Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
CHI METTE IN DUBBIO LA VERIDICITA’ DEI DATI SUI DECESSI VIENE ARRESTATO
Russia, preparati al peggio. “Ad ogni possibile scenario, anche il più difficile e non ordinario”. Ai
cittadini della Federazione l’ha detto l’uomo che più temono e più amano. E di tutti i modi in cui poteva rivolgersi a loro per l’emergenza Covid-19 in corso, il presidente Putin ha scelto il più drastico e risoluto.
L’ottimismo presidenziale di settimane fa è svanito. “Vediamo che la situazione cambia quotidianamente e non per il meglio, il numero di ammalati aumenta”.
Non più in scafandro giallo tra i reparti dell’ospedale Kommunarka, ma alla sua scrivania, Putin promette assistenza del personale medico militare e risorse del ministero della Difesa in videoconferenza con gli uomini e donne della task force dell’emergenza.
Volti grevi, senza sorrisi si guardano da un monitor all’altro nel Cremlino in auto-isolamento. Tra loro il ministro della Salute Mikhail Murashko, la vice premier Tatiana Golikova, il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin, che avverte: “il picco non è nemmeno vicino”.
Quasi 4 mila nuovi casi oggi, quasi 25 mila in totale, 13 mila dei quali solo nella Capitale, epicentro del virus in totale lockdown, con reparti ospedalieri saturi.
Ogni giorno in Russia si aggiorna un nuovo triste record tra cifre rosse sui monitor e sudore freddo. Il Cremlino non esclude di ricorrere all’esercito, recluta studenti di medicina, attiva corsi online per paramedici.
Lo spettro del contagio precipitosamente, rumorosamente peggiora negli 85 bollettini delle altrettante regioni russe: la media della diffusione dell’infezione aumenta del 16% nello Stato, ma del 36% a Mosca.
Rimangono sospette e squilibrate le cifre dei decessi: meno di duecento. E per quei medici che mettono in dubbio la versione ufficiale delle autorità ci sono manette sotto le mascherine.
È stata arrestata, ma in seguito rilasciata, la dottoressa bionda Anastasia Vasilevna, di Aljanz vracej, Allenza dei medici, che rimane in prima linea sanitaria in camice bianco, e su Youtube. Già un mese fa esprimeva i suoi dubbi sulla sospetta impennata di morti per “polmonite” nel Paese e avvisava i colleghi: “le autorità nascondono informazioni, ma presto o tardi i colpevoli saremo noi”.
Il virus ha rubato la scena al corpo di ballo più prestigioso del Paese. Nella città focolaio il Covid19 sa arrivare ovunque, anche dietro i sipari rossi e tra i tutù bianchi del teatro Bolshoij dove 34 persone sono risultate positive ai test.
Con perdite che ammontano a 9 milioni di rubli al giorno, (oltre centomila dollari), senza previsione di riapertura nei prossimi mesi, ha confessato al quotidiano Kommersant Vladimir Urin, direttore della leggendaria istituzione artistica: “è spaventoso predire cosa potrebbe accadere: anche la distruzione del teatro. Non l’edificio, ovviamente”.
L’epidemia funesta il Paese, da una latitudine all’altra, fino all’Artico. Più di 120 operai nella siderale Murmansk sono risultati positivi al coronavirus nel villaggio di Belokamenka, mentre stavano costruendo una struttura ospedaliera per accogliere i lavoratori del gigante energetico Novatek.
La carica virale e quella politica, durante la crisi doppia che affronta Mosca: quella sanitaria e quella economica, dovuta al lockdown per il Covid ma anche al crollo dei prezzi del petrolio.
Se le linee che tracciano l’aumento del virus sui grafici russi salgono verso l’alto, quelle di Putin scendono verso il 29% dei consensi nelle stime del centro sondaggi Levada. Ma, incatenati alla nuova realtà tragica che li attanaglia, il 43% dei russi ha riferito comunque “che non saprebbe su chi altro contare”.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
“SARA’ RICOSTRUITA IN 5 ANNI”
“Ricostruiremo Notre-Dame in cinque anni, l’ho promesso. Faremo di tutto per rispettare questa scadenza”. Un anno dopo l’incendio che ha devastato la cattedrale di Parigi, Emmanuel Macron ha registrato un breve video nel quale ringrazia “tutti quelli che ieri l’hanno salvata e quelli che oggi la ricostruiscono”.
Secondo Macron, il restauro di Notre-Dame è un “simbolo della resilienza”, tanto più prezioso nell’attuale crisi. Stasera, giorno del primo anniversario del rogo, la grossa campana “Emmanuel” della torre sud suonerà per commemorare l’inizio dell’incendio, ma anche in coincidenza con l’orario che i francesi dedicano agli applausi alle finestre per rendere omaggio al personale medico.
