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MELONI E IL COMPLOTTO ALL’ITALIANA

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

FIGLIO DI QUEL RISENTIMENTO CHE LA PREMIER E LA SORELLA HANNO EREDITATO DALL’AMBIENTE DI PROVENIENZA E DI RECENTE CONVERTITO IN VITTIMISMO, FUNZIONA COME DISTRAZIONE DI MASSA

Niente paura, quello che Giorgia e Arianna Meloni hanno forse pianificato e comunque avvalorato rimane al momento un complotto di sicurezza, quindi precauzionale, approssimativo, di famiglia e di masseria, un tipico complotto all’italiana. Figlio da un lato di quel risentimento che le sorellone d’Italia hanno ereditato dall’ambiente in cui sono cresciute e di recente convertito in vittimismo; dall’altro funziona come utile distrazione mediatica riguardo agli affari di un governo che va maluccio, e insieme messa di mani avanti rispetto a qualche imprecisato impiccio che nella vita pubblica non manca mai e che nei partiti-famiglia tutti si aspettano più prima che poi.
Ora, nella storia l’essenziale non è mai invisibile e cercare ipotetici complotti e ancora di più accennarvi con sdegno è un modo per non guardare alle proprie responsabilità. Ma l’indeterminatezza della denuncia — «vogliono indagare Arianna», vogliono far cadere il governo — riflette in genere la fragile incertezza di un potere, il suo costante agitarsi in una presunta trama di manovre che sconfina in una forma di paura e in una deriva cospirativa che da più parti può anche farsi coincidere con la paranoia. L’odierna società, secondo gli ultimi due rapporti del Censis, ne è certamente malata, per quanto con effetti sconcertanti.
Nel caso specifico, per esempio, è curioso che nel lanciare l’allarme la presidente del Consiglio abbia richiamato la vicenda di Berlusconi, a sua volta preteso bersaglio di svariatissimi complotti (istituzionali, giudiziari, cortigiani, internazionali): ma che lei stessa due anni orsono accusò di tramare nell’ombra contro il suo nascente governo: «Non sono ricattabile» fu la cruda formula.
Altrettanto sorprendente è poi l’individuazione, quale ispiratore della supposta congiura, di quel medesimo Renzi che per proprio conto, da tempo e con insistenza, va evocando congiure di magistrati ai suoi danni — e che già nel 2018, allegramente ma significativamente volle augurare «buon complotto a tutti».
Quanto alle condizioni meteo-stagionali, varrà la pena di segnalare che in estate Meloni ha un debole per la denuncia cospirativa, vedi analoghe sortite nel luglio e nel settembre dello scorso anno, quando alle prese con i casi Delmastro, Santanché e Apache (La Russa), accusò «un certo potere costituito» e poi «i soliti noti» di lavorare per la caduta del suo governo.
In realtà, e senza soverchie pedanterie sul ruolo effettivamente esercitato da sorelle, cognati, famigli ed ex compagni recuperati per le vacanze, è pur vero che il complotto nasce con la storia e quella d’Italia può leggersi come una sequela ininterrotta di fantasmi che reggono e determinano gli eventi in un profluvio di forze oscure e temuti golpe, grandi vecchi, santuari, menti raffinatissime, poteri forti e occulti, manine e manone, macchine del fango; e via andare, di tutt’erba un fascio, dall’assassinio Pasolini al Britannia delle privatizzazioni, dalle toghe rosse al papiello della trattativa, dal piano Kalergi al televoto di Sanremo passando per Emanuela Orlandi, Vatileaks, Telekom Serbia, le amiche baresi del Cavaliere, la tecnocrazia dello spread, i frigoriferi abbandonati a Roma, fino ai vaccini, alle scie chimiche e ai microchip sottopelle.
In egual misura pretesto e luogo comune, scorciatoia, mito, credenza ed espediente per fregare il prossimo, ecco che il complotto e la sua ricorrente evocazione hanno accompagnato ormai due, forse tre generazioni di giornalisti divenuti necessariamente scettici, se non perdutamente negazionisti — e forse addirittura a torto perché non c’è strategia che implichi un qualche grado di segretezza. Ma in Italia si esagera sempre e Meloni ci mette del suo, anche se bisogna riconoscere che Berlusconi aveva più costanza e inventiva.
Dagli e dagli, in attesa della trama definitiva da individuare e da smascherare, nel linguaggio e nella cultura giovanile il periodico allarme viene parodiato secondo l’irresistibile formula usata da Aldo Biscardi al Processo del lunedì: «Gomblotto». In questo senso è possibile che, insieme alla solita commedia, la faccenda abbia a che fare con la malattia nazionale del melodramma, là dove i cattivi dell’opera lirica sono cattivissimi e le loro vittime sempre innocenti.
In questo senso dice molto una preziosa dichiarazione di solidarietà dell’onorevole fratello d’Italia Salvatore Caiata per cui «l’effluvio di parole come coltelli di una penna» (sic) fanno male ad Arianna, «che prima di essere una politica è una donna e una mamma».
(da La Repubblica)

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NELLE CELLE TRA I PRIGIONIERI DI GUERRA RUSSI CATTURATI DAGLI UCRAINI: “CI SIAMO ARRESI SUBITO, TUTTI QUANTI”

