Gennaio 16th, 2017 Riccardo Fucile
BERLUSCONI FA FILTRARE IL MESSAGGIO PER RENZI: CON UNA RIFORMA PROPORZIONALE SI VOTA A GIUGNO, SENZA ASPETTARE LA SENTENZA DI STRASBURGO… E CON IL PROPORZIONALE NON C’E’ BISOGNO DI PRIMARIE O DI INDICARE UN CANDIDATO PREMIER
La notizia è che per Silvio Berlusconi è meglio l’uovo oggi che la gallina domani. Dove l’uovo è una legge
proporzionale e la gallina è la famosa sentenza della Corte europea di Strasburgo, quella a cui è affidata la speranza della sua candidabilità .
Il che, tradotto in modo grezzo, significa che se da Renzi dovesse arrivare una proposta seria, sul proporzionale, allora il Cavaliere si direbbe d’accordo anche a votare a giugno, sia pur consapevole che non potrà rientrare in Parlamento.
Ed è proprio attorno a questo schema che Gianni Letta, il principe della diplomazia berlusconiana, ha cominciato a tessere la sua tela.
Gli spifferi di Arcore raccontano di una serie di contatti proprio con Matteo Renzi, tornato molto attivo e unico, vero, titolare del dossier dentro il Pd.
Contatti nel corso dei quali sarebbe stato recapitato il messaggio su cui intavolare la trattativa. Dice una fonte azzurra vicina al dossier: “Letta ha fatto capire che su una base proporzionale i tempi della legislatura si accorciano”.
E, al tempo stesso, si avvicinano i tempi della prossima legislatura, nella quale il Cavaliere si immagina di nuovo al governo socio di una grande coalizione “tra le forze responsabili” che affronti i problemi di una fase “drammatica” come l’attuale. Uno scenario che sa di riabilitazione quanto una sentenza.
Certo, ogni ricetta sulla legge elettorale dipende dalla cucina della Corte costituzionale, che si riunirà il 24 gennaio.
Ed è stato proprio in nome di questo che la famosa nomenklatura di Forza Italia, a partire dai capigruppo, ha già “frenato” Berlusconi.
Fosse stato per lui, sarebbe già passato dalla fase degli abboccamenti discreti a quella dei colloqui più spinti, senza aspettare la Corte.
Col desiderio, neanche tanto nascosto, di condurli in prima persona, come ai bei tempi del Nazareno, non con l’infatuazione di allora ma con l’aria di chi dice “sono ancora qui e tu hai bisogno di me”.
Diversamente dal suo stato maggiore e dal suo gruppo parlamentare pieno di gente con tante legislature sulle spalle, che vive le elezioni come il tacchino vive il “Natale”, il Cavaliere non si pone il problema di tirarla per le lunghe.
Gli ultimi sondaggi recapitati dall’infallibile Ghisleri fotografano un paese che vuole votare nella stragrande maggioranza, per nulla contento del governo, pronto a trasformare in bersaglio chiunque si arrocca nel Palazzo, a maggior ragione su un tema incomprensibile come la legge elettorale.
Tutti questi ragionamenti, mosse e spifferi raccontano non tanto di una quadra tra Pd e Forza Italia su un modello.
Pare infatti che Verdini, rispondendo a qualche parlamentare azzurro gli chiedeva lumi preoccupato dalle elezioni anticipate, abbia rassicurato sul fatto che è tutto in alto mare: “Matteo non vuole proporzionale puro e sbarramento alto, è ancora su un sistema maggioritario e poi pensa che lo sbarramento ci debba essere ma non altissimo, sennò aiuti Grillo”.
Ragionamenti, mosse e spifferi raccontano di un certo pragmatismo di Silvio Berlusconi. E di uno schema “nuovo”.
Non che abbia cambiato idea su giudici e giustizia, procure e sentenze “politicizzate”, colpi di Stato e persecuzione. Nè ha smesso di sperare nella battaglia alla Corte europea, per la quale ha speso una cifra sgangherata di avvocati.
Ma restare appesi a Strasburgo e subordinare tutto alla sentenza rischia di essere infruttuoso, perchè i tempi sono lunghi e l’esito chissà .
Lo scorso 21 dicembre il governo ha depositato sue determinazioni (ovviamente a difesa della Severino, sarebbe stato clamoroso il contrario); ora tocca agli avvocati di Berlusconi depositare le controdeduzioni.
Poi il governo ha un mese per controdedurre. A quel punto si può andare in camera di Consiglio o in udienza plenaria.
Quando Silvio Berlusconi ha chiesto una stima orientativa dei tempi, ha capito che se ne parla, se va bene tra l’estate e dicembre.
Quando ha visto la faccia di Niccolò Ghedini che ragionava sull’esito e sugli orientamenti del presidente della Corte, ha capito che tante speranze non ci sono. Anche i negoziatori più audaci sono consapevoli che è assai difficile che il governo possa lavorare e fare pressioni in questa direzione.
Meglio l’uovo, dunque. E lavorare sullo scambio possibile tra legge elettorale e data elezioni, più che tra legge elettorale e “riabilitazione”.
Anche perchè — e non è un dettaglio — in uno schema proporzionale non c’è bisogno di indicare il candidato premier.
E la data di giugno stroncherebbe, sul nascere, ogni dibattito su primarie, futuro del centrodestra, foto di gruppo con Salvini e Meloni, con cui i rapporti sono al minimo storico, dopo l’uscita sgraziata del leader della Lega su Mediaset e Vivendi, proprio mentre il governo si schierava a difesa del Biscione.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 15th, 2017 Riccardo Fucile
“SI’ ALLE URNE IL PRIMA POSSIBILE”… “L’UNITA’ DEL CENTRODESTRA SI DEVE BASARE SU UN PROGETTO COMUNE, NON PUO’ ESSERE UN TECNICISMO ELETTORALE”
Presidente Berlusconi, per tre anni il suo partito ha contestato la legittimità del governo Renzi, chiedendo
che si restituisse ai cittadini il diritto di votare. E ora che il risultato referendario – al quale avete contribuito – ha imposto a Renzi di dimettersi, lei appare molto prudente sul voto anticipato, mentre il segretario del Pd sembra spingere per tornare alle urne.