L’emergenza sanitaria e il confinamento hanno bloccato il “cantiere del secolo”. Dal 16 marzo tutto si è fermato, gli oltre duecento operai sono a casa in attesa di capire quando sarà possibile ricominciare. “Già nelle prossime settimane”, annuncia il generale Jean-Louis Georgelin, commissario straordinario per i lavori, in vista della fine del lockdown l’11 maggio. Il cantiere ha già subito pause e ritardi. Dopo 12 mesi non è ancora finita la messa in sicurezza della cattedrale, e della ricostruzione si comincerà a parlare – se tutto va bene – l’anno prossimo.
Il primo stop era arrivato a luglio quando il Prefetto aveva ordinato la sospensione per il rischio di contaminazione da piombo. La guglia ottocentesca che si è fusa nell’incendio ha rilasciato trecento tonnellate di piombo nell’area.
A metà agosto il cantiere ha riaperto con procedure di sicurezza molto più rigide. E una burocrazia che ha rallentato i bandi per affrontare il problema più grosso di questa fase: smantellare la gigantesca impalcatura montata per il restauro della guglia, da dove è partito l’incendio.
Oltre 40mila tubi che si sono fusi nelle fiamme e bisognerà rimuoverli con precauzione per non provocare ulteriori danni sulla struttura del monumento. Finalmente a dicembre è arrivata la gigantesca gru, alta 80 metri: servirà alla delicata missione che doveva cominciare proprio quando è arrivato il coronavirus.
“Notre-Dame è un po’ l’immagine di tante persone che soffrono in questo momento: ferita, e con urgente bisogno di cure” ha ricordato a Repubblica il rettore della cattedrale, Patrick Chauvet.
Insieme all’arcivescovo di Parigi, Chauvet ha partecipato a una cerimonia dentro alla cattedrale qualche giorno fa, in occasione del Venerdì Santo. La montagna di detriti nella navata centrale è stata finalmente portata via, le opere d’arte e reliquie sono al sicuro.
Ci sono ancora l’altare con il crocifisso in oro e la madonnina scoperta miracolosamente intatta dopo l’incendio. Il rettore di Notre-Dame vorrebbe sistemare una copia della Madonnina sul sagrato quando potrà finalmente essere riaperto al pubblico.
Era un altro degli obiettivi di questa primavera: aprire uno spazio davanti al monumento per permettere ai pellegrini di raccogliersi in preghiera.
I tempi del cantiere si calcolano invece in anni. Saranno cinque come dice Macron? Chauvet è realista. Crede al traguardo del 2024 solo per la ricostruzione di tetto e struttura.
“Ho 68 anni e spero di poter riprendere la vita liturgica dentro alla cattedrale prima della pensione che per fortuna nella Chiesa è a 75 anni”. Per ritrovare Notre-Dame nella sua magnificenza, con la nuova guglia, Chauvet è convinto che ci potrebbero volere anche quindici anni.
Intanto, la buona notizia è che il cantiere ha un immenso tesoretto, frutto del record di donazioni dell’anno scorso. Il calcolo finale è di 901,5 milioni di euro, di cui 188,3 milioni già stanziati. I principali donatori sono grandi gruppi francesi: Lvmh, Kering e L’Orèal.
Bisognerà aspettare anche per sapere le cause dell’incendio. L’inchiesta della polizia scientifica sull’incendio di Notre-Dame ha confermato la tesi dell’incidente. Non sono state trovate tracce di carburanti nè altri elementi che possano far pensare al gesto di un piromane. Continua l’analisi dei reperti trovati nel monumento in parte distrutto.
Decisivi saranno anche gli elementi dell’impalcatura smontata. Le due ipotesi degli investigatori continuano a essere un corto-circuito e qualche negligenza da parte delle imprese intorno alla guglia. Scavando tra le macerie, sono stati sequestrati possibili indizi, tra cui mozziconi di sigaretta alcuni operai che avevano fumato sul cantiere in corso. I filmati e le testimonianze hanno smentito che ci fossero stati nelle ore prima del rogo lavori di saldatura.
Sull’origine di un possibile corto-circuito, si guarda all’ascensore installato nell’impalcatura ma anche al sistema dentro al campanile attivato qualche minuto prima delle prime fiamme.
