Dicembre 30th, 2023 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DELL’IRPEF PORTERA’ UN BENEFICIO IN BUSTA PAGA QUASI NULLO
L’aumento in busta paga sarà quasi impercettibile. La tanto sbandierata riforma dell’Irpef, che il Consiglio dei ministri ha approvato e che partirà da gennaio, avrà effetti molto limitati sugli stipendi dei lavoratori dipendenti.
La riforma dell’Irpef, con la riduzione da quattro a tre aliquote, porterà solamente tra i 4 e i 20 euro in più in busta paga al mese. E poco cambierà anche con la conferma del taglio del cuneo fiscale per il 2024 (solo per un anno al momento): si tratta semplicemente di una proroga, il che vuol dire che gli stipendi resteranno semplicemente uguali.
Un rapporto di Prometeia stima gli effetti delle due riforme: il guadagno medio, considerando l’aumento pieno del taglio del cuneo fiscale (e ignorando quindi il fatto che da gennaio non cambierà nulla) e la nuova Irpef, sarà di 544 euro annui. Con un’incidenza media sul reddito del 2,3%.
Ma per il cuneo fiscale, in realtà, non c’è alcun vantaggio rispetto agli stipendi attuali. Si tratta solamente della conferma della riduzione di sette punti degli sgravi contributivi per chi ha una retribuzione mensile fino a 1.923 euro, ovvero 25mila annuali. La riduzione è di sei punti percentuali per chi ha un reddito fino a 35mila euro, cioè tra i 1.923 e i 2.692 euro.
Diverso il discorso per l’Irpef, con il taglio da quattro a tre scaglioni: viene abolita l’aliquota al 25% e tra i 15mila e i 28mila euro scende al 23%. Per un risparmio massimo di 260 euro annui. L’altra novità riguarda la detrazione da lavoro dipendente per chi ha redditi fino a 15mila euro: passa da 1.880 a 1.955 euro.
Come detto, la riforma dell’Irpef comporterà un beneficio massimo di 260 euro l’anno e un beneficio medio di 164, secondo i calcoli di Prometeia. Per un’incidenza media sul reddito netto ridotta allo 0,7%.
Qualche calcolo era stato effettuato anche dalla Uil, che sottolinea come per i redditi intorno ai 15mila euro, quelli più bassi, l’aumento mensile è solamente di 4 euro. Si arriva a circa 5 euro per chi ne guadagna 20mila l’anno e a 16 euro mensili per chi è poco al di sotto dei 28mila euro. Il beneficio massimo mensile è di 20 euro per chi ha redditi tra 28mila e 50mila euro.
A fronte di una riforma costata oltre 4 miliardi di euro, si registreranno risparmi che nella maggior parte dei casi non superano i 10 euro al mese. Tra l’altro i maggiori benefici in busta paga, contrariamente a ciò che dice il governo, li avranno coloro i quali hanno redditi medio-alti, sopra i 30mila euro, mentre chi guadagna meno avrà solamente 3-4 euro in più al mese. Praticamente nulla.
(da lanotiziagiornale.it)
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Dicembre 30th, 2023 Riccardo Fucile
DEL CENTRO EUROPEO PER LA RICERCA SUL CERVELLO VOLUTO DAL NOBEL, UNA ECCELLENZA SCIENTIFICA ITALIANA AL GOVERNO SOVRANISTA NON FREGA NULLA
Niente fondi per l’Ebri, il centro europeo per la ricerca sul cervello
voluto dal Nobel Rita Levi-Montalcini.
Nella Legge di Bilancio quest’anno non c’è nulla e quello che era stato il sogno della più celebre scienziata italiana è destinato a chiudere.
La prima a rimarcarlo, in aula, è stata la leader del Pd Elly Schlein. «L’ambizione delle donne deve essere quella di diventare come Rita Levi Montalcini, non di vedervi tagliare le risorse alla ricerca».
È «una decisione grave, della quale il Governo deve assumersi la responsabilità», dice il presidente della Fondazione Ebri, Antonino Cattaneo. «Questo segnale di sordità e di assoluta indifferenza delle Istituzioni verso un piccolo gioiello della ricerca italiana mi dà profonda amarezza e tristezza – aggiunge – e metterebbe chiunque di fronte alla gravissima decisione di interrompere il sogno di Rita Levi-Montalcini di avere in Italia un centro di ricerca sul cervello di livello internazionale, non potendo contare sull’apporto delle Istituzioni».
