Destra di Popolo.net

IL PARTITO-FAMIGLIA E LE CONSEGUENZE DEL DISAMORE

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

CHI SI CONTORNA DI PARENTI DEVE METTERE IN CONTO LE PIU’ SERPENTESCHE CONSEGUENZE

Detto con la necessaria e in fondo equanime malizia: hai voluto il partito-famiglia? Beh, adesso pedala. Oppure, a discrezione, proteggiti dall’inevitabile tempesta dopo l’infausta semina, raccogli i preannunciatissimi cocci, piangi la prevista sorte che le tue scelte ti hanno procurato e via con i proverbi della tradizione.
Così Arianna e Lollo si saranno pure lasciati, ma le loro disavventure coniugali, in sé di scarso valore ai fini dei destini collettivi, assumono un indubbio rilievo politico, se non altro diradando le tenebre attorno al recente “complotto” di cui si parla sempre meno e quindi sempre più all’italiana.
Per Giorgia, diffidentissima premier, sarà stato anche comodo affidare il partito alla sorella, fare ministro il cognato, nominare capo della sua scorta il marito della sua segretaria e tenersi come compagno (prima della rottura) un conduttore di talk show. Ma poi, come molte cose importanti della vita, ecco che questa cintura di sicurezza famigliare va rivelandosi a doppio taglio e seguita a ritorcersi contro di lei, per cui non c’è bisbiglio, diceria, credenza, insinuazione, paparazzata, vignetta, crostino social o chicca di Dagospia che non siano messi in piazza rubando tempo, energia e serenità ad ogni ragionevole azione di governo.
Quest’ultimo oscurato, fin dagli esordi, da un costante sgocciolio a base di padri sciagurati, mamme di fervida penna, nonne caratteriste, sorellastre sosia; e poi favoritismi, corna, fuorionda gaglioffi, esami del dna, guardie e ladri notturni attorno alla Porsche sottocasa; fino alle dislocazioni delle stanze e ai costi sostenuti dal famiglione alla Masseria Beneficio. E ci sarà un’ingiustizia in tutto questo crudele impicciarsi dei fatti loro, ma tocca insistere: sono le inesorabili disgrazie del partito-famiglia, incarognite da una politica priva di ideali e progetti.
Chi si contorna di parenti deve mettere nel conto le più serpentesche conseguenze. È matematico o, se si preferisce, è la storia e insieme il destino. Non si pretende qui che i governanti approfondiscano il potere che fin dalla notte dei tempi la mitologia assegnava a Nemesi, figlia della Notte e campionessa ancora in carica della giustizia distributiva; né ci si arroga il diritto di suggerire una rinfrescatina sul concetto di contrappasso nell’inferno dantesco. Quel che sorprende e insospettisce, negli uomini e nelle donne del potere, è l’incapacità di comprendere che tra le più grandi e terribili novità degli ultimi trent’anni c’è proprio la fine di ogni distinzione tra sfera pubblica e privata.
Non è bastato il clamore sul divorzio di Veronica e le amichette di Berlusconi lanciate in politica. Non è bastato che la deflagrazione del centrodestra s’è accesa intorno al rapporto tra Fini, i Tullianos e la casa di Montecarlo. Non è bastata la rovinosa caduta di Bossi e tutto quanto, a partire dalle spesucce per la laurea albanese del Trota, finiva in una cartellina intitolata appunto “The family”. Non sono bastate le peripezie di casa Mastella, i pasticci di babbo e mamma Renzi, le vicissitudini societarie e famigliari di Santanchè, pure incrociatesi con i fulminei acquisti immobiliari in comproprietà con i famigliari di La Russa, e tante, tante altre storie che celebrano il vero, anche se inconfessato core-business della vita pubblica con tutti i suoi indispensabili esibizionismi e le sdolcinate ostentazioni social di figli, animali, pupazzetti e frutta di stagione.
Con il che i governanti continuano a invocare la privacy, nientemeno, e si illudono di salvarsi liquidando con sdegno ciò che giustamente temono come gossip, altro termine straniero che in realtà designa il linguaggio corrente nel tempo della democrazia delle celebrities, dei fan, dei tifosi e dei sicari.
In questo senso, d’altra parte, dalle novelle trecentesche in poi l’Italia (la “nazione”!) è sempre stata perfetta, altro che festival sull’identità con la partecipazione delle fidanzate di TeleMeloni.
Ieri Arianna ha anche parlato con il Foglio di «curiosità morbosa»: e c’è da crederle, a patto di condividere il nesso di causa-effetto tra morbo e curiosità. Dal punto di vista umano la fine di un matrimonio è triste: «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo…». Ma senza ipocrisia: nessuno ha obbligato i Fratelli e le sorelle d’Italia a farsi belle e a farla tanto lunga su Dio, Patria e — vedi un po’ — famiglia. Perché la politica servirà pure. Ma la vita è una cosa più complicata di un partito e forse merita uno sguardo in più.
(da repubblica.it)