L’indagine ha anche evidenziato gravi disfunzioni della società incaricata del sistema anti-incendio. Il 15 aprile 2019 era presente un solo addetto nei locali di sicurezza, un funzionario nuovo in quel lavoro che non ha saputo leggere il primo messaggio di allarme, arrivato alle 18.13: solo mezz’ora dopo sono stati allertati i pompieri.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
“IN CASO DI RIFIUTO DEI GENITORI FATELA CON LA MAMMA GIRATA, APPOGGIATELO SOPRA MA CHE SIA IN PRIMO PIANO”: SIAMO ALLA PIU’ SQUALLIDA PROPAGANDA SOVRANISTA MENTRE QUASI 800 LIGURI SONO DECEDUTI PER CORONAVIRUS
Il messaggio partito alla vigilia di Pasqua dall’ufficio stampa di Alisa e diretto a tutti i comunicatori
della sanità ligure, aziende sanitarie e aziende ospedaliere, iniziava con la precisazione che la richiesta proveniva dallo staff personale, non istituzionale, di Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria.
Poi l’indicazione: fornire il dato dei nuovi nati del giorno di Pasqua e di quelli nati entro le 13 di oggi, giorno di Pasquetta. Quindi il punto centrale “Sarebbe utile anche una foto. La foto se possibile con il bavaglino che è stato consegnato a cura della presidenza di regione”.
Il messaggio viene diffuso ai vari responsabili delle direzioni sanitarie e dei reparti da Spezia a Imperia passando per Savona e naturalmente Genova.
C’è chi resta sorpreso, qualche medico chiede spiegazioni ai manager e poi si procede.
Già sabato mattina Toti aveva annunciato l’iniziativa con un post su Facebook: “Oggi è un giorno di speranza. Voi siete la nostra. Benvenuti al mondo, benvenuti in Liguria. Sono queste le parole che vogliamo dedicare a tutti i bimbi che nasceranno a Pasqua nella nostra regione, assieme a un grazioso bavaglino. Un gesto semplice, di vicinanza verso questi piccoli e le loro famiglie, che ci regalano un po’ di speranza in questi giorni così difficili”.
Come spesso accade non è sempre facile distinguere il confine fra comunicazione istituzionale e legittimo messaggio positivo a una popolazione preoccupata da quello che può apparire anche come esercizio di propaganda politica, tanto più che ieri Toti ha annunciato che, a differenza di quello che sembra l’orientamento governativo, lui vorrebbe che le elezioni regionali non si tenessero più in là di luglio
In ogni caso la macchina della comunicazione del presidente si mette in moto.
E così, ecco che a nel primo pomeriggio di Pasqua Toti, accompagnato dalle assessore Ilaria Cavo e Sonia Viale va in visita al Gaslini
L’ufficio stampa diffonde le foto di rito degli amministratori con i medici dell’ospedale di Quarto con tanto di bavaglino.
Alla stessa ora arriva dall’ospedale Villa Scassi la prima foto con bavaglino come richiesto da Alisa.
Il post su Facebook del presidente è pieno di commozione: “La vita è più forte di tutto. Ce lo ricorda Alessandro, nato nel giorno di Pasqua proprio al Villa Scassi di Genova. La vita continua, anche nel dolore. Questa foto è bellissima. L’ostetrica che si prende cura della mamma, la mamma che stringe il suo bambino appena nato. Si intravede la mascherina, dietro la quale siamo certi ci sia un sorriso. Di speranza e di amore. Oggi vogliamo darvi questo messaggio”.
E a ben vedere al Villa Scassi hanno rispettato alla lettera le indicazioni dello staff del presidente che si era premurato di spiegare che, in caso qualche mamma non gradisse partecipare all’iniziativa del bavaglino regionale.
“Si può fare credo anche senza che si veda il bimbo, ad esempio con la mamma che lo tiene in braccio di spalle e il bavaglino appoggiato in primo piano oppure foto culla col nome senza che si veda neonato con bavaglino appoggiato sopra…vedete voi, con un pò di fantasia?”.
Insomma una preparazione accurata come sempre accade quando si muove il governatore. Quello che non è stato ancora specificato sono i termini economici dell’iniziativa bavaglini. Un’operazione non costosa ma che certamente è stata effettuata grazie a qualche sponsor o donazione poichè è improbabile che in un periodo così difficile per la nostra sanità , con gli ospedali che chiedono sostegno economico ai cittadini, si siano spesi soldi pubblici per dei seppur graziosi bavaglini.
