Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
TRA LE MIGLIAIA DI PERSONE ELLY SCHLEIN E FRATOIANNI
Fischi e urla contro la sindaca di Latina di Fratelli d’Italia Matilde Celentano, durante
il suo intervento dal palco della manifestazione convocata dai sindacati dopo la morte del bracciante Satnam Singh.”La patente di terra di caporali non ci appartiene – ha detto la sindaca al microfono – Non vogliamo essere additati per quello che non siamo. Questa è una terra di migranti, di gente che è venuta a cercare una condizione migliore, come accade oggi con nordafricani e indiani”. “Troppo facile così. Fascisti, siete complici” hanno urlato alcuni manifestanti alla prima cittadina, accompagnando la contestazione con dei fischi.
Alla manifestazione, organizzata dalla Cgil di Roma e Lazio, la Flai Cgil di Roma e Lazio, la Camera del Lavoro di Frosinone e Latina e la Flai Cgil di Frosinone e Latina, hanno preso parte anche la segretaria del Pd Elly Schlein, il leader di Avs Nicola Fratoianni oltre a numerosi lavoratori e braccianti stranieri, per lo più indiani.
Satnam Singh è morto a 31 anni dopo esser stato abbandonato davanti casa dal proprietario dell’azienda agricola nella quale poco prima aveva perso il braccio destro in un incidente sul lavoro, amputato da un macchinario avvolgiplastica e lasciato in una cassetta per gli ortaggi insieme al trentunenne davanti la sua abitazione, invece di allarmare i soccorsi.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTO PROMOSSO DAGLI STATI UNITI E FIRMATO DA ALTRI 37 PAESI CIVILI
Nella lettera che condanna le discriminazioni ai danni della comunità Lgbtqi+ in Ungheria – un documento congiunto, promosso dagli Stati Uniti e sottoscritto già in tutto da 37 rappresentanze diplomatiche – non c’è la firma dell’Italia.
Il testo, arrivato nel giorno in cui a Budapest si celebra il Pride, sottolinea come nel Paese di Viktor Orban i diritti non siano garantiti allo stesso modo per tutti e come le persone continuino a subire ghettizzazioni e soprusi in base al loro orientamento sessuale e alla loro identità di genere.
A sostenerlo ci sono appunto gli USA, ma anche Francia, Germania, Regno Unito, Canada e molti altri: il nostro Paese, però, manca.
A riportare la notizia è La Stampa, che cita anche le parole dell’ambasciatore statunitense David Pressman, che ha commentato: “È la prima volta che un numero così significativo di Paesi si unisce per esprimere una seria preoccupazione riguardo alle leggi anti-Lgbtqi+ introdotte in Ungheria richiedendone l’abolizione e chiedendo la fine della persecuzione politicamente motivata degli individui Lgbtqi+ e delle loro famiglie”.
A intervenire invece sull’assenza del sostegno italiano al documento è il deputato del Partito democratico, Alessandro Zan, primo firmatario del ddl che porta il suo nome e che venne affossato in Parlamento con l’esultanza dei partiti di destra. “Trentasette Paesi occidentali firmano il documento Usa che condanna le persecuzioni di Orban contro la comunità Lgbtqia+. L’Italia no, il governo Meloni le approva. Succede negli stessi giorni in cui l’Italia viene esclusa dalle più importanti nomine Ue. Una crociata che fa male al Paese”, ha scritto sui social il deputato dem.
La Stampa riporta che questa sarebbe la prima volta che l’Italia non sostiene il documento, già proposto in occasione del Pride a Budapest anche nel 2023 (quando al governo c’era già la maggioranza di Giorgia Meloni) e nel 2022. Circa un mese fa l’Italia aveva anche deciso di non firmare la dichiarazione congiunta dell’Unione europea per la tutela dei diritti Lgbtq+. Anche l’Ungheria, senza soprese, non l’aveva firmata.
(da Fanpage)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
IL PASSEGGERO HA CHIESTO DI SCENDERE QUANDO ORMAI IL VELIVOLO ERA PRONTO AL DECOLLO: “UN SUO DIRITTO”
L’aereo era già sulla pista, ormai pronto a partire dall’aeroporto torinese di Caselle
direzione Madrid, in Spagna. Ma a causa di un passeggero che, praticamente all’ultimo momento ha deciso di non partire più, nella capitale spagnola quel volo operato da Iberia è arrivato con un’ora di ritardo.