Per Cattaneo, che di Rita Levi Montalcini è stato anche uno dei più stretti collaboratori scientifici, il mancato finanziamento «determina l’impossibilità di proseguire le ricerche e di sostenere i costi strutturali e la implementazione e manutenzione dei laboratori e delle sofisticate apparecchiature». Fra le conseguenze del mancato rinnovo dei finanziamenti, Cattaneo indica «la restituzione di finanziamenti competitivi ricevuti dall’estero, l’interruzione di collaborazioni con prestigiose università e centri di ricerca nazionali e internazionali, nonché di sperimentazioni cliniche in corso».
La mancanza di fondi rischia di vanificare anche i risultati finora ottenuti, dalle ricerche sul funzionamento del cervello a quelle sui meccanismi alla base di molte malattie neurologiche. Risultati, osserva Cattaneo, che sono «alla base di future innovative terapie per gravi malattie del cervello e dell’occhio che oggi non hanno cure adeguate, tra le quali malattia di Alzheimer e altre gravi malattie neurodegenerative, sclerosi multipla, epilessia, malattie neuropsichiatriche, glaucoma e neuropatie ottiche». La mancanza di fondi impone quindi uno stop anche alle sperimentazioni cliniche di farmaci sviluppati all’Ebri e alle ricerche su tecnologie d’avanguardia, basate su ingegneria proteica, terapia genica, intelligenza artificiale, imaging ottico, registrazioni elettrofisiologiche multiple. «Oggi lo Stato italiano ha deciso che le ricercatrici e i ricercatori dell’Ebri non possono contribuire, con la loro sapienza ed entusiasta abnegazione, alla ricerca verso la cura di malattie oggi ritenute incurabili», dice ancora Cattaneo. «Ci rimboccheremo le maniche come abbiamo sempre fatto, lavorando – conclude – a nuovi piani per valorizzare la ricerca dell’Ebri».
(da La Stampa)
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Dicembre 30th, 2023 Riccardo Fucile
IL 34% DEI LAVORATORI TEME DI PERDERE IL POSTO A CAUSA DELLA CRISI ECONOMICA
Più di un lavoratore su tre (il 34%) non si sente sicuro del proprio posto di lavoro: teme che una nuova crisi economica e il rallentamento dell’economia possano portare la propria azienda a licenziamenti.
Lo afferma un sondaggio di People at Work 2023 dell’Adp research institute, condotto su oltre 32.000 lavoratori in 17 Paesi (2mila in Italia). Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, i timori sono maggiori negli uomini (38%) e inferiori nelle donne (30%).
I sentimenti di precarietà sono più alti nella fascia 35-44 anni (37%), segue la generazione Z, ovvero quella che va dai 18 ai 24 anni con il 36%.
Dai 24 ai 34 anni è seriamente preoccupato il 34% del totale, mentre dai 45 ai 54 anni il 33%. Solo il 26% degli over 55 teme di perdere il proprio posto di lavoro.
“I tempi sono difficili, è normale che i lavoratori si sentano preoccupati per il proprio lavoro, temendo la perdita del posto per motivi economici ma anche con l’introduzione dell’intelligenza artificiale, che presumibilmente potrebbe sostituire alcune mansioni”, commenta Marcela Uribe, general manager Adp Southern Europe.