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

TRA I GIOVANI SOLDATI DI LEVA CATTURATI DAGLI UCRAINI DOPO L’OFFENSIVA SU KURSK

«Erano già diversi giorni che le radio non funzionavano. Poi, la mattina del 6 agosto, gli ucraini hanno iniziato a bombardare la nostra postazione, colpi di mortaio e di carro armato».
In uno scantinato di una colonia penale nell’oblast di Sumy, una settantina di uomini, la maggior parte sulla ventina, se ne sta seduta sui letti. Sono tutti chiusi in cella. C’è chi guarda la televisione, chi legge un libro, chi si tiene la testa tra le mani. Giovani, giovanissimi — i più piccoli hanno 19 anni — sono i prigionieri di guerra dell’offensiva su Kursk, quelli che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito il «fondo di scambio», preziosi per riavere a casa i militari dell’Azov, ancora nelle mani di Mosca.
Con un ristretto gruppo di giornalisti internazionali, il Corriere della Sera ha avuto accesso alla prigione ieri in tarda mattinata. Qui, in presenza di un militare ucraino, abbiamo potuto intervistare alcuni prigionieri russi. A ognuno di loro abbiamo prima chiesto il consenso dando garanzia di non pubblicare né il volto, né il nome, come impone la convenzione di Ginevra, oltre a non rivelare la posizione della prigione, come richiesto dalle autorità ucraine.
Il responsabile dei prigionieri, che si è identificato con il solo nome di battesimo, Vadym, ha sottolineato come questa sia solo una parte dei nemici catturati da Kiev in questi giorni: «Da questa colonia sono transitati in almeno 300 a partire dal 6 agosto» e ci ha spiegato come parte dei militari presi è già stata trasferita a Ovest, nei centri di detenzione più lontani dal fronte, per evitare che i raid russi possano eliminarli.
Il trattamento
I prigionieri stessi – Pow, prisoners of war secondo la definizione del diritto internazionale – confermano al Corriere di essere stati assistiti dai funzionari della Croce Rossa internazionale, come prevede la convenzione di Ginevra e di aver ricevuto assistenza medica in ospedale prima di essere rinchiusi. Nelle prime due celle, le reclute, i coscritti. Impauriti, magri. Indossano tute, felpe, infradito. Quelli che il presidente russo Vladimir Putin aveva promesso non sarebbero stati mandati a combattere. Dicono di aver ricevuto un addestramento in media di 3-6 mesi, di non aver mai imparato a sparare e di non aver mai sparato. Uno di loro, ferito lievemente a un piede, sostiene di aver tentato di uccidersi con una granata per evitare di essere preso e poi di essere stato tratto in salvo dagli ucraini che l’hanno curato e portato in ospedale.
Ma è un 19enne, ex studente di Legge, con indosso una camicia a quadri, a dare un resoconto più dettagliato della cattura. «Nella notte del 6 agosto ero di guardia. Ma già da alcuni giorni la comunicazione con il punto di comando era interrotta e l’atmosfera era tesa. Certo, non mi aspettavo che gli ucraini stessero per attaccarci. Siamo stati catturati in 28 nel villaggio di Guevo, ci siamo tutti arresi subito», racconta. Con lui, altri due coscritti, uno, 21 anni dalla Repubblica di Mordovia, e l’altro, un ex meccanico della Repubblica dei Baschiri. Zone remote e povere, dove non sono mancate le rivolte contro la leva di Mosca.
Nell’angolo opposto della cella, altri due 19enni dalla regione di Mosca, un ex falegname e un ex meccanico, mostrano alcuni volumi messi a disposizione dalle guardie carcerarie. Nella pila, «I lavoratori del mare», che Victor Hugo scrisse in esilio. «Non l’avevo mai letto», afferma uno dei due. Poi, a voce più bassa, aggiunge: «In realtà non ho mai letto un libro in tutta la mia vita». Chiediamo ai prigionieri se sperino di essere scambiati. «Sì, vorremmo tornare a casa, non abbiamo mai voluto andare a combattere», sostengono. Quando domandiamo del trattamento ricevuto al momento della cattura la risposta è sempre la stessa: «normale, normale». E tutti riportano di essere stati legati, bendati ma di non essere stati maltrattati. Su nessuno dei prigionieri incontrati abbiamo notato segni di torture o percosse.
Nella seconda cella delle reclute, l’atmosfera è meno distesa. Tanti non si vogliono mostrare in volto e non desiderano parlare con i giornalisti. Un giovane con la testa fasciata tiene lo sguardo fisso sul pavimento, il suo vicino di letto a castello sibila tra i denti che prima di essere coscritto studiava all’università e che ora la sua vita è finita.
«Ci avevano promesso che non avremmo preso parte alle ostilità. Ma qualcosa è andato storto». In Russia tutti gli uomini, una volta compiuti i 18 anni, devono prestare servizio militare per un anno. I coscritti rappresentano il gradino più basso dell’esercito. Vengono arruolati dopo il liceo e svolgono mansioni umili, come spalare la neve o pulire le latrine. Dopo che Mosca ha invaso l’Ucraina nel 2022, Putin ha promesso alle madri preoccupate che le reclute non sarebbero state coinvolte in alcun combattimento. Lo zar ha in gran parte mantenuto questa promessa, anche se alcune di loro sono finite in Ucraina nel caos del primo anno di invasione o sono state costrette a firmare contratti dai loro ufficiali. La maggior parte, tuttavia, per rimediare alla carenza di uomini è stata dislocata lungo l’esteso confine occidentale, con l’idea che mai avrebbe dovuto affrontare un attacco. Poi, il 6 agosto, quando l’Ucraina ha sconfinato nel Kursk, le cose sono cambiate.
Gli spazi della cella sono puliti ma il caldo estivo impesta la poca aria che passa da una piccola feritoia mentre una pesante porta di metallo chiusa con due chiavistelli separa i prigionieri dal resto del mondo.
Il responsabile della colonia penale ci scorta dai più anziani. Tra loro c’è un sottufficiale della frontiera di Kursk, classe 1982: ha la pancia grossa e un piede ferito da una mina calpestata nella fuga. «Mi sono arruolato tre anni fa perché mi sembrava un lavoro sicuro. Non avrei mai pensato di trovarmi la guerra davanti». Poi alza lo sguardo, sorride. «Non è che per caso ha una sigaretta?».
(da Il Corriere della Sera)

