Dicembre 28th, 2010 Riccardo Fucile
LA PRIMA STORIA NASCE A MILANO, NELLA ZONA DI PORTA VENEZIA: GIRA VOCE DI UN ATTENTATO AL DIRETTORE DI “LIBERO” DI CUI ATTRIBUIRE POI LA RESPONSABILITA’ AI CENTRO SOCIALI…LA SECONDA VICENDA NASCE A BANGKOK DOVE UNA PERSONA UGUALE IN TUTTO E PER TUTTO A BELPIETRO SI SAREBBE ACCOMPAGNATO PER MILLE EURO AD UN RAGAZZINO, NIPOTE DI UN VECCHIO ABBONATO DI “LIBERO”
Girano strane voci a proposito di Belpietro.
Non so se abbiano fondamento, se si tratti di invenzioni oppure, peggio, di trappole per trarci in inganno.
Se mi limito a riferirle è perchè alcune persone di cui ho accertato identità e professione si sono rivolte a me assicurandomi la veridicità di quanto raccontato e, in alcuni casi, dicendosi addirittura pronte a testimoniare di fronte alle autorità competenti.
Toccherà quindi ad altri accertare i fatti.
La prima storia è ambientata a Milano, anzi, per la precisione nella zona di porta Venezia. Qui qualcuno avrebbe progettato un brutto scherzo contro il direttore di Libero.
Non so se sia giusto parlare di attentato, sta di fatto che c’è chi vorrebbe colpirlo e per questo si sarebbe rivolto a un manovale della criminalità locale, promettendogli 200 mila euro.
Secondo la persona che mi ha fatto la soffiata, nel prezzo sarebbe compreso il silenzio sui mandanti, ma anche l’impegno di attribuire l’organizzazione dell’agguato ad ambienti vicini ai centri sociali, così da far ricadere la colpa sulla sinistra.
Per quel che ne ho capito, l’operazione punterebbe al ferimento di Belpietro e dovrebbe scattare in primavera, in prossimità delle elezioni, così da condizionarne l’esito. Vero, falso? Non lo so.
Chi mi ha spifferato il piano non pareva matto. Anzi, apparentemente sembrava un tizio con tutti i venerdì a posto: buona famiglia, discreta situazione economica, sufficiente proprietà di linguaggio.
In cambio dell’informazione non mi ha chiesto nulla, se non di liberarsi la coscienza e poi tornare da dov’era venuto.
Perchè si è rivolto a me e non è andato dai carabinieri?
Gliel’ho chiesto e mi ha risposto che era in imbarazzo a giustificare come fosse venuto in possesso della notizia e temeva che la spiegazione potesse arrivare alle orecchie dei suoi familiari.
Per cui ha voluto vuotare il sacco con me facendosi assicurare che non avrei svelato il suo nome, ma mi sarei limitato a riferire le sue parole.
È quel che faccio, pronto ad aggiungere qualche altro particolare, se qualcuno me lo chiederà .
La seconda storia invece è ambientata a Bangkok.
Qui lo scorso anno, un tizio uguale in tutto e per tutto a Maurizio Belpietro si sarebbe presentato a un ragazzino che esercita il mestiere più vecchio del mondo.
Il suo nome, il numero di telefono al quale contattarlo e le sue fotografie compaiono su un sito in cui decine di gigolò di tutto il Sudest asiatico offrono i loro servigi.
Il ragazzo, che giura di essere nipote di un vecchio abbonato a Libero, in cambio delle prestazioni avrebbe ricevuto mille euro in contanti.
Tutto ciò lo ha raccontato a me condendo la storia con una serie di altri particolari piccanti e acconsentendo alla videoregistrazione della sua testimonianza. Mitomane? Ricattatore? Altro? Boh!
Perchè mi sono deciso a scrivere delle due vicende?
Perchè se sono vere c’è di che preoccuparsi: non solo qualcuno minaccerebbe l’incolumità del direttore di Libero al fine di alimentare un clima di tensione nel Paese, ma il noto giornalista dopo aver fatto tanto il macho sarebbe inciampato in una vicenda a sfondo erotico peggiore di quelle rimproverate a Marrazzo.
Che un femminiello giri le redazioni distribuendo aneddoti a luci rosse sull’ex caporedattore bresciano di Capital non è bello.
Se invece è tutto falso, attentato e gigolò, c’è da domandarsi perchè le due storie spuntino pochi giorni dopo il nuovo assetto proprietario della testata di Belpietro.
C’è qualcuno che ha interesse a intorbidire le acque, diffamando il direttore di Libero?
Oppure si tratta di polpette avvelenate che hanno come obiettivo quello di intaccare la credibilità di Facebook? La risposta non ce l’ho.
