Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
UNA MOSSA PREVENTIVA PER ANTICIPARE UNA SGRADEVOLE INTERVISTA O UN FOTO-SERVIZIO PICCANTE? OPPURE, UN REPORT INFORMALE DEI SERVIZI? O DURANTE LA VACANZA PUGLIESE UNA PAROLA TIRA IL RANCORE DELL’ALTRA, E SONO VOLATI I NOTI VAFFA?
Perché ha voluto sollevare lei il caso? Come mai Arianna Meloni molla improvvisamente la masseria Beneficio di Ceglie Messapica, carica in auto le due figlie (con due nomi non casuali: Rachele e Vittoria), e una volta che raggiunge la mamma Paratore in Sardegna, rilascia un’intervista a Simone Canettieri del “Foglio” annunciando di aver messo alla porta una volta per tutte il suo baldo compagno Francesco Lollobrigida, trasformando così una chiacchiera da Dagospia in un fatto pubblico e dunque politico?
Ipotesi varie ed eventuali. Una mossa preventiva per anticipare una sgradevole intervista o un servizio fotografico piccante? Oppure, durante la vacanza pugliese, una parola tira l’altra, arrivati i nodi al pettine del rancore, sono volati stracci bagnati tra la Sorella d’Italia e il suo amore giovanile e militante nel Fronte della Gioventù missina chiamato Lollo e soprannominato “Beautiful”, già noto come lo “Stallone di Subiaco”? Un report informale dei Servizi?
Brave storia di una relazione sentimentale sbocciata più di vent’anni fa tra i “gabbiani di Rampelli nelle grotte di Colle Oppio e mai arrivata ai piedi dell’altare per il fatidico “Sì” e scambio di fedi e lancio di riso in faccia, perché al momento di preparare i sacchetti con i famosi confetti di Subiaco, succedeva sempre qualcosa che rinviava a tempi più propizi.
Quella stessa sfiga zitellonica che ha colpito, in barba a tutte le pippe sparate nei comizi rovesciando i bulbi oculari (“Sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana”), anche l’agitata vita amorosa della sorella secondogenita che, una volta raggiunto l’altare del potere, si è ritrovata subito scaraventata nella polvere mediatica dal testosterone in ebollizione di Andrea Giambruno, in trasferta tra le arrapanti divette e stagiste di Cologno Monzese.
Oggi di “Lollo beautiful” che, scaricata la destra sociale di Gianni Alemanno trovava asilo come “gabbiano” di Rampelli, non resta che un cinquantenne stazzonato che sembra il residuo provinciale di un film anni ’50 di Dino Risi, alla “Poveri ma belli”.
Nella spettacolosa ascesa da responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia in via della Scrofa 39 a “cognato” più famoso d’Italia a Palazzo Chigi, spaparanzato sulla poltrona di ministro (per mancanza di prove ma surplus di gaffe) della Sovranità Alimentare, già Agricoltura, ritroviamo tutti i temi di rampismo sociale e politico che dettero vita alla fine dell’Ottocento al capolavoro di Maupassant, “Bel Ami”.
Si sa, certi grandi balzi non sono mai privi di conseguenze a livello mentale e di solito qualche rotella salta. Ecco l’intrepido “cognato d’Italia” che non si accontenta di sgranare i nomi dei candidati per Camera e Senato alle elezioni trionfali del 2022 riempiendo le liste di suoi fedelissimi. Una volta elevato dalla “cognata” a quarta gamba della Fiamma Magica (Giorgia, Arianna, Fazzolari), non disdegna di mettere becco sulle nomine nelle aziende di Stato, piazzando consulenti e dirigenti in giro nei vari ministeri.
Daje e ridaje, in piena euforia del potere, si è cotonato il cervello fino al punto di chiedere e ottenere da Trenitalia una fermata straordinaria a Ciampino del suo Frecciarossa diretto a Napoli: il treno aveva accumulato più di un’ora di ritardo e lui non sarebbe riuscito ad arrivare in tempo all’inaugurazione del parco ex mafioso di Caivano per poi tornare a Roma e registrare, come ospite, una puntata del programma di Nunzia De Girolamo su Rai 3 (ahò, m’hai detto un prospero: mi aspetta Nunzia!).
Malgrado le sue minchiate quotidiane (una per tutte, quella della “sostituzione etnica”), forte di essere stato per anni a capo dell’organizzazione del partito, Lollo diventa uno degli uomini più potenti del governo Ducioni, almeno fino al 5 aprile 2023. Quando il “Corriere della Sera” pubblica una incredibile lettera di Rachele Silvestri, una ex parlamentare grillina passata a Fratelli d’Italia che trasforma la sua gravidanza in scandalo politico.
La 36enne di Ascoli Piceno, eletta in un collegio blindato abruzzese per volere di Lollo che fece incazzare i camerati locali, sostiene di essere stata “costretta” a fare il test di paternità per suo figlio di soli tre mesi a causa della “presunta notizia uscita su qualche organo d’informazione” sul fatto che il bimbo non sarebbe figlio del suo compagno ma di un politico molto influente di Fratelli d’Italia, a sua volta sposato”.
Ohibò, chi ha costretto l’ex addetta alle vendite del supermercato Penny di Ascoli Piceno a fare il test del Dna? Quale organo di informazione o sito ha fatto il suo nome? Perché non comunica il cognome del compagno di vita e di gravidanza? Trasparenza per trasparenza, perchè non ha postato il test del Dna? Nessuna risposta.
