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“LIBERO” E LE CASE DELLA FAMIGLIA SALIS: “UN VILLINO CON GARAGE E UN PICCOLO IMMOBILE ALL’ABETONE. E QUALE SAREBBE IL PROBLEMA? ROBERTO E’ UN INGEGNERE, E’ STATO ANCHE DIRETTORE COMMERCIALE DI UNA GRANDE AZIENDA TEDESCA, NON E UNO SCAPPATO DI CASA SOVRANISTA

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

SE POI I LETTORI DI LIBERO SONO INTERESSATI AI PATRIMONI IMMOBILIARI, POTETE SEMPRE PUBBLICARE QUELLI DEI DIRETTORI DI GIORNALI DI AREA SOVRANISTA

Dopo le polemiche sulla casa popolare occupata da Ilaria Salis 16 anni fa, Libero oggi fa i conti in tasca alla famiglia. E si concentra sulle proprietà immobiliari dei Salis.
La residenza monzese della famiglia infatti è un villino di 160 metri quadri, oltre a due box per le auto. Uno da 26 metri e uno da 13. Oltre a un piccolo locale in uso come deposito.
Il quotidiano cita le visure catastali sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Una villetta di quel tipo, stima il quotidiano, viene venduta per 490 mila euro. Il villino è intestato a Roberto Salis e a Roberta Benevic in comunione di beni. La madre di Ilaria è anche proprietaria di un monolocale di 27 metri quadri nel territorio di Abetone Cutigliano in provincia di Pistoia. In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica Salis ha detto: «La polizia mi ha trovato lì nel 2008, quando avevo 24 anni. Oggi ne ho 40. Da allora non sono più andati a fare verifiche per vedere chi ci abitasse, però l’Aler mi contesta lo stesso un debito di 90 mila euro». Poi spiega perché lo ha fatto: «Prendiamo Milano, 12.000 appartamenti popolari sfitti e 10.000 nuclei familiari in lista di attesa. I movimenti per la casa non tolgono niente a nessuno, cercano di risolvere con altre modalità un problema che le istituzioni non risolvono».
(da agenzie)

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ELLY SCHLEIN DOPO IL RISULTATO DELLE ELEZIONI COMUNALI: “MELONI NON ACCETTA LA SCONFITTA E LA RUSSA NON HA SENSO DELLE ISTITUZIONI”

