Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
CONTESTANO LE MISURE DI CONTENIMENTO
Il Fatto Quotidiano oggi racconta in un articolo a firma di Uski Audino la protesta dei complottisti contro le misure di contenimento della pandemia da coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19 decise dal governo federale e ora in fase di allentamento.
Anche ieri, come sabato scorso, sono state decine le dimostrazioni in diversi Land: a Stoccarda erano 5.000, a Monaco sul pratone dell’Oktoberfest la polizia ne ha lasciati entrare 1.000. Ma anche Colonia e Berlino si è tornati in piazza.
Nella capitale ci sono stati assembramenti davanti alla Porta di Brandeburgo, al Reichstag e ad Alexanderplatz, senza lesinare in tafferugli. Nel mirino delle proteste le limitazioni dei diritti fondamentali garantiti dalla costituzione, dalla libertà di assembramento alla limitazione del diritto all’istruzione, e le bugie del governo che terrebbe nel cassetto piani nascosti, come la volontà di vaccinare l’intera popolazione.
Il dato di assoluta novità per la Germania è la composizione di questa protesta. Estremisti di destra, con tanto di teste rasate e vessilli del Reich millenario, si sono trovati a dimostrare accanto a persone che, avvolte nella bandiera della pace facevano la posizione del loto in mezzo alla strada, di fronte allo sgombero della polizia.
Vip eclettici come il cuoco vegano Attila Hildmann, sostenitore di teorie del complotto, hanno dimostrato insieme a elettori di estrema sinistra preoccupati dalle limitazioni dei diritti garantiti dalla costituzione.
E ancora, scettici della comunicazione mediatica dei dati scientifici, come il movimento Resistenza 2020 e i novax, hanno protestato insieme a ex cittadini della Ddr che rivendicavano il loro sacrosanto diritto di manifestare.
Il Fatto sottolinea che a unire persone di provenienza tanto diversa una sola certezza: l’emergenza coronavirus è stata un’invenzione, in realtà non c’è mai stata.
La convinzione comune a tutti è che dietro le misure di contenimento si nascondano manovre diversive per instaurare un regime autoritario. Lo chiamano “il paradosso della prevenzione”. In pratica questi dicono le stesse cose che dice la deputata con stipendio a carico nostro Sara Cunial. Peccato che al Fatto non se ne siano accorti in tempo quando è stata candidata dal MoVimento 5 Stelle.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
GIUSEPPE IPPOLITO: “TANTE RIAPERTURE TUTTE INSIEME PORTANO IL RISCHIO CHE RIPARTA L’EPIDEMIA”
“Adesso bisogna fare attenzione alla seconda ondata. Tante riaperture tutte insieme portano con sè
il rischio che l’epidemia riparta”, è quanto sottolinea in un’intervista a “La Repubblica”, Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’istituto Spallanzani di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico.
“Più persone in giro, più contatti sui mezzi pubblici e nei negozi, nelle aziende e al ristorante — prosegue-rendono fondamentale il rispetto delle misure di prevenzione. Altrimenti nel giro di poco tempo ci troveremo a chiudere di nuovo tutto“.
“Dobbiamo avere ben chiaro che è fondamentale il monitoraggio dalla situazione, che deve essere fatto con la massima attenzione ai dati. Questi debbono essere affidabili, tempestivi e disponibili per tutti con il massimo livello di dettaglio. Saranno queste le basi di un nuovo patto nel Paese per il controllo della malattia”, conclude.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL PARAMETRO DEL 30% DI POSTI OCCUPATI IN TERAPIA INTENSIVA
Manca poco. Nonostante il ritardo nella definizione delle norme da seguire, l’Italia sta per ripartire. Eppure il rischio c’è ancora. Come è ben chiaro.
Ed è un rischio noto, quantificabile sui numeri. Un’impennata nella curva dei contagi potrebbe portare a nuove chiusure, come già successo in altre parti del mondo, dai focolai della Germania, ai bar di Seul, passando al ritorno al lockdown totale del Libano.
