Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
SU QUEI SOLDI LA PROCURA STA PROCEDENDO CON ACCERTAMENTI BANCARI PER CAPIRNE LA PROVENIENZA
Il giorno del blitz che ha portato ai domiciliari l’allora presidente della Liguria Giovanni Toti, la Guardia di finanza trovò quasi 5 mila euro in contanti a casa di Marcella Mirafiori, capo segreteria dell’ex governatore e tesoriera del Comitato Toti Presidente. Su quei soldi, rivela l’Ansa, la procura sta procedendo con accertamenti bancari per capirne la provenienza.
Nel verbale di perquisizione (tra gli atti depositati in vista del processo a carico di Toti, l’imprenditore Aldo Spinelli e l’ex presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini al via il prossimo 5 novembre) si legge che i soldi sono stati trovati in una scatola “in pezzi da 20 e 50 euro pari a 4.840 euro”.
La Mirafiori aveva spiegato sul momento di avere iniziato a prelevarli e a metterli da parte “dal periodo Covid nel caso in cui fossero serviti ai suoi genitori”.
Ora gli investigatori stanno incrociando i dati per capire se davvero siano stati prelevati di volta in volta dal conto personale.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
QUESTO È CAUSA FRUSTRAZIONE, CRUDELTÀ E SADISMO. SOPRATTUTTO, RABBIA DA SFOGARE VERSO IL PROSSIMO (ONLINE MA ANCHE OFFLINE) … TUTTO NASCE DALL’INSICUREZZA: ALL’ORIGINE DELLO SCROLLING C’È LA VOGLIA DI SILENZIARE ALTRI PENSIERI ED EMOZIONI
“L’era della noia… è ormai passata”. Così inizia On Boredom, una raccolta di saggi del 2021 in
cui si sostiene che TikTok e YouTube hanno portato all’estinzione di ques’era. Oggi “il tempo necessario per annoiarsi non è più disponibile”.
Questa opinione, che la noia sia stata cancellata, è ampiamente condivisa, tanto che gli psicologi hanno iniziato a temere che in questo processo abbiamo perso qualcosa: i tempi di attenzione o lo stato di vuoto da cui devono scaturire i pensieri creativi.
Ma la scorsa settimana è arrivato uno studio che ha confermato ciò che da sempre si cela in fondo alle nostre menti distratte: scorrere contenuti infiniti in realtà peggiora la noia. È ovvio che sia così.
Se aprite il telefono mentre siete in coda o sull’autobus, il vostro cervello entra in una sorta di limbo inquieto. Se devo essere sincero, non è la noia che mi spinge a cercare Instagram, ma l’urgenza di far tacere altri pensieri ed emozioni sotto un ronzio statico, come se avessi messo una coperta su una gabbia per uccelli. Un tempo guardare le diapositive dei viaggi e i video casalinghi degli altri era considerato l’epitome della noia, ora alcuni di noi non fanno altro.
Oggi ci annoiamo di più, non di meno. È il paradosso della vita moderna. Non sopportiamo la noia, ma non progettiamo nient’altro. Gli esseri umani prosperano grazie a scopi, pericoli e altre persone, ma sono impegnati a costruire un mondo che esclude queste cose. È un istinto, naturalmente, quello di rendere la vita più facile e lineare, ma l’impulso a creare noia si estende anche ai nostri futuri di fantasia.
Quando cerchiamo di progettare luoghi perfetti – sobborghi con i loro quadrati d’erba identici, nuove città utopiche con case idealmente distanziate e viali larghi e regolari – finiamo in incubi di monotonia. La stimolazione fa parte della felicità umana, ma si riduce nei luoghi ripetitivi e le persone stanno a disagio, cercando un punto di interesse, o si affrettano a passare. Tuttavia, ci adoperiamo per eliminare il conflitto e il disordine.
In effetti, il paradiso stesso, come tendiamo a immaginarlo, sarebbe terribilmente noioso: una beatitudine prevedibile per tutta l’eternità. Come lo odieremmo. In Noia: A Lively History, l’autore Peter Toohey prende in considerazione un dipinto che ritrae Odisseo su un’isola con la dea Calipso, la prospettiva dell’immortalità davanti a lui, “annoiato a morte in questo immutabile paradiso marino”.
Raramente parliamo della noia come di un problema moderno, ma è un’emozione pericolosa, forse anche più della rabbia, che può essere placata con le scuse o con una retromarcia. La noia cerca il dramma, piuttosto che un particolare punto di arrivo, ed è quindi difficile
da eliminare – provocando ogni sorta di comportamento irrazionale.
Annoiarsi davvero è una sensazione malata, vicina al disgusto, così sgradevole che alla fine si farebbe quasi di tutto per liberarsene. Gli animali si agitano, si muovono e si grattano, e gli esseri umani possono immedesimarsi. In un famoso esperimento, le persone hanno scelto di darsi delle scosse elettriche piuttosto che stare sedute in silenzio da sole con i loro pensieri per 15 minuti.