Quel che sapevo ve l’ho raccontato e, se richiesto, lo riferirò al magistrato, poi chi avrà titolo giudicherà .
Alessandro Gilioli
(da “L’Espresso“)
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Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile
IL FIGLIO DELL’EX SINDACO DI PALERMO SVELA AI MAGISTRATI CHE NEL 1984 IL “SIGNOR FRANCO”, IL TRAMITE TRA STATO E MAFIA, AVVERTI’ PER TEMPO IL PADRE DELLE DICHIARAZIONI DI BUSCETTA… LE INDAGINI AVREBBERO PORTATO PRESTO AL SEQUESTRO DEI BENI: COSI’ CIANCIMINO EBBE IL TEMPO DI VENDERE E CONSERVARE ALL’ESTERO UNA PARTE DEL PATRIMONIO
Il personaggio chiave della trattativa fra Stato e mafia continua ad avere solo un
soprannome, “il signor Franco”: Massimo Ciancimino ha detto ai magistrati di Palermo di non conoscere la sua vera identità , però nelle ultime settimane ha messo a verbale tutte le volte che il misterioso personaggio avrebbe anticipato al padre notizie riservate sulle indagini in corso.
La rivelazione più eclatante sarebbe stata nell’estate 1984, mentre il giudice istruttore Giovanni Falcone raccoglieva ancora in gran segreto le dichiarazioni di Tommaso Buscetta.
Una talpa tradì Falcone.
Racconta Massimo Ciancimino che il padre seppe quasi in diretta che il primo grande pentito di mafia stava facendo il suo nome.
“Venne il conte Romolo Vaselli ad avvertirci – ha ricordato Ciancimino junior ai pm Di Matteo, Guido e Ingroia – ma mio padre sapeva già , grazie al signor Franco”.
E partirono subito le contromisure di Vito Ciancimino per salvare una parte del suo patrimonio.
“Mio padre simulò la vendita della Etna costruzioni a Vaselli – così prosegue il racconto di Massimo Ciancimino – due miliardi e quattrocento milioni delle vecchie lire che si trovavano in alcuni libretti al portatore gestiti dallo stesso Vaselli furono svincolati e messi al sicuro in Svizzera”.
I magistrati hanno chiesto riscontri al racconto.
Ciancimino ha dato una pista d’indagine: “Andate a controllare nel registro dell’hotel Billia a Saint Vincent. Ci restammo quasi un mese in quell’estate 1984. Con la scusa di dover fare delle cure particolari in Svizzera, due volte alla settimana attraversavamo il confine. E i soldi viaggiavano assieme a noi”.
Il supertestimone della Procura ha invitato i magistrati a guardare anche nelle carte di Falcone.
Il giudice aveva capito.
Appena otto giorni prima del sequestro dei beni per Ciancimino (firmato l’8 ottobre 1984) le quote della Etna costruzioni erano state trasferite a Vaselli. Falcone fece di tutto per ripercorrere a ritroso la strada fatta dai due miliardi. Il giudice interrogò anche il conte Romolo Vaselli, che all’inizio provò a sostenere “l’effettività ” di quella cessione del pacchetto azionario, poi ammise che già il primo settembre Ciancimino gli aveva chiesto la “cortesia” di intestarsi fittiziamente il capitale della società : “Mi riferì che erano possibili indagini patrimoniali su uomini politici e che, pertanto, aveva la necessità di disfarsi della titolarità di tali azioni, gestite fiduciariamente dalla Figeroma”.
I soldi erano ormai al sicuro in una banca Svizzera.
Falcone non scoprì mai chi l’aveva tradito.
Vito Ciancimino finì invece in manette, il 3 novembre 1984.
Per i magistrati di Palermo, l’ultimo racconto di Massimo Ciancimino è un altro tassello per cercare di dare un volto e un nome al misterioso “signor Franco”.
Il suo numero di cellulare, un 337, svelato ai magistrati dal figlio dell’ex sindaco, è risultato alla Tim come “inesistente”.
Davvero strano, perchè i dieci numeri prima e dopo sono invece in funzione. Quel numero inesistente sa tanto di utenza riservata.
Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 29th, 2010 Riccardo Fucile
LETAMAIO DI STATO: DOPO LE RIVELAZIONI DI SPATUZZA SULLA PRESENZA DI UN AGENTE DEI SERVIZI SEGRETI MENTRE SI PREPARAVA L’ATTENTATO, ORA IL FINTO COLLABORATORE SCARANTINO AMMETTE: “HO AVUTO PRESSIONI IN CARCERE PER DICHIARARE IL FALSO”… LA LETTERA ALLA SORELLA DI PAOLO
Chiede perdono e svela una sconvolgente verità : “Io non sapevo nulla sulla strage del giudice Borsellino e non avevo motivo di depistare le indagini. Ma hanno vinto “loro”, le indagini sono state depistate, oggi sono un uomo solo abbandonato da tutti e dalla famiglia”.