«Le cose non stanno così. Noi vogliamo il voto nel tempo più breve possibile. Il governo Renzi è caduto perchè ha voluto usare il referendum per ottenere quella legittimazione elettorale che non aveva mai avuto dalle urne. È ora quindi che gli italiani possano scegliere da chi essere governati. Tuttavia è necessaria una legge elettorale che consenta, come ha detto il presidente Mattarella, di andare al voto con un sistema ordinato e razionale. Questo richiede dei tempi tecnici. Aspettiamo che la Corte Costituzionale si esprima sulla legge elettorale: indicherà criteri dei quali dovremo tenere conto».
Si ricorda quando, ai tempi del governo Dini, la sinistra le riservò il trattamento che oggi subisce Renzi? Era il 1995: lei voleva andare subito al voto e invece dovette aspettare un anno. Ora è lei che si predispone a sostenere provvedimenti del governo Gentiloni, sulle banche e persino sulla povertà …
«Il paragone con il governo Dini mi sembra del tutto improprio: quel governo nacque da un ribaltone, un colpo di Stato che fece cadere la maggioranza votata dagli italiani e ne fece nascere in Parlamento una di segno opposto. In questa legislatura invece il Pd non ha ottenuto alcuna maggioranza alle elezioni, e d’altro canto il governo Gentiloni, tranne la figura del presidente del Consiglio, è la fotocopia del precedente. Quindi non abbiamo motivi per sostenerlo, nè per volerne prolungare la vita. Al contrario, ripeto, appena tecnicamente possibile si dovrà andare al voto. Nel frattempo, il Paese dev’essere governato. Quello di Gentiloni è chiaramente un governo di transizione verso il voto, ma i problemi – come la povertà crescente – sono gravi e non si vive di legge elettorale. Perciò siamo disponibili, dall’opposizione, a votare ogni provvedimento che a nostro parere sia positivo e utile per gli italiani».
Pur tenendo in conto che spetta al capo dello Stato sciogliere le Camere, in quale periodo ritiene sarà possibile arrivare alle urne con un nuovo modello di voto: nella primavera di quest’anno o all’inizio del prossimo?
«Auspico tempi brevi, ma l’esperienza insegna che in questa materia difficilmente i tempi sono brevissimi, purtroppo».
Molti ritengono che lei stia mirando alla scadenza naturale della legislatura, confidando in una sentenza favorevole della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo grazie alla quale cercare in extremis di ricandidarsi.
«Credo che i termini del problema vadano rovesciati. La Corte di Strasburgo dovrebbe tenere conto del fatto che non è in gioco solo il destino di un cittadino europeo — sarebbe comunque una cosa importantissima — ma la democrazia di un grande Paese europeo. Mi auguro che i giudici di Strasburgo abbiano la sensibilità di tenerne conto nella tempistica della valutazione di una vicenda giudiziaria che attende già da troppo tempo».
Quanto ritiene probabile la sua candidatura alle prossime elezioni?
«Sono ottimista di natura, e nonostante tutto credo nella giustizia. Quindi la ritengo piuttosto probabile e assolutamente auspicabile nell’interesse della democrazia e dell’Italia».
Teme che Renzi aspetti la sentenza della Consulta per tentare il blitz in Parlamento e andare alle urne con il Consultellum? Oppure è tranquillo perchè conta sul ruolo di garante del presidente della Repubblica?
«Bisognerà verificare anzitutto che la sentenza della Corte possa essere auto-applicativa. Verosimilmente sarà comunque necessario un intervento legislativo. Non credo che Renzi — dopo il referendum – abbia interesse a fare altre mosse avventate. Ma in ogni caso il Capo dello Stato è un garante al di sopra di ogni sospetto».
Lei conobbe Mattarella ai tempi della Bicamerale D’Alema e lo frequentò nei vertici dell’epoca. Che opinione aveva allora di lui? Ed è cambiata nel tempo?
«Mattarella viene da una storia e da una cultura politica molto diverse dalla mia, ma gli ho sempre riconosciuto preparazione e autorevolezza, dignità e garbo istituzionale. E poi non posso dimenticare come il suo impegno politico nasca da un grande valore morale e civile, come risposta a un gravissimo atto di criminalità che lo ha colpito negli affetti più cari. La sua famiglia ha pagato un alto prezzo di sangue alla causa della democrazia, della legalità , della libertà . Da capo dello Stato si sta dimostrando, e non ne ho mai dubitato, all’altezza del ruolo».
Il sistema elettorale proporzionale che lei propone archivia di fatto il centrodestra. Siamo alla vigilia del divorzio da Salvini?
«In molte realtà territoriali lavoriamo benissimo con la Lega e gli altri partiti del centrodestra. Non soltanto nelle Regioni e nei Comuni c’è una classe dirigente concreta e preparata con la quale è agevole collaborare, ma ci sono convergenze di programma e di visione. Alle prossime elezioni amministrative mi auguro che il centro-destra sia in grado di presentarsi unito in tutte le città più importanti, e noi siamo pronti a sostenere i bravi sindaci di Forza Italia, della Lega o di Fratelli d’Italia, come abbiamo sempre fatto. A livello nazionale spero possa accadere lo stesso, ma questo non può significare lo stravolgimento del nostro ruolo politico. La Lega fa benissimo ad esprimere ragioni e contenuti importanti e rispettabili, ma noi siamo liberali, cattolici, riformatori, e sulla base di questi valori vogliamo tornare al governo del Paese. Non nego che con la Lega di Bossi questo fosse più facile, perchè allora nella Lega prevalevano liberismo e federalismo. Io credo nell’unità del centro-destra, naturalmente, ma l’unità è un valore se si basa su un progetto comune, non su un semplice tecnicismo elettorale».
Ne consegue che chi, in Forza Italia o tra gli (ex) alleati, parla di partito unico del centrodestra è fuori dal tempo, dal momento storico e magari anche dal suo partito?
«Non so se davvero ci sia qualcuno che pensa questo. A me non risulta. Se ci fosse sarebbe fuori dal momento storico, ma non sarebbe affatto fuori da Forza Italia. Siamo un grande partito liberale nel quale le idee di tutti sono ben accette. L’importante è riuscire a fare sintesi e ad andare avanti senza contraddizioni sulla linea che ci siamo convintamente dati».
Lei è stato il primo a ipotizzare il governo di larghe intese nella prossima legislatura: lo considera solo uno stato di necessità imposto dal sistema tripolare, o piuttosto lo vede come un’opportunità per trovare soluzioni ai problemi provocati dalla lunga crisi?
