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D’AGOSTINO: “MELONI SA BENISSIMO CHE IL MES ANDRÀ FIRMATO E DOVRÀ CONTRADDIRE QUELLO CHE HA DETTO ALL’OPPOSIZIONE”

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

“IL PREMIERATO È UN MEZZO DI DISTRAZIONE DI MASSA. UNA STRONZATA: LAGGENTE, CON DUE G, NON SA UN CAZZO DI COS’È IL MES, IL PATTO DI STABILITÀ, MA QUANDO LE TASCHE INIZIANO A SVUOTARSI, CI METTE UN ATTIMO A CAMBIARE SEGNO SULLA SCHEDA ELETTORALE”… “IL COLLANTE DEL GOVERNO E’ IL POTERE”

«La riforma costituzionale? È un mezzo di distrazione di massa. Il vero incubo di Meloni è la situazione economica. La gente, quando le tue tasche cominciano a svuotarsi, quando la rata del mutuo raddoppia, i prezzi dei prodotti aumentano, a quel punto devi arrivare a fine mese e la gente ci mette un attimo a cambiare il segno sulla scheda elettorale». Roberto d’Agostino analizza un anno di governo Meloni, tra faide interne alla maggioranza e prospettive future della coalizione.
CORRADO FORMIGLI: Eccoci qua. D’Agostino detto Dago, allora cominciamo. Cominciamo da una fotografia, la fotografia è questa, qui Giorgia Meloni all’hotel Amigo di Bruxelles, informalmente in compagnia ieri sera di Scholz e Macron. Foto rubata, foto di propaganda, cosa ci racconta?
DAGO: No, è una foto autentica, non è assolutamente un fake. Sta in quell’albergo. Stava erano tutti lì. Aqquartierati
CF: E che cosa ci racconta questa fotografia? Cosa ci vuole comunicare? Secondo secondo D’Agostino.
D: Beh, intanto va detto subito che hanno discusso del Patto di stabilità, ma hanno discusso in un certo modo, diciamo. L’accordo sul patto c’è, anzi, lo poteva firmare lo stesso ministro dell’Economia Giorgetti, ma lei l’ha stoppato perché vuole essere lei a programmare, a sbandierare la vittoria con la sua trattativa: il famoso pacchetto Mes- Patto di stabilità.
CF: cioè io ti ratifico il MES, ma tu mi fai il patto di stabilità
D: Sì, ma chiaramente è una supercazzola delle sue. Solo per allocchi, perché si sa benissimo che poi il MES andrà firmato e lo dovrà firmare. Lei è in crisi: dovrà contraddire quello che ha detto quando era all’opposizione. L’ha dette di tutti i colori, all’opposizione contro l’Europa.
CF: Contro il Mes, che non si poteva firmare contro l’Europa, contro l’euro addirittura.
D: Lei disse a un certo punto. No, l’Europa è preoccupata. La pacchia è finita, sai le famosi frasi così, poi lei ovviamente sa benissimo che il voto in Parlamento sul MES scatenerà il suo alleato, perché l’opposizione della Meloni non è a sinistra ma è all’interno
CF: È Salvini.
D: Salvini, che ha capito che la strategia della Meloni, che è quella di assorbire e/o emarginare. A questo punto lui aspetta nient’altro che Fratelli d’Italia voti a favore del MES per sbandierare a tutti: vedete io la Lega è l’unico che non tradisce, l’unico coerente dei partiti, mentre Fratelli d’Italia è un traditore, è un servo degli europoteri.
CF: Verrebbe però da obiettare una questione: Sì, Salvini può fare, così come la Meloni fa la scena sul MES. Però anche Salvini non va da nessun’altra parte. Deve rimanere in questa maggioranza, può mica far cascare il governo.
D: Attento, non è questo il problema qui, perché il collante di questo governo è il potere. Assumi questo, assumi quest’altro dai soldi a uno, dai soldi all’altro, il collante è il potere. Ma quello che Salvini rischia, dopo aver perso la gallina dalle uova d’oro, che era la Regione Lombardia, rischia di essere assorbito da questo camaleontismo di Giorgia Meloni che ha tante maschere tutte insieme. Lei quando va all’estero fa gli occhioni dolci , eccola lì, fa gli occhioni. Allora il problema è questo. Il camaleontismo di Giorgia Meloni, perché c’è una Giorgia Meloni che va con una faccia all’estero, con una maschera all’estero è una Giorgia Meloni che ritorna a casa. Quando va all’estero, da Biden, da Macron, da Scholz,, fa gli occhioni, la vediamo lì nella foto, fa gli occhioni con i poteri forti stranieri, filo atlantismo, l’appoggio incondizionato all’Ucraina, poi quando arriva in Italia si rimette il fez e comincia a dire, qui comando io. Allora, quando si ribellano i due partiti alleati a lei parte l’embolo e comincia a dire: “Ah, la sindrome di assedio…”
CF: E quindi li rimette in riga o cerca di farlo
D: No. È cominciata la battaglia.
CF: Che battaglia riparte?
D: Per la verità, è una guerra che è iniziata dal giorno in cui Salvini, Ronzulli, in collegamento con la Fascina, portarono Berlusconi a dare la sfiducia al governo Draghi. Cosa che la Meloni non voleva assolutamente fare, perché lei sapeva benissimo, era luglio, che aveva davanti a sé una legge finanziaria, PNRR, tante rogne e non voleva prendersele.
CF: Non era il momento giusto di andare al governo.
D: Bravo, a questo punto che succede che loro quando Salvini vede che Fratelli d’Italia l’aveva scavalcato, superato, sorpassato, sa benissimo che a quel punto la rendita di stare all’opposizione della Meloni l’avrebbe completamente cancellato. Andava sempre più avanti.La Meloni a questo punto loro devono dire no. A questo punto loro dicono: bisogna fermare sto governo Draghi, perché noi andiamo a finire che diventiamo dei vassalli, dei giullari della Meloni. Lo fanno cadere. Lei diventa ovviamente col voto Presidente del Consiglio, e a quel punto scoppia una guerra vera. Perché lei che non voleva andarci, quando arriva il momento ad esempio del grande ritorno di Berlusconi in Parlamento dopo le note vicende giudiziarie, Berlusconi, si aspettava l’arco di trionfo, invece cosa ha ricevuto? Un ordine da parte della Meloni di votare presidente del Senato la Russa. Ora, avendo già la Lega ottenuto il presidente della Camera, Fontana, lei ovviamente a Palazzo Chigi, era ovvio che Berlusconi si aspettava un gesto, come dire di rispetto e tutto quanto. Certamente non era nelle condizioni fisiche di poter fare il presidente del Senato, però, era lui voleva fare il king maker ancora e dire stare o no.
CF: E invece viene, diciamo estromesso dal gioco.
D: E da lì parte e da lì parte quella guerra veramente che oggi abbiamo i vari risultati. Quando lui accusa. Quando lui, Berlusconi fa quel famoso foglietto e poi dice in faccia il tuo compagno è un mio dipendente e lei replica, io non sono ricattabile.
CF: Ecco il caso Giambruno, arriviamo al caso Giambruno. Il caso Giambruno, secondo D’Agostino è una, diciamo una conseguenza di questa guerra o è soltanto non è una uscita estemporanea di Ricci e di Striscia la notizia?
D: Ma quale uscita estemporanea, quello è oltre tre mesi che stava nel cassetto. Che succede? Che Forza Italia, i cui proprietari sono la famiglia Berlusconi comprende, vista, diciamo, l’energia di un peluche che ha Tajani, che il partito Forza Italia era diventato irrilevante, insignificante. Che fa? Questi qua pensano, vabbè piano piano, invece cosa si trovano? Si trovano la famigerata tassa sugli extra profitti bancari.
CF: Eccola qua. Vediamo il video un attimo, perché questo è un momento importante. L’annuncio con cui Giorgia Meloni si mostra la donna contro i poteri forti, no, e contro i poteri delle banche? Vediamo.
D: Lei ovviamente lo poteva fare in una maniera diciamo di dialogo, di incontro, parlarne con la Banca d’Italia, all’epoca c’era Visco, poteva parlarne con i vertici degli istituti bancari. No, lo fa nottetempo. Quello di cui oggi lei accusa Conte, quel favore delle tenebre con cui ha firmato il MES, lei col favore delle tenebre ha deciso quella tassa sulle banche, senza avvisare nessuno.
CF: Tra le banche c’è anche quella della famiglia Berlusconi. Ricordiamolo, Mediolanum no.
D: Ecco, esatto, però perché fa questo? Perché Fazzolari, no, il Rocco Casalino della Meloni, pensa che legnare le banche sia un acchiappa consenso, tutti odiano le banche, banche usuraie di qua e di là.
Come l’ha presa questa decisione? Durante una cena in una trattoria di Bolgheri, insieme con Salvini, dove hanno fatto uno scambio, tu ottieni, otterrai, chissà quando, l’autonomia differenziata, cara alla Lega e in cambio tu dai l’ok per la tassa sulle banche.
Ovviamente a quel punto i Berlusconi dicono: “Eh no , mo’ te stai a allargà, stai esagerando. E a quel punto interviene Marina Berlusconi. A un certo punto arrivano, poi guarda caso, i fuori onda sul compagno della Meloni Andrea Giambruno.
CF: Questo e questo è il è il racconto che ci fa da Agostino su quelli che sono le vere tensioni che non si.
D: Nessuno può pensare che Antonio Ricci possa mandare fuori onda, come cazzo gli pare. Quello è poco ma sicuro quello.
CF: È quello che sostiene lui, però di essere completamente libero. Lì c’è una tradizione, a Striscia la notizia, no?
D: Sì, ma quello so trent’anni che sta dentro Mediaset, lì sono tutti autorizzati, allora a questo punto è un bell’avviso. Quello è un antipasto, guarda un avviso. Partendo con Giambruno.
CF: La tassa sugli extra profitti nel frattempo però, è stata smontata sostanzialmente.
D: Lei ha dovuto rinculare, perché quelli avevano nei cassetti qualsiasi cosa.
CF: L’ultima domanda che ti voglio fare riguarda l’arma che ha ancora in mano Giorgia Meloni, che è quella della riforma costituzionale. Lei dice, voi diffidate, io però sfido il sistema per fare l’elezione diretta del premier
D: Quella è veramente un mezzo di distrazione di massa. Smettiamola con queste minchiate. È un mezzo di distrazione di massa. Ricorda, il vero incubo della Meloni è la situazione economica, soldi. La gente non sa un cazzo di che cos’è il MES, il patto di stabilità, ma quando le tue tasche cominciano a svuotarsi, quando vedi che la rata del mutuo si raddoppia, i prezzi dei prodotti aumentano, a questo punto deve arrivare a fine mese. A quel punto la gente, come abbiamo visto con Renzi, Salvini, Conte, ci mette un attimo a cambiare il segno sul partito sulla scheda elettorale, davvero?
CF: E quindi anche a punirsi eventualmente al referendum sulla riforma costituzionale che è un’arma.
D: Quella non ci sarà mai. Lei continuamente spara ‘ste stronzate, ma il vero problema è quello dell’economia, dello Stato delle cose, perché col Patto di stabilità, non pensare che oggi riusciamo con il cuneo fiscale, 15 miliardi, rimetto a posto le tasche degli italiani. L’unica cosa che convince la disaffezione a questo governo. L’unico che manca sono quelli che hanno votato a Meloni, cioè il popolo, cioè i cittadini. Laggente, con due g, a un certo punto, quando avrà dei problemi per andare a comprarsi un panettone, avrà un problema per andare in vacanza, solo lì che avviene il punto, perché a volte il discorso che noi facciamo noi devono fare i conti con la serva.
CF: Appuntamento alle europee, grazie a Roberto D’Agostino.
(da Dagoreport)