Ma qual è la soglia? Il numero da cui iniziare a pensare alla temuta “seconda ondata”? Questa domanda pesa soprattutto sulla Lombardia, una regione che non è solo quella più colpita dal Coronavirus, ma anche quella con più abitanti di tutto il Paese.
La prima risposta è che non esiste un indicatore che da solo basti a segnare il ritono alla Fase 1. Esistono piuttosto una serie di alert, lampadine che si accendono su diversi indicatori e che insieme possono spingere regioni e governo a progettare nuovi lockdown. I parametri scelti sono contenuti in un decreto firmato dal ministro della Sanità Roberto Speranza il 30 aprile.
Si va dal numero di casi sintomatici notificati ogni mese alla percentuale di tamponi positivi, passando per il numero di nuovi focolai registrati a quello di accessi in Pronto soccorso con una classificazione riconducibile al Covid-19. Uno di quelli più chiari, e più importanti, è la percentuale di posti in terapia intensiva occupati da pazienti Covid-19. Una percentuale che non deve superare la soglia del 30% sul totale dei letti disponibili in questi reparti.
Questo sistema di alert serve a evitare «una minaccia sanitaria costituita dalla trasmissione non controllata e non gestibile di SARS-CoV-2».
Bisogna però specificare una cosa. È difficile, considerato che la situazione è diversa in ogni regione, che si torni a un lockdown totale. Più facile, come successo in Germania, che la strategia sia quella di individuare i nuovi focolai per creare delle zone rosse prima che il virus ricominci a diffondersi.
Quanto è vicina la Lombardia alla soglia di allarme?
Prima dell’inizio dell’emergenza, in Lombardia c’erano circa 730 posti in terapia intensiva. Dopo i primi casi registrati, si è capito che questi reparti erano il vero problema della gestione sanitaria della crisi e così sono cominciate le operazioni per aumentarli. In poche settimane quel numero è passato da 730 a quasi 1.400, il doppio.
Interi reparti ospedalieri sono stati stravolti, le sale operatorie hanno cambiato destinazione ed è cominciata una ricerca dei respiratori e delle mascherine in tutto il mondo. A un certo punto nemmeno tutti quei nuovi posti sembravano bastare: il 3 aprile il numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva in tutta la Lombardia era arrivato a 1381.
Poi le misure di contenimento del contagio hanno mostrato i loro risultati ed è cominciata la discesa che ha portato al dato del 16 maggio: 268 pazienti ricoverati in terapia intensiva, mai così pochi dall’inizio di marzo.
Come si legge nel grafico, quel 30%, che dovrebbe segnare il primo alert per la sospensione della Fase 2, corrisponde in Lombardia all’occupazione di 420 posti di terapia intensiva da parte di pazienti Covid-19.
Una soglia sotto cui si è scesi l’8 maggio, quando questo indicatore è arrivato a 400. Al momento la percentuale di posti occupati da pazienti Covid-19 è poco meno del 20%: 19,14%.
I prossimi giorni saranno decisivi. Si capirà davvero quali saranno gli effetti delle prime misure di allentamento del lockdwon e soprattutto si capirà se sarà possibile contenere il virus ricominciando a fare quasi la stessa vita di prima. L’attenzione resta alta, come si può leggere a pagina 6 della delibera firmata dalla Giunta regionale lombarda lo scorso 7 maggio, in cui si decide che nessun posto di terapia intensiva allestito per l’emergenza potrà essere smantellato fino a nuovo ordine:
«Si delibera che le strutture di ricovero e cura dovranno mantenere attive le aree temporanee già costituite per far fronte all’emergenza epidemiologica onde poter disporre, nel caso di nuovi picchi di contagio, di aree già attrezzate a farvi fronte».