«Intanto è necessario chiarire che – quando chiedo il sistema proporzionale – non lo chiedo affatto per fare le larghe intese. Io voglio vincere le prossime elezioni con il centro-destra, che mi auguro unito su un progetto liberale e riformatore. Dico però che l’Italia è troppo fragile per permettersi governi espressione di una minoranza di elettori, e nei quali il resto del Paese non si riconosce. Oggi in Italia esistono tre grandi aree: noi, il Pd e i grillini, molto simili per consistenza numerica. Nessuno di questi tre poli allo stato sembra in grado di governare da solo. Se gli italiani non daranno più del 50% a un solo polo, sarà inevitabile accordarsi. Ma non è certo il nostro obbiettivo. Noi vogliano vincere da soli con il 51% e consideriamo un accordo con altre forze una soluzione residuale».
Dopo la «lezione» che diceva di volergli impartire al referendum, pensa possa riaprirsi ora una qualche forma di dialogo se non di collaborazione con il leader del Pd?
«Spero che Renzi abbia capito la lezione. Il leader del Pd ha goduto nei primi tempi di una fiducia e di una credibilità davvero alta. Molti avevano creduto che fosse un sincero riformatore e che volesse veramente porre mano a un reale e profondo rinnovamento dell’Italia. Ha sprecato questo patrimonio con un comportamento inadeguato. Voglio credere cha abbia pagato anche il prezzo dell’inesperienza. Con il Pd, ma anche con le altre forze politiche, sarà ora necessario collaborare per la legge elettorale e per riprendere il cammino di riforme costituzionali veramente utili e condivise. Speriamo che il Pd dimostri finalmente quell’atteggiamento costruttivo e leale che finora è mancato. Ma è chiaro che la convergenza è limitata alle regole. Noi rimaniamo diversi e alternativi».
Tra patto della Crostata e patto del Nazareno, sulle riforme costituzionali ha avuto modo di frequentare in venti anni sia D’Alema che Renzi: alla fine si è convinto chi tra i due fosse per lei più affidabile nelle trattative?
«Ricordo solo la differenza fra la squisita crostata preparata con le sue mani dalla signora Maddalena Letta, perfetta padrona di casa, e le assai più essenziali colazioni di lavoro consumate con Renzi».
Entrambi a un certo punto pensarono e affermarono: «Berlusconi game over».
«E invece è stata un’illusione che non gli ha portato fortuna. Tutti coloro i quali l’hanno coltivata sono andati incontro a sconfitte clamorose. Non sono mai stato vendicativo, quindi non sono capace di gioire per le sconfitte degli altri: sarebbe meschino. Il fatto è però che combattendo Berlusconi hanno pensato di poter combattere quei milioni di italiani ai quali ho dato rappresentanza. È questa Italia, che la sinistra non conosce e non capisce, che li ha sconfitti».
Lei sta ora fronteggiando problemi sul versante aziendale: considera possibile uno spezzettamento di Mediaset, come forma di compromesso con Vivendi, oppure non c’è possibilità di accordo con Bollorè?
«Mediaset, la prima televisione commerciale in Europa, è un’azienda italiana che ha dato un impulso importante alla crescita dell’economia negli ultimi decenni del secolo scorso. È un’azienda che è nata da un progetto imprenditoriale rilevante, nel quale la mia famiglia ha investito e intende continuare a investire risorse, idee e lavoro. Personalmente non me ne occupo più da molti anni, ma come fondatore e azionista sono ovviamente e totalmente a fianco dei miei figli e del management nella difesa di un’identità aziendale che non può essere messa in discussione nè tantomeno frantumata. Il gruppo che ho fondato non ha mai voluto un conflitto con il signor Bollorè, ma nei rapporti finanziari, imprenditoriali e commerciali esistono un’etica, un sistema di regole e di leggi su cui si basa il libero mercato. Se le si viola apertamente, allora ne risente non solo Mediaset ma l’intera comunità degli affari. Quello che chiede Fininvest è soltanto il rispetto dei patti e delle leggi. Non vuole guerre con chicchessia, non vuole contrasti che nella vita delle aziende non fanno bene a nessuno».
Presidente, e se alla fine di questa ventennale sfida tra centro-destra e centro-sinistra, alle prossime elezioni vincesse Grillo?
«Sarebbe ovviamente una iattura per il Paese. Ma non accadrà . Gli italiani quando sono stati chiamati ad esprimersi con il voto hanno sempre dimostrato grande buonsenso. In questi anni la classe politica — non solo quella di sinistra – ha fatto molto per spianare la strada a Grillo, ma gli italiani sono più maturi dei politici che li rappresentano. Peraltro i grillini, con i loro comportamenti e dove hanno tentato di governare, come a Roma, hanno fatto e stanno facendo di tutto per aprire gli occhi agli elettori».
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 13th, 2017 Riccardo Fucile
NESSUN ACCORDO SULLE PRIMARIE… SILVIO SU SALVINI: “FATELO PARLARE, TANTO DA SOLO NON VA DA NESSUNA PARTE”… “LUI E LA MELONI NON SAPREBBERO NEANCHE AMMINISTRARE UN CONDOMINIO”
Il centrodestra in via di estinzione come un mammut. Forse potrà sopravvivere a livello locale: Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia dovrebbero presentarsi in coalizione alle elezioni amministrative di primavera dove si voterà in quattro Comuni capoluogo e ventidue capoluogo di Provincia.
Alle politiche si preannuncia un disastro.
Se non ci saranno le primarie per decidere chi guiderà la locomotiva o se non sarà Matteo Salvini a fare il capo macchinista, i «sovranisti» che guardano alla Le Pen andranno per conto loro.
E a loro si accoderanno gli ex Msi-An Alemanno e Storace.
Lo scontro Salvini-Berlusconi
La situazione interna al centrodestra è andata ben oltre le sole questioni politiche. E finchè le divergenze riguardavano la legge elettorale e perfino la leadership del centrodestra, Silvio Berlusconi ha fatto quasi finta di niente.
«Fatelo parlare, non polemizzate con Salvini, da solo non va da nessuna parte», è l’indicazione che dà ai suoi colonnelli.
Il Cavaliere invece serra nervosamente la mascella e socchiude gli occhi come un alligatore quando il rumoroso capo della Lega tocca i fili dell’altra tensione, quelli della scalata a Mediaset da parte di Vivandi.
Ed è proprio quello che ha fatto Salvini. «Non sarebbe uno scandalo se i francesi dovessero comprare Mediaset che non è un’azienda strategica per il Paese».
