Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI CHICCO TESTA E CLAUDIO VELARDI PER SALVARE IL TERZO POLO
«Oggi c’è una cosa semplice da fare per voi. Dimettetevi in modo irrevocabile», scrivono Chicco Testa e Claudio Velardi in una lettera pubblicata sul Foglio rivolta al leader di Italia Viva Matteo Renzi e a quello di Azione Carlo Calenda.
Dopo il risultato delle Europee che ha inchiodato i due partiti sotto la soglia di sbarramento del quattro percento, nell’ormai defunto Terzo polo è partita la discussione su che cosa fare del proprio futuro. Da una parte Azione ha aperto la riflessione, ma senza tanti esami di coscienza. Dall’altra Italia Viva si preparerebbe a un congresso in autunno, con Luigi Marattin tra i primi a farsi avanti per la guida del partito. Nel frattempo però ai due leader arriva l’invito da «due amici» perché si facciano da parte.
«La questione è molto semplice: avete fallito», esordiscono senza giri di parole Testa e Velardi. «Il risultato elettorale è stato impietoso e voi ve ne dovete assumere la responsabilità fino in fondo».
Per quanto impegno ci abbiano potuto mettere Renzi e Calenda, spiegano i due autori della lettera, «ci avete messo, noi elettori che crediamo nella possibilità di uno spazio laico e liberale, pragmatico e non ideologico, in una situazione insostenibile». La scelta di andare divisi, uno con gli Stati Uniti d’Europa, l’altro per conto proprio, ha di fatto diviso amici e famiglie. E nonostante tutto dicono testa e Velardi, l’impegno per convincere anche gli indecisi non è mancato. Nonostante fosse chiaro da subito quanto difficile sarebbe stato l’obiettivo di superare lo sbarramento. «Vi abbiamo dato fiducia, ma avete fallito».
Da questa tornata elettorale, però, Testa e Velardi indicano le lezioni che si potrebbero imparare. «La prima è che esiste un’area elettorale di una certa importanza che non riesce a essere rappresentata e a pesare. La seconda che nessuna ulteriore campagna elettorale potrà essere affrontata in queste condizioni. La terza è che le vostre persone rappresentano un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo di una ricomposizione». Nulla di personale nei confronti di Renzi e Calenda, ma è chiaro che il flop alle Europee è solo «il risultato di uno scontro di personalità, le vostre, che ha reso impossibile ogni accordo».
E peggio è andata dopo il voto, quando i sostenitori di entrambe le parti sono andati avanti a scaricare colpe e accuse sugli altri. Perciò, continuano Testa e Velardi, non c’è altro da fare se non «voltare pagina completamente». E per farlo serve che Renzi e Calenda facciano il fatidico passo indietro «senza tatticismi e sotterfugi. Dovete lasciare il campo a persone meno esposte che raccolgano la fiducia non dei pochi amici del vostro “inner Circle”, ma dei futuri potenziali elettori». Per andare avanti, quindi, serve «un clima completamente nuovo e con persone non coinvolte in questo scontro che ci ha visto allibiti e attoniti». Testa e Velardi sono consapevoli di chiedere uno sforzo difficile ai due leader, ma assicurano che «ci sarà il modo per utilizzare le vostre indubbie capacità». Intanto, la scelta migliore da fare è solo una: «Dimettetevi». Alla lettera risponde il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, che lancia un’ulteriore proposta: «Mettere insieme tutto quello che c’è e scegliere un leader che oggi non c’è attraverso le primarie».
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DELL’UFFICIO POLITICO PRESA ALL’UNANIMITA’… IL RAZZISTA PUTINIANO NON SI E’ NEANCHE PRESENTATO NEL TIMORE DI ESSERE AGGREDITO
L’ufficio politico di Les Républicains ha deciso “all’unanimità”
l’espulsione dal partito di Eric Ciotti.
È quanto si legge in un comunicato diffuso dopo la riunione straordinaria convocata dopo che ieri Ciotti, fino ad oggi presidente del partito, aveva annunciato un accordo con il Rassemblement National, facendo scoppiare una crisi interna al partito.