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IN RUSSIA 10.000 CONTAGI IN UN GIORNO: BALZA AL SECONDO POSTO DOPO GLI USA TRA LE NAZIONI CON PIU’ CONTAGIATI… SITUAZIONE DIFFICILE ANCHE IN INDIA
Hanno superato i 4 milioni e mezzo i casi di contagio da Coronavirus nel mondo, mentre il bilancio
delle vittime è salito a più di 300mila secondo i dati della John Hopkins University. Il Paese più colpito sono ancora gli Stati Uniti con 1 milione e quasi 500mila casi. Il numero dei morti è di 89mila.
Tra le Nazioni con il maggior numero di casi seguono la Russia, il Regno Unito e il Brasile.
La Cina sta per affrontare una seconda ondata di contagi. Ne è certo il pneumologo Zhong Nanshan, a capo del gruppo di esperti consiglieri del governo cinese sull’epidemia di Covid19. In un’intervista alla Cnn il medico ha sottolineato che il Paese si trova davanti a una grande sfida.
Nella provincia nord orientale di Jilin, regione che confina con la Corea del Nord, 8mila persone sono state messe in quarantena. Il nuovo focolaio arriva dalla città di Shulan dove sono stati segnalati nuovi casi da quando il Paese ha cominciato gradualmente a riaprire. La scorsa settimana, la città ha avviato «misure draconiane» per combattere le nuove infezioni ed è stato defenestrato il capo locale del Partito comunista, Li Pengfei.
Russia
Nelle ultime 24 ore la Russia ha registrato quasi 10mila nuovi casi di contagi. La Federazione russa è dopo gli Stati Uniti il Paese più colpito dall’emergenza Covid19. Il numero totale dei malati è salito a 281.753. Le vittime sono 2.631
America Latina
Nessuna frenata di contagi in America Latina. In meno di tre giorni — secondo una stima dell’ANSA — i casi positivi sono cresciuti di 77mila unità , superando il mezzo milione e raggiungendo quota 501.954. Il bilancio delle vittime è invece di 28.523.
Il Brasile continua a essere il Paese più colpito con il 45% dei contagi e oltre la metà dei morti (15.633). Il Brasile è inoltre salito al quarto posto nel mondo dietro a Stati Uniti, Russia e Regno Unito, superando così la Spagna.
Seguono Perù con 88.541 casi contagi e 2.523 morti, e Messico (47.144 e 5.045).
Stati Uniti
Oltre oceano gli Stati Uniti continuano a registrare migliaia di casi. Nelle ultime 24 ore il bilancio dei contagi è aumentato di 25mila unità e di altre 1.224 vittime. In tutto le persone contagiate sono almeno 1.467.884 mentre il bilancio delle vittime è salito a 88.754.
India
Sono quasi 5mila i nuovi casi di contagio registrati in India nelle ultime 24 ore. Secondo il ministero della Salute, in totale i casi positivi sono 90.927, comprese 2.872 vittime. In soli due giorni l’India ha visto un aumento dei casi da 80.000 a 90.000.
(da Open)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
DAL 3 GIUGNO RIAPRONO LE FRONTIERE DELL’ITALIA SENZA QUARANTENA, MA PER ORA NON CI SONO STATI CHE FARANNO ALTRETTANTO NEI NOSTRI CONFRONTI
L’Italia ha già deciso che dal 3 giugno riaprono le frontiere italiane a tutti i cittadini dell’area Schengen senza distinzioni, senza quarantena e senza autocertificazione. E domani il ministro degli Esteri Luigi Di Maio cercherà di aprire canali simili anche con gli altri Paesi Ue nella videoconferenza che si terrà sull’argomento tra i ministri degli Esteri europei. L’obiettivo è usare le prossime due settimane per arrivare a un’uscita totale dal confinamento in modo coordinato come anche auspicato dalla Commissione europea. Il problema è che sarà molto difficile.
Spiega oggi il Corriere della Sera:
Per la Commissione è fondamentale il principio di non discriminazione: se uno Stato membro decide di permettere di viaggiare all’interno del proprio territorio o in specifiche regioni del proprio territorio, deve farlo in modo non discriminatorio consentendo l’accesso a chi proviene da tutte le aree, regioni o Paesi che nella Ue hanno una situazione epidemiologica simile e in cui «vi sono capacità sufficienti in termini di ospedali, test, sorveglianza e monitoraggio di contatti».