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A URBINO FRA ANDREA RICATTI, PER RIEMPIRE LA CHIESA DI FEDELI, OFFRE SPRITZ E APERITIVO DOPO LA MESSA

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA È DIVENTATA VIRALE E SI È SCATENATO UN PUTIFERIO: IL GIOVANE FRANCESCANO DELLA PARROCCHIA UNIVERSITARIA DI SAN DOMENICO È STATO COSTRETTO A CORREGGERE IL TIRO MODIFICANDO LA LOCANDINA (MA NON LA PROPOSTA), TOGLIENDO LE FOTO DEL CALICE DEL VINO E QUELLO PER LE OSTIE VICINO AL BICCHIERE DI SPRITZ

Una locandina posizionata fuori dalla chiesa con scritto “dopo la messa apericena e spritz offerti per tutti”. Succede ad Urbino (Pesaro e Urbino) dove fra Andrea Ricatti, giovane francescano della parrocchia universitaria San Domenico, ha avuto questa idea per attirare i giovani del paese ad andare a messa la domenica.
Una proposta che è diventata virale e ha suscitato anche polemiche tanto che il religioso, insieme al vescovo, ha corretto un po’ il tiro modificando la locandina ma non la proposta. Il manifesto inizialmente riportava la scritta “2xuno” con l’immagine di Gesù e pubblicizzava “messa & apericena” ogni domenica dalle 19.15 con le foto del calice del vino e quello per le ostie accostate al bicchiere di spritz.
Alcuni fedeli non hanno apprezzato il fatto di unire il momento profondo dell’eucarestia con un alcolico ma il frate ha spiegato che “non era mia intenzione offendere nessuno, la liturgia è sacra e non si tocca ma dopo l’agape fraterna c’è il convivio”. Obiettivo del religioso era “coinvolgere i ragazzi nella funzione e poi in un momento di convivialità perché la Chiesa è accoglienza”.
(da agenzie)

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NAUFRAGIO PALERMO, PERCHE’ LO YACTH BAYESAN E’ AFFONDATO AL LARGO DI PORTICELLO: L’ALBERO MAESTRO, LA SECCA E IL DOWNBURST

