Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
C’E’ ANCHE L’ITALIA DEI VALORI E DELLA SOLIDARIETA’, NON SOLO LA FOGNA SOVRANISTA
Il volontariato rappresenta uno degli aspetti più nobili e significativi del tessuto sociale di un
paese. In Italia, il volontariato e l’impegno all’interno delle associazioni del terzo settore non solo contribuiscono al benessere collettivo, ma incarnano valori fondamentali come la solidarietà, l’altruismo e la responsabilità sociale. Questo articolo esplorerà l’importanza del volontariato, illustrando dati e statistiche sul fenomeno in Italia, e mettendo in luce i valori che guidano questo impegno.
Il quadro generale del volontariato in Italia
Il volontariato in Italia è una componente vitale del terzo settore, che comprende organizzazioni non profit, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale e fondazioni. Secondo i dati forniti dall’ISTAT nel 2021, in Italia operano circa 360.000 organizzazioni del terzo settore, un numero che testimonia la diffusione e l’importanza di queste entità nella società italiana. Di queste organizzazioni, oltre 93.000 sono associazioni di volontariato, il che sottolinea quanto sia radicata la cultura del volontariato nel nostro paese.
Il numero di volontari coinvolti in queste organizzazioni è impressionante: circa 6,63 milioni di persone in Italia dedicano il proprio tempo e le proprie energie a attività di volontariato. Questo rappresenta oltre il 12% della popolazione italiana sopra i 14 anni. Tali numeri evidenziano l’ampiezza e la profondità dell’impegno volontario in Italia, che si esprime in una vasta gamma di settori, dal sociale all’ambientale, dall’assistenza sanitaria all’educazione.
L’impatto sulla società
Il volontariato ha un impatto significativo sulla società italiana sotto diversi aspetti. In primo luogo, esso rappresenta una risorsa preziosa per la fornitura di servizi essenziali che spesso lo Stato o il mercato non riescono a coprire adeguatamente. Le organizzazioni di volontariato, infatti, operano spesso in contesti di emergenza o in situazioni di marginalità, fornendo supporto a persone che vivono in condizioni di povertà, solitudine o vulnerabilità.
Secondo un rapporto del CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione, nel 2020 il valore economico del lavoro svolto dai volontari in Italia è stato stimato intorno ai 7,9 miliardi di euro. Questa cifra non solo dimostra l’importanza economica del volontariato, ma evidenzia anche il contributo sostanziale che queste attività offrono al benessere collettivo e alla coesione sociale.
Oltre all’aspetto economico, il volontariato promuove anche un senso di comunità e di appartenenza. Partecipare a iniziative di volontariato rafforza i legami sociali, crea reti di solidarietà e favorisce l’integrazione sociale. In un periodo storico in cui la solitudine e l’isolamento sociale sono in aumento, specialmente tra le fasce più vulnerabili della popolazione, il ruolo del volontariato diventa ancora più cruciale.
I valori fondamentali
Il volontariato e il terzo settore si fondano su valori etici e morali che ne guidano le azioni e gli obiettivi. Questi valori non solo orientano le attività quotidiane dei volontari, ma contribuiscono anche a diffondere una cultura di solidarietà e di responsabilità sociale all’interno della società italiana.
Solidarietà: La solidarietà è il pilastro su cui si basa tutto il volontariato. Essa implica un impegno attivo nel sostenere il prossimo, specialmente i più deboli e vulnerabili, e si manifesta in azioni concrete che mirano a migliorare le condizioni di vita degli altri.
Altruismo: L’altruismo è il cuore del volontariato. I volontari agiscono per il bene degli altri, senza aspettarsi ricompense o riconoscimenti. Questo spirito di servizio disinteressato è ciò che rende il volontariato un’attività così preziosa e rispettata.
Responsabilità sociale: Partecipare a un’associazione di volontariato implica un forte senso di responsabilità verso la comunità. I volontari riconoscono l’importanza di contribuire al bene comune e di essere parte attiva nella risoluzione dei problemi sociali.
Inclusione Il volontariato promuove l’inclusione sociale, abbattendo le barriere che separano le diverse componenti della società. Attraverso le sue attività, il volontariato favorisce l’integrazione e la partecipazione di tutti, indipendentemente dalla loro condizione sociale, economica o culturale.
Empatia: L’empatia è la capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri. Nel volontariato, l’empatia è essenziale per costruire relazioni significative e per offrire un sostegno che vada oltre l’assistenza materiale
L’importanza di far parte di un’associazione di beneficenza del Terzo Settore
Far parte di un’associazione di beneficenza del terzo settore offre numerosi vantaggi sia a livello personale che collettivo. Dal punto di vista personale, il volontariato permette di sviluppare competenze, di crescere come individui e di sperimentare un senso di realizzazione che deriva dal contribuire al benessere degli altri. Inoltre, il volontariato può arricchire il proprio network sociale, mettendo in contatto persone con valori e interessi simili.
Dal punto di vista collettivo, l’impegno all’interno di un’associazione di beneficenza rafforza il tessuto sociale e contribuisce a creare una società più equa e inclusiva. Le associazioni del terzo settore, infatti, sono in prima linea nella lotta contro le disuguaglianze e nella promozione di diritti fondamentali come l’accesso all’educazione, alla sanità e alla protezione sociale.
Inoltre, le associazioni del terzo settore svolgono un ruolo fondamentale nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica su tematiche di interesse sociale. Attraverso campagne di informazione e di advocacy, queste organizzazioni riescono a influenzare le politiche pubbliche e a promuovere cambiamenti legislativi che favoriscono il benessere collettivo.
