Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
SCOPPIA LA RIVOLTA SUI SOCIAL: “NON C’E’ LAVORO, NON SI POSSONO FARE FIGLI, BASTA SPARARE CAZZATE”… LA FAGNANI IRONIZZA: “PENSAVO FOSSE PIU’ IMPORTANTE STUDIARE, REALIZZARSI, VIAGGIARE E ACQUISIRE CONSAPEVOLEZZA”
«La mia mamma mi diceva “ricordati che qualsiasi aspirazione tu
abbia, io volevo fare politica, puoi fare quello che vuoi, ma non dimenticare che la prima deve esser quella di diventare mamma”. Questa è una cosa che noi donne dobbiamo ricordare alle nostre figlie». A parlare è Lavinia Mennuni, senatrice di Fratelli d’Italia, nel salotto di Coffee Break, trasmissione di La7.
Parole, le sue, destinate a far discutere, mentre in studio si dibatteva sul calo demografico in Italia. «Sennò, il rischio che si genera è che in nome di questa realizzazione professionale» spiega la parlamentare, salti «la missione, sì dico missione perché è una cosa bella, di metter al mondo dei bambini». «Gli uomini e le donne fanno grandi cose insieme», spiega Mennuni, che si dice di non esser mai stata una da «femminismo separatista». E alla fine la battuta, il termine, da lei definito un po’ trash. «Dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano, le associazioni nel far diventare la maternità di nuovo cool. Far sì che le ragazze di 18 anni, 20 vogliano decidere di sposarsi e vogliano metter al mondo una famiglia».
Le parole della senatrice stanno sollevando una certa polemica in rete. «La maternità cool degli adolescenti», commenta un utente. «C’è un genio a Coffee break, che non so chi sia, che ciarla sul fatto della poca natalità in Italia imputandolo anche al fatto, che i ragazzi vanno via di casa tardi e altre minchiate. Il problema è solo uno: non c’è lavoro, non si possono fare figli. Punto. Il resto, minchiate», aggiunge una utente.
Tra i tanti, su X, anche la giornalista Francesca Fagnani: «Mennuni sta dicendo che bisogna far diventare cool per le ragazze (!) sposarsi a 18 anni e fare figli. Mica studiare, prepararsi, realizzarsi, viaggiare, acquisire consapevolezza…».
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
CALENDA: “CI DOVREMMO VERGOGNARE NOI CHE NON PRENDIAMO SOLDI DA AUTOCRATI E LOBBISTI? GODITI I TUOI SOLDI MA ALMENO NON FARCI LA MORALE”
Con un reddito complessivo di 3 milioni e 217 mila euro, superiore di oltre 600 mila euro a quello del 2022, Matteo Renzi è il politico italiano più ricco. Un aspetto che ha catturato l’attenzione mediatica su di lui, ma per il quale il leader di Italia Viva sembra non nutrire alcun rimorso. «In queste ore alcuni media si occupano con tono scandalizzato dei redditi dei parlamentari. Lasciatemelo dire a voce alta, cari amici: sono fiero di aver contribuito con più di un milione di euro alla vita della comunità», scrive in un post su X. Per poi rincarare la dose: «Non mi vergogno di pagare in un giorno il triplo di quello che Giuseppe Conte ha pagato in un anno». Il presidente del Movimento 5 Stelle tirato in ballo da Renzi è, infatti, risultato essere il fanalino di coda nella classifica. Con un reddito di 24.359 euro lordi, si è conquistato suo malgrado l’etichetta di «leader politico italiano più povero». Non ci sta Renzi a sentir dibattere sul suo reddito ultramilionario «perché – incalza «chi paga le tasse non si vergogna mai». E aggiunge: «Si imbarazzino i furbetti, non i cittadini onesti. Personalmente preferisco ammirare anziché invidiare, preferisco sorridere anziché recriminare, preferisco vivere anziché insultare».
