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AUTONOMIA? AUTO-SECESSIONE DEI RICCHI: AD AVVANTAGGIARSI DALLA RIFORMA CARA ALLA LEGA SAREBBERO LE REGIONI BENESTANTI DEL NORD, CHE VEDREBBERO TORNARE NELLE PROPRIE CASSE IL “RESIDUO FISCALE”LA QUOTA DI GETTITO FISCALE “DONATA” AL RESTO DEL PAESE

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

IN LOMBARDIA, OGNI RESIDENTE “GUADAGNEREBBE” PIÙ DI 5MILA EURO E IN GENERALE IL NORD AVREBBE DI PIÙ. IL SUD, INVECE, CI RIMETTEREBBE 2.451 EURO A TESTA

L’autonomia differenziata finirà per garantire più risorse alle Regioni più ricche? Il ministro Calderoli da cui prende nome la legge dice che la riforma sarà “a costo zero”. Ma è difficile credergli perché i futuri atti d’intesa tra Stato e singole regioni apriranno per quelle più ricche la possibilità, come già rivendicano, di trattenere il cosiddetto residuo fiscale, ossia la differenza tra quanto versano e quanto ricevono in termini di spesa pubblica.
Quali sono le regioni che si avvantaggerebbero della riforma?
Sono appunto quelle che versano molte più tasse allo Stato centrale che questo poi restituisce in termini di finanziamenti. Una elaborazione della Banca d’Italia mostra quali sono le regioni che potrebbero veder tornare nelle proprie casse la quota di gettito fiscale “donata” al resto del paese, il cosiddetto “residuo fiscale”.
Ad avvantaggiarsi di più sarebbero Lombardia (con 5. 090 euro per ciascun residente), Emilia Romagna (2. 811), Veneto (2. 680) Piemonte (1. 006), Toscana (852), Lazio (789) e Valle d’Aosta (231). Complessivamente il Nord avrebbe in più, magari per istruzione e sanità, 2. 715 euro ad abitante, il Centro 514 mentre il Sud ce ne rimetterebbe 2. 451 a testa.
Avremo 21 sistemi scolastici differenti?
Il rischio esiste perché alle regioni verrebbe attribuita la potestà legislativa sull’intera materia: dalle norme generali all’assunzione di personale, dai criteri di valutazione ai programmi scolastici.
Come cambierebbe la sanità?
L’autonomia differenziata, come denunciano le associazioni mediche, rischia di sbriciolare quel po’ di solidaristico che ancora c’è nel nostro servizio sanitario nazionale a vantaggio delle regioni più ricche. Il problema non è tanto la divisione delle competenze, che saranno stabilite dalle intese siglate dalle singole regioni con lo Stato.
A quest’ultimo già oggi restano infatti di esclusiva competenza solo la profilassi internazionale, i contratti del personale sanitario e i Lea, i livelli essenziali di assistenza, che elencano le prestazioni mutuabili su tutto il territorio nazionale e che nella riforma si chiamano Lep, Livelli essenziali di prestazioni, che dovrebbero essere uguali da nord a sud.
Ma che il condizionale sia d’obbligo lo dice l’articolo 5 della legge, dove si specifica che ogni intesa Stato-Regione “individua le modalità di finanziamento delle funzioni attribuite attraverso compartecipazioni al gettito di uno o più tributi o entrate erariali maturato nel territorio regionale”.
E siccome le più ricche regioni del centro-nord potranno attingere a un gettito fiscale maggiore di quelle del sud, è chiaro che i Lep o i Lea che dir si voglia non saranno affatto uguali da un punto all’altro dello Stivale.
Oggi le regioni dispongono di uguali risorse per la sanità?
No perché si va dai 2. 150 euro della Valle d’Aosta e dei 2. 100 della Liguria ai poco più di 1. 900 della Calabria. Ma sono differenze minime rispetto a quelle che si potrebbero verificare con la riforma.
(da La Stampa)

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TRANQUILLI: L’AUTONOMIA NON SI FARÀ MAI, SERVE SOLO PER DARE UNA BANDIERINA DA SVENTOLARE ALLA LEGA, IN CAMBIO DELL’OK AL PREMIERATO

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

OGNI REGIONE DOVRÀ NEGOZIARE UN ACCORDO CON LO STATO SUL TRASLOCO DI COMPETENZE, CHE ANDRÀ VOTATO DAL PARLAMENTO. PRIMA, PERÒ, VANNO STABILITI I “LIVELLI ESSENZIALI DI PRESTAZIONE” (LEP) E IL GOVERNO SI È DATO DUE ANNI DI TEMPO…MA LA PIETRA TOMBALE È UNA CLAUSOLA: PRIMA DI TRASFERIRE UNA FUNZIONE A UNA REGIONE SARÀ INDISPENSABILE FINANZIARNE I LIVELLI ESSENZIALI ANCHE PER TUTTE LE ALTRE. IMPOSSIBILE, CON LE CASSE VUOTE E L’AUSTERITÀ IN ARRIVO