“Le aziende dovrebbero fare di più per rassicurare i propri dipendenti, mostrando loro che gli sforzi sono riconosciuti e che le prospettive di carriera sono effettive”, conclude Uribe.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2023 Riccardo Fucile
C’È IL PROBLEMA DEI COSTI: LA CAMPAGNA ELETTORALE SU UNA GRANDE CIRCOSCRIZIONE COSTA ALMENO 100MILA EURO A TESTA … SCHLEIN CORTEGGIA SAVIANO, PIOVANI E LA “PREZZEMOLINA” CHIARA VALERIO … NELLA LEGA L’IPOTESI VANNACCI RISCHIA DI FARE IL VUOTO INTORNO A SÉ. E IN FDI ARIANNA MELONI DEVE TROVARE FACCE CREDIBILI
Attenzione, attenzione: cercasi candidati disperatamente. I partiti, in
vista delle europee, hanno il problema di trovare le persone giuste da mettere in lista. Non che non facciano gola, a chiunque, i 30mila euro che si guadagneranno una volta arrivati in Europa ma a quel paradiso in terra bisogna appunto arrivarci
Come dice l’eurodeputato leghista Antonio Maria Rinaldi, ma anche chi non è un economista come lui lo sa bene, «ci vogliono molti soldi per condurre la campagna elettorale in circoscrizioni che sono grandissime». E ancora: chi si arrischia per esempio nel Pd, dove tanti super big di partito devono avere il posto assicurato (vedi i governatori come Bonaccini o Emiliano), a mettere a repentaglio la propria carriera solo perché Schlein ha bisogno di nomi di richiamo?
L’altra sera, per esempio, vedendola entrare al concerto di Nicola Piovani al Parco della Musica, alcuni presenti si chiedevano più o meno ironicamente: «Elly è venuta qui per offrire la candidatura al pianista?». Magari no, ma lo scrittore Roberto Saviano è oggetto di pressing dem a cui tenta di sottrarsi. Idem Chiara Valerio, la matematica che vuole «un Pd modello aglio e olio» (sempre che significhi qualcosa) e il prezzemolo sarebbe lei, anzi la prezzemolina visto che è dappertutto nei ritrovi politicamente corretti e il cameo nell’ultimo film di Nanni Moretti sembra valere più di un triplo mandato a Strasburgo.
E che dire della Lega? L’ipotesi molto concreta della candidatura Vannacci rischia di fare il vuoto. Già sarà impossibile per il Carroccio ripetere l’exploit di 5 anni fa in cui elesse 29 deputati (meno della metà se ne prevedono stavolta). In più se tra i pochi posti previsti quello per Vannacci nella circoscrizione Centro è arci-sicuro (oltretutto ha i soldi per la campagna elettorale avendo guadagnato quasi un milione di euro con il suo libro), ed è certo anche quello al Sud per il ricchissimo e votatissimo imprenditore Aldo Patriciello in arrivo da Forza Italia, per gli altri leghisti è da folli smaniare per competere con questi due colossi.
Di fatto, da destra a sinistra, i partiti stanno per far partire i casting per i candidati ma manca la gente da visionare. E non solo perché non è da tutti avere oltre 100mila euro da spendere di tasca propria per condurre la lunga campagna elettorale (la legge dice che il tetto è 52mila euro a candidato ma poi sono consentite spese aggiuntive a seconda del numeri degli abitanti della circoscrizione in cui si corre).
In Forza Italia, per esempio, si è creata questa situazione. Con comunicato ad hoc diramato ieri, il vertice del partito ha giustamente stabilito che soltanto chi risana il proprio debito, ossia versa nella casse azzurre i contributi obbligatori che finora tanti non hanno pagato, verrà messo in lista per il 9 giugno.
Di fronte a questo, possono esserci ragionamenti del tipo: quanto mi conviene saldare il debito, avere un posto in lista, pagare la campagna, e poi magari venire bocciato nelle urne? Occhio poi a Letizia Moratti che, per varie ragioni, assicura da neo-big forzista: «Io nella partita delle Europee non mi ci butto affatto».
Quanto a FdI, il problema è che dagli attuali 4 eurodeputati potrebbe passare ad averne 25 e nel quale però le prime e seconde file sono già entrate nel Parlamento italiano, nel governo e nel sottogoverno e nelle aziende partecipate.
«Gli arruolabili sono pochi – dicono a via della Scrofa, il quartier generale meloniano – ma ci sforzeremo di trovare i migliori». Arianna come talent scout darà il meglio di sé. Ma sarà una fatica, condivisa con gli avversari.
M5S ha (quasi) ingaggiato Tridico, ex presidente grillino dell’Inps, solo dietro assicurazione che il movimento si farà carico di molte spese per la propaganda.