A raccontare quanto accaduto nei dettagli – spiegando perché quel passeggero “responsabile” del ritardo ha deciso di non partire più – è Il Corriere della Sera. Secondo quanto ricostruito, l’aereo era in fase di rullaggio e con i motori accesi quando il passeggero ha chiesto di scendere. Una decisione che avrebbe preso dopo aver ricevuto un messaggio d’amore.
“Resta con me, non partire”, gli avrebbe detto al telefono la fidanzata e così lui, proprio per amore, avrebbe bloccato il decollo. “Fermate tutto, devo scendere, devo scendere”, avrebbe detto l’uomo dopo aver preso la sua decisione. Tutto questo mentre l’equipaggio era già impegnato a spiegare le manovre di sicurezza e il pilota si stava preparando al decollo.
Alla fine l’aereo è partito senza di lui ed è arrivato a Madrid con un’ora di ritardo, ma il passeggero non è stato multato per il disguido perché “era un suo diritto” scendere, secondo quanto ha fatto sapere la società che gestisce lo scalo. “Tutto è avvenuto nella massima tranquillità. Ovviamente – ha spiegato la Sagat, la società che gestisce lo scalo torinese – questo richiede delle tempistiche. Trattandosi di un suo diritto, il passeggero non è stato multato”.
E sembra anche che, nonostante qualche discussione iniziale con l’equipaggio, gli altri passeggeri non si sarebbero lamentati del “disguido” che li ha fatti arrivare a destinazione con un po’ di ritardo.
(da Fanpage)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA FERITA SAREBBE QUELLA DELLA MELONI, ISOLATA DAGLI ALTRI LEADER EUROPEI E TENUTA FUORI DALLE TRATTATIVE PER LE NOMINE UE … IL MINISTRO DEL TESORO CHIEDE DI CAMBIARE IL TESTO DEL MES, MA SA BENISSIMO CHE NON È PIÙ TEMPO DI TRATTARE
«Ho detto che introdurre il tema della ratifica del Mes in questo momento, mi sembrava un po’ come buttare del sale sulla ferita. Quindi improprio». La ferita di cui ha parlato ieri Giancarlo Giorgetti, al termine della due giorni di Eurogruppo ed Ecofin in Lussemburgo, è quella sofferta dalla premier Giorgia Meloni in occasione del vertice europeo di lunedì, quando gli altri leader l’hanno isolata e tenuta fuori dalle trattative per le nomine Ue.
Per il ministro delle Finanze la decisione di tornare in pressing sul governo per la ratifica del Meccanismo europeo di stabilità, in questo momento, è sembrata una provocazione. «Vittimismo», attacca l’opposizione. Secondo il responsabile economia del Pd, Antonio Misiani, «la ferita è quella che la destra populista italiana ha aperto tra il nostro Paese e il resto dell’Europa bocciandola ratifica».
Matteo Salvini ieri è stato netto: «Il Mes è un’altra follia europea, non lo ratificheremo mai». Meno perentorio Giorgetti, che oltre a fare il ministro è anche vicesegretario della Lega. Ha ammesso che «il Parlamento italiano non è nelle condizioni di approvare la ratifica” e che quindi “non ci sono molte speranze di ratificarlo a breve, anzi diciamo che a breve è impossibile».
Ma nel medio e lungo periodo? «Dipende se cambia, se migliora, se cambia natura come abbiamo sempre chiesto. È una discussione appena nata, ma in mezzo a mille difficoltà».
Non è il «mai» di Salvini, ma le condizioni per ottenere un cambiamento sono oggettivamente difficili. Perché sia i responsabili del Mes che gli altri ministri hanno subito messo in chiaro che il testo del Trattato non si riapre.
E poi perché le eventuali modifiche, per introdurre nuovi strumenti all’interno dell’attuale quadro normativo, potranno intervenire soltanto “dopo” che l’Italia avrà ratificato. «Per la prima volta – ha riconosciuto Giorgetti – Gramegna ha fatto delle riflessioni, recependo evidentemente anche delle critiche che abbiamo sempre fatto noi».