Con la legge sull’autonomia in Gazzetta Ufficiale, nessun presidente di Regione potrà alzare il telefono e chiedere a Palazzo Chigi di avviare il negoziato sulle competenze aggiuntive da traslocare sul proprio territorio, in particolare per il nucleo delle funzioni più importanti che intrecciano i «diritti civili e sociali».
Per tutte queste materie, spiega infatti la legge Calderoli all’articolo 1, comma 2, «l’attribuzione di funzioni… è consentita subordinatamente alla determinazione dei Livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, ivi compresi quelli relativi alle funzioni fondamentali degli enti locali».
Prima di questo passaggio preliminare resta congelata qualsiasi ipotesi di trasferimento alle Regioni di competenze aggiuntive in materie come l’istruzione, la tutela della salute, la sicurezza sul lavoro o i trasporti, ma anche la ricerca scientifica, l’alimentazione, l’ordinamento sportivo, il governo del territorio, porti e aeroporti, le grandi reti di trasporto e navigazione, l’ordinamento della comunicazione, l’energia e i beni culturali e ambientali.
È sempre la legge Calderoli, all’articolo 3, comma 3, a elencare le 14 materie vincolate dai Livelli essenziali delle prestazioni. Teoricamente restano fuori da questo vincolo preventivo settori come i Rapporti internazionali e con l’Unione europea, il commercio con l’estero o il «coordinamento della finanza pubblica». Ma non è chiaro che cosa possano fare in concreto le Regioni su questi terreni. E nemmeno è ipotizzabile quale Governo voglia o possa cedere spazi sulla gestione del bilancio della Pa.
Per partire davvero, insomma, servono i Livelli essenziali delle prestazioni, per i quali il Governo si è dato due anni di tempo. […] Non solo: con una delle tante clausole chieste prima di trasferire una funzione a una Regione sarà indispensabile finanziarne i livelli essenziali anche per tutte le altre. E qui, com’è evidente, iniziano i problemi.
Perché non è semplice decidere a priori qual è la “quantità” di asili nido, aule, palestre o posti letto sufficiente per considerare attuate le tutele previste dalla Costituzione (articolo 117) per i diritti civili e sociali dei cittadini; una volta stabiliti, non è facile realizzare questi livelli minimi, come dimostra il caso della sanità dove i «Livelli essenziali dell’assistenza» (Lea) sono disciplinati da sette anni (Dpcm del 12 gennaio 2017) ma fin qui sono serviti solo a misurare in termini numerici le distanze enormi fra i servizi sanitari del Centro-Nord e quelli del Sud, dove si arriva a raggiungere anche punteggi Lea dimezzati rispetto alle realtà migliori.
E soprattutto non è banale finanziarli, in particolare in un Paese che dopo essere entrato ora in una nuova procedura per deficit eccessivo sarà impegnato nei prossimi mesi in uno sforzo imponente solo per confermare le misure fiscali e contributive in vigore quest’anno senza aumentare ulteriormente il debito pubblico.
Il grado di questa difficoltà è reso piuttosto evidente dal testo della legge appena approvata in via definitiva. Che sottolinea come il tutto debba avvenire «coerentemente con gli obiettivi programmatici di finanza pubblica», anche perché «l’attuazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri» per il bilancio della Pa (articolo 9, comma 1). I Lep, insomma, non giustificherebbero maggior deficit, e andrebbero coperti con tagli di altre spese o aumenti di entrate.
Ma quanto potrebbero costare? Vista la complessità del tema, nessuno fin qui si è avventurato in cifre ufficiali.
(da il Sole 24 Ore)

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AUTONOMIA, LA LEGA ORA RISCHIA L’IMPLOSIONE IN CALABRIA: “CON SALVINI TROPPI SERVI SCIOCCHI”

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE LEGHISTA DEL CONSIGLIO REGIONALE: LA RIFORMA NON FA GLI INTERESSI DEL MERIDIONE. FORSE MI CACCIANO DAL PARTITO, MA NON E’ UN PROBLEMA”… CON LUI ALTRI QUATTRO CONSIGLIERI REGIONALI

