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I QUESTORI DELLA CAMERA HANNO PROPOSTO DI AFFIANCARE AI DUE BARBIERI DI MONTECITORIO UN PROFESSIONISTA DI ACCONCIATURE FEMMINILI

Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile

IN QUESTA LEGISLATURA CI SONO 133 DEPUTATE SU 400 ELETTI

Onorevole deputata, facciamo taglio, messa in piega e colore? La domanda sta per diventare realtà. Il collegio dei questori della Camera vuole dare un taglio a una consuetudine della Prima e della Seconda Repubblica: il mitologico “servizio barberia” di Montecitorio – scrigno in stile liberty tra specchi e poltrone – vuole aprire alle donne. Con un professionista – ogni riccio un capriccio – che si occupi di loro. Solo di loro. Magari nello stesso spirito di Coco Chanel per cui “una donna che si taglia i capelli è una donna che sta per
cambiar vita”. O, in questo caso, partito. La domanda c’è e lo spirito dei tempi pure: la legislatura della prima “lei” presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, conta tra le altre cose 133 deputate su 400. E’ un piccolo passo verso la “Camera delle donne”, come la Città felliniana del film, quella che d’altronde dal 2022 permette loro durante le sedute in Aula di entrare con i bimbi e allattarli nell’emiciclo fino al compimento di un anno, un’ulteriore apertura dopo la creazione di una stanza ad hoc per accudire i bebè non distante dal Transatlantico (e c’è sempre l’idea di un nido).
La pensata dei questori – che il Foglio è in grado di raccontare – è stata esposta al presidente Lorenzo Fontana che ha detto sì purché non aumentino i costi. C’è da trovare uno specialista di chiome femminili per affiancare gli ultimi due barbieri rimasti dopo la furia anticasta grillina che li ha decimati. E dunque vedere se l’idea, in termini di incassi, può funzionare. Se magari Elly Schlein o perfino l’onorevole Meloni (che una volta usufruì di un rapido servizio piega, stessa cosa Daniela Santanchè) si metteranno sedute su quelle poltrone così ricche di storia e aneddoti giornalistici. Qui dentro possono entrare, d’altronde, solo i parlamentari (ex compresi, tipo gli ex presidenti Luciano Violante e Gianfranco Fini, clienti fissi), gli assistenti e i cronisti iscritti all’Associazione stampa parlamentare. L’esperimento dividerebbe gli incassi femminili da quelli maschili: perché i due Figaro sono dipendenti della Camera, entrati con un concorso e quanto guadagnano va dritto nelle casse di Montecitorio. Al contrario il coiffeur delle “onorevoli bellachioma” prenderebbe, a suo rischio e pericolo, l’intero incasso, ma senza stipendio fisso. Se il progetto – zac zac – dovesse funzionare allora l’amministrazione sarebbe pronta a procedere con un concorso. Quanta storia fra quelle colonie. Un giorno di febbraio del 1972, quando era atteso il varo del governo Andreotti, Carlo Donat Cattin invece di andare al Quirinale per giurare nelle mani di Giovanni Leone come ministro del Lavoro, andò alla barberia a farsi sistemare i capelli. Non fu un capriccio ma una mossa politica di dissenso verso la nascente coalizione che vedeva la Dc alleata con i liberali di Malagodi. Fino al 1991 – negli annali si ricorda la “lozione del presidente Ciano: dolciastra, oleosa e penetrante” – il servizio fu gratuito. Arnaldo Forlani, Giulio Andreotti hanno battezzato i loro governi (e le rispettive crisi) proprio qui. Achille Occhetto lo fece cadere appena terminata la cura del baffo: “L’esecutivo De Mita è già finito”, rispose ai cronisti.
Uno spazio notevole, questo, che sotto la presidenza di Laura Boldrini con il grillismo montante diventò il feticcio della casta: da abbattere. Il servizio, dissero i pentastellati con la bavetta alla bocca salvo poi usufruirne, costa troppo. E giù di leggi suntuarie e servizi delle tv contro la barba a 8 euro e 18 per un taglio. Grande dibattito nel paese reale e sul blog di Beppe Grillo, tanto che alla fine il servizio rischiò perfino di chiudere. Gli addetti con il tempo sono stati falcidiati, “costretti oggi a turni impossibili” e a un boccone nel retrobottega all’ora di pranzo per evitare di perdere i clienti. Eccoli con le loro giacche turchesi e il nodo ben fatto sopra la camicia e la dovizia di chiacchiere e pettegolezzi che, dalla Roma di Orazio a oggi, passano “solo dalle bocche dei miopi e dalle forbici magiche dei barbieri”. I loro tre colleghi non sono stati licenziati, ma trasformati, a parità di stipendio che non è quello di muratore, ad assistente parlamentare (quindi risparmio per la Camera: zero). Tecnicamente gli ultimi due simpatici Figaro non possono tagliare i capelli alle donne, ma spingersi al massimo fino a una bella messa in piega. Adesso, pare, si cambierà: la Camera vuole stare al passo coi tempi e le esigenze di tutti gli abitanti di questa bolla chiamata Parlamento. “Ma fino a quando ci sarò io gli animali non entreranno mai qui dentro”, ha detto Fontana a proposito del progetto portato avanti in Senato dall’omologo Ignazio La Russa. Altrimenti, magari, servirebbe
anche una toletta per cani.
(da La Stampa)