Credo che sia la noia a essere sfruttata dagli agenti del caos di Elon Musk e X: la piattaforma ha provocato l’emozione in primo luogo, in un atto di integrazione verticale intelligente dal punto di vista commerciale.
Tendiamo a pensare ai guerrieri della tastiera che sputano rabbia dietro i loro schermi, ma questo non può valere per tutti coloro che si uniscono a un’ammucchiata, a uno sfogo di odio razziale o a un’agitazione che porta alla rivolta, come è accaduto nel Regno Unito questo mese.
È sicuramente più probabile che siano i passanti senza meta a fare il numero, che si uniscono per una scarica di dopamina, per il sollievo di avere qualcosa da fare. E questo potrebbe valere anche per gli stessi rivoltosi della vita reale, che hanno mirato i loro colpi a comunità incolpevoli e alla religione sbagliata? La rabbia tende a conoscere i suoi bersagli. Ma molti di questi lanciatori di mattoni sembravano confusi su cosa stessero cercando di protestare o dimostrare.
Le pericolose conseguenze della noia sono state elencate. Una serie di studi recenti la collocano dietro una serie di comportamenti sadici. I partecipanti annoiati, se ne avevano la possibilità, erano più propensi a triturare un verme (virtuale) in un macinino da caffè. Nell’esercito i comportamenti crudeli emergono durante i noiosi periodi di attesa della prossima missione.
I genitori che si annoiano hanno maggiori probabilità di essere crudeli con i figli, se questa tendenza è già in agguato. E nelle persone annoiate emergono fantasie sadiche: uno studio ha rilevato che queste includevano vendicare un rivale, rapinare una banca o “sparare a qualcuno per divertimento”. In effetti, un “numero sorprendente di sparatorie”, hanno osservato i ricercatori, “è compiuto da autori di reati per noia”.
Il mantra della Silicon Valley – distruggi e vedi cosa succede – si rivolge a una popolazione annoiata. Quanti comportamenti provocatori online sono motivati dalla noia, come un bambino in ascensore che preme tutti i pulsanti? I pericoli si estendono da lì al populismo e alla rabbia razzista.
Uomini intrappolati in una sterile comodità che comprano la moto, hanno una relazione, creano un impero della droga, fondano un fight club di terroristi. È stato preveggente. Dopo un’eccessiva democrazia noiosa, gli Stati Uniti stanno attraversando la loro crisi di mezza età, contemplando un secondo mandato di Donald Trump.
In Gran Bretagna siamo più fortunati. I nostri flirt con il populismo – Brexit, politica del Ruanda – sono diventati noiosi incubi burocratici e abbiamo perso interesse. Ma il problema più ampio – l’aumento della noia – è difficile da risolvere. Non è possibile reinserire il rischio e l’incertezza nella vita moderna senza farla precipitare. Siamo al sicuro, coccolati e pericolosamente annoiati. È un problema.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2024 Riccardo Fucile
NELLE SOCIETA’ CONTEMPORANEE TRA I FATTORI INDICATIVI DELLA DIFFERENZA DI “TEMPRA” VI E’ QUELLO DELL’INCLUSIONE
Tra le favole di Esopo, Robert Michels cercò la metafora che meglio rappresentasse il movimento democratico: un vecchio contadino, in punto di morte, dice ai figli che nel campo c’è un tesoro sepolto. Dopo la sua morte, i figli scavano senza sosta ma non trovano il tesoro. Senonché, il loro instancabile lavoro migliora la terra e assicura loro prosperità.
La democrazia è il tesoro che nessuno mai riuscirà a scoprire con una ricerca deliberata perché non è un oggetto. Lavorando instancabilmente per scoprire l’inesplorabile e il possibile, i cittadini contribuiscono a rendere la società fertile alla democrazia.
È lo sforzo per raggiungere gli obiettivi politici a dare frutti democratici. Uno sforzo a controllare il potere di chi governa, a rinnovare la classe politica, a tenere aperta la possibilità di rispondere al meglio ai problemi concreti che la comunità sente e per i quali si impegna. Il dinamismo che si genera nel passaggio da una classe politica all’altra dà il senso del cambiamento, che può essere in meglio o in peggio.
La dinamica democratica non si trova quindi nelle istituzioni e nei principi, anche se questi sono i suoi binari di percorrenza. Le elezioni stesse non sono sufficienti a determinare il tenore di una democrazia: basti pensare a regimi autocratici con sistemi elettorali funzionanti o a società con elezioni libere che hanno diritti di voto e di opinione fortemente limitati. Le elezioni non sono da sole una garanzia di democrazia, anche se devono esserci ed essere rispettate negli esiti perché si dia democrazia.
