Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
“DOMANI”: “IL RETROSCENA PUBBLICATO DAL ‘GIORNALE’ SEMBRA SOLO UN DIVERSIVO PER FARE DISTRARRE E RICOMPATTARE ELETTORATO E COALIZIONE”…LA VERA INDAGINE DEL 2012, PER CORRUZIONE, POI ARCHIVIATA PER PRESCRIZIONE: “LA PROCURA CAPITOLINA INDAGAVA ARIANNA E IL MARITO, L’ALLORA ASSESSORE REGIONALE FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, PER CORRUZIONE FURONO ACCUSATI DI AVER FAVORITO IL COSTRUTTORE PAOLO MARZIALI IN CAMBIO DI UTILITÀ
Nell’affaire Arianna Meloni, che secondo il Giornale e la premier Giorgia Meloni sarebbe il bersaglio grosso di un complotto ordito da renziani, giornali di sinistra e pm, una cosa è certa. A Palazzo Chigi da tempo sanno che nella procura più importante d’Italia, cioè Roma, non esiste nessun fascicolo a carico della sorella della presidente del consiglio.
Il retroscena pubblicato da Il Giornale e firmato dal direttore in persona, Alessandro Sallusti, sembra dunque solo un diversivo per fare rumore, distrarre e allo stesso tempo ricompattare elettorato e coalizione sui nemici di sempre: la magistratura e la stampa non allineata.
Da quanto risulta a Domani, infatti, già lo scorso gennaio, quando già circolava con insistenza la voce di una presunta indagine sulla sorella della premier, dagli uffici giudiziari capitolini sarebbero arrivate rassicurazioni sull’assenza di inchieste nei confronti della sorella più potente d’Italia.
Per capire però come è nato questo grande equivoco e la successiva intemerata di Sallusti cavalcata da Meloni è necessario fare un passo indietro di qualche mese.
Con una premessa: il terreno sul quale è fiorita quest’ultima caccia ai nemici è concimato con abbondanti dosi di conflitti di interesse. A partire da Il Giornale, edito dal deputato Antonio Angelucci, leghista ma legatissimo a Fratelli d’Italia, e diretto oggi da Sallusti, ex compagno della ministra del Turismo Daniela Santanchè nonché biografo della presidente del Consiglio.
L’indiscrezione dell’iscrizione circola infatti dallo scorso dicembre, ma ad ora non ha trovato alcuna conferma. Una notizia presentata al pubblico come reale ma attualmente priva di fondamento, diventata occasione ghiotta per cannoneggiare con parole corrosive i pm e la stampa non amica.
Quel che è vero è che le voci di un’indagine su Arianna Meloni sono davvero circolate mesi fa anche tra ambienti renziani, che le hanno veicolate ad alcuni giornalisti. Queste indiscrezioni, via via sempre più insistenti, sono giunte anche nella redazione di Domani. Il nostro giornale, così come altre testate, ha fatto le opportune verifiche nelle procure che potrebbero essere competenti su eventuali reati legati al traffico di influenze: hanno tutte dato esito negativo.
Anche nelle ultime ore abbiamo raccolto ulteriori a smentite: la sorella di Meloni, a quanto ci risulta, non è indagata dalla procura di Roma, territorio dove esercita il suo ruolo politico, tesse la sua rete e manovra per le nomine nelle società pubbliche. Certo, altre procure minori potrebbero aver aperto indagini. Ma con il condizionale si potrebbe ipotizzare (e pubblicare) qualsiasi evento non verificato.
La strategia del complotto messa in campo da Sallusti e Meloni sembra dunque solo uno spin propagandistico. Anche perché la premier sa bene – grazie a buoni rapporti con alcuni magistrati – che a Roma non c’è alcun fascicolo per traffico di influenze. Almeno ad ora: improbabile che la procura di Francesco Lo Voi, avesse in futuro notizie di reato su Arianna, si lasci intimidire dalle dichiarazioni preventive dei vertici di Fdi.
Altro assunto del fuoco di fila dei meloniani è che Arianna Meloni, a capo della segreteria politica del partito, non si occupi di nomine e dossier assortiti.
Un controsenso. Come si conviene a un altissimo dirigente del partito di maggioranza, la sorella della premier ha legittimamente un ruolo attivo. In passato ha lavorato alla candidatura a sindaco di Roma di Enrico Michetti, e anche alla scelta di nomi forti, come nel caso del potente presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Che ha ammesso in radio come l’indicazione sul «mio nome è arrivato da Arianna».
Tra le prime mosse del numero uno della Pisana sulla sanità c’è stato lo stanziamento di fondi per i privati. Il primo a beneficiarne è stato altro suo sponsor politico, amico, imprenditore e deputato leghista Antonio Angelucci, ça va sans dire editore de Il Giornale diretto da Sallusti: la prima delibera di giunta ha stabilito un finanziamento di 23 milioni di euro alla sanità privata e oltre 10 sono stati destinati alle strutture di Angelucci (Rocca è stato fino al 2022 nel Cda della fondazione San Raffaele di Angelucci).
Ora, l’indiscrezione di questi giorni trasforma questo governo nell’ennesimo esecutivo di destra che di fronte ai fallimenti urla allo strapotere giudiziario, in sintonia con il metodo del Cavaliere, al quale la stessa presidente del Consiglio si è ispirata in una dichiarazione che è una miscela di approssimazione e caccia alle streghe: «Purtroppo reputo molto verosimile quanto scritto oggi da Sallusti, uno schema visto e rivisto soprattutto contro Silvio Berlusconi», ha detto.
Infine, c’è un’altra ipotesi di scuola. La presidente è in possesso di informazioni riservate su eventuali indagini in corso? Nel caso le sue dichiarazioni sarebbero un’arma di pressione contro la magistratura inquirente.
È comunque un fatto che la premier, che si vanta di aver iniziato a fare politica dopo la morte di Paolo Borsellino, abbia usato parole di disprezzo per «un sistema di potere che usa ogni metodo e ogni sotterfugio pur di sconfiggere un nemico politico che vince nelle urne la competizione democratica».