Dalla cella del carcere di Velletri dove sta scontando una pena ormai definitiva a 18 anni di reclusione, Vincenzo Scarantino, il “falso pentito” di tutti i processi per la strage di via D’Amelio, ormai definiti in Cassazione con condanne all’ergastolo, anche di persone innocenti, scrive ai familiari di Paolo Borsellino e ammette che quella da lui raccontata è una falsa verità , costruita a tavolino da uomini delle istituzioni, magistrati e poliziotti che lo avrebbero coartato e minacciato sin dal giorno del suo arresto.
Ecco cosa scrive Scarantino alla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, ed ai suoi figli.
Una lettera inviata proprio in via D’Amelio, dove il 18 luglio del 1992 fu ucciso il magistrato insieme agli uomini della sua scorta, dilaniati da un’autobomba. Una lettera (contenuta nel libro “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino” di Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni, Aliberti editore, di prossima uscita) alla quale la signora Borsellino ha risposto, accettando la richiesta di perdono di Scarantino.
“Cortese signora Agnese e figli, signora Rita e figli, signor Salvatore e figli, sono Scarantino Vincenzo che Le scrive e mi creda non è una cosa facile per me essendo con uno stato d’animo difficilissimo”.
Comincia così la lettera di Scarantino che racconta l'”assalto psicologico” subito da “Enti” (così definisce magistrati e poliziotti che lo interrogavano) che gli fecero credere di aver contratto l’Aids dal dentista del carcere.
L’azione di depistaggio, secondo il racconto del pentito, partì nell’immediatezza del suo arresto. “Sono stato oggetto e vittima di piani e strategie che non mi appartenevano. Questo già perchè quando sono stato portato all’aeroporto militare di Boccadifalco (a Palermo per essere trasferito a Pianosa, ndr) ho subito evidenziato che io nulla sapevo sia della 126 imbottita di tritolo sia della strage”.
Ma “loro” non era questo che volevano sentire.
E ogni volta che il presunto mafioso provava a dirlo lo minacciavano “dicendomi che se non la smettevo mi toglievano i miei figli e mi allontanavano definitivamente da mia moglie e dalla mia famiglia. Questo mi uccideva mentalmente e ogni qualvolta che riprendevo il coraggio di dire che le indagini erano sbagliate e le verità erano altre, venivo zittito e minacciato a dover pensare ai miei figli ed a mia moglie che.. “era una bella donna”…” . Parole che potrebbero aggravare la posizione dei tre funzionari di polizia iscritti nel registro degli indagati della Procura di Caltanissetta con pesantissime ipotesi di reato.
Sono gli investigatori del gruppo Falcone-Borsellino guidato dallo scomparso Arnaldo La Barbera, poi risultato al libro-paga dei servizi segreti.
I funzionari di polizia, che gestirono Scarantino insieme ai magistrati che si sono avvicendati alla Procura di Caltanissetta e che oggi svolgono tutti importanti incarichi altrove, sono stati interrogati a Caltanissetta e hanno dato la loro versione dei fatti, ovviamente del tutto diversa.
Ma Scarantino insiste: “Io non avevo nessun motivo di depistare le indagini nè tantomeno ne avevo voglia, ma per la mia fragilità nelle decisioni è diventata un’arma infallibile per chi invece ne aveva di motivi e di voglie per depistare tutto. Fatto sta che hanno vinto Loro. Le indagini sono state depistate”.
Parole sconvolgenti quelle di Scarantino, che confermano la più recente ipotesi investigativa che entro la fine dell’anno porterà la Procura di Caltanissetta a chiudere l’inchiesta sugli esecutori materiali che vede indagati Spatuzza e Vittorio Tutino e a chiedere la revisione dei processi.
Alle parole di Scarantino, Agnese Borsellino ha voluto rispondere assicurando il suo perdono, ma chiedendogli di fare ulteriormente chiarezza.
“Caro Vincenzo – gli scrive – ti fa onore che tu abbia avvertito il bisogno di chiedermi perdono, è un sentimento che io accetto. Mi chiedo tuttavia quali siano i motivi per i quali mi chiedi perdono, quale ribellione ha la tua coscienza, come sei stato coinvolto in questa immane tragedia? Dopo la strage di via D’Amelio quali sono le persone che ti hanno “zittito” e “minacciato”? Quali istituzioni avevano interesse a depistare le indagini? E secondo te perchè?”.