Alcuni Stati Ue si stanno già muovendo e stanno aprendo le frontiere ai Paesi confinanti. L’Italia al momento è però esclusa.
Dalla mezzanotte di ieri, ad esempio, l’Austria riaprirà le frontiere con la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria.
I controlli ai confini saranno allentati e questo consentirà la libera circolazione delle persone e delle merci e migliorerà la situazione per i pendolari e per chi vive nelle zone prossime alla frontiera.
L’Austria tre giorni fa aveva già riaperto le frontiere con Germania, Liechtenstein e Svizzera. Ma ha ribadito la chiusura delle frontiere conl’Italia se non per motivi di lavoro e traffico merci.
Anche l’Italia non le ha ancora allentate nei confronti di Vienna e degli altri Paesi Ue, ma dal 3 giugno sarà diverso. La Slovenia, primo Paese ad avere dichiarato la fine dell’emergenza, inizialmente ha annunciato confini aperti ai cittadini Ue per poi precisare che servono prima negoziati bilaterali con i vicini. Quindi proseguirà i controlli alle frontiere.
Con la Grecia i collegamenti aerei con l’Italia sono sospesi fino al 31 maggio e come ricorda il sito dell’ambasciata d’Italia ad Atene, in base alla normativa vigente in Italia, sono vietati i viaggi e gli spostamenti per turismo dall’Italia all’estero.
Lo sforzo diplomatico è quello di arrivare a una riapertura totale delle frontiere da metà giugno. Fino al 15 sono chiusi i confini per chi viene da Paesi extra Ue.
(da agenzie)
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Maggio 17th, 2020 Riccardo Fucile
LEDONO I DIRITTI UMANI E VIOLANO IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA
In occasione della giornata internazionale contro l’omofobia di oggi, domenica 17 maggio, il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiede di “promuovere il contrasto alle discriminazioni, la lotta ai pregiudizi e la promozione della conoscenza riguardo a tutti quei fenomeni che, per mezzo dell’omofobia, della transfobia e della bifobia, perpetrano continue violazioni della dignità umana». Lo fa con un messaggio pubblicato sul sito del Quirinale.
Nella nota, Mattarella ricorda che «le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale».
Lo Stato, assicura il presidente, deve «garantire la promozione dell’individuo non solo come singolo, ma anche nelle relazioni interpersonali e affettive. Perchè ciò sia possibile,tutti devono essere messi nella condizione di esprimere la propria personalità e di avere garantite le basi per costruire il rispetto di sè. La capacità di emancipazione e di autonomia delle persone è strettamente connessa all’attenzione, al rispetto e alla parità di trattamento che si riceve dagli altri».
Infine, la condanna dei tanti episodi di violenza denunciati: «Operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonchè di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».
(da agenzie)
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Maggio 16th, 2020 Riccardo Fucile
“E’ UNA TORTURA MORALE ASCOLTARE IL TRIBUNO DI QUESTA SPORCA DESTRA XENOFOBA”
C’è miracolo e miracolo, diceva Troisi in “Ricomincio da tre”, e far ricrescere la mano a un monco è troppo anche per il Padreterno.
In compenso, si possono far drizzare i capelli in testa a un calvo. E’ quel che accade a Franco Cardini, uomo di destra, ogni volta che Salvini apre bocca.
E’ una tortura morale, ha detto ieri al Foglio, ascoltare il tribuno di questa “sporca destra xenofoba” che coltiva un anti islamismo caricaturale, si affida a ceffi come Steve Bannon e insegue strampalerie monetarie.
Cardini ha rievocato le avventure editoriali del conservatorismo intelligente, le ha comparate al vuoto di oggi e si è depresso: “I leader, i partiti si giudicano da quello che scrivono. Cosa scrive Salvini? Cosa scrive la Lega?”.
Ma per scrivere serve appunto la destra, e ridarla a un monco non si può.