Secondo quanto riferisce il sito di Le Figaro la presidenza ad interim di Lr sarà assunta da François-Xavier Bellamy, vicepresidente, Anne Genevard segretaria generale.
L’espulsione di Ciotti è stata votata all’unanimità dall’ufficio politico dei Républicains, alla cui riunione il presidente estromesso non ha partecipato.”I Républicains – ha dichiarato Genevard – presenteranno candidati ai francesi nella chiarezza e nell’indipendenza” per le elezioni legislative, mentre la Commissione nazionale per le investiture “è stata confermata nella sua forma attuale”.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
GLI ELETTORI DOVREBBERO FARE UNA CLASS ACTION PER AVER DISPERSO 1,7 MILIONI DI VOTI
Sul suicidio di massa degli europeisti di centro (Calenda/Renzi/Bonino)
si è scritto tanto. Mi ha molto colpito che anche gli antipatizzanti — Renzi ne conta una moltitudine, Calenda meno, Bonino pochi — non abbiano voluto infierire, tale è stata la catastrofe. Rari i commenti sprezzanti o aggressivi, prevale un tono desolato, come ai funerali. Partecipo al lutto, ma mi concedo, in disparte, una nota severa.
I tre driver di questo incidente meriterebbero una class action dei loro elettori (un milione e settecentomila!) che pur pensandola più o meno allo stesso modo, pur occupando un’area politica omogenea, pur avendo, nei confronti dell’Unione Europea, le stesse intenzioni amichevoli e incoraggianti, hanno visto i loro voti andare al macero.
Lo si sapeva perfettamente anche prima, che con lo sbarramento al quattro per cento contendersi separatamente lo stesso bottino di voti era insensato. Lo si sapeva anche prima, anzi lo si sa da sempre, che la parola “io”, in politica, spesso confligge con la parola “noi”.
La boicotta e la demolisce. Dunque non ci sono scusanti. Specie di questi tempi disfatti, gassosi, l’istinto non può che essere fare gruppo, superare gli intoppi della vanità, cercare di mettere insieme le forze.
Il discorso vale, naturalmente, anche per i santoriani (Paolo Rossi, amico mio, ma chi te l’ha fatto fare?), che però hanno un’attenuante: erano pochi, soli e perdenti già in partenza. Non avevano nessun patrimonio da dilapidare, al massimo qualche voto da spillare a Conte o a Fratoianni. Possibile che sia così difficile capire che la politica è una cosa che si fa in tanti, oppure è meglio non farla?
(da repubblica.it)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
“HA PIEGATO IL MOVIMENTO A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA, NESSUNO HA ALZATO UN DITO”… “GRILLO HA 300.000 BUONI MOTIVI PER RESTARE IN SILENZIO”
Luigi Di Maio era seduto lungo il fiume. Era lì che aspettava il primo,
vero passo falso di Giuseppe Conte. «Sono stato in silenzio per tutta la campagna elettorale. Mi ha meravigliato che Conte e Renzi mi abbiano nominato spesso nelle loro interviste ai quotidiani e alle tv – dice l’ex ministro degli Esteri del governo Draghi –. Anche per questo adesso mi sento in dovere di dire qualcosa». Di Maio parla dall’aeroporto di Bruxelles, è in partenza per Washington, dove ha in programma incontri al Pentagono e al Dipartimento di Stato, nella sua veste di rappresentante Ue per il Golfo. Ma in questa intervista parla soprattutto da ex capo politico del Movimento 5 stelle, da cui si è allontanato ormai due anni fa, ma la cui parabola osserva ancora con interesse.
Dal 2013, da quando Beppe Grillo vi ha portati in Parlamento, per i 5 stelle è il risultato peggiore…
«È una performance da elezioni amministrative, non da elezioni di respiro nazionale. Anzi, penso che, di recente, persino alle Amministrative il M5s sia andato meglio. Questa volta perde addirittura il primato al Sud e in regioni come la Campania e la Sicilia, in città come Napoli. Il Pd è stato più bravo a interpretare la difesa dei diritti sociali, su cui noi eravamo un riferimento per le persone. Chi ha perso il reddito di cittadinanza ha capito di averlo perso anche perché i 5 stelle hanno fatto cadere il governo Draghi. Conte ha compiuto il capolavoro di far tornare il bipolarismo».