Di certo il “fattoide” de Il Giornale ha avuto un effetto: i guai giudiziari, quelli veri, di ministri, sottosegretari e parlamentari di Fratelli d’Italia, sono stati momentaneamente dimenticati. Così come il ruolo marginale del governo in Europa e le poche risorse per misure necessarie a sostenere i ceti medio bassi: la manovra d’autunno rischia di essere più difficile del previsto
Non è tutto. La teoria del complotto si fonda su un assunto: «Ora che siamo al governo fioccano le inchieste». In altre parole, secondo chi governa, per la magistratura si è penalmente interessanti solo se si è al potere. Un mantra, anche questo, smentito dai fatti.
La sorella della presidente del consiglio è stata infatti indagata a Roma ben 12 anni fa, quando nessuno la conosceva e Fratelli d’Italia doveva ancora nascere: il fascicolo è stato archiviato dopo la richiesta dei pubblici ministeri. Era il 2012, all’epoca Meloni era dipendente in regione, quando la procura capitolina indagava lei e il marito, l’allora assessore regionale e oggi ministro, Francesco Lollobrigida, per corruzione. Furono infatti accusati dai magistrati di Piazzale Clodio di aver favorito il costruttore Paolo Marziali nel 2009 in cambio di utilità. Per loro fortuna, la stessa accusa nel 2016 ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, perché gli episodi contestati ai due coniugi erano ormai troppo datati e perciò prescritti.
Non è la prima volta che Il Giornale evoca complotti tanto cari al governo. Lo ha fatto a tal punto da creare un cortocircuito interno alla maggioranza. Alcuni mesi fa titolava «Inchiesta su Crosetto».
L’articolo era il resoconto di un incontro del ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla procura di Roma, che lo aveva sentito per le frasi pronunciate sulla magistratura pronta ad azzoppare il governo a colpi di indagini. Crosetto, anche lui finito nelle polemiche dopo un’intervista al Corriere in cui ipotizzava trame dei pm contro FdI, aveva annunciato querela contro la testata amica. Ma Esopo insegna che a forza di gridare a lupo a lupo nessuno ci crede più.
(da Domani)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
PRIMA DICE DI ESSERE “TRANQUILLISSIMA” (“NON HO MAI INFLUENZATO DECISIONI SULLE NOMINE”), POI SUBITO DOPO È “SCOSSA” (“NON ACCETTO DI ESSERE DIPINTA PER COME NON SONO”) … NEGA CHE CI SIA LA SUA MANO DIETRO ALL’ARTICOLO DI SALLUSTI SULLA PRESUNTA INDAGINE, MA RIVENDICA I FRUTTI DELL’OPERAZIONE
È la versione di Arianna Meloni. Quella che attorno a mezzogiorno fa arrivare ai cronisti
che seguono la sorella Giorgia anche in Puglia. Il suo punto di vista, dunque senza domande. «Sono due anni che cercano di buttarmi addosso tante cose . Ma tutto si è intensificato soprattutto dalla campagna delle Europee. È stata fatta passare la narrazione che sono presente in tutte le riunioni e le cabine di regia dove si decidono le nomine: da Di Martino a Di Foggia, dalla Rai alle Ferrovie».
È l’ultimo giorno nella masseria Beneficio. Al mattino esce in auto con al fianco Coco, Sale su un treno per Roma, prima di volare in Sardegna con le due figlie per qualche altro giorno di vacanza.
Il caos, però, è altrove. L’ha provocato l’indiscrezione del Giornale sul rischio di un’indagine per traffico d’influenze. Arianna segue un impianto che le sorelle Meloni portano avanti da tempo. È uno schema apparentemente difensivo, in realtà indubitabilmente offensivo: colpire per primi, denunciare presunti o fantomatici cospirazioni per smontare eventuali inciampi futuri.
Per questo, sposa le tesi pubblicate sulla testata di proprietà della famiglia Angelucci, negando però che si sia trattato di un’azione coordinata. «Domenica non c’è stata alcuna chiamata alle armi e nessuna regia — è la premessa — Anzi, sono commossa dalla solidarietà di Fratelli d’Italia che è stata spontanea. […] Non abbiamo certo dettato nulla a Sallusti, la cosa è partita da lui e non da noi.m Si è provato a dire che è stato scritto sotto dettatura, ma non è così. Non abbiamo citofonato, ma certo non abbiamo ostacolato, perché è stato un modo per fare chiarezza».
Arianna rivendica i frutti dell’operazione, dunque, sostenendo però di non averla ispirata. Eppure, da Giorgia Meloni ai massimi dirigenti di Fratelli d’Italia, è stato un fuoco costante con un bersaglio chiaro: le toghe. Non è un caso che l’Associazione nazionale magistrati provi a reagire, rivolgendosi direttamente alla presidente del Consiglio. «Quello in corso è l’ennesimo attacco alla magistratura, volto a delegittimarla adombrando presunti complotti.n Un esercizio pericoloso che indebolisce le istituzioni repubblicane e danneggia l’intero Paese».
La sorella di Giorgia Meloni alterna i due registri. Ci tiene dunque prima di tutto a fare sapere che non è in corso alcun assalto ai magistrati: «Ho letto che era un modo per provare a intimorire giudici e pm: no, niente di tutto questo». Poi però aggiunge: «È stata fatta chiarezza, perché c’è un metodo che mi lascia incredula».
Dunque, di nuovo, ribadisce l’esistenza di un metodo per affondare mediaticamente, politicamente e giudiziariamente chi governa. E poi ancora, come in un eterno elastico in cui si colpisce e poi si ritira la mano: «Non abbiamo voluto acuire lo scontro con la magistratura […] . Non avevamo intenzione di alimentare lo scontro tra governo e magistratura».
Non si capisce allora se qualche procura stia davvero indagando. «Che io sappia non c’è un avviso di garanzia, non c’è proprio nulla. Non abbiamo notizie », fa sapere, salvo non poter escludere di essere indagata senza averne notizia.
«Sono tranquillissima e so di non aver fatto niente di male. Non ho mai influenzato o cercato di influenzare decisioni sulle nomine, né preso parte a riunioni di questo tipo». E ancora: «Sono scossa, non è possibile essere sbattuta sui giornali senza alcuna verifica dei fatti, non accetto di essere dipinta per come non sono. Non è il mio modo di essere, non è quello che viene raccontato».