E qui il ministro ha espresso il suo auspicio sulle possibili nuove funzioni del Mes, che magari potrebbero servire a favorire la ratifica da parte dell’Italia: «Portarlo verso un utilizzo tipo un fondo sovrano europeo, ad esempio in tema di Difesa, evitando che i singoli Stati nazionali si debbano indebitare o spendere a livello nazionale».
Il punto è che ci sono due ostacoli: il primo, come detto, è che il dibattito tra i 20 Stati membri potrà essere affrontato in modo serio solo dopo l’approvazione da parte italiana. Il secondo è che Giorgetti non vuole procedere in questo senso perché non si fida: «La discussione è appena abbozzata e tra l’altro ha incontrato molte resistenze da molti Paesi, specialmente i nordici». L’Italia non vuole assumersi il rischio di dare il via libera alla ratifica e poi non ottenere le modifiche. Ma così si torna al punto di partenza e non si risolve l’impasse.
Ieri la Commissione ha trasmesso a Roma la traiettoria tecnica con i limiti alla spesa che dovranno essere rispettati nel piano di rientro settennale, atteso da Bruxelles a settembre. La correzione richiesta, in termini strutturali, dovrebbe essere dello 0,6% del Pil l’anno, pari a circa 12 miliardi di euro. Paletti che limiteranno la libertà d’azione del governo nella definizione del piano e della prossima manovra. [
(da La Stampa)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
POCHI CONTROLLI E TANTI CONDONI PER MILIONI DI DISONESTI
Se professionisti e piccoli imprenditori rischiano un controllo fiscale ogni 30 anni.
Se per bar e ristoranti le probabilità di una verifica sono poco più dell’1%. Se il 98% degli idraulici ed elettricisti in un anno non ha incontri ravvicinati con le Entrate. Se le sospensioni della licenza ad attività che non fanno ricevute e scontrini sono poco più di 300 all’anno.
Se il sistema funziona così, chi non vuol pagare le tasse vive sereno alle spalle di milioni di contribuenti che versano tutto per convinzione o perché non hanno alternativa. Al netto dell’invocato incrocio delle banche dati, partito da poco, in Italia finora è andata così: lavoratori autonomi e imprese individuali evadono più di due terzi del dovuto.
Ma la propensione al nero non è uguale per tutti.
Le tabelle sugli Indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa) pubblicate dal dipartimento delle Finanze del Mef permettono di individuare, come ha fatto per primo Il Sole 24 Ore, le categorie in cui si concentrano i probabili evasori. Gli Isa classificano le attività attribuendo a ognuna un giudizio da 1 a 10. Per l’Agenzia delle Entrate chi prende almeno 8 dichiara il giusto, chi sta sotto è considerato inaffidabile. La platea a cui si applicano i voti, 2,7 milioni di partite Iva con ricavi fino a 5 milioni, è molto rappresentativa ma lascia fuori gli autonomi che godono della flat tax. Ecco un florilegio basato sulle statistiche sul 2022, che aiutano anche a capire perché secondo molti commercialisti il neonato concordato preventivo biennale, che richiede a chi aderisce di raggiungere in due anni un “voto” pari a 10, sia destinato al flop.
Ristoranti. Il 72% dei 95 mila locali con ricavi sopra i 30mila euro ha redditi (ricavi meno costi) considerati non congrui. In media il loro imponibile annuo è sotto la soglia di povertà assoluta: 8.600 euro. Cifra che è l’83,4% in meno rispetto ai 53.400 euro su cui pagano le tasse i 26.370 imprenditori del settore ritenuti contribuenti fedeli. Nel 2019 i ristoratori con pagelle sopra l’8 guadagnavano mediamente di meno, 45.200 euro. Dunque dopo la pandemia si sono più che ripresi. Quelli sotto l’8 sembrano lavorare in un mercato diverso, dove il business cala: prima del Covid dichiaravano 13.100 euro.
Bar. Tra i pubblici esercizi gli oltre 92 mila bar, gelaterie e pasticcerie contano una quota di inaffidabili – con redditi medi poco sopra gli 8.100 euro – superiore al 68%.
