Marzo 29th, 2023 Riccardo Fucile
LA CONFERENZA SULLA RICOSTRUZIONE SU CUI PUNTAVA LA MELONI VA DESERTA, QUELLA CHE CONTA SI TERRA’ A LONDRA
“Parlare di ricostruzione per l’Ucraina vuol dire scommettere
sulla vittoria dell’Ucraina, vuol dire sapere che l’Ucraina può vincere questo conflitto. E io credo che questo sia un grande segnale ed è il motivo per il quale l’Italia lavora per la organizzazione di una conferenza sulla ricostruzione da tenersi in aprile, sulla quale intendiamo collaborare con grande dinamicità insieme”. Il 21 febbraio l’annuncio della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, era arrivato in pompa magna davanti al presidente ucraino Volodymyr Zelensky al palazzo presidenziale Mariinskij di Kiev. La premier voleva far diventare la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina l’emblema del sostegno italiano nei confronti di Kiev, ma anche prendere le redini della leadership diplomatica in Europa. Insomma, era il tentativo di anticipare i partner europei – la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Olaf Scholz su tutti – nei rapporti con Kiev. Peccato che, a un mese dalla conferenza del 26-27 aprile, i progetti di Meloni non sono quelli sperati.
La Conferenza prevista per fine aprile a Roma, infatti, si è trasformata in una sorta di vertice bilaterale tra i due Paesi. In più, non ci sarà nemmeno Zelensky che manderà il suo primo ministro, Denys Shmyhal. Un segnale preciso: anche Kiev ha compreso la scarsa importanza dell’evento, spiega una fonte diplomatica.
Anche perché Meloni aveva chiesto ai suoi ministri Antonio Tajani (Esteri) e Adolfo Urso (Imprese) e al suo consigliere diplomatico Francesco Talò di invitare anche gli altri capi di Stato, gli omologhi europei e i responsabili delle imprese comunitarie. Così Urso, a inizio anno, aveva preparato il terreno nel suo viaggio a Kiev con il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Poi, durante la sua visita a Berlino del 20 febbraio, si era mosso per invitare i responsabili della Confindustria tedesca ottenendo rassicurazioni. Ma poi gli inviti sono caduti nel vuoto. Le adesioni latitano.
A Palazzo Chigi sperano che possa arrivare a Roma la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ma, al momento, la sua partecipazione non è confermata: più probabile che da Bruxelles mandino il commissario all’Industria, Thierry Breton.
Anche perché la risposta arrivata ai nostri diplomatici è stata la stessa: la vera Conferenza sulla ricostruzione sarà quella del 21-22 giugno a Londra. La Conferenza di Roma, dunque, si è trasformata in un bilaterale tra Italia e Ucraina. Impostazione confermata anche dal modulo pubblicato lunedì sera sul sito del ministero degli Esteri e rivolto alle imprese italiane che vogliano prendere parte alla ricostruzione di Kiev. Negli inviti si parla di una “Conferenza bilaterale di alto profilo istituzionale e imprenditoriale, dedicata alla discussione di interventi e progetti attraverso i quali l’Italia può offrire contributi concreti alla resilienza e alla ricostruzione dell’Ucraina”. I lavori saranno aperti da Tajani e dall’omologo ucraino Dmytro Kuleba e saranno conclusi da Meloni e dal primo ministro Shmyhal. Nel mezzo due sessioni e poi tavoli di discussione su “infrastrutture, energia, agroindustria, salute, digitale”. Un funzionario della Farnesina spiega che la Conferenza sarà simile a quella del 24 febbraio a Trieste sui Balcani. Evento che non ha avuto grande risalto.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2023 Riccardo Fucile
SPRECO DI DENARO E FAVORI AGLI AMICI DEGLI AMICI… NON A CASO ESULTA SALVINI
Il Consiglio dei ministri ieri sera ha approvato il nuovo Codice degli appalti. Ad esultare è stato soprattutto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, che in un videomessaggio ha detto che ci sarà “meno burocrazia, meno perdita di tempo, più fiducia alle imprese e ai sindaci”. Il Codice entrerà in vigore il 1 aprile 2023 per rispettare i tempi previsti dal Pnrr, mentre la digitalizzazione delle procedure partirà solo dal 1 gennaio 2024.