Qual è la sua principale responsabilità?
«Aver snaturato il Movimento, che oggi è un partito ancora più chiuso e verticistico del passato. Un tempo era più plurale, c’erano più “anime” diverse. Conte lo ha modellato a sua immagine e somiglianza, ha fatto un’operazione legittima, che gli è stata consentita senza che nessuno alzasse un dito. Per questo credo che, nonostante questo risultato negativo, dentro al Movimento non cambierà niente».
Nessuno metterà in discussione la leadership di Conte?
«Sarebbero patetici a farlo ora, troppo comodo. Non ho mai sopportato chi sta nell’ombra nei momenti buoni ed esce fuori solo quando non può ricavare più vantaggi. Quanto a Grillo, ha 300 mila buoni motivi per restare in silenzio».
Traduco: pagato come consulente della comunicazione per tenerlo buono. Però si è fatto sentire per blindare il limite dei due mandati, che secondo molti sarebbe tra le ragioni delle liste elettorali deboli e del crollo nelle urne
«La debolezza delle liste esiste da 15 anni. Eravamo tutti dei signor nessuno. Dai primi sindaci eletti nel 2012 fino al risultato del 33%. È sempre stato un voto di opinione, mai un voto di preferenza. E sicuramente questo ha sempre inciso sui risultati delle amministrative, a parte alcune eccezioni. In ogni caso, seguo divertito il dibattito sul doppio mandato. Vuoi vedere che la soluzione proposta dal movimento per risolvere la sua crisi, è la politica di professione?» .
Conte saprà adattarsi al ridimensionamento politico del Movimento, reso evidente da questo voto europeo?
«Non lo so, ma ho sempre pensato che dalle elezioni si possano ricavare lezioni importanti. Bisogna comprendere e rispettare i segnali che arrivano dai cittadini. Io l’ho fatto, anche quando mi hanno mandato a casa. Credo che il M5s possa contribuire alla costruzione di un’alleanza strutturale nel centrosinistra per offrire un’idea alternativa di governo».
Quali sono queste lezioni e questi segnali?
«Prima di tutto, il Movimento deve mettere a posto la sua politica estera: si dice che non serva a prendere voti, ma poi ti presenta il conto in Europa, relegandoti nei non iscritti, dove non si incide in nessuna maniera. Abbiamo visto che non porta grandi consensi suggerire di abbandonare l’Ucraina al proprio destino, interrompendo l’invio di armi. Come non li porta mettere in discussione la nostra alleanza con gli Stati Uniti o il ruolo che svolge la Nato. Cosa che Giorgia Meloni ha capito benissimo, riposizionando Fratelli d’Italia».
Quindi, i 5 stelle hanno sbagliato a puntare tutto sul pacifismo?
«Se i cittadini percepiscono che le tue proposte non sono fattibili o realistiche, non ti votano. Guardiamo i risultati: vincono i partiti che hanno sostenuto e sostengono i cardini dell’agenda Draghi, a partire dall’Ucraina, che sostengono Israele, supportando la soluzione a due stati, e che hanno preso una ferma posizione sulla Nato e sull’europeismo. Fratelli d’Italia e Pd in questa tornata elettorale hanno ottenuto circa il 50% quasi dei consensi. Perdono, invece, i partiti che hanno buttato giù Draghi e perdono i due leader di centro che, incapaci di trovare un accordo, si sono cannibalizzati a vicenda».
E siamo tornati all’agenda Draghi: dica la verità, anche lei lo sogna presidente della Commissione europea?
«Io non credo che Draghi, in questo momento, sia interessato a entrare in competizione con von der Leyen, che resta l’unica candidata presidente della Commissione per il Partito Popolare, vincitore di queste elezioni. La maggioranza con socialisti e Renew sembra tenere: starà a loro decidere se e come allargare la maggioranza in Parlamento».