Più che spegnere i fuochi, la lettera apre un caso politico che autorizza giornalisti e politici a fare domande, a investigare, a infilare il naso. Cominciano infatti a girare voci che puntano il dito su Francesco Lollobrigida, ministro e compagno di Arianna Meloni.
Finché Lollo sbotta sul “Corriere”: “È un anno che mi tengono nel mirino. Ho cominciato con l’apprendere di essere padre a mia insaputa, hanno aggredito una collega che era rimasta incinta e che ha dovuto dimostrare chi fosse il vero padre con un esame del Dna…’’.
Da parte sua, Giorgia Meloni non rilascia alcuna dichiarazione di solidarietà alla puerpera Rachele Silvestri. In fondo, la deputata “costretta” a fare il test di paternità al figlio appena nato è stata eletta con Fratelli d’Italia, e sia come presidente del partito che come prima premier donna, avrebbe potuto dire qualcosa. Invece, nisba.
In Transatlantico e nelle redazioni si chiedono: ma chi ha consigliato la sventurata Silvestri di scrivere la lettera al “Corriere”, che si è trasformata in un boomerang? Qualche autorevole giurista di Fdi? Tra gli addetti ai livori si mormora il nome del vispo Donzelli che, come ex adepto PDL di Maurizio Gasparri, è stato tenuto fuori dalle poltrone del governo, e approfittando del fatto di ricoprire il posto di Lollo come responsabile dell’organizzazione del partito ha pensato bene di rafforzare la sua componente interna.
L’indiscrezione su Donzelli deve avere qualche fondamento perché è da quel momento che la Ducetta decide di promuovere la sorella Arianna a capo della segreteria, mettendo un po’ all’angolo dalla cabina di comando di via della Scrofa il pinocchietto toscano.
Intanto negli ambienti politici i boatos su Lollo ingorganola messaggistica dei cellulari: chi dice che una Arianna ferita nell’onore l’ha buttato fuori di casa, chi conferma che da mesi Lollo alloggia in un albergo di via Veneto, chi vocifera che dopo un’assenza di 9 mesi è ritornato al talamo nuziale, apparentemente perdonato… Chissà chi lo sa. Quello che è certo è che lo “Stallone di Subiaco” viene escluso da Palazzo Chigi: non è più la quarta gamba della Fiamma Magica, sostituito dalla prima segretaria di Giorgia, Patrizia Scurti.
E così si arriva al mesto “Con Lollobrigida siamo separati in casa da tempo” di Arianna rivelato nel colloquio con ”Il Foglio”. Una storia d’amore e di coltelli che conferma che il motto “Tengo famiglia” che il vecchio e saggio Longanesi voleva scrivere sulla bandiera italiana non regge più, finito nel cestino dei vecchi ricordi davanti al logorio della vita moderna.
(da Dagoreport)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
È VIETATA LA BIBBIA MA È POSSIBILE FUMARSI UNO SPINELLO. MA OCCHIO ALLA CARTA PER ROLLARLO: SE VIENE USATA UNA PAGINA DI GIORNALE CHE RITRAE KIM, È LESA MAESTÀ E SI RISCHIA DI FINIRE IN UN CAMPO DI LAVORO … I JEANS VIETATI E I TAGLI DI CAPELLI “OBBLIGATI”: TUTTE LE REGOLE PIÙ ASSURDE DA SAPERE ORA CHE LA COREA DEL NORD RIAPRE AI TURISTI
Bibbia vietata ma marijuana libera, almeno finché non rolli con la cartina sbagliata. Se è fatta
con una pagina di giornale che ritrae Kim Jong-un , la canna in Corea del Nord diventa lesa maestà: così come appoggiare il gomito (o peggio altro) sull’ immagine del leader, fotografarlo a metà o portarsi a casa per ricordo una moneta locale. Benvenuti nel Paese che vieta i jeans, decide il taglio di capelli degli abitanti e fa giustiziare un ministro perché “seduto in modo scomposto”.
Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari. La storia di un qualsiasi turista che arriva a Pyongyang non è una storia qualsiasi, a partire dalle letture serali: una Bibbia lasciata distrattamente sul comò della stanza d’albergo può trasformarsi in un biglietto di sola andata per un campo di lavoro.
Tra le poche libertà concesse c’è quella di fumare marijuana. Ma con un appunto: se qualcuno si azzarda a rollare usando come cartina una pagina con l’immagine del leader, la sua trasgressione potrebbe costargli carcere, campo di lavoro o morte.
Mai tagliare un pezzo di corpo al leader nordcoreano, Kim Jong-un, nemmeno in foto. Si possono scattare solo foto complete. Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari: ecco i divieti più assurdi. Nessuna libertà di movimento: il viaggiatore non può deviare dal percorso del tour, deve comprare solo da negozi specifici e guai a salire sui mezzi pubblici.
Sedersi per sbaglio su una foto del Kim Jong-un? Sacrilegio. Non importa se per errore, in Corea del Nord non si può toccare materiale di propaganda, l’intento non conta (il principio di colpevolezza non esiste e la responsabilità personale nemmeno). Dal prossimo dicembre, dopo le chiusure forzate a causa del Covid, la Corea del Nord tornerà tra le destinazioni a disposizione dei viaggiatori più temerari.