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COSE DI COSA NOSTRA: UN TESTIMONE RICOSTRUISCE IL VERO RITROVAMENTO DEI BRONZI DI RIACE, CHE SAREBBE AVVENUTO NELLE ACQUE SICILIANE NEL 1971, E NON IN CALABRIA NEL 1972

Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile

A METTERE LE MANI SUL TESORO SAREBBE STATO UN BOSS DELLA MAFIA SICULA IN BUONI RAPPORTI CON LE COSCHE CALABRESI, CHE AVREBBE SPOSTATO I PREZIOSI REPERTI SULL’ALTRO LATO DELLO STRETTO PER GESTIRE CON PIÙ CALMA LA VENDITA

«Una sera vidi giungere una grande barca, appesantita da un carico importante. Ricoperte da reti si notavano delle strane sagome scure. Capii che erano statue coricate. Tra le maglie riuscii a scorgere una testa con l’elmo, uno scudo e soprattutto diverse lance».
Una scena impressa nella memoria di un bambino, che a 54 anni di distanza può
fare luce su uno degli enigmi archeologici più affascinanti: l’origine dei Bronzi di Riace. I ricordi di Mimmo Bertini sono il punto di partenza per la rilettura di una saga che intreccia storia, scienza, arte e criminalità. Perché i capolavori della Grecia classica sarebbero stati oggetto di un doppio saccheggio: uno nell’antichità e uno in tempi più recenti.
La vicenda è stata rivelata dalla rivista “Archeologia Viva” e approfondita da uno speciale del Tg1, facendo aprire un’indagine formale della procura di Siracusa. Perché è in quest’angolo di Sicilia che sarebbero state realmente ritrovate le opere diventate simbolo della Calabria, trafugate da una squadra di sommozzatori romani e calabresi che – d’accordo con un boss mafioso – le avrebbero trasferite nei fondali di Reggio per gestirne la vendita sui mercati clandestini.
Che le statue provenissero dalla Sicilia e fossero emerse da un altro mare lo avevano già sostenuto negli anni Ottanta due celebri archeologi statunitensi – Robert Ross Halloway e Anne Marguerite McCann – senza venire creduti. Oggi però una serie di studi scientifici conferma gran parte della loro ricostruzione. Anzitutto l’esame delle terre di fusione e dei perni di saldatura delle statue: coincidono con le argille dei fiumi siracusani Anapo e Ciane.
D’altronde nel V secolo solo a Siracusa, una delle città più ricche e potenti del Mediterraneo, potevano venire commissionati capolavori di tale qualità. La Statua B raffigurerebbe il tiranno Gelone nel momento in cui dopo la vittoria di Himera del 480 avanti Cristo sui cartaginesi depone lancia e scudo davanti all’assemblea siracusana, rimettendo il mandato.
Le fonti storiche sostengono che fosse stata inizialmente esposta nell’Olympeion, un tempio colossale sulla terraferma lontano da Ortigia. Sulla stessa statua ci sono segni di una frattura restaurata: l’effetto di un assalto cartaginese del 396 avanti Cristo, durante il quale i punici avevano sfregiato i
simboli della sconfitta subita 84 anni prima.
Dopo quella incursione, la Statua B sarebbe stata ricomposta e installata sul terrazzo del Teatro, all’interno delle mura di Ortigia. Quando nel 212 avanti Cristo dopo il lungo assedio i romani hanno espugnato Siracusa […] tutti i bronzi sono stati trasferiti nell’Urbe come preda di guerra. Non quelli di Riace, perché la nave che li trasportava è affondata durante il viaggio.
Dove? Qui la memoria di Mimmo Bertini va a combaciare con il dato storico: perché le statue sul terrazzo del Teatro erano tre. E tre erano i guerrieri che ha visto ripescare dall’abisso nel 1971.
All’epoca aveva dieci anni Colloca il ritrovamento durante una missione di Jacques Cousteau che grazie ai suoi batiscafi stava rivoluzionando l’archeologia sottomarina. L’esploratore francese si faceva aiutare dai migliori subacquei: i corallari del Tirreno. Bertini sostiene che anche a Brucoli con Cousteau c’erano sommozzatori calabresi e laziali.
Questi corallari – all’insaputa dello scienziato – avrebbero tirato fuori dal mare sette statue: tre figure di uomini, due di leoni e due non individuabili. Oltre a queste ricorda un elmo, una lancia e uno scudo. «Mio padre – ha scritto Bertini su “Archeologia Viva” – , involontario testimone di una vicenda molto più grande di lui, preferì sempre tutelare la sicurezza della sua famiglia, tacendo e invitandomi a fare altrettanto».
A mettere le mani sul tesoro infatti sarebbe stato un boss locale, in buoni rapporti con le cosche calabresi, che avrebbe spostato i preziosi reperti sull’altro lato dello Stretto per gestire con più calma la vendita. In quel periodo c’era una rete di mercanti d’archeologia attivi tra Italia e Svizzera che si rivolgeva a magnati degli States, come Paul Getty, o ai direttori dei musei più prestigiosi.
L’unica data sicura in questa splendida trama è il 16 agosto 1972: Stefano Mariottini, un sub dilettante romano in vacanza, avvista le due statue a otto
metri e alle 16 telefona al sovrintendente.
Sul fondale intorno ai capolavori non c’erano relitti di navi, né altri reperti. Una posizione insolita, subito accompagnata da sospetti e voci sull’esistenza di un terzo bronzo esportato clandestinamente negli Stati Uniti e mai individuato.
E c’è un interrogativo che si impone sugli altri: la Calabria rischia di perdere la paternità delle statue che sono diventate orgoglio e manifesto della regione? Anche se provenissero da Siracusa, molti degli storici dell’arte ritengono che l’autore sia stato Pitagora di Reggio, maestro del bronzo ritenuto da Tito Livio inferiore solo a Fidia, Policleto e Mirone. Per un naufragio antico o per una razzia mafiosa, sono comunque tornate nella loro terra d’origine.
(da agenzie)