Toccherà a Elly Schlein, invece, provare a unire i partiti del centrosinistra: come la vede?
«Intanto, credo che il Pd in queste Europee sia stato votato anche da molti ex elettori del Movimento, soprattutto al Sud. E sono contento per tanti amministratori in gamba che verranno a Bruxelles. Quanto a Schlein, non sarà una missione semplice, anche perché in politica i voti non si sommano. Si fa presto a dire che, tutti insieme, i partiti di opposizione sono davanti al centrodestra, ma la sfida è costruire una proposta organica e credibile».
Per lei, invece, ci sarà un futuro nella politica italiana?
«Il mio futuro sono mio figlio, che nascerà a settembre, e la mia compagna con cui vogliamo costruire una famiglia. Ho tutto l’interesse a portare a termine il mio mandato presso le istituzioni europee continuando a lavorare come ho sempre fatto».
(da lastampa.it)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
NEL MIRINO I REPUBBLICANI: “HANNO TRADITO L’EREDITA’ DI DE GAULLE E CHIRAC”
«Il voto di domenica alle elezioni Europee è stato chiaro e non può essere ignorato». Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron al Pavillon Cambon Capucine, nel centro di Parigi, aprendo ufficialmente la campagna elettorale per le legislative anticipate. Dopo la vittoria dell’estrema destra di Marine Le Pen e Jordan Bardella alle Europee 2024, il capo dell’Eliseo aveva, infatti, sciolto l’Assemblée Nationale e convocato le elezioni nel Paese per il 30 giugno e il 7 luglio.
Evocando le espressioni di «rabbia» o «risentimento» manifestatesi attraverso il voto, Macron ha sottolineato che «non possiamo rimanere indifferenti o sordi. Dobbiamo portare una risposta democratica: solo lo scioglimento permetteva di chiarire le cose». «Da domenica – ha aggiunto -, stanno cadendo le maschere». Per il capo dello Stato francese, il voto anticipato è anche «una prova di verità fra chi sceglie di far prosperare i propri interessi e chi quelli della Francia».
Le accuse
Poi l’accusa ai radicali di sinistra La France Insoumise di «aver creato un disordine costante e preoccupante» in Assemblée Nationale rendendo «meno leggibile l’azione e impedendo di costruire coalizioni stabili».
Durante la conferenza stampa, Macron ha inoltre parlato della decisione di Eric Ciotti – leader del partito della destra moderata Les Républicains, “stampella” politica dei macroniani – di voler stringere un’alleanza con il Rassemblement National di Le Pen: «La destra repubblicana, o almeno il suo leader, ha voltato le spalle all’eredità del generale de Gaulle, di Jacques Chirac e di Nicolas Sarkozy».
E, infine, l’apertura: «la maggioranza deve andare a dialogare con personalità e forze che oggi non ne fanno parte», ipotizzando un allargamento del governo. La priorità è «la protezione dei nostri valori repubblicani. Dobbiamo, prima di tutto – ha continuato il presidente francese – e in modo implacabile, continuare ad agire per più sicurezza, più fermezza, applicazione delle leggi che sono state votate, come i nostri testi europei, per ridurre l’immigrazione illegale».
Assente alla conferenza stampa l’ex primo ministro, Edouard Philippe, che ieri aveva definito «non sano» che il presidente francese «guidi la campagna elettorale della maggioranza macroniana “Renaissance” alle legislative anticipate». La sua assenza è con ogni probabilità in polemica con Macron.
Il ministro dell’Economia: «Il voto avrà conseguenze finanziarie gravi»
Per il ministro dell’Economia e numero due del governo, Bruno Le Maire, è arrivato «il momento di battersi». Le prossime elezioni «avranno le conseguenze economiche e finanziarie più gravi per il nostro Paese in tutta la storia della Quinta Repubblica», ha detto Le Maire, a margine della conferenza stampa.
