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“QUANDO ERA IN PRIGIONE NAVALNY MI DISSE ‘PENSO CHE DA QUI NON USCIRÒ MAI’; IO RISPOSI: ‘LO SO'”. IL CORAGGIO DI UN PATRIOTA VERO

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

YULIA NAVALNAYA, MOGLIE DEL DEFUNTO OPPOSITORE DI PUTIN, MORTO IL 16 FEBBRAIO IN UNA PRIGIONE RUSSA: “SULLA SUA MORTE NON SAPPIAMO MOLTE COSE, ALEKSEI ERA DA SOLO, CIRCONDATO DA POLIZIA POLITICA, E TUTTO È AVVENUTO SOTTOCOPERTA. INOLTRE SANNO CHE INDAGHIAMO, QUINDI INSABBIANO TUTTO… “PUTIN? PIÙ SIAMO A PROTESTARE, PRIMA CADRÀ IL REGIME. SARÀ COME CON L’URSS”

Nomina il marito al presente, anche se è morto il 16 febbraio. Ride vivacemente, si commuove, parla veloce ed è immediato riconoscere in lei la donna piena di vigore e idee che Aleksei Navalny, nemico numero uno di Putin e poi il più celebre tra i suoi martiri, definiva «la mia complice». Posso chiederle dove si trova? «No».
Yulia Navalnaya, camicia confetto, chignon minimo, si collega su Zoom con Kira Yarmysch, storica collaboratrice del marito. Si ritiene che viva tra Stati Uniti e Germania, dove studiano i figli (Dasha, 23 anni; Zakhar, 15). Da luglio 2024 è oggetto di un mandato d’arresto in Russia. «Da anni non ho una casa».
Nel finale delle sue memorie, Aleksei ricorda un vostro ultimo colloquio, ben prima della sua morte, in cui entrambi concordate che probabilmente lui non uscirà mai più di prigione. Che ricordo ha lei di questo colloquio?
«Che non è stata una rivelazione. Non sono verità che io ho capito lì. Da dieci anni sapevo bene quanto fossero pericolosi i nemici di mio marito. Quanto fossero disposti a qualsiasi cosa per silenziarlo. Era così ovvio che tra noi non ne avevamo mai parlato in modo serio. In uno dei nostri ultimi incontri lui iniziò questa conversazione molto diretta, in cui disse: penso ci sia un’alta probabilità che da qui non uscirò mai, accettiamolo. Io risposi solo: lo so».
Da allora lei lo ha visto poche altre volte. Ha appreso della sua morte dai notiziari, mentre era a Monaco, alla Conferenza sulla sicurezza, dove poi è comunque intervenuta. Ha tenuto discorsi pubblici, lottato perché la sua salma venisse resa a voi e poi seppellita, incontrato i grandi del pianeta, preso aerei. Che spazio si è data per vivere il suo lutto?
«Vorrei saperle rispondere, vorrebbe dire che ce la sto facendo. Ma le dirò invece che qualche volta uno fa solo quel che deve fare, e si chiede solo se è giusto o no. E anche questo è un modo di elaborare un lutto. Sono stata fortunata perché mio marito è stato una spalla molto solida, un esempio, una fonte di forza. Continua a darmene. Quindi, ecco, non c’è un momento in cui riesco a sedermi e meditare, far defluire i pensieri, per poi stare bene. Comunque per ora non ne avrei il tempo. Un giorno ci proverò» (ride).
Il senso di morte di cui parlava prima non vi ha trattenuto dal ritornare in Russia, dopo l’avvelenamento e la convalescenza in Germania. Nelle sue memorie Navalny scrive di aver pensato che Putin non si sarebbe spinto al punto di farlo arrestare agli arrivi, e invece è andata proprio così. Cosa non avete capito?
«Guardi, non funziona così. Non è che avremmo mai deciso di non tornare in Russia. Mio marito è stato un politico russo. Voleva stare coi suoi, nel suo Paese. Anche dare un esempio: ha passato tutta la vita a dire alla gente di non aver paura e quindi ha solo agito coerentemente. E poi io non parlavo solo con mio marito, ma col capo dell’opposizione. Un capo dell’opposizione che amavo molto, ma che doveva fare quel che doveva fare».
Tra i complimenti che lui le indirizza nel libro c’è anche molta ammirazione politica. «È più radicale di me», scrive. È così?
Ride. «Grazie, Aleksei. Mi mette in una posizione difficile ogni volta che lo dice. Sa, è facile essere molto radicali quando chiacchieri di politica in cucina con tuo marito, e più difficile quando sei una personalità pubblica. Ora io non lo so più se sono più o meno radicale di lui. Penso certamente che in Russia abbiamo bisogno di un cambiamento il prima possibile.
Penso anche che moltissimi, e certo il potere, si aspettassero che io a un certo punto avrei detto: basta, hai una famiglia, possiamo fare una bella vita, lascia perdere, qui avvelenano gli oppositori. Noi siamo stati fortunati, siamo stati una famiglia anche felice, e avremmo potuto risparmiarci l’opposizione, le condanne, la prigione. Ma non è così che funziona. Basta non glielo avrei detto mai. Proprio perché eravamo in un Paese che avvelena i suoi oppositori».
Ma oltre che con i russi comuni lei parla anche con capi di Stato, con persone straordinarie, persone di potere. Di cosa parla più spesso con loro?
«Di queste stesse cose. Molti di noi sono in esilio, ma molti in Russia vivono con la repressione. Possono finire in galera per un like sui social, per essere andati a manifestare con un foglio di carta bianco, per ragioni senza senso. Persone che hanno paura di ogni cosa, ed è necessario che sappiano che il resto del mondo, fuori dalla Russia, è dalla loro.