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“IL BLU ESTORIL È IL COLORE DOMINANTE”, LA CRONACA DEL “FOGLIO” DA ATREJ: PIÙ CHE ORGOGLIO SEMBRA DI STARE IN UN FILM CON MARIO BREGA, MA DIRETTO DA WES ANDERSON

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

IL PRIMO EVENTO È MODERATO DAL DIRETTORE RAI APPROFONDIMENTO, PAOLO CORSINI, ANCHE DETTO ‘ER MUTANDA… DONZELLI, VERSIONE BERTOLASO, SI PRECIPITA AD ACCOGLIERE ARIANNA MELONI CHE HA UN PASSO PIÙ IMPERIALE DI QUELLO DI NAPOLEONE: ‘MIO MARITO È ANDATO A LAVOOORARE’. LO DICE COME SE SI FOSSE SPEZZATO LA SCHIENA A RACCOGLIERE BROCCOLI

Meloni è finita sulla Luna. Atreju è Space Giorgia, Elon Musk è l’ospite X, il capogruppo di FdI, Lucio Malan, indossa un gilet come quello di Obi-Wan Kenobi. FdI è in orbita. La kermesse della destra, tre giorni d’incontri, a colpo d’occhio sarà costata quanto venti automobili Tesla. Il pass dei giornalisti è iridato. Brilla, luccica. Un militante lo dice: “Me cojoni”.
Il luogo dove si tiene è Castel Sant’Angelo e sembra la navicella del patriota. Il blu estoril è il colore dominante (Giambruno, ti dobbiamo delle scuse). Centocinquanta volontari, la pizza ritorta costa solo 7 euro ed è farcita con spinaci e salsiccia. Per celebrare la premier è stato convocato in anticipo Babbo Natale: “Mi hanno sequestrato. Devo stare fermo. Non mi posso muovere”.
All’entrata giganteggia il planisfero che mostra i viaggi nel mondo di Giorgia perché, come è spiegato nella legenda, “l’instancabile impegno di Giorgia sta restituendo all’Italia un grande prestigio internazionale”. Mario Draghi era uno spazzacamino. La musica che viene diffusa è più che giusta ed è Venite adoremus. Un tassista, all’ingresso, chiede in romano: “Ma che è ‘sta roba?”.
I giovani di Meloni, maramaldi, espongono un cartonato con la faccia di Elly Schlein. Ad Atreju c’è la soluzione per la segretaria. In una delle casette della patria, un campano vende corni rossi. Costano sei euro. E’ un prezzo da salario minimo. Segretaria, compralo!
Due tende attrezzate sono riservate alla stampa, il wi-fi va più veloce del pilota Verstappen, il responsabile di FdI, Giovanni Donzelli, che ha organizzato Atreju, somiglia a Guido Bertolaso versione Protezione Civile.
Alle 13.30, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro è così felice che vi offrirebbe tutti i fascicoli giudiziari dal 1860 a oggi. I volontari, i “meloncini”, come gli All Blacks, si riuniscono e urlano: “A-t-r-e-j-u”. Lo slogan è “Bentornato orgoglio italiano”, ma l’effetto è straniante. Tra Musk, il torrone fondente, Flavio Briatore, altro ospite, e il sindaco Gualtieri, che non parla del Mes (e di Conte), più che orgoglio sembra di stare in un film con Mario Brega, ma diretto da Wes Anderson.
Il primo evento della giornata è moderato dal direttore Rai Approfondimento, Paolo Corsini, anche detto “er Mutanda”, che chiede all’onorevole Marco Silvestroni: “Marco, ci vuoi raccontare come va il ‘nostro’ partito?”. Il Silvestroni risponde: “Va molto bene”. Poi racconta, sempre il Silvestroni, che l’altro giorno si è emozionato perché uscendo dal concerto di Natale, al Senato, “Massimo Giletti ha detto a Mentana: caro Enrico, oggi mi sento italiano”.
L’opzione che Giletti abbia mangiato la pasta tricolore non è contemplata. E’ sempre merito di Giorgia, la prima donna che è andata sulla luna, il governo. Meloni qui è come Neil Armstrong. Anche Ciriani, il ministro più moderato di FdI, se la prende con Schlein: “Ha perso un’occasione”.
La Lega, ad Atreju, ha lo stesso posto che in cucina ha una spezia come il coriandolo. La pista di pattinaggio rimane il marchio di fabbrica tanto che sta diventando linea politica in Europa (i pattini ve li noleggiano a 10 euro). Donzelli, versione Bertolaso, si precipita ad accogliere Arianna Meloni che ha un passo più imperiale di quello di Napoleone.
Non esageriamo nel dire che per seguirla ci sono oltre cinquanta reporter. Lei, che è furba, sceglie Roberta Benvenuto, l’inviata di “PiazzaPulita”, per difendere il marito Lollobrigida. E’ sempre la storia del treno fermato. Arianna Napoleone: “Mio marito è andato a lavooorare”. Lo dice come se si fosse spezzato la schiena a raccogliere broccoli.
(da il Foglio)