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L’ANTROPOLOGO NIOLA: “SORELLE, COGNATI & C.: L’ITALIA DEI MALAVOGLIA TRA SANGUE E POTERE”

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL DOCENTE: “IL PARTITO-FAMIGLIA”

Professor Niola, cooptare la famiglia negli affari, condurre la famiglia sull’altare del potere rende la felicità attesa oppure porta a un dolore sordo e continuo, un malanno inguaribile?
La famiglia è nel genoma italiano. Abbiamo così tanta cura e tanto affetto per fratelli e sorelle e figli e nipoti e cognati che essi divengono irresistibile pilastro della nostra identità nazionale. Nell’eccesso, e dunque nel traviamento del concetto, si produce quel che possiamo poi definire una conurbazione familistica, il grande agglomerato urbano di fratellanze, cognatanze, sorellanze.
La famiglia a palazzo Chigi è tema prevalente nel dibattito politico. L’ultima notizia a scuotere i partiti è l’amore finito tra Arianna Meloni e il ministro Lollobrigida, cioè tra la sorella e il cognato della premier. Qui siamo forse alla manifestazione della malattia autoimmune della famiglia?
Sarei più cauto. Parlerei di effetto collaterale, naturalmente indesiderato. È come quello che in guerra si definisce fuoco amico. Uno scambio di colpi di artiglieria improvvisi e purtroppo inaspettati.
Lei dice che Giorgia Meloni ha portato la famiglia con sé nelle stanze del potere come atto difensivo, piuttosto comprensibile.
Assolutamente sì. La famiglia è carne e sangue e assolve al dovere della lealtà verso il parente più che verso la legge. La famiglia non è lo Stato, che è un potere astratto e distante.
Ma adesso la famiglia diviene elemento disturbante, quasi una camera magmatica: troppo gas in circolo?
I dolori, mio caro. Questi sono dolori. Qui ritorniamo al fuoco amico.
Comunque in Italia siamo alla pura devozione, siamo al partito dei tengo famiglia.
Non a caso anche la criminalità organizzata è strutturata in famiglie. La mafia – addirittura – chiama “mamma” l’entità giurisdizionale interna. E poi, suvvia: siamo così stupìti dal familismo meloniano in una terra in cui l’industria principale, quella delle automobili, era universalmente riconosciuta con il nome degli Agnelli, cioè di una sola, larga e intramontabile famiglia? Pure i distretti industriali nascono come sostituti funzionali delle famiglie: i Moratti nel petrolio, i Benetton nell’abbigliamento, per fare solo due nomi.
La famiglia è tutto.
Ma vede con quanta cura pratichiamo la celebrazione del pranzo domenicale? Solo noi italiani rifacciamo eternamente il circuito gastronomico parentale, i piatti della nonna serviti come flebo della memoria a cui destiniamo emozionanti narrazioni divengono poi brand assoluti nel marketing dell’industria del cibo. Siamo così profondamente dentro l’articolazione dei legami di sangue che anche il rito del ricordo dei nostri morti è pratica più avanzata che altrove e più coinvolgente che altrove.
Ma non possiamo dire che la piccola Italia è tutta una sola grande famiglia?
L’Italia è nelle mani di poche famiglie. Il potere è schiettamente familiare, la possibile deriva è familistica. L’amoralità è spesso il carattere costituente della via ereditaria al comando. Ricorda il grande saggio sociologico di Banfield?
L’indagine in un paesino del Sud sulle radici del familismo amorale.
Anche il Nord non scherza. Ci sono di mezzo paesi e città.
Dunque Giorgia avrebbe fatto bene a portarsi dietro Arianna, Lollo, Giambruno e tutto il cucuzzaro?
Ha pensato di essere in trincea e ha schierato i familiari a fare da guardiaspalle.
Però i famigli danno dispiaceri.
Nella storia d’Italia la famiglia allargata nella dimensione apicale del potere politico è un fatto riconosciuto come pure in quello economico e anche nel grande mondo dello spettacolo. Al Quirinale il presidente Leone portò la sua oltre ogni imbarazzo.
Siamo tutti figli e fratelli.
Nella letteratura il sentimento familiare viene riassunto da due capolavori: i Promessi Sposi e i Malavoglia.
Siamo proprio così?
Siamo esattamente così.
(da ilfattoquotidiano.it)

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LA VON DER LEYEN È INFASTIDITA DAL COMPORTAMENTO DELLA MELONI: C’È IRRITAZIONE PER IL RITARDO NELLA DESIGNAZIONE UFFICIALE DEL NOME DEL NUOVO COMMISSARIO UE, CHE DOVREBBE ESSERE IL MINISTRO RAFFAELE FITTO. L’ITALIA È L’UNICO TRA I “GRANDI” PAESI A NON AVER ANCORA SCELTO IL CANDIDATO

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

“RECLAMA INCARICHI DI PESO E VICEPRESIDENZA MA NON RIESCE NEMMENO A FORMULARE UN NOME”… LE SPERNACCHIATE A GIORGETTI PER LE PAROLE SUL PNRR (“SOVIETICO”): “IL PIANO SERVE AD AIUTARE L’ITALIA. SE POI NON SAPETE SPENDERE I SOLDI, NON È UN PROBLEMA NOSTRO”