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

LA CONFERENZA STAMPA AL NAZARENO

Al commento di ieri, quando lo spoglio doveva ancora concludersi, Elly Schlein ha fatto seguire una conferenza stampa per commentare l’esito delle amministrative.
Oggi, 25 giugno, ha dato appuntamento ai giornalisti nella sede del Nazareno. Entrata in sala insieme al responsabile Enti Locali del partito, Davide Baruffi, la segretaria ha esordito con una battuta calcistica: «Abbiamo sofferto un po’, ma non abbiamo mai smesso di crederci». E subito dopo: «Grazie Zaccagni e speriamo in sabato prossimo. Forza azzurri».
L’ironia ha poi lasciato il passo all’analisi dei risultati elettorali, approfondita da Baruffi. A Schlein, invece, è spettato il commento politico del post ballottaggi. E risponde all’ipotesi lanciata da Fratelli d’Italia – in primis da Ignazio La Russa – di cambiare le regole per l’elezione del sindaco.
La proposta di FdI di cambiare la legge sulle elezione amminsitrative
«Non è che quando si perde si aboliscono le elezioni. Non si scappa con il pallone in mano, a differenza di quello che ha detto ieri La Russa», ha detto la leader del Partito democratico.
«Non è colpa degli elettori se la destra ha perso, è colpa loro. Noi non ci stiamo. E troviamo grave e sconveniente che la seconda carica dello Stato parli di cambiare le regole a pochi minuti dalla sconfitta, manca il senso delle istituzioni».
Le ha fatto eco Baruffi: «Sarebbe utile che la destra, poche ore dopo la sconfitta, non traesse la lezione che si debba cambiare le regole. Che lo faccia la seconda carica dello stato è inglorioso. Se pensano di scardinare anche queste regole troveranno un muro».
Anche Giovanni Donzelli, responsabile dell’Organizzazione di Fratelli d’Italia, ha abbracciato la proposta di La Russa, poiché – a suo dire – oggi «c’è un meccanismo che rischia di distorcere la volontà dell’elettore».
Il “calcolo Donzelli” viene smontato da Baruffi
Inoltre, Donzelli ha affermato di «non capire l’entusiasmo della sinistra» per i ballottaggi perché, secondo lui, «ha vinto il centrodestra».
Anche su questo punto è arrivata la risposta di Schlein. La segretaria ha detto che nel Pd «si sono interrogati sui numeri di Donzelli, ma il suo conto è sbagliato perché noi abbiamo strappato alla destra 6 capoluoghi tra primo e secondo turno e ne abbiamo persi 3 in loro favore: Lecce, Rovigo e Verbania, in realtà quel “4-3” ribalta la realtà, come sempre fa la destra».
Schlein ha poi offerto «la disponibilità di Baruffi per spiegare a Donzelli come sono andate le elezioni». Pallottoliere alla mano, il responsabile Enti locali ha ricordato che «il centrosinistra è passato da 13 a 17 sindaci – nei capoluoghi – mentre il centrodestra è calato da 12 a 10. Capita di dover difendere il bidone anche quando è vuoto».
L’attacco a Meloni: «Difficile per lei accettare la sconfitta e parla di altro»
La segretaria non ha risparmiato anche Giorgia Meloni dalle critiche. La presidente del Consiglio, all’indomani del voto, ha deciso di non commentare i risultati né di parlare in una conferenza stampa. Ha solo pubblicato un video sui social – con preghiera di condivisione rivolta ai follower – in cui ha attaccato le opposizioni sul tema dell’autonomia differenziata. Ha accusato «la sinistra» di usare «toni da guerra civile».
Schlein: «Ditemi voi se questi sono toni da guerra civile, non so a chi si riferisca Meloni, ma noi stiamo facendo una battaglia su argomenti di merito. Capisco che sia difficile accettare la sconfitta sonora e il tentativo di parlare di altro, ma non si riferisca a noi, non sono mai stati i nostri toni».
«Testardamente unitari»
La segretaria Dem ha rivendicato lo «6 a 0 tennistico nei capoluoghi di Regione», una vittoria «straordinaria per il Pd e per il campo progressista». La conferenza stampa le ha fornito l’occasione di ribadire il concetto del «testardamente unitari», riferito al campo largo di tutte le opposizioni che auspica Schlein.
«Il risultato ci dà slancio e speranza per il lavoro che ci aspetta e che dimostra che lavorando uniti le destre si possono battere». Dialogo aperto con gli altri partiti di opposizione, dunque, soprattutto su temi come autonomia, istruzione e salute: «Ci parliamo tutti i giorni, anche in queste ore per congratularci delle vittorie. Ci parliamo in Parlamento dove incrociamo le proposte, e ci parliamo nel Paese».
L’appello alle opposizioni «per battere le destre»
Schlein non ha nascosto, però, che per il suo partito vede un ruolo centrale nelle eventuali coalizioni di opposizione che si formeranno in futuro: «Tutte le forze alternative alla destra devono provare a trovare convergenze. Un dato è certo, il Pd è il perno indiscusso alla costruzione dell’alternativa. Le altre forze sono per noi interlocutori importanti, lo è il M5s e Giuseppe Conte, nelle reciproche differenze. Le differenze ci sono ma mettiamole a valore. M5s, Avs e le altre forze moderate troveranno nel Pd un interlocutore interessato a battere le destre, che sono il nostro unico avversario».
L’accordo con i 5 stelle
Sul punto del campo largo anche Baruffi si è espresso: «L’accordo coi 5 stelle da occasionale è diventato sistematico. In Puglia accordo politico importante sia su Bari che su Potenza e anche a Firenze hanno dato una indicazione chiara. In diversi comuni abbiamo unito il centrosinistra allargato, e sono quelli dove abbiamo vinto al primo turno o, come a Pavia, lo abbiamo strappato al centrodestra».
Mentre Schlein ha incalzato: «Il tempo dei veti è finito, gli elettori ci hanno detto che con un programma chiaro e candidature credibili sono con noi. Continueremo testardamente unitari. Abituiamoci a fare l’analisi della vittoria perché continueremo a battere le destre».
Il guanto di sfida per l’Umbria
Schlein, avviandosi a conclusione, ha ripetuto – modificandolo – il suo slogan «non ci hanno visti arrivare». E ha sentenziato: «C’è stata una bocciatura delle destre sui territori e per le scelte sbagliate del governo e dei suoi alleati. Il messaggio è chiaro: basta coi tagli alla sanità e con i salari bassi, con l’autonomia. Il messaggio è: stiamo arrivando. Questo è il dato. Un grido che si è alzato anche da piazza Santi apostoli, nella manifestazione. Dobbiamo proseguire e dare corpo all’alternativa». E ha chiuso lanciando una sfida per la Regione Umbria, che andrà al voto nel prossimo autunno: «Mando un abbraccio di forte sorellanza a Vittoria Ferdinandi per la vittoria a Perugia che ci regala speranza per le Regionali in Umbria».
(da agenzie)