«Mai nella storia della Quinta Repubblica c’è stato un momento così grave – ha aggiunto il ministro francese – ora l’estrema destra può arrivare al potere. L’estrema destra non deve governare il nostro Paese», ha concluso Le Maire.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
MISSIONE COMPIUTA PER LA CGIL, LA CONSULTAZIONE POPOLARE ANCE SU SICUREZZA E APPALTI
Missione compiuta dalla Cgil di Maurizio Landini, che raggiunge
l’obiettivo 500mila firme e così può chiamare gli italiani ad esprimersi in quattro referendum su Jobs act, sicurezza sul lavoro e appalti.
L’obiettivo era nell’aria già da qualche settimana fa, raccontava il segretario descrivendo un “clima positivo ai banchetti” e tagliando il traguardo delle 200mila firme in appena sedici giorni di campagna. Ora, secondo l’ultima rilevazione diffusa da Corso d’Italia, le firme raggiunte per ciascuno dei quattro quesiti sono 582.244.
“L’obiettivo del mezzo milione di firme, necessario per “deliberare l’abrogazione totale o parziale di una legge o di un atto avente valore di legge”, come recita l’articolo 75 della Costituzione, è stato ampiamente raggiunto, a distanza di un solo mese e mezzo dall’inizio della campagna referendaria, avviata il 25 aprile scorso”, commenta il segretario organizzativo della Cgil, Luigi Giove. “Nei territori e nei luoghi di lavoro – prosegue il dirigente sindacale – stiamo riscontrando un grande interesse attorno ai temi proposti dalla nostra organizzazione. Inoltre, c’è un diffuso desiderio di partecipazione”. “Nonostante il traguardo sia stato già raggiunto, la raccolta delle firme proseguirà e si intensificherà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane: il nostro obiettivo – conclude Giove – è quello di raccoglierne il maggior numero possibile”.
I quesiti referendari sono appunto quattro, come avevamo spiegato qui. I primi due vanno direttamente al cuore del decreto legislativo 23 del 2015, il Jobs Act del governo Renzi. Responsabile – per il sindacato rosso guidato da Maurizio Landini – di precarietà e disparità tra gli assunti prima e dopo il 7 marzo 2015, con e senza reintegra. Per la Cgil non bastano i paletti via via piantati dalla Consulta sul tema ma ci vuole un taglio netto: l’abrogazione del decreto 23 e poi lo stop al tetto agli indennizzi. In sostanza, recuperare la reintegra nel posto di lavoro, in caso di licenziamento illegittimo. E laddove il reintegro non c’era e non ci sarà, nelle aziende sotto i 16 dipendenti, eliminare il tetto delle sei mensilità all’indennizzo. Sarà un giudice a fissare il quantum, in base ad anzianità di servizio e dimensioni dell’impresa.
Gli altri due referendum riguardano invece il ripristino delle causali ai contratti a tempo determinato (l’assenza di motivazione dell’assunzione spesso apre ad abusi), com’era in origine nel decreto Dignità. E la responsabilità del committente sugli infortuni sul lavoro, negli appalti.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
QUASI 600 METRI QUADRATI CON PALESTRA E IDROMASSAGGIO
Daniela Santanché ha destinato alla procedura del tribunale per la composizione negoziata della crisi Visibilia (che consente di evitare il fallimento e relativa bancarotta) la palazzina su tre livelli non distante da piazzale Baracca a Milano in cui lei stessa abita e dove su un livello c’è anche il suo ufficio personale intestato a una delle sue società, l’Immobiliare Dani oltre alla palestra privata. L’atto di «destinazione per fini meritevoli di tutela» è stato stipulato il 29 maggio scorso nello studio del notaio milanese Giuseppe Trimarchi e poi è stato corretto il 6 giugno scorso per diventare efficace
Se non si trovano altri fondi per 10 anni la palazzina sarà vendibile a chiunque
Casa e ufficio della Santanché sono stati destinati a liberare Visibilia da un debito di 6,39 milioni di euro con il gruppo Prelios di Marco Tronchetti Provera, ma la cessione alla procedura è avvenuta con alcune clausole: casa e ufficio del ministro del Turismo per 10 anni fino al 2023 avranno come vincolo di destinazione la procedura con i creditori di Visibilia ma potranno essere venduti «con l’espressa previsione che il relativo prezzo fino alla concorrenza di euro 5,7 milioni debba essere versato dalla parte acquirente su apposito conto corrente intestato al notaio ricevente l’atto» che girerà poi la somma alla procedura.