Con la propaganda, e il controllo dei media e la narrazione vittimista della Russia esclusa dall’Occidente, Putin se la cava bene. E per questo ci siamo noi. Che cerchiamo di dare informazioni indipendenti. I nostri canali YouTube sono molto visti soprattutto in Russia. Io incontro capi di Stato e spiego loro questo, che i russi comuni non sono con Putin solo perché stanno zitti».
Tra i prigionieri rilasciati il 1 agosto c’era un giornalista russo-spagnolo, Pablo Gonzalez. Col pretesto di scrivere di Russia, spiava voi. Come è cambiata ora la sua vita in termini di sicurezza?
«Beh come vede questa intervista ha luogo su Zoom (ride). Ho saputo in un secondo momento, dalle notizie, che questa persona seguiva Aleksei. Ma in generale, Aleksei veniva seguito sempre: da quando ancora vivevamo tutti e quattro a Mosca, e Aleksei ha iniziato a essere una figura importante nel movimento dell’opposizione, avevamo regolarmente perquisizioni in casa, ci requisivano sempre tutto, e non è che ci fossimo mai davvero abituati. Ogni volta era spiacevole: vengono i poliziotti, passano tutto il tempo a casa tua, cercano dovunque e non trovano niente ma nel dubbio si portano via il tuo computer, le tue carte e tutto. Noi abbiamo sempre vissuto così: che apri la porta e puoi trovarti un poliziotto sul pianerottolo. Che ci puoi fare?»
Nel suo discorso in morte di Aleksei ha detto: è stata uccisa metà di me, metà del mio cuore. Cosa resta nell’altra metà?
Fa una pausa molto lunga, di almeno quindici secondi. «È molto difficile dirlo. Se n’è davvero andato un pezzo grande di me. Siamo stati molto, molto fortunati e molto felici. Era un mio grande amico, per 25 anni non mi sono mai sentita sola. Potevamo sempre fare le nostre vacanze insieme, esserci per le difficoltà. Non ci siamo annoiati mai. Mi manca tantissimo, mi manca parlargli, dirgli cosa penso, sentire cosa pensa lui».
In questi giorni sono uscite molte piccole ricostruzioni sulla sua morte. Gli oggetti sequestrati, le ferite riportate. Cosa non sappiamo?
«Molte cose. Stiamo facendo una grande inchiesta, e spero tanto che avremo risposte complete un giorno. Come è stato per il suo avvelenamento. Qui è molto più complicato perché Aleksei è morto in carcere. Era da solo, circondato da polizia politica, e tutto è avvenuto sottocoperta e in segreto. Inoltre sanno che noi indaghiamo, quindi insabbiano tutto. Ma un giorno sapremo la verità».
Le pagine del libro che Aleksei ha scritto in carcere sono piene di ironia, ma raggelanti. Com’è stato per lei leggerle, man mano che arrivavano?
«Io ho letto anche di peggio, nelle lettere che mi scriveva. Certo, non si lamentava mai ma… Ci sono stati episodi tremendi. È stato detenuto in condizioni tremende. Per me è stato facile leggere il libro, nel senso che era anche lavoro. Molto più difficile è stato in questi due anni sapere come stava, pensarlo là, solo, in quelle condizioni».
È vero che sarebbe dovuto uscire nello scambio di prigionieri, e che poi all’ultimo è stato Putin a decidere di no?
«Abbiamo solo teorie, per ora, e penso sia così».
Che effetto le ha fatto sapere che poi lo scambio di prigionieri c’è stato lo stesso?
«È stato un momento dolceamaro. Sono contenta che questi innocenti siano stati scarcerati. Ma è molto triste che mio marito non sia tra loro».
Eppure è morto in carcere. A marzo 2023 lei e i suoi figli avete ritirato l’Oscar per il documentario Navalny. A giugno 2024 ha ritirato per lui il premio per i diritti umani del Freedom Forum di Oslo. In questi anni è successo spesso che i premi per i dissidenti – come i Nobel per la Pace – li ritirassero le loro famiglie, perché loro erano in carcere. Nel libro, Aleksei Navalny scrive proprio: «Abbiamo sottovalutato il potere delle autocrazie». I tiranni stanno vincendo?
«Spero di no. Spero, spero, che alla fine non vincano. Non vinceranno mai alla fine. Sono solo bravi a spaventare la gente, e questo dà loro un vantaggio nel breve termine. Ma quando i regimi cadono, in quei Paesi torna la felicità. Più siamo a protestare, prima cadrà il regime. Succederà come con l’Urss».
Quali sono le somiglianze tra l’Urss e la Russia di oggi?
«Sono moltissime. La gente sta male ed è oppressa da una dittatura. Come allora, le persone non possono parlare senza rischiare la prigione. Come allora, la propaganda è forte. Il potere fa credere ai russi, come allora, che il mondo occidentale sia contro di loro. La Russia sovietica è del resto il mondo in cui Putin si è formato. Di cui ha nostalgia».
L’Urss è caduta. Cosa succederebbe domani se cadesse Putin?
«Nessuno lo sa. Certo, per prima cosa finirà la guerra in Ucraina. Poi cadrà questo regime personalistico fondato sul terrore».
Lei è alla guida dell’opposizione. Avete un programma, per quel momento?
«Ci stiamo lavorando ed è importante. Quel momento arriverà».
(da agenzie)