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IN DISACCORDO SU TUTTO, DA KIEV A BRUXELLES: E’ GELO TRA MELONI E ORBAN

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

A ROMA I PREMIER LITIGANO SUL GRUPPO AL PARLAMENTO EUROPEO E ROMPONO SULLE NOMINE… LA STRATEGIA DEGLI ACCATTONI

Amici, ma di quelli che dopo una lite non riescono più a ritrovarsi davvero. Vicini, ma non troppo: non riescono neanche a costruire un gruppo assieme. Però franchi, come due sodali che qualche anno fa intonavano “Avanti ragazzi di Buda” con la mano destra sul cuore.
Il nodo dell’Ucraina
«Sull’Ucraina non intendo mostrare cedimenti e non penso che l’Europa possa mostrarsi debole», dice Giorgia Meloni a Viktor Orbán, occhi negli occhi. C’è freddezza, distanza. Hanno lasciato i ministri fuori dal salone di Palazzo Chigi, per parlarsi faccia a faccia. «È un errore sostenere Kiev in questo modo – replica indispettito l’inventore della democrazia illiberale ungherese – su questo non siamo d’accordo». L’italiana prova senza convinzione a sottoporgli una possibile soluzione, «se ti impegni con un patto scritto a sostenere Kiev, possiamo stare nello stesso gruppo, lo sai». L’ungherese rifiuta, un po’ sdegnato.
E così, i due prendono atto dell’impossibilità di un matrimonio tra Fidesz e i Conservatori europei («non possiamo fare parte di una famiglia politica dove c’è un partito rumeno che è anti-ungherese», ammette Orban, drastico). I magiari resteranno fuori dalla porta di Ecr, infastiditi dalla gestione degli ingressi da parte di Meloni.
E la premier rinuncerà a undici eurodeputati ungheresi, spiegandone brutalmente la ragione al diretto interessato: «Se aderite voi, se ne vanno almeno altre sei delegazioni, ce l’hanno già fatto sapere». Soprattutto perché in queste ore anche il Pis polacco rischia di abbandonare i conservatori, sottraendo in un colpo solo venti seggi a Ecr.
Matrimonio conservatore impossibile
L’incontro, insomma, non va bene. Né poteva essere altrimenti, perché gli obiettivi sono diversi (almeno per il momento). Bisogna però chiarire un punto, prima di proseguire nel racconto. Meloni e Orbán hanno in comune un alto tasso di pragmatismo, parente stretto del cinismo politico.
Dove non c’è accordo, si prende atto e si individua un nuovo terreno di confronto. Davanti alla stampa, allora, la premier concede all’amico nazionalista un riconoscimento non scontato, soprattutto se si considerano le ripetute forzature dello Stato di diritto che affliggono gli ungheresi: «Le relazioni tra Roma e Budapest sono eccellenti». E Orban ricambia, preparandosi al semestre di presidenza ungherese che si apre il primo luglio: «L’Italia è uno dei nostri alleati più importanti su migranti e competitività».
Ecco, i due ammettono i problemi e vanno oltre. Meloni sostiene che sull’Ucraina «le nostre posizioni non sono sempre coincidenti», ma assicura di apprezzare «la posizione ungherese in ambito europeo e Nato che consente agli alleati di assumere decisioni importanti anche quando Budapest non è d’accordo».
Ma è quando si scende nel merito delle politiche di ultradestra che i due sovranismi ritrovano una buona sintonia: «Condivido le priorità del semestre ungherese – dice Meloni – a partire dalla sfida demografica». E Orbán, con parole sprezzanti verso chi emigra: «Voi siete più vicini all’Africa, ma i migranti arrivano anche da noi. Noi appoggeremo tutto ciò che la premier ha proposto», a partire dal Piano Mattei. Entrambi, poi, si opporranno al Green deal.
Disaccordo sulle nomine
E sempre a proposito di pragmatismo: tutti e due giocano in queste ore su diversi tavoli, in modo spregiudicato. Orban ufficialmente attacca von der Leyen e l’accordo che la sostiene: «Non possiamo appoggiare questo patto partitico sui top jobs».
In realtà, ragiona con Meloni anche della possibilità di fornire sottobanco i voti necessari a Ursula, in cambio di un portafoglio di peso per l’Ungheria. È una strategia che ricorda quella della premier. La quale, in queste ore, è letteralmente lacerata da un dubbio: conviene provare a boicottare von der Leyen? E per andare dove? Ci ragiona con Orbán, a lungo. Il vantaggio sarebbe quello di attendere il voto francese. Lo svantaggio, lo stesso: attendere il voto francese. Dipende insomma dall’esito delle legislative in Francia, che potrebbero proiettare Marine Le Pen al governo, ma anche bloccarne l’ascesa. Per questo, almeno per adesso, Meloni cerca di trattare al massimo sul portafoglio. Il nome è quello di Raffaele Fitto, soprattutto in caso di bis di von der Leyen. Altrimenti si aprono altri schemi e nomi alternativi. Non quello di Giancarlo Giorgetti, però: non toccherà quella casella di governo.
(da La Repubblica)