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“NOI DI FRATELLI D’ITALIA”, BUFERA SUL DIRETTORE RAI CORSINI AD ATREJU CHE POI SI SCUSA

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

PD E M5S CHIEDONO LE DIMISSIONI…L’AD SERGIO CHIEDE UNA RELAZIONE… LA PRESIDENTE SOLDI: “UN GIORNALISTA DEL SERVIZIO PUBBLICO DEVE GARANTIRE IMPARZIALITA'”

“Come sta il nostro partito?”. Ed è polemica sulla domanda che Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai, ha rivolto ad Atreju mentre moderava l’incontro che ha aperto la festa di FdI a Roma. Ma non finisce qui. Il giornalista ha usato più volte il termine “noi” riferendosi ai dirigenti del partito della premier Meloni e rivendicando il suo ruolo di “militante”.
E ancora. Si è rivolto anche all’opposizione, indirettamente alla leader dell’opposizione e segretaria del Pd Elly Schlein che ha declinato l’invito a partecipare all’evento (“perché il confronto si fa in Parlamento”). “Hanno preferito occuparsi di come vestirsi e di che colori utilizzare piuttosto che confrontarsi” ha detto il direttore Rai riguardo alla figura dell’armocromista scelta da Schlein.
I vertici Rai
L’ad Roberto Sergio ha chiesto una relazione sul caso. La presidente della Rai, Marinella Soldi, non è rimasta in silenzio. “Credo che un giornalista del servizio pubblico debba garantire un atteggiamento sempre equidistante, a prescindere dal contesto in cui opera. Gli operatori dell’informazione Rai – prosegue la presidente Soldi – sono richiesti di esercitare la propria professione nel segno del pluralismo e dell’imparzialità, essenziali per aiutare il cittadini a formarsi un’opinione libera da pregiudizi, a massimo vantaggio della democrazia e del Paese”.
Le reazioni
Le opposizioni insorgono. A partire dal Pd. “I suoi programmi vanno male e lui, invece di stare a lavorare in Rai per provare a risollevare, che fa? Sta ad Atreju non a fare il semplice conduttore ma ad attaccare Schlein. Non si è mai visto un direttore della Rai che attacca ad un’iniziativa di partito la leader di quello avversario come se fosse un militante. Inaccettabile. Si scusi o si dimetta”, attccano i componenti dem della commissione di Vigilanza Rai.
Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Partito democratico, chiede: “Può un dirigente della Rai aprire la festa di partito e dire pubblicamente ‘noi di Fratelli d’Italia’? E ancora, lo stesso dirigente, Paolo Corsini, può attaccare dal palco di Atreju la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein? La Rai non ha mandato in onda un programma sulla mafia di Roberto Saviano perché lo scrittore napoletano aveva criticato il ministro Salvini. Vorremmo lo stesso trattamento per Paolo Corsini: le sue dimissioni da direttore dell’approfondimento giornalistico della Rai”.
Sul piede di guerra anche gli esponenti del Movimento 5 Stelle in commissione di vigilanza Rai Dario Carotenuto, Dolores Bevilacqua, Anna Laura Orrico e Riccardo Ricciardi: “Non scopriamo nulla di nuovo, ma sentire dalla viva voce del direttore dell’approfondimento Rai Paolo Corsini definirsi ‘militante’ e parlare di ritoccato orgoglio alla Festa di Fratelli d’Italia, sorprende comunque. Non per quello che dice: la sua appartenenza è nota a tutti, ma per la sfrontatezza di esprimerle senza remore in una festa di partito, davanti a tutti, dimenticando totalmente il suo ruolo di primo piano nel servizio pubblico. Domanda: ai vertici Rai va bene così o prenderanno provvedimenti?”.
Il precedente di Sangiuliano
Corsini è già finito nelle polemiche per il flop degli ascolti sul palinsesto Rai. Dalla chiusura anticipata di Avanti popolo, il talk di Nunzia De Girolamo che non è riuscito a decollare dalla media del 2% al programma Mercante in fiera di Pino Insegno. Non è poi la prima volta che un giornalista (della Rai) finisce nei guai per alcune dichiarazioni “di partito”. Ad aprile 2022, l’attuale ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, allora direttore del Tg2, era finito sotto accusa dall’azienda per la sua partecipazione alla convention milanese di Fratelli d’Italia ricevendo un richiamo formale.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI HA PROPOSTO A VIKTOR ORBAN L’INGRESSO NEL GRUPPO DEI CONSERVATORI, È UN MODO PER TENTARE DI EVITARE IL SORPASSO DI “IDENTITÀ E DEMOCRAZIA”, CHE RIUNISCE SALVINI E LE PEN. MA COSÌ, RISCHIA DI “SPORCARSI” IMBARCANDO UN ALTRO PARIA DELL’UE

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

IL DOPPIOPESISMO DELLA PREMIER SULLE FOTO: SE LE FA DRAGHI IN TRENO VERSO KIEV È POLITICA “STERILE”, SE È LEI RITRATTA MENTRE SBEVAZZA IN HOTEL È UN GRANDE RISULTATO