Tra l’altro, sostiene Matteo, i quattrini di Bollorè potrebbero far comodo a Berlusconi che così risolverebbe i suoi problemi con i figli. Apriti cielo! Problemi tra il patriarca e i cinque figli?
La strana alleanza tra i due Matteo
«Come si permette, come osa mettere il becco nelle nostre cose di famiglia», hanno gridato all’unisono Marina e Piersilvio, mettendo il padre ancora di più di cattivo umore.
Sembra che il Cavaliere abbia perso le staffe e usato nei confronti di Matteo alcuni epiteti irriferibili.
Ma intanto Salvini continua a lavorare alla sua Opa del centrodestra e spinge in tutti i modi per elezioni anticipate, facendo da sponda a Matteo Renzi. I due Matteo si sono sentiti al telefono un paio di volte tra durante le festività natalizie e sembra che il loro cellulari siano squillati pure ieri.
Entrambi puntano a un Mattarellum reso più proporzionale e ad accelerare verso le urne. «Io e Renzi abbiamo un interesse comune, anche generazionale: se non si vota entro giugno saremo rosolati», è il ragionamento di Salvini che attribuisce a Berlusconi, Mattarella e la sinistra Dc guidata da Franceschini l’obiettivo di mantenere lo staus quo.
Le bordate della Lega a Forza Italia
Al Cavaliere che attende la sentenza di Strasburgo (tra luglio e settembre) per essere riabilitato e ricandidarsi, Salvini non risparmia più nulla. Non perde occasione per bombardare Arcore da tutti i lati. Dice che il Cavaliere «inciucia», che parla bene di Gentiloni e Mattarella, vota il salva-banche («20 miliardi regalati»). «Oggi siamo lontanissimo, non è il Berlusconi che ricordavo». Tajani, in pole position per la presidenza dell’Europarlamento. è «un servo di Bruxelles». «Se Berlusconi non condivide il nostro programma per uscire dall’euro e controllare i confini, un’alleanza è impossibile».
Silvio alla ricerca di un leader
Il centrodestra è in coma e solo un miracolo potrà farlo tornare a vivere come una volta. Solo che Berlusconi vorrebbe il sistema proporzionale per tenersi le mani libere e fare la grande coalizione dopo il voto politico.
Cambio generazionale? Candidatura alla premiership del centrodestra? Il Cavaliere non ha mai cambiato idea su Salvini e Meloni e ripete quello che aveva detto in occasione della rottura nelle comunali di Roma: «Quei due non sarebbero in grado di amministrare un condominio».
Tagliente il giudizio di Salvini su Berlusconi: «Ormai inciucia per avere protezioni molto in alto, non solo al Quirinale, ma anche da Mario Draghi. È lui ormai il nuovo punto di riferimento in Europa per tenere in piedi il governo oggi e per evitare che in futuro a Palazzo Chigi vadano i 5 Stelle o un centrodestra rinnovato dalle fondamenta, con un programma che non fa sconti all’Europa».
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
L’ATTESA E IL PRESSING PER LA RIABILITAZIONE PRIMA DEL VOTO
Nel sistema tripolare che ruota intorno al Partito democratico di Matteo Renzi, ai Cinque Stelle di Beppe
Grillo e al centrodestra – in cui Forza Italia di Silvio Berlusconi rappresenta il polo di attrazione per i moderati – uno dei tre leader in gioco è ancora azzoppato.
Il Cavaliere, in conseguenza di una condanna per frode fiscale la cui pena è stata espiata il 14 aprile 2015 anche grazie all’indulto, non è solo un ex senatore decaduto dalla carica ma, sempre in forza della legge Severino, è anche un incandidabile fino al 2019.
Il gioco a due
Questa condizione, tra le altre, rende altamente imprevedibile l’esito della partita a tre e in qualche modo frena il possibile gioco a due (Pd-FI), che punterebbe allo schema delle larghe intese per far governare il Paese a una grande coalizione.
Eppure, ormai da tre anni, Berlusconi attende con fiducia la sentenza della Corte europea di Strasburgo o, in ultima analisi, la riabilitazione per rientrare in campo come titolare ben prima del 2019: sicuramente a metà aprile del 2018 (un mese dopo la fine naturale della legislatura decorrono i tre anni necessari per la riabilitazione piena); o, addirittura, nell’estate del 2017 se i giudici di Strasburgo bocceranno tra 6 mesi la legge Severino per violazione dell’articolo 7 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo, laddove venisse contestato all’Italia l’effetto retroattivo della norma per la violazione del principio «nulla poena sine praevia lege».
Il calendario
In questo quadro, il calendario possibile in cui cadrà la data delle elezioni (imminenti, comunque anticipate o di fine legislatura?) si arricchisce di un elemento non trascurabile. Oltre al tempo necessario per varare «regole elettorali chiare e adeguate perchè gli elettori possano esprimere con efficacia la loro volontà », come ha ammonito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel discorso di fine anno, lo stato maggiore di Forza Italia punta a una tempistica che mira alla «piena legittimazione politica di Berlusconi».
Quali equilibri politici si produrrebbero, è la tesi di FI, se si votasse in primavera e poi, magari a luglio, la Corte europea accogliesse il ricorso di Berlusconi contro l’applicazione della «Severino» a condanne relative a fatti avvenuti prima del varo della legge?
Gli avvocati del Cavaliere, guidati dal senatore Niccolò Ghedini, mantengono un profilo basso perchè la Corte, dopo tanta attesa, potrebbe ora scegliere la «via breve» per il fascicolo 58428/13: decisione e pubblicazione della sentenza senza convocazione di un’udienza pubblica e senza rinvio all’adunata generale.
Un percorso che potrebbe concludersi a luglio dopo la fase delle controdeduzioni della difesa al parere favorevole alla «Severino» depositato dal governo il 21 dicembre.
La scelta
Se poi la decisione di Strasburgo dovesse essere davvero favorevole a Berlusconi, si porrebbe un problema: la sentenza è immediatamente applicabile?
«Risposta non facile. Bisognerebbe prima leggerla bene – argomenta l’avvocato e professore Vittorio Manes, che si spende da tempo per far applicare in Italia l’«assoluzione» ottenuta a Strasburgo dall’ex numero due del Sisde Bruno Contrada – ma non vi è dubbio che con la dichiarazione della violazione dell’articolo 7 anche l’«incapacitazione» derivante dall’applicazione della legge Severino (decadenza e ineleggibilità ) non potrebbe essere applicata retroattivamente».
