Dicembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
FRANCESCO BILLARI: “LE POLITICHE PER LE FAMIGLIE POTRANNO INCIDERE SOLO DOPO MOLTI ANNI”
Francesco Billari è demografo e rettore dell’Università Bocconi. Il suo ultimo libro è “Domani è oggi”
Professor Billari, si parla molto di “inverno demografico” per il nostro Paese: è un’espressione giustificata?
Lo è se ci si riferisce alla diminuzione delle nascite e all’aumentare dell’età media della popolazione, che sono fatti innegabili. Diventa però meno giustificata se dà a intendere che si tratta di un fenomeno “naturale”, immodificabile o persino fisiologico. Così, infatti, passa l’idea che non ci si possa fare granché, se non forse mitigare dei fenomeni esogeni enormi, indipendenti dalla nostra volontà come le stagioni. Ma non è così, e lo è ancora meno per l’Italia, che pur presentando alcune criticità non ha gli enormi squilibri demografici di Paesi come la Cina.
In che modo il nostro Paese è diverso da altri?
Abbiamo una combinazione particolare di tre fattori: aumento della quota di anziani, autonomia tardiva dei giovani e zone in spopolamento. Si parla molto del fatto che gli italiani fanno figli tardi, ma in realtà su questo siamo abbastanza in linea con altri Paesi. Dobbiamo toglierci di mente l’idea di tornare a far figli a 20-25 anni: quello è un passato che non tornerà più. Invece quello che dobbiamo fare è creare un sistema sociale ed economico che permetta ai giovani di continuare a lavorare e sostenersi serenamente pur facendo figli.
Il costo di avere dei figli, però, è molto aumentato rispetto al passato.
È vero, ma questo costo può essere modificato, per esempio con politiche pubbliche. Ciò che conta davvero è il tempo di attesa prima di diventare genitori, che è aumentato in quanto si aspetta “il momento giusto”. Ma è chiaro che questo momento fatica ad arrivare se cominci ad avere una tua indipendenza solo a trent’anni. Per esempio, i Paesi nordici hanno giovani che escono di casa a 21-22 anni: anche loro attendono parecchio prima di fare figli, ma cominciando a ragionarci da ben prima. E peraltro potendo così contribuire pienamente alla società e all’economia nei loro anni più creativi e per certi versi anche più produttivi.
Non c’è anche un fattore culturale? Una sempre più diffusa sfiducia nel futuro?
Probabilmente sì. Gli italiani in particolare pensano che oggi si stia peggio di 50 anni fa, per cui guardano al passato più che al futuro. Un’idea assolutamente ingiustificata: stiamo molto meglio di come stavano i nostri nonni sotto moltissimi punti di vista. Tuttavia, a mio parare il fattore culturale è spesso sopravvalutato. Per esempio: l’Italia oggi ha il 40% di nati fuori dal matrimonio, anche se si dice spesso che teniamo molto alla “famiglia tradizionale”. Quindi non è detto che una mentalità tradizionalista o timorosa si traduca in denatalità.
Ma invecchiando non rischiamo di diventare un Paese sempre più conservatore e tradizionalista?
Non è detto che sia l’invecchiamento in sé a frenare l’innovazione e il progresso. I Paesi che vediamo essere più dinamici sono quelli che tendono ad avere più giovani autonomi piuttosto che averne tanti. Guardiamo a Paesi come la Corea o il Giappone per esempio: soffrono di profonde crisi demografiche per via della bassissima natalità e hanno molti anziani, ma sono società che hanno mantenuto o sviluppato una cultura dell’innovazione molto forte.
Qual è allora la chiave demografica per il nostro Paese?
La crescita della popolazione italiana nei prossimi 20-30 anni è legata esclusivamente alle politiche migratorie: le politiche per le famiglie, fondamentali, inizieranno ad incidere davvero molti anni dopo la loro introduzione. Fortunatamente, di giovani e di bambini il mondo è pieno. Bisogna guardare ad esempi come quelli della Germania e della Svezia, che hanno avuto un approccio scientifico alla demografia accogliendo molte più persone di quanto non facciamo noi.
La Francia però lo ha fatto in passato e ora ha dei grossi problemi d’integrazione.