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Ottobre 11th, 2010 Riccardo Fucile
LA CATENA DI APPROVIGIONAMENTO AMERICANA, IN MANO A PRIVATI, ALIMENTA ESTORSIONI E CORRUZIONE: ORMAI LE TANGENTI SUPERANO I PROVENTI DEL TRAFFICO DELLA DROGA… DOVREMMO FORMARE LA POLIZIA AFGHANA? SU 94.000 POLIZIOTTI, IL 90% E’ ANALFABETA, IL 20% E’ TOSSICODIPENDENTE E IL 30% SCOMPARE DOPO UN ANNO, QUALCUNO DOPO ESSERSI PURE VENDUTO DIVISE E PISTOLE AI TALEBANI
Mentre all’aeroporto militare di Ciampino sono arrivate le salme dei quattro alpini uccisi
due giorni fa in Afghanistan in un’imboscata talebana e mentre la politica nostrana si interroga se sia opportuno o meno dotare i nostri aerei di bombe, è singolare che nessuna forza politica, sia a destra che a sinistra, si ponga alcuni quesiti fondamentali, oggetto tra l’altro di una discussione che inizierà mercoledi al Parlamento europeo.
Nel rapporto “Nuova strategia Ue per l’Afghanistan”, frutto di sei mesi di viaggi, incontri, riunioni, emerge una verità spietata.
La principale causa della morte dei nostri soldati va ricercata infatti nelle pagine di questa relazione bipartisan, stilata senza distinzione politica: sono i boss della droga, i signori della guerra che vivono con le estorsioni alla catena logistica delle truppe Usa a determinare una situazione insostenibile per i nostri militari.
Mentre gli americani della Nato pagano tangenti ai talebani per immunizzarsi dagli attacchi, la “mafia dei convogli” attacca gli italiani che non pagano e che organizzano e scortano da soli i propri convogli.
Mentre in nove anni la comunità internazionale ha stanziato1,6 miliardi di dollari per attività antidroga, la produzione e il traffico di stupefacenti non ha subito flessione: 3,4 milioni di afghani, il 6,4% della popolazione risulta coinvolta in questo traffico.
Per non parlare del racket che vive sui rifornimenti Nato: affidata a privati, alimenta un mercato di corruzione ed estorsione che finisce per impossessarsi di una quota significativa dei 3 miliardi della logistica militare. Le tangenti che girano intorno a questi rifornimenti hanno ormai superato i proventi del traffico di droga.
L’Unione europea ritiene nella relazione che ormai “l’unica soluzione possibile è di natura politica”, la guerra non si è mai vinta e mai si vincerà .
Basti pensare alla presunta motivazione “dobbiamo rimanare per addestrare la polizia afghana”.
Ebbene fonti ufficiali Isaf hanno stabilito che su 94.000 poliziotti afghani il 90% è analfabeta, il 20% è tossicodipendente e il 30% scompare dopo un anno di arruolamento, spesso vendendosi divisa e pistole ai talebani che attaccano poi i nostri convogli.
Dopo sei settimane di presunto addestramento (senza libri, perchè sono analfabeti), gli si dà il tesserino, una divisa e una pistola.
E sarebbero queste le forze dell’ordine in grado di garantire la sicurezza?
Ecco perchè la politica italiana è colpevole, perchè fa finta di non conoscere queste situazioni, prona alla torre di comando a stelle e striscie.
Salvo poi inventarsi “coperture aeree”ridicole, neanche i talebani attaccassero dal cielo i nostri soldati.
Quando ti hanno fatto saltare un Lince per aria, sai che ce ne facciamo dei caccia.
Però nessuno osa dire perchè non attaccano quasi mai i convogli americani.
A questo punto meglio riportare a casa i nostri soldati, visto che la missione di pace è stata resa impossibile proprio dal comportamento degli statunitensi che hanno solo scaricato su altri le proprie responsabilità .
E non sta scritto da nessun parte che gli italiani debbano fare da carne da macello per gli altrui intrallazzi.
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Ottobre 9th, 2010 Riccardo Fucile
QUATTRO ALPINI DELLA JULIA UCCISI IN UNA IMBOSCATA DAI TALEBANI: LE VITTIME ITALIANE SALGONO A 34 IN SEI ANNI…I LINCE NON OFFRONO ADEGUATA PROTEZIONE… UN QUALSIASI PREMIER OCCIDENTALE AVREBBE INTERROTTO I SUOI IMPEGNI, RIENTRANDO IN ITALIA, SILVIO PREFERISCE RIMANERE A MOSCA A FARE FESTA CON PUTIN
Un’esplosione e uno scontro a fuoco.
E’ stato un attacco “combinato” quello che oggi, in Afghanistan, ha ucciso quattro alpini del
settimo reggimento di Belluno, arrivato in Afghanistan due mesi fa.
Un loro commilitone è rimasto ferito in modo grave, «ma è cosciente e non è in pericolo di vita», assicurano al comando del contingente italiano.