Dall’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) sono arrivate critiche a diversi aspetti del Codice, che era stato pre-approvato dal governo già a dicembre. Il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, ha detto che in particolare con la misura che prevede di affidare liberamente i lavori al di sotto dei 150mila euro “si prenderà l’impresa più vicina, quella che conosco, non quella che si comporta meglio”.
Senza controlli “si dice non consultate il mercato, scegliete l’impresa che volete”, perciò “va benissimo il cugino o anche chi mi ha votato, e questo è un problema, soprattutto nei piccoli centri”.
Affidamenti diretti fino a 150mila euro, i piccoli Comuni fanno da soli fino a 500mila euro
La misura di cui parla Busia è quella sugli affidamenti diretti. Per lavori che costano fino a 150mila euro si potrà procedere, appunto, con affidamento diretto e senza obbligo di svolgere bandi o negoziati. Non solo, ma fino a un milione di euro basterà invitare cinque imprese a una negoziazione senza bandi, mentre fino a 5,38 milioni di euro (soglia massima per norme Ue) basterà invitare dieci aziende. Secondo stime del Sole 24 Ore, si potranno assegnare senza un bando il 98% dei lavori pubblici, per un valore complessivo di circa 19 miliardi.
Quando Salvini ha parlato di “più fiducia ai sindaci”, inoltre, ha fatto riferimento alla nuova soglia di 500mila euro per le stazioni appaltanti non qualificate. Ovvero fino a questo importo i piccoli Comuni non dovranno passare da stazioni appaltanti qualificate (come il ministero delle Infrastrutture, guidato proprio da Salvini) ma potranno assegnare in autonomia i lavori.
Il ministero ha detto che ci sarà un “taglio dei tempi notevole soprattutto per quei piccoli Comuni che debbano procedere a lavori di lieve entità”. Sempre per dare più fiducia agli amministratori locali e contrastare la ‘paura della firma’, è stata esclusa l’ipotesi di colpa grave per i funzionari che autorizzano dei lavori, se “avranno agito sulla base della giurisprudenza o dei pareri dell’autorità”.
Per l’Anac, però, dare ai piccoli Comuni il potere di gestire direttamente gli appalti fino a 500mila euro “è come sostenere che, poiché in città si va più lenti, per guidare non serve la patente. Cioè consentire di fare appalti fino a mezzo milione di euro anche a chi non è in grado di gestirli, perché non qualificato”.
Il rischio è anche che “tali appalti, proprio per l’incapacità delle stazioni appaltanti durino molto di più e che i soldi vengano buttati”. Per questo l’Anticorruzione aveva chiesto che la soglia fosse abbassata a 150mila euro.
Ritorna l’appalto integrato, via anche ai subappalti a cascata
Nel nuovo Codice appalti torna anche l’appalto integrato. Come spiegato dal ministero, “il contratto potrà quindi avere come oggetto la progettazione esecutiva e l’esecuzione dei lavori”, entrambe affidate alla stessa azienda per risparmiare tempo e denaro. Inoltre, “per garantire la conclusione dei lavori, si potrà procedere anche al subappalto cosiddetto a cascata, senza limiti”.
Anche in questo caso, l’Anac aveva già segnalato che l’appalto integrato spesso non funziona, perché “dopo l’affidamento”, l’ente che ha commissionato i lavori “si vede presentare un progetto esecutivo che non corrisponde alle sue aspettative”. A quel punto o si adatta, ma in questo caso “non fa l’interesse pubblico”, oppure chiede delle modifiche e inizia “una lunga trattativa con l’impresa”. Per questo, sarebbe stato meglio applicare l’appalto integrato “quando davvero serve, per progetti molto complessi, dove l’impresa deve dare un contributo di innovazione”.
Conflitto d’interessi, allentati i controlli
Un aspetto non menzionato nel comunicato del ministero è l’allentamento dei controlli sui conflitti di interesse. Come segnalato dall’Anticorruzione, si introduce “una sorta di inversione dell’onere della prova”: ovvero non c’è più bisogno di dimostrare che non ci sono conflitti di interesse, ma al contrario, finché non si dimostra che c’è un conflitto d’interessi non ci saranno interventi. L’Anac ha definito “paradossale” il fatto che, “proprio in un settore delicato quale quello dei contratti, si introducono regole ancora più blande di quelle previste in generale per i procedimenti amministrativi”.