Più problematico l’approccio di Filippo Patroni Griffi, presidente aggiunto del Consiglio di Stato (che collaborò con l’allora ministra Severino alla stesura della legge omonima), secondo il quale le sentenze della Corte, frutto di un meccanismo convenzionale, non sarebbero direttamente applicabili.
Semmai, il prevedibile ricorso di Berlusconi al giudice civile (davanti a un rifiuto dell’ufficio elettorale di accettare la sua candidatura nonostante una sentenza favorevole di Strasburgo) potrebbe innescare una questione di legittimità costituzionale.
Ma il calendario della Consulta, si è visto, non sempre marcia con quello delle elezioni.
Dino Martirano
(da “La Stampa”)
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Dicembre 29th, 2016 Riccardo Fucile
IL LEADER DI FORZA ITALIA: “IL M5S NON E’ CREDIBILE”
Silvio Berlusconi dichiara la posizione di Forza Italia nei confronti del nuovo governo, alla vigilia dell’annuncio delle nomine dei sottosegretari parte dalla posizione sulla legge elettorale .
“Noi non vediamo un’altra soluzione che quella di un sistema elettorale proporzionale che garantisca la corrispondenza tra la maggioranza parlamentare e la maggioranza popolare. E solo una legge proporzionale in uno scenario politico tripolare può garantire che la maggioranza in parlamento si identifichi con la maggioranza dei cittadini” ha scritto l’ex Cavaliere in un messaggio a Paolo Russo, coordinatore di Forza Italia della città metropolitana di Napoli, in occasione del tradizionale brindisi di fine anno.
“Mi auguro – prosegue Berlusconi – che il governo Gentiloni traduca in concreto il proposito di facilitare un accordo su questa materia, che ovviamente spetta al Parlamento, e che in sede parlamentare il Pd dimostri di aver capito la lezione della sconfitta referendaria e si renda partecipe di un percorso condiviso sulle regole”.
Il leader di Forza Italia prosegue affermando che sosterrà questo governo solo nei provvedimenti utili e positivi, anche se si tratta di un esecutivo simile al precedente. “Al governo spetta gestire alcune vere e proprie emergenze sul piano interno e internazionale. Lo vedremo all’opera e valuteremo ogni provvedimento proposto dal governo stesso sostenendolo col nostro voto ove lo ritenessimo positivo e utile nei confronti dell’Italia e degli italiani. Questo da sempre è il nostro modo di essere all’opposizione, una opposizione responsabile che ci distingue dalla politica del tanto peggio, tanto meglio, proprio dell’opposizione della sinistra. Naturalmente si tratta di un governo molto simile al precedente, al quale noi non possiamo e non vogliamo assicurare il nostro sostegno, pur apprezzando lo stile sobrio ed equilibrato fin qui manifestato dal Presidente del Consiglio”.
L’ex Cav dà il via a una vera e propria campagna elettorale: “Di fronte alla sconfitta del renzismo e all’evidente incapacità dei Cinque stelle di proporsi come credibile alternativa di governo – prosegue – solo una proposta politica seria, credibile, basata su un programma liberale e riformatore, sui principi cristiani e sui valori del partito del popolo europeo, può permettere all’Italia di uscire dalla crisi e al tempo stesso sconfiggere la disaffezione alla politica che ha portato metà degli italiani a disertare le urne. Ed è soprattutto nei confronti di questi italiani che noi dobbiamo svolgere una campagna di persuasione e di coinvolgimento”.
E annuncia provvedimenti nel caso in cui Fi torni al governo: “Nella cosiddetta povertà relativa ci sono pensionati che, dopo una vita di lavoro, avrebbero diritto a trascorrere con serenità e in condizioni dignitose la propria vecchiaia. Per questo l’aumento delle pensioni minime a mille euro è uno dei primi provvedimenti che prenderà il nostro governo. Siamo credibili nel prometterlo, perchè lo abbiamo già fatto, nel 2001, quando abbiamo aumentato le pensioni ad un minimo di un milione di lire, cifra che allora significava un grande passo avanti”.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
IN GIOCO IL FUTURO DEGLI EREDI CHE COME MANAGER FINORA NON HANNO BRILLATO
Sul palcoscenico di questo “Natale in casa Berlusconi” il presepio è un campo di battaglia.
I Re Magi venuti da paesi lontani, il bretone Vincent Bollorè di Vivendi, il mediatore tunisino Tarak ben Ammar e l’australiano Rupert Murdoch di Sky, portano doni di dubbio gusto alla grotta di Arcore.
E Silvio si trova sotto assedio proprio quando iniziava a rivedere un raggio di luce in fondo alla galleria dell’emarginazione politica e dei problemi di salute.
Gli amici per resistere al raid dei francesi di Vivendi, che li si conti o li si pesi, si sono rarefatti. Fra questi, c’è il neopremier Paolo Gentiloni, che già da ministro delle Comunicazioni con Romano Prodi (2006-2008) firmò una riforma del settore tv non troppo dura con le reti Fininvest.
C’è l’Agcom, tradizionale vaso di coccio deciso a sostenere la strategicità dell’asset Barbara D’Urso nel quadro dell’imprenditoria nazionale. Ci sarà la Consob a chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. E contro Bollorè è stato chiamato in soccorso il Maligno in persona, la Procura di Milano. Forse non basterà .
La tempra dell’uomo non si discute. Ma è messa a dura prova in due delle sue caratteristiche principali, entrambe irrazionali: il sentimento di essere immortale e la paura di finire in povertà .
Gli attacchi esterni esaltano questi poli in contraddizione come non accadeva da oltre vent’anni.
Per trovare un momento altrettanto critico nella vicenda del Cavaliere bisogna risalire al 1993, con la Fininvest oppressa da 4 mila miliardi di lire di debiti e la magistratura alle porte.
Berlusconi uscì dall’impasse con la doppia mossa della fondazione di Forza Italia e della realizzazione del progetto Wave, la quotazione di Mediaset.
Quasi un quarto di secolo dopo, il pericolo arriva proprio dalle tv. Le scelte di questi giorni festivi segneranno il futuro del gruppo del Biscione e degli eredi di un impero creato dal nulla.
La caduta di Piersilvio
Riunioni su riunioni hanno scandito la settimana prenatalizia nei tre poli di via Paleocapa a Milano, la sede storica di Fininvest, negli uffici di Mediaset a Cologno Monzese e ad Arcore, dove il patriarca riunisce i figli,.