Il turista, reduce da una giornata di visita al complesso di tombe Goguryeo, deve stare attento a crollare sul letto: magari non si accorge che la foto del leader Kim Jong-un, che campeggia su ogni parete, si trova proprio lì accanto: stampata su una rivista. Appoggia il gomito per sbaglio sul ritratto e può passare qualche guaio.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
CHI SI CONTORNA DI PARENTI DEVE METTERE IN CONTO LE PIU’ SERPENTESCHE CONSEGUENZE
Detto con la necessaria e in fondo equanime malizia: hai voluto il partito-famiglia? Beh, adesso pedala. Oppure, a discrezione, proteggiti dall’inevitabile tempesta dopo l’infausta semina, raccogli i preannunciatissimi cocci, piangi la prevista sorte che le tue scelte ti hanno procurato e via con i proverbi della tradizione.
Così Arianna e Lollo si saranno pure lasciati, ma le loro disavventure coniugali, in sé di scarso valore ai fini dei destini collettivi, assumono un indubbio rilievo politico, se non altro diradando le tenebre attorno al recente “complotto” di cui si parla sempre meno e quindi sempre più all’italiana.
Per Giorgia, diffidentissima premier, sarà stato anche comodo affidare il partito alla sorella, fare ministro il cognato, nominare capo della sua scorta il marito della sua segretaria e tenersi come compagno (prima della rottura) un conduttore di talk show. Ma poi, come molte cose importanti della vita, ecco che questa cintura di sicurezza famigliare va rivelandosi a doppio taglio e seguita a ritorcersi contro di lei, per cui non c’è bisbiglio, diceria, credenza, insinuazione, paparazzata, vignetta, crostino social o chicca di Dagospia che non siano messi in piazza rubando tempo, energia e serenità ad ogni ragionevole azione di governo.
Quest’ultimo oscurato, fin dagli esordi, da un costante sgocciolio a base di padri sciagurati, mamme di fervida penna, nonne caratteriste, sorellastre sosia; e poi favoritismi, corna, fuorionda gaglioffi, esami del dna, guardie e ladri notturni attorno alla Porsche sottocasa; fino alle dislocazioni delle stanze e ai costi sostenuti dal famiglione alla Masseria Beneficio. E ci sarà un’ingiustizia in tutto questo crudele impicciarsi dei fatti loro, ma tocca insistere: sono le inesorabili disgrazie del partito-famiglia, incarognite da una politica priva di ideali e progetti.
Chi si contorna di parenti deve mettere nel conto le più serpentesche conseguenze. È matematico o, se si preferisce, è la storia e insieme il destino. Non si pretende qui che i governanti approfondiscano il potere che fin dalla notte dei tempi la mitologia assegnava a Nemesi, figlia della Notte e campionessa ancora in carica della giustizia distributiva; né ci si arroga il diritto di suggerire una rinfrescatina sul concetto di contrappasso nell’inferno dantesco. Quel che sorprende e insospettisce, negli uomini e nelle donne del potere, è l’incapacità di comprendere che tra le più grandi e terribili novità degli ultimi trent’anni c’è proprio la fine di ogni distinzione tra sfera pubblica e privata.
Non è bastato il clamore sul divorzio di Veronica e le amichette di Berlusconi lanciate in politica. Non è bastato che la deflagrazione del centrodestra s’è accesa intorno al rapporto tra Fini, i Tullianos e la casa di Montecarlo. Non è bastata la rovinosa caduta di Bossi e tutto quanto, a partire dalle spesucce per la laurea albanese del Trota, finiva in una cartellina intitolata appunto “The family”. Non sono bastate le peripezie di casa Mastella, i pasticci di babbo e mamma Renzi, le vicissitudini societarie e famigliari di Santanchè, pure incrociatesi con i fulminei acquisti immobiliari in comproprietà con i famigliari di La Russa, e tante, tante altre storie che celebrano il vero, anche se inconfessato core-business della vita pubblica con tutti i suoi indispensabili esibizionismi e le sdolcinate ostentazioni social di figli, animali, pupazzetti e frutta di stagione.
Con il che i governanti continuano a invocare la privacy, nientemeno, e si illudono di salvarsi liquidando con sdegno ciò che giustamente temono come gossip, altro termine straniero che in realtà designa il linguaggio corrente nel tempo della democrazia delle celebrities, dei fan, dei tifosi e dei sicari.
In questo senso, d’altra parte, dalle novelle trecentesche in poi l’Italia (la “nazione”!) è sempre stata perfetta, altro che festival sull’identità con la partecipazione delle fidanzate di TeleMeloni.
Ieri Arianna ha anche parlato con il Foglio di «curiosità morbosa»: e c’è da crederle, a patto di condividere il nesso di causa-effetto tra morbo e curiosità. Dal punto di vista umano la fine di un matrimonio è triste: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo…». Ma senza ipocrisia: nessuno ha obbligato i Fratelli e le sorelle d’Italia a farsi belle e a farla tanto lunga su Dio, Patria e — vedi un po’ — famiglia. Perché la politica servirà pure. Ma la vita è una cosa più complicata di un partito e forse merita uno sguardo in più.
(da repubblica.it)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
IL DOCENTE: “IL PARTITO-FAMIGLIA”
Professor Niola, cooptare la famiglia negli affari, condurre la famiglia sull’altare del potere
rende la felicità attesa oppure porta a un dolore sordo e continuo, un malanno inguaribile?