L’èlite intellettuale (diciamo) della nuova egemonia non è composta da professori, ma dagli invasati dei talk-show.
Giorgia Meloni si affida a Mario Giordano e ad Alessandro Meluzzi, ossia a un matto urlante sul monopattino e a un primate ortodosso autocefalo (suona come una trafila di insulti, ma è proprio così).
Salvini ha reclutato i suoi gorilla dalla Gabbia di Paragone.
E la cultura? Ripenso a un panel del convegno “Europa Sovranista”, organizzato l’anno scorso dal think tank Nazione Futura. Tema: “Che cos’è il sovranismo?”. Ne parlano: Paolo Becchi, Maria Giovanna Maglie, Ilaria Bifarini.
Roba da far drizzare i capelli a un calvo, ma non certo da far rispuntare la mano a un monco
(da “il Foglio”)
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Maggio 16th, 2020 Riccardo Fucile
E SUI SOCIAL IMPAZZANO GLI SFOTTO’… LE MASCHERINE SONO EFFETTIVAMENTE PRODOTTE IN MAROCCO DA UN’AZIENDA PIEMONTESE NEL SUO STABILIMENTO DELOCALIZZATO NEL PAESE ARABO
Stanno arrivando in questi giorni nelle buche delle lettere, pur con i ritardi denunciati
dall’assessore torinese Alberto Unia, le mascherine gratuite della Regione Piemonte prodotte, come annunciato diverse settimane fa dalla giunta a trazione Lega, da tre aziende piemontesi a cui è stata affidata la realizzazione di ben 5 milioni di pezzi. Tuttavia molti non hanno potuto non notare che, a dispetto della scritta di sapore autarchico sulla busta intestata Regione Piemonte, “prodotto e confezionato da aziende Piemontesi”, su molte mascherine la scritta sull’etichetta non lascia dubbi: “Made in Marocco”.
Risultato, valanghe di ironie e critiche sui social, a partire da Facebook dove è stato due giorni fa lo stesso Mauro Salizzoni, ex re dei trapianti di fegato e ora vicepresidente Pd del Consiglio regionale, a puntualizzare: “Io, residente a Torino, non ho ancora ricevuto la mascherina della Regione. E voi? Lasciate un commento qua sotto dicendomi se vi è arrivata e, se volete, il comune di residenza (oppure mandatemi un messaggio in privato). Vedo da queste foto, che circolano in rete, che l’operazione autarchica sta andando sempre più a bagno”, e il riferimento è appunto alla famosa etichetta “Made in Marocco”.
Oggi a rincarare la dose è stato Carlo Bogliotti, direttore editoriale di Slow Food Edizioni: lui la mascherina l’ha ricevuta e sempre su Facebook scrive ironicamente “Ho ricevuto grazie all’amministratore di condominio le mascherine promesse dalla Regione Piemonte. Molto gradite e anche comode, ne avevo bisogno e sono contento e grato di averle a disposizione mia e dei miei famigliari. Solo non pensavo che il Marocco fosse in Piemonte…”.
Dalla Regione si fa notare che sulla busta intestata non c’è scritto “prodotto e confezionato in Piemonte” ma “da aziende piemontesi”, ed ecco il punto, che pur si presta a equivoci e battute: parte delle mascherine realizzate da Miroglio, una delle tre aziende produttrici – 350mila pezzi su due milioni – esce effettivamente dallo stabilimento che il gruppo di Alba ha a Casablanca, in Marocco.
Non piemontesi, insomma, ma comunque “griffate” Miroglio
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 16th, 2020 Riccardo Fucile
“LA DESTRA ITALIANA E’ FINITA, LA LEGA NON E’ MAI STATA DI DESTRA, SALVINI E’ UN RADICALE TROZKISTA, I LIBERALI NON ESISTONO, LA MELONI PENSA SOLO A FARE IL VERSO A SALVINI
“Più veloce, più organizzata, con il senso del tragico”. Secondo il politologo Alessandro Campi queste le ragioni per cui “la pandemia ha colto le democrazie impreparate”.