Fermarsi alle elezioni significa avere una visione statica che non fa individuare le sorgenti del dinamismo (o, al contrario, del suo blocco). Dopo tutto, i governi possono cambiare e le politiche rimanere le stesse. Margaret Thatcher disse che il suo più grande successo fu Tony Blair: sebbene il “New Labour” fosse salito al potere, le sue politiche economiche neoliberiste rimasero intatte. Insomma, lo stesso sistema istituzionale e procedurale può materializzarsi in un governo democratico più o meno dinamico.
Nelle società contemporanee, tra i fattori indicativi della differenza di “tempra” – statica o dinamica – vi è quello dell’inclusione di quelle persone che non appartengono al gruppo etnico di maggioranza e che aspirano alla cittadinanza. Parliamo degli immigrati.
La candidata alla Casa Bianca Kamala Harris (nata negli Stati Uniti da entrambi i genitori immigrati e non bianchi) è indicativa di una società che è dinamica perché capace di estendere le possibilità di sfruttare al meglio le differenze che la abitano. Al contrario, una società le cui élite etnico-sociali si assicurano uno spazio di potere largamente incontestato è tendenzialmente più statica e, anche, meno giusta. Se il terreno della partecipazione viene dissodato e tenuto fertile da una pluralità di mondi e di culture, la società tutta saprà essere più dinamica e inclusiva.
Due esempi. Nel discorso tenuto nel luglio del 2008 a Berlino, l’allora futuro presidente degli Stati Uniti, Barak Obama disse di parlare «come cittadino, un cittadino orgoglioso degli Stati Uniti e un concittadino del mondo». In questa campagna elettorale, l’ex presidente ricandidato, Donald Trump, ha paragonato gli immigrati economici ad agenti infettivi che contaminano la grandezza americana (come se questa fosse una “cosa” statica, situata nel passato) e ha proposto il superamento dello ius soli, l’adozione di politiche assimilazioniste e l’espulsione di immigrati che provengono da Paesi declassati a luoghi delinquenziali. Come quella di Trump è l’opinione dei nostri governanti.
Dal 1992, l’Italia ha un regime di ius sanguinis; ma oggi l’opinione pubblica risulta essere meno chiusa di quella dei politici sulle condizioni per concedere la cittadinanza. In questa direzione va la proposta dello ius scholae che consentirebbe l’accesso alla cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia o arrivati qui in tenera età, dopo aver completato un ciclo scolastico.
Si tratta di una richiesta di giustizia e di generale utilità (come ha messo in chiaro anche il presidente della banca centrale, Fabio Panetta) che inietterebbe dinamismo e avvantaggerebbe l’intera società nazionale (un segno che è emerso durante le Olimpiadi).
Ma il governo di destra sembra come un autista che guida con la testa rivolta a un (peraltro inesistente) passato di omogeneità etnica. Si rifiuta di guardare avanti. Possiamo essere immobilizzati da conducenti inadeguati?
(da editorialedomani)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
IL DEEP STATE È PREOCCUPATO DA UN VITTIMISMO OSSESSIVO DIETRO CUI NASCONDERE UN’AZIONE DI GOVERNO GIUDICATA SEMPRE PIÙ DELUDENTE
Nessuno, dopo la vittoria schiacciante alle ultime europee, poteva immaginare che per la
premier Giorgia Meloni l’estate sarebbe stata così avara di sorrisi. E che i segni di debolezza della sua leadership si sarebbero mostrati in tempi così stretti e in modo così evidente.
Il turning point è stato l’improvvida decisione di bocciare il bis dell’amica Ursula von der Leyen.
Uno svarione politico a cui sono seguiti altri gravi errori di valutazione: puntare molto sulla vittoria di Marine Le Pen in Francia e sottovalutare la voglia di rivalsa dei due fratelli Berlusconi.
A luglio i due dominus di Forza Italia hanno infatti imposto al reggente Antonio Tajani una svolta “di tono” su diritti e nomine rovesciando l’appeasement che ha caratterizzato finora i rapporti tra gli azzurri e Meloni, aprendo d’improvviso una stagione assai più muscolare con l’inquilina di Palazzo Chigi.
Il nervosismo dell’ex missina si è plasticamente manifestato nella scelta surreale di cavalcare la fake news costruita dal suo biografo Alessandro Sallusti, in merito a un presunto complotto contro Arianna Meloni ordito dalla magistratura insieme alle opposizioni e la stampa avversa.
Una balla sesquipedale usata dolosamente per “avvisare” il potere giudiziario, che però ha creato tensioni anche nel deep state del paese, preoccupato da un vittimismo ossessivo dietro cui nascondere un’azione di governo giudicata sempre più deludente.
Se le fake news vengono usate dalla premier per una narrazione tossica ci sono notizie verissime che i vertici di FdI preferiscono tenere ben nascoste.
Come quella dei soldi girati dalla Fondazione An, cassaforte del partito della premier, ai neofascisti dell’associazione Acca Larenzia, che ogni anno organizzano il rito del “Presente”.