I leghisti del Nord stappano il prosecco, preparano la “festa dell’autonomia” domani a Montecchio Maggiore, nel Vicentino, con Salvini e Zaia. Ma in Calabria il partito dello spadone di Alberto da Giussano rischia il Big bang. Perché la riforma Calderoli, appena bollinata dalla Camera, dopo il Senato, e dunque legge nazionale, nella punta dello Stivale viene accolta con un misto di frustrazione e recriminazioni nei confronti di via Bellerio. E dire che la Calabria, dove Salvini a febbraio ha spedito come commissario il fedelissimo Claudio Durigon, è la regione del Sud dove il Carroccio ha fatto meglio, alle ultime Europee: 9,19%. … Eppure l’autonomia rischia di diventare un grosso guaio, per il vicepremier. Il primo a esporsi è stato il presidente del Consiglio regionale, leghista di ferro, in teoria: Filippo Mancuso. Al di là dei galloni istituzionali, è stato il campione delle preferenze della Lega in Calabria: 22mila voti personali nelle urne dell’8 e 9 giugno.
Il triplo di Roberto Vannacci nella regione, per dire.
Eppure Mancuso parla dell’autonomia come di un “pasticciaccio difficile persino da decifrare”, di un testo che “certamente non è in linea con i bisogni reali del Mezzogiorno”, insomma di un “pennacchio” buono per i nordisti.
Contattato da Repubblica, continua a rammaricarsi: “Con Salvini non abbiamo nemmeno avuto il tempo di confrontarci, visto che hanno accelerato alla Camera”. Sui colleghi deputati della Lega, come l’onorevole Simona Loizzo, che hanno sventolato nell’emiciclo di Montecitorio la bandiera calabrese, Mancuso reagisce così: “Ci sono tanti servi sciocchi”. La frattura si sta facendo profonda. La delegazione leghista-calabrese alla Camera, che annovera il vice-capogruppo Domenico Furgiuele, pare tenere sulla linea del Capo. Ma nei territori il partito rischia di esplodere.
Da mesi, proprio per le bizze preliminari sull’autonomia, in Calabria si parla di un possibile fuggi fuggi dalla Lega, direzione Forza Italia. E adesso Mancuso non esclude un possibile addio: “Possibile che mi caccino, dopo quello che ho detto. Ma sinceramente, non è il primo dei miei problemi”. Il clima è questo».
Secondo fonti del centrodestra calabrese, sarebbero in sintonia con Mancuso, cioè contro il ddl sull’autonomia differenziata approvato l’altro ieri, 4-5 consiglieri regionali sui 6 iscritti alla Lega. Insomma, se Durigon non riuscirà a ricucire lo strappo, il partito rischia quasi di sparire in Consiglio regionale.
“Se sono entusiasta di questa legge? No. Non faccio festa”, ammette Pietro Molinaro, un altro consigliere della Lega in Regione Calabria. “Come Consiglio avevamo votato un documento che chiedeva correzioni e approfondimenti. Auspico che il governo adesso riesca a gestirli”. Ci saranno traslochi dalla Lega? “Non credo, non ho sentito voci in questo senso. Poi in politica, mai dire mai”».
(da La Repubblica)

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IL CONSIGLIO DI STATO BLOCCA L’INVIO DELLE MOTOVEDETTE ITALIANE IN TUNISIA: ACCOLTO IL RICORSO DELLE ONG

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

“IRREGOLARITA’ NEL METODO E SENZA TENERE CONTO DELLE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI IN TUNISIA”… E’ L’ORA DI FINIRLA DI REGALARE MOTOVEDETTE A PAESI CHE NON RISPETTANO I DIRITTI CIVILI… IN LIBIA DA QUELLE MOTOVEDETTE SPARANO CONTRO CHI SOCCORRE I MIGRANTI

Il Consiglio di Stato ha sospeso l’invio di sei motovedette italiane alla Tunisia, dopo il ricorso presentato dall’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, (insieme ad ARCI, ActionAid, Mediterranea Saving Humans, Spazi Circolari e Le Carbet) che sottolineava alcune irregolarità nell’accordo tra le autorità italiane e quelle tunisine e come questo non considerasse le gravi violazioni dei diritti umani ai danni delle persone migranti avvenute negli ultimi anni nel Paese. La prossima udienza sull’invio delle motovedette, il cui primo invio avrebbe dovuto essere lo scorso 15 giugno, è attesa per l’11 luglio.