Il confronto gelido tra Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni non accenna a temperarsi. Dopo il voto contrario di Fratelli d’Italia al secondo mandato, il chiarimento tra le due non c’è mai stato davvero. E ancora in questi giorni non è mancato il fastidio, che spesso tracima nell’irritazione, per l’atteggiamento e per alcune parole provenienti dal governo italiano.
In primo luogo per i tempi con cui Palazzo Chigi ha deciso di gestire la nomina del nuovo commissario Ue. Il termine per le designazioni scade a fine mese. E la casella vuota di Roma inizia a essere notata con insofferenza.
Anche perché dei 27 solo in cinque non hanno fornito ancora l’indicazione. Due di questi, però, il Belgio e la Bulgaria sono giustificati dal fatto di non avere ancora un governo pienamente in carica. Poi manca il Portogallo, già soddisfatto dall’approdo dalla presidenza del consiglio europeo di Antonio Costa e quindi consapevole che riceverà probabilmente un portafoglio minore, e la Danimarca. Ma dei “grandi” Paesi è assente solo l’Italia.
Per di più, l’Italia continua a reclamare incarico di peso e vicepresidenza ma nello stesso tempo non riesce nemmeno a formulare un nome. Anzi i tempi lunghi vengono interpretati come un modo per tirare la corda nel negoziato sui “portafogli”.
Negli scambi informali la presidente della Commissione ha ricevuto la conferma che entro pochi giorni (forse già mercoledì prossimo, in Consiglio dei ministri) verrà ufficializzata la candidatura di Raffaele Fitto.
E in parte è conscia che parte del ritardo è provocato dai problemi interni alla maggioranza.
E proprio sull’eredità di Fitto si concentra un’altra preoccupazione ai piani alti di Bruxelles.
Tutti, infatti, sono consapevoli del grande ritardo con cui il nostro Paese sta attuando il Pnrr. Cambiare il ministro […] viene considerata una sfida.
Anche perché Fitto viene giudicato “uno dei pochi” “meloniani” capaci di comprendere le dinamiche dei Palazzi dell’Unione.
Il nostro Piano nazionale di Ripresa e Resilienza sta diventando di nuovo oggetto delle attenzioni europee.
Soprattutto dopo la battuta pronunciata solo pochi giorni fa dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che lo ha paragonato ai piani quinquennali dell’Urss leninista.
Una frase che non è affatto piaciuta nei Palazzi dell’Unione e nemmeno in alcune cancellerie, in particolare del nord Europa che ricordano ad ogni piè sospinto che il NextGenerationUe e la prima formazione di debito pubblico comune sono state scelte compiute per aiutare in primo luogo l’Italia: «Se poi non sapete spendere i soldi, non è un problema nostro».
Le spine tra Roma e Bruxelles, dunque, continuano ad essere acuminate. E non bastano le rassicurazioni della premier sull’ultimo voto che la Commissione dovrà affrontare — probabilmente a ottobre — nel Parlamento europeo. «In quell’occasione — ripete da settimane Meloni — daremo il nostro sì». Una garanzia che certo non cambia la situazione, visto che in quel caso ci sarà anche il commissario italiano da approvare e non si è mai visto un governo che boccia il proprio rappresentante.
Come noto, infine, la presidente dell’esecutivo europeo non ha apprezzato la designazione di commissari in netta maggioranza uomini. Solo cinque al momento sono donne. E non è escluso che ci possa essere un riequilibrio con le presidenze. La paura è che la cosiddetta “graticola”riservata dal Parlamento ai commissari possa produrre diverse bocciature E tra gli aspiranti vicepresidenti, Fitto non sembra avere le chance maggiori.
(da la Repubblica)

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MEDICI SENZA SPECIALIZZAZIONE, CARENZA DI SPECIALISTI, POCHI FISIATRI: LA RELAZIONE HORROR DELL’ASL DI BRINDISI SUL CENTRO DI RIABILITAZIONE DI CEGLIE MESSAPICA GESTITO DALLA FONDAZIONE SAN RAFFAELE DI ANTONIO ANGELUCCI

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

PER LA CLINICA È IN ATTO UNA GUERRA TRA L’EDITORE DEL “GIORNALE” E LA GIUNTA EMILIANO: IL GOVERNATORE VUOLE INTERNALIZZARE IL CENTRO, ANGELUCCI HA IMPUGNATO LA NORMATIVA. MA GLI ISPETTORI CONFERMANO LE CARENZE