La replica di Calenda a colpi di tweet
Una dichiarazione, quella del leader di Italia Viva, che non tutti hanno apprezzato. Immediata la replica, a colpi di tweet, di Carlo Calenda. «Caro Matteo Renzi anche basta! Ci dobbiamo vergognare perché non prendiamo soldi da autocrati, imprenditori, lobbisti etc, mentre veniamo lautamente pagati dai cittadini italiani per svolgere una funzione pubblica?», scrive. «Questo è il messaggio? Perché ci fai la grazia di pagare le tasse? Il mondo all’incontrario altro che liberalismo. Goditi i tuoi soldi serenamente ma non farci la morale. Grazie», conclude.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
“CON I PROBLEMI DELLA SANITA’ E’ PAZZESCO BUTTARE 14 MILIARDI PER UN PONTE”… “NON SI PROMETTE UNA COSA IN CAMPAGNA ELETTORALE E POI IL GIORNO DOPO SI FA L’OPPOSTO, A QUESTO PUNTO MEGLIO MASTELLA CHE IL SUD LO DIFENDE PRIMA E DOPO LE ELEZIONI”
«Il ponte sullo stretto di Messina? Una cagata pazzesca». Parola
di Paolo Grimoldi, leghista della prima ora e deputato del Carroccio dal 2006 al 2022, che in occasione della cena per i trent’anni della Lega a Melegnano non ha usato giri di parole per dire la sua sul famigerato ponte sponsorizzato dal ministro Matteo Salvini.
«Quattordici miliardi per il ponte sullo stretto di Messina, ve lo dico chiaramente, lo ritengo una cagata pazzesca. Punto – afferma citando Fantozzi -. E non tollero che mi venga detto, come prima mi è stato detto mentre fumavo una sigaretta, “sono andato a prenotare una tac in regione Lombardia per una visita sanitaria, me l’hanno data a maggio-giugno 2024” e poi noi diamo 14 miliardi per fare il ponte sullo stretto di Messina, quando la mattina alle 8 sulla tangenziale di Milano, a pagamento, aumentate due volte nell’anno in corso, siamo imbottigliati. E la priorità è il ponte sullo stretto di Messina. Ma stiamo scherzando?» esclama rivolto ai compagni di partito, seduti a tavola.
«Io vorrei un partito che quello che mi dice il giorno prima del voto nella campagna elettorale, fa il giorno dopo, non l’esatto contrario. Perché se no è meglio Mastella, perché Mastella il giorno prima dice che pensa solo al sud e il giorno dopo pensa solo al sud».
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
PATRICIELLO LASCIA IL PARTITO
Forza Italia ribadisce il pugno di ferro contro i ‘morosi’ e avverte chi vuole ricandidarsi alle europee: per correre alle prossime elezioni bisogna pagare gli arretrati dovuti al partito, non sono ammesse deroghe.
”Nell’approssimarsi delle prossime elezioni europee e regionali”, si legge in una nota dell’ufficio stampa azzurro, ”Forza Italia ha ribadito la assoluta necessità che i parlamentari europei e regionali che vogliono essere ricandidati devono necessariamente mettersi in regola con i pagamenti dei contributi dovuti al movimento in Forza del regolamento approvato dal Consiglio nazionale del 1 ottobre scorso”. La questione morosi dentro Forza Italia non è nuova. Solo 37 parlamentari su 62 nel 2023 hanno pagato la quota. Quattro su dieci, quasi la metà, sono morosi. Un dato che emerge dall’elenco delle donazioni che lo stesso sito di Forza Italia pubblica. E sono pochissimi pure i consiglieri regionali che nel 2023 hanno pagato la loro quota.
“Chiaramente – continua la nota – è stato ribadito a tutti che non vi saranno deroghe anche a costo di perdere personaggi, di cui anche oggi si parla sulla stampa, che hanno sempre avuto atteggiamenti opportunistici e che hanno già dimostrato di concepire l’impegno politico solo per fini personalistici”.