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MATTARELLA TEME LO SCONTRO CON UE E MAGISTRATURA: “PUO’ SALTARE IL SISTEMA”

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

IL QUIRINALE VIGILA E NON ESCLUDE LA BOCCIATURA LA TESTO CHE I SOVRANISTI VOGLIONO VARARE DOMANI

L’appuntamento è fissato per domani, lunedì 21 ottobre, alle 18. A quell’ora Giorgia Meloni riunirà il Consiglio dei ministri ad hoc convocato per dare risposta alla decisione con cui il Tribunale di Roma ha smontato dalle basi il progetto di “delocalizzazione” dei richiedenti asilo in Albania, imponendo al governo di far rientrare subito in Italia i primi 12 migranti spediti oltre Adriatico.
L’obiettivo è chiaro, i mezzi a grandi linee definiti. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa. Fin da ieri i retroscena dei giornali indicano lo schema cui i tecnici di Palazzo Chigi starebbero lavorando, sotto la supervisione del fidato sottosegretario Alfredo Mantovano.
L’idea guida è quella di approvare un decreto legge che dia maggior forza a quella lista di Paesi sicuri azzoppata dalle sentenze: quella della Corte di Giustizia Ue prima, quella della giudice di Roma Silvia Albano poi. Non è possibile per i governi degli Stati membri Ue espellere migranti – neppure in caso di diniego della domanda di asilo – in Paesi terzi in cui corrano il rischio anche solo in parte di condanne a morte, torture o trattamenti degradanti, hanno messo in chiaro le due decisioni. «La definizione di Paese sicuro non può spettare alla magistratura, è una valutazione politica pur nei parametri del diritto internazionale», è la posizione del governo riassunta dal Guardasigilli Carlo Nordio stamattina in un’intervista a Repubblica. Specie se ad assumere scelte del genere è quella che la premier Giorgia Meloni non esita in queste ore a definire una parte «politicizzata e ideologicamente prevenuta» della magistratura. Ecco dunque che prende forma il nuovo decreto.
La lista dei Paesi sicuri «a prova di giudici»?
Il punto di partenza è quel decreto interministeriale del 7 maggio 2024 che stabiliva l’elenco dei Paesi di provenienza di migranti che per l’Italia sono sicuri. Il passaggio cruciale da effettuare ora, ragionano a Palazzo Chigi, è quello di elevare quel testo a norma di legge di rango primario, inserendo la lista – debitamente aggiornata – in un decreto legge, appunto. Nella speranza di “schermare” preventivamente ulteriori interventi della magistratura su nuovi provvedimenti di deportazione o espulsione.
Le opzioni tecniche per la verità paiono al momento due: l’inserimento della lista dei 22 Paesi sicuri direttamente nel decreto (opzione “rigida”), oppure in forma di allegato che il ministero degli Esteri avrebbe il compito di aggiornare periodicamente, forse ogni sei mesi (opzione “flessibile”).
Il decreto approderebbe poi in Senato entro una decina di giorni, con l’obiettivo di avviare un iter di conversione spedito. Il problema, come scrive Repubblica, è che non c’è garanzia a priori che lo scudo anti-giudici funzionerà. Nulla garantisce che altri giudici non interverranno comunque per non convalidare trattamenti sui migranti giudicati incompatibili con la sentenza Ue del 4 ottobre.
Il faro del Quirinale e l’ipotesi bocciatura
Per questo prosegue certosino in queste ore il lavorio dei tecnici, così come il filo dei contatti istituzionali. Per questo ma anche per un’altra ragione. E cioè che il Quirinale ha acceso sin da venerdì un faro sulla vicenda.
Sergio Mattarella ufficialmente tace, ma non c’è dubbio che sia assai preoccupato per la piega che sta prendendo il nuovo scontro tra politica e magistratura. Il primo ed essenziale obiettivo dal suo punto di vista, scrive il quirinalista del Corriere Marzio Breda, è quello di scongiurare il rischio di un conflitto istituzionale interno che «potrebbe incrinare persino la tenuta del sistema».
Il rapporto tra potere politico e giudiziario è da ormai 30 anni un punto dolente e vulnerabile dell’assetto istituzionale italiano: guai a metterne alla prova la tenuta. Sul fronte esterno, poi, va evitato a ogni costo – dal punto di vista del Colle – uno scontro a colpi di provvedimenti con l’Ue, alla vigilia tra l’altro dell’audizione di Raffaele Fitto come vicepresidente in pectore della nuova Commissione.
Insomma Mattarella per ora non parla, ma i suoi consiglieri ed uffici sono attivi nei contatti con quelli di Palazzo Chigi perché il decreto in preparazione non sia il preludio a scontri del genere. Il capo dello Stato potrebbe non firmarlo qualora ravvisasse tale rischio? Nessun indizio formale in proposito: vale la regola d’oro del silenzio preventivo cui Mattarella ha abituato da sempre il Paese. Ma non c’è dubbio che al Quirinale monitoreranno con estrema attenzione come il testo sarà scritto e l’iter di conversione in Parlamento.
E in caso di dubbi sul da farsi, il capo dello Stato si riserva una terza via, questa sì, sicura, nota Ugo Magri sulla Stampa: lasciare che sia la Corte costituzionale ad esprimersi, e scrivere la (auspicabile) parola fine su una vicenda politico-giuridica esplosiva.
(da la Stampa )

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LA LINEA ROSSA DI BRUXELLES: MELONI RICEVE UNA PORTA IN FACCIA DALLA UE

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

PER LA UE I GIUDICI ITALIANI HANNO CORRETTAMENTE APPLICATO LA NORMATIVA VIGENTE

O si cambia la normativa europea sui “Paesi sicuri” o non c’è alcuna certezza che i dubbi giuridici sul centro per i migranti in Albania possano essere superati. I contatti intercorsi venerdì tra il governo italiano e la Commissione Ue sull’accordo Roma-Tirana e soprattutto sulla decisione dei magistrati di rispedire sul nostro territorio i 12 cittadini del Bangladesh e dell’Egitto, non sono stati affatto positivi.
Il nodo evidenziato dal Tribunale di Roma al momento – è stata la risposta di Bruxelles – non si può sciogliere facilmente.
Insomma la “squadra” di Giorgia Meloni non ha ricevuto alcuna “copertura” sul punto specifico sollevato dalle toghe del nostro Paese. L’unica rassicurazione, arrivata direttamente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, è stata quella di procedere rapidamente ad una proposta per modificare la legge comunitaria. Ossia ad almeno due direttive: la 2013/32 e la 2011/95. Che rappresentano i testi su cui pochi giorni fa è stata emessa la sentenza della Corte di Giustizia Ue alla quale hanno fatto riferimento i giudici romani.
Un problema non da poco, che rinvia almeno fino a giugno la soluzione.
Nei colloqui informali, avvenuti in parte anche prima della decisione dei magistrati italiani, von der Leyen ha potuto solo garantire il suo impegno a correggere la legislazione europea. Una promessa dai tempi inevitabilmente lunghi. Se tutto va bene bisognerà aspettare almeno la prossima primavera. La stessa leader dell’esecutivo europeo ha parlato di queste scadenze temporali all’ultimo vertice di giovedì scorso. Il pacchetto immaginato dovrebbe inglobare nuove disposizioni per rientri più rapidi nei paesi di origine e contemporaneamente rivedere la stessa concezione di “paese sicuro”.
C’è poi un aspetto ulteriore, evidenziato nei giorni scorsi dal primo ministro greco Mitsotakis, uno dei leader del Ppe in Europa. Il capo del governo di Atene ha fatto notare che il cosiddetto “Modello Albania” è difficilmente trasferibile nel sistema dell’Unione. Perché? Perché l’accordo Italia-Albania stabilisce – e la decisione del tribunale di Roma lo dimostra – che in presenza di qualsiasi problema, i migranti vanno comunque trasferiti in Italia. Se si applicasse lo stesso protocollo in tutta l’Ue – si chiede allora Mitsotakis – in quale Paese verrebbero trasferiti gli extracomunitari?
La vicenda, poi, sta inasprendo i rapporti tra von der Leyen e le Cancellerie più “pesanti” d’Europa. La partecipazione di Ursula al summit organizzato giovedì scorso da Italia, Olanda e Danimarca, ha infastidito non poco Macron, Scholz e Sanchez. La possibile contrarietà di Francia, Germania e Spagna in questa materia non renderà dunque agevole la correzione delle direttive e men che meno l’anticipazione dell’entrata in vigore del nuovo Patto per l’asilo e i migranti.
Senza contare che il Cancelliere tedesco e il premier spagnolo imputano alla “collega” socialista danese Frederiksen di aver accettato la corte di Giorgia Meloni solo per vendetta: perché imputa a loro la scelta a favore del portoghese Costa per la presidenza del Consiglio europeo.
Un aspetto che non trasformerà lo stesso Costa in un alleato dei “falchi” anti-migranti. La campagna meloniana d’Albania è dunque partita ma rischia già di arenarsi.
(da la Stampa )

