calo delle entrate stimato in circa 5 miliardi di euro.
Previsto anche l’avvio di un tavolo di monitoraggio per tenere sotto controllo le perdite dei comuni che dipenderanno dai tempi del lockdown.
C’è poi da rifinanziare per circa 15 miliardi la cassa integrazione e circa 3 miliardi dovranno essere stanziati per gli interventi a sostegno del sistema sanitario e della Protezione civile.
Degli aiuti ad hoc potrebbero infine arrivare per il settore del turismo. Allo studio una detrazione fiscale per i soggiorni in strutture ricettive italiane.
Misure analoghe sono state proposte anche in alcuni emendamenti al decreto Cura Italia all’esame della Camera.
(da “Huffingtonpost)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
BRUXELLES DEVE SPIEGARE DURATA, TASSI E CONDIZIONI DEL FINANZIAMENTO. ROMA SU COME INTENDA SPENDERE QUEI 36 MILIARDI DI EURO
Il dibattito se ricorrere al Meccanismo Europeo di stabilità (Mes) per fronteggiare gli effetti della
pandemia Covid-19 è diventato centrale in Italia, mettendo in secondo piano gli altri deliberati dell’Eurogruppo del 9 aprile che si trovano nel “Rapporto sulla complessiva risposta di politica economica alla pandemia del Covid-19”.
Sembra così che il Consiglio europeo del 23 aprile riguarderà solo l’Italia e il Mes!
Un dibattito riduttivo per una vera strategia.
Sarebbe un errore perchè estrarre dal Rapporto dell’Eurogruppo solo il tema Mes farebbe dimenticare che altri – Bei e Sure – sono previsti, ma vanno potenziati.
Della Bei ho spesso trattato spiegando che ha enormi potenzialità inespresse. Per gli interventi della Commissione europea la presidente Ursula von der Leyen nel suo intervento al Parlamento europeo ha sottolineato più volte l’importanza di potenziare gli investimenti pubblici e privati, magari potenziando e finalizzando meglio il bilancio europeo su 5 anni (2021-2025). Ci potrebbe inoltre essere anche il “Recovery Fund” citato dall’Eurogruppo. Tutto è in movimento e allora bisogna avere una strategia ampia.
Il Governo italiano ce l’ha?
Il ricorso al Mes: qualità e quantità .
Con queste avvertenze limitiamoci qui al paragrafo 16 sul Mes del citato Rapporto Eurogruppo, che sarà proposto per deliberazione il 23 aprile prossimo al Consiglio Europeo.
Nello stesso si stabilisce che per accedere alla linea di credito del Mes, lo Stato richiedente deve impegnarsi a utilizzare i fondi erogati esclusivamente per le spese sanitarie dirette e indirette, incluse cure e prevenzioni, legate alla crisi Covid-19.
Il tetto massimo erogabile sarebbe pari al 2% del Pil 2019 dello Stato richiedente, somma che per l’Italia si aggira sui 36 miliardi, la cui gestione sarebbe regolata dallo statuto Mes. La linea di credito viene resa disponibile fino alla risoluzione della crisi Covid-19.
Per l’Italia sarebbe una somma importante, ma taluni temono che la vigilanza del Mes e di altri soggetti istituzionali dell’Ue si trasformi in un “commissariamento surrettizio” dell’Italia invece di limitarsi al necessario controllo dell’uso appropriato e rigoroso del credito concesso.
Allo stato attuale il dibattito di esperti e sulla stampa è aperto anche con rassicuranti interviste come quella rilasciata a un quotidiano italiano dal presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno, che non mi pare un “falco del Mes”.
Per fugare legittime preoccupazioni bisogna che il Governo dia la sua interpretazione autentica prima del 23, dando all’opinione pubblica elementi di valutazione.
La Spagna oggi e il prestito del 2012.
Tra gli elementi da considerare vi è a mio avviso la notizia che la Spagna, colpita duramente dalla pandemia, richiederà l’accesso al Mes-Covid-19 pur essendo, come l’Italia, sostenitrice di interventi molto più incisivi da parte della Ue e dell’Eurozona. L’importanza di questa decisione, se confermata, è che la Spagna ricorse nel 2012 al Mes con l’unico scopo di ristrutturare e ricapitalizzare il sistema bancario colpito dalla crisi immobiliare.