Luca Zaia punta al terzo mandato in Veneto, o a fare il sindaco di Venezia, e per ora non pensa a Strasburgo dove lo vorrebbe mandare Salvini. Nel Pd due colossi come Gentiloni e Bersani stanno rifiutando l’ingaggio.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2023 Riccardo Fucile
OGNI GIORNO, C’E’ UNA MEDIA DI 55 MEZZI DI SOCCORSO (SUI 150 DIURNI E 100 NOTTURNI) BLOCCATI DAVANTI ALLE STRUTTURE A CAUSA DELLA MANCANZA DI POSTI PER ACCUDIRE I MALATI
Caduta sulle scale della linea A della metropolitana, nella stazione Anagnina, una donna è rimasta ferita a terra tre ore prima di ricevere i soccorsi: l’ambulanza chiamata alle 15 è arrivata alle 18.10. E non è un caso isolato a Roma.
A causa dell’aumento dei casi di Covid e di influenza, i pronto soccorso romani sono presi d’assalto. Mancano posti letto e le ambulanze del 118 restano bloccate fuori dagli ospedali anche per dodici ore. Con il risultato che a occuparsi delle emergenze restano circa la metà dei mezzi a disposizione e i ritardi si accumulano. […] Ieri le ambulanze ferme fuori dai pronto soccorso di Roma erano 64. Quasi la metà di quelle a disposizione dell’Ares 118, l’azienda che si occupa dell’emergenza sanitaria, che conta su circa 150 mezzi nelle ore diurne e su circa 100 in quelle notturne.
Blocchi importanti del resto sono confermati dalla stessa azienda, specificando che c’è ormai una media di 55 ambulanze bloccate contemporaneamente, con inevitabili ripercussioni sul servizio Inutili anche le dieci ambulanze in più messe in campo dalla scorsa settimana. Tra il personale dell’emergenza c’è grande apprensione. Il coordinatore delle Rappresentanze sindacali unitarie, Andrea Perniè, ha scritto alla manager Maria Paola Corradi: «Siamo esposti a rischi sempre maggiori di aggressioni per le lunghe attese che l’utenza ha nel ricevere il mezzo di soccorso richiesto».
Ancora: «I carichi di lavoro sono divenuti insostenibili». Più dura la Usb, sottolineando che il 27 dicembre scorso c’erano «in coda», dunque in attesa di essere effettuati, ben 101 interventi: «Abbiamo formalmente richiesto alla direzione aziendale la rimozione immediata della direttrice della centrale operativa di Roma. Da due anni segnaliamo procedure che rallentano ulteriormente il già complesso sistema di emergenza»
Non sembra tra l’altro funzionare la cura scelta dal presidente della Regione, il meloniano Francesco Rocca, che, per decongestionare i pronto soccorso, a maggio ha acquistato 350 posti letto dai privati, investendo 23 milioni di euro, [Andato a fuoco l’ospedale di Tivoli, dove la notte dell’Immacolata hanno perso la vita tre pazienti, il governatore Rocca ha inoltre acquistato ulteriori 178 posti letto dai privati, con una spesa di oltre 10 milioni, sempre per decongestionare i pronto soccorso.
Ma ieri sera a Roma erano ben 470 i pazienti nelle strutture di emergenza in attesa da oltre un giorno di un posto letto. E la situazione più pesante era proprio quella degli ospedali che, con il nuovo investimento fatto dalla Regione Lazio, dovevano essere alleggerite. Al Pertini, preso d’assalto dopo la chiusura dell’ospedale di Tivoli, c’erano 132 pazienti, 88 in attesa di un posto letto e 77 da più di 24 ore. Centoventi i malati al pronto soccorso del Sant’Andrea, 48 in attesa di un posto letto da più di un giorno.
E 164 i pazienti all’Umberto I, 34 in attesa sempre da più di un giorno di essere ricoverati in reparto.
(da La Repubblica)
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Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
IN REALTA’ NELLE 77 PAGINE DELL’ORDINANZA DEL GIP SI ARRIVA AD APRILE 2023 E IN UNA INTERCETTAZIONE SI PARLA DI “ACCORDO CON LA LEGA”
Gli incontri, gli accordi, la presunta corruzione che hanno portato agli
arresti domiciliari Tommaso Verdini – figlio dell’ex parlamentare Denis, cognato di Matteo Salvini – nascono e vengono coltivati tra il 2021 e la prima parte del 2022.