Ben undici medici che o non hanno la specializzazione per occuparsi di pazienti che necessitano di riabilitazione funzionale e neuroriabilitazione o svolgono solo guardia attiva pomeridiana o notturna.
Di fisiatri se ne contano appena tre (uno peraltro assunto solo il 14 agosto scorso), ai quali si affianca un neurologo, arruolato sei giorni dopo. Tanto da indurre gli ispettori dell’azienda sanitaria di Brindisi a concludere che “la carenza di figure mediche specialistiche […] non garantisce la sicurezza delle cure”.
La relazione è del 20 agosto. Riguarda il presidio sanitario per la riabilitazione intensiva di Ceglie Messapica, nel Brindisino. Centro gestito in convenzione con l’Asl dalla Fondazione San Raffaele, che fa capo alla famiglia di Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e parlamentare della Lega, oltre che editore di Libero, Il Giornale e Il Tempo.
E che la Regione guidata da Michele Emiliano ha deciso di avocare a sé per riportarlo sotto il diretto controllo della sanità pubblica. Intorno al centro sanitario […] si è scatenata una guerra per affossare la legge regionale che ne ha disposto l’internalizzazione. In prima linea parlamentari del centrodestra e governo, che sono corsi in aiuto di Angelucci chiedendo o minacciando l’impugnazione della normativa davanti alla Consulta.
Ora la relazione degli ispettori, tre pagine che stroncano la qualità dell’assistenza fornita dal presidio sanitario. Emiliano non è affatto disposto a fare marcia indietro, la Fondazione San Raffaele affila sempre di più le armi.
Il subentro della Regione era previsto il 22 luglio scorso. Passaggio di consegne rinviato, dopo il ricorso al Tar di Lecce da parte della fondazione, che ha ottenuto la sospensiva. Per i giudici amministrativi il piano regionale non è idoneo ad assicurare il ricollocamento immediato di tutti i pazienti, tenuto contro che l’ospedale Perrino di Brindisi non risulta disporre di posti letto per la riabilitazione di neurolesi e motulesi.
La prossima udienza è fissata per il 4 settembre. Angelucci […] non vuole rilasciare dichiarazioni. Nel frattempo la Fondazione – che dall’Asl di Brindisi percepisce oltre 9 milioni di euro all’anno – ha aggiunto un nuovo capitolo al contenzioso, impugnando anche la delibera dell’Asl seguita alla relazione ispettiva.
Delibera che rileva gravi criticità, come l’assenza dei requisiti organizzativi minimi e l’inadeguatezza delle prestazioni, oltre alla significativa carenza di personale specializzato, disponendo il “Piano emergenziale assistenziale funzionale alla gestione in sicurezza dei pazienti degenti presso il centro”, a partire da oggi.. Forti criticità poi rimarcate dal tribunale amministrativo, nonostante i giudici, proprio ieri, abbiano sospeso anche quest’atto. Lo hanno fatto però nella sola parte in cui fissa la decorrenza del piano da oggi
(da il Fatto quotidiano)