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LA DEMOCRAZIA HA LA PELLE DURA

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

SE UN TERZO DEI FRANCESI VOTA LE PEN, DUE TERZI VOTANO DEMOCRATICO ED E’ COSI’ IN TUTTA EUROPA: IMPARATE A UNIRVI E I SOVRANISTI SCOMPARIRANNO

Ho letto il pezzo di Anais Ginori sulla “demo-ansia” dei parigini, sul senso di smarrimento e di paura di molti francesi di fronte all’ipotesi che i lepenisti possano vincere le elezioni imminenti, e governare. Per solidarietà, noi italiani dovremmo mandare delegazioni di demo-ansiosi a rincuorare i francesi.
Siamo, da questo punto di vista, molto più esperti di loro: il lepenismo, da noi, è al governo da quasi due anni. La demo-ansia, una sindrome cronica. Se siamo sopravvissuti, un poco è perché ci si abitua a tutto, un poco perché abbiamo una certa voglia di tenere duro, un poco perché gli aspetti farseschi (vedi Sangiuliano ministro della Cultura) arrivano sempre, qui da noi, ad alleviare l’angoscia.
E infine (ed è la cosa determinante) perché la democrazia, nonostante tutto e tutti, prova a funzionare, e anzi funziona, anche quando al governo ci sono quelli che ne hanno sempre parlato male. Sovvertirla, manipolarla, invertirne la natura aperta, cristallizzarla in un regime non è così semplice.
Perfino l’esperienza brutale e quasi surreale di un ministro degli Interni ben più affine a un ultrà di calcio che a un civil servant (stiamo parlando, ovviamente, del Salvini) ha fatto danni limitati nel tempo. Ogni ferita, in democrazia, è rimarginabile.
Si sanguina, si provano dolore e spavento, ma prima o dopo ci si rimette in piedi.
Il fresco voto delle europee e quello, freschissimo, delle città, suggerisce di non perdere mai le speranze. Se un terzo dei francesi vota Le Pen, due terzi, anche se divisi, votano democratico. Ed è così in tutta l’Europa.
Contatevi, demo-ansiosi, e vi accorgerete che il vostro numero è debordante, forse invincibile.
(da La Repubblica)