Alberghi. Tra le 33 mila strutture la percentuale scende al 60%, ma il divario di imponibile tra virtuosi (79 mila euro) e non (12 mila) sfiora l’85%. Meno inclini a evadere villaggi turistici e campeggi (55%).
Balneari. Gli stabilimenti, finora esentati dall’applicazione della direttiva Bolkestein, versano tra tutti come canone per le concessioni appena un centinaio di milioni l’anno e anche sul fronte fiscale non si sprecano. Metà delle 5.716 attività soggette agli Isa è insufficiente perché sostiene che, sottratti i costi, in cassa restano in media 14.200 euro all’anno. I virtuosi arrivano a 49.100 euro, il 70% in più.
Palestre e piscine. Le distanze sono ancora più plateali per le attività ricreative che lamentano di avere, in media, redditività negativa. Se i pochi gestori ritenuti in regola, 850 su oltre 3.500, tirano avanti con 32 mila euro di reddito medio annuo, altri 2.700 sostengono di perdere in media 13.300 euro. Anche tra queste, come per i ristoranti, rispetto al 2019 i primi fanno più affari mentre i secondi vedono gonfiarsi solo le perdite. Ci sarebbe da chiedersi per quale motivo non chiudano, a meno che dietro l’apparente crisi nera ci siano solo dichiarazioni infedeli.
Discoteche. Le poco meno di 1.000 soggette agli Isa per risultare congrue dovrebbero dichiarare almeno 74mila euro, ma lo fanno solo 290: le altre sono a meno di 2.900 euro.
Lavanderie e tintorie. Spiccano per quota di attività che dichiarano troppo poco: 6 mila su 7.645, il 78%. Il loro reddito medio, al netto dei costi, si ferma a poco più di 7mila euro. Il 72% in meno rispetto ai 25.900 di imponibile di chi ha una pagella da 8.
Noleggio auto. Tra le attività più grandi, 2.267 su 2.926 pagano le tasse su meno di 24 mila euro di reddito medio. Solo 659 irreprensibili viaggiano su una media di 84mila euro.
Assistenza familiare. Questo è – non a sorpresa – un altro grande bacino di evasione. Le partite Iva che la svolgono a domicilio sono 5 mila, di cui 4.800 con ricavi oltre 30mila euro. Ma ben 3.500 dichiarano al fisco in media 900 euro l’anno, contro i 38 mila della minoranza affidabile.
Case di riposo. Due terzi (2.900) denunciano in media un rosso di 21 mila euro. Per le Entrate, le dichiarazione dei redditi credibili sono invece intorno ai 64 mila di profitto.
Elettricisti e idraulici. Su oltre 111mila attività, 69mila (62%) hanno un voto inferiore a 8: dichiarano meno di 45 mila euro, ben lontani dagli 80mila che servono per avere la patente di presunta regolarità.
Gioiellieri. Nella categoria che ai tempi dei vecchi studi di settore risultava tra le più sospette, al momento “solo” il 61% (6.700) risulta sleale con l’Erario e se la cava con 17mila euro di imponibile a fronte dei 46mila di chi ha la sufficienza.
Pelliccerie. Queste attività simbolo dei consumi di lusso con quasi il 73% di bocciature in base agli indici di affidabilità si piazzano nella “top five” del rischio evasione. Se le promosse dichiarano la bellezza di oltre 101 mila euro medi, quelle con Isa basso viaggiano intorno ai 1.000 euro all’anno.
Commercio al dettaglio. Il tasso di inaffidabilità è molto variabile a seconda del comparto: male le panetterie, con un 70% di voti sotto l’8, meglio i negozi di abbigliamento (63%) e i corniciai (54%).
Agenzie finanziarie e assicurative. Nei casi virtuosi realizzano i redditi medi più alti tra le 175 categorie Isa (oltre 460 mila euro), ma il 70% ha imponibile non congruo: poco meno rispetto alle autofficine, 10 punti in più rispetto ad agenzie immobiliari e autoscuole.
Notai. Sono per il 60% modelli di fedeltà fiscale, ma ce ne sono più di 1.700 che dichiarando meno di 240 mila euro l’anno sono potenziali evasori.
Farmacie e studi medici. Sono al top per affidabilità (75%) perché in campo sanitario la possibilità di detrarre la spesa solo se il pagamento è tracciabile fa la differenza.