Il futuro del volontariato in Italia
Il futuro del volontariato in Italia appare promettente, ma non privo di sfide. L’invecchiamento della popolazione, i cambiamenti demografici e l’evoluzione delle tecnologie digitali stanno trasformando il modo in cui il volontariato viene praticato e percepito. Le associazioni del terzo settore dovranno adattarsi a queste nuove realtà, sviluppando nuove strategie per coinvolgere i giovani e per sfruttare le potenzialità offerte dalla digitalizzazione.
Allo stesso tempo, è fondamentale che le istituzioni pubbliche riconoscano e supportino adeguatamente il lavoro svolto dai volontari. Iniziative come il Servizio Civile Universale rappresentano un passo nella giusta direzione, ma è necessario un impegno costante per garantire che il volontariato continui a essere valorizzato e sostenuto come una componente essenziale del tessuto sociale italiano.
Il volontariato rappresenta una delle espressioni più alte della partecipazione civica e della responsabilità sociale. In Italia, milioni di persone dedicano il loro tempo e le loro energie per migliorare la vita degli altri, contribuendo al benessere collettivo e promuovendo valori fondamentali come la solidarietà, l’altruismo e l’inclusione.
Le associazioni del terzo settore, come dimostrano i dati e le statistiche, svolgono un ruolo cruciale nel garantire che nessuno venga lasciato indietro. Partecipare a queste organizzazioni non solo arricchisce la vita di chi riceve aiuto, ma trasforma anche la vita di chi sceglie di donare il proprio tempo e le proprie competenze per il bene degli altri.
In un mondo sempre più complesso e interconnesso, l’importanza del volontariato non può essere sottovalutata. Esso rappresenta una risposta concreta alle sfide sociali, economiche e ambientali del nostro tempo, e un potente strumento per costruire una società più giusta, equa e solidale.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
E’ LA STRETTA DELL’AZIENDA PER LA MOBILITA’ DELLA CAPITALE
Basta fannulloni. L’Atac (azienda per la mobilità di Roma Capitale) nel 2023 ha licenziato 26 dipendenti per ragioni disciplinari. E altri 228 provvedimenti sono stati emessi a carico dei lavoratori della municipalizzata. Una stretta contro i furbetti del cartellino e chi si assenta in maniera ingiustificata: come una dipendente che si metteva in malattia, ma andava a fare la cartomante vendendo amuleti e facendo predizioni ai mercatini.
I dati
Come riporta Il Messaggero, le sanzioni hanno coinvolto il 2% dei dipendenti di Atac, su un totale di 10.200 (di cui 5.200 autisti). Questi ultimi in percentuale hanno raccolto più provvedimenti rispetto alle altre categorie di lavoratori. Le sanzioni hanno spesso colpito gli autisti con assenze ingiustificate superiori ai cinque giorni: due dipendenti portavano avanti addirittura un doppio lavoro. Altre volte è capitato che chi lavorasse per la municipalizzata al contempo fosse assunto in un’azienda di trasporti privata. In un altro caso sono stati beccati dei colleghi che timbravano il cartellino per altri. Ma non solo. Alcuni dipendenti sono stati licenziati per il loro comportamento sul luogo di lavoro: erano aggressivi verso i colleghi. Un altro provvedimento utilizzato da Atac per punire i propri dipendenti è la sospensione. Nel 2023 sono state in tutto una sessantina: la sanzione comporta anche un esborso economico da parte di chi la riceve.
La cartomante dipendente
I numeri delle sanzioni ai dipendenti Atac sono comunque in linea con quelli degli altri anni, dallo scoppio del Covid a oggi. Quest’anno sono stati avviati circa 120 provvedimenti. Chi vorrà fare appello dal 2024 può presentare ricorso alla commissione di disciplina.Doveva controllare i biglietti, ma si metteva in malattia per vendere le opere che realizzava, corni e anelli, ed era rinomata alle sagre di paese e ai mercatini. Per questo la “fatina” dell’Atac era stata licenziata. Ma non c’è solo lei tra i casi più pittoreschi. C’è l’autista che faceva anche lo chaffeur di limousine all’estero, chi sfruttava i permessi della legge 104 per andare a pescare invece di assistere i propri parenti malati, chi era meccanico per Atac ma preferiva una carrozzeria privata.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
CONTA MOLTO IL PNRR… IN MAGGIORANZA SONO DONNE, GIOVANI E CON ALTI LIVELLI DI ISTRUZIONE
Per la prima volta, la domanda di archeologi in Italia ha superato l’offerta. A dieci anni dalla
legge che ne ha riconosciuto la figura professionale, la 110/2014, gli archeologi sono sempre più richiesti sul mercato del lavoro. A svelarlo sono i dati raccolti dall’Ana, l’Associazione Nazionale Archeologi, che saranno presentati il 31 agosto alla Sapienza di Roma durante l’annuale convegno della European Association of Archaeologists. La spinta inaspettata per questa figura professionale arriva dai progetti del Pnrr, che spesso necessitano anche del lavoro di un archeologo per superare le fasi di permessi e autorizzazioni.
Chi sono gli archeologi in Italia
L’indagine dell’Ana ha coinvolto 1.080 professionisti, su un totale di circa 5-6mila archeologi attivi in Italia. Quasi due lavoratori su tre (il 65%) sono donne, mentre il 63% della categoria è composto da under 40. Quasi tutti hanno un livello di istruzione alto, con l’88% che ha conseguito o sta conseguendo un titolo di studio post laurea triennale. Dei circa 5mila archeologi presenti in Italia, oltre il 75% lavora nel privato, spesso a Partita Iva. Il restante 25% lavora nel pubblico, ma solo nel 17% dei casi come dipendente subordinato.