La Francia, che ha fatto delle ottime politiche familiari basandosi sui dati, a un certo punto per ragioni politiche ha smesso di fare lo stesso per quanto riguarda l’immigrazione. Di fatto aveva una società segregata ma nessuno se ne era davvero accorto. Ora ne sta pagando il prezzo. E anche noi rischiamo di trovarci molto rapidamente in una situazione simile, dal momento che per esempio non riconosciamo come cittadino italiano chi è nato e cresciuto qui e non integriamo davvero chi arriva. Questa è la nostra vera bomba demografica e sociale, e non ce ne stiamo occupando.
Lei si è occupato anche molto di scuola: aumentare il livello di istruzione è un’altra “medicina” al problema demografico?
Certamente, perché una maggiore scolarizzazione aumenta l’occupazione, genera aziende più grandi e quindi più produttività. Così come oramai c’è una solida evidenza della correlazione tra occupazione femminile – o quanto meno sviluppo economico – e maggiore natalità. Lo si vede anche da noi: sono le zone più ricche come Bolzano o Trento che hanno una fecondità più alta, così come hanno un numero di laureati superiore alle media. Questo è il dato scientifico: maggiore capitale umano crea benessere economico e sociale e quindi maggiore natalità.
Alcuni però fanno notare che ora servono di più figure come operai specializzati per l’industria che laureati.
Prima di tutto non è vero, dal momento che i laureati italiani si collocano con percentuali ben maggiori di chi ha un titolo di studio secondario. Ma poi: il compito di chi si occupa di istruzione non è basarsi sui bisogni del mercato di oggi, che inevitabilmente tra qualche anno cambieranno, ma sul lungo periodo. Noi oggi abbiamo il 30% di giovani laureati, molto sotto la media europea, e abbiamo il record di NEET, cioè giovani che non studiano e non lavorano. Allora o siamo gli unici al mondo ad aver capito che l’istruzione avanzata non serve e pensiamo di dover rimanere un Paese di piccole aziende che gareggiano al ribasso con Paesi meno sviluppati, oppure capiamo che faremmo meglio a cambiare passo.
Però con una popolazione che invecchia ci sarà sempre più bisogno di lavoro di cura.
Anzitutto c’è da dire che l’aumento dell’età media non necessariamente si associa a un maggior bisogno di cura: dipende quanto è lunga la vita in salute. Per cui dobbiamo investire in prevenzione. Poi certo, ci sarà bisogno di più servizi – che peraltro già oggi rappresentano la maggioranza dell’occupazione. Di nuovo una chiave sarà la migrazione, per coprire certi bisogni più immediati, ma allo stesso tempo dobbiamo anche dare maggior prestigio sociale e remunerazione a tutta una serie di professioni non solo sanitarie ma anche nel campo dell’istruzione o dell’amministrazione pubblica che oggi sono piuttosto svalutate.
Cosa dovremmo fare allora, nel concreto?
Anzitutto partire dai dati e dal confronto con altri Paesi per capire che riforme fare. La prima cosa che mi viene in mente in questo senso è ripensare alla scuola. I test PISA e INVALSI ci dicono che siamo in grave ritardo. La nostra scuola è ancora quella pensata cent’anni fa da Gentile per alfabetizzare un Paese agricolo: ora serve altro. Poi occorre dare maggiore autonomia ai giovani, intervenendo sui piani edilizi per aumentare la disponibilità di case in affitto e popolari, oltre che a costruire asili nido per fornire questo servizio gratuitamente a tutte le famiglie. Insomma, dobbiamo investire in capitale umano guardando al futuro e non al presente, e partendo dai casi di eccellenza che pure ci sono nel nostro Paese. In questo modo potremmo anche abbandonare il disfattismo e rendere più facile per i giovani pensarsi genitori.
(da Huffingtonpost)
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Dicembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
AD ATREJU PARLA CON GLI UNICI DUE CHE HANNO TEMPO DA PERDERE
Cosa farebbe Angela Merkel? A Castel Sant’Angelo – dove si fa il
punto sulle politiche migratorie- rimbomba l’eco del Consiglio europeo. La via italiana passa per Tirana e Londra, due paesi europei che sono fuori dall’Unione. Ma perchè Meloni non fa come Merkel con la Turchia? Risposta: perchè non riesce a fare breccia tra i partner. A cominciare dai fondi, bloccati dal veto ungherese. Fermati dall’amico- si fa per dire – Viktor Orban. Alla Festa di Atreju i protagonisti politici sono i primi ministri Edi Rama e Rishi Sunak. Ma anche un non politico come Elon Musk concentra il suo messaggio sul controllo dei flussi: “Dobbiamo filtrare chi arriva, distinguere il legale dall’illegale”, dice. Meloni esibisce gli ospiti per dimostrare il credito acquisito fuori dai confini. Tra la passerella a Castel Sant’Angelo e gli incontri a Palazzo Chigi, ottiene la riconferma degli impegni.