Sulla vicenda è intervenuto con una dichairazione Giovanni Lunardon capogruppo del Pd in Regione Liguria:”Che un Presidente di Regione a pandemia ancora in corso, mentre stiamo contando i morti, in una regione che ha il tasso di letalita’ tra i più alti d’Italia, in pieno caos nelle case di riposo, con i ritardi che ci sono su tamponi, test, assistenza domiciliare e farmacologica, pensi alle elezioni e si metta ad impartire tramite Alisa alle aziende sanitarie direttive sui bavaglini a favore di foto la dice lunga su quali siano le sue reali priorità e sul grado di totale inadeguatezza con cui si affronta questa delicatissima fase della crisi che stiamo vivendo”
La replica di Toti
Sulla sua pagina Facebook questa mattina Toti ha così replicato all’articolo:
“Oggi “Repubblica Genova” contesta il fatto che abbiamo regalato un bavaglino, facendo credere nel suo “articolo” che sia stato pagato con soldi pubblici! FALSO! È stato donato e consegnato da uno sponsor. Non solo, pubblica messaggi privati, attribuendoli al mio staff e sostenendo che avremmo obbligato personale medico a scattare foto: falso anche questo!”.
Ma “Repubblica” lo smentisce:
“Non abbiamo mai scritto che per i bavaglini sarebbero stati utilizzati soldi pubblici, anzi abbiamo dato per scontato esattamente il contrario. Come spiegato nell’articolo la comunicazione parte da Alisa che cita a sua volta lo staff del presidente Toti. I consigli sono contenuti nella chat WhatsApp a nostre mani.
E con questo anche oggi Toti si è fatto conoscere.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
CONTROLLI A RAFFICA DEI NAS DEI CARABINIERI IN TUTTA ITALIA… MA LE REGIONI PRIMA C’ERANO O CHIUDEVANO ENTRAMBI GLI OCCHI?
Dopo le perquisizioni di ieri al Pio Albergo Trivulzio, la Guardia di Finanza di Milano è arrivata negli uffici della Regione Lombardia per acquisire documenti e atti sulle morti sospette nelle case di riposo lombarde durante l’emergenza Coronavirus.
Intanto l’indagine per omicidio colposo ed epidemia colposa sul Pio Albergo Trivulzio e le altre strutture passa nella fase dell’analisi dei documenti sequestrati ieri dalla Guardia di FinanzaI controlli nelle case di riposo
Quasi un quinto delle Residenze sanitarie assistite controllate dai carabinieri del Nas dall’inizio dell’emergenza Coronavirus ha presentato irregolarità sia nella gestione delle procedure che negli spazi da riservare agli ospiti positivi al Covid-19, oltre che alla formazione di operatori sanitari e alle dotazioni di protezione a loro dedicati.
Le polemiche dopo l’apertura dell’indagine su oltre una dozzina di case di riposo in Lombardia rischiano di allargarsi su scala nazionale, considerando che i controlli dei carabinieri hanno rilevato situazioni di gravi carenze in diverse altre regioni.
Dopo i blitz del Nas, sono state chiuse 15 strutture, con gli anziani trasferiti in altri centri.
Mentre 61 persone a vario titolo sono state denunciate. I casi più gravi sono stati riscontrati a Taranto, Campobasso, Perugia, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Cosenza, Udine e Torino. Dall’inizio dell’anno, i carabinieri hanno controllato 918 case di riposo, con 183 risultate irregolari.
(da Open)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
72 CONTAGIATI SU 80 ANZIANI, UN TERZO DEI DIPENDENTI POSITIVI, 18 RICOVERATI IN OSPEDALE… IL SINDACO-MEDICO: “SONO INCAZZATO, ABBANDONATI E PRESI IN GIRO DALLA REGIONE PIEMONTE”
Settantadue positivi al coronavirus su un totale di 80 ospiti della struttura: sono i numeri della Rsa
“Piccola Lourdes” di Brandizzo, nel Torinese, dove anche un terzo dei dipendenti è stato contagiato.
Diciotto degli ospiti positivi al Covid-19 sono ricoverati in ospedale nella vicina Chivasso, mentre in 62 sono ancora nella Rsa, dove sono stati separati dai pochi negativi che restano.
Il primo a lanciare l’allarme è stato il sindaco di Brandizzo, Paolo Bodoni, di professione medico, che è tra i sanitari che prestano servizio alla “Piccola Lourdes” e che ha espresso tutta la sua rabbia in un post su Facebook del 7 aprile scorso, nel quale ha ricostruito le tappe dell’espandersi del contagio, ma soprattutto ha lanciato accuse, pur senza mai citarlo, a chi avrebbe dovuto garantire che potessero essere effettuati i tamponi.
Il riferimento, neppure troppo velato, è al governatore del Piemonte, Alberto Cirio, che sulla Stampa di ieri ha dichiarato:
Non mi pare si possa parlare di un “caso” Piemonte, perchè da quanto ci dicono medici e scienziati sul nostro territorio il contagio è condizionato cronologicamente e geograficamente dalla vicinanza con la Lombardia. Non è un caso che province di confine come Alessandria abbiano dei dati sull’epidemia molto più alti rispetto ad altre aree più ad Ovest.