La crescita del fatturato
La corsa di aziende ed enti pubblici per trovare archeologi ha portato anche a un netto aumento dei compensi. Nel 2011, solo il 12% dei lavoratori di questa categoria dichiarava un fatturato lordo annuo di almeno 15-20mila euro. Oggi quasi la metà degli archeologi (il 48,6%) dichiara di fatturare tra i 18 e i 24mila euro all’anno, mentre il 9,3% registra compensi di oltre 4mila euro lordi al mese. La maggiore dinamicità del mercato del lavoro ha portato anche a tassi di occupazione più alti per chi esce dalle università. L’ultima indagine dell’Ana mostra che, tra chi ha conseguito la formazione specifica, il 76% dichiara di fare l’archeologo come unica attività professionale.
La spinta del Pnrr
Ma quali sono le ragioni che spiegano il boom di archeologi in Italia? Marcella Giorgio, neo presidente dell’Associazione Nazionale Archeologi, ne individua tre: «Gli sviluppi sull’archeologia preventiva, i progressi normativi sul riconoscimento professionale e i progetti Pnrr». Eppure, Giorgio sottolinea anche che «il malessere di un passato critico, percepito come ancora molto vicino, ha lasciato una percezione di negatività diffusa in molti colleghi» e che per questo è importante mettere a fuoco gli obiettivi per il futuro. Le priorità sono le seguenti: «Un mercato del lavoro sempre più sano ed equamente regolamentato dal punto di vista di tariffe e condizioni lavorative, il riconoscimento sociale delle competenze di un archeologo nella gestione di territori e comunità, fino all’istituzione di un ordine professionale che possa riconoscere la complessità della professione di archeologo garantendone i diritti», spiega la presidente dell’Ana.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
“LE SUE MODIFICHE ALLA RIFORMA SULLE PENSIONI SONO COSTATE AGLI ITALIANI 40 MILIARDI, RISORSE CHE AVREBBERO POTUTO ESSERE USATE PER INVESTIRE IN SCUOLA, INFRASTRUTTURE, SANITÀ. E ORA CHE SI AVVICINA DI NUOVO LA LEGGE DI BILANCIO TORNANO A VENDERE FUMO”
Che tra Elsa Fornero e Matteo Salvini non corra buon sangue è arcinoto, e anzi un eufemismo. Lui l’ha additata da anni come la personificazione dei tecnici senza cuore che col governo Monti costrinsero gli italiani a una cura lacrime e sangue, lei vede nel leader della Lega un demagogo buono a nulla.
La docente torinese ha messo volentieri da parte il consueto aplomb per sparare letteralmente a zero sul vicepremier. Materia del contendere, ovviamente, le pensioni degli italiani. Già perché da giorni si rincorrono le indiscrezioni sui piani del governo per rivedere almeno in parte il sistema pensionistico, e non certo in senso di maggior generosità: l’ipotesi più concreta sul tavolo è quella del rinvio del pagamento dei contributi da parte dell’Inps per chi lascia il lavoro in anticipo.
Quel che appare del tutto evidente è che la solenne promessa di Salvini di abrogare la legge Fornero «entro un anno» dal ritorno al governo è palesemente carta straccia. Eppure dalla Lega si continuano ad accreditare scenari fantascientifici incompatibili col quadro di bilancio. E Fornero non perdona.
Ospite di Luca Telese e Marianna Aprile a In Onda su La7, l’ex ministra di Mario Monti è un fiume in piena contro Salvini. «Ormai è evidente che parla più da bullo che da politico. Lo definirei quasi patetico. Ma non si rende conto che i voti il suo salvinismo non li raccoglie più, e li prende se mai il nuovo leghiamo, chiamiamolo così, di Vannacci?».
«Ha fatto del male al Paese vendendo illusioni», è il giudizio impietoso dell’economista, secondo la quale le sue iniziative durante il precedente mandato di governo sono costate agli italiani «40 miliardi, risorse che avrebbero potuto essere usate per investire in scuola, infrastrutture, sanità».
Eppure, lamenta ancora Fornero, «ora che si avvicina di nuovo la legge di bilancio tornano a vendere fumo» sul tema. E questo è imperdonabile, vista la manovra di vacche magre che l’esecutivo non potrà che varare. «Bisognerebbe avere trasparenza nelle scelte e nella politica, qui invece si continua a prendere in giro gli elettori. Ma gli elettori non sono stupidi!», è la conclusione-appello anti-Salvini dell’ex ministra.
(da Open)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
LE DONAZIONI DEI MELONIANI AI NEOFASCISTI SULLA STAMPA STRANIERA
L’inchiesta di Domani sulla donazione della fondazione Alleanza nazionale all’associazione
Acca Larenzia viene ripresa dal Times. L’articolo dal titolo «Il partito di Giorgia Meloni accusato di legami con donazioni neofasciste», racconta la vicenda scritta nei giorni scorsi dal nostro giornale riguardo l’acquisto della storica sede del Movimento sociale italiano di Acca Larentia dall’omonima associazione neofascista “Acca Larenzia” con una parte di soldi arrivati dalla fonazione di An, strettamente legata al partito della premier.