La scalata di Bollorè ha portato in luce il problema del passaggio di mano dal fondatore ai cinque eredi.
Voci interessate riportano di conflitti fra i due tronconi rappresentati da Marina e Piersilvio, da una parte, e dai figli del matrimonio con Veronica Lario, Barbara, Eleonora e Luigi, dall’altra.
La realtà è che decide solo il capo, quel signore che ha tuttora il 61 per cento della holding Fininvest. I ragazzi si allineano.
Il dissenso non è previsto ed è comunque ininfluente. È vero che i tre figli minori si interessano poco o nulla a Mediaset e che i due figli maggiori vorrebbero disfarsi quanto prima del Milan, attribuito a Barbara.
Ma il problema vero, che nessuno in famiglia confesserebbe, è la caduta di Piersilvio. A differenza di Marina, che presiede Mondadori-Rizzoli ma ha affidato la gestione a un manager esterno, Ernesto Mauri, il secondogenito di Silvio è vicepresidente e amministratore delegato delle reti tv.
Le scelte strategiche portano la sua firma. È stato lui a partire per una guerra che non poteva vincere contro Sky a colpi di dumping tariffario su un mercato di abbonati pay irremovibile a quota 5 milioni complessivi.
È stato lui che ha cacciato Mediaset nel pasticcio dei diritti della serie A, sancito da una multa dell’Antitrust da 51 milioni di euro annullata dal Tar prima di Natale con ricorso in appello dell’authority al Consiglio di Stato.
È stato lui a buttare via 700 milioni di euro per strappare a Murdoch la Uefa Champions League con risultati che hanno dissestato i conti e con una politica di programmazione fallimentare fra chiaro e criptato.
Nè è stato troppo aiutato da un altro esponente della seconda generazione, il direttore dei contenuti di Premium Yves Confalonieri, figlio di Fedele, presidente di Mediaset, melomane, francofilo e sostenitore della linea dura nello scontro con il raider venuto dalla Bretagna.
A Confalonieri senior, amico di gioventù di Silvio, non è sfuggita la perfidia con la quale Arnaud de Puyfontaine, braccio destro di Bollorè in Vivendi, ha dichiarato al Corriere della Sera di avere sempre piacere a incontrare Piersilvio.
Anche se va di moda la tesi che Mediaset è un’azienda in declino, le cifre di bilancio dicono che, al netto della catastrofe Premium, le tv del Biscione non vanno poi così male, pur se incassano meno rispetto ai tempi d’oro.
Il fallimento di Piersilvio si aggiunge a quello di Barbara, l’altro rampollo che ha chiesto e ottenuto dal padre un ruolo operativo in un’azienda di casa, l’Ac Milan.
La cogestione con Adriano Galliani è stata quanto meno problematica e i 200 milioni di euro arrivati dai fantomatici acquirenti cinesi non hanno neppure sfiorato le casse del club rossonero e, per ora, nemmeno quelle della holding.
In compenso, una cifra almeno pari alle due rate bonificate dalla Cina è stata investita per tamponare con acquisti sul mercato la scalata a Mediaset
La scalata in tre scenari
Appena i francesi hanno dichiarato il raid, anche se il rastrellamento è iniziato mesi fa, commentatori e insider hanno prodotto vari scenari interpretativi.
Il dato di cronaca è che Fininvest ha tenuto dal primo momento una posizione molto chiara.
Secondo la capogruppo berlusconiana, Vivendi ha disatteso un contratto valido per l’acquisto di Premium firmato la scorsa primavera.
Il venditore Mediaset continua a ritenere l’accordo in vigore e ha continuato a notificare a Vivendi ogni suo atto di gestione come se la partnership fosse andata a buon fine.
Quando ha annunciato l’intenzione di non finalizzare l’acquisto di Premium («un Macdonald, non un ristorante a tre stelle», secondo de Puyfontaine), il finanziere bretone ha fatto crollare il corso borsistico di Mediaset per comprare a prezzi di saldo e in particolare ha violato l’impegno scritto a non rastrellare titoli Mediaset oltre il 5 per cento nel biennio.
Una clausola, sia detto en passant, che dimostra le cautele berlusconiane verso il modus operandi di Bollorè.
L’ipotesi più fantasiosa è che Berlusconi abbia concertato col supposto nemico la scalata che gli sta rivalutando il titolo. Ma le sue plusvalenze sono virtuali.
Sono invece reali i soldi spesi per contrastare Bollorè comprando sul mercato ed è reale l’esposto per turbativa di mercato presentato da Niccolò Ghedini alla Procura di Milano dopo la causa civile per il mancato adempimento dell’acquisto di Premium.
La seconda ipotesi, più attendibile, è che ci sia un gioco al massacro con Berlusconi preso in mezzo fra Bollorè e gli arcirivali di Sky, unici possibili acquirenti di Premium purchè a un costo vicino allo zero.
Questa opzione mira all’espulsione definitiva dell’inventore di Canale 5 dal mondo che gli ha consegnato il successo.
Negli scorsi anni, la cessione di tutta Mediaset a Sky è emersa più e più volte ma più come strumento per creare attenzione mediatica che come negoziato reale.
Impegnati dall’incorporazione della Fox per 14 miliardi, gli uomini di Murdoch non perdono di vista il campo di battaglia, pronti a intervenire.
La terza ipotesi, accreditata in via informale anche da fonti del Biscione, è che il muro contro muro annunciato da Confalonieri e ribadito dall’aggressività di Bollorè sul mercato sia il passo d’inizio di un’inevitabile trattativa a 360 gradi per risolvere con una transazione la grana Premium senza che una delle due parti in causa perda la faccia.
In fondo, molti fra Cologno, Milano e Arcore confidano o sperano in un armistizio. Ma, si è detto, solo uno decide.
L’epilogo pacifico ha una controindicazione molto seria che va al di là del gioco Opa-contro Opa.
Ormai su Mediaset indaga la magistratura penale. A differenza della causa civile per danni contro Vivendi, in questo caso Fininvest non può più dire, ammesso che lo voglia, “abbiamo scherzato”.
Nè si può dimenticare che la Procura milanese non è proprio nella lista dei migliori amici del Biscione.
L’ultima richiesta di rinvio a giudizio contro Silvio Berlusconi è datata 15 dicembre, due giorni dopo che Ghedini ha denunciato l’aggiotaggio su Mediaset, e riguarda la presunta corruzione dei testimoni che va sotto il nome di processo Ruby ter
L’indagine penale andrà avanti comunque. Certo non sarà breve. Potrebbe chiudersi con i giochi societari già decisi e comunque in un nulla di fatto.