Dal cerchio magico trapela semmai la sensazione che la premier non intenda fermarsi, approvando la separazione delle carriere. Significa alimentare per ora il conflitto con le toghe, ostili a questo progetto, e sedersi soltanto più tardi al tavolo per cercare un compromesso sulla riforma. Anche in questo caso, si tratta di metodo politico oliato: alzare la pressione, poi trattare.
E d’altra parte, che di segnale diretto alle toghe si tratti lo chiarisce anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, a sera: «Stranisce la dura presa di posizione di Anm — dice — Sallusti ha riportato dati veri ed incontrovertibili in ordine alle calunnie alimentate dalla sinistra e da certo giornalismo
In altri tempi tali notizie venivano date non per raccontare un fatto, ma per determinarne un altro». Poi torna l’elastico, il metodo: «È necessario smettere di provare a tirare la magistratura per la giacchetta». Tutto fin troppo chiaro
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
DALLA RAI AL CAOS CARCERI, I SOVRANISTI LITIGANO SU TUTTO, MA ORA GRIDANO AL COMPLOTTO
Vittimismo e aggressività: è questa la cifra stilistica di Giorgia Meloni. La contraddistingue da sempre ma la tragedia è che questo suo modo di raccontarsi al mondo se poteva andare bene quando era all’opposizione, e parlava da capetta di partito, stride ora terribilmente col suo ruolo istituzionale di capo di governo.
Lei continua, nonostante tutto, a comportarsi come fosse la leader di una piccola formazione di opposizione. Parla alla propria comunità e si scaglia contro i suoi nemici che sono tutto il resto del Paese che non sia il suo partito e gli alleati.
Ma anche su questi ultimi bisognerebbe andar piano, considerando che continuano a sfilarsi dalla ragnatela meloniana, con la Lega che scappa sempre più a destra e Forza Italia verso il centro. Meloni, dicevamo, continua con il suo piagnisteo su presunti complotti.
Questa volta a essere presa di mira sarebbe la sorella Arianna, su cui, secondo il quotidiano Il Giornale, amico della premier e di proprietà di un parlamentare eletto con la Lega, sarebbe pronta un’indagine per traffico di influenze sulle nomine pubbliche
L’ossessione di Meloni per i complotti
Ma il vero obiettivo, ha frignato la Meloni con i suoi, sarebbero lei e il suo governo. Non è la prima volta. Emblematico fu il piagnisteo vittimistico che Meloni consegnò in un videomessaggio alla kermesse di FdI organizzata per celebrare un anno di governo nell’ottobre dello scorso anno.
“Noi siamo il nemico da abbattere perché noi siamo uno specchio, uno specchio della loro meschinità. Se noi riusciamo tutta questa gente dovrà fare i conti con la propria coscienza – spiegò la premier -. La cattiveria e i metodi che usano per indebolirci hanno raggiunto vette mai viste prima”.
A chi mai si rivolgesse la presidente del consiglio non è mai stato possibile sapere. Appena qualche mese dopo il suo fedelissimo ministro Guido Crosetto disse in un’intervista al Corriere della Sera che “l’unico grande pericolo” per la continuità dell’esecutivo “è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria”.
Toni e argomentazioni berlusconiani che non a caso ritornano ora che Giorgia Meloni è scesa in campo per difendere la sorella, ovvero sé stessa. Ma difendere da cosa? E da chi? I meloniani parlano di poteri forti, il Giornale fa riferimento a un intreccio di sinistra-giornali- toghe.
Per ora siamo solo al fumus persecutionis. Peccato che a soffiarlo sia la premier. Viene lecito chiedersi allora: perché tutto questo? Se c’è una coalizione terribilmente divisa e conflittuale, che poi certo si ricompatta in nome del potere, è questa di destra-centro.
I fronti aperti in maggioranza, dalla Rai alle carceri
Ebbene, mai come ora gli alleati della maggioranza stanno litigando. Praticamente su tutto: Rai, balneari, giustizia, legge sulla cittadinanza. Tutti nodi che verranno al pettine il 30 agosto, durante il vertice tra i leader: Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Il nervosismo monta e si capisce perché. I problemi cui far fronte sono tanti e non si dimentichi nell’elenco la Manovra alle porte, con le scarsissime risorse a disposizione.§Allora quale miglior motivo per depistare l’opinione pubblica dai litigi in corso nella maggioranza di gridare “al lupo, al lupo”, inventandosi fantomatici nemici che tramano per far cadere il governo e dunque spingere gli alleati a ricompattarsi per bramosia di potere?
Sulla Rai è stato tutto rinviato a settembre, dopo giorni di liti sulle nomine dei vertici, che Salvini contesta. Sui balneari il governo ha capito che le gare non sono più rinviabili all’infinito, pena il ricorso da parte della Commissione europea alla Corte di giustizia. Anche in questo caso la Lega dovrà farsene una ragione.
Sull’emergenza carceri, se il ministro Carlo Nordio ha aperto a soluzioni alternative alla detenzione contro il sovraffollamento delle carceri, come insiste Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega sono contrarie a quello che considerano un colpo di spugna.
Sulle nuove norme per la cittadinanza agli stranieri, Forza Italia continua a condurre in solitaria la sua battaglia e anche qui meloniani e leghisti le danno addosso.
E poi c’è la Manovra, appunto, con Giancarlo Giorgetti poco incline a soddisfare gli appetiti elettorali dei vari partiti. Anche perché la coperta è corta, anzi cortissima.
Toghe in allarme
Ma la battaglia di Meloni contro i mulini al vento scatena anche la preoccupazione dei magistrati. Col pericoloso cortocircuito tra i poteri dello Stato che questo governo, con le sue riforme minacciose, dall’Autonomia al premierato, ha creato.
Le toghe sono rimaste spiazzate dal caso su Arianna Meloni. L’Anm parla di ennesimo attacco alla magistratura e di “esercizio pericoloso”. “Ero inizialmente convinto che stesse scherzando”. Così a Repubblica ha detto invece l’ex magistrato Armando Spataro.
L’ipotesi che si tratti di un complotto, afferma, “non sta né in cielo né in terra e bisogna avere la serietà di evitare simili richiami perché è come far ricorso alla teoria del ‘non si può escludere che…’, che autorizza a pensare che possono volare anche gli elefanti”. Ma ora a Giorgia fa comodo pensare che gli elefanti spicchino il volo.