Secondo quanto scritto nel rogito firmato il 6 luglio del 2023, una parte dei soldi per pagare i quasi 70mila euro all’Inail, proprietaria dell’immobile da 50 metri quadrati, arrivano da una elargizione liberale fatta dalla fondanzione An. Nel cda della fondazione ci sono esponenti di spicco del partito di Meloni, tra cui la sorella della premier Arianna e il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli. La cifra messa a disposizione della fondazione è stata di 30mila euro.
«Si ritiene che la Fondazione Alleanza Nazionale, che condivide il simbolo della fiamma di Fratelli d’Italia e ha nel suo consiglio di amministrazione due esponenti di spicco del partito, abbia donato decine di migliaia di euro a due cause di estrema destra negli ultimi anni», si legge nell’articolo del Times. «Il quotidiano Domani ha riportato venerdì che la fondazione ha aiutato Acca Larentia, un gruppo neofascista che celebra apertamente i terroristi di estrema destra, ad acquistare una nuova sede in via Acca Larentia a Roma nel luglio dello scorso anno. I simpatizzanti dell’estrema destra si riuniscono ogni anno in via Acca Larentia a Roma per commemorare con saluti fascisti due membri del Fronte della Gioventù uccisi lì nel 1978».
Oltre ai soldi dati per Acca Larentia, è emerso, da un articolo di Repubblica, che la Fondazione ha sostenuto nel 2021 l’associazione Vicit Leo. Una sigla che i lettori di Domani conoscono: tre anni fa avevamo svelato, con un’inchiesta a puntate, i legami finanziari con il trust inglese collegato a Roberto Fiore, l’ex capo del gruppo eversivo Terza Posizione e leader di Forza Nuova, condannato per l’assalto alla sede della Cgil durante le proteste contro il green pass.
(da editorialedomani.it)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
SOMIGLIA SEMPRE PIU’ A UN FRANCHISING DI ESTREMISMI CON INTERESSI DIFFERENTI
L’estate a briglia sciolta di Matteo Salvini non c’è stata ma in compenso, alla vigilia del fatidico vertice di maggioranza della ripresa gli alleati registrano l’agosto libera-tutti del suo partito: una Lega che non si capisce più cos’è, nordista forse, di sicuro vannacciana, putiniana e trumpiana di ritorno, sempre di più somigliante a un franchising di estremismi che lavorano ciascuno per se’e per personali, specifici interessi.
Anche il celebrato moderatismo della “vecchia guardia” alla Luca Zaia ha abbandonato la sua antica prudenza. Parla il ministro Roberto Calderoli, padre della riforma-icona delle Autonomie, e si scaglia contro il referendum, dice che chi lo chiede spaccherà l’Italia, invitando implicitamente il governo ad abbandonare ogni linea di cautela e a schierarsi per l’immediata attivazione delle norme.
Parla Attilio Fontana, governatorissimo della roccaforte lombarda, e dice che i Lep sono importanti ma su tutto il resto le competenze dello Stato vanno cedute subito, immediatamente, perché la riforma lo consente senz’altro. La nuova aggressività dell’area Nord fa pensare che, dopo la delusione delle Europee e gli scarsi incassi elettorali in quel mondo, i suoi titolari si siano rimessi in moto e ormai il loro unico progetto sia la conquista – effettiva e non teorica – di poteri sovrani sulle Regioni che gestiscono.
L’altra bottega, il nuovo showroom militarista di Roberto Vannacci e dell’associazionismo collegato, è altrettanto effervescente. Il generale sarà a Pontida, 6 ottobre, per la passerella di circostanza che dovrebbe rassicurare i militanti d’antan, ma tutti sanno che l’appuntamento imperdibile, il palco che conta, arriverà ben prima.
Sarà il raduno vannaccista di Viterbo, dove tra il 19 e il 20 settembre le truppe del generale saranno contate, pesate, valutate e finalmente si potrà capire la consistenza dell’emporio e la sua potenziale trasformazione in correntone del Carroccio, se non addirittura in partito autosufficiente. Il Comitato Mondo al Contrario (8mila iscritti, secondo il “camerata Fabio Filomeni”) e l’associazione Noi con Vannacci dell’ex-leghista Umberto Fusco registrano adesioni a botte da cento: per la prima volta il Capitano e la sua vecchia classe dirigente rischiano di doversi mettere sull’attenti davanti a forze superiori.
Il terzo ramo d’impresa è gestito direttamente da Salvini, è il suo sol dell’avvenire, la principale speranza di una segreteria ormai usurata. Una nuova vittoria di Donald Trump, la sconfitta ucraina, il recupero di Mosca come interlocutore apertamente praticabile, l’Europa zelenskiana obbligata a strisciare sotto le forche caudine di un accordo Usa-Putin per la fine delle ostilità. È la magnifica suggestione che il capo leghista cavalca da mesi per tenere insieme il suo movimento.
La pronta adesione al gruppo dei Patrioti per l’Europa di Viktor Orban, calamita per ogni limatura filorussa del Continente, è stata il vero salvagente del Carroccio dopo le deludenti elezioni per l’Europarlamento. Se la favola putin-trumpiana avesse un lieto fine, altro che Calderoli, Fontana, Vannacci, altro che Nord e paracadutisti in pensione: la casa-madre salviniana tornerebbe a fatturare come ai bei tempi e ogni altra filiale autogestita dovrebbe adeguarsi.
E così, guardando la nuova galassia leghista, il solo minimo comune denominatore che si intravede è la propensione all’estremismo. È estremista il partito dei governatori, con la sua richiesta di appropriarsi senza ulteriori riflessioni di poteri giganteschi dello Stato come energia, commercio estero, reti di comunicazione.