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I 12 MIGRANTI TORNATI DALL’ALBANIA SONO “IMPAURITI E SOTTO SHOCK”: IL MISTERO DEI CELLULARI SCOMPARSI. NEL CENTRO DI RIMPATRIO DI GJADER SAREBBE STATO IMPEDITO LORO DI TELEFONARE, UN EVIDENTE ABUSO

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

“DA 16 GIORNI, DA QUANDO SIAMO PARTITI, NON SENTIAMO I NOSTRI PARENTI. NON SANNO SE SIAMO VIVI O MORTI”… L’AVVOCATO DI UNO DEI MIGRANTI: “È MOLTO GRAVE CHE NON ABBIANO I CELLULARI, COSI’ NON POSSIAMO ORGANIZZARE LA DIFESA”

Nonostante le promesse espresse venerdì sera alla delegazione parlamentare in visita al centro di Gjader in Albania, i 12 migranti rientrati in Italia non hanno ancora i cellulari.
È piena di stranezze la sperimentazione che ha portato per la prima volta un gruppo di bengalesi ed egiziani a essere messi a bordo della nave militare Libra lunedì 14 ottobre e, dopo quasi due giorni di navigazione, ad arrivare al porto di Shengjin. «È molto grave che non abbiano i cellulari – afferma Gennaro Santoro, legale di uno dei 12 migranti un egiziano di 28 anni.
Nella istanza inviata alle 14.49 di ieri al ministero dell’Interno, alla Prefettura e alla Questura denuncia che il suo assistito è «impossibilitato a comunicare con la presente difesa» e che «appare necessario e urgente» prendere contatto con il giovane per predisporre un’adeguata difesa «anche alla luce dei termini ristretti per la predisposizione del ricorso».
L’avvocato sottolinea di avere «il diritto-dovere di mettersi in contatto» con il suo assistito, chiede di sapere in quale struttura si trova il giovane e il numero di telefono per poter parlare con lui e diffida gli enti competenti a «perpetrare ogni ulteriore prolungamento della soggezione del mio assistito a misure restrittive della libertà personale sine titulo.
Al termine della seconda traversata dell’Adriatico nel giro di quattro giorni sono «impauriti e sotto choc». Temono che, qualsiasi cosa dicano, possa compromettere la permanenza in Italia. Vengono trasferiti nel Cara di Bari Palese, il terzo centro dove entrano nel giro di quattro giorni. Si chiedono se saranno spostati ancora, se dovranno affrontare un altro viaggio in mare. Intanto, sono assistiti da un’equipe multidisciplinare. Raccontano che, da 16 giorni, hanno perso i contatti con i familiari, rimasti nei Paesi d’origine. «Da quando siamo partiti, non li sentiamo e non sanno se siamo vivi o morti». E si trovano costretti a chiedere in prestito dei cellulari agli altri ospiti del Centro di accoglienza richiedenti asilo per chiamare. In Albania – spiegano – gli sarebbe stato impedito di uscire e telefonare.
E loro non possono permettersi di perdere altro tempo senza poter telefonare. Venerdì hanno ricevuto la notifica del rigetto della richiesta di asilo, da quel momento hanno 14 giorni per presentare ricorso ma il ricorso va preparato. È un lavoro lungo e complesso già in condizioni normali perché bisogna ricostruire la storia del migrante e le motivazioni per cui chiede l’asilo ma è ancora più complicato in questo caso perché e sono trascorsi già due giorni senza poter parlare con gli avvocati e i legali non hanno ricevuto ancora il verbale dell’audizione. Insieme al ricorso sarà presentata un’istanza al tribunale di Roma per chiedere la sospensiva dell’ordine di allontanamento contenuto nel rigetto della richiesta di asilo.
(da la Stampa )

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LA MELONI DOPO LE PROMESSE E I FLOP RINCULA E IN VISTA DEL CDM DI LUNEDI’ PENSA A UN PROVVEDIMENTO PER AGGIRARE LE SENTENZE DEI GIUDICI. MA LA VIA E’ STRETTA

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

DENTRO FRATELLI D’ITALIA CIRCOLA ANCHE LA SUGGESTIONE DI PORTARE LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI ROMA PROPRIO DINANZI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