Brandizzo è nell’immediata cintura torinese e, quindi, molto distante dalla Lombardia, ma la situazione di allarme, e di impotenza, è stata ben descritta dal sindaco Bodoni nel suo post su Facebook:
Tutto comincia sabato 28 marzo quando la coordinatrice della RSA, mentre era in ferie, mi comunica che “non sta bene”… febbricola… al tempo del Coronavirus??? Fino ad allora la situazione da noi era tranquilla……..gli anziani, purtroppo, non hanno più potuto incontrare i propri cari da inizio marzo, i DPI (per fortuna, con grande sforzo economico della struttura) c’erano e il controllo clinico sui pazienti era ottimo.
Già alla domenica 29 ho cominciato a chiedere la possibilità di fare un tampone a questa infermiera (cioè, fare diagnosi), per poter capire come andare avanti nell’assistenza ai nostri ospiti. Ecco che però lunedì comincia a stare male anche un’operatrice sociosanitaria, il giorno dopo un’altra, e via via nella settimana perdiamo pezzi operativi. Nel frattempo, il sottoscritto e il collaboratore di direzione della struttura continuano a chiedere via mail, whatsapp e telefono i tamponi…….arriveranno, arriveranno, non vi preoccupate……siete ancora un’isola felice! Eravamo fiduciosi, eravamo fiduciosi, senza alcuna diagnosi, che i nostri anziani rimanessero indenni……..fiducia, questa parola importante…….fiducia nelle Istituzioni e nella nostra sanità . Siamo arrivati a sabato 4 aprile, quando un anziano stava troppo male per restare in struttura……..su mio consiglio e con opera meritoria del personale infermieristico si invia in DEA………il giorno dopo……….COVID +!!!
E i tamponi?……..arrivano, arrivano, siete in lista d’attesa, siete un’isola felice, veniva detto a me e alla direzione della struttura.
Nelle 48 ore, in un susseguirsi di situazioni sanitarie precarie, venivano ricoverati ancora tre ospiti e altri 5/6 operatori a casa perchè con sintomi sospetti………..la struttura avvisa i parenti degli ospiti che la situazione è giustamente sotto controllo (tra pochissimo arrivavano i tamponi e quindi la diagnosi) e un caso accertato e alcune febbri era la situazione in struttura.
In poche ore (oggi) la situazione è precipitata………..un altro ospite inviato in P.S. risultato positivo al covid-19, un operatore con polmonite ricoverato in ospedale con tampone (in ospedale!) positivo. Molti parenti dei nostri ospiti, molte persone abitanti della nostra Brandizzo chiedono notizie, chiedono come sia potuto succedere………ma i tamponi, sindaco, non si fanno?
Il sindaco-medico è esasperato e non lo nasconde:
” Sono molto incazzato, termine più che corretto nel definire la mia condizione d’animo attuale, incazzato nel vedere la nostra perla assistenziale lasciata sola a sè stessa, incazzato perchè mi sono sentito solo e preso in giro da un sistema sanitario latitante, lento, assolutamente insufficiente ad affrontare una pandemia, vero, un’emergenza mondiale, ma che a Brandizzo poteva fare meno danni di quelli che farà . Speranzosi, rimaniamo speranzosi che la carica virale si attenui, che le particolari attenzioni (sempre avute) nell’assistere i nostri anziani possano vincere la malattia. Annuncia poi che si rivolgerà all’autorità giudiziaria quando la tempesta della pandemia sarà passata
Tutto ciò sarà sufficiente? Non lo so, quello che so è che i tamponi (la diagnosi) FORSE domani si faranno…….e se così non sarà , il sindaco sarà pronto a chiedere lumi e aiuto all’autorità giudiziaria, perchè si possa fare luce su una vicenda che ha dell’incredibile e che ha screditato tutta la struttura e i suoi operatori.
Eh sì, perchè di chi è la colpa se i tamponi (la diagnosi) non sono stati fatti o se fatti, in netto ritardo
Intanto il Piemonte è la terza regione italiana per numero di contagi dopo la Lombardia e l’Emilia-Romagna. e la provincia di Torino, con oltre 8mila contagiati, è la quarta più colpita d’Italia dopo Milano, Bergamo e Brescia. Nelle case di riposo si contano poi quasi cinquecento morti e almeno cinque inchieste delle procure di diverse province che indagano per epidemia colposa.