La norma “prima l’Italia” che tutela le forniture Ue
Infine, il decreto contiene una norma che il governo ha chiamato “prima l’Italia”. Il ministero di Salvini l’ha definita una clausola per “la salvaguardia del made in Italy”, per quanto si applichi allo stesso modo a tutta l’Ue. In sostanza, tra i criteri per valutare l’offerta di un’azienda bisognerà anche tenere conto di quanti prodotti originari dell’Unione europea utilizza, sul totale delle forniture che servono per completare i lavori. In più, dovranno essere “valorizzate” le imprese che abbiano sede nel territorio in cui l’opera è svolta.
(da Fanpage)
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Marzo 29th, 2023 Riccardo Fucile
IL MINISTRO FITTO DOPO L’ALLARME DELLA CORTE DEI CONTI: “IRREALIZZABILI ALCUNI PROGETTI. LA SCADENZA DEL 2026 E’ TROPPO VICINA”. E SCARICA LE RESPONSABILITA’ DEI RITARDI SU DRAGHI
«È matematico, è scientifico, alcuni interventi da qui al 30
giugno 2026 non possono essere realizzati». La cornice è tra le più ufficiali, la Sala della Regina di Montecitorio dove la Corte dei conti ha presentato ieri pomeriggio la Relazione semestrale al Parlamento sullo stato di attuazione del Pnrr.
Raffaele Fitto, ministro che del Pnrr ha la delega, decide di abbandonare i toni cauti che gli sono abituali e va dritto al punto. «Siamo un Paese che oggi è ancora fermo al 34% dei pagamenti per i fondi di coesione 2014-2020», ha ricordato richiamando il dossier illustrato a metà febbraio in Consiglio dei ministri.
Pochi minuti prima i magistrati contabili avevano mostrato che nel 2020-2022 la spesa effettiva delle risorse Pnrr si era fermata al 12%, 6% senza i crediti d’imposta automatici, e che la riprogrammazione chiede di conseguenza di far schizzare le uscite reali a oltre 40,9 miliardi quest’anno per arrivare a 46,5 e 47,7 miliardi nei prossimi due anni. L’ipotesi è sostanzialmente impossibile, a giudizio dello stesso Fitto che chiede «una valutazione attenta» da realizzare subito, «senza aspettare il 2025 per aprire il dibattito su di chi sia la colpa».
È la prima volta che il ministro scopre le carte in modo così diretto, misurando la distanza tra la capacità di spesa chiesta dal Pnrr e quella permessa dalla struttura di pubblica amministrazione ed economia italiana.
Le parole di Fitto arrivano all’indomani del nuovo rinvio di un mese del verdetto europeo sui 55 obiettivi della seconda metà del 2022, che danno diritto alla terza rata da 19 miliardi. Sul tema il ministro non drammatizza («Sono ottimista», dice) e la stessa Commissione Ue spiega che lo slittamento «non è inusuale», tornando ad apprezzare «i significativi progressi compiuti nelle ultime settimane».
Peccato che però, nelle stesse ore, il vicepresidente della commissione Valdis Dombrovskis sia tornato a chiudere all’ipotesi di un’estensione temporale del Recovery. «La maggior parte degli obiettivi va realizzata quest’anno», ha aggiunto. Il punto cruciale, infatti, non sono le obiezioni mosse a Bruxelles su riforma delle concessioni portuali, sistemi di teleriscaldamento e Piani urbani integrati (tutti interventi che Fitto ha rimarcato essere stati approvati dal Governo Draghi), su cui il confronto tecnico continua.
Ad allarmare il Governo è il deciso aumento di severità degli esami comunitari, e il rischio concreto che gli inciampi di oggi siano solo un antipasto dei problemi che emergeranno nel tempo. Nasce da questo allarme la strategia che l’Esecutivo sta portando avanti nel complicato negoziato sulla revisione del Piano da proporre entro la fine di aprile. L’obiettivo è sempre quello di recuperare le risorse dei progetti irrealizzabili entro il 2026 «giocando sullo spostamento» sotto il cappello dei fondi di coesione, che hanno l’indiscutibile pregio di allungarsi fino al 31 dicembre 2029.