A volte serve un patto col diavolo, perché l’alternativa è addirittura peggiore. Quello con Viktor Orban nasce mercoledì notte, attorno a un tavolino del privé dell’Amigo, tra i calici vuoti di vino e champagne. È un trilaterale alcolico e drammatico.
Tocca a Emmanuel Macron condensare l’angoscia dei commensali. E spiegare a Giorgia Meloni e Olaf Scholz che la leadership ungherese va riportata alla ragionevolezza. Che non si può inviare il segnale devastante di una paralisi sull’adesione dell’Ucraina all’Unione. Stallo, in fondo, significa implosione. Con il potere di veto, Orban può bloccare il bilancio comunitario, stroncare le ambizioni e la resistenza di Kiev, boicottare ogni dossier sensibile nei mesi e negli anni a venire. In fondo, ha tempo davanti: è stato da poco rieletto, ricorda Macron.
Serve un percorso politico che lo riporti al tavolo, dopo il suo addio al Ppe. E servono soldi, molti soldi. I tre decidono che bisogna aprire a nuove concessioni economiche, nonostante i dieci miliardi appena scongelati dalla Commissione dopo essere stati a lungo bloccati per le violazioni dello Stato di diritto del governo ungherese. Alla fine, dovrebbero essere circa dieci miliardi in più. E concordano anche su un altro punto: dopo le Europee del 2024, un ingresso di Orban nel gruppo dei Conservatori continentali potrebbe aiutare la causa comune.
Come in ogni trattativa davvero vitale, i protagonisti si dividono i compiti. Quello nobile se lo ritagliano Macron e Scholz: saranno loro, faccia a faccia con il Presidente ungherese e in nome dei principi europeisti, a minacciare misure drastiche. Lo faranno accompagnati da Ursula von der Leyen e Charles Michel, che detengono i cordoni della borsa europea.
Apriranno all’opzione di garantire altri fondi aggiuntivi rispetto a quelli già liberati alla vigilia del summit, certo. Ma lasceranno intendere che nessuna arma politica, anche quella più estrema, può essere esclusa. Il riferimento è all’articolo 7 del Trattato, che congela la partecipazione di uno Stato membro al Consiglio.
Già al termine del summit di mercoledì notte, Meloni sa che dovrà incontrare l’ungherese. Da sola, però. Uno sgarbo dei due partner? Sul punto, le versioni divergono: secondo fonti europee, è una scelta che in qualche modo indica una gerarchia nella trattativa, relegando l’italiana al secondo gradino della scala.
Per Palazzo Chigi, si tratta di un congegnato gioco di sponda tra alleati che collaborano. In ogni caso, la premier vede Orban subito dopo il quartetto composto da Macron, Scholz, von der Leyen e Michel. Lo conosce da anni, vanta una comune appartenenza sovranista. L’ha invitato ad Atreju, cantando assieme l’inno antisovietico “Avanti ragazzi di Buda”. Adesso cerca di contenere l’alleato di un tempo, per pragmatismo e per favorire la tenuta della coalizione europeista che punta al bis di von der Leyen, o comunque a isolare l’estrema destra di Le Pen e Salvini.
Orban da un anno, tratta con l’italiana il possibile ingresso del suo partito, Fidesz, nell’Ecr. Farebbe comodo ai Conservatori, minacciati dal sorpasso di Identità e democrazia. La proposta è rinnovata: entra, inciderai negli equilibri del prossimo Consiglio, avrai un portafoglio di commissario all’altezza
Meloni sente di nuovo Macron e Scholz (sono i protagonisti della foto notturna all’Amigo, gli stessi della foto con Mario Draghi sul treno per Kiev, e dunque non si capisce bene perché allora si trattava di sterile politica estera a colpi di istantanee, mentre oggi dimostra protagonismo italiano, come scrive la premier, ma questa è un’altra storia).
La trattativa riparte. Il segnale arriva nel pomeriggio: Orban si assenta dalla sala al momento del voto sull’Ucraina, che avviene a Ventisei, ma il processo di adesione di Kiev può partire. Il ricatto politico si sposta sul bilancio comunitario
(da agenzie)

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MELONI DOUBLEFACE: UNA FOTO AIUTA LA STABILITA’

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

GIORGIA NON CONOSCE BENE LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO

Giorgia Meloni non conosce bene la legge del contrappasso. Altrimenti prima di mettere alla berlina la “politica delle foto” rifletterebbe sulle proprie. O ancora, prima di sventolare un “fax” in aula, starebbe attenta alla data che porta visto che il documento con cui ha accusato il governo Conte di approvare il Mes “con il favore delle tenebre” il giorno dopo le proprie dimissioni. In realtà, quel documento porta la data del 20 gennaio 2021, quindi ben 6 giorni prima le dimissioni del Conte-2 avvenute il 26 gennaio e comunque a seguito di un regolare voto parlamentare.
Ma la foto del contrappasso è un’altra, quella che la ritrae a tarda sera attorno al tavolo del bar dell’hotel Amigo a Bruxelles intenta a conversare con il presidente francese, Emmanuel Macron, e con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, e che la dice lunga sulla sua missione al Consiglio europeo che si conclude oggi. Se la nota diffusa dai suoi uffici descrive quell’incontro come “un lungo scambio di vedute con il presidente francese Emmanuel Macron”, un “incontro informale al quale si è aggiunto in un secondo momento anche il Cancelliere tedesco, Olaf Scholz”, la realtà è che a quel tavolo Meloni, oltre a discutere di allargamento della Ue all’Ucraina, magari ipotizzando un suo ruolo per cercare di smussare l’ostilità dell’ungherese Viktor Orbán, avrebbe dovuto provare a convincere i due Paesi guida dell’Unione europea a concedere ancora altri vantaggi all’Italia in vista dell’approvazione del nuovo Patto di Stabilità. La partita ucraina l’ha vista, subito dopo, gestire un colloquio con il presidente ungherese, mentre sul Patto di Stabilità si tratta solo di provare a trovare altri varchi favorevoli in vista della decisione formale che non sarà presa al Consiglio, ma al vertice Ecofin previsto per la metà della prossima settimana.
La posizione di Meloni è grossomodo quella esposta nel corso del dibattito parlamentare, ottenere cioè un maggior favore per l’Italia, una sorta di sconto che riguardi gli investimenti nell’ambito del Pnrr. Secondo l’ultima bozza di accordo sulla “traiettoria di aggiustamento” del rapporto deficit-Pil prevista dal testo licenziato dall’Ecofin lo scorso 8 dicembre, sostiene Meloni, “si dovrà tenere conto nel triennio 2025-27 degli interessi che sono stati maturati sul debito contratto per gli investimenti effettuati in questi settori”. L’Italia vorrebbe che questo “sconto” non si esaurisse nei tre anni previsti, ma abbia una durata maggiore. Il valore di questa richiesta è stato calcolato in Senato da Matteo Renzi (ovviamente per rimarcare quanto più bravo fosse stato lui a conquistare la “flessibilità” negli anni 2015-‘16). “Diciamo che da questa norma gli investimenti del Pnrr nei settori che possono essere oggetto di interesse, sono circa 100 miliardi mal contati – ha detto il leader di Italia Viva in aula – dei quali due terzi sono a debito, con il prestito, e un terzo a fondo perduto, e quindi 35 miliardi. Di questi assumiamo che ci sia il 3% di interessi come spesa media, alla fine abbiamo un guadagno tra l’1,5 e i 2 miliardi annui, che vuol dire lo 0,1 del Pil”. Le barricate italiane si ridurrebbero dunque a questo e lo dice uno che finora con il governo italiano è stato molto spesso più che indulgente.
Mentre ieri è stato forse raggiunto un compromesso sul bilancio Ue 2021-27 con la riduzione da 66 a 22,5 miliardi delle “risorse fresche” da recuperare per la Commissione, la sostanza di modifiche al Patto di Stabilità si vedrà tra qualche giorno. Il presidente di turno della Ue, lo spagnolo Pedro Sánchez, ha infatti detto che ritiene “possibile” che la riforma del Patto sia realizzata entro fine anno. Mercoledì prossimo è convocato un Ecofin straordinario in videoconferenza: dovrebbe trattarsi dell’ultima riunione sulla materia, “in linea di principio”, riferisce una fonte Ue. Quindi, ci si attende che sia risolutiva. Meloni dovrà cercare di spacciare per una sua vittoria i pochi decimali di Pil che l’Italia porterà a casa. A meno che davvero non voglia minacciare di porre il veto. Ma la foto al bar con Macron e Scholz parla di altro e ricorda tanto Mario Draghi.
(da Il Fatto Quotidiano)

