Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
ANDAVANO DILAZIONATE NEL TEMPO E A SECONDA DELLE REGIONI, MA E’ PREVALSA LA RAGION DI LOBBIE ECONOMICHE
Per la prima volta dall’inizio della pandemia da Coronavirus in Italia, il Governo Conte e gli scienziati del Comitato tecnico scientifico che hanno affiancato finora l’esecutivo in tutte le sue decisioni sul lockdown sono in disaccordo.
La mela della discordia riguarda le riaperture stabilite a partire dal 18 maggio, previste dal decreto legge e dal successivo Dpcm firmati dal premier.
Secondo gli esperti, infatti, era ancora troppo presto per riaprire quasi indistintamente (seppur con la possibilità per le Regioni di derogare alle prescrizioni dell’esecutivo) tutte le attività economiche ancora chiuse perchè considerate ad alto rischio.
Ma ad infastidire gli scienziati non è soltanto il contenuto dell’ultimo provvedimento, ma anche la delegittimazione per l’operato del Comitato tecnico scientifico che deriva dalle parole pronunciate ieri dal viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, che ha denunciato di non ricevere i dati: “Mi hanno tenuto nascosta la maggior parte delle cose, questo è un ministero secretato”, ha dichiarato.
Forse un po’ troppo per il gruppo di 25 esperti presieduto da Agostino Miozzo e guidato dal presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro e dal capo del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli.
Così, stamattina Repubblica riporta le parole di alcuni degli scienziati del Cts, che hanno commentato il primissimo giorno di Fase 2: “Ora basta — dice uno di loro -, silenzio. Guardiamo cosa succede. Anche perchè sennò rischiamo di fare gli uccelli del malaugurio”.
Nei giorni delle grandi discussioni tra Governo e Regioni sulle riaperture, il Comitato tecnico scientifico ha consigliato ripartenze più dilazionate nel tempo.
Qualcuno ha storto il naso anche riguardo alle modifiche che l’esecutivo ha fatto sulle ormai note raccomandazioni dell’Inail: “Alcuni ritocchi — si legge ancora su Repubblica — sono avvenuti in modo bizzarro. Ad esempio chiedono di usare il termoscanner per chi arriva in spiaggia. Oppure hanno ridotto troppo le distanze, come quelle al ristorante”.
La paura più grande, infatti, è che nascano nuovi, grossi focolai di Coronavirus in diverse Regioni. Della pericolosità di un eccessivo lassismo si è avuto un assaggio nei giorni scorsi, quando a causa di alcuni funerali celebrati in barba alle regole del distanziamento sociale in Molise e nel Lazio c’è stato un significativo aumento dei casi in pochi giorni.
Ecco perchè il sentimento più diffuso all’interno del Cts è di una funzione che si sta esaurendo, di un peso specifico nelle decisioni finali del Governo che non è mai stato così basso.
Il prossimo banco di prova arriverà nei prossimi giorni, quando le Regioni forniranno finalmente i dati aggiornati della curva del contagio nel post 4 maggio.
Sarà in quell’occasione che si potrà tracciare una linea e stabilire se le misure introdotte negli ultimi 15 giorni in Italia siano state scellerate oppure, usando un’espressione molto cara a Conte, un “rischio calcolato”.
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
I CONTESTATORI-UNTORI SENZA DISPOSITIVI DI SICUREZZA E RISPETTO DELLE DISTANZE
Michigan, Wisconsin, Illinois, Colorado, Florida. Tra fine aprile e inizio maggio, il fronte dei
manifestanti deciso a protestare contro il lockdown, imposto come misura estrema per contenere il contagio da Coronavirus, si mette in viaggio da uno Stato all’altro e poi rientra da dove era partito, magari deviando per i luoghi confinanti.
Lo smartphone in tasca o in borsa, l’infezione a poche decine di centimetri di distanza, tra le persone che protestano. La stessa distanza tenuta tra un manifestante e l’altro nel corso dei raduni, senza cura del rischio contagio. E per lo più senza dispositivi di sicurezza personale, come testimoniano queste immagini circolate in quei giorni.
E come raccontato dal Guardian, secondo il quale alcuni di questi contestatori, con la violazione del lockdown e il mancato rispetto del distanziamento fisico, avrebbero contribuito alla diffusione del virus nelle aree lontane dai centri urbani, aree rurali in cui il contagio si stava dimostrando basso o assente. Intanto, nel resto degli States la curva epidemica era in continua ascesa.
Alla base di questa tesi, un dato. Quello incontrovertibile proveniente dagli smartphone dei contestatori: la geolocalizzazione di ogni apparecchio.
A fornire i dati alla testata britannica è il Committee to Protect Medicare. Si tratta di informazioni anonime aggregate, acquisite dalle applicazioni installate sui dispositivi mobili di chi ha violato il lockdown per prendere parte alle manifestazioni andate in scena nei cinque Stati Usa. Dati che ai cervelloni di VoteMap sono serviti a tracciare una mappa dei percorsi seguiti dai dimostranti presenti alle proteste.