Dal 2004, quando è cominciata la missione Isaf, le vittime italiane salgono così a 34.
I fatti si sono verificati alle 9.45 locali, nel distretto di Gulistan, a circa 200 chilometri a est di Farah, al confine con l’Helmand.
I militari italiani, a bordo di blindati Lince, stavano svolgendo un servizio di scorta a un convoglio di 70 camion civili che rientravano verso ovest dopo aver trasportato materiali per l’allestimento della base operativa avanzata di Gulistan, denominata “Ice”.
All’improvviso l’esplosione, violentissima.
Uno “Ied”, vale a dire un ordigno rudimentale di grande potenza, è esploso al passaggio di un blindato, distruggendolo.
Per quattro dei cinque alpini a bordo non c’è stato niente da fare.
Nell’attacco hanno perso la vita Sebastiano Ville ( 27 anni, di Francofonte, nel Siracusano), Marco Pedone (23 anni, della provincia di Lecce), Gianmarco Manca (32enne di Alghero) e Francesco Vannozzi (26 anni, di Pisa).
Dopo lo scoppio è seguito un violento scontro a fuoco, al termine del quale i militari italiani, come riferiscono al comando di Herat, hanno «messo in fuga gli aggressori».
Il convoglio era già stato attaccato ieri con armi leggere.
Le vittime erano a bordo di un blindato «Lince», considerato ormai non più all’altezza della situazione.
Il Lince è stato in passato capace di resistere alle cariche esplosive degli Ied, gli ordigni improvvisati e messi insieme con materiale bellico di vario genere, ma di recente i miliziani hanno perfezionato i loro attacchi, usando cariche esplosive sempre più potenti e tali da rendere necessaria una maggiore protezione.
È chiusa nel dolore la famiglia del caporalmaggiore Francesco Vannozzi che vive in una villetta a San Giovanni alla Vela, una frazione di Vico Pisano (Pisa). In casa, assieme alla mamma Lia, ci sono alcuni militari che le sono vicini in questo momento.
“Francesco era un ragazzo straordinario” – ha detto un parente giunto all’abitazione dei Vannozzi
Francesco Vannozzi aveva sul suo profilo di Facebook la foto con la divisa militare. E la citazione: “Io non credo nel paradiso, credo nel dolore, credo nella paura, credo nella morte”.
Era invece orfano di padre Gianmarco Manca, 32 anni; la madre Pierina Cuccuru e la sorella Antonella vivono ad Alghero.
Sul suo profilo di Facebook il 15 agosto scriveva: “Inizia una nuova avventura. Ciao Italia ci si vede presto”.
E come motto sul suo profilo aveva scelto “E’ meglio morire in piedi che vivere una vita strisciando”.
Era partito lo scorso 16 agosto per la sua prima missione in Afghanistan il caporalmaggiore Marco Pedone, il più giovane dei quattro.
La notizia è stata comunicata in tarda mattinata alla madre Assuntina da alcuni ufficiali dell’esercito che l’hanno raggiunta nella villetta di famiglia a Patù (Lecce).
Al padre, bidello in una scuola di Maglie, la notizia è stata data poco fa. Il sindaco di Patù ha annunciato la proclamazione del lutto cittadino per la giornata dei funerali.
Dopo sette anni di ferma volontaria il primo caporal maggiore degli Alpini, Sebastiano Ville, sarebbe diventato effettivo nel dicembre prossimo.
Le condizioni dei familiari di Sebastiano Ville sono drammatiche dal punto di vista psicologico, hanno avuto bisogno di assumere dei sedativi.
“Oltre al dolore c’è anche la rabbia di avere appreso la notizia da alcuni giornalisti e questo li ha sconvolti ancora di più”, ha riferito un parente.
Mentre da tutto il mondo istituzionale arrivano messaggi di cordoglio, fa riflettere la posizione del premier che esprime solidarietà alle famiglie, ma non intende rientrare in Italia da Mosca, dove è arrivato venerdi sera per una visita privata di piacere a Putin, prima della data prevista di domenica sera.
E’ stato detto sui media che il premier sarebbe andato a festeggiare il compleanno di Putin: ricordiamo solo che Putin ha compiuto gli anni il giorno prima, ovvero giovedì.
Che poi non si ritenga doveroso rientrare subito in Italia, di fronte a questa tragedia, preferendo fare bisbocce e festicciole con Putin, ci genera solo il voltastomaco.
Questa “fintadestra” ormai non solo pensa a come sfuggire ai processi, ma evidentemente anche alle proprie responsabilità e ai riferimenti valoriali.
Noi preferiamo abbracciare i figli del nostro popolo, piuttosto che Putin (o Gheddafi).