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EIAR EIAR, ALALÀ: AD ATREJU IL DIRETTORE DELL’APPROFONDIMENTO RAI, PAOLO CORSINI SI FA PRENDERE LA MANO DAL MELONISMO SENZA LIMITISMO. NON SOLO USA PIÙ VOLTE IL “NOI” PARLANDO DI FRATELLI D’ITALIA, MA POI ATTACCA ELLY SCHLEIN

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

IL PD SI INCAZZA E CHIEDE LE DIMISSIONI: “SI È TRASFORMATO IN MILITANTE, LASCI”

Era stato nominato direttore dell’Approfondimento Rai, cioè di tutti i talk show della tv pubblica, in quota Fratelli d’Italia. Ma ieri Paolo Corsini, giornalista con una lunga carriera nei Tg Rai, è andato un po’ troppo oltre aprendo Atreju, la manifestazione di Fratelli d’Italia.
Corsini ha moderato il dibattito di inaugurazione della festa: un panel in cui il direttore della Rai ha invitato sul palco diversi dirigenti di partito di Meloni, dal coordinatore di Roma Marco Silvestroni a quello del Lazio Paolo Trancassini passando per il Responsabile del Programma Francesco Filini fino al ministro Luca Ciriani. Dal palco di Atreju, però, Corsini si è lasciato andare a una serie di frasi che hanno imbarazzato la platea: non ha nascostole sue simpatie per FdI.
Presentando gli ospiti ha più volte usato la prima persona plurale “noi” riferendosi ai dirigenti del partito: “Abbiamo parlato del nostro territorio, ora parliamo un po’di noi, della festa di Atreju”, ha detto Corsini presentando Filini.
Poi ha attaccato Elly Schlein (pur senza nominarla) per aver rinunciato a partecipare alla festa: “Sul confronto ricordo che nelle edizioni passate ci sono stati Bertinotti, Prodi, Veltroni, D’Alema, Conte… quest’anno il confronto ce l’abbiamo ma qualcuno ha preferito rifiutare, forse perché nell’era dei social è più facile cercare un po’ di like che dibattere nel merito. Hanno preferito occuparsi di come vestirsi e di che colori utilizzare, piuttosto che confrontarsi”, ha detto Corsini facendo riferimento all’armo cromista (una consulente d’immagine) di Schlein.
Infine ha elogiato la parola “orgoglio” (titolo della festa) rivendicando il suo ruolo di “militante”: “Bisogna riappropriarsi delle parole, a partire proprio dall’accezione positiva dell’orgoglio. Grazie ad Atreju per questa battaglia che stiamo vincendo”.
“I suoi programmi vanno male e lui, invece di stare a lavorare in Rai per provare a risollevare, che fa? Sta ad Atreju non a fare il semplice conduttore ma ad attaccare Schlein”.
Cosi’ i componenti Pd della Vigilanza Rai “a proposito dell’intervento del giornalista Rai Paolo Corsini alla festa di Fratelli d’Italia”. “Non si e’ mai visto – prosegue la nota dem – un direttore della Rai che attacca a un’iniziativa di partito la leader di quello avversario come se fosse un militante. Inaccettabile. Si scusi o si dimetta”.
“Puo’ un dirigente della Rai aprire la festa di partito e dire pubblicamente ‘noi di Fratelli d’Italia’? E ancora, lo stesso dirigente, Paolo Corsini, puo’ attaccare dal palco di Atreju la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein?”. A chiederlo e’ Sandro Ruotolo, responsabile Informazione del Partito Democratico. “La Rai – riprende – non ha mandato in onda un programma sulla mafia di Roberto Saviano perche’ lo scrittore napoletano aveva criticato il ministro Salvini. Vorremmo lo stesso trattamento per Paolo Corsini: le sue dimissioni da direttore dell’approfondimento giornalistico della Rai”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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ELLY SCHLEIN: “MELONI STA FACENDO DISASTRI E NON ARRIVA AL 2027. PREPARIAMOCI AL VOTO”

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

“TUTTA LA SUA PROPAGANDA VIENE SMENTITA DAI FATTI”

«Questo governo non arriva a fine legislatura. L’ho sempre pensato. E ne sono ancora più convinta. Per questo dobbiamo prepararci». La segretaria del Pd, Elly Schlein, esce dal summit del Pse (i Socialisti Europei), che tradizionalmente precede le riunioni del Consiglio europeo. E ripete tutte le critiche già mosse all’esecutivo Meloni. Però, con una prospettiva in più: quella delle elezioni anticipate.
Il dialogo con i “colleghi” del Pse, del resto, non può non tenere conto della situazione italiana e della “squadra” di destra capitanata da Giorgia Meloni. Al tavolo con lei ci sono i primi ministri di Spagna, Pedro Sanchez, e Portogallo, Antonio Costa, l’Alto Rappresentante dell’Ue, lo spagnolo Josep Borrell, il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, e quasi tutti i leader progressisti d’Europa ad eccezione del Cancelliere tedesco Olaf Scholz impegnato nella mediazione con il sovranista ungherese Orbán sul via libera ai negoziati per l’adesione dell’Ucraina nell’Unione.
«Questo governo — è allora la sua premessa — è un disastro. Per questo ho sempre pensato che non arriverà al 2027». Davanti a Palazzo Chigi ci sarebbero ancora altri quattro anni di legislatura. La leader dem, però, sposta di molto le lancette del prossimo voto nazionale. «Le prossime regionali saranno già un test e poi ci saranno le europee — sottolinea fumando una sigaretta elettronica davanti al centro congressi Square — sono due appuntamenti in cui noi dovremo dimostrare che un’alternativa c’è e che questa destra nel complesso sta arretrando».
Si ferma un attimo. La chiamano. Nella sala che ha ospitato l’incontro è rimasto il presidente del Pse, lo svedese Stefan Lofven, e con lui ha in programma un colloquio bilaterale anche per organizzare il congresso del Partito che si terrà proprio in Italia il prossimo marzo. Sarà quella sede e l’occasione per lanciare il cosiddetto “spitzenkandidat”, ossia il candidato alla presidenza della prossima Commissione Ue. Il nome non è stato ancora ufficializzato, ma le attenzioni si stanno concentrando sul lussemburghese Nicolas Schmit, attuale Commissario europeo al lavoro. Fa un passo vero l’ascensore e riprende a ragionare sul calendario elettorale. «Del resto — fa notare — basta vedere i sondaggi e tutta la propaganda di questa destra viene smentita. Sostengono di essere maggioranza nel Paese, ma i numeri dicono esattamente il contrario. Dico anche di più: se prendiamo i dati delle ultime elezioni politiche, si vede chiaramente che loro non hanno allargato il consenso rispetto al precedente voto».
Il problema, però, è che il centrosinistra e l’intera opposizione si è presentata alle urne scomposta in almeno tre fronti. «Certo, noi eravamo senza un’alleanza. Per questo dobbiamo prepararci alle elezioni. Dobbiamo sapere che non possiamo aspettare la fine della legislatura». Il problema, semmai, è come organizzare una coalizione in grado di vincere o almeno di limitare il centrodestra. Elly Schlein non ha dubbi. Il modello di riferimento è l’intesa costruita di recente sul salario minimo. «Quello che abbiamo fatto in quella occasione — spiega — possiamo replicarlo su tanti altri argomenti. Noi, in ogni caso, siamo e dobbiamo essere pronti». Non cita mai la formula “campo largo”, ma quella battaglia condotta in Parlamento la scorsa settimana aveva visto unire il Pd, il Movimento 5Stelle, Azione di Calenda, +Europa e Sinistra Italiana. Tutte le opposizioni ad eccezione di Italia Viva di Matteo Renzi. «Quando abbiamo organizzato la manifestazione a Piazza del Popolo — ricorda la segretaria Dem — lo abbiamo fatto con questa finalità. In quella piazza non c’era un solo argomento o una sola protesta, ma un insieme di questioni aperte e importanti per il Paese».
Il punto di partenza di Schlein, comunque. è sempre lo stesso. «Questo governo — ripete — sta combinando un disastro. La manovra, ad esempio, fa solo tagli. Non offre una prospettiva». E anche sulla trattativa relativa al nuovo patto di Stabilità «il governo italiano ha mostrato la sua totale incapacità e l’assenza di una strategia negoziale. Per le loro antipatie non hanno fatto asse con i Paesi che hanno situazioni più simili alle nostre, e questo rischia di pagarlo il Paese. Non solo ci preoccupa il fatto che il governo rischia di accettare un compromesso al ribasso che ci riporta all’austerità, ma ci preoccupa che si stia già applicando l’austerità in Italia. Perché una manovra che taglia la sanità pubblica, che non mette nulla sulla scuola pubblica e sul diritto allo studio, che taglia le pensioni e gli enti locali, è già una manovra di austerità, che noi contrastiamo duramente in Parlamento in questi giorni». Oppure, insiste, «basta vedere cosa stanno facendo con il Ponte sullo Stretto. Per finanziarlo stanno togliendo oltre un miliardo alla Sicilia e il governo di quella regione, di centrodestra, naturalmente si sta mettendo di traverso».
Ma la leader democratica va anche oltre: «Questa destra è sempre rivolta al passato. Guarda sempre indietro. Per questo si chiamano Conservatori ma forse in questo caso sarebbe meglio chiamarli reazionari». Un giudizio che riguarda anche i partiti europei. «Quando si mettono insieme il Ppe, i conservatori di Ecr e i sovranisti di Identità e Democrazia, non sanno governare. Lo abbiamo visto in tanti Paesi. Sanno solo togliere ai più poveri».
Secondo Schlein, un’altra sconfitta subita dal governo concerne i migranti. Non solo i dati degli sbarchi stanno battendo quest’anno tutti i record e i fondi messi a disposizione dell’Ue sono stati ampiamente ridotti rispetto alla proposta originaria, eppure «siamo stati accusati da Meloni di essere contro l’interesse nazionale: chi ha scelto sempre gli alleati più sbagliati e nemici dell’interesse nazionale italiano, è proprio lei. Qualche mese fa è andata a dire a Varsavia che i governi nazionalisti che costruiscono muri contro la solidarietà all’Italia fanno bene. Avrebbe invece dovuto chiedere ai suoi alleati nazionalisti di fare la loro parte». La lunga campagna elettorale è dunque iniziata. E non è escluso che si chiuda a giugno prossimo con il voto europeo.
(da La Repubblica)