Tassisti. A loro non si applicano gli Isa, per cui è impossibile confrontare i seguaci del bolognese RedSox, profeta del Pos, con quelli che accettano solo contanti. Il Sole 24 Ore ha però ottenuto i dati sui guadagni medi dichiarati nel 2022: 15.500 euro, nonostante le licenze contingentate e le code che testimoniano una domanda ben superiore all’offerta.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
È STATO FERMATO DAI CARABINIERI MENTRE INTASCAVA UNA TANGENTE DA 5.000 EURO, CHE SAREBBE STATA PAGATA DA UNA DITTA DI ROMA, PER UN APPALTO DA 50MILA PER LA CURA DEL VERDE. IL 10% DEL VALORE DELLA GARA
«L’hanno preso. Sono arrivati con la motovedetta. Hanno preso Danilo mentre intascava una tangente». Erano circa le 13 di ieri quando a Ponza, una delle capitali del turismo balneare in Italia e ambita meta estiva del jet set internazionale, si sono diffuse le prime voci sull’arresto del consigliere comunale Danilo D’Amico, leader locale di Fratelli d’Italia e, come lui stesso precisa sui social, dirigente provinciale del partito di Giorgia Meloni a Latina.
Un’indiscrezione che è iniziata a circolare lungo corso Pisacane, la via dello struscio, e sulle banchine del porto e che è ben presto rimbalzata anche sulla terraferma. Dopo tre ore la conferma dal comando provinciale dell’Arma: il politico è finito in manette con l’accusa di concussione.
D’Amico, che in passato ha denunciato di aver subito due aggressioni e che il sindaco Franco Ambrosino aveva delegato ai lavori pubblici, era seduto sulla balaustra di piazza Pisacane, davanti al bar sottostante gli uffici comunali.
Stava parlando con un uomo quando, messa la mano in tasca, è scattato un carabinieri in borghese e lo ha bloccato, mentre un secondo carabiniere monitorava la scena. Dalle indagini svolte dai militari della locale stazione e della compagnia di Formia, il 33enne aveva chiesto una mazzetta da 5mila euro a una ditta di Roma su un appalto da 50mila per la cura del verde e aveva appena intascato quel denaro. Il 10% del valore della gara per tenere puliti i sentieri isolani.
I carabinieri, informati della richiesta, hanno organizzato una trappola e colto il consigliere comunale in flagranza di reato. Una richiesta che, in base ad alcune indiscrezioni ancora da confermare, sarebbe stata fatta alla ditta con un messaggino.
Le indagini sono ancora in corso e gli investigatori dovranno appurare l’eventuale coinvolgimento di altre persone nella vicenda. Intanto, tra le numerose foto pubblicate sui social da D’Amico, ne spunta una mentre è nel suo ufficio in municipio e alza una paletta con attaccato un adesivo, un’immagine con il suo volto e scritto «non si può fare».
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
SCONTRO TRADIZIONALE CENTROSINISTRA VS. CENTRODESTRA IN 10 SU 14 CITTA’: OCCHI PUNTATI SU BARI, FIRENZE E PERUGIA… MELONI DEFILATA, SOLO UN INVITO AL VOTO
Sono quattordici i capoluoghi di provincia che andranno ai ballottaggi di domenica
23 (dalle ore 7 alle 23) e lunedì 24 giugno (dalle 7 alle 15) per decretare i futuri rispettivi sindaci. In rigoroso ordine alfabetico, si tratta di: Avellino, Bari, Caltanissetta, Campobasso, Cremona, Firenze, Lecce, Perugia, Potenza, Rovigo, Urbino, Verbania, Vercelli, Vibo Valentia.
Scontro tradizionale centrosinistra vs. centrodestra in 10 su 14 (Pd fuori dai giochi a Rovigo e Caltanissetta, cdx out ad Avellino e Verbania). Nelle altri quindici grandi città al primo turno era finito 10 a 5 a favore dei primi e tra pochi giorni vedremo se, complessivamente, il risultato sarà più equilibrato oppure se addirittura avverrà un clamoroso sorpasso (non solo simbolico) da parte dell’attuale maggioranza di governo nazionale.