La questione è la pistola fumante che dimostra una volta per tutte i legami strettissimi, addirittura economici, tra gli attuali capi di Fratelli d’Italia è la peggiore feccia fascista del paese. Meloni, quando lo scorso gennaio le immagini dei camerati di Acca Larentia con le braccia tese finirono sui media di tutto il mondo, preferì non condannare l’episodio.
Viceversa attaccò la stampa che chiedeva numi sulla sua posizione: «Il mio silenzio su Acca Larentia?
In cambio avete parlato voi, regalando un grande assist alla propaganda russa», disse. I 30mila euro donati ai filonazisti chiariscono meglio l’atteggiamento del presidente del Consiglio, che difficilmente avrebbe potuto censurare i camerati generosamente finanziati appena sei mesi prima dalla fondazione che fa riferimento al suo partito.
Possibile che la leader o i vertici di FdI non fossero al corrente dell’operazione? Improbabile: nel board della cassaforte siedono (o sono stati seduti) tutti i fedelissimi della fiamma magica di Giorgia: prima il cognato Francesco Lollobrigida e il mentore Ignazio La Russa, oggi la sorella Arianna Meloni, il maestro Fabio Rampelli e plenipotenziario per le relazioni istituzionali romane di FdI Luca Sbardella
Infine, mette in risalto le ipocrisie della premier che ama autodefinirsi «non ricattabile».
Dopo l’inchiesta di Fanpage Meloni dichiarò infatti di aver «ripetuto decine di volte che non c’è spazio in FdI per posizioni razziste o antisemite, come non c’è spazio per i nostalgici dei totalitarismi del ’900 o per qualsiasi manifestazione di stupido folklore».
Parole a cui seguì la sospensione delle dirigenti di Azione giovani immortalate a inneggiare al Duce e Hitler. Un’impostura a tutti gli effetti, scopriamo oggi, visto che la fondazione dove siede la sorella della moralizzatrice i razzisti e i nostalgici li finanzia in segreto.
Emiliano Fittipaldi
per “Domani”
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
“HA PRESO DI MIRA LE ISTITUZIONI CULTURALI DEL PAESE ANNUNCIANDO DI VOLERLE DI ‘LIBERARE’ DALLA SINISTRA. UNO DEI SUOI PRIMI ATTI DA PRIMO MINISTRO È STATO QUELLO DI NOMINARE GIAMPAOLO ROSSI, NOTO PER AVER DIFESO TRUMP, PUTIN E ORBÁN, A CAPO DELL’EMITTENTE PUBBLICA”
Il 26 maggio 2023, quasi un anno dopo aver vinto le elezioni nazionali del 2022 per diventare primo ministro italiano, Giorgia Meloni ha tenuto un discorso politico a Catania, in Sicilia. Prima donna a governare l’Italia e politico di estrema destra dai tempi del dittatore fascista Benito Mussolini, la Meloni ha detto ai suoi sostenitori che, nonostante il successo elettorale, la vittoria non era ancora completa. C’è un’ultima resistenza di sinistra nella società italiana, ha detto la Meloni: il settore culturale.
“Voglio liberare la cultura italiana da un sistema in cui si può lavorare solo se si appartiene a un certo schieramento politico”, ha detto. È stato un chiaro segnale di intenti, un colpo minaccioso nelle guerre culturali del Paese e la promessa di una controffensiva di destra alla presunta egemonia della sinistra sulle scene cinematografiche, televisive e artistiche italiane.
La Meloni è sembrata essere fedele alla parola data. Uno dei suoi primi atti da primo ministro è stato quello di nominare Giampaolo Rossi, un giornalista noto per aver difeso Donald Trump, Vladimir Putin e il leader dell’estrema destra ungherese Viktor Orbán, a capo dell’emittente pubblica italiana Rai. Rossi ha dichiarato di voler “riequilibrare la narrazione mediatica” e recuperare gli spazi mediatici “usurpati dalla sinistra”.
Sono seguite altre nomine. Gennaro Sangiuliano, un altro giornalista di destra, è stato nominato ministro della Cultura e ha parlato di contrastare “la cultura anglosassone della cancellazione e la dittatura della wokeness”
Il critico conservatore Alessandro Giuli ha assunto la direzione del Maxxi, il più importante museo d’arte contemporanea di Roma. Pietrangelo Buttafuoco, probabilmente il più acclamato intellettuale di destra italiano, è stato nominato presidente della Biennale di Venezia, l’istituzione che sovrintende a una vasta serie di eventi culturali, tra cui la Mostra del Cinema. “In questa stagione gli steccati verranno abbattuti”, ha dichiarato Buttafuoco prima della sua nomina. “Verrà data una casa a chi finora non l’ha avuta”.