Ma facciamo un passo indietro. A dicembre 2023 il ministero dell’Interno italiano aveva deciso di stanziare oltre quattro milioni e mezzo di euro – precisamente 4.800.000 – per la rimessa in efficienza e la consegna di sei motovedette alla Garde Nationale, cioè la gendarmeria tunisina.
Un finanziamento simile a quello già concesso alla cosiddetta Guardia costiera libica e già contestato da diverse associazioni che si occupano di diritti umani, in quanto quelle stesse motovedette sono poi state utilizzate per respingere i migranti intercettati in mare verso la Libia, un Paese che le Nazioni Unite non considerano un porto sicuro e verso il quale – di conseguenza – nessun richiedente asilo dovrebbe essere riportato.
Le Ong contro l’accordo per inviare 6 motovedette alla Tunisia
Ora, per quanto riguarda la Tunisia quell’accordo – stretto nell’ambito di un rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi, su cui punta molto il governo di Giorgia Meloni per il contenimento dei flussi migratori – Asgi aveva deciso di impugnarlo con istanza cautelare di fronte al Tar del Lazio insieme ad altre Ong, affermando che fosse “illegittimo sotto diversi aspetti” e che aumentasse “il rischio di violazione dei diritti fondamentali e dell’obbligo di “non respingimento” delle persone migranti”.
In particolare Asgi e le altre associazioni facevano riferimento alla norma che vieta di finanziare e trasferire armamenti – come le motovedette – a Paesi che compiono gravi violazioni dei diritti umani e che l’invio previsto dal Viminale fosse stato decretato senza il coinvolgimento dei ministeri di Esteri e Difesa, nonché dei “plurimi organismi consultivi e di controllo che hanno un ruolo fondamentale nei complessi meccanismi procedurali di programmazione, verifica e autorizzazione stabiliti dalla l. 185/1990 con la finalità di monitorare il flusso di movimento di materiali d’armamento dentro e fuori l’Ue”.
Il governo italiano ha inserito la Tunisia nella lista dei Paesi sicuri, ma le associazioni contestano questa decisione puntando il dito contro le diverse testimonianze e documentazioni di gravi violazioni dei diritti umani, sancite anche da alcuni parlamentari di opposizione che si sono recati in missione nel Paese di Kais Saied all’indomani del Memorandum di intesa stretto tra Bruxelles e Tunisi.
Asgi: “Migranti riportati in Tunisia e abbandonati nel deserto”
Appellandosi al Tar del Lazio, Asgi scriveva:
Gli abusi commessi dalle autorità tunisine nei confronti delle persone migranti sono ampiamente documentati da varie organizzazioni internazionali e dalle stesse Nazioni Unite. Numerose testimonianze e rapporti denunciano i metodi violenti di intervento in mare della Garde Nationale tunisina: manovre pericolose volte a bloccare le imbarcazioni che in alcune occasioni hanno provocato naufragi e persino la morte delle persone migranti, uso di pistole e bastoni per minacciare le persone a bordo, furto dei motori delle imbarcazioni che vengono poi lasciate alla deriva e altre pratiche estremamente pericolose. In molte occasioni, le persone intercettate in mare e ricondotte a terra sono state direttamente e illegalmente deportate verso le zone al confine con la Libia e l’Algeria, dove in decine hanno perso la vita dopo essere state abbandonate nel deserto.
Cosa succede ora con la sospensione del Consiglio di Stato
Asgi aveva deciso di rivolgersi direttamente al Consiglio di Stato, che ha sospeso gli effetti della pronuncia del Tar e, di fatto, il trasferimento delle motovedette. Il massimo giudice amministrativo ha infatti ritenuto “prevalenti le esigenze di tutela rappresentate da parte appellante”. Il prossimo pronunciamento è adesso atteso per l’11 luglio. “Come sostenuto anche dalle Nazioni Unite, fornire motovedette alle autorità tunisine vuol dire aumentare il rischio che le persone migranti siano sottoposte a deportazioni illegali”, hanno commentato le avvocate che si sono occupate del caso, Maria Teresa Brocchetto, Luce Bonzano e Cristina Laura Cecchini.
(da Fanpage)