E più che alla politica, “troppa concentrazione di poteri all’apparato tecnico-burocratico. Passata la paura, quando sarà finita, non ci ricorderemo di Conte, ma di Burioni e di Arcuri, della Capua e di Borrelli. Con il rischio che si affermi la visione di uno Stato grande elemosiniere e di un vassallaggio alla Cina”.
Campi, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia, è in libreria con “Dopo. Come la pandemia può cambiare la politica, l’economia, la comunicazione e le relazioni internazionali” (Rubbettino).
Se per democrazia ci limitiamo a intendere il meccanismo attraverso cui si arriva alla decisione politica, qual è lo stato della democrazia in Italia?
Democrazia implica, come diceva già Tocqueville, l’homo democraticus. Prima di essere un sistema di regole essa è un abito mentale, un atteggiamento che si può sintetizzare nella massima: l’unità nella differenza cioè la convivenza pacifica tra idee diverse, gli interessi parziali che trovano una composizione nell’interesse generale. Già si vede che quest’abito in molte democrazie consolidate è venuto meno da un pezzo: la comunicazione digitale da questo punto di vista ha inferto un colpo mortale all’ethos civile democratico. L’immagine canonica e virtuosa dell’opinione pubblica democratica implica cittadini responsabili che si informano e discutono tra loro mossi dal senso critico. Ma questo santino sociologico semplicemente non esiste più: il dibattito pubblico (peraltro fortemente inquinato dalle false notizie) è ormai una battaglia all’ultimo insulto a partire dai pregiudizi che nutrono le nostre poche e spesso malsane idee. Chi è disposto oggi a cambiare idea per aver letto un articolo o per essersi confrontato liberamente con qualcuno? In seconda battuta, la democrazia è lo strumento attraverso cui scegliamo chi deve governarci. Ma se salta la capacità di mediazione tra istituzioni e società operata tradizionalmente dai partiti, se i luoghi di formazione dei gruppi dirigenti smettono di funzionare, allora ai vertici della rappresentanza e del governo può arrivare chiunque: avventurieri della peggiore specie o semplici avventizi senz’arte nè parte (anche se nobilitati dal bollino “società civile”).
La non-decisione, ovvero la crisi di funzionalità , di cui soffrono le democrazie contemporanee è il frutto, in gran parte, di questa doppia deriva: un popolo rissoso e fazioso, sempre più polarizzato senza nemmeno il conforto delle vecchie ideologie, che si sceglie rappresentanti incompetenti, o che periodicamente si affida — salvo restarne delusa — a questo o quel “salvatore della patria”. Oggi è il turno di Conte, nell’attesa che ci si stanchi anche di lui.
C’era un problema precedente all’emergenza pandemia, o la pandemia ha peggiorato la situazione, ha creato una distorsione e un abuso della decretazione d’urgenza? O l’urgenza era necessaria?
Prima della pandemia c’era il governo breve, ovvero lo sguardo corto di tutti i leader politici democratici. Preoccupati solo della loro rielezione e di lisciare il pelo al popolo con discorsi vuoti e promesse, non riuscendo più a dare risposte alle crescenti domande sociali. E impegnati solo a comunicare, comunicare, comunicare. Lo scoppio della crisi sanitaria ha semplicemente mostrato questo: nessun governo, nessun leader si era preoccupato di ragionare o programmare guardando al futuro. Anche perchè i cicli politici ormai si sono accorciati (così come si è drammat icamente ristretta la torta di spesa pubblica da redistribuire). Tolta la Merkel, e tolti naturalmente i leader autoritari, i capi di governo ormai durano lo spazio di pochi anni: vanno e vengono divorati da quello stesso popolo che prima li ha scelti.