Intanto, Forza Italia perde un pezzo. L’europarlamentare Aldo Patriciello, 66 anni, nel Parlamento Ue dall’8 maggio 2006, eletto per quattro legislature nella circoscrizione Italia meridionale, ha lasciato il partito. “Ho comunicato in queste ore al presidente Tajani la mia decisione di lasciare Forza Italia. Una decisione sofferta, travagliata ma che, alla luce della direzione intrapresa dal partito in merito alla sua riorganizzazione dirigenziale, è quanto mai irrevocabile e non più differibile”, scrive Patriciello su Facebook.
“Sarò eternamente grato al presidente Berlusconi ma ora è tempo di fermarsi e avviare una riflessione insieme ai tanti amministratori che, da Teramo a Reggio Calabria, fanno riferimento al sottoscritto e ai quali mi lega, a prescindere dai partiti di riferimento, il valore dell’amicizia: la sola stella polare che guida il mio agire politico”.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
SARA’ PRESIEDUTO DA GIORGIO MULE’
“Il giurì d’onore chiesto alla Camera da Giuseppe Conte sulle
parole di Giorgia Meloni si farà”. Lo ha annunciato il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana. “Ho assunto una decisione qualche giorno fa. Si farà. Lo presiederà Giorgio Mulè ed auspico che si possa dirimere la questione”. “Una scelta doverosa ed apprezzabile”, il commento del leader 5S.
Lo scorso 18 dicembre il presidente del M5S in conferenza stampa aveva fatto sapere di aver consegnato al presidente Fontana “una richiesta di istituire un giurì d’onore” per “accertare le menzogne denigratorie del presidente del Consiglio Giorgia Meloni” in Aula sul Mes. Conte è passato dalle parole ai fatti, dopo essere stato accusato dalla premier sulla ratifica: “L’ha fatta il governo Conte, l’ha fatta senza mandato parlamentare e un giorno dopo essersi dimesso, quando era in carica solo per gli affari correnti”, le parole di Meloni nelle comunicazioni ai due rami del Parlamento sul Consiglio europeo. Ma di queste tre affermazioni è emerso poi che solo la prima era vera.
All’accusa Conte ha risposto prima con un video pubblicato sui suoi profili social e poi con la richiesta di un giurì d’onore, dopo “aver avvertito Fontana e il presidente Mattarella”.
È la seconda volta da quando il governo Meloni è in carica che viene avanzata la richiesta di un giurì d’onore. A febbraio scorso fu il Pd a chiedere il giurì d’onore dopo le affermazioni di Giovanni Donzelli in Aula sul caso Cospito, chiamato a giudicare il comportamento del deputato di FdI che alla Camera aveva accusato il Pd “reo” di aver visitato in carcere a Sassari il 12 gennaio l’anarchico per verificare il suo stato di salute e ne mise in discussione l’onore con una pesante accusa, ossia di fare gli interessi dei mafiosi al 41 bis. Anche in quel caso, il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, aveva nominato la “commissione d’indagine” richiesta dai dem per “giudicare la fondatezza delle accuse” nei loro confronti. Il giurì era presieduto da Sergio Costa e composto da Fabrizio Cecchetti, Annarita Patriarca, Roberto Giachetti e Colucci. E Donzelli dopo aver ritrattato fu assolto.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI ROMA CONTESTA AL FIGLIO DI VERDINI ANCHE IL REATO DI TURBATA LIBERTA’ DEGLI INCANTI
Ai domiciliari Tommaso Verdini, il figlio dell’ex parlamentare berlusconiano Denis. L’ipotesi della procura di Roma è di corruzione e turbata libertà degli incanti.
L’inchiesta, che vede coinvolte altre sei persone riguarda commesse sulla società pubblica Anas per tre miliardi di euro. In tutto sono 5 persone ai domiciliari e sono state emesse 2 interdittive da 12 mesi
Il rampollo, a capo della società di lobbing Inver, nel luglio scorso era stato perquisito dalla Guardia di Finanza insieme all’ex ad Simonini e altri cinque alti dirigenti del colosso pubblico, indagati anche loro a vario titolo per traffico di influenze e corruzione.
L’inchiesta ha ricostruito un sistema di consulenze e appalti pubblici banditi da Anas, società di stato che gestisce le arterie stradali del Paese e che dal 2017 è sotto il controllo di Ferrovie dello Stato i cui manager sono del tutto estranei agli accertamenti investigativi.