Vero è che allora la crisi era asimmetrica e cioè su singoli Paesi per cause economico-finanziarie, mentre qui è simmetrica su tutti i Paesi a causa di una pandemia.
Ma è anche vero che adesso il Mes viene offerto a tutti a parità di condizioni e quindi la deroga ai generali criteri di vigilanza vale per tutti.
Comunque è interessante ricordare che la Spagna nel 2012 ottenne una linea di credito dal Mes per 100 miliardi di cui ne usò 41 miliardi con una durata media di 12 anni.
Il rimborso avvenne poi in anticipo, con un primo versamento volontario dopo 2 anni e con un tasso di interesse medio pagato dalla Spagna intorno alla media dello 0,95%.
Le condizionalità vincolanti per il governo spagnolo furono riforme strutturali rivolte al settore bancario. Allora il Mes fu utilizzato con vantaggio dalla Spagna essendo circoscritto il fine.
A suo tempo anche io sostenni che i Governi italiani del 2012 e del 2013 avrebbero fatto meglio a seguire la Spagna per la ristrutturazione del nostro sistema bancario. Non ho cambiato idea.
Le domande al Governo italiano, adesso.
Per l’Italia di oggi e nella prospettiva che dopo il Consiglio europeo del 23 aprile la nostra Repubblica richieda una linea di credito al Mes, riteniamo che l’esempio spagnolo non sia secondario, anche se non risolutivo.
Le nostre istituzioni dovrebbero però considerare almeno due aspetti “tecnici” anche per dare risposta al dibattito in corso.
Il primo riguarda la specifica delle “spese sanitarie” che richiede una valutazione rigorosa del reale fabbisogno economico dello Stato italiano nel contrasto alla crisi Covid-19.
Quali e quante sono le maggiori spese che potrebbero andare dalla sperimentazione farmacologica, alla assistenza territoriale dei malati, al campionamento e screening epidemiologico della popolazione ed oltre.
Su questa base potrebbe essere chiesta la linea di credito il cui utilizzo dovrebbe avvenire per fasi temporali in quanto non sempre siamo efficienti per burocrazia e procedure. Bisogna inoltre notare che secondo Il ministro delle Finanze francese i fondi del Mes dovrebbero servire anche per coprire spese non sanitarie e cioè anche i costi del lockdown come associati alla crisi Covid-19. Il Governo sta valutando anche questa possibilità ?
Il secondo aspetto riguarda le condizioni finanziarie del credito e cioè durata e tassi.
A mio avviso la durata dovrebbe essere lunga e certo non meno di 12 anni che fu la durata media del prestito 2012 alla Spagna per un evento molto meno grave di questo.
Lo scaglionamento del credito a fasi ci consentirebbe di graduare l’utilizzo.
I tassi di interesse applicati dovrebbero essere calibrati ai minimi che il Mes è in grado di spuntare sul mercato e che al presente sono vicini allo zero.
Quindi ben più bassi di quelli su cui si finanzia il nostro debito pubblico che potrebbe beneficiarne anche perchè l’uso del Mes aumenta le possibilità della Bce di intervenire con gli acquisti dei nostri fragili titoli di Stato. Il Governo ha fatto tutte queste valutazioni?
La strategia italiana in Europa. Quale?
Infine vi è l’aspetto politico che a mio avviso colloca l’utilizzo del Mes così come è oggi configurato e sottoutilizzato in terza posizione non solo per i problemi italiani ma anche per quelli europei.
In particolare l’Italia deve insistere su un potenziamento della Bei – che emette da 60 anni obbligazioni europee – in connessione alle Casse depositi e prestiti. Invece per ora scarseggiano le proposte e così la Bei si limiterà a dare un po’ più di crediti e di garanzie. Bei e Fei devono invece diventare con il Feis il fulcro della politica economica reale centrata su “quattro i” europee: investimenti, industria, infrastrutture e innovazione. Nell’importante discorso al Parlamento europeo, dove ci sono anche riferimenti positivi sull’Italia, la presidente von der Leyen ha di nuovo parlato di “Piano Marshall per la ripresa dell’Europa”, ma purtroppo non ha citato la Bei.