È votata al più assoluto estremismo ogni singola parola del vocabolario vannacciano, che ha sostituito le mimetiche ai crocifissi e cancellato l’originario imprinting cattolico del leghismo in nome del pugno di ferro su cittadinanza, carceri, disagio sociale. Ed è ovviamente un assoluto spirito ultras a marcare il catalogo delle esternazioni filo-Trump del Capitano: conto sulla sua vittoria, spero che vinca, mi ricorda Silvio Berlusconi, perseguitato dalla giustizia come lui, lo incontrerò presto, pieno sostegno (e vada al diavolo la cautela richiesta a un vice-premier, con il principio di non interferenza nelle campagne altrui).
Alla fine dell’estate libera-tutti della Lega, una sola cosa è chiara: il tentativo di Giorgia Meloni di sterilizzare la concorrenza del Carroccio con un ministero ricchissimo, il progetto-simbolo del Ponte sullo Stretto, la riforma delle Autonomie, le concessioni securitarie su rave, scippi, cannabis light, ha funzionato poco o niente.
La linea dell’estremismo appena viene accontentata si sposta un po’più in la’e ogni branca del franchising leghista lavora per tirare la corda, ancora e ancora. Lo stesso Salvini sembra controllare poco l’andamento delle cose: il Papeete-bis stavolta lo stanno facendo gli altri, giorno dopo giorno, e magari lui risulta ancora il capo dell’azienda ma i distributori del marchio lavorano a prescindere, vanno per conto loro.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX SEGRETARIO PD: “E’ UNA BATTAGLIA DI CIVILTA'”
L’ex segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani non si è pentito di aver insultato il
generale Roberto Vannacci. E lo dice oggi in un’intervista al Corriere della Sera: «Con quella domanda, che rifarei tutti i giorni, non ho insultato Vannacci, ma le idee regressive che la destra sta sdoganando e che ci rubano il futuro. Mi sto occupando di quel rancore che le destre stanno scagliando contro i diritti sociali e civili. Mi rivolgo al famoso campo progressista, perché queste idee contro tutto quel che è diverso richiedono una battaglia a viso aperto».
Bersani dice di aver ricevuto «valanghe di solidarietà, ma non è un problema di Bersani. Chi condivide, alzi la voce. Loro, chiamiamoli fascisti o come vogliamo, si nascondono sotto la scusa della critica al politicamente corretto e per questo io non lo sono stato».
Secondo l’ex ministro di Prodi «c’è in gioco un arretramento di civiltà. I fatti culturali sono più duri del marmo e se vuoi scalpellarli devi fare una battaglia di idee».
Poi risponde a Salvini, che ha detto che lui ha l’arroganza tipica dei kompagni: «Se dovrò pagare, non saranno 49 milioni. Salvini mi dà del condannato, ma io non ho ricevuto niente. Lo scriva. Sto rispondendo ad articoli dei giornali».
Poi risponde alle critiche su Giorgia Meloni: «Se un premier maschio scomparisse 5 giorni non gli chiederemmo dov’è? Invece loro la buttano giù dal lato dello spiazzamento rispetto ai riti e alle procedure democratiche, nel nome dello schema “io e il popolo e in mezzo non c’è niente”».
E dice la sua sul campo largo: «Io parlo di campo di alternativa. La politica non si misura a ettari, o si finisce sui metri quadri come adesso. Si tratta di fare un’alleanza senza veti e senza ambiguità? Ok. Tocca alle forze di una coerente opposizione, Pd, M5S e Avs, lanciare una proposta aperta per costruire un programma. Si potrebbe partire da 5 o 6 articoli della Costituzione antifascista, diritti, sanità, lavoro e salario dignitoso, imprese, fisco, ambiente, disciplina e onore e portare nel Paese la discussione su proposte che abbiano quella ispirazione. Un percorso senza veti».
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
“SCUSATE, ABBIAMO VENDUTO TUTTO”… MATTEO HOEPLI: “UN EPISODIO ECCEZIONALE, LO RACCONTERO’ AI MIEI NIPOTI”
Giovedì 22 agosto ore 17.30. In una Milano semideserta un uomo distinto è entrato nella libreria Hoepli e ha acquistato tutti i libri esposti in vetrina: oltre 200 volumi per un costo di circa 10 mila euro. «Una vendita eccezionale — racconta Matteo Hoepli, presente in negozio al momento dell’acquisto —. Sono rimasto stupito e ho trovato geniale l’idea che qualcuno possa ritenere una vetrina talmente bella da volerla comprare per intero. Parliamo oltretutto di uno spazio di 5 metri di lunghezza per 3 di altezza». Il cliente si è rivolto direttamente alla cassiera che, in un primo momento, non riusciva a capire la richiesta sui generis.
«Poi abbiamo iniziato a svuotare la vetrina — sottolinea Manuela Stefanelli, direttrice della libreria — prima disponendo i libri nelle ceste e poi in borse di tela. Abbiamo anche chiesto al cliente se preferiva metterli in scatoloni di cartone più comodi per il trasporto, ma ha declinato l’offerta».
Un’operazione che è durata circa un’ora poi, aiutato da un’assistente, l’acquirente ha chiamato un taxi per farsi portare le opere a casa: consegna nel centro di Milano. Un cliente rimasto però misterioso. «Affabile e simpatico — prosegue Hoepli — ma di poche parole. Forse si è trasferito da poco a Milano, mi ha solo detto che gli avevano indicato la nostra libreria per acquistare dei volumi. Sarei curioso di conoscerlo meglio, mi è sembrata una persona molto interessante».