Nel decreto di perquisizione firmato lo scorso anno si legge che Verdini junior, insieme ad altri indagati, avrebbe promesso a “pubblici ufficiali di Anas il loro intervento o comunque il peso politico istituzionale delle loro conoscenze per favorirne la riconferma in Anas in posizioni di vertice o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di società private o di organismi di diritto pubblico”.
In cambio i pezzi grossi di Anas avrebbero dovuto “favorire la definizione di progetti e transazioni a cui erano interessati imprenditori a loro vicini”.
Gli indagati, pedinati dalla guardia di finanza di Roma, si sarebbero incontrati varie volte in bar e ristoranti. Incontri sarebbero avvenuti anche con politici o esponenti di vertice del Mef, “che ha voce in capitolo nelle nomine delle partecipate”.
Per questo motivo l’inchiesta della procura di Roma in questo momento fa tremare i palazzi delle istituzioni.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL MIGLIOR ALLEATO DEL GOVERNO E’ CONTE
Sappiamo con certezza e abbondante chiarezza chi la destra detesta, per nome e cognome. Sappiamo chi sono i nemici giurati, contro i quali il governo si è “speso” in questo primo anno con zelo: i poveri, i minorenni che marinano la scuola, i partecipanti ai rave, i salariati senza contratto. Gente che per il governo non vale nulla, anche perché sembra che non vada a votare. Che sia lasciata a sé stessa non comporta alcun rischio.
La propaganda la si fa sulla scena internazionale: accordi con capi di stato contro gli scafisti e per recludere i migranti irregolari. La si fa ad Atreju, con un’accoglienza principesca all’uomo «più ricco del pianeta», un Guinness dei primati; sei ricco, dunque sei dei nostri. I fatti contano più delle parole.
Non è vero che Meloni non dice quale sia la sua idea di paese: lo dice ogni volta che può e lo mostra ogni volta che decide. Ha scritto sui social Carlo Calenda che in «un grande paese quando la presidente del Consiglio interviene in un evento pubblico, parla della sanità, della scuola, dei salari, degli investimenti, non attacca un’influencer. Spiega invece la sua visione dell’Italia. Questa politica sempre e solo contro conduce al nulla».
Purtroppo per Calenda e per noi, questa politica da influencer «conduce» a cose concrete, quelle di cui non è necessario parlare e che vengono messe in atto. La politica sulla sanità e sulla scuola parla attraverso la decurtazione degli investimenti: le classi pollaio e la penuria di insegnanti, i pronto soccorso intasati, l’umiliazione dei medici, forse nella speranza che prendano la strada delle cliniche private convenzionate (con le quali il governo è generoso).
La determinazione della destra è chiara. Il problema non sta qui. Sta dall’altra parte della siepe, oltre la quale c’è il buio, per parafrasare il titolo di un vecchio bel film americano.
L’OPPOSIZIONE
Nello spazio dell’opposizione non succede molto e se succede non è, ancora, per il meglio. Come nel 1922-1924, anche oggi la frammentazione e i mille distinguo dei leader grandi e piccoli sono parte della forza di cui gode il governo.
Neppure il rischio di una riforma regressiva della Costituzione che vuole spostare lo scettro dal parlamento a Palazzo Chigi sembra capace di unire.
Il leader dei Cinque stelle non se ne preoccupa tanto, e non disdegna un “premier forte”, un vago dire che lascia aperte tutte le porte. Giuseppe Conte, che pure diede un’ottima prova di sé nei momenti più bui della pandemia, oggi sembra preoccupato più della sua immagine che della forza dell’opposizione. Le cui anime non sanno trovare l’orgoglio di essere una e plurima: unirsi per creare un’alternativa al governo, nella specificità di ciascuna parte.
Se solo Pd e Cinque stelle riuscissero a dedicare l’anno che verrà a questo obiettivo, ci sarebbe uno spiraglio di luce oltre la siepe. Senza bisogno di fare appello a grandi progetti unitari, che non è necessario che ci siano: sarebbe sufficiente che i leader dei due partiti avvertissero la responsabilità del loro ruolo.