E l’oggi è fatto del disperato appello del primo cittadino di Brandizzo che chiede aiuto ai poco più di ottomila suoi concittadino per fra fronte all’emergenza “con donazioni e azioni concrete. Servono pannoloni, traverse, calzari, saturimetri, camici monouso, cuffiette monouso, mascherine chirurgiche o ffp2 o ffp3, visiere e tute professionali monouso, gel igienizzante mani. Tutto materiale che sarà ancor più necessario adesso per assistere al meglio gli ospiti, al tempo del Coronavirus. Chi può, chi vuole, faccia riferimento a Flora telefonando al numero 338.9744066 per accordarsi su cosa serve e come portare in struttura. Oppure fate riferimento a me», l’ultimo suo appello.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI ELISA E IL SISTEMA SANITARIO IN TILT
“Quando il cellulare di mio padre ha squillato, lui non c’era più già da una settimana. Dall’altro capo del telefono c’era l’Asl To3 per avvertirlo, ironia della sorte, che poteva recarsi in ospedale a fare il tampone”.
Questa storia agghiacciante arriva dal Piemonte. A raccontarla è Elisa Franzò, ex vicesindaco di Alpignano, in provincia di Torino. Elisa racconta a TPI il caso del padre, Angelo Franzò, morto a causa del Coronavirus.
“Da qualche parte il meccanismo si deve essere inceppato. Nonostante tutto quello che i medici di base, gli infermieri e gli operatori stanno facendo negli ospedali, se il meccanismo va in tilt per questioni burocratiche o amministrative, allora tutti questi sforzi non servono a niente”, spiega Elisa.
“Mio papà aveva 74 anni. Due settimane prime di ammalarsi si era sottoposto a coronarografia e gli erano stati messi degli stent all’ospedale di Rivoli. L’operazione però era andata ottimamente, lui era uscito dall’ospedale che stava bene. Non faccio ipotesi sul fatto che se mio padre fosse stato curato prima si sarebbe salvato, perchè le ipotesi fanno solo male. Però non si può pensare che nonostante tanti sforzi degli operatori sanitari, possano succedere queste cose”.
Elisa spiega a TPI il decorso della malattia del padre, iniziata con una febbre alta intorno al 12 marzo. “Durante quella settimana la temperatura si alzò e si abbassò e il medico di base, seguendo il protocollo, gli prescrisse l’antibiotico, variandone il dosaggio nel corso dei giorni. In quella settimana il medico di base, visti i sintomi, richiese il tampone per mio padre. Ma il tampone non venne fatto. Dopo una settimana, ossia giovedì 19 marzo, la febbre non era ancora andata via. Il medico di base gli prestò il saturimetro, che misura la saturazione del sangue. Essendo molto bassa, chiamammo l’ambulanza per farlo portare in ospedale. Mio padre entrò subito il terapia intensiva”, prosegue Elisa.
“Era giovedì 19 marzo e mio padre è mancato il sabato successivo, il 28 marzo. Il tampone lo ha fatto in ospedale. Ce lo comunicò lui stesso con un messaggio in cui ci diceva che era risultato positivo. A oggi non abbiamo mai avuto il risultato ufficiale del tampone positivo”.
Come ci racconta Elisa, “Il giorno stesso in cui mio padre ci disse di essere positivo al Covid-19, mia madre, che viveva con lui, iniziò la quarantena in isolamento. E anche io. Durante quella settimana, mia mamma ebbe 3 giorni di febbre, ma non fece il tampone. Lo aveva comunicato al medico di base, ma la febbre non si era alzata tanto e così stette solo a riposo”.
Quindi, nonostante la madre di Elisa avesse comunicato di avere la febbre e un familiare stretto era risultato positivo, non le venne fatto il tampone. “Noi abbiamo avuto la coscienza di stare a casa in quei giorni in cui mio padre è risultato positivo, ma la comunicazione dell’Asl di restare a casa ci è arrivata molto dopo, il 6 Aprile. Quando la quarantena prevista era dal 17 al 31 di marzo. Che senso ha? Giusto per mandare una comunicazione ufficiale? Bisogna fare chiarezza”.
Ma il caso di Angelo Franzò e i ritardi nelle comunicazioni potrebbe non essere isolato e riguardare altre Asl della provincia di Torino. Il Sisp, acronimo di Servizio di igiene e sanità pubblica dell’Asl di Torino che riceve le segnalazioni dei medici di base, non ha funzionato bene: le segnalazioni che gli stessi medici avevano inviato via mail su casi sospetti positivi non sono mai giunte alla casella di posta rapidamente ingolfata dalla raffica delle segnalazioni; parte dei pazienti non sono stati ricontattati, altri sono stati “recuperati” parecchi giorni dopo.