Edi Rama – il gigante albanese si presenta alla kermesse di Fdi con la cravatta rossa a scanso di equivoci – rassicura sul protocollo tra Italia e Albania, che a Tirana dovrà passare per il vaglio di costituzionalità dell’Alta corte. “Sarà sbloccato anche prima di marzo”, garantisce. Alleato fedele – anzi ‘fratello d’Italia’ come si definisce – è ben contento di dare una mano a Giorgia. “Non mi conosceva, pensava che io fossi un compagno di quelli non raccomandabili. Ma noi comportiamo come se già facessimo parte dell’Unione europea. Quelli che fanno la morale, cosa direbbero alla Francia se accogliesse dei migranti? Niente, perchè è giusto che l’accoglienza sia a carico di tutti. Non possono essere tutti dell’Italia solo perchè è Paese di frontiera. La geografia non può essere una maledizione. Il problema, semmai, è che in Europa non accettano la redistribuzione. Non sono un problema gli albanesi, perchè gli albanesi accettano di aiutare l’Italia. Il problema sono gli altri che non lo fanno”.
Come dargli torto. Tanto più che il centro di permanenza in Albania è solo un aiuto, uno sforzo, ma non è la soluzione. “Bisogna avere chiara l’orgine del problema. L’Italia non fa più figli, mentre in Africa li fanno. E l’Italia e l’Europa non possono pensare di chiudersi in una Castel Sant’Angelo e lasciare tutti fuori. Bisogna creare relazioni di fiducia coi paesi d’origine e favorire degli ingressi controllati. Io – dice Rama – ho grande rispetto per quello che fa Giorgia: non solo perchè non credo che sia l’apocalisse fascista, ma anche perchè lei cerca di trovare ascolto in Europa, di dire che bisogna lavorare insieme e sostituire a un sovranismo nazionale un sovranismo europeo”. Un approccio che Rama consiglia anche alla sinistra italiana. “Quando parlo all’estero non parlo mai male del mio paese. Non è etico. Negli anni ’80 in Albania i giovani erano divisi tra gli ultras di Lucio Battisti e quelli di Adriano Celentano. Alcuni cantavano “Azzurro” e altri “Acqua Azzurra”. Io li cantavo tutti e due”. E ha un consiglio anche per Matteo Salvini: “Sono un carissimo amico di George Soros, posso dire che il diavolo non è cosi nero come sembra. E giorgia è la prova”.
Ad Atreju Rishi Sunak fa un discorso che è un manifesto di conservatorismo. Cita l’accordo con l’Albania e il trasferimento di migranti in Ruanda come esempi a cui guardare. Concorda con Meloni che Italia e Inghilterra insieme lavoreranno al rimpatrio dei migranti bloccati in Tunisia nei loro paesi d’origine, d’intesa con l’Organizzazione internazionale dei migranti. “Vogliamo interrompere il modello di business delle gang criminali. Se questo ci richiederà di aggiornare le nostre leggi e di avere conversazioni a livello internazionale per creare un framework sull’asilo politico – dice Sunak – dobbiamo farlo perchè se non gestiamo questo problema oggi, i barconi continueranno ad arrivare. Dobbiamo fare in modo che il deterrente funzioni. Devono capire che chi arriva illegalmente non può restare”.
Tutto bene. Ma non basterà. Quest’anno gli arrivi sono stati 153mila. Nel 2022 erano 61mila. Il nodo, posto dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in un confronto con il titolare del Viminale Matteo Piantedosi, è il coinvolgimento dell’Europa. Il divario demografico è tra le due sponde del Mediterraneo, e “se pensiamo di poter costruire un muro nel Mediterraneo non ci riusciremo. L’Europa deve avere il più rapidamente possibile un piano per l’Africa, per la stabilizzazione, la crescita economica e la prosperità. Ci vogliono soldi per l’ Africa, non chiacchiere”, dice Minniti che cita il precedente dell’accordo tra Ue e Turchia, sottoscritto dopo che Angela Merkel è andata ad Ankara, nel 2014. “Posso dire che se investiamo 6 miliardi per la Turchia, possiamo investirne altrettanti per l’Africa”, dice Minniti che consiglia di mettere il tema in cima alla campagna elettorale delle Europee. “Sul tema immigrazione l’Italia è stata lasciata sola”, dice Minniti che avverte anche sul rischio “di fornire un alibi all’Europa puntando sui Paesi terzi”, trovando da soli paesi dove “parcheggiare i migranti. Non si risolve la questione per questa via”.