(da lanotiziagiornale.it)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
FIGLIO DI QUEL RISENTIMENTO CHE LA PREMIER E LA SORELLA HANNO EREDITATO DALL’AMBIENTE DI PROVENIENZA E DI RECENTE CONVERTITO IN VITTIMISMO, FUNZIONA COME DISTRAZIONE DI MASSA
Niente paura, quello che Giorgia e Arianna Meloni hanno forse pianificato e comunque
avvalorato rimane al momento un complotto di sicurezza, quindi precauzionale, approssimativo, di famiglia e di masseria, un tipico complotto all’italiana. Figlio da un lato di quel risentimento che le sorellone d’Italia hanno ereditato dall’ambiente in cui sono cresciute e di recente convertito in vittimismo; dall’altro funziona come utile distrazione mediatica riguardo agli affari di un governo che va maluccio, e insieme messa di mani avanti rispetto a qualche imprecisato impiccio che nella vita pubblica non manca mai e che nei partiti-famiglia tutti si aspettano più prima che poi.
Ora, nella storia l’essenziale non è mai invisibile e cercare ipotetici complotti e ancora di più accennarvi con sdegno è un modo per non guardare alle proprie responsabilità. Ma l’indeterminatezza della denuncia — «vogliono indagare Arianna», vogliono far cadere il governo — riflette in genere la fragile incertezza di un potere, il suo costante agitarsi in una presunta trama di manovre che sconfina in una forma di paura e in una deriva cospirativa che da più parti può anche farsi coincidere con la paranoia. L’odierna società, secondo gli ultimi due rapporti del Censis, ne è certamente malata, per quanto con effetti sconcertanti.
Nel caso specifico, per esempio, è curioso che nel lanciare l’allarme la presidente del Consiglio abbia richiamato la vicenda di Berlusconi, a sua volta preteso bersaglio di svariatissimi complotti (istituzionali, giudiziari, cortigiani, internazionali): ma che lei stessa due anni orsono accusò di tramare nell’ombra contro il suo nascente governo: «Non sono ricattabile» fu la cruda formula.
Altrettanto sorprendente è poi l’individuazione, quale ispiratore della supposta congiura, di quel medesimo Renzi che per proprio conto, da tempo e con insistenza, va evocando congiure di magistrati ai suoi danni — e che già nel 2018, allegramente ma significativamente volle augurare «buon complotto a tutti».
Quanto alle condizioni meteo-stagionali, varrà la pena di segnalare che in estate Meloni ha un debole per la denuncia cospirativa, vedi analoghe sortite nel luglio e nel settembre dello scorso anno, quando alle prese con i casi Delmastro, Santanché e Apache (La Russa), accusò «un certo potere costituito» e poi «i soliti noti» di lavorare per la caduta del suo governo.
In realtà, e senza soverchie pedanterie sul ruolo effettivamente esercitato da sorelle, cognati, famigli ed ex compagni recuperati per le vacanze, è pur vero che il complotto nasce con la storia e quella d’Italia può leggersi come una sequela ininterrotta di fantasmi che reggono e determinano gli eventi in un profluvio di forze oscure e temuti golpe, grandi vecchi, santuari, menti raffinatissime, poteri forti e occulti, manine e manone, macchine del fango; e via andare, di tutt’erba un fascio, dall’assassinio Pasolini al Britannia delle privatizzazioni, dalle toghe rosse al papiello della trattativa, dal piano Kalergi al televoto di Sanremo passando per Emanuela Orlandi, Vatileaks, Telekom Serbia, le amiche baresi del Cavaliere, la tecnocrazia dello spread, i frigoriferi abbandonati a Roma, fino ai vaccini, alle scie chimiche e ai microchip sottopelle.
In egual misura pretesto e luogo comune, scorciatoia, mito, credenza ed espediente per fregare il prossimo, ecco che il complotto e la sua ricorrente evocazione hanno accompagnato ormai due, forse tre generazioni di giornalisti divenuti necessariamente scettici, se non perdutamente negazionisti — e forse addirittura a torto perché non c’è strategia che implichi un qualche grado di segretezza. Ma in Italia si esagera sempre e Meloni ci mette del suo, anche se bisogna riconoscere che Berlusconi aveva più costanza e inventiva.
Dagli e dagli, in attesa della trama definitiva da individuare e da smascherare, nel linguaggio e nella cultura giovanile il periodico allarme viene parodiato secondo l’irresistibile formula usata da Aldo Biscardi al Processo del lunedì: «Gomblotto». In questo senso è possibile che, insieme alla solita commedia, la faccenda abbia a che fare con la malattia nazionale del melodramma, là dove i cattivi dell’opera lirica sono cattivissimi e le loro vittime sempre innocenti.
In questo senso dice molto una preziosa dichiarazione di solidarietà dell’onorevole fratello d’Italia Salvatore Caiata per cui «l’effluvio di parole come coltelli di una penna» (sic) fanno male ad Arianna, «che prima di essere una politica è una donna e una mamma».
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
TRA I GIOVANI SOLDATI DI LEVA CATTURATI DAGLI UCRAINI DOPO L’OFFENSIVA SU KURSK
«Erano già diversi giorni che le radio non funzionavano. Poi, la mattina del 6 agosto, gli ucraini hanno iniziato a bombardare la nostra postazione, colpi di mortaio e di carro armato».
In uno scantinato di una colonia penale nell’oblast di Sumy, una settantina di uomini, la maggior parte sulla ventina, se ne sta seduta sui letti. Sono tutti chiusi in cella. C’è chi guarda la televisione, chi legge un libro, chi si tiene la testa tra le mani. Giovani, giovanissimi — i più piccoli hanno 19 anni — sono i prigionieri di guerra dell’offensiva su Kursk, quelli che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito il «fondo di scambio», preziosi per riavere a casa i militari dell’Azov, ancora nelle mani di Mosca.
Con un ristretto gruppo di giornalisti internazionali, il Corriere della Sera ha avuto accesso alla prigione ieri in tarda mattinata. Qui, in presenza di un militare ucraino, abbiamo potuto intervistare alcuni prigionieri russi. A ognuno di loro abbiamo prima chiesto il consenso dando garanzia di non pubblicare né il volto, né il nome, come impone la convenzione di Ginevra, oltre a non rivelare la posizione della prigione, come richiesto dalle autorità ucraine.