Bollorè è tutto fuorchè un pivellino e la Consob o la Guardia di finanza faticheranno a districarsi fra opzioni put/call, derivati, futures e portage di investitori amici che forse già garantiscono al raider bretone una quota ben superiore al 30 per cento
Tre ruoli in commedia per Tarak
Sky, Mediaset e Vivendi hanno, o hanno avuto per molti anni, un consulente in comune. Si chiama Tarak ben Ammar, storico consigliere di Mediaset all’indomani della quotazione per conto del principe al Walid bin Talal al Saud.
Il suo ruolo fra le tre sponde si è sempre più spostato verso la Francia, dove il produttore cinetelevisivo ha la sua residenza principale.
Rispetto a Sky, dove sostengono di non avere più a che fare con Ben Ammar da almeno sei anni, e a una Fininvest declinante, Bollorè ha un profilo molto più promettente per Ben Ammar.
Si è visto a novembre 2015 nella vicenda della conversione delle azioni di risparmio Telecom, proposta dall’ad del tempo Marco Patuano.
Vivendi, rappresentata in consiglio di amministrazione proprio da Ben Ammar, ha lasciato trapelare di essere favorevole a un’operazione che pure avrebbe diluito la partecipazione dei francesi nel gruppo delle tlc.
Il via libera sulla conversione è stato però subordinato all’allargamento del cda a vantaggio degli uomini di Vivendi, azionista di riferimento con il 23,9 per cento. Approvato l’ampliamento a 16, con l’inserimento fra gli altri di de Puyfontaine alla vicepresidenza, i francesi hanno fatto dietrofront e hanno bocciato la conversione (dicembre 2015).
Sostituito Patuano con Flavio Cattaneo, Vivendi si è dedicata alla pratica Premium revocando il contratto il 25 luglio, quaranta giorni dopo l’operazione a cuore aperto di Berlusconi.
Ad Arcore non hanno gradito la scelta di campo di Ben Ammar, che ha negato fino alla fine la discordia con Fininvest pur di tenersi il ruolo di mediatore al quale tiene molto.
Ma i fatti sono eloquenti e Berlusconi non ha gradito il voltafaccia del suo consulente che, come imprenditore, ha qualche difficoltà .
La holding di Ben Ammar Holland coordinator è in rosso per circa 9 milioni all’anno nel 2014 e nel 2015. A fronte di un’attività a rilento, il produttore punta molto sulla moral suasion che va dai consigli di amministrazione di Mediobanca e Telecom alle redazioni dei giornali, dove svolge da sempre un ruolo di media relator, o spin doctor. Sapere per conto di chi chiarirebbe i profili di una manovra che coinvolge a cascata tutto il mondo degli investimenti targati Bollorè, dalle Assicurazioni Generali, salite del 30 per cento in Borsa negli ultimi tre mesi, alla stessa Mediobanca dove nel 2003 proprio Ben Ammar guidò lo sbarco di Bollorè.
In quel caso, intervennero a difesa dell’italianità Mps e Capitalia. Alla fine, si arrivò a un accordo garantito da un nuovo patto di sindacato e dall’uscita dell’ad Vincenzo Maranghi.
Anche in questo caso, l’assedio non sarà indolore. Il lupo bretone è in casa. Fin da adesso
Vivendi ha il potere di bloccare le operazioni straordinarie di Mediaset, di intervenire sulla gestione, di chiedere spazi in cda, di mettere naso e bocca in tutti i contratti mentre Fininvest può rafforzarsi secondo scadenze di legge acquistando un 5 per cento di azioni entro l’aprile 2017 e un altro 5 per cento entro l’aprile 2018.
In quanto ai pareri dell’Agcom contro Bollorè, i francesi contano sulla catena dei ricorsi amministrativi.
Tutte dilazioni di cui Berlusconi è sempre stato maestro e che ora giocano contro di lui in un durissimo finale di partita a eliminazione diretta
Gianfrancesco Turano
(da “L’Espresso”)
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Dicembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
FUGA DA ALFANO E VERDINI, DIVERSI SENATORI PRONTI A TORNARE IN FORZA ITALIA…SCHIFANI FA SCOUTING IN NCD
A Palazzo Grazioli gli azzurri la chiamano già «operazione Lassie».
«Vedrete nel giro di qualche settimana riavremo almeno 60 senatori e 70 deputati», sorrideva mercoledì un raggiante Silvio Berlusconi davanti ai suoi nella Sala Koch del Senato.
L’ex premier è tornato sulla scena politica dalla porta principale.
Ammicca al neopremier Gentiloni, «è una persona perbene, è un gentiluomo». Elogia il Capo dello Stato. E allontana i lepenisti come Salvini e Meloni perchè «con quei due non si va oltre il 20 per cento».
La fine del Patto del Nazareno, all’indomani dell’elezione di Sergio Mattarella, aveva allontanato un numero considerevole di parlamentari da Forza Italia.
Portando così alla nascita di Ala, il gruppo di Denis Verdini. Oggi lo scenario è mutato. Ecco dunque la nuova strategia: far tornare tra le file azzurre chi ha abbandonato la casa madre.
In queste ore Berlusconi ha gioco facile. La creatura di Verdini è in agitazione per la squadra dei sottosegretari.
«Se non ce ne daranno almeno quattro è inutile continuare a stare qui. Meglio ribussare alla porta del presidente Berlusconi», tuona uno dei fedelissimi dell’ex plenipotenziario del Cavaliere.
Fra pochi giorni il gruppo di Ala potrebbe già implodere. Scalpitano i siciliani Giuseppe Compagnone e Antonio Scavone. Si lamentano Ciro Falanga ed Eva Longo che consideravano cosa fatta un posto nell’esecutivo di Gentiloni.
Domenico Auricchio, altro verdiniano, ha disertato la riunione di mercoledì ed è stato avvistato al Senato a pochi metri dalla sala dove Berlusconi aveva convocato i suoi parlamentari: «Aspetto che finisca la riunione per fare gli auguri di buon Natale al presidente».
Qualcuno parla di mugugni e malumori che presto rientreranno. Altri assicurano che «dopo le feste il gruppo di Verdini sarà più dimezzato».