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MA L’ITALIANITA’ ESISTE? UN VIAGGIO STORICO NELL’IDENTITA’ FRAGILE

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

A FORZA DI CERCARE LE ORIGINI IDENTITARIE DI UN POPOLO SI RISCHIANO ASTRAZIONI MITOLOGICHE RIDICOLE

C’è un personaggio sporco, addolorato ma carico di dignità, fra i migliori di quelli interpretati dal compianto Alain Delon. Immortalato dal genio di Luchino Visconti, il protagonista di Rocco e i suoi fratelli è un ragazzo dal volto pulito, protettivo e amorevole verso una madre vedova, che nell’inverno del 1960 arriva a Milano dalla Basilicata con quattro dei suoi cinque figli.
Emigrati, strappati alla fame e alla miseria, per loro l’accoglienza fra le case popolari di una città in febbrile crescita non è delle migliori. E c’è una scena di quel film che mi ha sempre colpito molto: quando arrivati all’alloggio popolare, in un sottoscala buio, malsano, con acqua gelida per lavarsi in un gabinetto comune, la gente del caseggiato li osserva con disprezzo al suono di «guarda là, Africa».
È la storia di una doppia sconfitta: di un dramma famigliare e di un mondo che non sa rigettare al mittente odio e pregiudizio. Sentirsi stranieri in patria, tra insulti e discriminazioni: non è successo solo ai migranti italiani che partivano dalle terre del sud, negli anni del boom economico. E non succede solo a chi arriva nel nostro paese, per cercare rifugio e asilo o per ricongiungersi ai propri cari, dopo aver attraversato il mare per non morire di carestia o di guerra. Per chi vorrebbe riportare indietro le lancette della storia (proprio come nel Settecento qualcuno si schierava contro il suffragio universale) i diritti di cittadinanza sono negati persino a chi in Italia è nato e cresciuto. A chi conosce il dialetto al pari dei nostri bisnonni e a chi frequenta ormai da anni le scuole italiane.
Stereotipo bianco
Il dibattito sullo ius scholae di questo scorcio di fine estate non ha per niente appassionato gli italiani (tranne forse i pochi adepti che sotto l’ombrellone trovano ancora interessante sfogliare i giornali). E poi capita (come è accaduto a me, nel corso di una cena) di ritrovarsi a discutere con chi nello sport teneramente crede di poter racchiudere ancora un valido collante nazional-popolare o addirittura identitario.
Certo, i “patrioti” seduti a quel ristorante trovavano molto confortevole tifare per l’altoatesino Jannik Sinner, cresciuto in una famiglia di madrelingua tedesca (prima di trasferire la propria residenza anagrafica e fiscale nel Principato di Monaco), che incoronare con il tricolore la veneta Paola Egonu, nonostante il trionfo olimpico per la nazionale di volley. Il murale a lei dedicato davanti al Coni di Roma, che doveva celebrare le sue italiane vittorie, è stato imbrattato con spray rosa a cancellare il nero della sua pelle. Sarà che «i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità», tanto per riprendere le parole di Vannacci.
Fatto sta che i due imprudenti commensali pensavano davvero che da «ottomila anni l’italiano stereotipato è bianco» (ma forse non avevano letto le vicende dell’antica gloria di Roma, che già nel I secolo a.C. concedeva la cittadinanza agli schiavi liberati, tutti nordafricani di Libia, Tunisia, Algeria). Chissà che avrebbe detto Benedetto Croce, quando cercava di spiegare cosa fosse quel guazzabuglio identitario per una penisola retta per miracolo al centro del Mediterraneo, incrocio di ceppi linguistici, culture, religioni, passaggi di eserciti, distruzioni e riconquiste.
Tradotto: attenzione che a forza di cercare le origini identitarie (per non dire somatiche) di un popolo si rischiano astrazioni mitologiche, anche piuttosto ridicole. Il carattere di un popolo non può essere estrapolato dalle sue vicende storiche e non è immutabile come le stelle fisse del paradiso di Dante.
Senza contare che l’identità si forma in rapporto allo sguardo esterno di chi ci osserva. Ovvero al modo in cui ci si autorappresenta o si difende la propria differenza rispetto all’identità altrui. Non a caso se si chiede agli studenti di Princeton «chi sono gli italiani» gli stereotipi sull’etnia prendono a bersaglio proprio noi: buoni, geniali, pigri, anarchici, saggi, santi e persino eroi.
Rispetto per il passato
Uno sguardo al nostro passato da popolo di migranti potrebbe aiutare se non fossimo un paese così smarrito e in preda a un continuo corto circuito della memoria. Non guasterebbe neppure un po’ più di rispetto per le storie dei cosiddetti “nuovi italiani” come quella di Danilo Kravets, che mi è capitato di intervistare per un documentario Rai.
Arrivato dall’Ucraina all’età di nove anni per raggiungere sua madre, infermiera in un ospedale della provincia umbra, quando mi racconta la sua storia, è ormai un uomo allegro, solare e molto caparbio. A far avverare il suo sogno, diventare cittadino italiano, è stato il presidente Sergio Mattarella, il 21 aprile 2022. «Caro presidente degli italiani, ma anche presidente mio, oggi di anni ne ho 24, qui in Italia ho frequentato le scuole fino alle superiori, di diplomi ne ho presi due, e l’italiano l’ho imparato subito e bene. Voglio essere italiano dalla prima volta che ho visto l’Italia. E mi scusi presidente, avevo dimenticato di dire che sono un ragazzo Down… ma questo è un dettaglio».
(da editorialedomani.it)

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IL TITOLARE DELLA TRATTORIA “MELONI” IN ALBANIA E’ ACCUSATO DI TRAFFICO DI DROGA, FURTO E DISTRAZIONE DI FONDI UE, MA I MEDIA ITALIANI NON LO DICONO