Il clima si surriscalda quando il direttore del Domani Emiliano Fittipaldi ricorda che l’isolamento dell’Italia non è solo per il disinteresse di Germania e Francia, ma soprattutto per il veto dell’Ungheria del sovranista Orban. Da ultimo nell’ultimo Consiglio europeo, che ha rinviato l’approvazione del bilancio pluriennale. Dieci miliardi dovevano andare alla gestione delle politiche migratorie. Parole che la platea di Atreju accoglie con una selva di fischi: “Non venire qui a fare propaganda”, gli gridano. E deve intervenire il moderatore per riportare la calma. Tocca a Matteo Piantedosi rispondere, senza tuttavia chiarire più di tanto. I dieci miliardi – assicura- arriveranno. e probabilmente confida nella riunione del Consiglio di gennaio. “I soldi non ci sono ma ci saranno”, dice. E annuncia che questo sarà l’anno della svolta: “Abbiamo la ragionevole aspettativa che questo sarà il primo anno in cui registreremo la decrescita della curva di crescita”. Un gioco di parole che lascia tutti a bocca aperta.
Il gelo arriva quando cita Matteo Salvini, di cui era capo di gabinetto al Viminale. “Scusate se ricordo che il calo degli arrivi più clamoroso c’è stato con Salvini al ministero dell’Interno, meno 11 mila arrivi in un anno”. In sala qualcuno applaude, nelle prime file dove siedono i maggiorenti di Fdi, nessuno batte le mani.
(da Huffingtonpost)
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Dicembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
DUE LETTERE ALLA MELONI, UNA A NORDIO, UNA A TAJANI, UNA A PRESIDENTI DELLA CAMERA E DEL SENATO: NESSUNA RISPOSTA… E POI PARLANO DI “PRIMA GLI ITALIANI”
“Non mi ha risposto nessuno, finora…”. Roberto Salis è un padre che sta perdendo fiducia nella politica e nelle istituzioni italiane. Ha scritto alla premier Meloni (due volte), al Guardasigilli, al ministro degli Esteri, ai presidenti di Senato e Camera, per un intervento diplomatico a tutela dei diritti di sua figlia, Ilaria Salis, 39 anni, maestra elementare e antifascista, chiusa da quasi un anno in un carcere di massima sicurezza a Budapest perché accusata di aver aggredito due neonazisti.
Detenuta in condizioni disumane, come la donna ha riferito in una lettera spedita ad ottobre. “Quando la trasferiscono per le udienze viene trattata come un cane”, racconta Roberto Salis, 64 anni, ingegnere, ex dirigente d’azienda. “Tenuta al guinzaglio da un poliziotto, mani e piedi legati con una catena. Ridotta così deve fare quattro rampe di scale. Per più di un mese, dopo l’arresto, ha dovuto indossare gli stessi vestiti e la stessa biancheria. Non le hanno nemmeno dato i farmaci per l’allergia scatenata dalle cimici nel letto”.
Cosa spera dal governo italiano?
“Che, attraverso i canali diplomatici, faccia pressione su Orban, per far rispettare i diritti di una cittadina italiana. La situazione in cui si trova Ilaria è oltre Kafka: è innocente, eppure rischia 16 anni di carcere per tentato omicidio, a fronte dell’accusa di aver fatto parte del gruppo che ha provocato a due uomini lesioni guarite in 5 e 8 giorni. C’è una sproporzione clamorosa. In passato il governo è riuscito a far cambiare i capi di accusa nel caso di un’italiana che in Kazakhstan era imputata di narcotraffico, quindi qualcosa si può fare”.
Sua figlia l’11 febbraio 2023 era a Budapest, ha partecipato al controcorteo organizzato per contrastare il raduno neo-nazi. Come fa a essere sicuro che non ha partecipato a quelle due aggressioni?