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OMICIDIO DI FANO, IL FIGLIO HA CONFESSATO: “NON VOLEVANO DARMI ALTRI SOLDI”

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

DOPO IL DELITTO ERA TORNATO A DORMIRE… EVVIVA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE

E’ stato fermato dalla polizia nella notte Luca Ricci il figlio 50enne della coppia di anziani uccisa ieri in casa a Fano (provincia di Pesaro Urbino). Durante il lungo interrogatorio durato 16 ore avrebbe confessato e fatto alcune ammissioni. Il movente del duplice omicidio sarebbe di natura economica.
Era stato proprio il figlio dei coniugi uccisi a chiamare i soccorsi. Il padre, Giuseppe Ricci di 75 anni, ha la testa fracassata con un corpo contundente. La madre, Luisa Marconi di 70, è stata soffocata
I debiti del figlio
Le indagini si erano subito concentrate sul racconto dell’uomo, Luca, operaio di circa 50 anni, separato dalla moglie, che è stato a lungo interrogato. Il sospettato vive al piano sopra all’appartamento dei genitori in via Fanella 127.
Luca aveva contratto dei debiti, circa 60mila euro, e per aiutarlo i genitori avevano venduto la loro casa all’asta. Ieri avrebbero dovuto lasciarla al nuovo proprietario. Lui li avrebbe uccisi perché non volevano dargli altri soldi dopo che già avevano perso la casa.
La dinamica del delitto
Alle 2 di notte di domenica la madre ha chiamato Luca perché non si sentiva bene. Il figlio è sceso nell’appartamento dei genitori e ha misurato la pressione alla madre. E’ scoppiata una lite, presumibilmente per i soldi che il figlio continuava a chiedere, e per la perdita della casa.
Luca Ricci ha reagito con violenza, ha preso un filo da elettricista o un cordino e ha strangolato la madre in cucina. A quel punto è andato in camera da letto dal padre. Con un martello preso nella cassetta degli attrezzi lo ha colpito alla testa.
L’assassino torna a dormire
Il tentativo di resistenza dell’uomo è durato poco. Giuseppe Ricci è morto in.pochi istanti per la ferita. L’assassino ha gettato il martello in un pozzetto del giardino ed è tornato a dormire al piano di sopra, dove si trovava anche il figlio di 18 anni, che non si è accorto di nulla.
La mattina di lunedì, alle 8 circa, Luca ha accompagna il figlio a scuola per i corsi di recupero crediti a Pesaro. Poi è tornato a Fano, in via Fanella 127, e alle 8.30 circa ha lanciato l’allarme alla polizia dicendo che i suoi genitori non rispondevano, con la porta chiusa dall’interno.
Al loro arrivo i pompieri hanno trovato i due corpi senza vita. Poi, dopo 16 ore di interrogatorio, è arrivata la confessione di Luca Ricci al procuratore e agli uomini della squadra mobile e del commissariato di Fano coordinati dal dirigente Paolo Badioli, con trasferimento del presunto omicida in carcere in stato di fermo alle 3 di notte.
(da agenzie)

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LA COOPERATIVA AGRICOLA DEI LOVATO HA RICEVUTO IN TRE ANNI 849.000 EURO DI FINANZIAMENTI GARANTITI DALLO STATO

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

QUANDO DICEVAMO CHE IL DECRETO CRISI COVID AVREBBE CAUSATO UNA MANGIATOIA DA FAR IMPALLIDIRE LE TRUFFE SUL REDDITO DI CITTADINANZA: LO STATO CHE GARANTISCE AZIENDE CHE NON RESTITUISCONO I DEBITI