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

LA NOTIZIA TRATTATA COME FOLKLORE, MA NESSUNO RIVELA I GUAI GIUDIZIARI DEL PROPRIETARIO CHE INCENSA LA MELONI

Bella la Trattoria Meloni in Albania, ma la stampa italiana no. Tutti hanno trattato la notizia come un appunto di folklore, con spensierata leggerezza, ma il proprietario della trattoria viene accusato di traffico di stupefacenti, furto e distrazione di milioni di fondi europei. Lui nega ogni accusa, e non spetta certo a noi prendere parte o accusare l’oste visto che di mezzo ci sono anche questioni politiche. Ma i giornali e i Tg italiani, prima di condividere la notizia, davvero non hanno fatto alcuna ricerca? Viste le controversie, Giorgia Meloni sarà contenta di questa associazione? Dove finisce il contraddittorio inizia la propaganda, e saremo ben contenti di ospitare Gjergj Luca per chiedergli la sua versione. Cosa che avrebbero dovuto fare i giornalisti del Tg4 che per primi hanno mandato in onda il servizio.
Il Tg4 ha mandato in onda un servizio leggero, di quelli tipicamente estivi, in cui mostrava simpaticamente l’apertura in Albania della Trattoria Meloni. Un ristorante tappezzato di foto che ritraggono la nostra presidente del Consiglio. Zoom sui quadri, simpatia, vivacità. Un oste bonario che racconta la sua ammirazione per Giorgia – una donna straordinaria, dice l’oste – piatti di pesce che vanno avanti e indietro. Fine. Sui social monta l’onda dell’ironia e finisce tutto qui. Invece no, perché poi viene la curiosità di scoprire qualcosa in più. Fai una ricerca, risali al nome del proprietario e ti si apre tutta una serie di articoli su di lui, pubblicati dai giornali albanesi. E non sono belle notizie: si parla di traffico di supefacenti, distrazione di fondi europei, corruzione e furti. Il suo nome è Gjergj Luca, e da quanto scrivono i quotidiani in Albania risulterebbe essere coinvolto in diversi scandali, attività losche se non criminali e oscure trame politiche in cui c’è di mezzo anche l’Italia. Il video di Trattoria Meloni è stato pubblicato anche sul sito del Corriere e la notizia è stata ripresa da tutti i giornali e media italiani, nessuno escluso. Tutti hanno puntato sulla curiosità del caso, sulla passione per Giorgia e sulla simpatia della notizia. E la cosa più grave non sono tanto le accuse al proprietario, ma lo stato di salute della stampa italiana. Sia nel caso in cui nessuno abbia controllato chi fosse l’oste di Trattoria Meloni, sia nel caso in cui lo abbiano fatto ma abbiano deciso di non riportare nemmeno un passaggio relativo alle polemiche sul suo conto. Altrochè Telemeloni. Il proprietario di Trattoria Meloni comunque rigetta tutte le accuse, e da quanto si evince dalla stampa estera non risulta ufficialmente sottoposto a procedimenti nei suoi confronti, e tanto meglio. Però fare informazione, da parte dei media italiani, avrebbe voluto dire riportare anche le accuse. Vediamo quali.
Gjergj Luca è principalmente un imprenditore che ha costruito un impero sul mercato del pesce. Dalla pesca alla lavorazione, fino alla cucina. Barche, stabilimenti di trasformazione della materia prima e una catena di ristoranti, i Rozafa. Addirittura una sorta di parco del pesce, a Elbasan, un paese a sud di Tirana. Una Fish City, questo il nome. Uno stabilimento dove viene lavorato il pesce con a fianco piscine, ristoranti, cinema, giochi per bambini e quant’altro. Dove ci sono imperi arrivano le inchieste dei giornali, è matematico. Tranne che in Italia, dove ci si limita a riportare la nota di folklore per farsi due risate o per vantarsi di avere una presidente del Consiglio così benvoluta nel mondo da dedicarle perfino un ristorante. Le inchieste riportano accuse gravi, gravissime, tanto che risulta che i giornali albanesi siano in causa col proprietario di Trattoria Meloni per aver divulgato le notizie che riportavano il suo coinvolgimento nei fatti. Poi c’è la questione politica, perché secondo i detrattori Luca sarebbe amico del Primo Ministro albanese Edi Rama. Per noi che siamo in un altro paese e fuori dalle discussioni interne in Albania, non ci è dato sapere fino a che punto arrivi la propaganda, o se si attacchi Luca per arrivare a Rama, ma sta di fatto che la stampa italiana due domande avrebbe dovuto farsele.
Alcuni media albanesi hanno ripreso uno studio dell’International Strategic Studies Association, una ONG americana che si occupa di difesa e geopolitica, secondo il quale Gjergj Luca sarebbe coinvolto con altre persone nel traffico di stupefacenti sulla rotta balcanica, dal Montenegro alla Grecia fino all’Italia. Qui e qui trovate i link agli articoli che potete tradurre dall’albanese con le funzionalità di Chrome. In un’altra occasione, qui il link, Luca sarebbe stato accusato dall’ex premier Sali Berisha, suo nemico politico, di essersi impossessato illegalmente di un veliero ritrovato in acque internazionali, al largo della Sicilia, sottoposto a sequestro perché utilizzato per trasportare cocaina. A recuperare la barca abbandonata sarebbe stato un peschereccio della società di Luca. In un’altra occasione, sempre secondo i media albanesi, Luca sarebbe stato coinvolto in uno scandalo relativo alla destinazione di alcuni fondi UE per l’agricoltura (il link qui). La compagnia dell’oste, secondo quanto riportato anche dall’Agenzia dell’Unione europea per la cooperazione giudiziaria penale (Eurojust), avrebbe fatto parte di un gruppo di persone coinvolto in un utilizzo improprio di 1,3 miliardi di Lek di fondi europei, pari a quasi 10 milioni di euro, tanto che poi la stessa UE risulterebbe aver bloccato i fondi di rimborso sull’agricoltura (link qui). Risulta comunque che Luca abbia negato tutto, presentandosi anche allo SPAK, l’ente anti-corruzione albanese, dichiarando che andrà “davanti al tribunale ogni volta che la verità mi chiamerà, davanti al quale sarò sempre trasparente e non nascosto”, sicuro della sua innocenza e chiedendo di essere processato dal suo Paese per dimostrare il contrario (qui il link). Un’altra notizia racconta di alcune proteste avvenute proprio a Elbasan, dove Luca ha costruito il suo Fish City. Secondo l’articolo (il link qui) i residenti della cittadina “protestano da tempo contro la fabbrica di pesce Rozafa a Fushë-Labinot, la frazione di Elbasan. I residenti hanno accusato il proprietario dell’azienda, Gjergj Luca, di aver rubato loro l’acqua e la terra. Affermano anche che Luca sta inquinando il fiume Shkumbin con gli scarti dei pesci. I residenti hanno inoltre dichiarato di aver ricevuto anche minacce”. In occasione delle proteste c’è anche un video di Luca che esce fuori a parlare coi manifestanti, dicendo: “Non ho rubato a nessuno nella mia vita, non ho derubato nessuno, non sono caduto al collo di nessuno”, e promettendo ai cittadini di installare due tubazioni per rimediare ai loro problemi di approvvigionamento idrico. In buona sostanza, è vero che i media sono sempre schierati, da una parte e dall’altra, in Albania come in Italia, e non spetta sicuramente a noi accusare o condannare Gjergj Luca, così come non è nostro compito sostenere una parte o l’altra, anche perché si tratta di questioni del tutto aperte, e non è chiaro nemmeno se ci siano procedimenti giudiziari nei suoi confronti o se siano soltanto supposizioni. Il nostro intento non è quello di parlare del signor Luca nè di fare inchieste su un uomo che si professa innocente e che lo è, in assenza di condanne ufficiali da parte di un tribunale. Quello che volevamo sottolineare è la totale mancanza da parte di tutta la stampa italiana. Il fatto che qualsiasi giornale, e sono stati davvero in tanti, abbia ripreso la notizia senza accennare minimamente alla questione è in qualche modo clamoroso. Per il resto se Luca volesse parlare con noi per chiarire tutta la situazione ne saremmo contenti, e lo accoglieremmo a orecchie aperte. Si chiama completezza di informazione: ascoltare e presentare al pubblico il contraddittorio, senza valutare. Completezza di informazione che è venuta a mancare in Italia.
(da Jacopo Tona – mowmag.com)