“Mi ha detto di non aver fatto niente e, da padre, le credo. Ha manifestato insieme ad altri contro dei nazisti, che orgogliosamente si definiscono così. La nostra famiglia ripudia la violenza e sarà la magistratura a stabilire se ha commesso reati. Questo però non cambia un fatto oggettivo: mia figlia, e Gabriele Marchesi, l’altro italiano imputato, sono dalla parte giusta della Storia. I nazisti, e soprattutto quei nazisti, sono dalla parte sbagliata”.
È stato scritto che Ilaria è esponente dell’area anarchica milanese. È così?
“Non è anarchica e non fa parte di Hammerbande, il gruppo tedesco che promuove assalti contro i fascisti. Ho letto le 800 pagine dell’inchiesta di Lipsia su Hammerbande e il nome di Ilaria non esce mai. È un’insegnante di scuola elementare e un’antifascista vera, militante. E io di questo sono orgoglioso”.
Ritiene che l’indagine ungherese sugli scontri dell’11 febbraio sia politicizzata?
“Il raduno per il cosiddetto Giorno dell’Onore, in cui vengono celebrate le SS, è sempre stato tollerato dal governo ungherese. Guarda caso nel primo anno in cui è organizzata una contromanifestazione, scattano le indagini…”.
Secondo lei perché non ha ricevuto risposta dal nostro governo?
“Non lo so”.
C’entra qualcosa il fatto che la premier sia molto vicina a Orban, e sua figlia sia dichiaratamente antifascista?
“Non riesco a capire che vantaggio avrebbe il governo a non fare niente. Anzi, promuovendo un’azione umanitaria per un’oppositrice politica avrebbe tutto da guadagnare, no?”.
Sta cercando di sottrarre sua figlia al processo?
“No, vorrei solo che le concedessero i domiciliari in Italia. È un suo diritto. Tramite i nostri avvocati abbiamo presentato domanda quattro volte, quattro volte è stata respinta per rischio di fuga. Devo pensare che gli ungheresi non si fidino del nostro sistema giudiziario. C’è però una decisione quadro dell’Ue che regola le misure cautelari, ma l’Ungheria non la sta applicando, per questo ho scritto al ministro Nordio”.
Come state vivendo questa situazione in famiglia?
“Passo il tempo a tradurre dall’ungherese gli atti d’indagine, perché non ce li hanno dati in italiano. Mia moglie, ex insegnante, si sveglia alle 4 di notte. E mi sveglio anch’io. Rimaniamo così per ore, con gli occhi a guardare il soffitto, aspettando che qualcuno ci risponda”.
(da agenzie)
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Dicembre 17th, 2023 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ITALIANO IMPEDISCE ALLA OCEAN VIKING CHE ERA IN ZONA DI INTERVENIRE PERCHE’ AVEVA A BORDO GIA’ 25 NAUFRAGHI, L’ENNESIMA VERGOGNA SU CUI DOVREBBE INDAGARE LA MAGISTRATURA
Ennesima tragedia di migranti. Al largo della Libia è naufragato
un gommone con a bordo 86 migranti: i dispersi sono 61; i superstiti 25, sbarcati a Tripoli dal rimorchiatore Vos Triton.
A riferirlo, su X (l’ex twitter) è il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura citando una fonte dell’Oim.
I migranti, di origine subsahariana, erano partiti due giorni fa da Zuara. Due giorni fa, spiega Scandura, era stato diramato da Imrcc di Roma un avviso di distress per conto della Guardia costiera libica relativo a un gommone partito dalla Libia. Nel punto del naufragio c’era stato un sorvolo di due velivoli Frontex: il gommone era già alla deriva.
In quell’area ieri era presente Ocean Viking, poi costretta ad allontanarsene con 26 migranti a bordo per ottemperare all’assegnazione del porto di Livorno da parte delle autorità italiane. La nave della ong ha poi dovuto riparare per il maltempo nella rada di Sciacca, in Sicilia.
La notizia è confermata dall’Oim, l’organizzazione internazionale dei migranti: “Un naufragio al largo della Libia ha provocato 61 dispersi. I migranti erano partiti in 86 da Zwara – twitta il portavoce Flavio Di Giacomo – Sono oltre 2250 le persone che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest’anno. Un numero drammatico che purtroppo dimostra che non si fa abbastanza per salvare vite in mare”.
E il sospetto è che anche questa volta qualcosa di più si poteva fare per salvare le persone partite dalla Libia alcuni giorni fa fa in condizioni di mare proibitivo.
(da agenzie)
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