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“MACCHE’ FERIE: SIAMO DEVOTI DI GIORGIA, INCHIODATI IN AULA”

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

ONOREVOLI OPERAI: “QUANDO C’E’ LA FINANZIARIA, NESSUNO PRENOTA NULLA”

Marcello Coppo è un operaio della Repubblica. “Dall’inizio della legislatura ho perso 15 chili”. Un parlamentare si giudica da quanto mangia. Da come mangia. E qui siamo allo zenit della passione.
“Prevalentemente insalata rinforzata. Essendo piemontese non provo piatti di carne che mi deluderebbero. Resisto a tavola pochi minuti, il tempo di cibarmi per affrontare il turbillon di incontri e dare senso alle mie responsabilità. Corro di qua e di là, per rendere alla Nazione il servizio che devo”.
Ardimento, devozione incontrollata per Giorgia Meloni. Questo parlamentare astigiano, già vicesindaco della città è immerso nel vortice dei decreti da approvare e non ha idee di cosa siano le vacanze natalizie.
“Ma scherziamo? Siamo con l’acqua alla gola della Finanziaria. Le mie figlie sono abituate ad attendermi. Sarò ad Asti a festeggiare quando ci sarà tempo e modo. Per adesso inchiodati qua”.
Maschi e femmine. Fratelli e Sorelle d’Italia. Eccola Domenica Spinelli, pugliese di nascita, romagnola di adozione, senatrice.
“Con Giorgia che si spacca la schiena noi possiamo permetterci di avere il naso all’insù? Di sbuffare, annoiarci? Di essere presuntuosi verso un servizio che rendiamo al Paese? Io sono stata sindaca di Coriano per dieci anni. Quando sei al municipio il telefonino è sempre acceso. E così faccio anche qua”.
Un attimo, solo un attimo, che possiamo chiamare di riflessivo pessimismo.
“Dicono che siamo claque, ma poveretta (parlo di Giorgia) se ci sono emergenze è chiaro che fa i decreti legge. Io non mi sento claque, come ci accusa Renzi”.
Sul Parlamento che è sinonimo di ornamento la discussione si accende nel crocchio delle voci. Il pensiero di Alessandro Battilocchio, un socialista viterbese di Tolfa, che se l’è vista nera al tempo di Tangentopoli e ora, grazie alla tenacia, all’ottimismo e a un po’ di fortuna, è ritornato a Montecitorio.
“L’immagine di noi parlamentari è un pelino scaduta, siamo stati un pelino retrocessi. Abbiamo perso quel tocco, quella forza vivida, anche quel ruolo. Siamo ridimensionati, ma questo non significa che qui e non vado oltre…”.
Che qui?
“Ha visto le mie presenze in aula?”
Scommetto che lei è sopra il novanta per cento.
“Sono oltre il 99%”.
Un dato straordinario. Lei è il primo tra i primi.
“Modestamente sono delegato d’aula di Forza Italia e di vacanze neanche a parlarne (ma forse qualcosa ci scappa dopo Capodanno)”.
Fatica senza lavoro. Ozio senza riposo. È questo il destino del parlamentare?
“Ozio in che senso?”.
È un aforisma di un democristiano del Novecento, diciamo a Salvatore Deidda, meloniano sardo.
“Io sono un devoto di Giorgia. La a-do-ro. Non ho vacanze da fare, famiglia da mantenere, figli da accudire. Sono single. Nella mia vita ci sono i miei genitori, nella cui casa io vivo, e poi c’è lei: Giorgia”.
Ehm, onorevole Deidda.
“Sento questa gratitudine, questa enorme riconoscenza come il frutto di una storia politica iniziata insieme”.
Non è che sta esagerando?
“Non mi crede? Pensa che io abbia prenotato le vacanze natalizie con la Finanziaria in discussione? Allora non mi conosce proprio”.
Ciascuno alle sue passioni. Forme singolari di valorizzazione della propria attività politica le offre Ester Mieli, romana, famiglia rilevante della comunità ebraica della Capitale, giornalista Mediaset, già vicina ad Alemanno e ora al Senato con il partito di maggioranza.
“Nel mio orto ai Colli Portuensi (quartiere di Roma, ndr) coltivo ogni tipo di ortaggio. Prima di recarmi a Palazzo Madama zappo la terra. Zappo tutte le mattine, dalle 6 e mezza in poi se è inverno, dalle 5 e mezza se è estate. Zappo e penso, zappo e alleno la mente non solo le braccia. Questo è il tempo di cavolo nero, finocchi, scarola”.
Cavolo nero e Finanziaria è un abbinamento intrigante.
“Le piace il cavolo nero? Vuole assaggiarlo?”.
Il Parlamento è divenuta claque, è puro ornamento senatrice Mieli.
“Dobbiamo impegnarci di più, ma lei è apocalittico”.
“Se permette, anch’io sento questo fragore inusuale, questa voglia di parlar male della politica, di fomentare il populismo, di alimentare il dileggio”.
Annarita Patriarca è figlia d’arte. Suo papà, il senatore Francesco, è stato un boss democristiano di Castellammare di Stabia e della penisola sorrentina, chiacchierato dominus e gestore delle clientele per oltre un ventennio.
“La mia passione è invece limpida, cristallina, piena e totale. Qui lavoro da mattina a sera, il mio partito oggi è Forza Italia. Fin da bambina mi sono nutrita di pane e politica e non potrei farne a meno. I parlamentari contano poco? Forse sì, ma è cambiato il mondo, oggi ci sono i leader”.
“Io voglio battermi per il ripristino del vecchio Parlamento. Questa decapitazione ha provocato guai grandi al funzionamento dell’Istituzione e alla nostra immagine. Piacere, Nazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali della Camera”.
Piacere mio.
“Per dirle che non bisogna sbeffeggiare chi non conosce la nostra attività”.
Non sbeffeggio.
“Comunque anch’io non faccio vacanze”.
(da il Fatto Quotidiano)