La pandemia ha colto le democrazie impreparate: perchè lavorano politicamente ormai su tempi brevi (quelli imposti dalla comunicazione in rete), perchè hanno procedure decisionali per definizione lente (un handicap quando la velocità nelle risposte diventa decisiva) e, aggiungo, perchè essendo storicamente fondate sul mito dell’opulenza nemmeno riescono più a concepire, sul piano della mentalità collettiva, che dietro l’angolo possa esserci una tragedia in agguato (le democrazie liberali non coltivano il senso del tragico). Nello stato d’emergenza che abbiamo sperimentato non è emerso il sovrano che decide per tutti e fonda la sua legittimità , con buona pace di tutti quelli che in queste settimane hanno inutilmente scomodato Carl Schmitt e le sue teorie sullo stato d’eccezione. E’ emersa, per restare nel campo delle democrazie, la differenza tra le società meglio organizzate (la Germania) e quelle meno organizzate, tra chi ha ancora un residuo di classe dirigente (con relativo senso del dovere) e chi non l’ha più. Per il resto, come si è visto in Italia, la differenza nell’emergenza l’ha fatta l’abnegazione dei singoli.
Il ricorso all’urgenza ha funzionato? Cosa si perde in termini di dialettica democratica, ricorrendo all’urgenza?
I cocci dello Stato diritto, in Italia come altrove, li raccoglieremo nei prossimi anni. La tradizionale gerarchia delle fonti di diritto è stata stravolta. I parlamenti sono stati esautorati o chiamati ad esercitare una mera ratifica legale di decisioni prese in via puramente amministrativa e secondo procedure assai dubbie. C’è stata una concentrazione di poteri che non ha riguardato, come si sostiene, il livello del governo politico, ma gli apparati tecnico-burocratici. Scienziati e burocratici sono stati i protagonisti di questa crisi. In Italia, quando sarà finita, non ci ricorderemo di Conte, delle sue conferenze stampa e del suo decisionismo a favore di telecamere, ma di Burioni e di Arcuri, della Capua e di Borrelli. Così come ci ricorderemo dei numerosi e pletorici comitati di esperti, nati per supplire una politica evidentemente incapace di assumersi le sue responsabilità . E’ un cambiamento di attori (e di dinamiche) che in futuro potrebbe incidere molto sul modo di funzionare delle democrazie, destinate probabilmente ad evolvere verso una forma di tecno-populismo implicante una divisione funzionale dei compiti: i politici faranno le campagne elettorali, scriveranno sui social e andranno in televisione (il versante populista della politica democratica), la new class degli esperti e competenti nelle diverse materie prenderà invece le decisioni che contano (il lato tecnocratico della politica democratica).
C’è un problema di classe dirigente nel Paese o – se esiste – un problema di malfunzionamento della democrazia a priori? Il nostro sistema, la nostra architettura istituzionale non era attrezzata a fronteggiare emergenze come il virus?
La democrazia italiana è sgangherata, e non da oggi. Resiste perchè lo Stato italiano, che come tutti gli Stati dispone di un sistema nervoso tecnico-amministrativo e di apparati burocratici che riescono ancora a fare quello che la politica non sa più fare o, nei casi estremi, a riparare ai suoi errori. Tutti i tentativi di riforma del sistema politico italiana sono stati affossati negli anni grazie ad una cultura costituzionale di stampo, nemmeno conservatore, ma corporativo-conservativo. Anni passati a difendere la Repubblica parlamentare nata dalla Resistenza contro ogni minimo rischio di evoluzione in senso personal-presidenzialistico e il risultato è che nessuno ha mosso un dito quando lo storico e glorioso bicameralismo italico è stato declassato ad orpello formalistico in nome dell’emergenza. Quanto a come si seleziona una classe politica all’altezza, per l’ordinaria come per l’ordinaria amministrazione, dovevamo pensarci prima. Adesso ci teniamo quel che abbiamo e che Dio c’aiuti.
C’è chi sostiene, come Lucio Caracciolo su Repubblica, che contro il virus rinasce lo Stato. E’ d’accordo?