Alla traduzione pratica di questo schema si è dedicata anche la cabina di regia riunita da Fitto nella serata di ieri dopo il Consiglio dei ministri su decreto bollette e Codice appalti. Il vertice, durato meno di un’ora limitato alle amministrazioni centrali mentre il secondo tempo con gli enti territoriali si terrà nei prossimi giorni, è servito a Fitto per tornare a chiedere ai colleghi «in tempi rapidi un’analisi netta e chiara di tutte le criticità relative ai progetti di competenza di ciascun ministero elaborando proposte d’azione concrete e un’analisi a tutto il 2026».
Quel che serve, ha spiegato il titolare del Pnrr, è «una risonanza magnetica» di tutti i progetti. Su queste basi Fitto punta ad avere «ragioni forti» per rinegoziare il Piano a Bruxelles. Il tutto mentre si lavora anche all’integrazione con RepowerEu, a cui sarà dedicato un provvedimento specifico, mentre è atteso per la prossima settimana (il 6 aprile) l’arrivo in Consiglio dei ministri del decreto sulle assunzioni nei ministeri.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2023 Riccardo Fucile
L’ECONOMIA RUSSA, ANCHE SE ZOPPICA SEMPRE PIÙ, SEMBRA RESISTERE. MA PER QUANTO?
Mentre la guerra continua nel suo secondo anno e le sanzioni occidentali incidono più duramente, le entrate del governo russo vengono ridotte e la sua economia si è spostata su una traiettoria di crescita inferiore, probabilmente a lungo termine. Lo sostiene in un lungo articolo il Wall Street Journal secondo il quale “l’economia russa sta per crollare”.
Gran parte del peggioramento delle prospettive deriva da una scommessa sbagliata lo scorso anno da Putin, convinto che avrebbe potuto utilizzare le forniture energetiche russe per limitare il sostegno dell’Europa occidentale all’Ucraina. Di conseguenza, le entrate energetiche del governo, sostiene il Wsj, sono diminuite di quasi la metà nei primi due mesi di quest’anno rispetto allo scorso anno, mentre il deficit di bilancio si è approfondito.
Il divario fiscale ha toccato i 34 miliardi di dollari in quei primi due mesi, l’equivalente di oltre l’1,5% della produzione economica totale del Paese. Ciò sta costringendo Mosca a immergersi maggiormente nel suo fondo sovrano, uno dei suoi principali cuscinetti anticrisi. Il rublo è sceso di oltre il 20% da novembre rispetto al dollaro.
La forza lavoro si è ridotta man mano che i giovani vengono mandati al fronte o fuggono dal Paese per paura di essere arruolati. L’incertezza ha frenato gli investimenti delle imprese. “L’economia russa sta entrando in una regressione a lungo termine”, ha predetto Alexandra Prokopenko, un ex funzionario della banca centrale russa che ha lasciato il Paese poco dopo l’invasione.
Il miliardario russo Oleg Deripaska ha avvertito questo mese che la Russia sta finendo i contanti. “Non ci saranno soldi l’anno prossimo, abbiamo bisogno di investitori stranieri”, ha detto il magnate delle materie prime in una conferenza economica.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA FLESSIBILITÀ NEI TEMPI, RICHIESTA DALLA MELONI, VERRÀ RIMBALZATA DA UNA UE CHE NON HA PER NULLA DIGERITO IL SUO RICATTO: IO FIRMO IL MES IN CAMBIO DI QUESTO E QUELLO
Dimenticate di sognare i fantastici 209 miliardi del Pnrr
destinati all’Italia. Sarà un miracolo se si riuscirà a incassarne la metà visto lo stato della macchina burocratica (un appalto de’ noantri va avanti per decenni), da una parte. Dall’altra, c’è l’incapacità a “mettere a terra” i progetti da parte del sistema industriale italiano.
Del resto il 40 per cento dei fondi settennali europei non siamo riusciti a spenderli. E l’impossibilità italica di gestire risorse e realizzare progetti è stato uno dei motivi di conforto per Mario Draghi nel lasciare Palazzo Chigi. Essì: una cosa è riempire un foglio di investimenti, un’altra è realizzarli.