La famiglia è nel genoma italiano. Abbiamo così tanta cura e tanto affetto per fratelli e sorelle e figli e nipoti e cognati che essi divengono irresistibile pilastro della nostra identità nazionale. Nell’eccesso, e dunque nel traviamento del concetto, si produce quel che possiamo poi definire una conurbazione familistica, il grande agglomerato urbano di fratellanze, cognatanze, sorellanze.
La famiglia a palazzo Chigi è tema prevalente nel dibattito politico. L’ultima notizia a scuotere i partiti è l’amore finito tra Arianna Meloni e il ministro Lollobrigida, cioè tra la sorella e il cognato della premier. Qui siamo forse alla manifestazione della malattia autoimmune della famiglia?
Sarei più cauto. Parlerei di effetto collaterale, naturalmente indesiderato. È come quello che in guerra si definisce fuoco amico. Uno scambio di colpi di artiglieria improvvisi e purtroppo inaspettati.
Lei dice che Giorgia Meloni ha portato la famiglia con sé nelle stanze del potere come atto difensivo, piuttosto comprensibile.
Assolutamente sì. La famiglia è carne e sangue e assolve al dovere della lealtà verso il parente più che verso la legge. La famiglia non è lo Stato, che è un potere astratto e distante.
Ma adesso la famiglia diviene elemento disturbante, quasi una camera magmatica: troppo gas in circolo?
I dolori, mio caro. Questi sono dolori. Qui ritorniamo al fuoco amico.
Comunque in Italia siamo alla pura devozione, siamo al partito dei tengo famiglia.
Non a caso anche la criminalità organizzata è strutturata in famiglie. La mafia – addirittura – chiama “mamma” l’entità giurisdizionale interna. E poi, suvvia: siamo così stupìti dal familismo meloniano in una terra in cui l’industria principale, quella delle automobili, era universalmente riconosciuta con il nome degli Agnelli, cioè di una sola, larga e intramontabile famiglia? Pure i distretti industriali nascono come sostituti funzionali delle famiglie: i Moratti nel petrolio, i Benetton nell’abbigliamento, per fare solo due nomi.
La famiglia è tutto.
Ma vede con quanta cura pratichiamo la celebrazione del pranzo domenicale? Solo noi italiani rifacciamo eternamente il circuito gastronomico parentale, i piatti della nonna serviti come flebo della memoria a cui destiniamo emozionanti narrazioni divengono poi brand assoluti nel marketing dell’industria del cibo. Siamo così profondamente dentro l’articolazione dei legami di sangue che anche il rito del ricordo dei nostri morti è pratica più avanzata che altrove e più coinvolgente che altrove.
Ma non possiamo dire che la piccola Italia è tutta una sola grande famiglia?
L’Italia è nelle mani di poche famiglie. Il potere è schiettamente familiare, la possibile deriva è familistica. L’amoralità è spesso il carattere costituente della via ereditaria al comando. Ricorda il grande saggio sociologico di Banfield?
L’indagine in un paesino del Sud sulle radici del familismo amorale.
Anche il Nord non scherza. Ci sono di mezzo paesi e città.
Dunque Giorgia avrebbe fatto bene a portarsi dietro Arianna, Lollo, Giambruno e tutto il cucuzzaro?
Ha pensato di essere in trincea e ha schierato i familiari a fare da guardiaspalle.
Però i famigli danno dispiaceri.
Nella storia d’Italia la famiglia allargata nella dimensione apicale del potere politico è un fatto riconosciuto come pure in quello economico e anche nel grande mondo dello spettacolo. Al Quirinale il presidente Leone portò la sua oltre ogni imbarazzo.
Siamo tutti figli e fratelli.
Nella letteratura il sentimento familiare viene riassunto da due capolavori: i Promessi Sposi e i Malavoglia.
Siamo proprio così?
Siamo esattamente così.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
“RECLAMA INCARICHI DI PESO E VICEPRESIDENZA MA NON RIESCE NEMMENO A FORMULARE UN NOME”… LE SPERNACCHIATE A GIORGETTI PER LE PAROLE SUL PNRR (“SOVIETICO”): “IL PIANO SERVE AD AIUTARE L’ITALIA. SE POI NON SAPETE SPENDERE I SOLDI, NON È UN PROBLEMA NOSTRO”
Il confronto gelido tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni non accenna a temperarsi. Dopo il voto contrario di Fratelli d’Italia al secondo mandato, il chiarimento tra le due non c’è mai stato davvero. E ancora in questi giorni non è mancato il fastidio, che spesso tracima nell’irritazione, per l’atteggiamento e per alcune parole provenienti dal governo italiano.
In primo luogo per i tempi con cui Palazzo Chigi ha deciso di gestire la nomina del nuovo commissario Ue. Il termine per le designazioni scade a fine mese. E la casella vuota di Roma inizia a essere notata con insofferenza.
Anche perché dei 27 solo in cinque non hanno fornito ancora l’indicazione. Due di questi, però, il Belgio e la Bulgaria sono giustificati dal fatto di non avere ancora un governo pienamente in carica. Poi manca il Portogallo, già soddisfatto dall’approdo dalla presidenza del consiglio europeo di Antonio Costa e quindi consapevole che riceverà probabilmente un portafoglio minore, e la Danimarca. Ma dei “grandi” Paesi è assente solo l’Italia.