Una responsabilità non solo verso il nostro paese, ma anche verso l’Europa, che fu istituita non per soddisfare gli orgogli dei nazionalisti, ma per scongiurarli. Un grande paese che fu tra i fondatori non solo della Ue, ma dell’idea di federazione sovranazionale come condizione di civiltà e di pace, meriterebbe una leadership europeista più determinata e forte.
(da editorialedomani.it)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
I LEADER COME SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE
Mi candido in Europa, prendo centinaia di migliaia di preferenze,
vengo eletto, faccio finta di niente e resto a casa. O al limite mi dimetto alla prima occasione utile. È la storia delle elezioni europee: per i leader nazionali il voto per l’Unione europea è soprattutto uno specchietto per le allodole, uno strumento per misurare il consenso interno. I nomi “pesanti” sulla scheda elettorale fanno la differenza, ma in Italia: del Parlamento di Strasburgo interessa il giusto.
Una storia che almeno non riguarda solo il nostro Paese, a giudicare dall’editoriale con cui il corrispondente del Guardian, John Palmer, introduceva le prime elezioni europee nel 1979: “Nella Germania Ovest, in Irlanda, in Belgio e nei Paesi Bassi ci sembra che verranno usate come un comodo sondaggio nazionale per interpretare il consenso riguardo a temi interni”.
Da noi però l’abuso è diventato regola. Il maestro di questa strategia vagamente truffaldina è stato, nemmeno a dirlo, Silvio Berlusconi. La legge elettorale per l’Europarlamento (un sistema proporzionale con voto di preferenza) non solo non tutela dalle candidature acchiappa-voti, ma permette di presentarsi in contemporanea in tutte e cinque le circoscrizioni in cui è diviso il territorio italiano. Berlusconi lo ha fatto ogni volta che ha potuto. Una “cultura” politica che ha attecchito bene a destra ed è stata imitata spesso e con profitto anche dagli ex alleati di Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni.
Le Europee del 2019, per esempio, sono state quelle della riabilitazione politica dell’ex Cavaliere, le prime alle quali si è potuto ricandidare dopo la condanna per frode fiscale e gli effetti della legge Severino. Berlusconi si è presentato da capolista in tutte le circoscrizioni (tranne in Italia centrale, lasciata al fido Antonio Tajani) ed è stato eletto con oltre mezzo milione di preferenze complessive. Anche Salvini e Meloni si sono candidati in tutte e cinque le aree elettorali. Il capo della Lega ha portato a casa il record di preferenze: 2.366.300. Meloni ha trascinato Fratelli d’Italia (all’epoca ancora un piccolo partito) fino 6,4% a livello nazionale grazie alle sue 490 mila preferenze. Tutti voti “finti” perché ovviamente né Salvini né Meloni avevano alcuna intenzione di onorare l’impegno. Berlusconi, se non altro, ha onorato l’impegno a Strasburgo fino al 2022, quando è stato rieletto al Senato della Repubblica ed è tornato a Roma. Ma l’ex Cavaliere era stato capolista in tutte e cinque le circoscrizioni anche alle Europee del 2009 e del 2004: ha occupato e personalizzato ogni elezione possibile (nel 2014 non gli fu permesso per via della condanna), portando a casa milioni di preferenze che servivano solo alla sua leadership nazionale. Meloni invece è stata capolista di FdI in tutte le circoscrizioni nel 2014 (non eletta) e nel 2019 (eletta), senza mai passare nemmeno un minuto a Strasburgo o a Bruxelles: con la probabile candidatura alle elezioni del prossimo giugno, la premier metterebbe a segno la tripletta da capolista “farlocca”.
La fotografia italiana nell’ultima legislatura europea non è luminosa. Nel 2019 si erano presentati alle urne ben 37 candidati che avevano già incarichi incompatibili con quello di parlamentare europeo (assessori e consiglieri regionali, deputati e senatori). Tra i leader nazionali in questa posizione, oltre a Meloni e Salvini, c’erano Emma Bonino e Nicola Fratoianni (nessuno dei due è stato eletto).