Nel suo recente e disastroso viaggio a Bruxelles, Giorgia Meloni ha chiesto flessibilità nei tempi spostando alcune spese dal 2026 al 2029. “Ma il problema è molto più grosso: fra l’Italia e la Commissione europea c’è uno scontro in atto su investimenti già deliberati e riforme che avrebbero dovuto essere già completate”, sottolinea Alessandro Barbera su “La Stampa”.
Non solo. La dilazione richiesta dalla Meloni verrà rimbalzata da una Unione europea che non ha per nulla digerito il ricatto italiano: io firmo il Mes in cambio di questo e quello. A Bruxelles si tratta con la vaselina, non col pugno sul tavolo. Vedi la sonora sconfitta del governo Meloni sullo stop alla vendita di auto a combustione interna dal 2035.
(da Dagoreport)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
TRE GIORNI PRIMA DELL’USCITA DI USS DAL CARCERE IL DEPARTMENT OF JUSTICE AMERICANO AVEVA INVIATO UNA LETTERA UFFICIALE AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA. UNA MISSIVA RIMASTA INASCOLTATA… CHI HA VOLUTO FARE UN FAVORE AI SERVIZI SEGRETI RUSSI?
Artem Uss non è il primo ricercato per l’estradizione dagli Stati Uniti che riesce a evadere dai domiciliari in Italia. Era già successo in passato, almeno altre sei volte. Ma nel caso del ricchissimo imprenditore russo 40enne la consegna per gli Usa era di vitale importanza.
Per questo, il 29 novembre scorso, tre giorni prima dell’uscita di Uss dal carcere su decisione della corte d’Appello, il Department of Justice americano ha scritto una lettera ufficiale al ministero della Giustizia per esortare una misura più rigida nei confronti dell’indagato, accusato di associazione criminale, frode in danno dello Stato, commercio illegale del petrolio venezuelano sotto embargo, frode bancaria e riciclaggio, e considerato molto vicino al Cremlino.
“Le autorità statunitensi – si legge nel testo della missiva – hanno recentemente appreso che nei confronti di Artem Uss, ricercato per l’estradizione negli Stati Uniti, è stato o sarà presto disposta la misura degli arresti domiciliari in seguito a un provvedimento della Corte d’Appello di Milano”.
La preoccupazione manifestata dalle autorità americane già all’epoca era molta: “Dato l’altissimo rischio di fuga che Uss presenta, come indicato nella lettera del sostituto procuratore statunitense del 19 ottobre 2022 esortiamo le autorità italiane a prendere tutte le misure possibili per disporre nei confronti di Uss la misura della custodia cautelare per l’intera durata del procedimento di estradizione, compreso un ricorso alla Corte di Cassazione contro il provvedimento degli arresti domiciliari della Corte d’Appello di Milano”.
E in effetti la possibilità era stata vagliata dalla procura generale, che si era opposta agli arresti domiciliari richiesti dalla difesa e che alla fine però ha rinunciato, calcolando che i tempi dell’eventuale decisione della Cassazione sarebbero stati probabilmente più lunghi di quelli del procedimento per l’estradizione
Perché gli americani sottolineano l’esistenza di “uno schema consolidato di latitanti che sono fuggiti dall’Italia mentre era in corso una richiesta di estradizione dagli Stati Uniti” che “rafforza il fatto che gli arresti domiciliari non garantiscono efficacemente al disponibilità del latitante per un’eventuale consegna”.
A dimostrazione della tesi, nella mail vengono elencati nomi e cognomi di sei ricercati che negli ultimi anni sono riusciti a evadere in attesa di estradizione: una spagnola, un tedesco, una svizzera, un nigeriano e uno statunitense.
Gli americani mettono nero su bianco i loro timori che di fatto si sono poi verificati. “Pertanto richiediamo rispettosamente che le autorità italiane si assicurino che Uss sia rimesso in custodia cautelare per l’intera durata del procedimento di estradizione – concludono -, in modo che possa affrontare la giustizia negli Stati Uniti se l’estradizione dovesse essere concessa”.
Tutte queste cautele però, di fatto, sono servite a poco. Uss è riuscito a fuggire grazie a una rete di persone su cui oggi i carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia di Corsico stanno indagando. Dietro queste persone c’è l’ombra dei servizi segreti russi.