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C’ERA UNA VOLTA LA GRANDE INDUSTRIA ITALIANA

Dicembre 15th, 2023 Riccardo Fucile

DAL DECLINO DELL’OLIVETTI AL DISASTRO DELL’ILVA, DALLA FIAT VENDUTA AI FRANCESI ALLA PIRELLI SALVATA DA PECHINO: COME IL NOSTRO PAESE HA PERSO PER STRADA I SUOI GIGANTI DELLA MANIFATTURA

Il 14 ottobre 1965 a New York un marchingegno italiano catturò l’attenzione degli americani. Tra gli espositori e i visitatori del Bema, la fiera internazionale dei prodotti da ufficio, non si parlava d’altro che di quel visionario apparecchio progettato e realizzato da un’azienda di Ivrea, la Olivetti. Si chiamava P101 (Programma101) ed era un calcolatore da tavolo programmabile, ma la stampa locale ne parlò subito come di un rivoluzionario computer da scrivania («the first desk top computer of the world»).
Il New York Journal American scrisse affascinato: «Potremmo vedere un computer in ogni ufficio prima che due automobili in ogni garage». E aggiunse: «Un manager ora può avere sul proprio tavolo una segretaria con velocità istantanea». Quei pazzi degli italiani avevano appena inventato il primo personal computer della storia.
Il prodotto – studiato da un team guidato dall’ingegner Pier Giorgio Perotto – ebbe un successo tale che persino la Nasa ne acquistò alcuni esemplari, che negli anni successivi saranno utilizzati anche per pianificare lo sbarco sulla Luna della missione Apollo 11.
Il P101 è tutt’ora esposto al Moma di New York come pezzo leggendario del design e della tecnologia del Novecento. Quanto alla Olivetti, invece, quello che all’epoca era un marchio di respiro internazionale con oltre 70mila dipendenti, oggi è un’anonima società che conta appena poche centinaia di lavoratori e che è inglobata nel Gruppo Tim, a sua volta erede di un’altra nobile decaduta dell’industria italiana: la Sip.
Già negli anni Sessanta, per la verità, il gioiello piemontese incontrò le prime difficoltà finanziarie. La famiglia Olivetti fu costretta a far entrare nuovi azionisti – su tutti Mediobanca, Fiat e Pirelli – che decisero di abbandonare il ramo dell’elettronica per restare solo in quello della meccanica, finché nel 1978 il timone dell’azienda passò nelle mani di Carlo De Benedetti.
L’Ingegnere inizialmente recuperò terreno sul piano industriale puntando tutto sull’informatica, ma poi finì schiacciato dalla crisi del settore e da un indebitamento che si fece progressivamente insostenibile. Gli anni Novanta, prima con lo sbarco nella telefonia e poi con l’Opa su Telecom capeggiata da Roberto Colaninno, furono disastrosi. Il resto è storia di oggi: l’ex gigante italiano dei computer si è trasformato in un nano che non tocca palla nel mercato dell’Internet of things.
Quella della Olivetti è una parabola discendente che racconta molto del declino della grande industria del nostro Paese. Gli occupati nel settore secondario, che nel 1977 rappresentavano secondo l’Istat il 38% del totale, oggi oscillano intorno al 20%.
Si dirà: è andata così un po’ per tutti, nell’Europa occidentale sempre più “terziarizzata”. E in effetti è vero che è l’intera industria del Vecchio Continente ad aver dismesso o delocalizzato molte delle sue produzioni, avendo lasciato, ormai vent’anni fa, che la Cina diventasse la “fabbrica del mondo”: in Italia il manifatturiero è sceso dal 19% del Pil nel 1992 al 14% nel 2022, ma anche in Germania e in Francia si è registrato un calo simile, rispettivamente dal 23 al 18% e dal 16 al 9% (dati della Banca Mondiale). Siamo in buona compagnia, insomma. Tuttavia alle nostre latitudini la caduta è stata più rumorosa che altrove. Perché ha visto crollare dei colossi.
Emblematico è il caso dell’automotive, l’industria manifatturiera per eccellenza: fino all’inizio degli anni Novanta eravamo terzi in Europa per numero di vetture assemblate, dietro solo a tedeschi e francesi; adesso siamo scivolati al settimo posto, superati non solo da Spagna e Regno Unito ma pure da Repubblica Ceca e Slovacchia.
Catena di smontaggio
La Germania ha ancora saldamente le mani sui volanti di Audi, Volkswagen, Bmw, Porsche. La Francia ha mantenuto nel garage di casa le sue Renault, Peugeot, Citroen. L’Italia, invece, ha ormai perso il controllo sul suo ex campione nazionale, Fiat, di fatto venduta proprio ai nostri cugini d’Oltralpe, segnatamente al Gruppo Peugeot, insieme a marchi un tempo iconici e oggi impolverati come Alfa Romeo e Lancia.
Negli anni Sessanta la Fiat aveva 160mila dipendenti nel nostro Paese, oggi la sua erede Stellantis ne conta meno di un terzo. E, per giunta, vuole scendere ancora: dal 2021, infatti, l’azienda ha avviato un poderoso piano di tagli basato sugli esodi incentivati (dimissioni in cambio di assegno di buonuscita) che ha già convinto finora 7mila addetti ad andarsene.
L’Italia è sempre più ai margini nelle strategie industriali del Gruppo. Gli investimenti su nuovi modelli vengono concessi col contagocce. Da Mirafiori a Pomigliano, passando per Cassino e Melfi, nessuna fabbrica è pienamente saturata (significa che i volumi produttivi sono sottodimensionati rispetto alla forza lavoro) e da anni ormai si fa ovunque stabilmente ricorso alla cassa integrazione. In compenso, la Cinquecento ibrida sarà prodotta in Algeria, il remake della Topolino in Marocco, la nuova Seicento in Polonia e la Panda elettrica in Serbia.
Ma c’è poco da stupirsi, se si considera che Stellantis è una multinazionale a trazione transalpina (lo Stato francese è anche azionista) e con sede legale ad Amsterdam (per pagare meno tasse).
Nemmeno l’amministratore delegato del marchio Fiat è italiano: si chiama Olivier François, ha 62 anni ed è nato a Parigi. François è sbarcato a Torino nel 2005 su chiamata di Sergio Marchionne, che gli affidò il rilancio (non fortunatissimo) del marchio Lancia.
A proposito dell’ex manager italo-canadese: sarà stato anche un fenomeno nel generare dividendi per i suoi azionisti, ma è anche per colpa delle sue resistenze se in questi anni la filiera dell’automotive italiano è rimasta tanto indietro sul fronte dei veicoli elettrici.
Oggi la transizione ecologica pone sfide difficili per il settore delle quattro ruote. Il mercato va spedito in quella direzione e se non si investe adesso nella produzione e nel riciclo delle batterie o nello sviluppo di software per la mobilità, si rischia di perdere il treno che porta nel futuro. In casa Stellantis, va detto, qualcosina si muove: lo scorso settembre a Mirafiori è stato inaugurato un polo di ricerca per testare le batterie, mentre nel 2026 dovrebbe aprire la gigafactory di Termoli. Quel che manca disperatamente è una regia politica.