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LE PENSIONI DI DOMANI STANNO EVAPORANDO: LA PREVIDENZA SULL’ORLO DEL BARATRO: L’INPS FA SAPERE CHE ENTRO 10 ANNI IL SUO BILANCIO ANDRÀ IN PASSIVO, PASSANDO DA +23 MILIARDI NEL 2023 A -45 MILIARDI NEL 2032

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

COLPA DELL’INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE E DEL CALO DEMOGRAFICO: “È IN ATTO LA COSIDDETTA INVERSIONE NELLA PIRAMIDE DELLE ETÀ. IL SALDO POSITIVO DEI FLUSSI MIGRATORI NON È SUFFICIENTE A BILANCIARE IL SALDO NEGATIVO DELLA DINAMICA NATURALE”

La bomba demografica è una mina per i nostri conti pubblici e in particolare per il nostro sistema previdenziale. Ormai non c’è settimana che qualcuno non ce lo ricordi, ma a vedere nero su bianco le cifre del Civ dell’Inps, l’organismo di controllo in cui siedono lavoratori e datori, il problema emerge in tutta la sua enorme dimensione.
Secondo quanto rappresentato dal presidente Roberto Ghiselli alla commissione di controllo sugli enti previdenziali, la situazione patrimoniale dell’Istituto girerà nel corso di 10 anni in passivo, passando da +23 miliardi nel 2023 a -45 miliardi nel 2032, con dei risultati di esercizio negativi che peggiorano nel decennio da -3 miliardi a -20 miliardi. Ghiselli parla della “combinazione di due tendenze, l’aumento della longevità e la bassa fecondità, che provocano la cosiddetta inversione nella piramide delle età. Il saldo positivo dei flussi migratori non è sufficiente a bilanciare il saldo negativo della dinamica naturale. Il tendenziale calo demografico già ora determina uno squilibrio notevole fra le coorti interessate o prossime al pensionamento, e quelle in ingresso nel mercato del lavoro, con una contrazione tendenzialmente crescente della popolazione attiva”.
Tra poco meno di un mese il Civ approverà il rendiconto per il 2023 che mostra una spesa pensionistica di 304 miliardi, in crescita del 7,4% annuo soprattutto per la rivalutazione all’inflazione. La proposta di rendiconto rileva un ammontare delle entrate complessive pari a 536 miliardi di euro di cui 269 miliardi di entrate contributive (+5,1% sul 2022) e 164 miliardi di trasferimenti correnti dalla fiscalità generale (+3,3%). Le uscite, invece, sono di 524 miliardi, di cui 398 miliardi per prestazioni istituzionali (+4,55%). Il saldo della gestione finanziaria di competenza ammonta a +12,18 miliardi, di cui 7,66 di parte corrente e 4,52 in conto capitale.
Guardando al futuro, la riflessione sulla tenuta del sistema si accoppia alle preoccupazioni su “l’adeguatezza delle future prestazioni pensionistiche” principalmente legata alle condizioni lavorative e reddituali maturate nel corso della carriera lavorativa più che al sistema di calcolo pensionistico, ha spiegato ancora Ghiselli. “Il rischio di una diffusa inadeguatezza dei futuri trattamenti pensionistici potrà dipendere dalla discontinuità nel lavoro e quindi nella contribuzione, dai bassi livelli di reddito, dall’irregolarità nei rapporti di lavoro”.
Un paura certificata da una ricerca appena pubblicata da Michele Raitano e Marco Di Pietro dell’Università La Sapienza, commissionata dalla piattaforma d’investimenti Trade Republic, per la quale il 97% degli italiani pensa che sia necessario integrare la propria pensione pubblica per vivere dignitosamente dopo la pensione. Il problema è che non si sa come fare e il risultato è che il 74% prova “emozioni negative” di fronte alle prospettive di pensionamento e l quota di chi si attrezza con un assegno complementare resta minoritaria, in particolare tra disoccupati e chi percepisce redditi più bassi.
Nel giorno in cui anche l’Ocse certifica che l’Italia è maglia nera tra i Paesi avanzati per fecondità, con 1,2 figli per donna appaiata alla spagna e meglio della sola Corea, la necessità di fronteggiare il cambiamento demografico è stata ripresa anche dal presidente dell’Inps, Gabriele Fava, che ha presentato i dati sul lavoro domestico in Italia: “Nel 2050 i cittadini over 65 rappresenteranno fino al 35% della popolazione nazionale – ha detto Fava – e questo determina la necessità di ripensare il sistema del welfare: la silver economy sarà vista sempre più come grande opportunità occupazionale del paese. I nonni sono oggi una forma di welfare ma allo stesso tempo un indicatore di cosa servirà in futuro”.
Stando al comparto del lavoro domestico, nel 2023 si conferma il calo dei contribuenti all’Inps: sono stati 833.874, -7,6% (-68.327 lavoratori): calo analogo a quello registrato nel 2022 rispetto ai dati 2021 (-7,3%), dopo gli incrementi registrati nel biennio 2020-2021, dovuti a una spontanea regolarizzazione di rapporti di lavoro per consentire ai lavoratori domestici di recarsi al lavoro durante il periodo di lockdown e all’entrata in vigore della norma che ha regolamentato l’emersione di rapporti di lavoro irregolari.
(da agenzie)