La vetrina prescelta è quella più varia culturalmente, con una selezione di volumi che spaziano dalla storia dell’arte alla fotografia, da saggi di attualità e storia sia in italiano sua in inglese.
Dunque cosa ha comprato? Il più costoso è il volume «Bruce Springsteen, Lynn Goldsmith–Limited Edition» edito da Taschen del valore di 600 euro, poi «Carol Rama. Catalogo ragionato 1936-2005» edito da Skira al costo di 350 euro, «Bulgari–Beyond time» edito da Assouline di 250 euro e «Valentino» di Franco Maria Ricci di 180 euro. Tra i più economici «Un eroe borghese» di Corrado Stajano, prezzo di copertina 12 euro.
«L’altro aspetto che ci ha sorpreso — evidenzia Stefanelli — è che non ha chiesto alcuno sconto e ha pagato l’intero importo di circa 10.000 euro con carta di credito». Un bel segnale per il mondo della cultura e per le librerie.
«Questo episodio — dice Hoepli — ci ha insegnato che non sai mai quello che può capitare. Io rappresento la quinta generazione di un’azienda familiare e non ricordo un episodio così eccezionale nei racconti dei miei nonni o bisnonni. Ora lo racconterò ai miei figli e nipoti». Inoltre la vendita è stata anche motivo di orgoglio: «Devo fare grandi complimenti ai miei librai», aggiunge Matteo Hoepli. Infine, la decisione di lasciare la vetrina vuota dopo la clamorosa vendita: «Era un evento eccezionale e andava festeggiato così abbiamo deciso di mettere un cartello con scritto: “Scusate, abbiamo venduto tutto”».
(da Il Corriere della Sera)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL GRANDE FOTOGRAFO: “MI SONO LIBERATO DI TUTTO, MI PENTO SOLO DI CIO’ CHE NON HO FATTO”
Oliviero Toscani, come sta?
«In un modo come non sono mai stato prima. Sto vivendo un’altra vita. Vengo da una generazione, quella di Bob Dylan, dove eravamo forever young, il pensiero di invecchiare proprio non c’era. Fino al giorno prima di essere così, lavoravo come se avessi 30 anni. Poi una mattina mi sono svegliato e all’improvviso ne avevo 80».
Quando è successo?
«Un po’ prima di un anno fa. Alla fine di giugno mi sono svegliato con le gambe gonfie, ero in Val d’Orcia. Ho cominciato a fare fatica a camminare. All’ospedale mi hanno diagnosticato un problema al cuore. A fine agosto sono andato a Pisa al Santa Chiara e da lì al Cisanello, dove avevamo deciso la data dell’operazione al cuore, intorno al 20 settembre».
E invece
«È venuto a trovarmi il mio amico Francesco Merlo con suo cugino, cardiologo al Giovanni XXIII di Bergamo: un medico incredibile. Mi ha fatto andare su da loro per altri esami e hanno subito chiamato il dottor Michele Emdin a Pisa, specializzato nella malattia che pensavano avessi: l’amiloidosi. In pratica le proteine si depositano su certi punti vitali e bloccano il corpo. E si muore. Non c’è cura».
Lei però si sta curando.
«È una cura sperimentale, faccio da cavia. A ottobre ho anche preso una polmonite virale e il Covid, mi hanno tirato per i capelli. Penso di essere stato anche morto, per qualche minuto: ricordo una cosa astratta di colori un po’ psichedelici. Quando sto male e ho la febbre riesco a immaginare cose fantastiche… In un anno ho perso 40 chili. Neppure il vino riesco più a bere: il sapore è alterato dai medicinali».
Ogni cosa è illuminata da una consapevolezza irrevocabile nella «tana del lupo», come Oliviero Toscani chiama questa dependance nella Maremma Toscana dove si trasferisce quando non c’è la moglie Kirsti, l’amore di una vita e la madre dei suoi tre figli più giovani, Rocco, Lola e Ali (come Muhammad Ali).
In una stanza grandeggiano poster introvabili delle mostre di Duchamp e di Müller-Brockmann, sei bici da corsa che non usa più («le altre otto sono nel garage»), una sua foto di John Lennon e Paul McCartney al Vigorelli di Milano, lui con Andy Warhol, Fellini, Clinton e Fidel Castro, un orrendo orologio a cucù dono di un compagno di studi all’Università delle Arti di Zurigo («gli chiesi il più brutto»).
Nell’altra ci sono un lettino per la fisioterapia, il tapis roulant, la cyclette, un attrezzo per il sollevamento pesi, una spalliera svedese e il letto, con alle spalle la Guernica di Picasso; oltre ai libri fotografici, immagini iconiche, il didietro di chi mi ama mi segua. Tra la mattina e il pomeriggio si alternano due sessioni di fisioterapia, prima con Doriano, poi con Alessandro. Toscani indossa una maglietta del Mit di Boston, dove ha insegnato comunicazione, e una collanina di perline nere e azzurre che gli ha fatto il nipote. Si muove con le stampelle, sul petto il pacemaker sporge come una medaglia al valore. Parla con fatica.
Nell’autobiografia «Ne ho fatte di tutti i colori» scrive che nella tragedia c’è la bellezza. Dove la trova, nella sua personale tragedia?
«Mi viene da ridere: la bellezza è che non avevo mai pensato di trovarmi in questa situazione, è una nuova situazione che va affrontata. La bellezza è che non ti interessano più patria, famiglia e proprietà, la rovina dell’uomo».