Negli ultimi due anni sindacati e Federmeccanica hanno unito le voci per implorare chi governa il Paese di elaborare un piano per gestire il passaggio all’auto green, avvertendo del «rischio di deindustrializzazione di un settore chiave dell’economia italiana».
In ballo ci sono oltre 70mila posti di lavoro, la maggioranza dei quali si trovano in aziende di dimensioni piccole e medie della componentistica. Tra Piemonte e Lombardia ci sono officine d’eccellenza che esportano in mezzo mondo: in media il 30% dei pezzi che compongono un’auto tedesca proviene da qui, mentre l’ex Fiat guarda sempre più ai fornitori francesi. Insomma, siamo ormai per lo più un’industria di contoterzisti.
E in gran parte è proprio grazie a queste multinazionali tascabili se l’Italia è ancora la seconda manifattura d’Europa per valore aggiunto. Sono casi virtuosi come la bergamasca Brembo o la torinese Facet nell’automotive, o come Ima nel packaging, Mapei nella chimica per edilizia, Chiesi nella farmaceutica, a tenere alto il nome del nostro Paese, assieme – certo – ad alcuni grandi gruppi rimasti in piedi come Luxottica, Barilla, Ferrero, Armani.
Rispetto a una trentina d’anni fa, però, alcuni top player del Made in Italy si sono persi per strada. In certi casi falliti, in altri ridimensionati, in altri ancora venduti a grandi gruppi stranieri.
Padroni forestieri
Un’indagine pubblicata l’anno scorso da Confindustria in collaborazione con l’Università Luiss ha rilevato che nel decennio 2009-2019 il valore aggiunto generato dalle imprese italiane a capitale estero è aumentato del 70% passando da 79 a 134 miliardi di euro. Nella manifattura si parla di poco più di 4.500 aziende, che rappresentano circa l’1% del totale dell’industria nazionale eppure producono il 17% del fatturato.
Gli esempi noti di gemme del Made in Italy passate in mani forestiere sono tanti: Parmalat è diventata francese, così come Gucci, mentre Valentino appartiene all’emiro del Qatar, Pirelli è cinese, Lamborghini e Ducati parlano tedesco e la ceramica Marazzi è americana.
In certi casi, inoltre, proprietà straniera fa rima con chiusura: per informazioni chiedere agli operai della Elica di Fabriano (cappe da cucina) o a quelli della Timken di Brescia (acciaio) o, ancora, agli addetti della Gkn di Firenze o della Marelli di Crevalcore (componentistica auto), tutti o quasi rimasti senza lavoro dopo essere stati acquisiti da fondi d’investimento stranieri, quelli che il sociologo Luciano Gallino chiamerebbe «finanzcapitalisti» perché estraggono valore dal lavoro, anziché crearlo.
All’Ilva dal 2018 comandano gli indiani di Arcelor Mittal, che però adesso si rifiutano di iniettare capitale per salvare l’azienda, ormai arrivata a pochi centimetri dall’abisso. Già prima del loro arrivo in scena la situazione era critica, fra tiramolla giudiziari e una città, Taranto, alle prese con la scelta impossibile fra lavoro e salute pubblica. Negli ultimi mesi però la situazione è precipitata.
Nell’acciaieria salentina – la più grande d’Europa – si producono appena 3 milioni di tonnellate l’anno a fronte di una capacità di 8. La scorsa settimana si è fermato per manutenzione anche l’Altoforno 2, ma il problema più urgente è che i soldi in cassa sono finiti: le banche non concedono più finanziamenti, i creditori bussano alla porta, le forniture di gas vanno avanti in via straordinaria. La chiusura non è mai stata così vicina. Brutta fine, per quello che un tempo era il gruppo siderurgico numero uno del Vecchio Continente. Un fallimento su cui gravano enormi responsabilità anche della politica, incapace per undici anni di trovare una soluzione per tenere in vita un settore strategico come l’acciaio.
Anche il Governo Meloni è inciampato sull’Ilva, che per il 40% fa capo all’agenzia pubblica Invitalia. Dapprima l’esecutivo sembrava intenzionato a dar corso al piano di nazionalizzazione che era stato varato dal Governo Conte 2, poi è stato fatto trapelare che era in corso una trattativa con Arcelor Mittal per lasciare il controllo, ora la multinazionale asiatica fa i capricci e Palazzo Chigi non sa che fare: da un lato c’è un’industria che sta per andare definitivamente gambe all’aria, dall’altra – se gli indiani non cambiano idea – l’unica opzione è un salvataggio con fondi statali.
Il ritorno dello Stato
Anche su un piano più generale, la cosiddetta “Melonomics” non sta funzionando granché. Nei primi nove mesi del 2023 la produzione industriale in Italia è calata quasi del 3% rispetto all’anno precedente. Il Governo paga certamente una congiuntura non facile a livello internazionale, ma ha anche fatto ben poco di concreto per invertire la rotta.
Chi si attendeva un maggior dirigismo con l’avvento dei patrioti è rimasto deluso: i Fratelli d’Italia proseguono nel solco del liberismo già scavato dai precedenti esecutivi. Del resto, la presidente del Consiglio lo aveva annunciato fin dal giorno del suo insediamento: «Il nostro motto sarà “non disturbare chi vuole fare”».
Peccato che la politica del laissez faire, almeno nel nostro Paese, abbia portato a un drastico crollo degli investimenti pubblici e privati, che nel 2000 assorbivano ancora il 21% del Pil e nel 2019 – cioè appena prima del Covid – erano scesi al 18%, ben cinque punti sotto la media Ue.
E pensare che proprio dalla culla del capitalismo, gli Stati Uniti, arriva forte e chiaro il messaggio che è ora di invertire la rotta. Che cioè la globalizzazione è finita, o quantomeno cambiata. E che dunque occorre riportare in casa propria le fabbriche, e finanziarle con robuste iniezioni pubbliche.
L’Inflaction Reduction Act varato dall’Amministrazione di Joe Biden vale 740 miliardi di dollari: denaro pubblico pompato alle imprese per stimolare la ricostruzione di un’industria all’avanguardia degna di una superpotenza mondiale. E l’Unione europea ha risposto, oltreché con il Next Generation Eu, con il Net Zero Industry Act, un pacchetto analogo da 600 miliardi di euro.
Intanto, sul fronte interno, si registrano incoraggianti passi verso il futuro da parte di un manipolo di aziende illuminate, come Lavazza, Essilor Luxottica e Lamborghini (quest’ultima controllata dai tedeschi di Audi), che hanno deciso di sperimentare la settimana lavorativa di quattro giorni. Chi l’ha già testata all’estero ne ha ricavato risultati positivi non solo in termini di soddisfazione tra i dipendenti ma anche dal punto di vista della produttività. In un mondo che cambia chi si ferma è perduto.
(da TPI)

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