Il responsabile dei prigionieri, che si è identificato con il solo nome di battesimo, Vadym, ha sottolineato come questa sia solo una parte dei nemici catturati da Kiev in questi giorni: «Da questa colonia sono transitati in almeno 300 a partire dal 6 agosto» e ci ha spiegato come parte dei militari presi è già stata trasferita a Ovest, nei centri di detenzione più lontani dal fronte, per evitare che i raid russi possano eliminarli.
Il trattamento
I prigionieri stessi – Pow, prisoners of war secondo la definizione del diritto internazionale – confermano al Corriere di essere stati assistiti dai funzionari della Croce Rossa internazionale, come prevede la convenzione di Ginevra e di aver ricevuto assistenza medica in ospedale prima di essere rinchiusi. Nelle prime due celle, le reclute, i coscritti. Impauriti, magri. Indossano tute, felpe, infradito. Quelli che il presidente russo Vladimir Putin aveva promesso non sarebbero stati mandati a combattere. Dicono di aver ricevuto un addestramento in media di 3-6 mesi, di non aver mai imparato a sparare e di non aver mai sparato. Uno di loro, ferito lievemente a un piede, sostiene di aver tentato di uccidersi con una granata per evitare di essere preso e poi di essere stato tratto in salvo dagli ucraini che l’hanno curato e portato in ospedale.
Ma è un 19enne, ex studente di Legge, con indosso una camicia a quadri, a dare un resoconto più dettagliato della cattura. «Nella notte del 6 agosto ero di guardia. Ma già da alcuni giorni la comunicazione con il punto di comando era interrotta e l’atmosfera era tesa. Certo, non mi aspettavo che gli ucraini stessero per attaccarci. Siamo stati catturati in 28 nel villaggio di Guevo, ci siamo tutti arresi subito», racconta. Con lui, altri due coscritti, uno, 21 anni dalla Repubblica di Mordovia, e l’altro, un ex meccanico della Repubblica dei Baschiri. Zone remote e povere, dove non sono mancate le rivolte contro la leva di Mosca.
Nell’angolo opposto della cella, altri due 19enni dalla regione di Mosca, un ex falegname e un ex meccanico, mostrano alcuni volumi messi a disposizione dalle guardie carcerarie. Nella pila, «I lavoratori del mare», che Victor Hugo scrisse in esilio. «Non l’avevo mai letto», afferma uno dei due. Poi, a voce più bassa, aggiunge: «In realtà non ho mai letto un libro in tutta la mia vita». Chiediamo ai prigionieri se sperino di essere scambiati. «Sì, vorremmo tornare a casa, non abbiamo mai voluto andare a combattere», sostengono. Quando domandiamo del trattamento ricevuto al momento della cattura la risposta è sempre la stessa: «normale, normale». E tutti riportano di essere stati legati, bendati ma di non essere stati maltrattati. Su nessuno dei prigionieri incontrati abbiamo notato segni di torture o percosse.
Nella seconda cella delle reclute, l’atmosfera è meno distesa. Tanti non si vogliono mostrare in volto e non desiderano parlare con i giornalisti. Un giovane con la testa fasciata tiene lo sguardo fisso sul pavimento, il suo vicino di letto a castello sibila tra i denti che prima di essere coscritto studiava all’università e che ora la sua vita è finita.
«Ci avevano promesso che non avremmo preso parte alle ostilità. Ma qualcosa è andato storto». In Russia tutti gli uomini, una volta compiuti i 18 anni, devono prestare servizio militare per un anno. I coscritti rappresentano il gradino più basso dell’esercito. Vengono arruolati dopo il liceo e svolgono mansioni umili, come spalare la neve o pulire le latrine. Dopo che Mosca ha invaso l’Ucraina nel 2022, Putin ha promesso alle madri preoccupate che le reclute non sarebbero state coinvolte in alcun combattimento. Lo zar ha in gran parte mantenuto questa promessa, anche se alcune di loro sono finite in Ucraina nel caos del primo anno di invasione o sono state costrette a firmare contratti dai loro ufficiali. La maggior parte, tuttavia, per rimediare alla carenza di uomini è stata dislocata lungo l’esteso confine occidentale, con l’idea che mai avrebbe dovuto affrontare un attacco. Poi, il 6 agosto, quando l’Ucraina ha sconfinato nel Kursk, le cose sono cambiate.
Gli spazi della cella sono puliti ma il caldo estivo impesta la poca aria che passa da una piccola feritoia mentre una pesante porta di metallo chiusa con due chiavistelli separa i prigionieri dal resto del mondo.
Il responsabile della colonia penale ci scorta dai più anziani. Tra loro c’è un sottufficiale della frontiera di Kursk, classe 1982: ha la pancia grossa e un piede ferito da una mina calpestata nella fuga. «Mi sono arruolato tre anni fa perché mi sembrava un lavoro sicuro. Non avrei mai pensato di trovarmi la guerra davanti». Poi alza lo sguardo, sorride. «Non è che per caso ha una sigaretta?».
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA È DIVENTATA VIRALE E SI È SCATENATO UN PUTIFERIO: IL GIOVANE FRANCESCANO DELLA PARROCCHIA UNIVERSITARIA DI SAN DOMENICO È STATO COSTRETTO A CORREGGERE IL TIRO MODIFICANDO LA LOCANDINA (MA NON LA PROPOSTA), TOGLIENDO LE FOTO DEL CALICE DEL VINO E QUELLO PER LE OSTIE VICINO AL BICCHIERE DI SPRITZ
Una locandina posizionata fuori dalla chiesa con scritto “dopo la messa apericena e spritz
offerti per tutti”. Succede ad Urbino (Pesaro e Urbino) dove fra Andrea Ricatti, giovane francescano della parrocchia universitaria San Domenico, ha avuto questa idea per attirare i giovani del paese ad andare a messa la domenica.
Una proposta che è diventata virale e ha suscitato anche polemiche tanto che il religioso, insieme al vescovo, ha corretto un po’ il tiro modificando la locandina ma non la proposta. Il manifesto inizialmente riportava la scritta “2xuno” con l’immagine di Gesù e pubblicizzava “messa & apericena” ogni domenica dalle 19.15 con le foto del calice del vino e quello per le ostie accostate al bicchiere di spritz.
