MELONI PUNTA A STRAPPARE AL CENTROSINISTRA ROMA E MILANO CON CANDIDATI DI CENTRO
DOPO LA VITTORIA A VENEZIA CON UN EX UDC, ORA TOCCA A CALENDA E LUPI?
Eccoli lì, dalla Meloni in giù, tutti di nuovo euforici, più gasati di un gasdotto, in seguito all’inaspettata vittoria di Simone Venturini alle comunali a Venezia. Aver azzeccato l’uomo giusto al momento giusto e nel posto giusto, un ex boy-scout dell’Udc, assessore della giunta uscente del sindaco Brugnaro, un tipino che non ha mai avuto a che fare con la filiera Msi-An-FdI, ha fatto sgranare gli occhioni di Giorgia Meloni: ma allora si può vincere anche “allargando”, guardando fuori dalla ridotta dei fedelissimi di Colle Oppio?! Una epifania che ha mostrato finalmente alla Ducetta una strada piena di possibilità, quella che porta al “centro”.
Le comunali di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna, che saranno chiamate al voto nella primavera del 2027, sono tutte città attualmente amministrate dal
centrosinistra. Ma almeno le prime due, Roma e Milano, che rappresentano poi le “capitali d’Italia”, se si azzecca il candidato giusto, sono contendibili.
Essendo la “Macbeth di Colle Oppio” un politico che ha sempre preferito l’opportunismo tattico del giorno per giorno a qualsiasi strategia a lungo termine (dove è finita la smorfiosa ragazza pon-pon alla corte di Trump? Avete notizie della “pontiera” tra Usa e UE che avrebbe salvato l’Occidente?), pur di vincere e strappare il primo cittadino di Milano e Roma, eccola mettere cinicamente da parte i residuati bellici del suo partito e ricollocare Fdi, in versione “Bisteccheria d’Italia”, al “centro-tavola” democristiano.
Alle comunali di Milano, tra l’ipotesi di perdere, candidando il fedelissimo post-fascio Carlo Fidanza, e la possibilità di vincere con Maurizio Lupi, candidato scelto dal gran puparo La Russa, la scelta di Giorgia cadrà sul leader di “Noi Moderati”.
Ora resta da convincere Marina Berlusconi, che vuole candidare a tutti i costi qualcuno di Forza Italia nella città della buonanima di “Papi”, e poi è fatta.
Se invece vi state chiedendo cosa abbia in comune con i Camerati d’Italia uno come Lupi, già membro del consiglio comunale di Milano dal 1993 al 1997, ministro nei governi Letta e Renzi e soprattutto membro di spicco di Comunione e Liberazione, che all’ombra del Duomo ha un peso rilevante, la risposta è niente (davanti) e tutto (dietro). E in quel dietro c’è la sagoma di Ignazio La Russa.
Ma per Giorgia Meloni l’importante è strappare Palazzo Marino al “Campo largo”, reduce dai due mandati di Beppe Sala, i cui calzini colorati hanno prima incantato la città e poi via via perso colore e appeal.
Non solo: per l’insuperabile “tafazzismo de’ sinistra”, nel Pd ancora si aspetta di capire cosa frulli nella testolina tutta “chiacchiere e distintivo” di Elly Schlein. Che vuole fare a Milano? Chi vuole candidare?
Un nome ricorrente quando si tratta di “voto a perdere” è quello di Pierfrancesco Majorino, della segreteria nazionale del Pd e capogruppo in Consiglio regionale. Per battere lo schieramento di Maurizio Lupi, il candidato più indicato sarebbe invece l’ex direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi: un sondaggio riservato, fatto prima di Pasqua, lo premia con un leggerissimo vantaggio su Lupi: 52/48
Il figlio del commissario Calabresi sa bene che occorre l’appoggio di un campo non
largo ma larghissimo che va costruito subito sul ‘’territorio’’, ma finora nessuna notizia è arrivata dal Nazareno, troppo impegnato a sparare supercazzole e a darsi il Martella sui denti scegliendo come candidati i fedelissimi di apparato.
Dal Duomo al Colosseo.
Il tatticismo opportunista della “Statista della Sgarbatella” sta raggiungendo vette inesplorate. Stavolta è riuscita a umiliare qualsiasi aspettativa dei Camerati romani, rimasti basiti davanti all’articolo di “Repubblica’’ di ieri, in cui si annuncia: “FdI apre a Calenda – Roma e Milano: “Ce la giochiamo”.
“Il nodo politico vero, emerso anche durante la riunione dell’altro ieri (nella sede di via della Scrofa per festeggiare i 51 anni di Arianna, ndr) – scrive Lorenzo De Cicco – è l’apertura al centro. Dunque a Carlo Calenda. ‘Per vincere bisogna allargare il perimetro’, è il refrain”.
Eccheccazzo!, si sfogano i camerati che dopo anni passati nelle ‘’fogne’’ a portare l’acqua con le orecchie al partito, e a svezzare le “gabbianelle” sorelle Meloni nelle grotte di Colle Oppio.