Ci vuole quindi un “Piano Delors-Draghi” perchè il primo realizzi il “mercato unico” e il secondo “la banca federale”. Essi “risvegliarono” l’Europa che oggi va risvegliata con una potente azione di politica economica reale che data l’urgenza può essere finanziata soprattutto dai Bei-Bond.
Alberto Quadrio Curzio
Economista, presidente emerito Accademia dei Lincei
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 17th, 2020 Riccardo Fucile
LE STIME DI GOLDMAN SACHS: IL 35%-45% DEGLI ACQUISTI DELL’EUROTOWER SONO STATI DI TITOLI ITALIANI… ALTRO CHE LAMENTARSI DELL’EUROPA
La Banca Centrale Europea ha acquistato “circa 30-40 miliardi” di titoli di Stato italiani in un solo mese, pari a circa il “35-45%” del totale degli acquisti effettuati dall’Eurotower tramite i suoi programmi, il Pspp e il nuovo Pepp da 750 miliardi annunciato lo scorso 18 marzo.
La stima, fornita da un report di Goldman Sachs, mette in evidenza un massiccio intervento della Bce a sostegno dei Btp italiani, presi particolarmente di mira da quando è esplosa l’emergenza Coronavirus.
E’ uno scostamento importante che va ben oltre la quota di partecipazione al capitale della Bce detenuta dalla Banca d’Italia (13%), ma tuttavia consentito proprio dall’ampia flessibilità del nuovo programma lanciato da Christine Lagarde.
Si tratterebbe, spiega la banca d’affari, del maggior accumulo mensile effettuato dall’Eurotower, quasi il triplo rispetto ai 13 miliardi di acquisti di bond al mese registrato del secondo trimestre del 2016.
Del totale, la Bce ha acquistato a marzo, attraverso la Banca d’Italia, 12 miliardi di titoli di Stato italiani tramite l’App, il ‘vecchio’ programma di quantitative easing.
A fine marzo il valore in bilancio dei titoli pubblici italiani acquistati nell’ambito dell’App – si legge nel bollettino economico di Palazzo Koch – “ammontava a 382 miliardi di euro, di cui 346 acquistati dalla Banca d’Italia”.
Durante l’International Monetary and Financial Commitee, ieri Lagarde ha ribadito che la Bce è impegnata “a fare tutto il necessario nell’ambito del suo mandato per aiutare la zona euro attraverso questa crisi”, anche ad “aumentare le dimensioni dei suoi programmi di acquisto e adeguarne la composizione”.
La mole di acquisti stimata da Goldman Sachs lo conferma. Dopo l’iniziale sbandata di Lagarde con la sciagurata frase “non siamo chi per chiudere gli spread”, la Bce ha quindi implementato il suo intervento a sostegno dei titoli italiani.
Nell’ultimo mese lo spread ha avuto diverse fiammate che gli acquisti della Bce hanno contribuito in modo decisivo a raffreddare. L’ultimo aumento marcato è quello seguito all’Eurogruppo del 9 aprile quando il differenziale tra titoli di Stato e bund tedeschi ha visto un aumento, a cavallo della pausa pasquale, di più di 40 punti in due soli giorni.
In Italia il dibattito politico si è impigliato sul Mes, con ripercussioni anche all’interno della maggioranza tra Pd e M5S, ma a detta di diversi investitori si tratta di uno strumento comunque insufficiente ad affrontare la crisi.
Al di là di come verrà disegnata (durata, scadenze, condizionalità ecc) la nuova linea di credito Covid, le sue risorse (36 miliardi) potranno essere impiegate solo per le spese sanitarie, ben poca cosa rispetto al crollo del Pil atteso e che già nel primo trimestre – stima Bankitalia- ha subito una caduta del 5%.
Nell’attesa che il Consiglio Ue approvi il pacchetto di contromisure per l’emergenza Covid, l’Italia si ritrova in una condizione già vissuta: far affidamento sulla solita Bce. Il nuovo programma di acquisti da 750 miliardi, tuttavia, non è eterno.
(da “Huffingtonpost”)
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