Ai ballottaggi anche sei piccoli paesini
In questa trentina scarsa di comuni si erano presentati undici primi cittadini uscenti: sei sono stati subito riconfermati: Fioravanti ad Ascoli Piceno, Lattuca a Cesena, Fabbri a Ferrara, Zattini a Forlì, Salvetti a Livorno e Masci a Pescara. Andrea Corsaro non ce l’ha fatta a ottenere un altro mandato a Vercelli, mentre altri quattro sono ancora in corsa per il ballottaggio: Gambino a Caltanissetta, Salvemini a Lecce, Gaffeo a Rovigo e Gambini a Urbino. Tuttavia, in totale, domenica e lunedì prossimi saranno ben 107 i comuni che riapriranno alle urne per consentire ai propri cittadini di decidere definitivamente le prossime guide della varie amministrazioni. A partire da quelle cittadine composta da pochissime centinaia di residenti.
Centrodestra e centrosinistra contro in 61 comuni
Si parlava di 107 comuni “costretti” al secondo tempo del match delle elezioni locali tra i 3.700 circa che erano andati al rinnovo di sindaci e Consigli. In realtà tra due e tre giorni, per la precisione, saranno 105. Due di questi, infatti, hanno già completato l’intera procedura elettorale in quanto là le competizioni comunali si sono svolte con due settimane di anticipo.
Non verranno coinvolte a questo weekend elettorale della stagione politica 2023-2024 nemmeno l’Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta. Un solo comune ciascuno per Basilicata, Molise e Sardegna. Per il resto, nel resto dei restanti 91 comuni non capoluoghi di provincia, ci si trova davanti a una situazione in cui – nella maggior parte dei casi – si assisterà a un classico scontro diretto tra un candidato di centrodestra e uno di centrosinistra (quasi sempre appartenente al Partito Democratico).
Gli scontri nel centrodestra in Veneto
Esistono sei i comuni, al contrario, i cui due candidati sindaci finali non sono sostenuti formalmente dai partiti tradizionali nazionali, bensì da semplici liste civiche: Casal di Principe (provincia di Caserta), Giaveno (Torino), Monserrato (Cagliari), Montoro (Avellino), Nocera Superiore (Salerno) e Putignano (Bari). In altri 14 non saranno presenti rappresentanti di centrodestra, ma solo quelli che sono sostenuti da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle.
Nella maggior parte dei casi i due partiti si sono uniti con lo scopo di sconfiggere il candidato civico a loro opposto, sempre comunque appartenente a quell’area. Tuttavia, per esempio, a Empoli andrà in scena un gustoso “derby” tutto interno al campo largo: da una parte Alessio Mantelassi per il Pd e Avs, dall’altra Leonardo Masi per i grillini. Identici schieramenti nel rush finale a Borgo San Lorenzo (Firenze), Rosignano Marittimo (Livorno) e San Giovanni Rotondo (area territoriale cara a Giuseppe Conte). Interessante anche il caso di Casalecchio di Reno (Bologna): se i dem e Italia Viva sostengono Matteo Ruggeri, Azione e i Verdi appoggiano Dario Braga.
Infine, ci saranno anche 14 comuni non capoluoghi di provincia dove esistono solo candidati di centrodestra, spesso avversi a uno civico. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sono uniti e compatti a Gioia Tauro, Gubbio, Lainate, Noale, Pescantina, Rapallo, Sanremo, Valdagno. In Veneto, se a Bassano del Grappa e a Legnago i tre movimenti si ritrovano con un accordo di apparentamento dopo avere marciato divisi al primo turno, a San Bonifacio e a Vittorio Veneto tira aria di mare.
Nella prima cittadina sembra essere caduto nel vuoto l’appello del leghista Fulvio Soave affinché Nicola Gambin (Fi) lo potesse sostenere nella corsa finale contro Antonio Verona; nella seconda, invece, il legista Giovanni Braido ha invitato apertamente i suoi elettori a votare la candidata di sinistra Mirella Balliana contro il forzista Gianluca Posocco.