«Gli italiani mi hanno chiesto di fermare l’immigrazione illegale e la ferm…». C’è un’esitazione, è solo un secondo, perché subito Giorgia Meloni si rende conto che sarebbe troppo: dopo le delusioni, i flop, i tentativi falliti, dopo la promessa elettorale di bloccare le navi finita nel nulla, sarebbe troppo promettere con tale fermezza che lei bloccherà l’immigrazione illegale. E allora, dopo quel secondo di esitazione si corregge: «Farò tutto il possibile per mantenere la parola data e fermare la tratta di esseri umani».
Meloni allo staff chiede di convocare subito un punto stampa e, per lunedì, un Consiglio dei ministri nel quale arrivare a una soluzione. Fino ad allora, però, cosa fare con i migranti che arriveranno nel fine settimana sulle coste italiane? Ecco, si affaccia nel governo il pensiero che sia meglio fermarsi e sospendere i trasferimenti in Albania.
Non è una decisione facile ed è motivo di discussione interna: c’è chi vuole sfidare i giudici e le opposizioni, ma anche chi teme invece gli effetti politici di un secondo scivolone, con i migranti trasportati nei centri albanesi e riportati in giornata in Italia. In queste ore, propende l’ipotesi di una sospensione almeno fino a lunedì, quando si cercherà una strada con cui aggirare le sentenze dei giudici.
La premier presagiva qualcosa già da giorni. Dopo il 4 ottobre, dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea sullo status di Paese sicuro di provenienza (in estrema sintesi: o lo è del tutto, o non lo è) – sentenza che ha dato le fondamenta al pronunciamento delle toghe romane -, il governo attendeva questo epilogo.
Da quanto La Stampa è in grado di ricostruire con fonti parlamentari e di governo, nelle file di Fratelli d’Italia già la sera di due giorni fa, mercoledì, si ragionava su come reagire. L’ordine iniziale era di non attaccare la magistratura, in un giorno tra l’altro in cui la Lega avrebbe sfilato davanti al Tribunale di Palermo in difesa di Matteo Salvini, imputato per l’inchiesta Open Arms.
Il proposito di mantenere toni più neutri cambia quando Meloni, dal Libano, valuta il peso delle conseguenze di un caso che, spinto dalle opposizioni, si trasforma in una figuraccia internazionale. La linea dei meloniani si ribalta e attaccano la magistratura «politicizzata» che vuole «arrogarsi il diritto di decidere» al posto del governo quali sono i Paesi sicuri.
Il nodo è questo: Bangladesh ed Egitto secondo il mix tra giurisprudenza italiana e attuale normativa europea non possono essere definiti completamente sicuri. I giudici applicano semplicemente la legge. A Meloni però interessa poco: non vuole che le vengano rovinati l’operazione-immagine in Albania e il lavoro fatto con l’Ue. E così, nel Consiglio dei ministri di lunedì, cercherà «subito una soluzione». La prima ipotesi allo studio del governo è la più immediata e prevede di stabilire un elenco di Paesi terzi “sicuri” attraverso un decreto legge, approvabile già lunedì, e non più con un decreto interministeriale firmato da Viminale, Farnesina e ministero della Giustizia.
L’elenco degli attuali 22 Paesi “sicuri” resterebbe immutato, ma si rafforzerebbe il rango della fonte normativa che lo stabilisce: da una fonte di secondo livello come il decreto interministeriale si passerebbe a una fonte di primo livello come il decreto legge.
La seconda strada da percorrere porterebbe alla definizione di una struttura della Farnesina a cui affidare il compito di stilare la lista di Paesi sicuri. Su entrambe le soluzioni, però, resta il fortissimo dubbio che non possano costituire un argine ai tribunali nazionali, dove si prende a riferimento la sentenza del 4 ottobre della Corte di giustizia europea.
Per questo, oltre al ricorso ordinario contro la sentenza delle toghe romane già annunciato dal governo, dentro Fratelli d’Italia circola anche la suggestione di portare la sentenza del tribunale di Roma proprio dinanzi alla Corte di Giustizia europea, chiedendo di intervenire su un’interpretazione giudicata «troppo rigida» della sua stessa sentenza pronunciata lo scorso 4 ottobre. Non è detto però che il ricorso venga accolto, perché la Corte si è già pronunciata su un caso simile. E se anche lo fosse, fino al giorno del verdetto non verrebbero sospese le sentenze dei giudici italiani. Non può certo essere la soluzione immediata di cui ha disperatamente bisogno Meloni.
(da La Stampa)

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IL SILENZIO DI MATTARELLA SULLO SCONTRO CON I MAGISTRATI PREOCCUPA IL GOVERNO: SE IL DECRETO CHE VERRÀ APPROVATO DOMANI DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI, CONTERRÀ GROSSOLANE VIOLAZIONI DELLE REGOLE COSTITUZIONALI ED EUROPEE, IL CAPO DELLO STATO NON LO PROMULGHERÀ

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

LO SCENARIO NON È REMOTO, VISTO CHE C’E’ IL RISCHIO CONCRETO CHE L’ATTO VADA A CONFLIGGERE CON UNA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE

Chi conosce Sergio Mattarella certe domande non se le pone nemmeno, tanto è scontata la risposta. Del tutto chiaro, ad esempio, che lo scontro tra governo e magistrati sui migranti non possa fargli piacere (eufemismo).
Altrettanto escluso che il presidente condivida le aggressioni a suon di insulti contro i giudici del Tribunale di Roma colpevoli, agli occhi della premier Giorgia Meloni, di avere colpito e affondato il «modello Albania» su cui lei tanto contava.
Come pure è evidente la ragione per cui il Colle non interviene a censurare gli eccessi verbali: qualunque bacchettata, in questo preciso momento, sarebbe controproducente. Avrebbe la conseguenza di esacerbare ancora di più gli animi; equivarrebbe a gettare ulteriore benzina sul fuoco; darebbe fiato alle fanfare della propaganda che non aspetta altro per agitare le piazze. Insomma, l’esatto contrario di quanto Mattarella certamente desidera. Ragion per cui resta silenzioso e nessuno dei collaboratori si espone in pronostici.
Ma c’è una seconda ragione che può spiegare la circospezione del Quirinale: il governo si accinge a una mossa sulla carta in grado di scatenare un ulteriore conflitto, stavolta con l’Europa e le sue regole in materia di immigrazione. Si tratta del decreto legge in discussione domani al Consiglio dei ministri, nelle intenzioni governative finalizzato a tagliare le unghie dei magistrati che giudicano sulle domande di asilo e impedire che siano loro a stabilire se il Paese d’origine dei richiedenti è sicuro o meno.
C’è il concreto rischio che questo decreto vada a confliggere con la sentenza della Corte di giustizia Ue datata 4 ottobre, alla quale si sono attenuti i giudici del Tribunale di Roma. Un contenzioso con le istituzioni europee è dietro l’angolo. Come si regolerebbe il presidente in questo frangente? Promulgherebbe o meno un decreto destinato a collocarci fra gli osservati speciali dell’Unione, accanto a Ungheria e Polonia
Molto probabile che nella giornata odierna vi siano le solite «interlocuzioni», come vengono chiamate in gergo; ovvero contatti tra gli uffici giuridici del Quirinale e di Palazzo Chigi per accertare meglio la portata del provvedimento in gestazione.
Di certo, il presidente non ha intenzione di farsi guidare da considerazioni politiche, giuste o sbagliate che siano. Dal poco che filtra, il suo metro sarà esclusivamente giuridico. Escluso che possa promulgare un decreto che contenga grossolane violazioni delle regole costituzionali ed europee. In caso di dubbio, come altre volte è accaduto, Mattarella potrà lasciare che sia la Consulta a scrivere la parola fine.
(da agenzie)

