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IL PENTITO DE SIMONE: “BONAFEDE NON ALL’ALTEZZA, COME FA A NON DIMETTERSI?”

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

L’EX KILLER DEL CLAN DEI CASALESI: “TUTTO E’ INIZIATO CON QUELLA CIRCOLARE DEL DAP”

“Per le istituzioni è stata una figura pessima, un segnale grave. Zagaria sarebbe uscito tra qualche anno, ma così è stato un messaggio devastante per la credibilità  delle istituzioni”.
Parla così Dario De Simone, pentito del clan dei Casalesi, killer di camorra, che conosce bene i Zagaria sia Pasquale che il fratello Michele, al vertice del clan. Lo fa in esclusiva a TPI.
“Come fa a restare al suo posto il ministro? Se avessero scelto Di Matteo sarebbe successo un bordello nelle carceri, ma i casini si fanno sotto terra, mica le proteste le fanno i boss”.
De Simone si è pentito nel 1996, le sue dichiarazioni sono state importanti per mandare alla sbarra i capi del clan dei Casalesi.
“Il direttore del Dap (l’amministrazione penitenziaria, ndr) e il ministro non sono stati all’altezza. Con la lotta alle mafie non si scherza. Di Matteo — conclude De Simone — avrebbe dovuto parlare subito, ma da questa storia gli unici a pagare sono i familiari delle vittime e la giustizia”.
La circolare del 21 marzo
Non solo Pasquale Zagaria insieme ad altri due detenuti al 41 bis sono andati ai domiciliari, ma anche altri 495 tra vertici e affiliati, fino all’8 maggio, sono usciti dagli istituti di pena: tutti mafiosi ed ex 41 bis
Alcuni detenuti, dopo il decreto riparatorio del governo, stanno tornando in carcere, in strutture adatte per garantirne la cura, a dimostrazione che era possibile una soluzione alternativa ai domiciliari.
Ma quando inizia questo disastro? E di chi è la colpa? Questa vicenda ha portato le forze di opposizione a presentare una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. La data centrale è il 21 marzo proprio il giorno in cui ogni anno l’associazione Libera ricorda le vittime dei clan.
Quel giorno il Dap invia a provveditori e direttori degli istituti penitenziari una circolare che invita le direzioni a comunicare con solerzia alle autorità  giudiziarie “il nominativo del ristretto che dovesse trovarsi nelle predette condizioni di salute”, elencando diverse patologie e tra queste anche l’età  (“persone di età  superiore ai 70 anni”).
A confermare la centralità  della circolare nel disastro gestionale è Maria Vittoria De Simone, procuratore aggiunto presso la Direzione nazionale antimafia durante un convengo online organizzato dal centro culturale Gesù nuovo: “Quella circolare ha innescato tutto. Abbiamo accertato che le relazioni dei gruppi di osservazione e trattamento sulle istanze che a centinaia venivano presentate dai detenuti si esprimevano nel senso che le pregresse condizioni dei detenuti, anche la sola età , e il possibile rischio di contagio rappresentavano una condizione tale da consigliare la scarcerazione”.
Insomma quella circolare ha creato le condizioni per le centinaia di scarcerazioni di mafiosi ed ex 41 bis.
Il ministro Alfonso Bonafede ha continuato a difendere il suo operato precisando che le “scarcerazioni dei boss sono state decise dai magistrati non dal governo”.
In realtà  le circolari, le mancate risposte, la disastrosa gestione del Dap, che dipende dal Ministero della Giustizia, sono centrali per capire il disastro. Basta ascoltare i magistrati da sempre in prima linea contro il crimine organizzato per capirlo.