La cooperativa Agrilovato presso cui lavorava il povero Satnam Singh, il bracciante indiano morto per le ferite causate da un macchinario agricolo che gli hanno provocato il distaccamento del braccio, ha ricevuto fra il 31 dicembre 2020 e il 31 maggio 2023 tre finanziamenti per un totale di 849.526,26 dalla Banca del Mezzogiorno MedioCredito Centrale a garanzia totale dello Stato sulla base del decreto liquidità dell’8 aprile 2020 per fronteggiare la crisi Covid.
Nel 2023 l’ultima erogazione e un dono da 1.423 euro
Secondo il registro nazionale degli aiuti di Stato l’intero importo dei tre finanziamenti richiesti dalla cooperativa è stato classificato come «elemento di aiuto». Successivamente, il 21 luglio 2023, la stessa banca ha erogato un altro finanziamento alla Agrilovato per 60 mila euro, il cui elemento di aiuto classificato però ammonta a 1.423,87 euro. I soldi sono arrivati sempre dopo richiesta formale alla banca con lettera inviata al MedioCredito Centrale secondo le normative Covid che non facevano distinzione fra azienda e azienda e non prevedevano esclusioni nemmeno quando i suoi amministratori, come nel caso del titolare Renzo Lovato, erano coinvolti in procedimenti giudiziari per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
I debiti con il MedioCredito Centrale ammontano ancora a 559 mila euro
Al 31 dicembre 2023 secondo quanto riportato nel bilancio della coop Agrilovato, il debito con le banche ammontava ancora a 559.193 euro, tutti assistiti da garanzie reali, quelle appunto dello Stato italiano. Parte dei finanziamenti ricevuti dunque dovrebbe essere stata estinta successivamente, anche se la percentuale più rilevante è ancora a bilancio. Con la garanzia totale dello Stato se quei soldi non fossero restituiti dall’azienda andrebbero ad appesantire i conti pubblici.
I Lovato fatturano 1,47 milioni ma hanno in bilancio solo 1.418 euro per il Tfr ai dipendenti
Nell’ultimo bilancio della cooperativa presieduta da Renzo Lovato e di cui è consigliere di amministrazione anche il figlio Antonello il costo del personale ammontava ancora a 150.559 euro a fronte di 1,47 milioni di euro di fatturato. Era però in discesa rispetto ai 223.471 euro dell’anno precedente perché probabilmente qualcuno è stato mandato via: nell’anno risulta ridotto infatti di 3.707 euro il monte Tfr. Ne resta per altro assai poco: 1.418 euro in tutto, destinati ai lavoratori assunti regolarmente di cui però non viene indicata la consistenza.
(da agenzie)

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LAVORARE MENO SIGNIFICA LAVORARE MEGLIO, LE AZIENDE PORTOGHESI CHE HANNO PROVATO LA SETTIMANA LAVORATIVA DI QUATTRO GIORNI HANNO APPROVATO L’ESPERIMENTO: SOLO QUATTRO (SU 21) SONO TORNATE INDIETRO

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

IL 70% DELLE AZIENDE HA ADDIRITTURA VISTO AUMENTARE I PROFITTI DEL 12%, IL 75% DEI DIRIGENTI HA VALUTATO IL TEST COME “NEUTRO” DAL PUNTO DI VISTA FINANZIARIO, CIOÈ SENZA PERDITE PER L’AZIENDA, A FRONTE DI UNA SIGNIFICATIVA RIDUZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO