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MELONI SI SENTE AL DI SOPRA DELLA LEGGE

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

ORMAI PARLA LA LINGUA DI BERLUSCONI NEL SUO DELIRIO CONTRO I MAGISTRATI CHE APPLICANO LA LEGGE

Il cerchio è chiuso: quando Giorgia Meloni e i suoi attaccano in batteria i magistrati risuonano le parole del padre politico, che iniziava la sua campagna contro le toghe 30 anni fa. In tre decadi la destra italiana è cambiata poco.
Certo, nelle invettive di Silvio Berlusconi contro pm e giudici c’era un surplus di violenza verbale. Ha definito la “magistratura ideologizzata una metastasi della democrazia” (2008), e i magistrati “antropologicamente diversi dal resto della razza umana” (2009), ha declamato per tutta la sua carriera di essere vittima di una “persecuzione giudiziaria” e che i processi siano stati utilizzati contro di lui come “strumento di lotta politica”. E ancora: “I giudici di Mani Pulite vanno arrestati, sono un’associazione a delinquere con licenza di uccidere che mira al sovvertimento dell’ordine democratico” (1994); “Pochi giudici si sono fatti braccio armato della sinistra per spianare a questa la conquista del potere” (1999); “La magistratura è una malattia della nostra democrazia, dobbiamo assolutamente cambiare l’ordine giudiziario” (2006); “Il pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente ad esami che ne attestino la sanità mentale” (2008); “L’anomalia non è Silvio Berlusconi, sono i pm e i giudici comunisti di Milano. Da quando sono sceso in politica e ho sottratto il potere ai comunisti, ho subito 103 processi” (2009); “Serve l’immediata istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta, i giudici mi vogliono eliminare dalla vita politica” (2010); “La Corte Costituzionale è un organismo politico della sinistra” (2014).
C’è un concetto in particolare, tanto caro a Berlusconi, che ritorna sinistramente nelle parole dei meloniani: la superiorità della politica e della volontà popolare sulle leggi e chi le fa osservare. “Esprimerò tutta la mia indignazione e la mia volontà di non vedere sovvertita la democrazia da chi si è infiltrato nella magistratura e la usa per sovvertire la volontà popolare”, diceva B. nel 2008. Lo ripetono con sfumature appena diverse, oggi, i suoi nipotini.
Rileggiamo le parole di Meloni dopo la bocciatura del suo piano albanese da parte del tribunale di Roma. “Non credo sia competenza della magistratura definire quali sono Paesi sicuri e quali no”, ha dichiarato la premier. “È competenza del governo, quindi credo che il governo debba chiarire meglio cosa si intende per Paese sicuro”. Al di là della prudenza di facciata nella scelta delle parole, il senso è chiaro: la politica è al di sopra dei giudici (e delle leggi).
Se la presidente del Consiglio ha mantenuto una forma di continenza verbale, quelli che hanno parlato dopo di lei non hanno avuto nemmeno questa premura. Spiccano le parole del ministro della Giustizia, Carlo Nordio: “Se la magistratura esonda dai propri poteri attribuendosi delle prerogative che non può avere deve intervenire la politica che esprime la volontà popolare”. Rieccoci, berlusconismo in purezza: “Noi rispondiamo al popolo, se il popolo non è d’accordo con quello che facciano noi andiamo a casa. La magistratura, che è autonoma e indipendente, non risponde a nessuno e quindi proprio per questo non può assumersi prerogative che sono squisitamente ed essenzialmente politiche”.
Ancora più netto Adolfo Urso, ministro dell’Impresa: “Ogni qual volta la destra ha il consenso degli elettori per governare, si costituiscono altri contro poteri che pensano di avere un giudizio superiore a quello che esprimono nelle democrazie i cittadini italiani. Se parlo della magistratura? Sì”.
Tra i molteplici attacchi arrivati da destra, è significativo quello del forzista Maurizio Gasparri. Il richiamo alla lezione di Berlusconi è esplicito: “Da anni le toghe sono uscite dal loro ruolo per la pretesa di dettare la linea al Paese. È la stessa vicenda che registriamo nella persecuzione di un attacco giudiziario a leader come Berlusconi, anche dopo la sua scomparsa, con inchieste basate sul nulla”. E poi c’è Matteo Salvini. Anche lui ha citato il “padre” usando le stesse parole sui “magistrati comunisti” e sul “processo politico” ai suoi danni, sui “giudici che usano il tribunale come un centro sociale”. E ha convocato il partito per protestare nel giorno della sua udienza, proprio come fece Berlusconi nel 2013, con la scena madre del Pdl al tribunale di Milano ai tempi di Ruby.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I CANI E PORCI DI SALVINI E IL NAUFRAGIO ALBANESE