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MARIA ELENA BOSCHI: “CONTE PENSA ANCORA A QUANDO RENZI LO MANDO’ A CASA”

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

“L’APERTURA DI TAJANI SULLO IUS SCHOLAE E’ UN BLUFF”

«Se l’obiettivo è mandare a casa questa destra, allora bisogna guardare al futuro e non al passato». In un’intervista a Repubblica, l’ex ministra e oggi deputata di Italia Viva Maria Elena Boschi evidenzia come, in riferimento al campo largo, il leader del M5S Giuseppe Conte è «fermo a qualche anno fa, a quando Matteo Renzi lo ha mandato a casa per favorire la nascita del governo Draghi».
Il presidente del Movimento 5 Stelle ha detto che includere Italia Viva nella coalizione farebbe perdere voti. Boschi replica così: « Non vorrei che Conte facesse gli stessi errori di valutazione di Enrico Letta, quando nell’estate del 2022 disse no a un accordo con Iv. Poi è finita che noi i nostri voti li abbiamo presi, Letta ha perso le elezioni e a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni».
Ius soli e ius scholae
L’apertura del leader di FI, Antonio Tajani, sullo Ius scholae secondo l’ex ministra «è tutto un bluff». Su una nuova legge per la cittadinanza «se c’è la possibilità di averne una migliore di quella attuale noi ci siamo. Ho depositato nuovamente una proposta di legge su Ius scholae e Ius culturae che votammo alla Camera e sulla quale c’era l’accordo anche coi moderati di Maurizio Lupi. Ripartiamo da lì: se c’è buona fede la proposta è sul campo».
Mentre il leader di Forza Italia «mi pare sia solo chiacchiere e distintivo: fa un’apertura che serve a parlare a un pezzo di elettorato, a prendere qualche voto in più, non a cambiare la vita di chi nasce in Italia da genitori stranieri. Figuriamoci se arriva a mettere in discussione governo e maggioranza».
(da agenzie)

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FRANCESCA PASCALE: “BRAVO TAJANI SULLO IUS SCHOLAE. IO FAVOREVOLE ANCHE ALLO IUS SOLI E ALLO IUS CANNABIS”

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

LA POLEMICA CON LA LEGA: “IO SONO NAPOLETANA E BISESSUALE, NULLA DA SPARTIRE CON LORO”