“C’era ancora il governo Draghi”, fa notare l’entourage di Salvini, per mettere al riparo il ministro di cui è titolare – quello dei Trasporti – da una bagarre. Bagarre che, politicamente, è stata alimentata non solo dalla parentela tra Salvini e Verdini ma anche per le multiple citazioni, all’interno dell’ordinanza con la quale sono stati disposti gli arresti di Verdini e altri indagati, del sottosegretario leghista Federico Freni (non indagato).
Ma leggendo con attenzione le carte dell’inchiesta sulle presunte commesse Anas assegnate a imprenditori amici in cambio di soldi e promozioni, ecco che si vede come i rivoli di quell’accordo si sono riverberati anche di recente. Quando l’attuale governo – estraneo ai fatti penalmente rilevanti, nessun esponente dell’esecutivo è indagato – era già insediato. E anche da un po’.
Lo spiega bene il Gip quando giustifica la necessità di porre agli arresti domiciliari alcuni degli indagati: “Sussiste il concreto pericolo di reiterazione del reato”, si legge nelle 77 pagine dell’ordinanza. Un pericolo, dice il giudice, basato sul fatto che fino ad aprile 2023 l’azienda dei Verdini, la Inver, riceveva ancora da alcune delle aziende coinvolte delle somme di denaro.
Formalmente sotto forma di retribuzione di alcune consulenze. Secondo il pm e il gip, però quelle consulenze non c’erano mai state.
Non solo: agli atti del Gip c’è un incontro tenuto nei primi mesi del 2023 e soprattutto un’informativa di maggio dalla quale emerge che gli indagati si sarebbero detti pronti a continuare con quel modus operandi, ma con un’altra società.
Insomma: stando all’accusa, questa triangolazione che avrebbe portato all’assegnazione degli appalti Anas a imprenditori amici, con l’intermediazione dei Verdini, non si sarebbe interrotta, se non per qualche mese. E sarebbe ripresa quando Salvini – estraneo ai fatti – era diventato ministro delle Infrastrutture e dei trasporti.
Ma se il corno giudiziario della vicenda avrà il suo corso – gli interrogatori ci saranno tra una settimana – il tema ora è tutto politico. Innanzitutto, perché dire che i Verdini collaboravano con i dirigenti Anas per pilotare le commesse significa dire che dei parenti di un ministro operavano in modo illecito con un’azienda che a quel ministro risponde. In secondo luogo, perché gli indagati citano spesso – e con disinvoltura – la Lega e suoi esponenti.
Salvini viene citato poco. A un certo punto un indagato si lamenta di un soggetto che aveva interrotto i rapporti con Verdini e che “guarda caso” aveva fatto un invito a cena “dopo che Salvini si è insediato” al ministero. “Che tempistica ragazzi – commenta il soggetto in questione – è vergognoso. La Lega, invece, viene citata di più: “Gli ha dato una mano quello della Lega, lui ha fatto un accordo con quelli della Lega di futura collaborazione con Matteo e con noi tramite Freni un rapporto di intermediazione…ci ha chiesto una lista di persone interne a quel gruppo da aiutare e noi gli abbiamo messo un pò di persone che ci hanno dato i nostri”, afferma, Fabio Pileri socio di Tommaso Verdini, in un’intercettazione.
Tanti i passaggi in cui si menziona il sottosegretario leghista al Mef, Federico Freni. Che – è il racconto degli indagati – avrebbe partecipato ad alcuni incontri (anche al ministero) e avrebbe parlato spesso al telefono con alcuni di loro.
Nessuno della Lega è indagato, segno che probabilmente il soggetto intercettato stava millantando. M per le opposizioni si apre un tema di opportunità politica. Nella mattinata M5s, Pd e Avs hanno chiesto un’informativa di Salvini. Il Pd ha chiamato in causa anche il governo perché, data la copiosa citazione del Mef, “sono coinvolti anche altri ministeri”.
Salvini, però, come anticipato da HuffPost, non pensa di andare a rispondere in Parlamento. Le richieste delle opposizioni vengono considerate pretestuose. Come quelle, è la versione che prevale nei ragionamenti dell’entourage di Salvini, fatte ai tempi dell’inchiesta sui fondi esteri della Lega. Quella questione – finita poi nel nulla – era però ben diversa dall’inchiesta della procura di Roma. Se non altro per i suoi risvolti politici. E per l’imbarazzo che sta creando al diretto interessato, ma anche a tutto il governo.