Più che lo Stato come apparato o struttura è tornata soprattutto l’idea — davvero hobbesiana — di un potere la cui funzione primaria (che poi è la ragione principale per cui ad esso si obbedisce) è quella di proteggere i cittadini dai pericoli. Laddove il pericolo principale è quello di morire. E’ in effetti impressionante, anche se perfettamente comprensibile in una logica appunto hobbesiana, il modo con cui milioni di cittadini hanno accettato senza battere ciglio di essere confinati nello loro case e privati di alcune libertà fondamentali da un potere al quale, sino al giorno prima, non avrebbero riservato altro che insulti. E il bello è che abbiamo anche scambiato per senso civico da cittadini il terrore panico da sudditi quali nuovamente ci siamo ritrovati ad essere grazie ad un esperimento sociale di confinamento domestico che personalmente mi è molto servito per capire come dovessero funzionare i regimi dell’Est all’epoca del “socialismo reale”: il vicino di casa delatore, la sorveglianza discreta della polizia, le persone che per strada si guardano con sospetto, il governo politico ridotto a grigia amministrazione, la riduzione dei spostamenti e dei contatti sociali, le code fuori dei negozi, i discorsi televisivi e rete unificate del leader, il dissenso intellettuale ridotto al minimo, il permesso delle autorità per spostarsi da un posto all’altro. Il problema, fatta questa digressione, è quello che accadrà passata la ‘grande paura’. Lo Stato, stante anche la recessione economica che tutti si aspettano, riprenderà il ruolo di imprenditore-innovatore di keynesiana memoria? La mia paura è che prevalga, ad esempio in Italia, una visione dello Stato come grande elemosiniere: poco a tutti per ragioni, al tempo stesso, di giustizia sociale e di consenso elettorale.
C’è poi l’aspetto internazionale. Con gli Stati, a partire da quelli grandi e più potenti, che si riprendono i loro spazi dì azione e di sovranità si indeboliranno sempre di più gli attori sovranazionali, già da un pezzo in crisi. Con la crisi del multilateralismo e dell’ordine mondiale liberale potrebbe aprirsi un nuovo ciclo di lotte per l’egemonia su scala globale. Mi chiedo a quel punto che scelte farà l’Italia. Sceglieremo il vassallaggio alla Cina come male minore?
Allargando il discorso, è mancata in questa fase una destra capace di fare un’opposizione non urlata, come sostiene per esempio lo storico Franco Cardini sul Foglio, e di incanalare la risposta dello Stato in chiave diversa?
L’equivoco — politico e ideologico al tempo stesso — è che Salvini e la Lega abbiano qualcosa a che vedere con la destra, conservatrice o nazionalista che sia, quella che per tradizione si vuole dotata di un grande senso dello Stato, tutta “ordine e disciplina”. La Lega nasce anti-italiana e anti-nazionale. Ha sempre avuto una carica sovversiva e anti-istituzionale che da Bossi arriva direttamente al radicalismo vagamente di Salvini. L’unica destra su piazza, in senso proprio, è quella della Meloni (essendo finito da un pezzo il sogno d’una destra liberale che intorno a Berlusconi non si è mai aggregata se non a chiacchiere). Ma la leader di Fratelli d’Italia ad un certo punto dovrà decidersi: fare il verso a Salvini per togliergli un po’ di elettorato sul suo stesso terreno propagandistico (facendosi forte dell’essere donna, giovane, abile nella comunicazione, più presentabile o semplicemente meno ambigua sulla scena internazionale) o ricordarsi da dove viene e provare a costruire una destra meno incline allo sciovinismo e alla demagogia? C’è però a destra un problema di elettorato: ormai radicalizzato e abituato a certe parole d’ordine e a certi cattivi umori. Non vedo dunque un grande spazio per un’azione di pedagogia politica che richiederebbe anni e che non sono nemmeno sicuro che la Meloni sia interessata a condurre, preferendo forse anch’essa un rapido incasso elettorato con i soliti sloga contro l’immigrazione o l’Europa o la finanza plutocratica. Forse è più semplice dire che la destra in Italia (forse nel mondo) è finita, come anche la sinistra. Solo altre le partite, le poste in gioco e le linee di divisione.
(da “Huffingtonpost”)
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