I cabasisi frullano come pale eoliche al povero Fabio Rampelli, che oggi si ritrova una Giorgia vestita di nuovo che candida al potere di Milano, un democristianone di Comunione e Liberazione, e al Campidoglio un ex manager che rallegrò le imprese e il fallimentare partito di Montezemolo, “Italia Futura”, traslocando poi in Scelta Civica di Monti, quindi il PD guidato da Nicola Zingaretti con i governi Renzi e Gentiloni, finché nel 2022 s’inventò il suo partitino, “Azione”.
L’ha presa molto male il gabbianone reietto Rampelli, visto che si era autocandidato – via Ansa – a sindaco di Roma per il centrodestra. Una sparata non concordata con i vertici di Fratelli d’Italia e che è stata accolta con gelo da parte degli ex gabbiani oggi al potere.
Eppure, un sondaggio riservato realizzato nei giorni successivi alla disponibilità di candidarsi sindaco di Rampelli avrebbe mostrato un risultato sorprendente: appena 5 punti separano il gabbianone reietto dall’ex ministro dell’Economia.
Come Dago-dixit, all’interno del Nazareno spira un vento contrario nei confronti di Roberto Gualtieri, la cui governance della città eterna è glorificata dalle pagine del primo quotidiano romano, “Il Messaggero” di Caltagirone. Del resto, pur storico
azionista di minoranza (5,75%), in barba al 51% del Comune di Roma, il palazzinaro-editore esprime il vertice della municipalizzata Acea.
Che l’autocandidatura di Rampelli sia destinata a restare carta morta, viene confermato anche dai numeri: i sondaggi danno Carlo Calenda candidato del centrodestra vincente su Gualtieri. Le rilevazioni valgono quel che valgono, lo sappiamo, bisogna prenderle con il beneficio d’inventario (a Venezia il neo-eletto Venturini era stato dato per sconfitto), ma le sorelle Meloni sanno fare le addizioni e ricordano bene che nel 2021, quando il leader di Azione lanciò “Calenda Sindaco” sfiorò il ballottaggio contro Gualtieri nella corsa al Campidoglio.
Raccolse infatti il 19,81% (pari a 219.878 voti), eleggendo 5 consiglieri comunali, arrivando terzo dietro al carneade Enrico Michetti del centro-destra (30,14%) e Roberto Gualtieri del centro-sinistra (27,03%).
Partendo dai consensi capitolini ottenuti dal centrodestra, nonostente un candidato conosciuto solo dagli ascoltatori, tra cui Arianna Meloni, dell’emittente laziofila Radio Radio, e aggiungendo i consensi di cui gode Carlo Calenda tra Parioli e Prati, l’esito finale potrebbe essere: “Salutame Gualtieri!”.
Quindi, occhi aperti: se alle amministrative del 2027 andasse in buca la giravolta centrista di FdI con il duplex Lupi-Calenda, la Ducetta potrebbe strappare al centrosinistra Milano e Roma e fare bingo! Sarebbe un bombastico colpo al cuore dei “tafazzi del Campolargo” in grado di ricompattare la malconcia coalizione del centrodestra lanciando la volata a Meloni & friends per le politiche di ottobre.
Da parte sua, Carlo Calenda non sogna altro: vuole salire sul colle del Campidoglio e sparge interviste e presenze nei talk. Ha compreso un principio sacrosanto: la prima regola per avere importanza, è darsela. Intervistato nei giorni scorsi da Romatoday.it, il leader di Azione non ha avuto problemi a mettere alle corde Gualtieri, riempiendolo di botte, ergendosi a suo sfidante.
Primo cazzotto: “Il centro di Roma è il peggiore d’Europa. Un livello di degrado che per me, che ci vivo e ci lavoro, non è cambiato. Strade sfasciate, auto ovunque, dehors che non hanno criteri estetici e una dimensione infinita. Quella è una questione irrisolta. Nessuna gestione dell’overtourism. Non può andare avanti così. Ci sono cose che non sono state fatte per niente”.
Secondo cazzottone: “C’è quel deputato, Mancini, si sa perfettamente, lo sapete perfettamente che qualunque cosa si faccia in Comune deve passare per Mancini. Sono presìdi di potere che il Pd ha e che la Schlein ha confermato in toto. Grumi di potere fortissimi…Non è scontato affatto che daremo il nostro appoggio a Gualtieri’’.
Il terzo è un pizzino alla Meloni: “Io non ho mai avuto pregiudizi sulle alleanze alle comunali, perché nelle città devi pensare al decoro urbano e ai lampioni, non a mandare le armi all’Ucraina”. Alla fine dell’intervista, il “Churchill dei Parioli’’ non ce la fa più a trattenere il sogno di sostituirsi a Marc’Aurelio sulla piazza del Campidoglio: “Noi non candideremo nessuno, ma voglio vedere chi esprimerà il centrodestra….”. Giorgia, il messaggio ti è arrivato forte e chiaro?
(da Dagospia)
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