È risultato globalmente positivo l’esperimento di settimana lavorativa di quattro giorni che diverse aziende, in Portogallo, hanno realizzato tra giugno e novembre del 2023 e i cui risultati sono stati pubblicati oggi dall’Istituto per l’impiego e la formazione professionale (Iefp), l’ente del Ministero del Lavoro che lo ha patrocinato.
Delle 21 aziende che hanno partecipato al progetto pilota, solo quattro hanno deciso di tornare alla regolare settimana di cinque giorni. Il 75% dei dirigenti ha valutato il test come neutro dal punto di vista finanziario, quindi senza perdite né per l’azienda né per il lavoratore, a fronte di una significativa riduzione dell’orario di lavoro, mentre una notevole percentuale (oltre il 70%) di aziende ha addirittura visto aumentare i propri profitti in media del 12%.
L’aumento, fa notare il rapporto dell’Iefp, non può essere direttamente motivato dal nuovo assetto lavorativo, ma prova che quest’ultimo non ostacola una migliore performance dell’azienda. Tra le imprese coinvolte c’erano un asilo nido, un centro sociale, un centro di ricerca, una banca di cellule staminali e diverse società di consulenza e di servizi, per un totale di circa un migliaio di lavoratori. In media hanno realizzato la diminuzione delle ore lavorative grazie a diverse modifiche sul piano organizzativo: dallo snellimento del monte orario dedicato alle riunioni fino all’adozione di nuovi software.
La maggior parte dei lavoratori coinvolti ritiene che la riduzione dell’orario di lavoro, in media del 12% (a 36,5 ore settimanali), valga il 28% del loro stipendio. Quelli che hanno tratto maggior beneficio sono i lavoratori con qualifiche più basse, stipendi inferiori a 1100 euro mensili e orari meno flessibili, con una percentuale che raggiunge il 36,7% del loro stipendio. E tra questi, si dichiarano particolarmente soddisfatte le lavoratrici. Il numero di persone che lamentava una difficile conciliazione tra lavoro e famiglia è sceso dal 46% al 17%.
(da agenzie)

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A ROMA, NEL QUARTIERE DI GROTTAROSSA, UNA PANCHINA SIMBOLO DELLA LOTTA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE, E’ STATA VANDALIZZATA E I PEZZI SONO STATI USATI COSTRUIRE UNA SVASTICA

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

L’ASSESSORA ALLE PARI OPPORTUNITÀ DELLA CAPITALE, MONICA LUCARELLI: “IL COLPEVOLE È MOSSO DA ODIO E INTOLLERANZA, SENTIMENTI CHE VENGONO LEGITTIMATI DA UN CLIMA GENERALE CHE RESPIRIAMO A LIVELLO NAZIONALE”

Questa notte nel quartiere romano di Grottarossa una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza di genere, è stata vandalizzata e trasformata in una svastica. Ne dà notizia l’assessora alle Pari Opportunità di Roma Capitale Monica Lucarelli esprimendo “la più ferma condanna e profonda preoccupazione”.
“Questo non è un semplice atto vandalico, ma un grave episodio che – prosegue – solleva questioni di sicurezza e legalità nella nostra città. Chi si rende protagonista di gesti come questo è mosso da odio e intolleranza, sentimenti che purtroppo vengono in qualche modo legittimati da un clima generale che respiriamo a livello nazionale.
Questa Amministrazione è impegnata in prima linea per contrastare qualsiasi forma di intolleranza e garantire la sicurezza e la coesione sociale. Il mio assessorato – afferma Lucarelli – è pienamente disponibile a collaborare con il presidente Torquati per ogni azione necessaria, sia per individuare i responsabili di questo vile gesto, sia per rafforzare la visibilità e il significato dei simboli della nostra lotta contro la violenza di genere. Roma deve essere una città in cui ogni persona si sente sicura e rispettata, e faremo tutto il possibile per realizzare questo obiettivo.”
(da agenzie)

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IL LEADER DELL’ESTREMA SINISTRA JEAN LUC MÉLENCHON PUNTA A SBARRARE LA STRADA ALL’ESTREMA DESTRA DI LE PEN: “QUESTO PAESE È DI NOI METICCI. IO SONO NATO A TANGERI, IN MAROCCO. UN QUARTO DEI FRANCESI HA ALMENO UN NONNO STRANIERO”