Alcuni fedeli non hanno apprezzato il fatto di unire il momento profondo dell’eucarestia con un alcolico ma il frate ha spiegato che “non era mia intenzione offendere nessuno, la liturgia è sacra e non si tocca ma dopo l’agape fraterna c’è il convivio”. Obiettivo del religioso era “coinvolgere i ragazzi nella funzione e poi in un momento di convivialità perché la Chiesa è accoglienza”.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
LE IPOTESI PER SPIEGARE L’AFFONDAMENTO… LA TROMBA D’ARIA MARINA E IL TORNADO
Stamattina alle 6.30 sono riprese le ricerche dei dispersi del naufragio di Palermo a Porticello, dove lo yacht Bayesian è affondato al largo di Porticello a una profondità di circa 50 metri a causa di una tromba d’aria. Tutto è accaduto verso le 4 del mattino di ieri, 19 agosto. Secondo una prima ricostruzione quando la tempesta ha investito il veliero l’albero si è spezzato e lo scafo è stato rovesciato dal vento e dalle onde, inabissandosi a 50 metri di profondità. Anche se ci sono dubbi sul fatto che questa sia l’unica causa della tragedia. La barca olandese Sir Robert Bp, ormeggiata vicino alla Bayesian, ha messo in acqua un tender per salvare 15 naufraghi. Il suo albero è rimasto intatto. La barca a vela veniva utilizzata per crociere extralusso. Il costo del noleggio era intorno ai 200 mila euro a settimana.
I naufraghi e i dispersi
Secondo il capo della Protezione civile regionale siciliana Salvo Cocina i sei dispersi del naufragio della Bayesian sarebbero il presidente della Morgan Stanley International Jonathan Bloomer, la moglie; l’imprenditore britannico del settore Tlc Mike Lynch, proprietario dell’imbarcazione e fondatore della Autonomy, la figlia diciottenne Hannah, il legale di Linch, l’avvocato Chris Morvillo e la moglie Nada. Gli speleosub sono riusciti ad accedere al ponte di Comando, ma non sono riusciti ad andare oltre per la presenza di suppellettili che ostacolano il passaggio. La moglie di Lynch, Angela Bacares, è tra le 15 persone salvate: nove membri dell’equipaggio e sei ospiti del magnate inglese. Secondo i soccorritori i sei che rimangono dispersi sono rimasti intrappolati nelle cabine dello yacht. La procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta.
L’albero maestro spezzato
La tempesta ha spezzato l’albero maestro, secondo quanto raccontato dai testimoni. «Il vento era forte, fortissimo. All’improvviso ho visto l’albero maestro del veliero spezzarsi e cadere in mare. È successo tutto in pochissimi istanti», racconta Karsten Börner, il comandante tedesco della Sir Robert Baden Powell. «Era in corso una tempesta. Volevamo spostarci da lì ma non abbiamo avuto il tempo». Il comandante, sceso sul tender della sua imbarcazione, è andato incontro ai naufraghi riuscendo a salvarne 15: «Ma quando siamo tornati non c’era più nessuno in acqua». Ora il Bayesian si trova in fondo al mare con 18 mila litri tra combustibile e olii. L’albero dello yacht era in alluminio ed era alto 75 metri, il secondo al mondo. La nave era lunga 56 metri. La rottura ha fatto inclinare l’imbarcazione, riempiendola d’acqua. «Abbiamo sentito un rumore di vetri rotti», racconta una superstite.
L’ipotesi della secca e la falla nello scafo
C’è però un’altra tesi che potrebbe spiegare il naufragio. La Stampa dice che gli investigatori si stanno chiedendo se una burrasca con un vento dai 70 ai 90 chilometri l’ora possa abbattere un albero maestro. A indagare è la procura diretta da Ambrogio Cartosio. Una delle ipotesi è che la rottura non sia stata provocata dalla tromba d’aria ma da un fenomeno meteorologico chiamato downburst. Caratterizzato da venti che impattano sulla terra e sul mare a velocità che possono superare i cento chilometri l’ora. Le raffiche riescono a raggiungere i 150. Sotto la lente anche un poco probabile difetto di fabbricazione dell’albero. Oppure quella dell’impatto della deriva (la parte sotto dell’imbarcazione) del Bayesian con la Secca della Formica che si trova proprio di fronte al porticciolo. Dai 60 metri di profondità la secca raggiunge con due punte la superficie del mare.
Il vento, lo yacht, l’affondamento
Secondo questa tesi il vento ha spostato lo yacht provocando così lo scontro della secca con lo scafo. E aprendo una falla che avrebbe fatto inclinare il veliero fino a farlo affondare. Il meteorologo Paolo Sottocorona dice a Repubblica che l’affondamento di una barca di 50 metri per il maltempo lo ha sorpreso: «Il mare caldo sembra piacevole, ma il calore dal punto di vista fisico è energia. Il Mediterraneo in questo momento è una tanica di benzina. Se ci metti un fiammifero, cioè una corrente di aria fredda come quelle di questi giorni, lui esplode». Sottocorona, che è anche istruttore di vela, spiega che «più il mare è caldo, più le trombe d’aria sono forti. Le trombe d’aria più distruttive un tempo colpivano una volta ogni cento anni. Ora ne vediamo una o più per ciascun anno. Anche i modelli meteorologici fanno fatica a prevedere eventi così intensi».
Le trombe d’aria e il downburst
Sottocorona spiega anche cosa può fare chi va in mare: «Di fronte a una tromba d’aria, girare alla larga appena la avvista. Le trombe d’aria non si spostano a grandi velocità, 50 o 60 chilometri all’ora, ma attorno a sé hanno venti che arrivano a 300 chilometri all’ora od oltre. È come essere investiti da un treno. Se dovesse succedere bisogna togliere subito le vele, chiudere ogni oblò, far legare tutto l’equipaggio e sperare che lo scafo regga. A me è capitato di vederne una mentre ero in barca vicino al Giglio e sono scappato. Ma di notte, all’improvviso, come al Bayesian, in effetti è una situazione difficile». Chi naviga, quindi, deve essere prudenti «quando rompe il tempo a Ferragosto, il mare è caldo e le temperature sono elevate come quelle della Sicilia nei mesi scorsi».