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Ottobre 6th, 2010 Riccardo Fucile
LA PARETE E’ TROPPO ALTA E L’ATTORE CHE SIMULA L’ATTENTATORE NON RIESCE A SCAPPARE…IL CAPOSCORTA ORA CAMBIA IL COLORE DEI PANTALONI DELLA TUTA DEL PRESUNTO ATTENTATORE…IL CORRIERE DELLA SERA: “TRA I POLIZIOTTI CIRCOLA LO STRANO CONVINCIMENTO CHE L’AGENTE SI SIA INVENTATO TUTTO”
Impossibile scavalcare il muro e completare la simulazione del presunto attentato al
direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro.
Secondo la ricostruzione dell’unico testimone, il caposcorta, l’uomo sopreso sulle scale sarebbe riuscito a fuggire dal cortile del condominio confinante, dopo aver scavalcato il muro alto oltre 2 metri.
Lunedì alle 20.30 uno dei titolari dell’inchiesta, il pm Pradella, assieme agli uomini della Digos e al caposcorta, hanno inscenato, con l’aiuto di un attore nei panni dell’aggressore, quanto raccontato dall’agente.
L’attesa lungo le scale, il conflitto a fuoco, la fuga dall’uscita del cortile posteriore per evitare l’altro agente di scorta fermo all’ingresso.
Ma una volta arrampicatosi sul muro, l’attore non è riuscito a scendere dall’altra parte: la siepe è troppo fitta e alta.
Così la simulazione, invece che sciogliere alcuni dei tanti dubbi, ne ha aggiunti degli altri, minando una delle poche certezze: la via di fuga.
Si spiegherebbe così la mancanza di riscontri nei video acquisiti dalle telecamere di via Borgonuovo, da dove l’aggressore sarebbe scappato, una volta superato il muro.
Non solo, il caposcorta, sentito più volte, avrebbe aggiornato la propria versione: il colore dei pantaloni della tuta dell’aggressore non sarebbero più bianchi, ma scuri.
Dopo l’inseguimento, l’agente avrebbe telefonato al collega fermo in auto per avvisarlo dell’accaduto e dare l’allarme, circostanza inizialmente non detta.
In questo modo l’ingresso principale del condominio sarebbe rimasto senza controllo e l’attentatore avrebbe potuto scappare da qui.
Dove non ci sono telecamre e il cancello elettrico romane chiuso la notte.
Gli inquirenti stanno verificando i tabulati telefonici dei due agenti e di Belpietro e stanno vagliando tutte le ipotesi, compresa quella di una rapina. Sono molte le incongruenze, tante da far annotare al “Corriere della sera” che “tra i poliziotti circola uno strano convincimento; che l’agente si sia invetato tutto.
Davide Vecchi
(da “il Fatto quotidiano”)
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Ottobre 3rd, 2010 Riccardo Fucile
PER GLI INVESTIGATORI VI SONO TROPPE INCONGRUENZE NEL RACCONTO DEL CAPOSCORTA… ANOMALIE, MANCANZA DI TRACCE E DI TESTIMONI…IL PRECEDENTE D’AMBROSIO E I DUBBI CHE ANCHE ALLORA FURONO SOLLEVATI SULLA VERIDICITA’ DEL PRESUNTO ATTENTATO
Quando gli inquirenti spiegano che «s’indaga a 360 gradi» sul fallito agguato al direttore di Libero Maurizio Belpietro, bisogna capire bene cosa intendono. Se da una parte l’inchiesta considera l’episodio prodromico a un attentato e prende in considerazione la pista indicata dal Viminale di un possibile “giustiziere solitario”, dall’altra fa pesare una montagna di dubbi sullo stesso attentato.
Non si vuole insomma precludere alcuna strada.
Così, la moviola delle indagini in queste ore passa e ripassa sulle stesse immagini della serata di giovedì nel palazzo di via Monte di Pietà , senza riuscire però a fissare un fotogramma certo che faccia decollare una pista anzichè l’altra.
Ufficialmente è in atto la caccia all’uomo che verso le 22,45 di giovedì sera si sarebbe trovato sulle scale a pochi metri dal pianerottolo dell’abitazione di Belpietro, armato di pistola e vestito con camicia grigio verde, dei pantaloni da tuta e scarpe da ginnastica.
Un abbigliamento più da ladro che da terrorista, non fosse per quel particolare riferito dal caposcorta, l’agente Alessandro N., di «due mostrine» da finanziere appuntate sul colletto della camicia.
Un camuffamento approssimativo per far pensare a un “piano”.
Ma nel racconto fatto dal caposcorta, finora unico testimone oculare dell’agguato, il “piano” dell’attentatore sembra assai sgangherato e gli stessi investigatori vi trovano delle incongruenze che solo lui potrà chiarire.
Vediamo quali.