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NEI PROSSIMI MESI NEGLI STATI UNITI CI SARANNO MENO BARBIE IN VENDITA E COSTERANNO DI PIÙ: EFFETTO DEI DAZI CONTRO LA CINA IMPOSTI DAL COATTO DELLA CASA BIANCA

Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile

IL COLOSSO AMERICANO MATTEL IMPORTA DAL DRAGONE IL 20% DEI SUOI PRODOTTI. E PREVEDE 270 MILIONI DI DOLLARI DI COSTI INCREMENTALI A PARTIRE DAL TRIMESTRE DI LUGLIO E AUMENTERÀ IL COSTO DEI SUOI GIOCATTOLI

Meno Barbie (e più costose) per le bambine americane: è uno degli effetti collaterali dei dazi contro la Cina che hanno costretto Mattel, il colosso statunitense di giocattoli, a sospendere le sue previsioni finanziarie per l’intero anno a causa dei drastici aumenti in dogana e ad annunciare aumenti dei prezzi di alcuni prodotti.
Gli Usa al momento rappresentano circa la metà delle vendite globali del gruppo: di questi il 20% è rappresentato da prodotti in arrivo dalla Cina, fra cui appunto le celebri bambole.
“Il volatile contesto macroeconomico e l’evoluzione del panorama tariffario statunitense” rendono “difficile prevedere la spesa dei consumatori e le vendite di Mattel negli Stati Uniti per il resto dell’anno e durante le festività natalizie”, ha dichiarato il presidente e Ceo di Mattel, Ynon Kreiz, durante la conference call sui risultati del primo trimestre dell’azienda.
Per compensare i maggiori costi legati agli elevati dazi doganali, l’azienda con sede in California ha definito “necessari” gli aumenti dei prezzi sui giocattoli. Mattel sottolinea di sostenere l’industria del giocattolo nelle pressioni per l’azzeramento dei dazi sul settore ma ammette la necessità di prepararsi a quello che probabilmente sarà un lungo periodo di dazi elevati sui beni prodotti in Cina e in altre economie.
La Cina rappresenta attualmente il 40% della produzione globale di Mattel che sta apportando modifiche alla propria catena di approvvigionamento per ridurre i prodotti di origine cinese venduti negli Stati Uniti. Ad esempio, sta
aumentando la produzione in India del gioco di carte Uno e dirottando il flusso dei prodotti cinesi verso altri clienti internazionali, ha affermato Kreiz.
Oltre alla Cina, Mattel importa prodotti come le bambole Barbie e i giocattoli Hot Wheels da Indonesia, Malesia e Thailandia, anche questi paesi colpiti dai dazi reciproci imposti dall’amministrazione Trump all’inizio di aprile, ma al momento sospesi per 90 giorni.
L’industria statunitense dei giocattoli è sempre più preoccupata per l’impatto degli elevati dazi imposti da Washington. Il Paese importa circa l’80% di tutti i suoi giocattoli dalla Cina, secondo i dati della Toy Association.
(da agenzie)

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