Per quale foto vuole essere ricordato?
«Per l’insieme, per l’impegno. Non è un’immagine che ti fa la storia, è una scelta etica, estetica, politica da fare con il proprio lavoro».
Di quale è più orgoglioso?
«Non sono orgoglioso di natura, perché tutto potrebbe essere fatto meglio. Forse tengo molto al lavoro a Sant’Anna di Stazzema».
Chi glielo commissionò?
«Mi chiamò il sindaco e disse: “Tra poco saranno i 60 anni dall’eccidio e non ci sono immagini”. E io: “Dopo 60 anni trovarne è dura”. Lui: “Se lei è davvero così bravo non dovrebbero esserci problemi”. E riattaccò, ’sto stronzo. Però mi intrigò. Andai nell’unico bar e l’oste mi suggerì di parlare con il signore che stava entrando. Era Enrico Pieri: nell’eccidio aveva perso tutta la famiglia, era un bambino. Lì ho capito che si poteva fare qualcosa. È l’unico servizio che ho fatto tutto in bianco e nero, a spese mie. È la fotografia applicata nel modo giusto ed è l’unico documento di Sant’Anna».
Ha ancora voglia di fotografare?
«No, mi sono liberato di tutto. È questa la bellezza».
Ha paura di morire?
«No, non ho paura. Basta che non faccia male. E poi ho vissuto troppo e troppo bene, sono viziatissimo. Non ho mai avuto un padrone, uno stipendio, sono sempre stato libero».
Ha sedici nipoti. Si ricorda i nomi?
«No. Se ci penso un po’, sì. Sono tutti di nazionalità diversa: francesi, americani, svedesi, norvegesi…».
E i nomi dei suoi figli?
«Il primo è Alexandre, francese, ha 4 figlie. Poi ci sono le due sorelle svedesi, Olivia e Sabina, che hanno tre figli ciascuno. Infine Rocco, Lola e Ali, che hanno due figli a testa».
Chi le somiglia di più?
«Rocco fisicamente. Come carattere forse Lola: non sta mai ferma».
Sanno che non sta bene?
«Sì».
Sono venuti a trovarla?
«Sì».
Anche Olivia, che in una lettera al «Corriere» scrisse cose molto dure su di lei?
«Quello è stato un imbroglio, Olivia è in rotta con tutta la famiglia: la sera ti dice ti voglio bene e il giorno dopo ti manda una mail feroce. Ci sono rimasto molto male quando l’ho letta perché ha detto cose non vere. Comunque anche lei è venuta a trovarmi all’ospedale, due volte».§
Vede ancora le loro madri?
«Preferisco di no. Non è vero che si rimane amici, sono tutte balle».
Kirsti come ha preso la malattia?
«Male, è entrata in crisi. Adesso è partita per andare a trovare Ali a Santo Domingo».
Perché non le ha chiesto di restare?
«Io da solo sto bene. E poi non posso coinvolgere e condizionare tutti nella mia malattia. Kirsti è un “essere umano” molto buono, conciliante e positivo. È raro».
Perché ora ride
«È John Lennon che disse che la vita è quello che ti succede mentre fai altro? Quando ho detto al mio amico Luciano Benetton che avevo una malattia rara lui mi ha risposto: “Oliviero, tu sei nato con una malattia rara!”».
È venuto a trovarla?
«Ci sentiamo due volte alla settimana, ma non voglio che venga. È impegnativa per me una roba così».
Più di un’intervista?
Resta in silenzio. Poi: «Quando lavoravo in Benetton i veri nemici erano i manager. All’infuori di Luciano, tutti gli altri mi odiavano. Ora mi ha detto: “Avevi ragione tu su di loro”».
Si riferisce al Ponte Morandi?
«Quella è stata una cosa schifosa. Quel Mion lì ha dichiarato di non aver detto niente per paura di perdere il lavoro! Lo prenderei a calci».
A chi si sente più grato?
«Ho imparato da tanta gente speciale. Sicuramente da Don Milani, da Muhammad Ali e da Bob Dylan. A volte una frase, anche di una canzone, è più importante di tanti libri. Oggi mi ha scritto uno studente inglese e mi ha chiesto se nella fotografia la parte artistica è stata alterata dal mio impegno etico. Ma la fotografia è impegno etico! A me non frega niente dell’estetica fotografica. La Guernica di Picasso ha un’incredibile estetica, ma ha soprattutto una forza sociale di memoria e impegno».
Cosa le dà piacere in queste giornate?
«Leggo, guardo in tv l’Inter e certe squadre inglesi. E poi c’è Sinner, che mi dà sollievo nella vita. Ora sono tutti gelosi e invidiosi di lui: tipico degli italiani. Imparerà presto chi sono i veri amici e chi no».
Come lo fotograferebbe?
«Non mentre gioca a tennis. Si vede dallo sguardo che è un ragazzo profondo. Devi fermare quell’attimo lì negli occhi, esprime onestà e capacità. Sinner non è italiano. L’italianità è Fabrizio Corona, è imbrogliona, mafiosa».
Non è troppo severo?
«Quando penso alla nostra reputazione storica… Siamo ricordati perché eravamo fascisti. Pensi agli americani e a cosa hanno fatto. Eppure hanno un’ottima reputazione fatta da cowboy e indiani. Noi siamo inaffidabili come Alberto Sordi».
Cosa c’è dopo, se lo chiede?
«Non mi interessa. Sono a posto con il padreterno, io».
Non spera nemmeno di incontrare sua madre Dolores?