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

LE IPOTESI PER SPIEGARE L’AFFONDAMENTO… LA TROMBA D’ARIA MARINA E IL TORNADO

Stamattina alle 6.30 sono riprese le ricerche dei dispersi del naufragio di Palermo a Porticello, dove lo yacht Bayesian è affondato al largo di Porticello a una profondità di circa 50 metri a causa di una tromba d’aria. Tutto è accaduto verso le 4 del mattino di ieri, 19 agosto. Secondo una prima ricostruzione quando la tempesta ha investito il veliero l’albero si è spezzato e lo scafo è stato rovesciato dal vento e dalle onde, inabissandosi a 50 metri di profondità. Anche se ci sono dubbi sul fatto che questa sia l’unica causa della tragedia. La barca olandese Sir Robert Bp, ormeggiata vicino alla Bayesian, ha messo in acqua un tender per salvare 15 naufraghi. Il suo albero è rimasto intatto. La barca a vela veniva utilizzata per crociere extralusso. Il costo del noleggio era intorno ai 200 mila euro a settimana.
I naufraghi e i dispersi
Secondo il capo della Protezione civile regionale siciliana Salvo Cocina i sei dispersi del naufragio della Bayesian sarebbero il presidente della Morgan Stanley International Jonathan Bloomer, la moglie; l’imprenditore britannico del settore Tlc Mike Lynch, proprietario dell’imbarcazione e fondatore della Autonomy, la figlia diciottenne Hannah, il legale di Linch, l’avvocato Chris Morvillo e la moglie Nada. Gli speleosub sono riusciti ad accedere al ponte di Comando, ma non sono riusciti ad andare oltre per la presenza di suppellettili che ostacolano il passaggio. La moglie di Lynch, Angela Bacares, è tra le 15 persone salvate: nove membri dell’equipaggio e sei ospiti del magnate inglese. Secondo i soccorritori i sei che rimangono dispersi sono rimasti intrappolati nelle cabine dello yacht. La procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta.
L’albero maestro spezzato
La tempesta ha spezzato l’albero maestro, secondo quanto raccontato dai testimoni. «Il vento era forte, fortissimo. All’improvviso ho visto l’albero maestro del veliero spezzarsi e cadere in mare. È successo tutto in pochissimi istanti», racconta Karsten Börner, il comandante tedesco della Sir Robert Baden Powell. «Era in corso una tempesta. Volevamo spostarci da lì ma non abbiamo avuto il tempo». Il comandante, sceso sul tender della sua imbarcazione, è andato incontro ai naufraghi riuscendo a salvarne 15: «Ma quando siamo tornati non c’era più nessuno in acqua». Ora il Bayesian si trova in fondo al mare con 18 mila litri tra combustibile e olii. L’albero dello yacht era in alluminio ed era alto 75 metri, il secondo al mondo. La nave era lunga 56 metri. La rottura ha fatto inclinare l’imbarcazione, riempiendola d’acqua. «Abbiamo sentito un rumore di vetri rotti», racconta una superstite.
L’ipotesi della secca e la falla nello scafo
C’è però un’altra tesi che potrebbe spiegare il naufragio. La Stampa dice che gli investigatori si stanno chiedendo se una burrasca con un vento dai 70 ai 90 chilometri l’ora possa abbattere un albero maestro. A indagare è la procura diretta da Ambrogio Cartosio. Una delle ipotesi è che la rottura non sia stata provocata dalla tromba d’aria ma da un fenomeno meteorologico chiamato downburst. Caratterizzato da venti che impattano sulla terra e sul mare a velocità che possono superare i cento chilometri l’ora. Le raffiche riescono a raggiungere i 150. Sotto la lente anche un poco probabile difetto di fabbricazione dell’albero. Oppure quella dell’impatto della deriva (la parte sotto dell’imbarcazione) del Bayesian con la Secca della Formica che si trova proprio di fronte al porticciolo. Dai 60 metri di profondità la secca raggiunge con due punte la superficie del mare.
Il vento, lo yacht, l’affondamento
Secondo questa tesi il vento ha spostato lo yacht provocando così lo scontro della secca con lo scafo. E aprendo una falla che avrebbe fatto inclinare il veliero fino a farlo affondare. Il meteorologo Paolo Sottocorona dice a Repubblica che l’affondamento di una barca di 50 metri per il maltempo lo ha sorpreso: «Il mare caldo sembra piacevole, ma il calore dal punto di vista fisico è energia. Il Mediterraneo in questo momento è una tanica di benzina. Se ci metti un fiammifero, cioè una corrente di aria fredda come quelle di questi giorni, lui esplode». Sottocorona, che è anche istruttore di vela, spiega che «più il mare è caldo, più le trombe d’aria sono forti. Le trombe d’aria più distruttive un tempo colpivano una volta ogni cento anni. Ora ne vediamo una o più per ciascun anno. Anche i modelli meteorologici fanno fatica a prevedere eventi così intensi».
Le trombe d’aria e il downburst
Sottocorona spiega anche cosa può fare chi va in mare: «Di fronte a una tromba d’aria, girare alla larga appena la avvista. Le trombe d’aria non si spostano a grandi velocità, 50 o 60 chilometri all’ora, ma attorno a sé hanno venti che arrivano a 300 chilometri all’ora od oltre. È come essere investiti da un treno. Se dovesse succedere bisogna togliere subito le vele, chiudere ogni oblò, far legare tutto l’equipaggio e sperare che lo scafo regga. A me è capitato di vederne una mentre ero in barca vicino al Giglio e sono scappato. Ma di notte, all’improvviso, come al Bayesian, in effetti è una situazione difficile». Chi naviga, quindi, deve essere prudenti «quando rompe il tempo a Ferragosto, il mare è caldo e le temperature sono elevate come quelle della Sicilia nei mesi scorsi».
Il tornado a 100 km l’ora
E aggiunge: «Ma poi se sei in vacanza è chiaro che non vuoi restare in porto. Anche perché il maltempo di questi giorni è arrivato dopo un’estate quasi senza vento per chi va in barca a vela. Quello che chiamiamo anticiclone africano è un campo di alta pressione che in realtà è centrato proprio sul Mediterraneo. E lì l’aria è quasi ferma».
Mario Tozzi su La Stampa spiega invece che una tromba marina «è un vortice d’aria che investe la superficie marina e non arriva a terra, senza per questo dover essere declassato a fenomeno di entità trascurabile, per quanto siano rarissime le testimonianze di vascelli di dimensioni cospicue sollevati in aria sul mare. La si identifica con certezza solamente nello stadio 4 del suo ciclo vitale, quello del “vortice maturo”. Dubbi sono invece gli avvistamenti della fase di decadimento finale (stadio 5) e, soprattutto, degli stadi iniziali, dalla “macchia scura” all’“anello di spruzzi”.
Che cos’è una tromba marina
Il geologo e divulgatore scientifico spiega che la tipica forma a imbuto «si deve al fatto che, nella parte superiore della colonna, l’aria in ascesa si espande, provocando un aumento dell’umidità relativa e della condensazione». Invece, i tornado propriamente detti «sono tra le perturbazioni meteorologiche più violente che si possano scatenare in natura. Sono sempre locali (con un diametro compreso fra 150 e 600 metri) e di breve durata (percorrono al massimo 25 km prima di esaurirsi) e si spostano a circa 50 km/h, ma la velocità del vento può addirittura superare i 600 km/h e l’energia è tale da fare “deflagrare” le abitazioni». Negli Stati Uniti se ne registrano circa un migliaio l’anno. In Italia molti meno: circa venticinque negli ultimi dodici mesi». Un numero probabilmente sottostimato.
(da Open)

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LA COMMOZIONE DI JOE BIDEN ALLA CONVENTION DI CHICAGO: “AMERICA, TI HO DATO IL MEGLIO DI ME STESSO”

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

“IN NESSUN’ALTRA NAZIONE AL MONDO UN RAGAZZINO BALBUZIENTE DI SCRANTON AVREBBE POTUTO SEDERSI AL RESOLUTE DESK DELLA CASA BIANCA”… UN DISCORSO DI 45 MINUTI DA GRANDE STATISTA