Mentre il mondo del cinema scende al Lido per l’81ª Mostra del Cinema di Venezia e l’inizio non ufficiale della stagione dei premi, qual è lo stato delle guerre culturali in Italia? Quale impatto potrebbe avere l’estrema destra italiana sull’industria? I registi italiani sono preoccupati.
La scorsa estate, praticamente tutti i registi più importanti del Paese, tra cui Luca Guadagnino (Challengers), Paolo Sorrentino (La grande bellezza), Matteo Garrone (Gomorra) e Alice Rohrwacher (La Chimera), hanno firmato una petizione per protestare contro l’intenzione del governo Meloni di assumere la gestione del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la più antica – e tuttora una delle migliori – scuola di cinema del mondo, interpretandola come un tentativo “violento e rozzo” di imporre una nuova ortodossia politica.
A maggio di quest’anno, alcuni giornalisti dell’emittente statale Rai hanno inscenato uno sciopero di 24 ore per protestare contro le minacce alla libertà di parola e i casi di sospetta censura da quando il governo Meloni è salito al potere. Lo sciopero è avvenuto pochi giorni dopo che il gruppo di controllo dei media Reporter senza frontiere ha declassato l’Italia nel suo indice annuale sulla libertà di stampa, facendo passare il Paese nella categoria “problematica” insieme all’Ungheria, che sotto il primo ministro Orbán ha subito forti restrizioni alla libertà di espressione politica.
“C’è un’evidente perdita della pluralità delle voci e dell’offerta [in Rai]”, dice Giuseppe Candela, giornalista che lavora per le testate online Dagospia e Il Fatto Quotidiano e che è specializzato nel settore televisivo. “Chi non si allinea al governo viene inimicato”.
“Ma l’Italia non è l’Ungheria, almeno non ancora”, afferma Tommaso Pedicini, giornalista culturale italiano con sede in Germania. “In Rai ci sono sicuramente meno voci critiche nei confronti del governo, ma non sono scomparse del tutto. E le proteste della sinistra si sono fatte più forti”.
Andrea Minuz, professore di storia del cinema all’Università La Sapienza di Roma e membro del consiglio di amministrazione del Centro Sperimentale, osserva che le nomine politiche in Italia sono la regola, non l’eccezione. Quando sono al potere, i governi di sinistra hanno messo i loro uomini ai posti di comando. Con la Meloni e il nuovo ministro della Cultura Sangiuliano, “si è parlato della volontà della destra di vendicarsi, di regolare i conti [con la sinistra]”, dice Minuz, ma finora ritiene che l’impatto sia stato minimo perché la maggior parte della “burocrazia” culturale italiana rimane solidamente di sinistra. “Se ciò che sta sotto la superficie non cambia, non cambierà nulla”, afferma.
Il principale piacere culturale della Meloni sembra essere quello dei romanzi fantasy. È una superfan del Signore degli Anelli che una volta ha posato accanto a una statua di Gandalf per un servizio fotografico su una rivista.
Lo scorso dicembre, la Meloni ha ospitato per quattro giorni un raduno politico a tema fantasy per il periodo natalizio, con una lista di ospiti che comprendeva Elon Musk e Santiago Abascal, il leader del partito di destra spagnolo Vox. Le storie di J.R.R. Tolkien sono state, in modo alquanto bizzarro, fatte proprie da una parte della destra italiana negli anni Settanta, che le ha interpretate come una voce della tradizione contro il progresso, rappresentando la lotta per difendere l’identità occidentale e cristiana contro la modernizzazione, la globalizzazione e l’invasione straniera
“La destra ha ragione quando dice che le istituzioni culturali sono dominate dalla sinistra”, osserva Pedicini, ”ma anche se la destra volesse impadronirsi [delle industrie culturali], non ha il personale. Le istituzioni culturali italiane sono state dominate dalla sinistra per decenni e non ci sono abbastanza intellettuali di destra, persone qualificate, per sostituirli”.
Secondo Pedicini, il presidente della Biennale Buttafuoco è uno dei pochi “qualificati” della destra culturale: “È un intellettuale in buona fede e un eccellente scrittore e pensatore”.
Non è però un ideologo della Meloni. Buttafuoco ha difeso l’idea di una profonda “tradizione di destra” in Italia, ma è anche un recente convertito all’Islam e ora musulmano praticante
“Se si guarda alla sua politica, non è tanto un nazionalista italiano alla Meloni quanto un anarchico di destra”, osserva Pedicini. “Molte delle sue opinioni sono in contrasto con quelle del governo Meloni”.
“Sta facendo molto bene”, aggiunge Minuz. “Guardate la decisione di nominare Willem Dafoe come nuovo direttore artistico della sezione teatrale della Biennale: è un’ottima scelta”.