A Monselice (Padova) e Aversa (Caserta) e lo scontro tutto interno al centrodestra è palese: nel Nord-Est la Lega è contro gli altri partiti dell’alleanza (rispettivamente Giorgia Bedin e Luca Callegaro), in Campania c’è Forza Italia contro Fratelli d’Italia e Noi Moderati (Francesco Matacena vs. Antonio Farinaro).
(da ilfattoquotidiano.it)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
LA FREDDEZZA VERSO L’AUTONOMIA METTE IN ALLARME I VERTICI: E SE VANNACCI PUNTASSE A FONDARE UN PROPRIO PARTITO?
Dopo neanche quindici giorni Roberto Vannacci è già diventato un caso per la Lega. Non è dato sapere se sia già iniziato il processo che possa mettere in discussione gli ultimi mesi di azione politica della Lega. È ancora troppo presto per isolare «mister preferenze», come lo chiamano ironicamente i leghisti del Nord. Di sicuro il Nord è in subbuglio, i governatori guardano con diffidenze alle mosse di Vannacci e lo stesso fanno tanti dirigenti a vari livelli della Lega. È un fatto che Vannacci oggi sia un indipendente.
Il punto è capire cosa sarà domani. Un fuoriuscito? Eppure c’è un passaggio che più di ogni cosa sembra aver innescato il processo nei confronti di Vannacci. Un’uscita che il generale della discordia – secondo diversi dirigenti di peso – avrebbe dovuto evitare. Fa discutere fuori dalla Lega ma soprattutto all’interno della galassia salviniana quello che Vannacci ha detto su un punto centrale del programma leghista. «L’autonomia differenziata? Non sono né favorevole né contrario». Con il quotidiano La Repubblica, il campione delle preferenze del neo-leghismo si è lasciato scappare: «Avrei voluto questa legge? Non voglio fare ipotesi. Le ipotesi saltano al primo colpo di cannone, come diceva Clausewitz». Frasi che planano nel Transatlantico di Montecitorio e nel salone Garibaldi di Palazzo Madama a poche ore dall’apertura dei seggi per i ballottaggi.
È un venerdì di campagna elettorale ma si trasforma in una puntata del processo nei confronti di Vannacci perché le parole del generale agitano la galassia della Lega a via Bellerio. «Questa volta il generale l’ha fatta grossa, perché mettere in discussione l’autonomia differenziata significa sconfessare la Lega» è il refrain tra deputati e senatori di ogni livello. Non a caso i salviniani hanno continuato a battere il tasto del risultato ottenuto qualche giorno fa.
Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera di via Bellerio, ha voluto insistere su un concetto: «L’autonomia è da sempre la bandiera della Lega. Il presidente del Consiglio regionale della Calabria dovrebbe interrogarsi sul perché ha scelto proprio la Lega. «Se c’è un tema su cui non può esserci alcun dubbio è la posizione della Lega proprio sull’autonomia: possiamo discutere di tante cose, possono esserci sfumature su tanti argomenti, ma la Lega è il partito che nasce con l’obiettivo di fare dell’Italia uno Stato federale, questo credo sia arci-noto. La Lega nasce per questo e questo è un messaggio che Matteo Salvini è riuscito a portare anche al Sud». Come dire: Vannacci sei fuori strada. Qui ci sono alcuni principi cardine da cui non puoi prescindere. Primo fra tutti “la devoluzione” di bossiana memoria.