Francesca Pascale apprezza la svolta di Antonio Tajani dentro Forza Italia. Che considera sempre casa sua, visto che è «il partito per cui ho militato e in cui ho creduto, dopo un primo voto per Marco Pannella». E oggi, spiega in un’intervista a La Stampa, è favorevole allo ius scholae: «Totalmente! Io sono a favore anche dello ius soli. Chi nasce nel mio Paese ha diritto a essere cittadino italiano. E ha l’obbligo e l’onore di istruirsi come cittadino italiano».
Per questo, spiega, è «felicemente sorpresa da Tajani. L’ho conosciuto come un uomo molto diplomatico, e ci ho anche molto litigato. Ora faccio il tifo per lui: sono orgogliosa che tenga la schiena dritta su questo tema seguendo l’eredità di Berlusconi».
La polemica con la Lega
Pascale non svela se Berlusconi la pensasse davvero così sullo ius soli: «Non mi permetto di dire quello che pensava il presidente Berlusconi. Posso dire quello che ho imparato io stando accanto a lui: il valore delle evoluzioni in politica. Sul presidente ci si è sempre divisi in tifoserie, ma comunque la si pensi non si può negare che, da politico come da imprenditore, sia sempre stato un uomo molto lungimirante».
Poi attacca la Lega: «Salvini e Vannacci non hanno il polso della realtà. Vanno bene i valori tradizionali, ma se la politica non considera le evoluzioni della società, finisce che il popolo è più avanti della politica. Siamo una società multirazziale, e va bene così: lo dico da cristiana». Poi chiarisce: «Io sono napoletana e bisessuale, si figuri se mi può piacere la Lega di Salvini e Vannacci!».
Marina e Piersilvio
L’ex fidanzata di Berlusconi dice di non sapere se la svolta in Fi sia dipesa da Marina e Piersilvio Berlusconi: «Ma so che sono persone che conoscono e sanno stare al passo con la società. Se c’è un loro ruolo, si sente già la differenza in positivo». E dice di aspettarsi che Tajani voti con le opposizioni in caso di contrasti con Lega e Fratelli d’Italia: «I responsabili politici sono loro: immagino che prima di iniziare una battaglia abbiano considerato le conseguenze. Tajani sta dimostrando coraggio e spero che continui a farlo». Poi l’ultima battuta: «Io sarei a favore anche dello ius cannabis! Col proibizionismo la destra crede di risolvere un problema, e invece lo alimenta».
(da agenzie)

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DALLE INDENNITA’ AI TANTI ADDII: L’ULTIMA GIRAVOLTA DI NICOLA MORRA, EX “COCCO” DI GRILLO

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

ESPULSO DAL M5S, L’EX PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA ORA SI CANDIDA ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE LIGURIA PER “UNITI PER LA COSTITUZIONE”

Riecco un altro che ci ha ripensato. Un altro che aveva detto basta con la politica: «Torno a fare un altro lavoro e per di più conto di non votare». Nicola Morra, insegnante deluso dalla deriva governista dei 5 Stelle, è il primo candidato alla presidenza della Regione Liguria con il cartello Uniti per la Costituzione, lista già presente in Consiglio comunale a Genova con l’altro ex 5 Stelle Mattia Crucioli.
Corre l’agosto del 2022, ultimi giorni del governo Draghi e di una legislatura forse tra le più folli della Repubblica, quando Nicola Morra, classe ’63, nato a Genova ma cresciuto a Cosenza, grillino della primissima ora, cocco di Beppe Grillo, due volte senatore tra il 2013 e il 2022, presidente della commissione Antimafia, annuncia di chiudere un capitolo della sua vita. Lo fa attraverso un video postato sul suo profilo Facebook: «Ho deciso di tornare a fare un altro lavoro da cittadino. E credo che sia la cosa più giusta». Inoltre, fa un ulteriore passo non dimenticando di avere cavalcato l’antipolitica: «Probabilmente mi asterrò dal votare, come facevo prima del 2011 allorquando a Cosenza si è presentato il M5S, per il quale sono stato candidato».
La posizione di Morra appare monolitica. «Nicola è tutto d’un pezzo» dicono i colleghi che ne vogliono sottolineare la coerenza. D’altro canto, proprio per coerenza, l’ex presidente della commissione Antimafia decide di non sostenere il governo Draghi e così viene espulso dal M5S, assieme ad altri 14 parlamentari. Nel mezzo l’ex grillino si distingue per una serie di testacoda
Il più clamoroso, quello dopo la morte dell’ex governatrice azzurra Jole Santelli: «Era noto a tutti che fosse una grave malata oncologica. Umanamente ho sempre rispettato la defunta Jole Santelli, politicamente c’era un abisso». Affermazione da cui prendono le distanze pure i 5 Stelle. Poi ritratta ma il caso è più che scoppiato. Non è la sola uscita che fa trasecolare gli ex compagni 5 Stelle.
Nel novembre del 2021 finisce nell’occhio del ciclone perché, espulso dal Movimento, scrive alla presidente del Senato Elisabetta Casellati perché rivuole l’indennità di carica da presidente dell’Antimafia, circa 1.300 euro netti, e se possibile chiede anche gli arretrati visto che all’epoca della nomina aveva deciso di rinunciarvi.
Si giustifica: «L’ho chiesto in modo da poterci pagare un giornalista, addetto stampa». Mossa che lascia di stucco mezzo Senato anche perché era stato lui stesso nell’aprile di quell’anno a vantarsi della moda lanciata dai grillini di rinunciare alle indennità di carica. Certo, dalla politica si può faticare a star lontani: a giugno corre, ed è eletto, al Consiglio comunale di Vado Ligure. Adesso spera che l’ultima giravolta lo porti più in alto: alla Regione Liguria.
(da agenzie)

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