«America, ti ho dato il meglio di me stesso», dice Joe Biden dal palco di Chicago dopo che cessano i 4 minuti di applausi e standing ovation. Non capita spesso, a una convention, di assistere a episodi davvero storici. Il passaggio del testimone della campagna elettorale di Biden alla sua vice Kamala Harris è stato uno di quei momenti. Su quel palco Biden avrebbe dovuto accettare la nomination per la rielezione: invece l’ha ceduta dopo le pressioni del suo partito.
Alla fine c’era tutta la famiglia di Biden là sopra: i figli Hunter e Ashley (lo ha presentato lei e il padre, commosso, ha dovuto asciugarsi le lacrime prima di parlare) e almeno sei nipoti, incluso il piccolo Beau Jr., che il presidente Usa ha preso per mano mentre usciva di scena.
Kamala Harris e il marito Doug Emhoff li hanno raggiunti e abbracciati. È l’immagine che avremmo visto nell’ultima serata della convention se Biden fosse stato nominato candidato del partito alla Casa Bianca. Ed è una immagine che colpisce anche perché Biden non ebbe una simile standing ovation quando fu nominato nel 2020, in piena pandemia: era circondato da poche persone in una stanza buia.
Biden aveva definito la sua corsa per la Casa Bianca nel 2020 come una lotta per «l’anima della nazione». Ieri notte ha detto di aver dato la propria stessa anima a questa nazione, nel mezzo secolo in cui è stato in politica. «Quando avevo 30 anni mi dicevano che ero troppo giovane per fare il senatore, adesso che sono troppo vecchio per fare il presidente. Ma ho più ottimismo oggi nel mio cuore per il futuro di quanto ne avevo a 29 anni». Il presidente ha espresso gratitudine alla sua famiglia e al Paese. Ha cercato di spiegare i suoi successi, un tema su cui spesso si è trovato in difficoltà e si è sentito non capito dall’elettorato e dai media. Ha citato sovente e sin dall’inizio Donald Trump («Trump non ha mai costruito una singola dannata cosa»).
Ma ha anche indicato il futuro, affermando che Harris, seduta in tribuna tra il marito Doug e il vice Tim Walz, è stata una partner essenziale di governo, colei che – data la maggioranza ristrettissima al Senato – ha spesso dato il voto decisivo per le loro conquiste legislative più importanti. Biden ha definito la decisione di sceglierla come vice la «cosa migliore che ho fatto nella mia carriera». Poi ha ripreso una frase dal suo ultimo discorso allo Studio Ovale: «In nessun’altra nazione del mondo un ragazzino balbuziente di Scranton avrebbe potuto sedersi dietro al Resolute Desk nella Casa Bianca». E il passaggio conclusivo, accolto dagli applausi del pubblico: «Ho fatto molti errori nella mia carriera, ma America per 50 anni ti ho dato il meglio di me».
Tra le conquiste rivendicate con più forza dal presidente nel suo discorso c’è l’aver portato infrastrutture e tecnologia in ogni parte del Paese («Come fece Roosevelt con la rete elettrica») e in politica estera l’allargamento della Nato: «Trump si inchina a Putin. Io non l’ho mai fatto e vi prometto che non lo farà neanche Kamala Harris».
Ma Biden sa bene che il pubblico che lo interrompe più volte per gridare «Thank you Joe» lo ringrazia non solo per i suoi successi, ma per il fatto di essersi ritirato.
Biden ha riconosciuto che i manifestanti «hanno le loro ragioni» (senza però spiegare se non avrebbe potuto riconoscerle prima): «Lavoriamo 24 ore su 24 per il cessate il fuoco a Gaza», ha detto, ottenendo un grande applauso quando ha detto che la guerra «deve finire». Alcuni delegati filo-palestinesi gli davano però le spalle, avvolti nelle kefiah, e si tappavano la bocca con la mano, sollevando l’altra per mostrare una spilla con la scritta «non un’altra bomba».
Ci sono 30 delegati «uncommitted» (non legati a nessuno) su circa 4.600: sono il risultato del voto di protesta contro Biden per Gaza nelle primarie in Minnesota, Michigan e altri Stati. La maggior parte (11) vengono dal Minnesota. Volevano un posto a tavola: chiedevano che una pediatra che ha lavorato a Gaza potesse parlare sul palco ma questo non accadrà. Però è stato concesso loro ieri di tenere un incontro proprio come tutti gli altri «caucus» o gruppi di attivisti che compongono il partito (Lgbtq+, donne, nativi americani e così via). Una conquista definita storica dagli stessi partecipanti, molti dei quali hanno perso famigliari e amici a Gaza. Come i manifestanti fuori dall’arena, però, questi delegati vogliono sia un cessate il fuoco a Gaza che un embargo – cui Harris non è favorevole – sulle armi inviate a Israele.
Il discorso è durato 45 minuti: cominciato alle 10:30 (le 11:30 di sera sulla Costa Est) non era in prima serata.
(da Il Corriere della Sera)

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OVAZIONE E LACRIME PER BIDEN SUL PALCO DELLA CONVENTION DI CHICAGO: “TRUMP UN CRIMINALE, KAMALA LA SCELTA MIGLIORE”

Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile

KAMALA LO CELEBRA: “L’AMERICA TI E’ GRATA. QUANDO COMBATTIAMO, VINCIAMO”… BIDEN: “AMO IL MIO LAVORO, MA AMO DI PIU’ IL MIO PAESE. KAMALA E’ TOSTA, PREPARATA E HA UNA GRANDE INTEGRITA’, GARANTIRA’ LA DEMOCRAZIA NEL NOSTRO PAESE”