I timori che la nomina di Buttafuoco a presidente della Biennale segnasse l’inizio di una nuova agenda di estrema destra alla Mostra del Cinema di Venezia non si sono finora concretizzati
A maggio, Alberto Barbera, direttore artistico di lunga data della Mostra del Cinema e nominato dalla sinistra, ha rinnovato il suo contratto per altri due anni, fino al 2026. A Barbera si attribuisce il merito di aver rilanciato Venezia e di aver reso il festival un trampolino di lancio imperdibile per la stagione dei premi.
“Ho sentito un’immediata intesa con Alberto Barbera e ho grande rispetto per la competenza, la professionalità e la passione che ha dimostrato negli anni in cui ha diretto la Mostra del Cinema”, ha dichiarato Buttafuoco in un comunicato dell’epoca. “Sono estremamente lieto che la Biennale continui questo percorso con lui”.
In vista del Festival di quest’anno, Barbera ha inchiodato i suoi colori politici all’albero maestro, annunciando su X che avrebbe lasciato la piattaforma di social media dopo una serie di post di Musk in cui inveiva contro la candidata democratica alla presidenza Kamala Harris e sosteneva che il Regno Unito fosse sull’orlo di una guerra civile in seguito alle rivolte anti-immigrati scatenate da agitatori di estrema destra.
“Dopo le ultime dichiarazioni del proprietario di Twitter (o meglio, scusate, di X), ho definitivamente perso il desiderio (già affievolito) di rimanere su una piattaforma di cui non condivido più gli obiettivi e le finalità”, ha scritto Barbera.
Nelle sue selezioni festivaliere, Barbera ha continuato a mostrare la sua indipendenza politica dal governo Meloni. L’anno scorso ha scelto diversi titoli, tra cui Io Capitano di Garrone e Green Border di Agnieszka Holland, che guardano alle sofferenze dei migranti che cercano di entrare in Europa e possono essere letti come un diretto rimprovero alle politiche anti-immigrati di Roma. La selezione per il 2024 include M. Son of the Century di Joe Wright, una serie televisiva sulla vita di Mussolini, basata sul romanzo di Antonio Scurati, autorevole critico della Meloni.
“Non c’è stata censura, non c’è stato un giro di vite, non c’è un’evidente agenda di destra”, osserva un importante critico cinematografico italiano e frequentatore della Biennale. “Ma il governo Meloni ha appena due anni. Temo che sia solo all’inizio”.
(da Hollywood Reporter)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
LO SCRIVE LA GIUDICE NELLE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA A CINQUE ANNI… BONVIN ESPLOSE UN COLPO DI PISTOLA DAL BALCONE DI CASA CONTRO UN MOLDAVO CHE STAVA PORTANDO VIA UNA MACCHINETTA CAMBIAMONETE CHE CONTENEVA 3 MILA EURO
Franco Iachi Bonvin, il tabaccaio di Pavone Canavese non sparò per legittima difesa, ma
«facendosi sostanzialmente giustizia da solo». Lo scrive la giudice di Ivrea Valeria Rey nelle motivazioni della sentenza di condanna a cinque anni di reclusione avvenuta con il rito abbreviato.
La notte del 7 giugno 2019 Iachi Bonvin aveva ucciso con un colpo di pistola (Taurus calibro 357) Ion Stavila, un moldavo che, insieme a dei complici, stava caricando sul furgone una macchinetta cambiamonete che conteneva 3 mila euro, appena rubata nel bar sotto casa di proprietà del tabaccaio
Nelle cinquanta pagine la giudice ricostruisce lo stato d’animo di Iachi Bonvin e mette ancora per iscritto che «l’imputato, quindi, gravemente turbato, frustrato e in stato d’ira perché lo stabile di sua proprietà era nuovamente oggetto di effrazione, aveva deciso di opporsi ai malviventi con l’arma da lui lecitamente detenuta».
La ricostruzione della giudice è quella sostenuta dalla procura di Ivrea sposando la tesi dello sparo avvenuto dall’alto, ovvero dal balcone del soggiorno del tabaccaio, come ricostruito dai consulenti della pubblica accusa (Roberto Testi per la consulenza medico-legale e Stefano Conti per quella balistica).§
Poiché – scriva ancora la giudice – «Iachi Bonvin ha sparato dal balcone del suo soggiorno a dei ladri presenti in cortile, la sua reazione non era necessaria e non era diretta a salvaguardare la propria o altrui incolumità. Nessuno infatti aveva minacciato né lui né i suoi familiari».
E ancora, «la sua reazione, inoltre, non era utile, perché le forze dell’ordine erano state informate dell’intrusione (era scattato l’antifurto) e se si l’imputato si fosse limitato a non fare nulla, nessuno avrebbe recato nocumento a lui, alla sua famiglia e alle sue proprietà»
Nel ricostruire la dinamica di quella notte la giudice scrive che «Iachi Bonvin, sparando al buio, non essendovi illuminazione, senza occhiale, ed esplodendo più colpi (3 o 5) almeno uno dei quali diretto verso il basso, così accettando il rischio di poter colpire mortalmente i malviventi – ciò che infatti avveniva».