Il tornado a 100 km l’ora
E aggiunge: «Ma poi se sei in vacanza è chiaro che non vuoi restare in porto. Anche perché il maltempo di questi giorni è arrivato dopo un’estate quasi senza vento per chi va in barca a vela. Quello che chiamiamo anticiclone africano è un campo di alta pressione che in realtà è centrato proprio sul Mediterraneo. E lì l’aria è quasi ferma».
Mario Tozzi su La Stampa spiega invece che una tromba marina «è un vortice d’aria che investe la superficie marina e non arriva a terra, senza per questo dover essere declassato a fenomeno di entità trascurabile, per quanto siano rarissime le testimonianze di vascelli di dimensioni cospicue sollevati in aria sul mare. La si identifica con certezza solamente nello stadio 4 del suo ciclo vitale, quello del “vortice maturo”. Dubbi sono invece gli avvistamenti della fase di decadimento finale (stadio 5) e, soprattutto, degli stadi iniziali, dalla “macchia scura” all’“anello di spruzzi”.
Che cos’è una tromba marina
Il geologo e divulgatore scientifico spiega che la tipica forma a imbuto «si deve al fatto che, nella parte superiore della colonna, l’aria in ascesa si espande, provocando un aumento dell’umidità relativa e della condensazione». Invece, i tornado propriamente detti «sono tra le perturbazioni meteorologiche più violente che si possano scatenare in natura. Sono sempre locali (con un diametro compreso fra 150 e 600 metri) e di breve durata (percorrono al massimo 25 km prima di esaurirsi) e si spostano a circa 50 km/h, ma la velocità del vento può addirittura superare i 600 km/h e l’energia è tale da fare “deflagrare” le abitazioni». Negli Stati Uniti se ne registrano circa un migliaio l’anno. In Italia molti meno: circa venticinque negli ultimi dodici mesi». Un numero probabilmente sottostimato.
(da Open)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
“IN NESSUN’ALTRA NAZIONE AL MONDO UN RAGAZZINO BALBUZIENTE DI SCRANTON AVREBBE POTUTO SEDERSI AL RESOLUTE DESK DELLA CASA BIANCA”… UN DISCORSO DI 45 MINUTI DA GRANDE STATISTA
«America, ti ho dato il meglio di me stesso», dice Joe Biden dal palco di Chicago dopo che
cessano i 4 minuti di applausi e standing ovation. Non capita spesso, a una convention, di assistere a episodi davvero storici. Il passaggio del testimone della campagna elettorale di Biden alla sua vice Kamala Harris è stato uno di quei momenti. Su quel palco Biden avrebbe dovuto accettare la nomination per la rielezione: invece l’ha ceduta dopo le pressioni del suo partito.
Alla fine c’era tutta la famiglia di Biden là sopra: i figli Hunter e Ashley (lo ha presentato lei e il padre, commosso, ha dovuto asciugarsi le lacrime prima di parlare) e almeno sei nipoti, incluso il piccolo Beau Jr., che il presidente Usa ha preso per mano mentre usciva di scena.
Kamala Harris e il marito Doug Emhoff li hanno raggiunti e abbracciati. È l’immagine che avremmo visto nell’ultima serata della convention se Biden fosse stato nominato candidato del partito alla Casa Bianca. Ed è una immagine che colpisce anche perché Biden non ebbe una simile standing ovation quando fu nominato nel 2020, in piena pandemia: era circondato da poche persone in una stanza buia.
Biden aveva definito la sua corsa per la Casa Bianca nel 2020 come una lotta per «l’anima della nazione». Ieri notte ha detto di aver dato la propria stessa anima a questa nazione, nel mezzo secolo in cui è stato in politica. «Quando avevo 30 anni mi dicevano che ero troppo giovane per fare il senatore, adesso che sono troppo vecchio per fare il presidente. Ma ho più ottimismo oggi nel mio cuore per il futuro di quanto ne avevo a 29 anni». Il presidente ha espresso gratitudine alla sua famiglia e al Paese. Ha cercato di spiegare i suoi successi, un tema su cui spesso si è trovato in difficoltà e si è sentito non capito dall’elettorato e dai media. Ha citato sovente e sin dall’inizio Donald Trump («Trump non ha mai costruito una singola dannata cosa»).
Ma ha anche indicato il futuro, affermando che Harris, seduta in tribuna tra il marito Doug e il vice Tim Walz, è stata una partner essenziale di governo, colei che – data la maggioranza ristrettissima al Senato – ha spesso dato il voto decisivo per le loro conquiste legislative più importanti. Biden ha definito la decisione di sceglierla come vice la «cosa migliore che ho fatto nella mia carriera». Poi ha ripreso una frase dal suo ultimo discorso allo Studio Ovale: «In nessun’altra nazione del mondo un ragazzino balbuziente di Scranton avrebbe potuto sedersi dietro al Resolute Desk nella Casa Bianca». E il passaggio conclusivo, accolto dagli applausi del pubblico: «Ho fatto molti errori nella mia carriera, ma America per 50 anni ti ho dato il meglio di me».
Tra le conquiste rivendicate con più forza dal presidente nel suo discorso c’è l’aver portato infrastrutture e tecnologia in ogni parte del Paese («Come fece Roosevelt con la rete elettrica») e in politica estera l’allargamento della Nato: «Trump si inchina a Putin. Io non l’ho mai fatto e vi prometto che non lo farà neanche Kamala Harris».
Ma Biden sa bene che il pubblico che lo interrompe più volte per gridare «Thank you Joe» lo ringrazia non solo per i suoi successi, ma per il fatto di essersi ritirato.
Biden ha riconosciuto che i manifestanti «hanno le loro ragioni» (senza però spiegare se non avrebbe potuto riconoscerle prima): «Lavoriamo 24 ore su 24 per il cessate il fuoco a Gaza», ha detto, ottenendo un grande applauso quando ha detto che la guerra «deve finire». Alcuni delegati filo-palestinesi gli davano però le spalle, avvolti nelle kefiah, e si tappavano la bocca con la mano, sollevando l’altra per mostrare una spilla con la scritta «non un’altra bomba».