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LA POVERTÀ IN ITALIA È AI MASSIMI STORICI, IL RAPPORTO DELLA CARITAS: “NEL 2023 CI SONO STATE QUASI 270MILA FAMIGLIE CHE HANNO CHIESTO AIUTO, UN AUMENTO DEL 40% RISPETTO A 5 ANNI FA”

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

UN QUARTO DI QUESTE RICHIESTE PROVIENE DA LAVORATORI POVERI, CHE NON GUADAGNANO ABBASTANZA PER SOSTENERE I COSTI DI VITA, E DUE TERZI DA PERSONE CON FIGLI, CON CIRCA UN BAMBINO SU SETTE NELLA FASCIA DI ETÀ 0-3 ANNI CHE VIVE IN POVERTÀ – CRESCONO ANCHE I SENZATETTO

“La povertà oggi è ai massimi storici ed è da intendersi come fenomeno strutturale del Paese”. Lo evidenzia il Report statistico Povertà 2024 di Caritas italiana diffuso oggi. “Nel 2023 – si legge -, nei soli centri di ascolto e servizi informatizzati (3.124 in 206 diocesi in Italia) le persone incontrate e supportate sono state 269.689. Quasi 270mila ‘volti’ assimilabili ad altrettanti nuclei”. “Rispetto al 2022 – è scritto – si è registrato un incremento del 5,4% del numero di assistiti, una crescita che si attesta su valori più contenuti rispetto a un anno fa” ma “il confronto del numero di assistiti 2019-2023 è impietoso:+40,7%”.
“Complessivamente – spiega il Rapporto dal titolo “La povertà in Italia secondo i dati della rete Caritas – cala l’incidenza delle persone straniere che si attesta al 57,0% (dal 59,6%), anche per il venir meno delle presenze ucraine nel nostro Paese. Nel 2023 si abbassa la quota dei nuovi ascolti che passa dal 45,3% al 41,0%. Si rafforzano invece le povertà intermittenti e croniche che riguardano in particolare quei nuclei che oscillano tra il “dentro-fuori” la condizione di bisogno o che permangono da lungo tempo in condizione di vulnerabilità: una persona su quattro è infatti accompagnata da 5 anni e più.
Sembra mantenersi uno zoccolo duro di povertà che si trascina di anno in anno senza particolari scossoni”. Per quanto riguarda il profilo di chi chiede aiuto, il Report spiega: “Chiedono aiuto donne (51,5%) e uomini (48,5%). L’età media si attesta a 47,2 anni (era 46 nel 2022). Le persone con domicilio rappresentano l’80,8%. Alta come di consueto l’incidenza delle persone con figli: due persone su tre (66,2%) dichiarano di essere genitori.
In alcune Regioni l’incidenza dei genitori risulta ancor più elevata, ad esempio nel Lazio (91%), in Calabria (82,2%), Umbria (81,4%), Puglia (80,6%), Basilicata (79%) e Sardegna (75,3%). Se si guarda alle famiglie con minori, queste rappresentano il 55,9% del totale; in valore assoluto si tratta complessivamente di 150.861 nuclei, a cui corrispondono altrettanti o più bambini e ragazzi in stato di grave e severa povertà. Questo preoccupa e sollecita”.
“Nascere e crescere in una famiglia povera – osserva Caritas – può essere infatti il preludio di un futuro e di una vita connotata nella sua interezza da stati di deprivazione e povertà, anche in virtù del nesso che esiste tra povertà economica e povertà educativa. Tra gli assistiti Caritas prevalgono le persone con licenza media inferiore che pesano per il 44,3%; se a loro si aggiungono i possessori della sola licenza elementare (16,1%) e la quota di chi risulta senza alcun titolo di studio o analfabeta (6,9%) si comprende come oltre i due terzi dell’utenza siano sbilanciati su livelli di istruzione bassi o molto bassi (67,3%)”.
“Un altro fattore che accomuna la gran parte degli assistiti è la fragilità occupazionale, che si esprime per lo più in condizioni di disoccupazione (48,1%) e di “lavoro povero” (23%). Non è solo dunque la mancanza di un lavoro che spinge a chiedere aiuto: di fatto quasi un beneficiario su quattro è un lavoratore povero”. E’ uno degli aspetti sottolineati dal Report statistico Povertà 2024 di Caritas italiana diffuso oggi.
“Tra i lavoratori poveri – si legge – si contano per lo più: persone di cittadinanza straniera (65%); uomini (51,6%) e donne (48,4%); genitori (78%) e coniugati (52,1%); impiegati in professioni non qualificate; domiciliati presso case in affitto (76,6%). L’analisi dei bisogni rilevati nel 2023, dimostra, come di consueto, una prevalenza delle difficoltà di ordine materiale”. “In particolare, il 78,8% delle persone – continua – manifesta uno stato di fragilità economica, legato a situazioni di ‘reddito insufficiente’ o di ‘totale assenza di entrate’. Tale condizione non stupisce se si guarda ai dati sugli Isee familiari degli assistiti: il valore medio si attesta pari a 4.315,80 euro”.
– “I primi mille giorni di vita influiscono in modo molto significativo sullo sviluppo e sulla vita di una persona. Nei primi anni di vita si acquisiscono quelle abilità cognitive, socio-emozionali e fisiche essenziali per la vita futura. Le situazioni di povertà, deprivazione e di esclusione sociale compromettono fortemente tali processi andando a incidere direttamente sulla vita dei bambini e, al contempo, anche su quella dei genitori, riducendo la loro capacità di proteggere, sostenere e promuovere lo sviluppo dei figli.
In Italia sono tanti i nuclei con minori in stato di povertà; di fatto risultano i più svantaggiati”. E’ l’allarme sulle “Famiglie con bambini” contenuto nel Report statistico Povertà 2024 di Caritas italiana diffuso oggi. “Paradossalmente – si legge nel Report – sono proprio i bambini nella fascia 0-3 a registrare l’incidenza più alta di povertà assoluta pari al 14,7% (a fronte del 9,8% della popolazione complessiva). Praticamente oggi, più di un bambino su sette, nell’età 0-3 anni, è povero in termini assoluti, e con loro ovviamente i loro genitori”.
“Nel 2023 le persone senza dimora sostenute dalla rete delle Caritas diocesane e parrocchiali sono state 34.554, corrispondenti al 19,2% dell’utenza complessiva. Il valore risulta in crescita sia in termini assoluti che percentuali: nel 2022 erano 27.877, pari al 16,9% del totale. Si contano quindi 6.677 persone senza dimora in più rispetto al 2022 e oltre 10.500 rispetto al 2021”. E’ quanto afferma il Report statistico Povertà 2024 di Caritas italiana diffuso oggi.
Per quanto riguarda il profilo sociale delle persone in grave disagio abitativo, spiega il Report che si tratta di persone: “intercettate prevalentemente nelle regioni del Nord (68,7%); uomini (71,6%); di cittadinanza straniera (69,9%), provenienti per lo più da Marocco, Tunisia, Romania, Pakistan e Perù; per lo più celibi/nubili (47,2%); l’età media si attesta a 43,8 anni; per lo più disoccupati (69,6%); il 13% ha un lavoro; il 43,3% ha un titolo di licenza media inferiore; il 4,9% possiede un diploma di laurea; richiedono assistenza materiale ma anche tutela dei diritti, orientamento e lavoro”.
(da agenzie)

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FAST FASHION, ECCO L’ALTERNATIVA