Del resto già a ottobre il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, lo aveva annunciato: “Le missioni diplomatiche russe faranno del loro meglio per proteggere gli interessi di Uss”.
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA LIFE SUPPORT E’ SBARCATA OGGI DOPO 4 MESI DI MARE E 564 VITE SALVATE DALLE CARCERI LIBICHE
«In prigione in Libia mi hanno picchiato: ogni sera
sceglievano una donna da violentare, ma per fortuna a me non è mai toccato». «Ho passato tre giorni in mare, senza mangiare nè bere, senza poter usare un bagno, cosparsa di benzina: non riuscivo a reggermi in piedi». «In mare abbiamo incontrato tanti pescherecci ma non ci hanno aiutato, dicendoci che rischiavano una denuncia».
Le testimonianze dei migranti soccorsi da Emergency sono terribili e raccontano sia i pericoli e i timori delle traversate in mare, sia il dramma di quelli che sono veri e propri lager, dove chi vuole partire alla volta dell’Europa viene costretto per lunghi mesi, a volte anni.
I naufragi sbarcati oggi a Ortona (Chieti) erano partiti da Zwara, in Libia, nel primo caso, e da Sfax, in Tunisia, nel secondo e nel terzo.
Gli stranieri che hanno vissuto o transitato in Libia riportano di episodi di violenza. «Io e la mia nipotina di 4 anni, che accudivo all’epoca – riferisce una donna – siamo rimaste in prigione in Libia per un anno. Mi hanno picchiata in qualsiasi parte del corpo. Ho ancora le cicatrici. Ogni sera sceglievano una donna da violentare. Per fortuna a me non è mai toccato. Mentre ci picchiavano, fumavano come se fosse un gioco».
Le persone provenienti dalla Tunisia hanno passato più di tre giorni in mare navigando alla deriva. «Ho 45 anni e soffro di ipertensione – spiega una donna delle Costa d’Avorio, tra i superstiti -. Ho passato tre giorni in mare, senza bere, né mangiare, senza avere la possibilità di usare un bagno, sotto il sole cocente e nel freddo notturno. Quando ci avete soccorsi, avevo ovunque sul corpo la benzina che si era rovesciata dalle taniche. Non riuscivo a camminare, a reggermi in piedi. Mi hanno dovuta portare di peso».
E ancora: «Appena ho visto peggiorare la situazione in Tunisia ho deciso di far partire subito mia moglie con la nostra bimba. Non vedo l’ora di ristringerle tra le mie braccia – racconta un uomo della Costa d’Avorio -. Io sono rimasto in mare tre giorni. Abbiamo incontrato tanti pescherecci, ma i pescatori ci dicevano che non potevano farci imbarcare sulle loro navi perché rischiavano denunce penali. Avrebbero chiamato i soccorsi. Quando abbiamo visto la vostra nave abbiamo capito che non ci avreste lasciato morire».
Attiva in operazioni di ricerca e soccorso dal dicembre 2022, la Life Support termina oggi la sua quarta missione. In questi quattro mesi, ha salvato la vita di 564 persone.
(da Open)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL CADAVERE DELLA MIGRANTE AVVISTATO QUESTA MATTINA, SOLO DOPO DUE ORE DALLA SEGNALAZIONE E’ ARRIVATA UNA MOTOVEDETTA DELLA GUARDIA COSTIERA
All’inizio sembra solo una macchia, con le onde e la loro schiuma a confondere i contorni. Poi quando l’occhio si abitua e impara a riconoscere i profili, appare. Sembra una grande bambola, con i capelli lunghi e neri che il mare fa ondeggiare, ma è, anzi era, una donna. Si vede una maglia grigia, dei pantaloni neri, più in là, confuso fra i rottami, quello che sembra un giubbotto rosso. Si vede una macchia bianca a una delle estremità, forse è una scarpa, forse un calzino. Attorno pezzi di barca, rifiuti, altri indumenti.