Primo: la dinamica. Il misterioso attentatore decide di entrare in azione, di trovarsi cioè sulle scale vicine al pianerottolo dell’abitazione di Belpietro, accettando il rischio elevatissimo di venire scoperto dalla scorta.
Che, solitamente, procede alla “bonifica” dell’ambiente in cui opera, controllando prima e dopo aver messo al sicuro “la personalità “.
Ci si chiede: perchè un terrorista, che si suppone abbia per lo meno studiato l’ambiente e le abitudini del soggetto che intende colpire, decide di correre un rischio così alto e soprattutto di non agire, come quasi sempre avviene, con un complice vicino?
In fondo, all’uomo, sarebbe bastato aspettare altri 10 minuti prima di entrare in azione, scongiurando così la possibilità di essere scoperto.
Secondo: la fuga.
Appena si trova davanti l’agente, l’uomo punta la pistola. L’arma s’inceppa. Il poliziotto si ritrae dietro un angolo e spara due colpi ad altezza d’uomo. Le scale sono abbastanza strette, l’agente è un tiratore esperto, ma nessuno dei colpi va a segno.
Inizia l’inseguimento. Al terzo piano il caposcorta spara ancora, e questa volta va in frantumi una finestra. L’attentatore continua a scappare. Invece l’agente rallenta la corsa, si ferma. Decide di tornare indietro.
Strano ma non del tutto illogico: e se in fondo alle scale ci fosse stato un complice pronto a sparare? Non si potrà mai sapere, perchè nonostante i colpi e il trambusto che tutti gli inquilini del palazzo sentono distintamente, nessuno scorge alcunchè.
Nell’androne al pian terreno ci sono due porte.
Una sbuca sul cortile principale, dove è in sosta l’auto di scorta a bordo della quale c’è un altro poliziotto che incredibilmente non si accorge nemmeno degli spari.
L’altra invece si apre su un cortile più interno, circondato da un muro alto circa tre metri e che degrada sulla destra diventando un po’ più basso.
E’ la via di fuga, racconta il caposcorta, scelta dall’attentatore che però, per quanto agile, deve scavalcare un ostacolo comunque notevole. Per quanto a metà metà muro scorrano dei tubi che si possono usare come appoggio.
Di fatto, anche in questo caso nessuno vede nulla e sul muro non si trovano impronte tranne forse, ma va ancora stabilito con certezza, di un anfibio.
Nei fatti l’attentatore scompare nel nulla.
Se avesse scavalcato il muro, unica via di fuga, si sarebbe trovato nel cortile di un palazzo nobiliare che si affaccia su via Borgonuovo, laterale rispetto a via Monte di Pietà .
Ma, scendendo da questa parte, avrebbe dovuto atterrare su dei cespugli. Eppure l’altra mattina non si sono trovate tracce nè foglie spezzate.
Infine, a rendere perplessi gli inquirenti, c’è il precedente dell’attentato all’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio.
Anche in questo caso un agguato fallito, sventato sempre dallo stesso caposcorta che ora si occupa di Belpietro e su cui vi furono forti dubbi. Nemmeno allora si trovò un testimone che confermasse la versione dell’agente.
Poi promosso e trasferito ad altro incarico.
Paolo Colonnello
(da La Stampa)
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Settembre 7th, 2010 Riccardo Fucile
“L’ATTENTATO ALLA STAZIONE DI BOLOGNA E’ OPERA DELLA CIA E DEL MOSSAD, I SERVIZI SEGRETI ITALIANI E TEDESCHI LO SANNO BENE”… LA LETTERA DELLO “SCIACALLO” AL RESTO DEL CARLINO…LA TESTIMONIANZA DELL’EX MOGLIE CECILIA KOPP
“Voglio raccontare la mia verità in Italia. Sono pronto a dire tutto ciò che so sull’attentato alla stazione
di Bologna davanti a un magistrato italiano”. Firmato, Ilich Ramirez Sanchez, ossia ‘Carlos lo sciacallo’, il più famoso terrorista del mondo.
Carlos, 61 anni, venezuelano, sta scontando l’ergastolo in Francia (per vicende francesi) ma ora chiede di parlare davanti a un tribunale italiano per dire ciò che sa sulla bomba che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì più di 200.
Per quella strage sono stati condannati in via definitiva i tre neofascisti Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini.
Ma per lo Sciacallo loro sono innocenti.
L’ha già detto, in passato, in alcune interviste ai giornali, sostenendo che i veri colpevoli sono i servizi segreti americani e israeliani.
Ora il terrorista fa un ulteriore passo avanti.
Dopo aver letto un articolo del Resto del Carlino che lo riguardava, inviatogli dal suo avvocato milanese Sandro Clementi, ha deciso di scrivere una lettera che, tramite il collega bolognese Gabriele Bordoni, è stata recapitata al giornale.