Solo per fare qualche esempio, citato dal Guardian, gli apparecchi dei proprietari presenti alla manifestazione antilockdown a Lansing, nel Michigan, sono stati tracciati per le successive 48 ore in diverse aree del Paese, dalla centrale Detroit a centri decisamente più sperduti, nel Nord dello Stato.
Dopo un’altra protesta del 19 aprile a Denver, chiamata “Operation Gridlock”, gli smartphone dei dimostranti sono stati registrati al confine con gli Stati vicini — Nebraska, Oklahoma, New Mexico e Utah — confine che hanno poi probabilmente superato, passando per centri poco o affatto toccati dal virus.
Intorno alla fine di aprile, nella Carolina del Nord, almeno uno dei leader delle proteste anti-lockdown è effettivamente risultato positivo al virus ma, non avendo intenzione di tirarsi indietro nella sua battaglia, ha affermato che avrebbe comunque continuato a partecipare alle manifestazioni in programma.
Intanto, gli epidemiologi lanciavano avvertimenti sui rischi che si stavano correndo con gli assembramenti ai raduni. Secondo il Committee to Protect Medicare, i dati raccolti dai dispositivi mobili suggeriscono dunque che le proteste sono state «eventi epidemiologicamente significativi che hanno comportato un alto rischio di infezione».
(da Open)
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Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
10.458 MORTI, SEI VOLTE LA NORVEGIA E LA FINLANDIA
La Svezia ha registrato ad aprile il mese con il più alto numero di morti in quasi trent’anni, secondo statistiche pubblicate ieri. Un totale di 10.458 decessi sono stati registrati nel paese da 10,3 milioni di abitanti ad aprile, ha riferito l’ufficio statistico svedese. Bisogna tornare al dicembre 1993 per trovare più morti in un solo mese.
La Svezia, di fronte all’epidemia di coronavirus, non ha introdotto i blocchi visti altrove in Europa, optando invece per un approccio basato sull’assunzione di responsabilità dei propri cittadini.
Il paese scandinavo ha tenuto aperte le scuole per i bambini di età inferiore ai 16 anni, insieme a caffè, bar, ristoranti e aziende e ha esortato le persone a rispettare le linee guida sul distanziamento sociale.
Ad oggi sono 30.377 i contagi confermati da coronavirus e 3.698 i morti. L’epidemiologo Eric Feigl-Ding su Twitter ha inoltre segnalato che ieri il paese scandinavo è primo nel mondo per morti di Coronavirus in rapporto alla popolazione totale.
In Svezia nelle scorse settimane era in atto una riflessione sulla possibilità di introdurre il lockdown, come avevano chiesto molti scienziati del paese.
“La strategia svedese vuole scongiurare il picco di ritorno che si può registrare dopo il lockdown, una volta riaperta la società ”, ha detto un paio di giorni fa all’ANSA Patrick Bryant, esperto di modelli statistici applicati alla biologia alla Stockholm University, illustrando le ragioni della linea della “mitigazione” che mira ad abbassare la curva dei contagi attraverso una circolazione controllata del virus, senza blindare la società . L’immunità di gregge non è ufficialmente menzionata, ma l’obiettivo appare quello: erigere uno scudo immunitario di massa.
Una strategia pericolosa, eccepisce d’altro canto il matematico Wounter van der Wijngaart: “Stiamo lasciando che i contagi proseguano, con minimi accorgimenti. E questo costerà moltissime morti in più, se ci fossimo fermati anche solo due mesi, per poi ripartire, saremmo stati sicuramente più efficaci”.
Il totale dei decessi resta in effetti sconcertante: con più di 3.700 decessi in una popolazione attorno ai 10 milioni, la Svezia è all’ottavo posto mondiale per mortalità da Covid-19; sei volte la Norvegia o la Finlandia, in proporzione.
“Probabilmente avremmo dovuto sospendere prima i grandi eventi sportivi — il pensiero del bio-informatico Arne Elofsson -. Ma l’errore più grave resta comunque non aver protetto gli anziani nelle case di riposo”: abbandonate ancor più che altrove all’epidemia sullo sfondo dell’apparente convinzione che si trattasse di decidere se cercare di allungare “di pochi mesi” la vita dei più vulnerabili o di dare più ossigeno alla generalità della popolazione. Il tradizionale rapporto di fiducia che nel Paese esiste tra le autorità e la cittadinanza non risulta del resto scalfito neanche in queste circostanze.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IL FATTO E’ ACCADUTO IN UN LOCALE DI VIA TOLEDO, A NAPOLI… IL COMMENTO AMARO DEGLI OPERATORI: “I SUPER-EROI NON DEVONO FARE PIPI”
Un barista di via Toledo a Napoli avrebbe negato l’accesso ai bagni ad un operatore del 118. A
renderlo noto su Facebook con un post dal titolo “I supereroi non devono fare pipì” è stata l’associazione Nessuno Tocchi Ippocrate.
“Una postazione 118 tipo India , libera da intervento, si è fermata in un bar per prendere 2 bottigliette di acqua, dopo aver pagato, il soccorritore chiede di usufruire del bagno (visto che l’ambulanza in questione non ha una postazione fissa con servizi igienici) la risposta del gestore è stata un secco : ‘No, voi non potete usare il bagno!’. Dopo tale rifiuto l’equipaggio, basito e senza replicare, rientra in ambulanza e si allontana. Complimenti al gestore!”.