(da Huffingtnpost)
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Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
SULL’INCHIESTA VERDINI, L’OPPPOSIZIONE POTEVA FORZARE LA RICIESTA DI CHIARIMENTO A STRETTO GIRO, CON MELONI GIA’ IN GRANDE IMBARAZZO DI SUO… INVECE NIENTE, VALIGE PRONTE E BUON ANNO A TUTTI
Ti aspetti, forse per un riflesso condizionato legato al nome dell’eterno Denis Verdini, di trovare l’inferno in Parlamento. Potenza di un cognome, inabissato in due condanne in bancarotta, riapparso poi, con quell’aria da toscanaccio ribaldo sprezzante di ogni pericolo, nel ruolo di “suocero di governo” che, come ai tempi dei fasti berlusconiani, torna al centro dell’irresistibile gioco: dispensa consigli, risolve problemi, facilita affari.
Come in un remake, sempre lui, in versione più canuta e barbuta, che, secondo l’indagine della procura di Roma, nella nuova vita sarebbe impegnato ad attrarre imprenditori interessati a partecipare alle gare Anas: consulenze in cambio di informazioni riservate che agevolano la partecipazione alle gare. Arte, a quanto pare, tramandata da padre in figlio, finito ai domiciliari assieme a cinque imprenditori.
Insomma, c’è tutto per riaprire il grande teatro nella Repubblica che ha sempre ceduto al malcostume di utilizzare le inchieste come una clava, anche nel caso di indagini di cartapesta.
E c’è tutto – elementi e i protagonisti – per discettare di “opportunità politica” (e questo non è malcostume), a prescindere dalla vicenda giudiziaria, con annesso imperituro spartito del familismo italiano che intreccia, nella dimensione del potere, il “suocero” indagato, il “genero” ministro, a sua volta “cognato” dell’arrestato.
A maggior ragione quando trapela che Salvini non ritiene di dover chiarire alcunché perché i fatti contestati risalgono a un paio d’anni fa, che è vero solo a metà . O quantomeno non spiega perché dopo l’insediamento del nuovo governo, gli imprenditori non più disposti ad incontrare Verdini neppure per un caffè di colpo cambiano idea. Consiglio non richiesto a Salvini: se fosse millantato credito il ministro, piuttosto avvezzo alla forca nel caso degli avversari politici, avrebbe tutto l’interesse ad avviare, anche a tutela del sottosegretario Freni il cui nome compare nelle carte, un’inchiesta interna per poi riferire in Parlamento, senza alimentare la sensazione di un imbarazzo e di una sdegnata fuga dal caso.
Però succede che, una volta arrivato in Parlamento, il cronista sul taccuino registra il “non pervenuto dell’opposizione”, e inevitabilmente anche questa rischia di diventare una notizia. La sensazione è che più che di svolta garantista, nel senso di consapevole scelta di non utilizzare i processi come strumento di lotta politica, si tratti di clima vacanziero.
Le valigie sono pronte, i biglietti fatti, se ne riparla dopo Capodanno. Giusto tre interventi di prammatica per chiedere l’informativa di Salvini in Aula, da parte di Deborah Serracchiani, Angelo Bonelli, Federico Cafiero De Raho, con annesso litigio con Enrico Costa di Azione, poi la maggioranza fa spallucce e si passa gli ordini del giorno per arrivare al voto sulla manovra: c’è quello del Pd sostenere i comparti zootecnici, i verdi che, da bravi animalisti, chiedono lo stop dei finanziamenti alle attività circensi, c’è pure il momento di gloria di Soumahoro che sulle barche di pescatori a Lampedusa incassa il sostegno di Forza Italia.
Eppure l’occasione era di quelle ghiotte per anticipare i balli di fine anno e fare un po’ di scena. Con duecento ordini del giorno, in altri tempi, si sarebbe usato il minuto di intervento per ognuno di essi per ribadire, con voce indignata, la richiesta di un chiarimento immediato, minacciando, con aria intransigente, che, di fronte ai fatti emersi, qualunque accordo sui tempi di approvazione della manovra sarebbe stato disatteso fino a che non fosse arrivata la comunicazione che il genero-cognato-ministro sarebbe arrivato in Aula nel giorno X.