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

COME FUNZIONANO GLI ACQUISTI DI SECONDA MANO

Nel mondo contemporaneo della moda convivono due fenomeni diametralmente opposti. Il primo è il già citato fast fashion, la moda usa e getta di Shein, Zara, H&M, Primark. Il secondo è l’abbigliamento di seconda mano. La Generazione Z si trova al centro di queste due tendenze. Da un lato continua a guidare il settore del fast fashion (come evidenziato dall’inchiesta su Shein) per la sua accessibilità a bassissimo costo, ma ad altissimo impatto ambientale; dall’altro è capofila nel mondo della moda second hand, per pratiche di consumo più sostenibili, a favore di un mercato che, secondo il rapporto annuale 2024 di thredUP, toccherà la vertiginosa cifra di 350 miliardi di dollari entro il 2028. Negli USA ha già superato di gran lunga il più ampio settore dell’abbigliamento al dettaglio, raggiungendo la cifra di 43 miliardi di dollari nel 2023. Le previsioni dicono che salirà a 73 miliardi entro il 2028.
Dove si compra e dove si vende
Si acquista e si vende online: secondo i dati di traffico sull’e-commerce forniti da Similarweb, nel settore del second-hand Poshmark primeggia negli Stati Uniti con una media di 51 milioni di visite al mese, seguito da ThredUp con 14 milioni e The RealReal con 13 milioni. Per quanto riguarda il panorama europeo Vinted si afferma come leader in Italia con 5,8 milioni di visite al mese e 25,8 milioni in Francia. Wallapop emerge nel mercato spagnolo con quasi 22 milioni di visite mensili. Secondo l’Osservatorio Second Hand Economy di BVA Doxa 2023 per Subitoin Italia gli abiti di seconda mano hanno fatturato 7.1 miliardi di euro nel 2023.
Due facce della stessa medaglia
Parallelamente, a livello globale, una nuova piattaforma online di ultra-fast fashion sta rapidamente guadagnando terreno: la cinese Temu, gemella di Shein, lanciata in Europa nel 2023. I dati di Similarweb indicano che la piattaforma ha una media di 104 milioni di visite mensili negli Stati Uniti, arrivando a superare persino piattaforme consolidate come Zalando, nonostante l’impegno di quest’ultima nell’attuare programmi di sostenibilità aziendale. Due tendenze che riflettono le contraddizioni e le potenzialità della generazione Z nel plasmare il futuro della moda e dell’ambiente. Con oltre 100 miliardi di capi di abbigliamento prodotti globalmente ogni anno, la moda ha infatti un serio problema di sovrapproduzione. L’acquisto di abbigliamento di seconda mano, anziché nuovo, può ridurre le emissioni di carbonio del 25%.
Come liberare l’armadio
Nella pratica chi desidera liberare l’armadio in modo responsabile e sostenibile ha diverse opzioni: può rivolgersi ai mercatini dell’usato gestiti da franchising come Mercatino Franchising, Mercatopoli o Kecé. In alternativa può scegliere negozi indipendenti oppure utilizzare app e siti di compravendita online come Vinted, Vestiaire Collective, Subito, Depop, eBay, Zalando e Wallapop. Il processo è semplice. Prima di tutto gli abiti devono essere in buone condizioni, lavati e stirati. Successivamente vanno portati nel punto vendita prescelto, dove vengono valutati per determinarne il prezzo. In alcuni casi potrebbe essere necessario registrarsi al mercatino con una tessera nominativa. Una volta accettati, i vestiti vengono esposti in conto vendita. Quando un capo viene venduto il proprietario riceve il 50% del ricavato che può essere ritirato in cassa il primo giorno del mese successivo. I vestiti non venduti entro 30 o 60 giorni potrebbero essere scontati. Trascorso questo periodo il proprietario può ritirare i vestiti invenduti o lasciare che il negozio li metta eventualmente in beneficienza, o donarli personalmente ad associazioni benefiche. Se sono troppo rovinati non sono da considerare spazzatura, ma è consigliabile portarli alla sezione tessuti dell’ecocentro della propria città o ai centri di raccolta comunali. Per coloro che invece preferiscono gestire autonomamente il processo di vendita, le app e i siti di compravendita online offrono un’alternativa conveniente. Qui occorre caricare le foto online, indicare il prezzo e spedire il capo all’acquirente interessato.
Il pilastro dell’economia moderna
Dietro al concetto di usato, però, c’è il perno dell’economia moderna, quella circolare, che va dall’abito ai mobili, all’elettronica: acquistare smartphone, laptop e altri dispositivi ricondizionati diminuisce i rifiuti elettronici e la domanda di nuove risorse. Comprare per esempio mobili di seconda mano (come divani, tavoli e sedie) evita l’utilizzo di nuove materie prime. Secondo l’Osservatorio Second Hand Economy di BVA Doxa 2023 per Subitoil 60% degli italiani ha aderito al mercato del second hand nel corso del 2023 raggiungendo l’1,3% del Pil. Parallelamente a questo incremento dei ricavi, anche il numero di italiani che si sono dedicati all’acquisto di prodotti usati è cresciuto significativamente nel periodo considerato, passando da 19 milioni nel 2014 a 26 milioni nel 2023. Lombardia, Campania, Lazio e Veneto sono le regioni capofila
Le ricadute dell’economia circolare
Economia circolare significa trasformare il modello lineare di «prendi-produci-usa-getta» in un ciclo continuo di riutilizzo delle risorse. Si parte dalla riduzione di quantità di risorse estratte e produzione di rifiuti, per approdare alla progettazione di prodotti più durevoli, riparabili e riutilizzabili. Lo scopo è mantenere un prodotto in circolazione il più a lungo possibile, riducendo così la necessità di produrre nuovi materiali. Infine, c’è il riciclo ovvero il recupero dei materiali e dei prodotti alla fine del loro ciclo di vita, trasformandoli in nuove risorse utili per la produzione di altri beni anziché un problema da smaltire. È il concetto estremizzato di «rifiuto zero». Un modello che offre una soluzione efficace a sfide globali come il cambiamento climatico, la scarsità delle risorse e l’inquinamento ambientale. E al tempo stesso promuove l’innovazione, aprendo la strada a un futuro più prospero e sostenibile. La strada che porta ad un mondo guidato dall’economia circolare (se mai ci sarà) è lunghissima. Oggi solo il 7.2% dell’economia globale aderisce a questo modello, ma la consapevolezza di ogni singolo individuo può spostare montagne.
Gli effetti positivi del second hand sull’ambiente
Secondo The Second Hand Effect 2022 Report di Adevinta in collaborazione con la società di consulenza Ethos e l’IVL Swedish Environmental Research Institute, le azioni degli utenti delle piattaforme digitali prese in esame, come Leboncoin, mobile.de, Kleinanzeigen, Marktplaat, Fotocasa, Habitaclia e InfoJobs, Subito.it, OLX Brasilhanno permesso nel 2022 di salvare potenzialmente 25,3 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. L’equivalente delle emissioni prodotte da 4 milioni di auto a benzina circumnavigando il globo. Inoltre, l’effetto dell’usato ha permesso di risparmiare 1,5 milioni di tonnellate di plastica; 9,1 milioni di tonnellate di acciaio e 0,9 milioni di tonnellate di alluminio. Tradotto in oggetti di uso quotidiano, questo corrisponde a 28 miliardi di bottiglie Pet da 2 litri, 91 milioni di cassonetti della spazzatura in plastica, 62 milioni di lattine, 358 milioni di biciclette e 30 miliardi di cellulari.
Marta Camilla Foglia e Milena Gabanelli
(da corriere.it)