La palazzina di cui si priva la Santanché per non rischiare la bancarotta fraudolenta del suo gruppo è composta dalla abitazione privata di 12 vani su 296 metri quadrati, divisa fra il primo e il secondo piano. La parte ufficio di cui risulta proprietaria l’Immobiliare Dani è invece un pizzico più piccola: 9 vani per un totale di 246 metri quadrati, divisa fra due locali e servizio al piano rialzato e tre locali più archivio e accessori nel seminterrato. Cedute anche le parti comuni fra casa e ufficio che vengono elencate nell’atto: un cortile, un giardino, un vano scala e alcuni locali ad uso fitness con vasca (idromassaggio), servizi ed accessori per un totale di 54 metri quadrati. La casa-ufficio-palestra dell’attuale ministra del Turismo si stendeva dunque su un totale di 596 metri quadrati più cortile e giardino.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
LE SCOMMESSE DEGLI HEDGE FUND CONTRO L’ITALIA SONO CRESCIUTE DEL 38%, A QUOTA 50 MILIARDI DI EURO. SINTOMO DI UN PAESE PASSATO AL SETACCIO DAI MERCATI
Le manette del Patto di Stabilità non sono ancora scattate sui bilanci
nazionali, non si sa chi comanderà in Europa, il panorama proposto dalle elezioni è indecifrabile, ma c’è chi ha già scommesso su inevitabili scossoni dei mercati finanziari europei, preparandosi per tempo a profittarne e, per questo, rendendoli più probabili.
Ancor prima che la sconfitta di Macron proiettasse la sua ombra sul governo francese e i suoi titoli di Stato, gli hedge funds avevano, infatti, aperto la caccia al ribasso sui debiti dell’Eurozona. Se si somma il valore di tutti i titoli europei presi a prestito, con l’intenzione di venderli e poi restituirli, guadagnando sul prezzo minore pagato per recuperarli sul mercato (il meccanismo di speculazione più semplice), si arriva, secondo Standard&Poor’s, a 413 miliardi di euro, il volume di fuoco al ribasso più alto dagli ultimi mesi della pandemia e, comunque, degli ultimi due anni.
Ma se i mercati finanziari europei ballano, è sempre l’Italia ad occupare la prima fila del palcoscenico: le scommesse al ribasso contro il nostro Tesoro, da gennaio ad oggi sono aumentate del 38 per cento. Ci sono oltre 50 miliardi di euro (2 in più solo a maggio) puntati contro i Btp.
La tempesta post-elettorale investe, in altre parole, una situazione già fragile. Il progressivo smantellamento della rete di protezione della Bce sui debiti dei paesi europei, lo stesso taglio dei tassi, che riduce la domanda ordinaria di titoli, rendendoli meno appetibili. E, soprattutto, il ritorno del Patto di stabilità che non può non registrare gli sforamenti a ripetizione dei nuovi limiti di disavanzo e di debito, rendendo inevitabili le procedure d’infrazione e le conseguenti diffidenze dei mercati.
Ecco perché siamo subito di fronte ad un primo paradosso. Fra i grandi paesi europei, l’Italia è l’unica ad uscire dalle elezioni europee con un governo rafforzato: in Francia, in Germania, in qualche misura anche in Spagna, è avvenuto il contrario. Ma, in prospettiva, l’Italia è il paese più debole: lo spread, è subito tornato sopra quota 140, dove non stava da tre mesi, con una perdita secca del 5 per cento su venerdì scorso.
Un livello, storicamente, tutt’altro che preoccupante, ma la rapidità dello slittamento conferma quanto siamo sotto la lente dei mercati. Del resto, la differenza di rendimento (quello che misura lo spread) con un Bund, dopo le elezioni, non proprio in buona salute, non è forse l’indicatore migliore. Più significativa la discesa del prezzo dei Btp decennali, che ha riportato i rendimenti sopra il 4 per cento.