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

I SEMINATORI DI ODIO CHE DISPREZZANO GLI ESSERI UMANI

Dunque, i migranti sono cani e porci. Dunque, non esiste un limite all’umiliazione e al disprezzo degli esseri umani. Dunque, vale tutto. I dibattiti, anche quelli più seri, decisivi e delicati, sono ridotti a grugniti etilici da osteria. Si apre la bocca e si dice la prima cosa che passa per la mente. Anzi, non la prima, la peggiore, la più volgare. Meglio se feroce, così il successo è assicurato.
Deve essere per questo che il vicepresidente del Consiglio italiano, Matteo Salvini, aggiunge alla personale collana degli orrori verbali una nuova perla: «I confini sono sacri. Non si capisce perché, secondo qualche giudice, qui in Italia possono arrivare cani e porci».
Forse pensa a Viktor Orban che lo chiama «eroe» mentre si bea della sua schietta aggressività medievale, o magari ai suoi amici ultrà della curva del Milan, che loro sì saprebbero come risolvere questo irritante fastidio delle migrazioni mondiali. Loro cani e ai porci saprebbero come fermarli. A cazzotti e pistolettate.
Ma chi riporta alla civiltà i furori tracimanti del Vicepresidente del Consiglio, un uomo che ormai ispira solo timori e idee lugubri?
E chissà quanti di quei cani e di quei porci lavorano nelle nostre case come badanti, nei nostri ospedali come infermieri, ci rifanno le facciate delle case o ci portano il cibo a domicilio, magari anche a Lui. Cani e porci. Non esseri umani. Animali. E sai che liberazione dirlo con voce stentorea a favore di telecamere e della curva degli abbrutiti. Sai come salgono i like e il sogno ridicolo di allargare un bacino elettorale sempre più annoiato dal gran vociare del Capitano indifferente al declinante fascino dei populismi da cortile. Davvero non riesce a fare meglio di così? Davvero la Lega è diventata unicamente stereotipi e cinismo demolitorio? Davvero è capace soltanto di incendiare il confronto istituzionale con i giudici e di invocare la radiazione dal consesso umano di chi è in fuga da guerra e povertà?
Ma nello sconfortante universo zoologico di queste ore, il ministro delle Infrastrutture abbandonate purtroppo non è solo. Uscito ridimensionato dalla mancata Capitol Hill di Palermo (cit. Flavia Perina) – una passerella imbarazzante per delegittimare il tribunale che lo giudica nel caso Open Arms – il leader leghista è stato oscurato, forse non a caso, dal pasticciaccio brutto dei Cpr d’oltremare, un capolavoro di superficialità gestito – resto alle metafore faunistiche – da furbastri o da somari.
Provo a mettere le cose in ordine anche se, confesso, è un esercizio acrobatico di un certo livello. L’Italia manda in Albania sedici migranti che vengono dal Bangladesh e dall’Egitto, dando attuazione concreta, per la prima volta, al costosissimo (ma molto ammirato a Bruxelles) accordo tra Edy Rama e Giorgia Meloni. Esternalizzazione dei disperati, affinché il messaggio arrivi forte e chiaro: se provate a venire da noi finisce male. Deterrenza spiccia. Mezza Europa applaude – stai a vedere che si può fare davvero – l’altra metà osserva indispettita. I giudici italiani applicano una norma europea piuttosto facile da capire. Esiste una lista di Paesi considerati insicuri. Chi arriva da quei confini deve essere protetto. Egitto e Bangladesh sono in quell’elenco. Non esiste alcuna ambiguità, persino in Italia dove ogni parola è ambigua interpretabile e scivolosa. Morale: i sedici disperati tornano da noi con tanto di sentenza di accompagnamento e grandinata di polemiche. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, cresciuto nei tribunali, dice: «Se la magistratura esonda dobbiamo intervenire». Allarme, allarme, allarme. Rilanciato da Salvini, da Meloni («È difficile dare risposte al Paese quando si ha contro anche parte delle istituzioni») e persino dal moderato Tajani. L’intero governo si schiera contro le Toghe. Poteri dello Stato l’un contro l’altro armati. La pubblica opinione – noi – guarda sbadigliando perché allo spettacolino indegno è abituata da quarant’anni. Ma se volessimo prendere sul serio le parole di chi ci guida dovremmo pensare di essere sull’orlo di una guerra civile.
Non è così, ma alzare una spessa cortina fumogena attorno al “processo-Salvini” e sotterrare il dibattito su una manovra che non abbassa le tasse, anzi le incrementa un po’, riduce i fondi alla sanità, non tocca gli stanziamenti alla difesa e si dimentica di mettere nero su bianco i numeri reali degli interventi, è un risultato concreto che Palazzo Chigi incassa in tempo reale.
Parlare dei migranti, fingersi spietati, intransigenti, duri contro i minacciosi invasori, è più facile che spiegare come ridare peso ai salari, spingere la crescita, realizzare un’Autonomia equa e costruire il presidenzialismo.
Eppure, apparentemente, esisterebbe un crinale dove una prova di potenza e determinazione si trasforma in una dimostrazione di impotenza: l’applicazione pratica.
In Albania si è rivelata fallimentare. Paga un prezzo la premier? Nessuno, le basta annunciare un Consiglio dei ministri per domani in cui metterà a posto le cose. Del resto se l’operazione fosse andata a buon fine avrebbe riscosso gloria e onori internazionali. Ora che non funziona ha buon gioco a dire: il governo vi vuole difendere, ma la magistratura ce lo impedisce, le toghe cattive si mettono di traverso.
Una fesseria che funziona sempre. Secondo un sondaggio Ghisleri che pubblichiamo domani, prima dello scontro sui centri albanesi, il tema migranti era al ventesimo posto tra le preoccupazioni degli italiani, sostanzialmente inesistente, oggi balla tra il quinto e l’ottavo posto, agganciandosi alla questione sicurezza.
Meglio alimentare odio, paure e ossessioni complottarde, che discutere di ospedali e pensioni. Meglio rilanciare l’ostilità ideologica nei confronti dei magistrati e chiamare a raccolta fedeli nel fortino, piuttosto che trovare tavoli di confronto. Verrebbe da liquidare tutto con un aggettivo usato da Marco Revelli due giorni fa, qui a Torino: disgustoso.
Ci siamo visti, in via Sacchi 66, a casa di Norberto Bobbio, dove il Comune ha fatto mettere una targa ricordo a vent’anni dalla scomparsa. C’era un sacco di gente. A cominciare da suo figlio Marco. Tutti ipnotizzati dalla frase incisa sulla placca dorata. “Ho imparato a rispettare le idee altrui, ad arrestarmi davanti al segreto di ogni coscienza, a capire prima di discutere, a discutere prima di condannare”. Quanto ci manca Bobbio. Quanto è siderale la distanza tra quella visione e lo sgangherato e confuso situazionismo dell’oggi. Revelli ha preso il microfono. Ha detto: «Via Sacchi 66 non è solo un indirizzo. È un luogo dal quale sono passati la cultura e molta Storia». Lì intorno, in un raggio di poche centinaia di metri, hanno vissuto, assieme, Bobbio e Vittorio Foa, Franco Antonicelli e Massimo Mila, Cesare Pavese e la famiglia Einaudi. Erano gli anni che precedevano la guerra. Gli anni di Mussolini. Delle retate dell’Ovra (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo). «Era un nido di antifascisti questo quartiere», dice Revelli. E nel Sancta Sanctorum di Bobbio, finito il disastro mondiale, sarebbero passati intellettuali e capi di Stato, economisti e studenti, industriali e gente comune, comunisti e liberali. Ognuno con le proprie domande. Ognuno certo di trovare risposte chiare. «Questo era Bobbio, un cultore della chiarezza. Della tolleranza. Della pace. Del rispetto dei diritti umani». La chiarezza contro le cortine fumogene dei somari. Pensa che meraviglia! C’è stato un applauso infinito. Poi qualcuno ha detto: «Prendiamo i libri di Bobbio e lasciamoli davanti ai Palazzi romani. Magari imparano qualcosa». Ne è seguita una grande risata. Ma era solo amarezza. Il metro della distanza tra le esigenze della gente comune e il balletto scomposto di poteri che si delegittimano a vicenda, minando alle fondamenta l’architrave su cui si regge qualunque organizzazione civile: la fiducia. Che non si consolida con gli insulti. Ma col pensiero critico. Dal quale – mi appoggio liberamente a Gustavo Zagrebelsky – nasce la scintilla di ogni insubordinazione sana, sale delle democrazie e nemico giurato di ogni autoritarismo.
(da La Stampa)