Molti di quelli che si sono effettivamente insediati in Europa, invece, hanno fatto marcia indietro prima del termine del mandato: tra i 73 eurodeputati italiani eletti nel 2019, ben 13 si sono candidati alle Politiche del 2022 con l’obiettivo di tornare a casa.
La maggior parte di loro c’è riuscita: oltre ai citati Berlusconi e Tajani, a destra il nome più noto è quello di Raffaele Fitto. Nello schieramento opposto invece spiccano Simona Bonafè (che ha “tradito” le 170 mila preferenze che l’avevano fatta eleggere in Europa) e soprattutto Carlo Calenda, che nel 2019 si era iscritto al Pd e si era fatto eleggere a Strasburgo da capolista nella circoscrizione Italia nord-orientale (quasi 280 mila preferenze), ma ha mollato subito il partito (per fondare Azione) e poi il seggio europeo (per approdare al Senato).
Il malcostume della candidatura farlocca è praticato con assoluta disinvoltura a destra, ma non è disdegnato nemmeno a sinistra. Nel 2004 Massimo D’Alema, presidente e frontman dei Ds, decise di affrontare Berlusconi sul suo campo e si presentò da capolista di Uniti nell’Ulivo in Italia meridionale. Ottenne una vittoria schiacciante: 836 mila preferenze contro le 454 mila dell’ex Cavaliere. Ma in quella tornata delle Europee tutti i leader di partito si sfidarono tra di loro in una conta spietata: anche Gianfranco Fini, Umberto Bossi, Fausto Bertinotti si presentarono da capilista in tutte e cinque le circoscrizioni. Pure Fini andò molto vicino a un’affermazione clamorosa contro Berlusconi e fu sconfitto con margine ridotto: circa 50 mila preferenze sia al Centro che al Sud. Persino all’interno dei partiti si scatenò una campagna senza quartiere tra candidati (dentro Alleanza Nazionale, ad esempio, Gianni Alemanno ottenne lo scalpo di Maurizio Gasparri (280 mila a 203 mila). Risultati significativi solo a Roma. Battaglie personali, di lista o di corrente del tutto ininfluenti per il Parlamento europeo: Berlusconi, Bossi, Fini, Alemanno, Gasparri hanno ovviamente rinunciato all’elezione. D’Alema invece fu parlamentare europeo per poco più di un anno e mezzo: da luglio 2004 ad aprile 2006. Come lui, anche Pier Luigi Bersani: eletto in Italia Nord-occidentale con 343 mila preferenze, entrò e uscì da Strasburgo esattamente lo stesso giorno del leader dei Ds; un anno e mezzo di parentesi europea prima di tornare alla Camera dei deputati (e alla poltrona di ministro dello Sviluppo economico nel governo Prodi). Pure Bertinotti, leader di Rifondazione comunista, rientrò in Italia nel 2006 (e fu eletto presidente della Camera).
Nelle liste di Uniti nell’Ulivo quell’anno corse anche Michele Santoro, una delle candidature “di bandiera”: anche il giornalista ottenne un risultato notevolissimo (oltre 200 mila preferenze), ma resistette lontano dalla televisione non più di un anno, poi si dimise e tornò in Italia per condurre Rockpolitik con Adriano Celentano.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile
“L’OPINIONE GOVERNA IL PAESE, I POLITICI SCELGONO IN BASE AI DESIDERI DELLA MASSA”
Gli italiani sono un popolo di casalinghi, schiavi della televisione e delle opinioni veicolate attraverso social e mass media, sostiene Giuseppe De Rita, sociologo, fra i fondatori del Censis.
Secondo l’analisi di Alessandra Ghisleri un elettore su 2 di Giorgia Meloni si dichiara poco o per nulla soddisfatto della situazione italiana. E pure nella Lega non va molto meglio mentre tra chi ha votato Forza Italia la soddisfazione sale all’80%.
«Dati che possono essere delle reazioni legati alle appartenenze politiche. Il dato che più colpisce dell’analisi è un altro».