«È una bella fantasia, ma io non ne ho abbastanza per coltivarla. Se la incontrassi adesso sarei più grande di lei. Non era espansiva, mi avrà dato 50 baci in tutta la vita. Mi diceva stai attento, e dal tono capivo cosa intendesse. Era figlia di uno che ha contestato il fascismo e ha bevuto non sa quanto olio di ricino. Sfortunatamente non ho conosciuto mio nonno».
Suo padre Fedele ha fotografato il Duce sia da vivo che da morto.
«A quei tempi non c’era la tv, c’era il Corriere della Sera, dove lui lavorava».
Lo ammirava?
«Sì, non mi sono mai sentito un artista o superiore per quello che facevo. Poi figuriamoci di mio padre. Quando ho finito la scuola, nel 1965, mi sono reso conto che la fotografia di reportage era finita e che ne stava nascendo una più raffinata, nei giornali di moda e di design».
Come le venne in mente di regalare una mountain bike a Fidel Castro?
«Era Benetton. Con Luciano andammo a trovarlo e suggerii di portargliene una. Lui ci chiese il perché e io risposi: “Per tornare in montagna a fare la rivoluzione”. Era carismatico».
Ad Anna Wintour, invece, suggerì di cercarsi un bravo psichiatra.
Ride. «Porina, faceva una pena. Ancora adesso me la fa. Poi un giorno mi chiamò e disse: “Sai che lo psichiatra l’ho trovato e me lo sposo?”. E mi invitò a cena con loro. Lavorava per il New York Magazine, abbiamo fatto tanti viaggi insieme. Poi lei è diventata famosissima e non saluta più nessuno, anche con me fa fatica».
Perché tiene un cartonato della Bellucci?
«Guardi dietro, c’è la sua dedica: è una mia foto. Mi è grata, la portai io a Parigi, aveva 17 anni. Ma lei era già la Bellucci, piena di energia».
Quando è stato al mare l’ultima volta?
«L’anno scorso, prima di ammalarmi».
Ha un mare del cuore?
«No. O forse sì: il lido dove andavo in colonia a Cesenatico. Ero il bambino numero 287, mamma me lo cuciva addosso. Lo uso ancora nei lucchetti delle valigie o dove serve».
In quella foto lei e Aldo Coppola avete un sorriso bellissimo.
«Eravamo amici fraterni, nati nello stesso quartiere a Milano, lui figlio del barbiere, io del fotografo. Giocavamo in corso Como: al 10 c’era il deposito della Coca Cola, noi andavamo a pulire le bottiglie e loro ce ne regalavano qualcuna. Era sfruttamento minorile». Ride.
Cosa la fa ancora arrabbiare?
«La Meloni con il suo vittimismo! Una che non sa dire “sono anti fascista” che cos’è? Non sono capaci di governare, non hanno nessuna scusa. Ma gli italiani sono fatti così. Guardi in America come si ribellano. In un mese viene fuori l’entusiasmo, la creatività…».
Il momento più bello della sua vita?
«Sono stato particolarmente privilegiato e fortunato, lo dico veramente. Già essere nato dove sono nato, con la famiglia che ho avuto, laica e libera. Poi ho avuto due sorelle maggiori super. Marirosa, in particolare, che è mancata lo scorso anno: aveva 11 anni più di me, è stato come avere una mamma giovanissima. Era un’artista, all’avanguardia, mi ha molto segnato. Anche Brunella, eh».
Si è pentito di qualcosa?
«Mi pento delle cose che non ho fatto, non di quelle che ho fatto. Potrei farmi incatenare, ma non perderei il senso di libertà. Ora sono come incatenato, ma sono libero di pensare come penso e di agire come penso dovrei».
Le dispiace che sia andata così?
«Mi domando se non sarebbe stato meglio un problema di demenza, ma con un corpo sano. Sarebbe stato peggio per gli altri».
I medici hanno detto quanto tempo le resta?
«Non si sa. Certo che vivere così non mi interessa. Bisogna che chiami il mio amico Cappato, lo conosco da quando era un ragazzo. Ogni tanto mi vien voglia. Gliel’ho detto già una volta e lui mi ha chiesto se sono scemo».
Ha davanti la lampada di Aladino: esprima tre desideri.
«Eliminare l’ingiustizia, che vuol dire le differenze sociali ed economiche. Eliminare la violenza. Eliminare tutto ciò che è tossico».
Non ne ha usato nessuno per guarire.
«Quello è egoismo totale».
È ateo?
«Non sono ateo. Solo, non partecipo a tutto questo, non mi interessa il tema».
Ha deciso come vuole essere salutato?
«Non voglio un funerale. Mi portino a bruciare e via. Sono sempre stato laico, neppure i miei figli ho battezzato. Vivere vuol dire anche morire, eppure nessuno parla della morte. Si vive come imbrogliandosi, perdendo tempo».
Lei ne ha perso tanto?
«Ho cercato il meno possibile. Non ho mai dormito fino alle 9, neppure la domenica».
Al Museum für Gestaltung di Zurigo c’è una sua mostra. È andato a vederla?
«Ha battuto tutti i record: doveva finire a metà settembre e invece la prolungano fino alla fine dell’anno. Pensare che ci passavo davanti, quando ero studente, ammirando chi riusciva a esporre lì. E adesso ci sono io. Non sono ancora andato. Magari, quando torna, mi ci accompagna Ali. E poi magari proseguo il viaggio con Cappato. Farebbe molto ridere».
(da il Corriere della Sera)
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