Per di più, l’Italia continua a reclamare incarico di peso e vicepresidenza ma nello stesso tempo non riesce nemmeno a formulare un nome. Anzi i tempi lunghi vengono interpretati come un modo per tirare la corda nel negoziato sui “portafogli”.
Negli scambi informali la presidente della Commissione ha ricevuto la conferma che entro pochi giorni (forse già mercoledì prossimo, in Consiglio dei ministri) verrà ufficializzata la candidatura di Raffaele Fitto.
E in parte è conscia che parte del ritardo è provocato dai problemi interni alla maggioranza.
E proprio sull’eredità di Fitto si concentra un’altra preoccupazione ai piani alti di Bruxelles.
Tutti, infatti, sono consapevoli del grande ritardo con cui il nostro Paese sta attuando il Pnrr. Cambiare il ministro […] viene considerata una sfida.
Anche perché Fitto viene giudicato “uno dei pochi” “meloniani” capaci di comprendere le dinamiche dei Palazzi dell’Unione.
Il nostro Piano nazionale di Ripresa e Resilienza sta diventando di nuovo oggetto delle attenzioni europee.
Soprattutto dopo la battuta pronunciata solo pochi giorni fa dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che lo ha paragonato ai piani quinquennali dell’Urss leninista.
Una frase che non è affatto piaciuta nei Palazzi dell’Unione e nemmeno in alcune cancellerie, in particolare del nord Europa che ricordano ad ogni piè sospinto che il NextGenerationUe e la prima formazione di debito pubblico comune sono state scelte compiute per aiutare in primo luogo l’Italia: «Se poi non sapete spendere i soldi, non è un problema nostro».
Le spine tra Roma e Bruxelles, dunque, continuano ad essere acuminate. E non bastano le rassicurazioni della premier sull’ultimo voto che la Commissione dovrà affrontare — probabilmente a ottobre — nel Parlamento europeo. «In quell’occasione — ripete da settimane Meloni — daremo il nostro sì». Una garanzia che certo non cambia la situazione, visto che in quel caso ci sarà anche il commissario italiano da approvare e non si è mai visto un governo che boccia il proprio rappresentante.
Come noto, infine, la presidente dell’esecutivo europeo non ha apprezzato la designazione di commissari in netta maggioranza uomini. Solo cinque al momento sono donne. E non è escluso che ci possa essere un riequilibrio con le presidenze. La paura è che la cosiddetta “graticola”riservata dal Parlamento ai commissari possa produrre diverse bocciature E tra gli aspiranti vicepresidenti, Fitto non sembra avere le chance maggiori.
(da la Repubblica)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
PER LA CLINICA È IN ATTO UNA GUERRA TRA L’EDITORE DEL “GIORNALE” E LA GIUNTA EMILIANO: IL GOVERNATORE VUOLE INTERNALIZZARE IL CENTRO, ANGELUCCI HA IMPUGNATO LA NORMATIVA. MA GLI ISPETTORI CONFERMANO LE CARENZE
Ben undici medici che o non hanno la specializzazione per occuparsi di pazienti che necessitano
di riabilitazione funzionale e neuroriabilitazione o svolgono solo guardia attiva pomeridiana o notturna.
Di fisiatri se ne contano appena tre (uno peraltro assunto solo il 14 agosto scorso), ai quali si affianca un neurologo, arruolato sei giorni dopo. Tanto da indurre gli ispettori dell’azienda sanitaria di Brindisi a concludere che “la carenza di figure mediche specialistiche […] non garantisce la sicurezza delle cure”.
La relazione è del 20 agosto. Riguarda il presidio sanitario per la riabilitazione intensiva di Ceglie Messapica, nel Brindisino. Centro gestito in convenzione con l’Asl dalla Fondazione San Raffaele, che fa capo alla famiglia di Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e parlamentare della Lega, oltre che editore di Libero, Il Giornale e Il Tempo.
E che la Regione guidata da Michele Emiliano ha deciso di avocare a sé per riportarlo sotto il diretto controllo della sanità pubblica. Intorno al centro sanitario […] si è scatenata una guerra per affossare la legge regionale che ne ha disposto l’internalizzazione. In prima linea parlamentari del centrodestra e governo, che sono corsi in aiuto di Angelucci chiedendo o minacciando l’impugnazione della normativa davanti alla Consulta.
Ora la relazione degli ispettori, tre pagine che stroncano la qualità dell’assistenza fornita dal presidio sanitario. Emiliano non è affatto disposto a fare marcia indietro, la Fondazione San Raffaele affila sempre di più le armi.
Il subentro della Regione era previsto il 22 luglio scorso. Passaggio di consegne rinviato, dopo il ricorso al Tar di Lecce da parte della fondazione, che ha ottenuto la sospensiva. Per i giudici amministrativi il piano regionale non è idoneo ad assicurare il ricollocamento immediato di tutti i pazienti, tenuto contro che l’ospedale Perrino di Brindisi non risulta disporre di posti letto per la riabilitazione di neurolesi e motulesi.
La prossima udienza è fissata per il 4 settembre. Angelucci […] non vuole rilasciare dichiarazioni. Nel frattempo la Fondazione – che dall’Asl di Brindisi percepisce oltre 9 milioni di euro all’anno – ha aggiunto un nuovo capitolo al contenzioso, impugnando anche la delibera dell’Asl seguita alla relazione ispettiva.