La missiva, scritta nel carcere di Poissy, reca la data del 15 agosto.
“Egregio signore – scrive Carlos a Clementi – ho letto l’articolo… Io riconfermo tutte le mie dichiarazioni che riguardano l’attentato alla stazione di Bologna di 30 anni fa. Ho lottato contro i veri terroristi, i terroristi di Stato, fin da quando avevo 14 anni”.
La procura di Bologna ha tuttora aperta l’inchiesta bis sulla strage per far luce sulla cosiddetta pista palestinese, indicata dalla commissione Mitrokhin (l’attentato fu una ritorsione palestinese perchè l’Italia aveva arrestato Abu Saleh, il capo del Fplp in Italia).
Carlos era appunto in stretti rapporti con i palestinesi e il 2 agosto 1980 un suo uomo, Thomas Kram, era a Bologna.
Il magistrato italiano Enrico Cieri, titolare dell’indagine, l’ha sentito come persona informata sui fatti nell’aprile 2009 a Poissy.
Carlos gli ha spiegato: “La bomba non l’hanno messa nè i rivoluzionari nè i fascisti. Quella è roba della Cia e del Mossad, i servizi italiani e tedeschi lo sanno bene. L’Italia è una colonia degli Stati Uniti”.
Poi, però, al momento di fornire ulteriori dettagli, si è fermato: “Voglio parlare davanti a una Commissione parlamentare in Italia”. Stop.
Adesso, però, lo Sciacallo è pronto a fare di più.
Scrive: “Voglio confermare tutte le mie dichiarazioni sull’argomento davanti a un tribunale italiano, in Italia”.
Letto fra le righe, come spiegano i due avvocati, è pronto a fornire i dettagli mai detti finora.
Ed è pronto a farlo non davanti a una commissione parlamentare (come pure preferirebbe), ma davanti ai magistrati. Continua »
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Luglio 21st, 2010 Riccardo Fucile
LA VERSIONE DEL PENTITO SCARANTINO STA CROLLANDO, QUELLA DI SPATUZZA TROVA RISCONTRI, MA GLI VIENE NEGATA LA PROTEZIONE… BORSELLINO SI OPPONEVA ALLA TRATTATIVA TRA STATO E MAFIA: PER QUESTO E’ STATO ELIMINATO?…CHE CI FACEVA UN UOMO DEL SISDE NEL GARAGE IN CUI SI STAVA PREPARANDO L’ATTENTATO A BORSELLINO?
I magistrati di Caltanissetta non hanno dubbi: nonostante i depistaggi, le amnesie istituzionali, le false prove e i falsi pentiti, la verità sulla strage di via D’Amelio è vicina.
I magistrati Nico Gozzo e Sergio Lari sono stati ascoltati ieri dalla Commissione nazionale Antimafia e l’audizione è stata secretata.
Secondo il finiano Fabio Granata non è esatto dire che i magistrati abbiamo sostenuto di “essere a un passo dalla verità “, come riportato da alcune agenzie, ma esattamente che “si stanno aprendo squarci di verità “.
Non un terremoto a breve,quindi, ma prove, riscontri, testimonianze che porteranno a riscrivere una delle pagine più oscure della storia della nostra Repubblica, fino a sostenere che “la politica potrebbe non reggerne il peso”.
Di “clamorose sviste investigative”, costate 11 ergastoli a imputati probabilmente innocenti, ha parlato ieri il magistrato Lari che ha chiesto alla Procura la revisione del processo.
La testimonianza circostanziata di Gaspare Spatuzza ha mandato in frantumi tre processo e ha smontato la ricostruzione del pentito Vincenzo Scarantino, autore del depistaggio.
Ma al pentito Spatuzza è stata”stranamente” negata l’ammissione al programma di protezione, solo perchè avrebbe fatto rivelazioni oltre i 18 mesi concessi dalla legge.
Spatuzza aveva avuto il merito di rovesciare le dichiarazioni di Scarantino che aveva sostenuto di aver rubato lui l’auto poi utilizzata per l’attentato a Borsellino, tesi ora definita “assolutamente infondata”.
Le dichiarazioni di Spatuzza sono precise e ricche di riscontri e stanno completamente ridisegnando gli scenari delle stragi.
Dalle carte investigative di allora emerge che a Scarantino furono attribuite dichiarazioni che non aveva mai fatto o che aveva fatto in forma diversa. Qual’era l’obiettivo di questo depistaggio?
Chi si voleva coprire?
Come è stato possibile chiudere rapidamente un’inchiesta basata su elementi investigativi inventati di sana pianta?
Spatuzza sostiene di aver visto nel garage in cui si stava preparando l’autobomba di via D’Amelio l’ex funzionario del Sisde Lorenzo Narracci: a che titolo era lì? Continua »
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