E subito vengono in mente tutti i naufragi di cui è arrivata notizia. Davanti a un corpo che le onde minacciano di sbattere su una scogliera che scende a picco, levandogli nella morte anche la dignità dell’integrità, si comprende l’immensità della tragedia che accade ogni giorno all’orizzonte delle nostre coste. A Cutro è diventato evidente, con le bare che si riempivano di corpi che uno dopo l’altro sono stati tirati fuori dall’acqua, i familiari che davano una storia a quelle che inizialmente erano solo sigle.
Qui a Lampedusa non c’è neanche la pietà della memoria, di una storia ricostruita, anche solo di un nome.
Quando sarà morta questa ragazza? Insieme a chi? Dove? Le risposte sono sul fondo del Mediterraneo insieme a chissà quanta gente, a cui non si potrà dare neanche nome, volto. Forse li cercheranno i parenti dall’altra parte del mare, forse cercano anche lei. Ma al momento è solo un corpo che va giù e poi riemerge, torna ad andare giù e riemerge ancora.
“Hanno visto un corpo a Punta Alajmo”, hanno detto. Sta a qualche chilometro da alcune delle spiagge più note di Lampedusa, dieci minuti dal centro del paese. È stato facile fare una verifica. È bastato affacciarsi alla scogliera per vedere quella che era una donna o forse solo una ragazza – da su non si comprende – ondeggiare a faccia in giù vicino alla scogliera. Quella che fra poco promette di fare scempio di quel corpo.
“Pronto, Capitaneria, vorrei segnalare la presenza di un corpo a Punta Alajmo”. Spieghi dove, chi sei, cosa vedi. “Ah ok, grazie per la segnalazione. Ci era già arrivata poco fa”.
Passano venti minuti. Non si vede nessuno. “Pronto, vigili del fuoco di Lampedusa? Vorrei segnalare la presenza di un corpo”. La squadra in poco tempo arriva, ma per loro le condizioni meteo sono proibitive. Arrivano anche i carabinieri. Dopo quasi due ore finalmente all’imbocco della cala arriva una motovedetta della guardia costiera.
(da La Repubblica)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
UNA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA AVEVA GIA’ STABILITO CHE IL NUMERO DELLE PERSONE SOCCORSE NON PUO’ ESSERE MOTIVO DI FERMO E CHE E’ UN OBBLIGO IL “DOVERE DI SOCCORSO”
“Adotteremo tutte le misure necessarie per combattere questo
fermo”. Promette battaglia la Louise Michel, la nave umanitaria finanziata dal misterioso artista Banksy, da domenica bloccata a Lampedusa da un provvedimento di fermo amministrativo di 20 giorni.
Motivo? Troppi salvataggi, a detta della Guardia Costiera portati a termine senza informare le autorità competenti, ignorando l’ordine di raggiungere “senza ritardo” il porto di Trapani. e finendo per caricare a bordo troppe persone.
Nel merito l’ong ancora non commenta, i legali stanno ancora studiando il provvedimento. Ma anticipano: “come nave umanitaria siamo obbligati a fare tutto ciò che è in nostro potere per prevenire qualsiasi perdita di vite umane. È nostro dovere rispondere e reagire”.
Di quei mayday diramati da Frontex si dà atto nello stesso provvedimento di fermo, da cui emergono una serie di elementi che di fatto smentiscono le stesse accuse mosse dalla Guardia Costiera.
Un esempio? Nonostante fra le accuse ci sia anche quella di aver operato senza comunicare con le autorità, nel provvedimento è la stessa Guardia Costiera a dare atto che la Louise Michel ha sempre informato sulle operazioni.
In più, secondo quanto filtra da ambienti ong, se Louise Michel, come qualsiasi nave, avesse ignorato imbarcazioni in pericolo che si trovavano in prossimità avrebbe violato il “dovere di soccorso” architrave delle norme internazionali.
E già in passato la Corte di giustizia europea aveva chiarito che il numero di persone soccorse – non può essere motivo di fermo. Adesso toccherà nuovamente ai tribunali intervenire nella guerra fra governo e ong.
“È chiaro che questo decreto al suo interno, e il fermo della nostra nave in particolare, non si rivolge a noi come ong, si rivolge alle persone in movimento”, dicono dall’ong. “Questo decreto porterà a ancora più perdite di vite umane nel Mediterraneo, già il confine più mortale del mondo”.
(da La Repubblica)
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