Quale?
«Quasi il 70% si dichiara soddisfatto della propria vita e solo il 23% appare soddisfatto di come vanno le cose in Italia».
Da che cosa dipende?
«Da come si legge la realtà. Se la si prende in considerazione in termini soggettivi, nella veste di attori protagonisti, si è portati a pensare che va tutto bene perché si ha una bella casa, dotata di tutte le comodità. Se invece si deve parlare della situazione generale, da attori si diventa spettatori e questo sposta la percezione sulle onde dell’opinione quindi si finisce per essere influenzati dal peso esercitato dai social, dai mass media, dagli amici».
Quindi anche chi non ha motivi per lamentarsi finisce per essere condizionato da un’atmosfera di pessimismo generale?
«L’ultimo rapporto Censis-Auditel mostra come stia aumentando la casalinghità della società italiana. Gli italiani vivono in un appartamento ben attrezzato con dei salotti che assomigliano sempre di più a sale cinematografiche con schermi di oltre 50 pollici. Hanno la possibilità e la voglia di vedere tutto al meglio e quindi stanno bene in una dimensione di casalingo medio. È così che si formano il giudizio sul mondo esterno, attraverso quello che hanno visto con il televisore con uno schermo di oltre 50 pollici, dotato della migliore tecnologia possibile».
Vuol dire che quella italiana è una società di casalinghi, sempre più individualisti?
«La dimensione della soggettività è in aumento dagli anni Settanta. Gli italiani sono sempre di più dei casalinghi guardoni, soggetti ai flussi di opinione esterni. Per questo il modo in cui viene loro descritto il Covid, l’Ucraina o l’inflazione li colpisce particolarmente».
Quindi non solo una società di casalinghi, sempre più individualisti, ma anche alla mercé di social e mass media?
«Viviamo sull’onda dell’opinione del giorno. In base a quello che ascoltiamo possiamo essere pessimisti o sostenere personaggi politici. È l’opinione che traina, non la realtà. È una tragedia nel mio mestiere perché puoi fare analisi su analisi ma quando poi arriva l’onda di opinione sei spiazzato, non puoi fare alcuna verifica strutturale e non resta che accompagnare il chiacchiericcio generale».
È una tendenza pericolosa, soprattutto quando si votano politici sull’onda dell’opinione e non in base alla concretezza delle proposte.
«È il problema di questo Paese. Tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni sono avvenuti sulla base dell’onda dell’opinione. Da Berlusconi a Grillo, Salvini e ora Meloni non ci troviamo di fronte a rivoluzioni politiche ma alla capacità di singoli di gestire le onde. Silvio Berlusconi aveva i mezzi e li usava, Giorgia Meloni è stata molto abile a creare un tam tam a partire dal libro “Io sono Giorgia” fino a conquistare il potere».
Si vota il politico di moda e non quello che è effettivamente più capace?
«Gli italiani dicono mi piace Meloni e non Salvini ma non sono in grado di valutare, per esempio, quanto Meloni possa incidere sul loro conto corrente o sul loro lavoro. Hanno un’opinione politica generica e seguono le onde al contrario di quanto accadeva in passato. Nessun politico della Dc si è basato sull’opinione quando si è trattato di creare l’Ue o di prendere altre decisioni di peso. Oggi invece se il politico si rende conto che una scelta può provocare un calo nei sondaggi si spaventa. È l’opinione che governa il Paese. A questo processo contribuiscono i mass media creando loro stessi un’onda di opinione su un argomenti per settimane e poi passando all’onda successiva quando cala l’interesse. Anche noi che creiamo cultura collettiva dovremmo farci un esame di coscienza: andando avanti così resta il nulla».
Dobbiamo immaginare il futuro con gli italiani chiusi nelle loro splendide case con enormi televisori e fuori un panorama di macerie?
«Magari fossero macerie. Sarebbe la base per poter costruire di nuovo. Invece qui è stato distrutto qualcosa che si è autoconsumato lasciando un vuoto intorno».
(da La Stampa)
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