A fine maggio si è arrivati, dunque, alla condanna in primo grado. In un primo momento l’accusa nei confronti di Iachi Bonvin era di omicidio colposo per eccesso di legittima difesa. Fu il primo caso dell’entrata in vigore della norma voluta da Matteo Salvini che aveva lanciato l’hashtag “Iostocoltabaccaio”. E qualche sera dopo, a Pavone, venne organizzata una fiaccolata a sostegno di Iachi Bonvin.
Inizialmente l’allora procuratore capo di Ivrea, Giuseppe Ferrando, aveva indagato anche altri due complici che avevano aiutato Jon Stavila. Uno di questi venne rintracciato tramite un mandato di cattura internazionale, ma con l’ingresso della riforma Cartabia la sua posizione fu successivamente stralciata in quanto non venne mai presentata querela da parte dei titolari della tabaccheria.
Il terzo uomo non venne mai identificato. Poi dopo tre notifiche per eccesso colposo, all’inizio dell’anno ecco la richiesta da parte del tribunale di riformulazione del reato in omicidio volontario.
(da La Stampa)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
PREOCCUPANTI ANCHE I DATI SULLA DISOCCUPAZIONE: A GIUGNO CI SONO STATE 177.365 DOMANDE TRA NASPI E DISCOLL, CON UN AUMENTO DEL 9% SU BASE ANNUA… ALTRI SEGNALI DI CRISI, DOPO IL CALO DELLA PRODUZIONE INDUSTRIALE (-2,6%) A GIUGNO
Forte aumento a luglio delle richieste di cassa integrazione e dell’utilizzo dei fondi di solidarietà da parte delle aziende. Crescono anche le domande di disoccupazione. Dall’ultimo Osservatorio dell’Inps arriva un altro segnale di crisi, dopo il calo della produzione industriale (-2,6%) a giugno, con segnali di discesa che si prolungano a luglio.
In totale, le ore di cassa integrazione autorizzate a luglio sono state 36,6 milioni, in leggero aumento rispetto a giugno (35,3 milioni, più 3,71%), ma in forte rialzo rispetto al luglio del 2023 (28,6 milioni, più 27,9%). A crescere è in particolare la cassa integrazione ordinaria: le ore a luglio sono 26,1 milioni (dai 25 milioni di giugno, più 4,1%).
E comunque l’aumento della Cig ordinaria è una costante: nel primo semestre le richieste sono state di 292,77 milioni di ore, con un aumento del 20,12% rispetto allo stesso periodo del 2023. In difficoltà soprattutto l’industria, con 166 milioni di ore (+51,30%).
Non meno preoccupanti i dati sulla disoccupazione: a giugno l’Inps ha ricevuto 177.365 domande tra Naspi e Discoll, con un aumento del 9% rispetto allo stesso mese del 2023. Rialzo consistente, del 5,5%, anche nel confronto tra i primi sei mesi di quest’anno e dell’anno scorso. «Nonostante i trionfalismi del governo siamo un Paese che affonda in una crisi drammatica», osserva Arturo Scotto, capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
NON SOLO CONTE E IL M5S, ANCHE FRATOIANNI CONTRO MATTEONZO – “LA DISCUSSIONE SU RENZI È RIDICOLA, GOVERNA CON LA DESTRA. IL TEMA NON SI PONE”
L’altra sera alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia è bastato che Pier Luigi Bersani
nominasse Matteo Renzi perché dalla platea si levasse un coro di mugugni e borbottii infastiditi. Sì, perché nella base del Pd, quella che da 20 giorni lavora per garantire lo svolgimento dell’evento (fino all’8 settembre), praticamente nessuno lo vuole come compagno di ventura nella costruzione dell’alternativa al centrodestra.
“Se la Schlein apre a Renzi allora sono io a uscire dal partito: quello è un gallo cedrone, vuole esserci solo lui”, dice Angelo Rinaldini, uno dei 400 volontari impegnati tutte le sere nei ristoranti, nei bar e nei servizi generali della festa, nella grande area del Campo Volo, alla periferia della città. Rinaldini è in buona compagnia. Non una delle persone impegnate nelle cucine o destinate al servizio ai tavoli dei cinque punti di ristoro, che sono stati allestiti insieme a due bar presenti, risparmia critiche velenose all’indirizzo del fondatore di Italia Viva. “Un’alleanza con lui? Quello che tocca Renzi si secca – dice Claudio Manghi, 63 anni, volontario al ristorante Gente di Mare –. E credo che tutti gli italiani se ne siano accorti, almeno lo spero. È un novello Berlusconi, anzi è il delfino del Cavaliere”.
Alle 18, i volontari – molti sono pensionati ma ci sono anche giovani – sono già al lavoro, pronti ad accogliere gli avventori che iniziano ad arrivare. Ma se gli chiedi cosa pensano di una alleanza tessuta senza veti e senza ambiguità – parole di Bersani –, se evochi la figura dell’ex segretario del partito tutti si fermano. E il giudizio è corale, tra commenti che si accavallano.