Ci sono 30 delegati «uncommitted» (non legati a nessuno) su circa 4.600: sono il risultato del voto di protesta contro Biden per Gaza nelle primarie in Minnesota, Michigan e altri Stati. La maggior parte (11) vengono dal Minnesota. Volevano un posto a tavola: chiedevano che una pediatra che ha lavorato a Gaza potesse parlare sul palco ma questo non accadrà. Però è stato concesso loro ieri di tenere un incontro proprio come tutti gli altri «caucus» o gruppi di attivisti che compongono il partito (Lgbtq+, donne, nativi americani e così via). Una conquista definita storica dagli stessi partecipanti, molti dei quali hanno perso famigliari e amici a Gaza. Come i manifestanti fuori dall’arena, però, questi delegati vogliono sia un cessate il fuoco a Gaza che un embargo – cui Harris non è favorevole – sulle armi inviate a Israele.
Il discorso è durato 45 minuti: cominciato alle 10:30 (le 11:30 di sera sulla Costa Est) non era in prima serata.
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
KAMALA LO CELEBRA: “L’AMERICA TI E’ GRATA. QUANDO COMBATTIAMO, VINCIAMO”… BIDEN: “AMO IL MIO LAVORO, MA AMO DI PIU’ IL MIO PAESE. KAMALA E’ TOSTA, PREPARATA E HA UNA GRANDE INTEGRITA’, GARANTIRA’ LA DEMOCRAZIA NEL NOSTRO PAESE”
Prima cosa, difendere e rivendicare i risultati della sua amministrazione. Un po’ per togliersi il sassolino dalla scarpa di essere stato costretto al ritiro, quando avrebbe meritato il secondo mandato, e un po’ per sollevare dalle spalle di Kamala Harris il peso di farlo lei nel suo discorso, lasciandola libera di puntare invece sulla visione per il futuro.
Prima cosa, difendere e rivendicare i risultati della sua amministrazione. Un po’ per togliersi il sassolino dalla scarpa di essere stato costretto al ritiro, quando avrebbe meritato il secondo mandato, e un po’ per sollevare dalle spalle di Kamala Harris il peso di farlo lei nel suo discorso, lasciandola libera di puntare invece sulla visione per il futuro.
Seconda cosa, lanciare senza rancori o riserve la candidatura della vice, perché è la migliore in grado di preservare e proseguire la sua eredità politica, ma soprattutto perché è l’opzione più affidabile per “preservare la democrazia”, impedendo a Donald Trump di tornare alla Casa Bianca.
Lungo queste due direttive si è mosso il discorso che ieri sera Joe Biden ha tenuto alla Convention democratica di Chicago, un po’ testamento di una vita dedicata alla politica e all’America, e un po’ passaggio della torcia nelle mani della nuova generazione di Kamala.
La Convention gli ha lanciato un messaggio collettivo di amore, disegnando la serata inaugurale come omaggio e ringraziamento a Joe, per i risultati raggiunti e per essersi fatto da parte. L’intera arena era tappezzata dagli slogan preferiti dal capo della Casa Bianca, tipo “Spread the faith” e “History is in your hands”, ossia “la storia è nelle vostre mani, vinciamo insieme”. Ad introdurlo ci hanno pensato la moglie Jill, che fino all’ultimo aveva caparbiamente difeso il suo diritto a continuare la corsa presidenziale, e la figlia Ashley. Lui si è commosso, al punto di tirare fuori il fazzoletto per asciugare qualche lacrima.
Poi ha rivendicato i successi, che secondo lui gli avrebbero dovuto garantire il secondo mandato. Primo fra tutti il merito di aver salvato il paese dall’epidemia di Covid, così mal gestita o ignorata da Trump per salvaguardare il suo interesse personale. Poi gli stimoli economici con cui ha fatto rinascere gli Usa dalla recessione, anche se molti li accusano di essere all’origine dell’inflazione.
Quindi gli oltre 16 milioni di posti di lavoro creati, almeno 800.000 nel settore manifatturiero; leggi e regole per affrontare l’emergenza clima; le iniziative per ricostruire le infrastrutture, rilanciare la produzione dei chip in patria, abbassare i prezzi delle medicine. E ovviamente la leadership internazionale, soprattutto nel consolidare l’alleanza occidentale per fermare Putin in Ucraina, anche se 36 delegati non impegnati a sostenerlo si preparavano a contestare le sue scelte a Gaza. Ai manifestanti ha concesso che “hanno le loro ragioni per protestare”, ma ha ribadito che “lavoriamo 24 ore su 24 per un cessate il fuoco”.
Biden ha descritto il suo mandato come un successo complessivo per gli Usa, che ora però è minacciato dal pericolo posto da Trump per le basi stesse della democrazia. Perciò ha indicato in Harris la scelta più logica per proteggere la sua eredità politica e far procedere il rilancio dell’America, come paese inclusivo dove l’opportunità di realizzare i sogni viene offerta a tutti nella stessa maniera.
“Non c’è posto negli Stati Uniti per la violenza politica”, ha detto il presidente ricordando le violenze fomentate da Trump, dall’assalto al Congresso del 6 gennaio alle manifestazioni di Charlottesville. In tutti questi casi “la democrazia ha prevalso e adesso deve essere mantenuta”, eleggendo Kamala.
Biden ha stigmatizzato anche le critiche del rivale: “Non si può amare il proprio Paese solo quando si vince”. Eppure la minaccia del tycoon “è ancora viva e se perde si rischia un bagno di sangue”. Ha detto che “Trump è un bugiardo, un perdente e un criminale condannato. L’America invece è prospera e vincente. Non c’è nessun Paese al mondo che non pensi che l’America deve guidarlo”.
Quindi è passato a spiegare il motivo del suo ritiro: “Amo il mio lavoro, ma amo il mio Paese di più”. Perciò si è fatto da parte, convinto che “Kamala e Tim continueranno quel lavoro”. Perché “sceglierla come vice presidente è stata la migliore decisione della mia carriera. E’ tosta, è preparata ed ha una grande integrità”. E poi “i migliori presidenti sono stati vice presidenti”, incluso se stesso, ha detto con una battuta.
Quanto a rancori o divisioni, ha voluto rassicurare tutti: “Sarò il primo e il miglior volontario che Kamala e Tim abbiano mai avuto”. Dunque un passaggio del testimone sentito e sincero, perché ormai la priorità comune è vincere e tenere Trump fuori dalla Casa Bianca, affinché “la democrazia sia preservata”.
(da La Repubblica)
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