“Bastava organizzare le strutture carcerarie diversamente e assicurare le cure”, osserva il procuratore aggiunto De Simone.
A bocciare la gestione del Dap arrivano anche le parole del magistrato anticamorra Giovanni Conzo, procuratore aggiunto alla Procura di Benevento, che durante il convegno citato ha dichiarato: “Il Dap di solito ha sempre risposto, questo Dap (in riferimento alla gestione Basentini, ndr) non ha risposto. Si è creato un corto circuito”.
Conzo aggiunge: “Si devono allestire centri di cura all’interno delle carceri, non vedo perchè si sono aspettati tre mesi. Anche in pochi giorni si possono allestire questi servizi”. Poi attacca sulle scelte: “Siamo stanchi di vedere nomine non fondate sulla capacità , competenza, trasparenza e sul percorso. Abbiamo tantissimi magistrati, direttori di carcere che hanno competenze enormi. Bisogna scegliere non in base agli amici, ma in base alla preparazione”.
Quella circolare è stata la strada adottata per affrontare il sovraffollamento, ma soprattutto una risposta a quello che era accaduto a inizio marzo con le rivolte nelle carceri su cui indagano le distrettuali antimafia.
Le rivolte e i sequestri degli agenti
In un carcere, quello di Fuorni, a Salerno, i detenuti, durante le rivolte, presentarono una richiesta scritta composta da 8 punti. Al punto 7 c’era scritto: “Sollecitare i tribunali a concedere pene alternative in modo tale da concedere ad ogni ristretto in questo istituto di scontare la propria pena ai domiciliari in modo tale da poter contrastare e prevenire o meglio curare l’emergenza Coronavirus che sta circolando e invadendo il nostro sistema”.
Richieste che arrivavano anche da associazioni e garanti perchè il sovraffollamento è una indecenza cronica di questo paese, affrontata con l’ennesimo svuota-carceri che il governo approva il 17 marzo, pochi giorni dopo le rivolte.
Una delle rivolte più cruente scatta nel carcere di Melfi. Si rivoltano i detenuti dell’alta sicurezza. “Per dieci ore, dieci, colleghi e personale vengono sequestrati. Sequestrati”, racconta a TPI un agente penitenziario che era presente. “Quei colleghi, per i traumi subiti, non sono ancora tornati in servizio. Lo Stato ha mostrato il suo lato debole. Il giusto resta il giusto, ma lo Stato non si può piegare così”.
“Nel momento in cui il Dipartimento chiede agli istituti di segnalare detenuti con alcune patologie e anche solo con età  superiore ai 70 anni significa che si creano le condizioni per favorire le scarcerazioni di massa. È scandaloso, è evidente il collegamento con le rivolte”.
E dal carcere di Melfi sono andati ai domiciliari, secondo l’elenco che TPI ha letto, cinque detenuti. Durante le rivolte ci sono stati 14 morti tra i reclusi. Dopo le rivolte è arrivato prima lo svuota-carceri e poi la circolare contestata. Il 21 marzo arriva, insomma, la svolta che non andava nella direzione di alleggerire le carceri affollate, ma nei fatti ha consentito a pericolosi criminali di andare ai domiciliari in assenza di un piano per cure e assistenza in reparti ospedalieri dedicati. Da qui il disastro.
“È passata l’idea — conclude Maria Vittoria De Simone — che l’esistenza di una emergenza sanitaria legittimasse il Dap e, in ultima battuta i magistrati, che fosse sufficiente la presenza di pregresse patologie per creare una situazione di incompatibilità  con la detenzione carceraria. Non è così perchè le norme non lo prevedono”.
Ma è quello che è successo scrivendo una pagina nera nel contrasto alle organizzazioni criminali.