I SOSPETTI DELLA LEGA SU VANNACCI
Salvini dovrà occuparsi adesso anche della gestione di mister Vannacci. Il generale fa il battitore libero, si muove senza seguire il perimetro definito dalla comunicazione di via Bellerio. Una strategia, quella di Vannacci, che ha insospettito più di un dirigente, anche tra quelli di rito salviniano. «E se il generale volesse farsi un suo partito?». Il sospetto c’è. C’è infatti chi ritiene che Vannacci si sia voluto pesare alle Europee – dove ha ottenuto 500mila preferenze – perché il suo vero obiettivo sia far nascere un partito a propria immagine e somiglianza. Un partito ex novo che sia collocato a destra e che possa intercettare tutti gli scontenti del centrodestra. Insomma, un contenitore che metta insieme i delusi di Fratelli d’Italia, di Forza Italia, del mondo leghista e anche dei cinquestelle. Non ci sono studi al riguardo
C’è chi sostiene che oggi un partito di Vannacci potrebbe puntare al 10%. Una base potenziale che mette paura a tutto il comparto del centrodestra. E che, soprattutto, mette in guardia Salvini che ha corteggiato il generale, lo ha candidato e presto potrebbe ritrovarsi con 500mila voti in meno. «Matteo, cosa ti avevamo detto?», domandano con un filo di malizia gli avversari interni di Vannacci. Salvini non sembra essersi pentito della scelta, ma presto potrebbe farlo.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2024 Riccardo Fucile
NOMINATA LA GINECOLOGA-OSTETRICA A CAPO DEL DIPARTIMENTO PIU’ STRETEGICO DEL MINISTERO DELLA SALUTE… LA FULMINANTE CARRIERA DELLA DOTTORESSA
La notizia è apparsa nel comunicato numero 86 dell’ultimo Consiglio dei ministri,
sotto il capitolo nomine. Testuale: su proposta del ministro della Salute Orazio Schillaci viene conferito l’incarico di Capo del dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del ministero alla dottoressa Maria Rosaria Campitiello, dirigente appartenente ai ruoli dell’Asl di Salerno.
Una donna under 40, medico chirurgo specialista in ginecologia e ostetricia, vigilerà sulle strategie di un dipartimento chiave già in trincea durante l’emergenza pandemia. Una nomina nell’aria da mesi (prende il posto di Giovanni Leonardi). Una carriera rapida e incredibile. E’ solo un caso che la dottoressa salernitana sia la compagna del viceministro degli Essteri di FdI Edmondo Cirielli.
L’album di famiglia del partito che governa il paese si arricchisce così di un’altra fototessera. E allora forse è questa la vera epidemia (politica) in voga nel 2024: mogli, compagne, cognati, sorelle, mariti… Senza nulla togliere all’ottimo curriculum della dottoressa Campitiello bisogna registrare le manovre di avvicinamento che l’hanno coinvolta nell’ultimo periodo. Quando, dopo la vittoria del centrodestra nel 2022, per uno strano scherzo del destino si è vista catapultata dall’Asl di Salerno al ministero di Lungotevere Ripa alla prima occasione utile diventando così capo della segreteria tecnica del ministro Schillaci, super tecnico indicato espressamente ai tempi della formazione del governo da Fratelli d’Italia e in particolare dal plenipotenziario Francesco Lollobrigida.
Già in quell’occasione Cirielli spiegò che lui non c’entrava, che la nomina della sua dolce metà era fiduciaria e per titoli e che insomma se gli avessero chiesto un parere lui non avrebbe potuto che essere favorevole in quanto di parte. Una stupenda commedia degli equivoci che alla fine ha avuto un finale come si deve: la nomina, passata in Consiglio dei ministri, di Campitiello. In grado di scavalcare senza problemi fior di virologi e accademici con una lunga esperienza, anche in termini di pubblicazioni, sulle emergenze sanitarie. Bene, dopo il Covid che ha cambiato le vite degli italiani il ministero ha scelto una bravissima ginecologa-ostetrica con tanto, si legge su Quotidiano sanità, di “un master di II livello presso l’Università di Urbino in Tecniche di fecondazione assistita e un dottorato quinquennale in tecniche di fecondazione assistita (Phd) presso l’università di Valencia”. Con il governo Meloni, dopo sei anni alla guida del centro operativo di fecondazione assistita 9.baby di Salerno, è stata anche coordinatrice e componente di diversi tavoli tecnici e gruppi di lavoro al ministero della Salute: procreazione medicalmente assistita, cabina di regia del nuovo sistema informativo sanitario), cabina di regia per l’implementazione di una rete di centri “Pancreas Unit”, Innovazione e digitalizzazione del servizio sanitario, sperimentazione clinica di medicinali per uso umano, oblio oncologico e infine riconoscimento della figura del caregiver famigliare. Una indiscussa professionalità finalmente valorizzata dalla destra del merito che fa pernacchie “all’amichettismo di sinistra” imperante per decenni. Giusto! Anzi di più: diciamocela tutta, il legame della neo responsabile delle emergenze sanitarie in Italia con il viceministro di FdI Cirielli è un tappo, un argine verso il Nobel per la medicina.
(da agenzie)
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