Bel problema anche per Giorgia Meloni che, già imbarazzata di suo sul caso, si sarebbe trovata a dover intervenire per evitare un Parlamento imballato al rush finale sulla manovra.
Morale della favola: la “mozione torrone” ha addolcito l’indignazione sull’Anas. E buon anno a tutti.
(da Huffingtonpost)
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Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
PER I QUOTIDIANI SOVRANISTI NON E’ SUCCESSO QUASI NULLA, NOTIZIA RELEGATA A POCHE RIGHE
L’inchiesta che ha portato Tommaso Verdini ai domiciliari non è
sembrata una grande notizia ai tre giornali nazionali editi dalla famiglia di Antonio Angelucci, parlamentare della Lega guidata da Matteo Salvini e incidentalmente grande amico – nonché già stipendiato come manager proprio dagli Angelucci – del padre Denis, “suocero” dello stesso leader del Carroccio.
La vicenda legata agli appalti Anas è stata letteralmente imboscata da Il Giornale, Libero e Il Tempo che fanno capo alla Tosinvest, di cui Denis Verdini (pure lui indagato) è tra l’altro stato manager fino al 2019.
Una questione di “area” politica, si dirà, ma anche una questione di relazioni: Verdini vanta da sempre una profonda sintonia con Antonio Angelucci, che gli prestò anche 10 milioni per ripianare un suo debito col Credito fiorentino.
Un groviglio armonioso arricchito dai rapporti familiari di Salvini con i Verdini: il ministro delle Infrastrutture è fidanzato con Francesca, la sorella di Tommaso. Fatto sta che di fronte all’inchiesta per corruzione che coinvolge Verdini jr. i tre quotidiani sembrano aver deciso una linea soft, molto soft.
Il Giornale – l’ultimo arrivato nella “famiglia” Tosinvest – ha scelto di non aver alcun richiamo della notizia in prima pagina. Un articolo a pagina 9 dà conto dei “nuovi guai” per i Verdini e nel catenaccio esplicita: “Il figlio dell’ex senatore ai domiciliari”. Scelta simile a quella di Libero che, sempre a pagina 9, in un più sobrio colonnino, spiega ai lettori: “Corruzione, indagato Verdini. Domiciliari al figlio”.
Tantissimo in confronto a Il Tempo. Il quotidiano romano piazza al notizia dell’inchiesta nella pancia di pagina 8 e prova ad annacquare la questione in ogni modo. Titolo: “Commesse Anas, cinque ai domiciliari”. Chi sono questi cinque accusati? Se proprio è caduto l’occhio su quel boxone, una volta che si è letto il titolo, bisogna scoprirlo dal catenaccio: “La procura di Roma ipotizza corruzione anche per Verdini junior”. Nella costruzione della pagina, sovrastata dall’Italia a letto con la febbre proprio a Capodanno, è stata privilegiata un’altra indagine certamente più rilevante per portata dei fatti contestati e presunto malaffare: “Ferragni sotto inchiesta pure a Prato”. E a essere precisi, l’imprenditrice digitale non è neanche indagata.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Dicembre 29th, 2023 Riccardo Fucile
MOLTI MICRO PARTITI POTRANNO ACCEDERE ALLA RIPARTIZIONE DELLE RIASORSE PUBBLICHE
C’è la carica dei piccoli partiti, pressoché sconosciuti, che riusciranno a raggranellare un po’ di risorse economiche. E c’è l’immancabile presenza di formazioni territoriali, dal Trentino alla Sicilia, in grado di muoversi nella giusta direzione e rafforzare le proprie casse. La corsa al due per mille, l’ultima forma di finanziamento pubblico ai partiti (attraverso la scelta dei contribuenti nella dichiarazione dei redditi), è fondamentale per la sopravvivenza delle forze politiche.