Ora bisogna capire perchè il sistema non ha funzionato, per quanto tempo e quante sono le mail mai pervenute alle Asl.Del resto già a fine marzo si susseguivano le segnalazioni dei medici di base e nelle stesse Asl si ammetteva che il Sisp rappresentava un problema. E probabilmente non è un caso se l’8 aprile, a seguito delle proteste che arrivavano anche ai piani alti dell’azienda, la direzione aveva commissariato l’area della prevenzione, alla quale il Sisps afferisce.
(da TPI)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
PENSATE UN PO’ CHE ARROGANZA AVREBBE L’EUROPA… LA MELONI RIVENDICA GLI ESPROPRI PROLETARI?
Giorgia Meloni non ci ha ancora spiegato perchè parla di bufale altrui quando sulla sua pagina
Facebook ha annunciato la fregnaccia che Gualtieri aveva attivato il MES, ma in compenso anche oggi ci vuole mettere in guardia contro quegli infidi infingardi dell’Europa brutta e cattiva.
Perchè, pensate, questi figli di Troika con il cavallo di Troika del MES potrebbero addirittura pretendere qualcosa di indicibile: la restituzione dei soldi che ci prestano.
“Spero di essere smentita ma oggi sono convinta che la linea di credito senza condizionalità del MES per le spese sanitarie rischi di essere un “cavallo di Troika”. Se non restituisci i soldi che chiedi in prestito come dicono loro e nei tempi che stabiliscono, e indipendentemente dalla difficoltà che hai, puoi ritrovarti lo stesso la Troika dentro casa. Se non stiamo attenti, è questo quello che può succedere…
Giustamente la leader di Fratelli d’Italia, che gode del consenso del 30% degli italiani (giusto per farvi capire come stanno messi… gli italiani) mette in guardia contro le follie europee: pensate, questi matti di Bruxelles pretendono, se ti fanno un prestito, che glielo restituisci nei modi e nei tempi che hai concordato prima. Non è incredibile? Quanta arroganza, quando lo sanno tutti che se compri un televisore a rate poi puoi pagarle un po’ come cazzo ti pare.
L’arroganza europea e le pretese di questi ipocriti fanno venire voglia di dichiarare loro guerra e poi scappare in Svizzera con un’automobile carica di oro.
Quanto erano belli invece i tempi della Casa delle Libertà , quando potevi fare un po’ come cazzo ti pare.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
DEFINITO DAI MEDICI “UN BLUFF PER QUATTRO GATTI”, COSTATO 21 MILIONI
“L’ospedale in Fiera di Milano fortunatamente non è servito a ricoverare centinaia e centinaia di persone in terapia intensiva e di questo siamo contenti”: parole (e musica) di Giulio Gallera, Gallera e l’ospedale alla Fiera di Milano che non serve che ieri durante la conferenza stampa della Regione Lombardia spiegando che a Milano “si rischiava di avere un’ondata che avrebbe travolto la città e il nostro sistema sanitario e questo fortunatamente non è successo”.
L’assessore ha anche aggiunto che “se non ci fosse stata una grande attenzione poteva svilupparsi un focolaio con proporzioni simili a quelle di Bergamo, Brescia, Lodi e Cremona ma con una popolazione doppia o tripla”.
L’uscita non potrà che tranquillizzare i donatori che hanno permesso a Gallera e Fontana di spendere la bazzecola di 21 milioni di euro per un nosocomio che attualmente ospita “dai 21 ai 24” posti letto e calcola che quelli finali saranno 157, ovvero giusto qualcuno in meno rispetto ai 600 promessi all’epoca dell’annuncio.
E soprattutto darà soddisfazione a chi si è impegnato nella costruzione di una struttura che verrà smantellata alla fine dell’emergenza, mentre altri, come quello di Napoli, rimarranno operativi anche dopo.
L’ospedale alla Fiera di Milano è stato definito «un bluff per quattro gatti» dal cardiologo Giuseppe Bruschi, dirigente medico di I livello del Niguarda: “Perchè costruire un corpo a se stante, quando si sarebbe potuto potenziare l’esistente? Sarebbe stato più logico spendere le energie e le donazioni raccolte per ristrutturare o riportare in vita alcuni dei tanti padiglioni `abbandonati’ degli ospedali lombardi (Niguarda, Sacco, Varese…). Si sarebbe investito nel sistema in essere e quanto creato sarebbe rimasto in dotazione alla Sanità Lombarda”.
Giudizi fin troppo netti nei confronti di un’opera che ha persino un profilo Twitter. Anche se la Giunta Lombarda ha avuto un piccolo problema di reperimento dei medici e i due pazienti ospitati all’inizio sono nel frattempo diventati tre.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2020 Riccardo Fucile
SUL “CORRIERE DELLA SERA” TUTTE LE INCONGRUENZE NELLA GESTIONE DELL’EMERGENZA
Milena Gabanelli e Simona Ravizza firmano oggi un articolo sul Corriere della Sera che riepiloga le
tante domande di questi mesi sulla risposta di Regione Lombardia all’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19.