Delibera che rileva gravi criticità, come l’assenza dei requisiti organizzativi minimi e l’inadeguatezza delle prestazioni, oltre alla significativa carenza di personale specializzato, disponendo il “Piano emergenziale assistenziale funzionale alla gestione in sicurezza dei pazienti degenti presso il centro”, a partire da oggi.. Forti criticità poi rimarcate dal tribunale amministrativo, nonostante i giudici, proprio ieri, abbiano sospeso anche quest’atto. Lo hanno fatto però nella sola parte in cui fissa la decorrenza del piano da oggi
(da il Fatto quotidiano)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
A FORZA DI CERCARE LE ORIGINI IDENTITARIE DI UN POPOLO SI RISCHIANO ASTRAZIONI MITOLOGICHE RIDICOLE
C’è un personaggio sporco, addolorato ma carico di dignità, fra i migliori di quelli interpretati dal compianto Alain Delon. Immortalato dal genio di Luchino Visconti, il protagonista di Rocco e i suoi fratelli è un ragazzo dal volto pulito, protettivo e amorevole verso una madre vedova, che nell’inverno del 1960 arriva a Milano dalla Basilicata con quattro dei suoi cinque figli.
Emigrati, strappati alla fame e alla miseria, per loro l’accoglienza fra le case popolari di una città in febbrile crescita non è delle migliori. E c’è una scena di quel film che mi ha sempre colpito molto: quando arrivati all’alloggio popolare, in un sottoscala buio, malsano, con acqua gelida per lavarsi in un gabinetto comune, la gente del caseggiato li osserva con disprezzo al suono di «guarda là, Africa».
È la storia di una doppia sconfitta: di un dramma famigliare e di un mondo che non sa rigettare al mittente odio e pregiudizio. Sentirsi stranieri in patria, tra insulti e discriminazioni: non è successo solo ai migranti italiani che partivano dalle terre del sud, negli anni del boom economico. E non succede solo a chi arriva nel nostro paese, per cercare rifugio e asilo o per ricongiungersi ai propri cari, dopo aver attraversato il mare per non morire di carestia o di guerra. Per chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia (proprio come nel Settecento qualcuno si schierava contro il suffragio universale) i diritti di cittadinanza sono negati persino a chi in Italia è nato e cresciuto. A chi conosce il dialetto al pari dei nostri bisnonni e a chi frequenta ormai da anni le scuole italiane.
Stereotipo bianco
Il dibattito sullo ius scholae di questo scorcio di fine estate non ha per niente appassionato gli italiani (tranne forse i pochi adepti che sotto l’ombrellone trovano ancora interessante sfogliare i giornali). E poi capita (come è accaduto a me, nel corso di una cena) di ritrovarsi a discutere con chi nello sport teneramente crede di poter racchiudere ancora un valido collante nazional-popolare o addirittura identitario.
Certo, i “patrioti” seduti a quel ristorante trovavano molto confortevole tifare per l’altoatesino Jannik Sinner, cresciuto in una famiglia di madrelingua tedesca (prima di trasferire la propria residenza anagrafica e fiscale nel Principato di Monaco), che incoronare con il tricolore la veneta Paola Egonu, nonostante il trionfo olimpico per la nazionale di volley. Il murale a lei dedicato davanti al Coni di Roma, che doveva celebrare le sue italiane vittorie, è stato imbrattato con spray rosa a cancellare il nero della sua pelle. Sarà che «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità», tanto per riprendere le parole di Vannacci.
Fatto sta che i due imprudenti commensali pensavano davvero che da «ottomila anni l’italiano stereotipato è bianco» (ma forse non avevano letto le vicende dell’antica gloria di Roma, che già nel I secolo a.C. concedeva la cittadinanza agli schiavi liberati, tutti nordafricani di Libia, Tunisia, Algeria). Chissà che avrebbe detto Benedetto Croce, quando cercava di spiegare cosa fosse quel guazzabuglio identitario per una penisola retta per miracolo al centro del Mediterraneo, incrocio di ceppi linguistici, culture, religioni, passaggi di eserciti, distruzioni e riconquiste.
Tradotto: attenzione che a forza di cercare le origini identitarie (per non dire somatiche) di un popolo si rischiano astrazioni mitologiche, anche piuttosto ridicole. Il carattere di un popolo non può essere estrapolato dalle sue vicende storiche e non è immutabile come le stelle fisse del paradiso di Dante.
Senza contare che l’identità si forma in rapporto allo sguardo esterno di chi ci osserva. Ovvero al modo in cui ci si autorappresenta o si difende la propria differenza rispetto all’identità altrui. Non a caso se si chiede agli studenti di Princeton «chi sono gli italiani» gli stereotipi sull’etnia prendono a bersaglio proprio noi: buoni, geniali, pigri, anarchici, saggi, santi e persino eroi.
Rispetto per il passato
Uno sguardo al nostro passato da popolo di migranti potrebbe aiutare se non fossimo un paese così smarrito e in preda a un continuo corto circuito della memoria. Non guasterebbe neppure un po’ più di rispetto per le storie dei cosiddetti “nuovi italiani” come quella di Danilo Kravets, che mi è capitato di intervistare per un documentario Rai.