Nell’elenco, compilato dall’apposita commissione e visionato da Domani, sono presenti soggetti più abili con i regolamenti che con la conquista dei voti, come L’Italia c’è o Italia dei Valori. Per accedere al beneficio bisogna possedere dei requisiti minimi, come l’elezione in parlamento o nell’europarlamento di almeno un rappresentante. Ma basta anche l’apparentamento a una lista (depositando in comune il marchio al Viminale) che ha garantito un eletto alle ultime Politiche o alle Europee.
INGRESSI A SORPRESA
Tra le new entry spicca il movimento L’Italia c’è, fondato dall’imprenditore ed ex deputato renziano Gianfranco Librandi, che alle politiche del 2022 si è apparentato con +Europa.
Nella galassia moderata, tendenza centrodestra, è garantito il due per mille a Coraggio Italia, movimento del sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, e a Noi Moderati dell’ex ministro, Maurizio Lupi, e del presidente della regione Liguria, Giovanni Toti.
Il catalogo prosegue con all’Italia dei Valori, fondata dall’ex pm Antonio Di Pietro, oggi capitanato da Ignazio Messina e diventata parte integrante del contenitore di Lupi e Toti.
Dormono sonni tranquilli, sul lato centrosinistra, il Centro democratico di Bruno Tabacci, eletto alla Camera nelle liste di Impegno civico – il fallimentare progetto lanciato da Luigi Di Maio – e Demos, che conta sul deputato Paolo Ciani.
Ancora più a sinistra nessun problema per Possibile, fondato da Pippo Civati e guidato dall’ex deputata Beatrice Brignone, e per il Partito socialista italiano, che hanno usato al meglio la strategia degli apparentamenti elettorali.
STORIA BOCCIATA
Per tante sigle meno note che trovano spazio, sono esclusi altri partiti con una certa tradizione alle spalle. A cominciare da Rifondazione comunista, che ha addirittura rinunciato a presentare la richiesta.
Il Prc era stato già escluso lo scorso anno. Così ha avviato una battaglia per modificare la legge. «C’è un progressivo restringimento degli spazi democratici», ha denunciato il segretario di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo.
Nulla è cambiato, però. La commissione ha bocciato poi la richiesta della “vecchia” Democrazia cristiana, finita sotto il controllo dell’ex presidente della regione Sicilia, Totò Cuffaro.
Altri due partiti si sono arresi all’assenza dei requisiti, evitando di chiedere il due per mille: è il caso di Alternativa popolare, ex creatura di Angelino Alfano oggi nelle mani del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, e per l’Italia con Paragone, partito iper personale del giornalista ed ex senatore del Movimento 5 stelle (poi fuoriuscito), Gianluigi Paragone.
Le prossime Europee saranno decisive per tornare in ballo con il due per mille, altrimenti rischiano di restare senza risorse pubbliche per molti anni ancora.
SUCCESSI LOCALI
Alla prossima ripartizione del beneficio, intanto, parteciperà senza dubbio Campobase, movimento trentino, che ha come segretario il sindaco di Folgaria, Michael Rech. Il profilo più noto, almeno sul piano nazionale, è quello di Lorenzo Dellai, storico presidente della provincia di Trento e deputato (eletto con Scelta civica) dal 2013 al 2018: è tra i registi politici dell’operazione. Campobase può garantirsi un gruzzoletto di risorse per il futuro grazie al due per mille.
E se questo movimento rappresenta una novità, viene confermata la presenza tra i beneficiari del finanziamento la Stella Alpina, partito regionale della Valle d’Aosta, guidato da Ronny Borbey, sindaco del comune di Charvensod, e che conta in totale due eletti nel consiglio regionale valdostano.
Dallo stesso territorio provengono gli autonomisti dell’Union valdotaine, che comunque vantano un pedigree più solido, avendo portato qualche eletto nel parlamento italiano. La questione non riguarda solo le regioni del nord. Sud chiama Nord, fondato dal sindaco di Taormina, Cateno De Luca, è presente nell’elenco per il secondo anno consecutivo. Una buona occasione per mettere risorse in cascina in vista delle elezioni di giugno.
Sul fronte dei big, invece, nessuna sorpresa: ci sono tutti da Fratelli d’Italia al Pd. Compreso il Movimento 5 stelle che ha scelto, sotto la leadership di Giuseppe Conte, per il secondo anno consecutivo di partecipare alla ripartizione del due per mille.
(da agenzie)
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