Giugno 25th, 2024 Riccardo Fucile

LA RISPOSTA ALLE CRITICHE PER LA DIFESA DEI PALESTINESI E LE BORDATE A HOLLANDE

Nella piccola piazza di Celleneuve, vecchio quartiere alle porte di Montpellier, ci sono i platani e le panchine come in tanti paesini del Sud della Francia, i campi di pétanque per giocare a bocce, la boulangerie con le baguette e il flan, quel Paese eterno e tradizionale come piacerebbe pure all’estrema destra, e poi però anche la folla venuta ad ascoltare Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise: bandiere tricolori e della Nuova Caledonia, della Palestina, del Marocco, sventolate da un pubblico bianco, nero, arabo.
«Siamo i meticci, siamo i racisé , apparteniamo a una razza, anche se solo negli occhi di chi ci guarda. Siamo simili nei bisogni, uguali nei diritti. E la Francia siamo noi!», grida Mélenchon, che sembra concentrarsi ora sulla questione fondamentale di questi giorni: esistono francesi più francesi degli altri? La Francia è di tutti quelli che ci vivono, o solo di quelli convinti di interpretarne i valori autentici?
Tra tanti appelli pavloviani a «sbarrare la strada all’estrema destra», così stanchi e rituali che molti si scordano ormai di spiegare il perché, una mano a ricordare la posta in gioco l’ha data negli ultimi giorni proprio il Rassemblement national e il suo leader Jordan Bardella. «Bel ragazzo, anche se dipende dai gusti», concede Mélenchon, e protagonista di un passaggio inquietante sui «francesi di origine straniera», che sono milioni.
Nel programma del RN resta poi il divieto di accesso a certi impieghi pubblici per i cittadini che hanno anche un’altra nazionalità, una distinzione tra francesi di serie A e di serie B che risale al collaborazionismo di Vichy.
Mélenchon si infila nella breccia, con un’appassionata difesa di quell’ideale multietnico anni 90 ormai così fuori moda, archiviato tra rinascita dei nazionalismi, crisi della globalizzazione e attentati islamisti.
Quel sogno sarà pure in crisi, ma la realtà resta la stessa: «Un quarto dei francesi ha almeno un nonno straniero, il 15% dei francesi vive in una coppia dalle nazionalità diverse, io sono nato a Tangeri in Marocco, mio nonno era uno spagnolo di Orano in Algeria, e chi di voi ha almeno un nonno straniero?».
Tutti si sbracciano alzando la mano, molti ne alzano due (come lo stesso Bardella, ndr ). «Vogliono dividerci ma non ci riusciranno», dice sicuro Mélenchon, che ha trovato forse il modo per uscire dall’angolo in cui si era rinchiuso nelle ultime settimane.
La campagna della France Insoumise per le elezioni europee è stata incentrata in gran parte su Gaza e la difesa dei civili palestinesi.
«Basta! Ho combattuto l’antisemitismo tutta la vita, queste accuse sono una sciocchezza che serve solo a far votare per l’estrema destra. La lotta all’antisemitismo fa parte del programma del Nouveau Front Populaire, e per la prima volta è menzionata anche quella contro l’islamofobia», aggiunge, mostrando di tenere molto all’equivalenza tra i due fenomeni.
Ma la questione dei palestinesi è sorvolata in fretta, con un’invocazione al «cessate il fuoco» a Gaza che del resto accomuna tutti, pure Macron.
Accantonata così l’imbarazzante questione dell’antisemitismo, Mélenchon conferma che sì, vuole essere primo ministro, governare la Francia, la sua Francia della créolisation , il Paese delle tante origini diverse, dalla Polinesia al Maghreb, e che potrebbe essere ricca e potente proprio grazie a questo.
Mélenchon ha fama di tiranno collerico e umorale, divisivo e contestato anche nel suo stesso partito della France Insoumise, ma a Montpellier decide di farne un vanto: «Non cercate mai di piacere, non serve a niente. Cercano di fermarci in ogni modo, e oggi c’è anche François Hollande a chiedermi di stare zitto». La folla si mette a fischiare.
L’ex presidente si è candidato a sua volta nel Nouveau Front Populaire per dare forza alla componente socialista, e in caso di vittoria potrebbe anche lui puntare alla poltrona di premier.
Poche ore prima del comizio Hollande ha chiesto a Mélenchon di farsi da parte e di tacere, «ma non basta che la buona società, fatta in gran parte di ignoranti, decida qual è lo stile giusto — alza la voce Mélenchon, tra gli applausi —. Come dice il Cyrano di Bergerac , io non rinuncerò mai all’onore di essere un bersaglio. Ma perché l’offesa raggiunga l’obiettivo, deve partire dallo stesso livello, e questo non è proprio il caso».
La piazza ride: Mélenchon interpreta alla perfezione la parte dell’anziano professore di paese, burbero ma che sa parlare al popolo.
(da Il Corriere della Sera)

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