Arrivato dall’Ucraina all’età di nove anni per raggiungere sua madre, infermiera in un ospedale della provincia umbra, quando mi racconta la sua storia, è ormai un uomo allegro, solare e molto caparbio. A far avverare il suo sogno, diventare cittadino italiano, è stato il presidente Sergio Mattarella, il 21 aprile 2022. «Caro presidente degli italiani, ma anche presidente mio, oggi di anni ne ho 24, qui in Italia ho frequentato le scuole fino alle superiori, di diplomi ne ho presi due, e l’italiano l’ho imparato subito e bene. Voglio essere italiano dalla prima volta che ho visto l’Italia. E mi scusi presidente, avevo dimenticato di dire che sono un ragazzo Down… ma questo è un dettaglio».
(da editorialedomani.it)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA TRATTATA COME FOLKLORE, MA NESSUNO RIVELA I GUAI GIUDIZIARI DEL PROPRIETARIO CHE INCENSA LA MELONI
Bella la Trattoria Meloni in Albania, ma la stampa italiana no. Tutti hanno trattato la notizia
come un appunto di folklore, con spensierata leggerezza, ma il proprietario della trattoria viene accusato di traffico di stupefacenti, furto e distrazione di milioni di fondi europei. Lui nega ogni accusa, e non spetta certo a noi prendere parte o accusare l’oste visto che di mezzo ci sono anche questioni politiche. Ma i giornali e i Tg italiani, prima di condividere la notizia, davvero non hanno fatto alcuna ricerca? Viste le controversie, Giorgia Meloni sarà contenta di questa associazione? Dove finisce il contraddittorio inizia la propaganda, e saremo ben contenti di ospitare Gjergj Luca per chiedergli la sua versione. Cosa che avrebbero dovuto fare i giornalisti del Tg4 che per primi hanno mandato in onda il servizio.
Il Tg4 ha mandato in onda un servizio leggero, di quelli tipicamente estivi, in cui mostrava simpaticamente l’apertura in Albania della Trattoria Meloni. Un ristorante tappezzato di foto che ritraggono la nostra presidente del Consiglio. Zoom sui quadri, simpatia, vivacità. Un oste bonario che racconta la sua ammirazione per Giorgia – una donna straordinaria, dice l’oste – piatti di pesce che vanno avanti e indietro. Fine. Sui social monta l’onda dell’ironia e finisce tutto qui. Invece no, perché poi viene la curiosità di scoprire qualcosa in più. Fai una ricerca, risali al nome del proprietario e ti si apre tutta una serie di articoli su di lui, pubblicati dai giornali albanesi. E non sono belle notizie: si parla di traffico di supefacenti, distrazione di fondi europei, corruzione e furti. Il suo nome è Gjergj Luca, e da quanto scrivono i quotidiani in Albania risulterebbe essere coinvolto in diversi scandali, attività losche se non criminali e oscure trame politiche in cui c’è di mezzo anche l’Italia. Il video di Trattoria Meloni è stato pubblicato anche sul sito del Corriere e la notizia è stata ripresa da tutti i giornali e media italiani, nessuno escluso. Tutti hanno puntato sulla curiosità del caso, sulla passione per Giorgia e sulla simpatia della notizia. E la cosa più grave non sono tanto le accuse al proprietario, ma lo stato di salute della stampa italiana. Sia nel caso in cui nessuno abbia controllato chi fosse l’oste di Trattoria Meloni, sia nel caso in cui lo abbiano fatto ma abbiano deciso di non riportare nemmeno un passaggio relativo alle polemiche sul suo conto. Altrochè Telemeloni. Il proprietario di Trattoria Meloni comunque rigetta tutte le accuse, e da quanto si evince dalla stampa estera non risulta ufficialmente sottoposto a procedimenti nei suoi confronti, e tanto meglio. Però fare informazione, da parte dei media italiani, avrebbe voluto dire riportare anche le accuse. Vediamo quali.
Gjergj Luca è principalmente un imprenditore che ha costruito un impero sul mercato del pesce. Dalla pesca alla lavorazione, fino alla cucina. Barche, stabilimenti di trasformazione della materia prima e una catena di ristoranti, i Rozafa. Addirittura una sorta di parco del pesce, a Elbasan, un paese a sud di Tirana. Una Fish City, questo il nome. Uno stabilimento dove viene lavorato il pesce con a fianco piscine, ristoranti, cinema, giochi per bambini e quant’altro. Dove ci sono imperi arrivano le inchieste dei giornali, è matematico. Tranne che in Italia, dove ci si limita a riportare la nota di folklore per farsi due risate o per vantarsi di avere una presidente del Consiglio così benvoluta nel mondo da dedicarle perfino un ristorante. Le inchieste riportano accuse gravi, gravissime, tanto che risulta che i giornali albanesi siano in causa col proprietario di Trattoria Meloni per aver divulgato le notizie che riportavano il suo coinvolgimento nei fatti. Poi c’è la questione politica, perché secondo i detrattori Luca sarebbe amico del Primo Ministro albanese Edi Rama. Per noi che siamo in un altro paese e fuori dalle discussioni interne in Albania, non ci è dato sapere fino a che punto arrivi la propaganda, o se si attacchi Luca per arrivare a Rama, ma sta di fatto che la stampa italiana due domande avrebbe dovuto farsele.