Prima cosa, difendere e rivendicare i risultati della sua amministrazione. Un po’ per togliersi il sassolino dalla scarpa di essere stato costretto al ritiro, quando avrebbe meritato il secondo mandato, e un po’ per sollevare dalle spalle di Kamala Harris il peso di farlo lei nel suo discorso, lasciandola libera di puntare invece sulla visione per il futuro.
Prima cosa, difendere e rivendicare i risultati della sua amministrazione. Un po’ per togliersi il sassolino dalla scarpa di essere stato costretto al ritiro, quando avrebbe meritato il secondo mandato, e un po’ per sollevare dalle spalle di Kamala Harris il peso di farlo lei nel suo discorso, lasciandola libera di puntare invece sulla visione per il futuro.
Seconda cosa, lanciare senza rancori o riserve la candidatura della vice, perché è la migliore in grado di preservare e proseguire la sua eredità politica, ma soprattutto perché è l’opzione più affidabile per “preservare la democrazia”, impedendo a Donald Trump di tornare alla Casa Bianca.
Lungo queste due direttive si è mosso il discorso che ieri sera Joe Biden ha tenuto alla Convention democratica di Chicago, un po’ testamento di una vita dedicata alla politica e all’America, e un po’ passaggio della torcia nelle mani della nuova generazione di Kamala.
La Convention gli ha lanciato un messaggio collettivo di amore, disegnando la serata inaugurale come omaggio e ringraziamento a Joe, per i risultati raggiunti e per essersi fatto da parte. L’intera arena era tappezzata dagli slogan preferiti dal capo della Casa Bianca, tipo “Spread the faith” e “History is in your hands”, ossia “la storia è nelle vostre mani, vinciamo insieme”. Ad introdurlo ci hanno pensato la moglie Jill, che fino all’ultimo aveva caparbiamente difeso il suo diritto a continuare la corsa presidenziale, e la figlia Ashley. Lui si è commosso, al punto di tirare fuori il fazzoletto per asciugare qualche lacrima.
Poi ha rivendicato i successi, che secondo lui gli avrebbero dovuto garantire il secondo mandato. Primo fra tutti il merito di aver salvato il paese dall’epidemia di Covid, così mal gestita o ignorata da Trump per salvaguardare il suo interesse personale. Poi gli stimoli economici con cui ha fatto rinascere gli Usa dalla recessione, anche se molti li accusano di essere all’origine dell’inflazione.
Quindi gli oltre 16 milioni di posti di lavoro creati, almeno 800.000 nel settore manifatturiero; leggi e regole per affrontare l’emergenza clima; le iniziative per ricostruire le infrastrutture, rilanciare la produzione dei chip in patria, abbassare i prezzi delle medicine. E ovviamente la leadership internazionale, soprattutto nel consolidare l’alleanza occidentale per fermare Putin in Ucraina, anche se 36 delegati non impegnati a sostenerlo si preparavano a contestare le sue scelte a Gaza. Ai manifestanti ha concesso che “hanno le loro ragioni per protestare”, ma ha ribadito che “lavoriamo 24 ore su 24 per un cessate il fuoco”.
Biden ha descritto il suo mandato come un successo complessivo per gli Usa, che ora però è minacciato dal pericolo posto da Trump per le basi stesse della democrazia. Perciò ha indicato in Harris la scelta più logica per proteggere la sua eredità politica e far procedere il rilancio dell’America, come paese inclusivo dove l’opportunità di realizzare i sogni viene offerta a tutti nella stessa maniera.
“Non c’è posto negli Stati Uniti per la violenza politica”, ha detto il presidente ricordando le violenze fomentate da Trump, dall’assalto al Congresso del 6 gennaio alle manifestazioni di Charlottesville. In tutti questi casi “la democrazia ha prevalso e adesso deve essere mantenuta”, eleggendo Kamala.
Biden ha stigmatizzato anche le critiche del rivale: “Non si può amare il proprio Paese solo quando si vince”. Eppure la minaccia del tycoon “è ancora viva e se perde si rischia un bagno di sangue”. Ha detto che “Trump è un bugiardo, un perdente e un criminale condannato. L’America invece è prospera e vincente. Non c’è nessun Paese al mondo che non pensi che l’America deve guidarlo”.
Quindi è passato a spiegare il motivo del suo ritiro: “Amo il mio lavoro, ma amo il mio Paese di più”. Perciò si è fatto da parte, convinto che “Kamala e Tim continueranno quel lavoro”. Perché “sceglierla come vice presidente è stata la migliore decisione della mia carriera. E’ tosta, è preparata ed ha una grande integrità”. E poi “i migliori presidenti sono stati vice presidenti”, incluso se stesso, ha detto con una battuta.
Quanto a rancori o divisioni, ha voluto rassicurare tutti: “Sarò il primo e il miglior volontario che Kamala e Tim abbiano mai avuto”. Dunque un passaggio del testimone sentito e sincero, perché ormai la priorità comune è vincere e tenere Trump fuori dalla Casa Bianca, affinché “la democrazia sia preservata”.
(da La Repubblica)

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FAIDA NELLA MAGGIORANZA SULLE PENSIONI, SOLDI NON CE NE SONO E GIORGETTI È STATO CHIARO: “DOBBIAMO PREMIARE CHI RESTA AL LAVORO, NON CHI VUOLE ANTICIPARE L’USCITA. CHI ESCE PRIMA PAGA”

Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile

UNA POSIZIONE CHE NON PIACE A SALVINI CHE RILANCIA QUOTA 41, CON IL TRUCCO DEL RICALCOLO CONTRIBUTIVO DELL’ASSEGNO…ANCHE FORZA ITALIA PIANTA LA SUA BANDIERINA: ALZARE LE PENSIONI MINIME A MILLE EURO IN STILE BERLUSCONI