E, a guardare i prossimi mesi, si incontra un altro paradosso, ancora più preoccupante per il governo di Roma. Le elezioni di domenica consegnano a Giorgia Meloni un panorama più denso di amici o, comunque, di capitali in cui i suoi amici contano di più. Ma difficilmente cambieranno, in questa direzione, gli equilibri al vertice della Ue e nella Commissione che dovrà esaminare i conti italiani. E, ancora una volta, come già avvenuto sulla immigrazione, Giorgia Meloni rischia di misurarsi con un vicolo cieco inaggirabile: se dovesse avere bisogno di solidarietà, non saranno i governi o i movimenti dell’Europa più nazionalista – da Wilders all’Afd alla Le Pen – i più pronti a dargliene.
Ci sarà bisogno di questa eventuale solidarietà? I prossimi mesi (con la nuova Finanziaria sotto tutela per la procedura d’infrazione inevitabile) saranno difficili. Secondo il Fondo monetario, l’Italia è l’unico paese del Sud europeo, anche considerando Grecia e Portogallo, in cui il debito (il parametro chiave nella finanza pubblica) non solo non è destinato a scendere, ma, al contrario, sale.
Quanto ai parametri sul disavanzo e sulla spesa corrente, la situazione, ha notato Carlo Cottarelli, è gestibile: ma a condizione di rinunciare ai 20 miliardi di euro da distribuire con i bonus e la riforma Irpef. Scelta che, a Palazzo Chigi, potrebbero considerare suicida: c’è un referendum da vincere assolutamente all’orizzonte.
In queste contesto, il Tesoro deve rastrellare sul mercato 360 miliardi di euro. Venti in più dell’anno scorso, quando, però, i Btp venivano venduti a mazzi alle famiglie, mentre l’ultima emissione di Btp valore, un mese fa, ha dato risultati deludenti, rispetto alle tre precedenti.
(da La Repubblica)
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Giugno 12th, 2024 Riccardo Fucile
C’E’ VOLUTA LA DOCUMENTATA DENUNCIA DI SINDACATI E MEDIA PER GARANTIRE DECORO E DIGNITA’ ALLE NOSTRE FORZE DELL’ORDINE… E MENO MALE CHE IL GOVERNO “DIFENDE SEMPRE” LA POLIZIA
È scattato il sequestro a Brindisi della nave che avrebbe dovuto ospitare oltre 2.500 poliziotti arrivati in Puglia per il G7. La squadra mobile Brindisina ha eseguito il sequestro, dopo le diverse denunce partite soprattutto dal sindacato di polizia Coisp sulle pessime condizioni igieniche in cui versava l’imbarcazione. Come ha ribadito ancora oggi il segretario del sindacato, Domenico Pianese, la nave «versava in pessime condizioni igienico sanitarie, con alloggi sporchi e danneggiati, servizi igienici inutilizzati, docce fatiscenti, cabine allagate». Meglio sarebbe andata ai carabinieri, con il sindacato Sim CC che ha commentato positivamente l’arrivo del traghetto Gnv Azzurra. Da questa mattina la nave è attraccata a Brindisi per ospitare parte delle forze dell’ordine impegnate nel servizio di sicurezza per il vertice a Borgo Egnatia. Per il sindacato dei carabinieri si tratta di «un primo barlume di luce per restituire la dignità dei colleghi».
Il caso era emerso nei giorni scorsi quando i sindacati avevano segnalato al Viminale le condizioni della nave. In un sopralluogo a bordo, i sindacalisti avevano denunciato le cabine troppo piccole e spessa senza finestre ed aria condizionata, che avrebbero costretto agenti e finanzieri a dormire con le porte aperte, viste le temperature di questi giorni in Puglia. E i problemi erano emersi pure sulla mensa, con la fornitura dei pasti lenta al punto che le consegne andavano avanti fino a tarda sera. E non mancavano ovviamente i pasti consegnati agli agenti ormai freddi. Per non parlare della scarsa varietà del cibo.
(da agenzie)
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