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COMICHE SOVRANISTE, LA MELONI PERDE PER STRADA ORBAN: LA DUCETTA SI ACCOLLA IN ECR IL PARTITO SOVRANISTA RUMENO AUR, IL PREMIER UNGHERESE SI INCAZZA E RINUNCIA ALL’ADESIONE AI CONSERVATORI

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

“NON CONDIVIDEREMO MAI UN GRUPPO CON AUR, CONOSCIUTO PER LA SUA POSIZIONE ESTREMA ANTI-UNGHERESE”… È L’EFFETTO DI AVERE ALLEATI SOVRANISTI: PENSANO SEMPRE E SOLO ALLA PROPRIA SOVRANITÀ

Fidesz, partito del premier ungherese Viktor Orban, volta le spalle ai Conservatori e Riformisti europei (Ecr) dopo l’adesione al gruppo del partito sovranista rumeno Aur, considerata da Fidesz una linea rossa a causa della disputa tra i due sulla minoranza magiara in Romania. “Fidesz non condividerà mai un gruppo al Parlamento europeo” con Aur, “conosciuto per la sua posizione estrema anti-ungherese” ha dichiarato il leader del gruppo parlamentare di Fidesz, Mate Kocsis, commentando l’adesione del partito a Ecr.
Il deputato ungherese ha poi ribadito che per il partito di Orban “questo non è negoziabile”.
(da agenzie)

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I DIRITTI DEI LAVORATORI? BUTTATI NEL CESSO: LA DIRETTRICE DEL SUPERMERCATO “MD” DI BRANDIZZO, IN PROVINCIA DI TORINO, HA VIETATO ALLE CASSIERE DI ANDARE IN BAGNO AL DI FUORI DELL’ORARIO DI PAUSA

Giugno 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL VOCALE ALLE DIPENDENTI: “BASTA RAGAZZE, MI AVETE ROTTO! PIUTTOSTO FATEVELA ADDOSSO! TRANNE NEI CASI IN CUI VI STATE PISCIANDO ADDOSSO O AVETE IL CICLO…”… DOPO LE PROTESTE DEI SINDACATI, LA DIRETTRICE È STATA SOSPESA

In corso a Brandizzo (Torino), davanti al supermercato MD, il presidio organizzato dal sindacato Uiltucs di Ivrea per protestare contro le condizioni di lavoro all’interno del punto vendita.
Il caso è esploso dopo che in una chat delle dipendenti, la store manager del negozio di Brandizzo ha minacciato di vietare l’utilizzo della toilette alle cassiere utilizzando nei loro confronti toni gravi e parole estremamente pesanti.
Davanti al negozio si sono date appuntamento anche alcune ex dipendenti che hanno raccontato le loro esperienze. “Abbiamo chiesto al sindaco di Brandizzo di farsi parte attiva nei confronti di MD per riuscire a portarli al tavolo – dice Francesco Sciarra della UilTucs Ivrea – dopo tutto quello che è successo non si può pensare di risolvere la vicenda con i cinque giorni di sospensione della direttrice”.
L’audio shock della direttrice del supermercato MD di Brandizzo: «Vietato andare in bagno, fatevela addosso!
«Basta, mi avete rotto! Da oggi è vietato andare in bagno fuori dal quarto d’ora di pausa: piuttosto fatevela addosso!».
La direttrice ha rivolto il suo messaggio principalmente alle lavoratrici, utilizzando un linguaggio sessista e volgare. «Allora ragazze, buongiorno» ha esordito Luana Perna, per poi proseguire con una serie di insulti e minacce. «Tranne nei casi in cui vi state pis*iando addosso o avete il ciclo o vi state ca*ando addosso, in bagno non si va più» ha aggiunto, alzando ulteriormente i toni.
La neo eletta sindaca di Brandizzo, Monica Durante, ha espresso la sua indignazione per quanto accaduto. «Se i fatti sono confermati, per come raccontati, ritengo che questo sia un fatto gravissimo che lede i diritti e la dignità delle lavoratrici. Non può passare un’organizzazione del lavoro di questo tipo» ha dichiarato, aggiungendo di essersi attivata contattando il sindacalista della CISL, Francesco Sciarra, per approfondire la questione.
(da agenzie)

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