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INTERVISTA A FRANCESCA DE VITTOR, DOCENTE DI DIRITTI UMANI ALLA CATTOLICA DI MILANO: “DAL GOVERNO PROCLAMI INUTILI, SE NON SI RISPETTANO I CRITERI DEL DIRITTO EUROPEO LA MAGISTRATURA HA IL DIRITTO E IL DOVERE DI INTERVENIRE”

Ottobre 20th, 2024 Riccardo Fucile

 “LA SENTENZA DEL 4 OTTOBRE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA E’ VINCOLANTE PER DUE ANNI”

Nonostante i proclami del governo, fino al 2026 non cambierà nulla. La lista dei Paesi di origine sicuri, sulla quale si è infranto l’avvio dei primi hotspot in Albania, dovrà tenere conto per due anni della sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre, citata come base giuridica dal Tribunale di Roma nella sentenza dell’altro ieri che ha riportato i migranti in Italia. Ne parliamo con Francesca De Vittor, docente del corso di Diritti dell’uomo presso l’Università Cattolica.
Su quali fonti giuridiche poggia la sentenza del tribunale di Roma che ha portato allo scontro con l’esecutivo?
Il trasferimento e il trattenimento in Albania di queste persone è possibile per la legge italiana solo applicando ai richiedenti la procedura accelerata per la valutazione delle domande di protezione internazionale, che si applica a coloro che hanno presentato la domanda in frontiera e provengono da paesi di origine sicura. Solo nell’ambito di tale procedura, quando i richiedenti non hanno consegnato il passaporto o prestato la garanzia finanziaria, può essere disposto il trattenimento che, come ogni privazione della libertà personale deve essere convalidato dal giudice. Il Tribunale di Roma che ha valutato i casi di queste 12 persone provenienti da Bangladesh ed Egitto ha ritenuto che non fossero paesi sicuri, di conseguenza non è applicabile la procedura accelerata e il trattenimento, e che quindi i migranti non potessero restare in Albania privati della libertà.
Perché i giudici di Roma valutano Egitto e Bangladesh non sicuri ?
È il punto su cui interviene la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso 4 ottobre che interpreta il concetto di paese di origine sicuro ai sensi dell’art. 37 della direttiva 2013/32 sulle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale. La Corte ha precisato che si può qualificare paese di origine sicuro quello in cui non vi è rischio di persecuzione, tortura o trattamento inumano e degradante o di violenza nell’ambito di un conflitto su tutto il territorio nazionale. È insomma improbabile che chi viene salvato nel Mediterraneo venga da un paese sicuro.
Per Egitto e Bangladesh il Tribunale di Roma cita i rischi indicati nelle “schede Paese” della Farnesina.
Esatto. Nelle schede del ministero degli Esteri per inserire tali Paesi nella lista di quelli sicuri si esclude la sicurezza per attivisti, oppositori politici e altri. Alla luce della sentenza del 4 ottobre, questi paesi non sono più qualificabili come sicuri. E visto che sono definiti tali dal governo italiano in esecuzione di atti Ue, deve rispettare le condizioni del diritto europeo.
Quindi nessuna interferenza dei giudici?
L’esecutivo ha la competenza di inserire i Paesi nella lista. Ma non ha potere discrezionale, se non sono rispettati i criteri del diritto europeo la magistratura può e deve intervenire, tanto più che la sentenza della Corte è arrivata dopo la definizione della lista, quindi cambia i presupposti. Ma non è una novità. Ci sono stati trattenimenti in Italia non convalidati dai giudici per la stessa ragione.
Il governo vuole, però, andare avanti
Il rischio che quanto è successo si ripeta è altissimo. Fino al 2026 resteremo nella stessa situazione perché solo allora entrerà in vigore il nuovo regolamento sulla procedura di riconoscimento del diritto di asilo che prevede la possibilità che i Paesi siano qualificati di origine sicura anche escludendo parti del territorio.
(da agenzie)

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