(da TPI)

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LA TRATTATIVA SUI POSTI DI GOVERNO IN CAMBIO DELLA FIDUCIA A BONAFEDE

Maggio 20th, 2020 Riccardo Fucile

ITALIA VIVA VUOLE ESSERE PIU’ RAPPRESENTATA AL GOVERNO

Sono due le mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che saranno discusse oggi.
La prima è quello presentata da +Europa e da Azione di Carlo Calenda, secondo la quale Bonafede ha manomesso i principi del giusto processo, non ha rispettato gli impegni presi con la sua riforma, ha favorito una forma di processo “inquisitorio” con la nuova disciplina delle intercettazioni, è stato incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine al Csm ed ha contribuito a sollevare enormi polemiche con la vicenda legata alla scarcerazione dei boss.
La seconda mozione è presentata dalla Lega e si concentra soprattutto sulla vicenda dei boss liberati a causa dell’emergenza legata alla diffusone del Covid 19 e sul caso della “mancata nomina” di Nino Di Matteo a capo del Dipartimento Affari penitenziari. E all’interno della compagine di governo si litiga.
Il Corriere della Sera scrive oggi che ad aver fatto saltare i nervi al Partito Democratico nella maggioranza sono state le voci sui posti al governo che i renziani avrebbero chiesto a Conte: si è parlato di Gennaro Migliore (o Lucia Annibali) come sottosegretario alla Giustizia e di Luigi Marattin alla presidenza della commissione Bilancio della Camera.
Ma sono appunto voci, che Palazzo Chigi non conferma e che Italia Viva smentisce: «Proposte che ha fatto Conte, non certo noi».
A sentire i dirigenti di Italia Viva di tutt’altro si è parlato durante gli incontri di piazza Colonna, quando Maria Elena Boschi – il cui nome rimbalza nei totoministri di un possibile rimpasto –è salita a incontrare prima il capo di Gabinetto Alessandro Goracci e poi lo stesso Conte.
E qui la storia si fa bizzarra. Perchè Italia Viva esulta, in Parlamento tutti ne discutono eppure Palazzo Chigi non conferma l’incontro con la capogruppo di Italia Viva.
E basterebbe questo per descrivere i rapporti tra il capo del governo e l’ex premier.
Da mesi il presidente del Consiglio cerca una via per governare senza il suo sostegno, ma ancora non la trova: i numeri al Senato sono troppo critici per cercare maggioranza alternative o affidarsi alla stampella di fantomatici «responsabili». E così Conte, cui l’arte della diplomazia non fa difetto, tenta la strada del pieno riconoscimento.
Nella maggioranza che sostiene Conte tutti sono convinti che il governo oggi non cadrà , «il governo è solido», assicura Luigi Di Maio. Ma qualche filo di tensione c’è: perchè i voti sulle mozioni di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, se i 17 senatori renziani uscissero dall’aula, sarebbero sul filo: 142 pari. Certo, servirebbe la mossa tattica di Salvini e Meloni di confluire a sorpresa sulla mozione garantista della Bonino per produrre questo colpo.
Il Pd ha fatto sapere a Renzi che si tratta di un voto sul governo, non su Bonafede. “Se lo sfiduciano si apre una vera crisi per l’esecutivo, non c’è dubbio”, ha scandito a Un Giorno da pecora il capogruppo dem alla Camera, Graziano Delrio.
Ma per il Pd non è il momento di far cadere Conte. E in assenza di un piano B anche Renzi studia una strategia. Per esempio, potrebbe far mancare qualche voto. Senza arrivare allo show down. Oggi parlerà  subito dopo Bonafede.
Antonio Padellaro sul Fatto ironizza sulle conseguenze politiche di un’eventuale sfiducia al ministro della Giustizia:
“A nostro modesto avviso, il premier potrebbe tranquillamente respingere il ricatto del palo della banda dell’ortica senza particolari conseguenze. Mettiamo però il caso che al piromane per caso sfugga un cerino acceso e che il Paese apprenda che il governo, oplà  non c’è più, e che di conseguenza tutti gli orripilanti decreti contenenti i miserevoli 55 miliardi di aiuti alla popolazione siano rinviati a data da destinarsi. Nella nostra perversione vorremmo che fosse lo stesso Renzi a spiegarlo agli italiani (magari da un bunker sotterraneo protetto da teste di cuoio), per vedere l’effetto che fa.   Licenziato l’avvocato pugliese, non così sgradito alla maggioranza degli italiani (ma sono dettagli), e dopo essermi ben apparecchiato con patatine e popcorn, mi godrei: a) la ricerca immediata di un De Gaulle della Provvidenza, come auspicato dai più esimi editorialisti; b) in assenza di un generale a portata di mano, la successiva processione nel casale umbro di Mario Draghi che, qualcosa mi dice,potrebbe anche sciogliere i cani; c) l’appassionante lettura delle testate Fca, una volta che il prestito di 6 miliardi e rotti, già  proposto dal governo dell’inadeguato premier evaporasse come rugiada di primavera”
La caduta è improbabile.

(da “NextQuotidiano”)

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