Flessibilità sostenibile. Quando si parla di pensioni il ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti non ci gira intorno. «Chi esce prima paga, lo dobbiamo alle nuove generazioni», ragiona. Anzi, «dobbiamo premiare chi resta al lavoro, non chi vuole anticipare l’uscita». Questa la filosofia di fondo che applicherà anche quest’anno al capitolo previdenziale da inserire in una manovra per forza di cose ridotta all’osso.
Altro che abolizione della legge Fornero. Si studiano piuttosto incentivi a non pensionarsi, mirati ad alcune professioni. Una probabile terza sforbiciata alla rivalutazione delle pensioni all’inflazione, per fare ancora cassa. E la rinuncia a buona parte del pacchetto dell’anno scorso da 629 milioni, in scadenza a dicembre: Ape sociale, Opzione donna, Quota 103, aumento delle minime.
In maggioranza, soprattutto Lega e Forza Italia, sponsorizzano già le loro bandierine: Quota 41 e minime. Oltre ad un’idea leghista per i giovani.
Incentivi a chi rest
Consentire una flessibilità in uscita sostenibile per i conti pubblici significa per Giorgetti una cosa sola: penalità sulle pensioni anticipate e “premi” a chi resta. L’ha già fatto l’anno scorso. Rispolverando il bonus Maroni e inventandosi il “bonus medici”. In entrambi i casi, modi per evitare un taglio: quello del ricalcolo contributivo, applicato per la prima volta anche alla nuova Quota 103 (oltre che a Opzione donna), e l’altro taglio piombato su 732 mila dipendenti pubblici, camici bianchi compresi, che ha assicurato già 21 miliardi di risparmi allo Stato entro il 2043.
Quota 41 e giovani
Il partito di cui Giorgetti è vicesegretario, la Lega, non è però del tutto in sintonia col ministro. Non solo rivendica Quota 41 (non potendo abolire la Fornero), sebbene con il trucco del ricalcolo contributivo dell’assegno: significa un taglio, anche importante, che non si sa quanti sono disposti ad accettare, a pochi mesi dal traguardo di legge dei 42 anni e 10 mesi di contributi (uno in meno per le donne). E un costo sul bilancio dello Stato per l’anticipo di cassa che Giorgetti già l’anno scorso ha fermato.
Ma c’è anche un’altra idea per i giovani, quelli con una prospettiva di pensioni misere a 70 anni e oltre perché precari e intermittenti. Due importanti esponenti leghisti – Claudio Durigon e Federico Freni, sottosegretari al Lavoro e all’Economia – vogliono aiutarli istituendo «l’obbligo» a versare «il 25% della quota mensile del Tfr ai fondi complementari di categoria o ai fondi aperti». Perché «è giunto il momento di rompere il tabù del secondo pilastro», dice Freni.
La possibilità cioè di sommare la rendita “privata” scaturita dai fondi a quella pubblica maturata in Inps così da raggiungere più facilmente il traguardo di uscita dei 64 anni con 20 di contributi. Traguardo che poi però la premier Meloni neanche un mese dopo ha reso in manovra ancora più impossibile, portando la condizione di uscita a 64 anni dei Millennials a un livello da “ricchi”: 3 volte l’assegno sociale anziché 2,8. In pratica si esce solo con una pensione da 1.600 euro. Altro che aiuto ai giovani.
Le pensioni minime
Quota 41 e piano giovani con l’obbligo di versare una parte del Tfr ai fondi non piacciono però a Forza Italia. Un problema politico da non sottovalutare. Dario Damiani, capogruppo in commissione Bilancio al Senato, dice senza mezzi termini che «proporre altre quote è azzardato e deleterio per le generazioni future». E che «introdurre un obbligo, anche solo parziale, di versare ai fondi possa sollevare dubbi di costituzionalità».
Il partito guidato da Antonio Tajani punta all’aumento delle pensioni minime da portare ai mille euro berlusconiani. Non sarà così facile. Perché gli aumenti degli ultimi due anni – 579 euro per tutti e 600 euro per gli over 75 – finiscono il 31 dicembre. E sono costati nel biennio quasi 650 milioni, non proprio bruscolini. Il rischio che le minime si abbassino dal primo gennaio non c’è, perché nel frattempo sono state pure rivalutate all’inflazione.
Quando invece, «noi vorremmo fare un passettino avanti», dice una fonte forzista qualificata. Se si fa Quota 41 leghista, allora si alzano anche le minime: sembra il ragionamento. Il rischio è che non si faccia nessuna delle due. I conti sono stretti.
(da Dagoreport)

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TASSE, CHI DICHIARA REDDITI PIU’ VICINI AL VERO? I DENTISTI, PERCHE’ I PAZIENTI CHIEDONO LA FATTURA PER LE DETRAZIONI

Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile

I MENO AFFIDABILI? TINTORIE, RISTORANTI, AUTONOLEGGI, PELLICCIAI E PESCATORI

Medici e laboratori di analisi cliniche, attori, registi e ballerini, notai e fisioterapisti. Per buona parte di loro l’accordo sulle tasse da pagare che il governo gli ha offerto per quest’anno e il prossimo sarà quasi una passeggiata. In queste categorie, come tra i produttori di carta, commercialisti, informatici, geologi, veterinari e dentisti, la fedeltà al fisco è nella media abbastanza elevata, ed i maggiori redditi che lo Stato gli chiederà di dichiarare con il concordato biennale saranno modesti. Tutt’altro per tintorie, ristoranti, autonoleggi, pellicciai, pescatori: qui oltre il 70% delle dichiarazioni dei redditi sono ritenute «incongrue», e in molti casi aderendo al concordato si rischia una batosta.
È vero che il governo ha reso molto più abbordabile il nuovo meccanismo, prevedendo una tassa piatta tra i 10 e il 15% sui maggiori redditi dichiarati ma il «riallineamento» verso la congruità del concordato, cui è possibile aderire entro fine ottobre, sarà comunque doloroso per la maggior parte dei contribuenti.
Indice Isa
Sui 2 milioni 732 soggetti cui si applicano gli ISA, gli indici di affidabilità fiscale che hanno sostituito gli studi di settore, e ai quali si offre il concordato biennale, 1 milione 526 hanno un indice Isa inferiore a 8 su 10. Il 55,9% di loro per il fisco è dunque poco o molto inaffidabile, e nel giro di due anni dovranno adeguarsi. L’alternativa è scegliere di finire nelle liste selettive di chi rifiuterà il patto, su cui si concentreranno gli accertamenti. Il concordato è anche una sfida per lo Stato: sul suo gettito si conta per finanziare la conferma degli sgravi contributivi, e anche i nuovi sgravi Irpef. L’esito non è scontato. In alcuni casi, secondo un’analisi del «Sole 24 Ore» di giugno, i maggiori redditi che il fisco proporrà di denunciare possono superare di 8 volte quello della dichiarazione 2022. Del resto, soprattutto in alcune categorie, la sproporzione tra i redditi dichiarati dai soggetti più e meno affidabili, è enorme. Considerando solo chi dichiara più di 30 mila euro, in media, i contribuenti con un voto superiore a 8 dichiarano redditi più di 3 volte più alti rispetto a chi ha un voto Isa inferiore a 8. Quelli affidabili dichiarano in media 84 mila euro, quelli non congrui 24 mila. Tra le categorie di soggetti ISA più affidabili troviamo medici, laboratori di analisi cliniche, fiosioterapisti e dentisti (anche perché i contribuenti hanno le detrazioni e pretendono fatture), poi notai, commercialisti e ragionieri. In media il 40% di loro presenta dichiarazioni fiscali attendibili.
Le classifiche
Anche se ci sono grandi differenze dentro le stesse categorie. I notai, ad esempio: nella media dichiarano un reddito di 335 mila euro su ricavi per 708 mila euro. C’è però chi si ferma a 253 mila euro e chi arriva a 406 mila di dichiarato. Ma ce ne sono 142, di notai, che dichiarano un fatturato di meno di 30 mila euro, 121 dei quali dichiarano in media 7.600 euro di ricavi e una perdita di 2.300 euro
Dall’altra parte della classifica ci sono tintorie, autonoleggi, ristoranti, pelliccerie, panettieri, pescatori, dove oltre 7 contribuenti su 10 dichiarano meno del dovuto. Molto meno.
Ristoranti e discoteche
Prendiamo i 97 mila ristoranti soggetti agli Isa. Quasi tutti, 95 mila, hanno ricavi superiori a 30 mila euro. Ben 68.671 di questi, il 72,2% per il fisco dichiarano troppo poco: appena 8.600 euro nel 2022. Gli altri, quelli affidabili dichiarano un reddito di 53.400 euro, sei volte maggiore. Oppure le 986 discoteche: 650 di queste hanno ricavi medi di 325 mila euro, e un reddito misero, pari in media a 3.200 euro. Altre 286, quelle che hanno un voto Isa superiore a 8, dichiarano il doppio di ricavi (594 mila euro), ma un reddito 24 volte più alto (76 mila euro).
(da agenzie)