Il post prosegue: “Per completezza di informazioni riportiamo il decreto Conte: ‘Da lunedì 18 maggio riaprono i negozi di vendita al dettaglio, i servizi legati alla cura della persona, estetisti, ristoranti, bar, pasticcerie, pizzerie, gelaterie, pub, sempre rispettando le misure e i protocolli di sicurezza’. Se un locale è aperto al pubblico deve offrire tutti i servizi! i protocolli di sicurezza citati nel decreto sono il distanziamento sociale, l’igiene delle mani, l’uso di mascherine e guanti. Se il presidente del consiglio ha permesso di sedersi al bar con adeguato distanziamento automaticamente si concede l’utilizzo dei servizi igienici (come si sanificano i tavoli e le sedie si sanificano i bagni)”.
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
“HO SOLO 17 ANNI, NON VOGLIO DIVENTARE UNO SPECULATORE, HO ALTRI PIANI PER IL FUTURO”
A soli 17 anni ha creato un sito web di tracciamento del Covid-19 che oggi conta 30 milioni di utenti giornalieri: Avi Schiffmann, studente dello Stato di Washington, ha però rifiutato 8 milioni di dollari che gli erano stati offerti in cambio della sua creatura. Il motivo? “Non voglio approfittarne”, ha dichiarato.
Ha rinunciato anche ad un posto di lavoro alla Microsoft e ad investimenti pubblicitari.
“Ho solo 17 anni, non mi servono 8 milioni di dollari, non voglio diventare uno speculatore”, ha dichiarato il 17enne alla stampa. “Molti mi dicono che rimpiangerò questa decisione, ma ho altri piani per il futuro”, ha aggiunto.
Da quando il suo sito è online, oltre 700 milioni di utenti unici lo hanno visitato. E invece che affidarsi alle entrate pubblicitarie, Schiffmann ha preferito aprire una sottoscrizione volontaria, pur di mantenere la sua autonomia.
Ma in cosa consiste il sito da lui fondato? Si tratta di un unico luogo virtuale in cui trovare tutte le informazioni sul Covid-19, costantemente aggiornate con statistiche divise per paesi, mappe, numero di morti e di contagi.
“Spero che in futuro strumenti come questo vengano creati direttamente dall’Organizzazione mondiale della Sanità – ha affermato qualche tempo fa a Business Insider -. La responsabilità di creare questi ‘tool’ non dovrebbe essere di un ragazzino a caso, ma delle persone che si occupano per lavoro di statistiche”.
(da agenzie)
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Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile
“ACELOR-MITTAL NON GARANTISCE IL FUTURO DELLA SIDERURGIA ITALIANA”
Sono gli stessi operai che qualche settimana fa combattevano la sacrosanta battaglia per la difesa
della salute. Oggi sono uno accanto all’altro con la mascherina) per difendere il proprio lavoro. A Genova, davanti agli stabilimenti della ex Ilva, i caschi gialli hanno manifestato contro la nuova cassa integrazione annunciata dall’azienda (a Genova e a Taranto dove c’è la più grande acciaieria d’Europa) e con la drammatica crisi del gruppo siderurgico italiano che ArcelorMittal e il governo non sono ancora riusciti ad affrontare, nonostante l’accordo raggiunto a marzo per una partnership pubblico-privato e per una trasformazione green degli impianti.
E’ di questi giorni, peraltro, la notizia della mancata assegnazione alla ex Ilva da parte dell’esecutivo, di una garanzia pubblica (in base al decreto Rilancio) per un prestito da 400 milioni di euro. Una ulteriore doccia fredda per gli oltre 10.000 addetti del gruppo e per le migliaia di lavoratori delle aziende dell’indotto.
Quella di Genova è la prima, grande protesta di piazza al tempo del coronavirus, e rappresenta plasticamente il dramma di un conflitto d’interessi (ambedue irrinunciabili) che in Italia non si è mai risolto e ora è ancora più pesante: il diritto al lavoro da una parte, quello alla salute dall’altro. Nel resto d’Europa quel nodo è stato sciolto da anni, con industria siderurgica e ambiente che convivono. Nel nostro Paese, come sanno bene gli operai dell’Ilva e i cittadini di Taranto, sembra un’utopia.
La manifestazione e lo sciopero sono stati organizzati dai sindacati dei metalmeccanici (Fim, Fiom e Uilm), dopo che l’azienda ha negato l’assemblea dei lavoratori programmata e nella quale le organizzazioni sindacali avrebbero voluto informare i lavoratori sulla situazione dell’acciaieria.
“Il ministro Patuanelli – dice Rocco Palombella, leader della Uilm – non può continuare ad eludere l’appello dei sindacati. La situazione dell’ex Ilva ha raggiunto il punto di non ritorno. Il ministro deve immediatamente prendere atto che ArcelorMittal non può garantire il futuro della siderurgia in Italia”.
(da agenzie)
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