“Renzi ci ha già fatto perdere troppi voti e con lui le cose possono solo peggiorare”, dice Loretta Sabattini, 72 anni, una che ha cominciato a 16 anni a mettersi a disposizione del partito, quando si trattava di allestire stand o tirare la sfoglia.
Nessuno gli perdona la legge che ha cambiato la normativa sul lavoro, il Jobs Act. Né, persino, il vecchio viaggio ad Arcore per incontrare Berlusconi (sono trascorsi quasi 14 anni eppure quell’incontro per tanti vecchi militanti del Pd pesa ancora come un’onta) o gli elogi, più recenti, spesi per il primo ministro dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman. “Ecco, che se ne torni là, in Arabia Saudita: glielo faccio io il passaporto, vada là e non si faccia più vedere”, sbotta Manghi, secondo il quale la Schlein “dovrebbe ascoltare la base, che proprio non lo vuole”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Agosto 27th, 2024 Riccardo Fucile
SI LAVORA A UNA MEDIAZIONE: LA LEGA POTREBBE CEDERE IL VENETO AI MELONIANI IN CAMBIO DEL COMUNE DI VENEZIA, CON LUCA ZAIA CANDIDATO SINDACO. E FORZA ITALIA POTREBBE AVERE TOSI COME CANDIDATO SINDACO A VERONA FRA TRE ANNI
Antonio Tajani sceglie la giornata conclusiva del maxi raduno degli scout Agesci per dire che alle prossime regionali Forza Italia proverà a prendersi il Veneto e che il candidato presidente è Flavio Tosi. Ed è il suggello di una campagna palesemente in contrasto con la Lega, che nessuno ormai cerca neanche più di nascondere. I fronti aperti sono numerosi e ciò che complica la situazione è che non si tratta di una partita a due. Tutt’altro.
Luca Zaia, governatore leghista dalle percentuali bulgare (76% all’ultima tornata elettorale), si avvia a concludere quello che al momento sembra essere il suo ultimo mandato. Tra un anno, massimo un anno e mezzo, saranno indette nuove elezioni per la presidenza di una delle regioni locomotiva d’Italia. La corsa per la successione si è già aperta, ma chi pensava che la partita fosse solamente tra Lega e Fratelli d’Italia è stato smentito dai fatti.
È piombata infatti Forza Italia con Tosi come dirigente regionale, ingaggiato da Silvio Berlusconi circa un anno prima di morire. L’ex leghista, che nel curriculum vanta anche due mandati come sindaco di Verona e uno come assessore regionale alla Sanità, ha una serie di conti in sospeso con quelli che un tempo erano i suoi compagni di partito.
Primo tra tutti Luca Zaia, colui che lascia libera una casella così importante perché il limite dei mandati gli impedisce di proseguire. «Faremo di tutto per tenerci il Veneto», promette il giovane segretario regionale Alberto Stefani, uno dei possibili nomi spendibili per questa candidatura. Uno ma non l’unico. Anche il sindaco di Treviso Mario Conte è un nome spendibile, anche se non fa parte della “scuderia” di Matteo Salvini.
All’orgoglio leghista si contrappongono le mire espansionistiche di FdI, che alle ultime europee in Veneto ha segnato addirittura un 37,6%, percentuale più alta d’Italia.
Nell’ottica di uno scacchiere nazionale, con la Lega già presente al vertice in Lombardia e Friuli Venezia Giulia e Forza Italia ben salda in Piemonte con Cirio, i Fratelli recriminano quote al Nord. «Più di un veneto su tre ha messo la croce sul nostro simbolo che rappresenta una comunità politica con molte personalità che hanno esperienza e capacità per vincere e ben governare la Regione », si affretta a dire Raffaele Speranzon, veneziano, senatore di FdI e soprattutto molto vicino a Giorgia Meloni.
Ma Tosi ribatte sicuro: «Il vicepremier Tajani sta facendo fare un salto di qualità al partito, la crescita è costante, siamo la seconda forza del centrodestra a livello nazionale: abbiamo il diritto di avanzare le nostre proposte».
Dunque con la Lega che non vuole mollare, Forza Italia che preme e Fratelli d’Italia che stavolta ci crede davvero, come trovare la quadra?
C’è chi ipotizza possa essere siglato un accordo che prevede lo scambio tra i partiti del centrodestra. La Lega potrebbe cedere la Regione Veneto a FdI in cambio del Comune di Venezia, con Luca Zaia candidato ad amministrare la città unica al mondo dopo Luigi Brugnaro. E Forza Italia, invece, potrebbe strappare un accordo analogo per prossime elezioni amministrative a Verona (per cui però mancano ancora tre anni), con Tosi candidato in pectore
(da La Repubblica)
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