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PARLA MARCO BELVISO, COORDINATORE PER IL NORDEST DELL’ASSOCIAZIONE “IL MONDO AL CONTRARIO”, CHE STA PER DIVENTARE MOVIMENTO POLITICO: “ASPETTIAMO I CONGRESSI DELLA LEGA E SCOMMETTIAMO SULLA ROTTURA CON LA VECCHIA GUARDIA, ZAIA E FEDRIGA”

Agosto 19th, 2024 Riccardo Fucile

A QUEL PUNTO POTREBBE PARTIRE L’OPA DI VANNACCI: “È IL NOSTRO ASSO PIGLIATUTTO. MA PIÙ CHE PRENDERSI LA LEGA LO IMMAGINO COME LEADER DI UN POLO, UN CARTELLO CON SALVINI”… IL CAPITONE È NERVOSO E HA FATTO UNA SERIE DI TELEFONATE INCROCIATE PER CAPIRE LE INTENZIONI DEL GENERALE

Dissimulare, dissimulare, dissimulare: sembra questo l’ordine di scuderia impartito da via Bellerio ai suoi. La Lega, infatti, nega che ci sia fastidio o preoccupazione per l’ipotesi – sempre più concreta – che il generale Roberto Vannacci possa dare vita a un soggetto politico autonomo dopo l’elezione a eurodeputato nelle file del Carroccio con oltre 500 mila preferenze.
Una possibilità che però negli ultimi giorni si è fatta sempre più tangibile, come ha spiegato ieri in una intervista a questo giornale il colonnello Fabio Filomeni, braccio destro di Vannacci: «Il movimento culturale “Il mondo al contrario”, ispirato al libro del generale diventa un movimento politico», ha precisato prendendo platealmente le distanze dal Carroccio con cui «non abbiamo niente a che fare. E neanche con la Lega del passato».
Il disappunto, però, si legge nelle frasi dei militanti e di qualche dirigente locale al Nord – che vuole rimanere anonimo – quando dicono che andare via «sbattendo la porta dopo la ribalta politica che gli abbiamo offerto sarebbe uno sgarbo a Salvini ma prima di tutto al partito che lo ha accolto». Qualcuno si lascia sfuggire che «la Lega non è un taxi per Bruxelles».
«Staremo a guardare quello che succederà», dice il segretario provinciale di Bergamo Fabrizio Sala. E le sue parole sembrano riprendere quelle di un altro leghista della prima ora come Gian Marco Centinaio che ha tagliato corto dicendo che «starà alla finestra a guardare».
Non sono in molti, comunque, quelli che si strappano i capelli – come si dice – all’idea che il generale fondi un suo partito e tolga il disturbo da via Bellerio («lui che non ha mai preso la tessera neanche da simpatizzante», precisa qualcuno). «E quella è la prima categoria di leghisti», riferisce una fonte vicina al Carroccio. «Non vedono l’ora di poter dire a Salvini “te l’avevo detto”».
Preoccupazione, però, ce n’è. E lo testimoniano alcuni movimenti di Salvini che nei giorni scorsi avrebbe scambiato diversi messaggi con Umberto Fusco, da due anni fuori dalla Lega, che ora segue il generale nell’organizzazione della sua festa a Viterbo. Il segretario federale si sarebbe informato sulle intenzioni della sua “punta di diamante” dopo i rumors sulla fondazione del partito.
Non soddisfatto dalle informazioni- o forse preoccupato per le notizie ricevute – avrebbe fatto partire una serie di telefonate incrociate da via Bellerio per sondare l’effettiva fattibilità dell’operazione. Un atteggiamento «sintomatico di nervosismo» lo definisce una fonte vicina alla Lega.
Chi, fuori dalla Lega, comunque, guarda con interesse al progetto di Vannacci è Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, da tempo alla ricerca di una “casa politica”. «Vannacci può essere un aggregatore per la destra sovranista. Ma prima di altre mosse dovrà chiarirsi con Salvini», aveva detto. Concordano in molti tra i leghisti: «È lui che è venuto da noi, non il contrario. Quindi è a noi che deve rendere conto».
(da La Stampa)

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