Alcuni media albanesi hanno ripreso uno studio dell’International Strategic Studies Association, una ONG americana che si occupa di difesa e geopolitica, secondo il quale Gjergj Luca sarebbe coinvolto con altre persone nel traffico di stupefacenti sulla rotta balcanica, dal Montenegro alla Grecia fino all’Italia. Qui e qui trovate i link agli articoli che potete tradurre dall’albanese con le funzionalità di Chrome. In un’altra occasione, qui il link, Luca sarebbe stato accusato dall’ex premier Sali Berisha, suo nemico politico, di essersi impossessato illegalmente di un veliero ritrovato in acque internazionali, al largo della Sicilia, sottoposto a sequestro perché utilizzato per trasportare cocaina. A recuperare la barca abbandonata sarebbe stato un peschereccio della società di Luca. In un’altra occasione, sempre secondo i media albanesi, Luca sarebbe stato coinvolto in uno scandalo relativo alla destinazione di alcuni fondi UE per l’agricoltura (il link qui). La compagnia dell’oste, secondo quanto riportato anche dall’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale (Eurojust), avrebbe fatto parte di un gruppo di persone coinvolto in un utilizzo improprio di 1,3 miliardi di Lek di fondi europei, pari a quasi 10 milioni di euro, tanto che poi la stessa UE risulterebbe aver bloccato i fondi di rimborso sull’agricoltura (link qui). Risulta comunque che Luca abbia negato tutto, presentandosi anche allo SPAK, l’ente anti-corruzione albanese, dichiarando che andrà “davanti al tribunale ogni volta che la verità mi chiamerà, davanti al quale sarò sempre trasparente e non nascosto”, sicuro della sua innocenza e chiedendo di essere processato dal suo Paese per dimostrare il contrario (qui il link). Un’altra notizia racconta di alcune proteste avvenute proprio a Elbasan, dove Luca ha costruito il suo Fish City. Secondo l’articolo (il link qui) i residenti della cittadina “protestano da tempo contro la fabbrica di pesce Rozafa a Fushë-Labinot, la frazione di Elbasan. I residenti hanno accusato il proprietario dell’azienda, Gjergj Luca, di aver rubato loro l’acqua e la terra. Affermano anche che Luca sta inquinando il fiume Shkumbin con gli scarti dei pesci. I residenti hanno inoltre dichiarato di aver ricevuto anche minacce”. In occasione delle proteste c’è anche un video di Luca che esce fuori a parlare coi manifestanti, dicendo: “Non ho rubato a nessuno nella mia vita, non ho derubato nessuno, non sono caduto al collo di nessuno”, e promettendo ai cittadini di installare due tubazioni per rimediare ai loro problemi di approvvigionamento idrico. In buona sostanza, è vero che i media sono sempre schierati, da una parte e dall’altra, in Albania come in Italia, e non spetta sicuramente a noi accusare o condannare Gjergj Luca, così come non è nostro compito sostenere una parte o l’altra, anche perché si tratta di questioni del tutto aperte, e non è chiaro nemmeno se ci siano procedimenti giudiziari nei suoi confronti o se siano soltanto supposizioni. Il nostro intento non è quello di parlare del signor Luca nè di fare inchieste su un uomo che si professa innocente e che lo è, in assenza di condanne ufficiali da parte di un tribunale. Quello che volevamo sottolineare è la totale mancanza da parte di tutta la stampa italiana. Il fatto che qualsiasi giornale, e sono stati davvero in tanti, abbia ripreso la notizia senza accennare minimamente alla questione è in qualche modo clamoroso. Per il resto se Luca volesse parlare con noi per chiarire tutta la situazione ne saremmo contenti, e lo accoglieremmo a orecchie aperte. Si chiama completezza di informazione: ascoltare e presentare al pubblico il contraddittorio, senza valutare. Completezza di informazione che è venuta a mancare in Italia.
(da Jacopo Tona – mowmag.com)
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Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile
“L’APERTURA DI TAJANI SULLO IUS SCHOLAE E’ UN BLUFF”
«Se l’obiettivo è mandare a casa questa destra, allora bisogna guardare al futuro e non al passato». In un’intervista a Repubblica, l’ex ministra e oggi deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi evidenzia come, in riferimento al campo largo, il leader del M5S Giuseppe Conte è «fermo a qualche anno fa, a quando Matteo Renzi lo ha mandato a casa per favorire la nascita del governo Draghi».
Il presidente del Movimento 5 Stelle ha detto che includere Italia Viva nella coalizione farebbe perdere voti. Boschi replica così: « Non vorrei che Conte facesse gli stessi errori di valutazione di Enrico Letta, quando nell’estate del 2022 disse no a un accordo con Iv. Poi è finita che noi i nostri voti li abbiamo presi, Letta ha perso le elezioni e a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni».
Ius soli e ius scholae
L’apertura del leader di FI, Antonio Tajani, sullo Ius scholae secondo l’ex ministra «è tutto un bluff». Su una nuova legge per la cittadinanza «se c’è la possibilità di averne una migliore di quella attuale noi ci siamo. Ho depositato nuovamente una proposta di legge su Ius scholae e Ius culturae che votammo alla Camera e sulla quale c’era l’accordo anche coi moderati di Maurizio Lupi. Ripartiamo da lì: se c’è buona fede la proposta è sul campo».
Mentre il leader di Forza Italia «mi pare sia solo chiacchiere e distintivo: fa un’apertura che serve a parlare a un pezzo di elettorato, a prendere qualche voto in più, non a cambiare la vita di chi nasce in Italia da genitori stranieri. Figuriamoci se arriva a mettere in discussione governo e maggioranza».
(da agenzie)
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