Sul territorio l’epidemia si è allargata alla velocità della luce e a oggi sono morti 11 lombardi ogni 10 mila abitanti, contro i 6 dell’Emilia-Romagna e i 2 del Veneto.
Dai dati dell’Istat e del ministero della Salute emerge che a Milano stanno morendo quotidianamente 90 residenti contro i 30 dell’anno scorso, a Bergamo 21 contro 4, a Brescia 20 invece di 5.
Il primo punto riguarda le rianimazioni in crisi:
A ridosso del 21 febbraio, con i posti letto delle Terapie intensive sottodimensionati (8,5 su 100 mila abitanti contro i 10 dell’Emilia e del Veneto) e il 30% in gestione alla Sanità privata convenzionata, la Regione deve contrattare la loro attivazione con gli ospedali privati in un momento in cui il fattore tempo è determinante. Mentre tutti gli sforzi si concentrano nel potenziare il sistema ospedaliero davanti all’ondata di pazienti in gravi condizioni, ai primari non arrivano disposizioni chiare e al personale medico mancano i dispositivi di protezione.
Poi c’è la strage delle case di riposo, che paga il prezzo del ritardo nella chiusura delle visite dei familiari (dal 4 marzo), la decisione di mandarci i pazienti positivi meno gravi per liberare i posti in ospedale (delibera regionale dell’8 marzo), il mancato sostegno nell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione, oltre alla scarsa formazione del personale di queste strutture in difficoltà a gestire un’emergenza simile.
La Lombardia, che più di ogni altra invoca da sempre l’autonomia, è la Regione che dall’inizio dell’epidemia la esercita meno.
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo vengono spese intere giornate a convincere il governo di Giuseppe Conte a prendere provvedimenti per blindare l’Italia ma, pur sapendo l’urgenza di chiudere Nembro e Alzano nella Bergamasca, il governatore Attilio Fontana e l’assessore Giulio Gallera aspettano il decreto della Presidenza del Consiglio del 7-8 marzo.
Certo i sindaci, a partire da Giorgio Gori, e le aziende erano contrarie ai provvedimenti restrittivi, ma il governatore e il suo assessore sapevano a quali rischi stavano esponendo la popolazione e quindi potevano e dovevano decidere diversamente.
E qui si può ipotizzare che proprio la volontà di non andare contro il mondo produttivo abbia convinto Gallera & Fontana a provare a mandare avanti il governo.
Ci sono poi le giravolte sui tamponi, perchè prima decidono di eseguirli solo sui plurisintomatici seguendo la disposizione del ministero, così come la scelta di aumentarli è frutto di una disposizione del governo. La Regione ha puntato tutto sull’ospedale alla Fiera di Milano che oggi ospita dieci malati mentre i posti letto dovevano essere seicento. Il nosocomio è costato la bellezza di 21 milioni di euro. Ma oggi, dice Gallera, “non serve”. Infine c’è l’incognita della riapertura:
Chi ha chiuso l’attività si presume che abbia messo in atto un piano di distanziamento sociale e riorganizzato gli spazi nelle mense, ma chi non ha mai chiuso, che piani di sicurezza ha?
L’assessore alle Attività produttive ha deciso il da farsi o attende indicazioni da Roma? Anche la mobilità andrà completamente riorganizzata in città dove ci si sposta sui mezzi pubblici. Intanto oggi tutto sembra morto: tutti chiusi in casa ad aspettare, davanti ad un computer o una tv. Pure il sindaco Giuseppe Sala sta giocando solo nelle retrovie.
Ricordiamo che la Lombardia è la regione più ricca d’Europa e che Milano è piena di eccellenze: il Politecnico, la Bocconi, istituti di ricerca e analisi, imprenditori inarrendevoli, qualche banchiere illuminato, Fondazioni, e una grande rete di volontariato. Chiamate a raccolta le menti migliori, ma solo tre o quattro non una ventina, e fatevi aiutare a elaborare una strategia di uscita. Cominciate a scommettere su qualcosa. Bisogna fare i test sierologici, e subito. E quelli validati arriveranno a ore. Non è una situazione nella quale ci si può permettere di fare gli schizzinosi al solo fine di rivendicare poteri personali. Chi è morto in corsia, sacrificato per colpe non sue, non pensava nè alla propria sedia nè alla propria carriera.
(da “NextQuotidiano”)
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