Il motivo? Gli istituti di ricerca attestano Ala «sotto lo 0,5%», fa sapere Paolo Natale di Ipsos. Entrare in Parlamento sarà un’impresa. E così Forza Italia torna ad essere attrattiva perchè con un sistema elettorale di tipo proporzionale il Cavaliere garantirebbe una delegazione di almeno 100/120 parlamentari.
L’operazione «Lassie» non si ferma a Verdini, ma investe anche il partito di Angelino Alfano.
Compagine da sempre divisa fra chi si dice pronto ad entrare nel Pd o nel partito della nazione, e chi afferma di essersi pentito di aver lasciato Berlusconi.
Fra gli azzurri e Area popolare i contatti sono continui. Maurizio Lupi dialoga con lo stato di maggiore degli azzurri.
L’ex premier avrebbe chiesto a Renato Schifani di fare scouting fra gli ex «compagni» di Ncd a Palazzo Madama.
Giuseppe Esposito, vice presidente del Copasir, è in cima alla lista dei sospettati, ovvero di coloro che guardano con interesse alla nuova stagione degli azzurri.
Stesso discorso vale per i calabresi Piero Aiello e Giovanni Bilardi, e per i deputati Paolo Alli, Filippo Piccone e Antonio Marotta.
Anche Roberto Formigoni, dopo la condanna a 6 anni per corruzione, sarebbe disponibile a riallacciare i rapporti con il patron Mediaset. Non finisce qui.
Un paio di parlamentari vicini a Raffaele Fitto sarebbero in contatti con gli sherpa di Berlusconi.
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Stampa”)
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Dicembre 19th, 2016 Riccardo Fucile
UN’ESCA VELENOSA PER FORZA ITALIA
La proposta lanciata da Renzi di recuperare il Mattarellum è un’esca velenosa per Forza Italia.
A rispondere sì finora sono stati Salvini e Meloni: a loro conviene tenere in vita l’alleanza di centrodestra nei collegi uninominali (il Mattarellun ne prevede fino al 75%, il resto è proporzionale).
È l’idea di una coalizione di destra-centro con a capo il leader della Lega, che in questo modo potrebbe eleggere parlamentari anche al Sud dove i voti per il Carroccio scarseggiano. Voti ai suoi candidati nei collegi uninominali che dovrebbero venire da Forza Italia.
Ecco perchè Berlusconi e una parte del suo partito, quella del Sud, sono contro il Mattarellum.
Il Cavaliere, che è nato politicamente maggioritario, ora si è convertito alle virtù del proporzionale.
È solo un modo per tenersi le mani libere e non dare a Salvini la chance di scalare il centrodestra (e non dare i voti azzurri, pochi o molti che siano, ai candidati leghisti o fratelli d’Italia).
Mani libere per poter magari dopo il voto sostenere un governo delle larghe intese con il Pd ed evitare che a Palazzo Chigi vadano i 5 Stelle.
Quei 5 Stelle che sono stati gli unici a non difendere Mediaset da Vivendi, anzi a sostenere che non sarebbe un problema se l’azienda del Biscione venisse sbranata dai francesi. Dunque tutto per bloccarli.
Il punto è che c’è una parte di Forza Italia che vuole convincere Berlusconi a sostenere il Mattarellum. È vorrebbero convincerlo con l’allargamento della quota proporzionale fino al 50%.
In questo modo si salverebbe la colazione nei collegi uninominali ma allo stesso tempo ogni partito avrebbe la possibilità di eleggersi i suoi esponenti nell’ampia parte proporzionale.
A lavorare a questa ipotesi sono il capogruppo Romani è il governatore ligure Toti, con il sostegno di tutti i parlamentari azzurri del Nord.
Ed è facile capire il perchè: sono loro che ne avrebbero un vantaggio in quei colleghi dove la Lega è forte e nel Nord lo è in Lombardia e Veneto.
Discorso opposto invece per i parlamentari del Sud che sarebbero costretti a ricambiare offrendo il loro sangue elettorale e di consensi.
È infatti sono sul piede di guerra e spingono sul pedale del proporzionale, sperando che Berlusconi tenga ferma la sua posizione.
Ma le posizioni di Berlusconi cambiano con grande rapidità e in relazione alle convenienze del momento.
A parte il fatto che il Cavaliere adesso ha ben altro e di più importante cui pensare come la vicenda della scalata di Vivandi a Mediaset.
Il punto è che c’è una guerra in atto tra i parlamentari del Sud contro quelli del Nord che vogliono come Salvini e Meloni il Mattarellum.
In attesa che il capo ci metta un po’ la testa e capisca che allargando la quota proporzionale e tenendo i collegi per l’alleanza si salverebbe capra e cavoli.
Renzi sa bene quale sia il problema nel centrodestra e sta giocando la carta Mattarellum per compattare il Pd e mettere alla prova il centrodestra, a cominciare da Berlusconi che fa finta di volere le elezioni anticipate.
Già avere dalla sua parte Lega e Fdi è un buon risultato. Ora aspetta Berlusconi. Resterebbero fuori i 5 Stelle alle prese con il caos di Roma.
Amedeo Lamattina
(da “La Stampa“)
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Dicembre 14th, 2016 Riccardo Fucile
VIVENDI SALE AL 20% DI MEDIASET E SILVIO AFFINA LA STRATEGIA PER TUTELARSI… E IL GOVERNO VA IN SUO AIUTO
Lo spirito degli inizi, quello della famiglia dalla “compattezza più assoluta”, e uno scouting
preliminare per tirare dalla propria parte gli azionisti minori del gruppo in caso fosse necessario rafforzare ulteriormente la posizione di forza contro l’avanzata dei francesi di Vivendi.
Passa per queste due mosse, secondo quanto spiegano fonti vicine al dossier, la strategia che il “gabinetto permanente” di Fininvest, capofila del gruppo Mediaset, sta mettendo in campo in queste ore, in una serie di riunioni e di contatti che vedono in prima linea Silvio Berlusconi.
Al fondatore della creatura televisiva, presa d’assalto dal colosso dei media transalpino guidato da Vincent Bollorè, salito oggi al 20% dell’azionariato dell’azienda di Cologno Monzese, spettano le parole più dure, che puntellano una linea senza sconti: “operazione ostile”, nessuna intenzione “di lasciare che qualcuno provi a ridimensionare il nostro ruolo di imprenditori”.
La difesa a oltranza, che si sostanzia di un terza barriera, pronta ad attivarsi da aprile, quando le regole in materia lo permetteranno: portare la quota di Fininvest ancora più su.
Il tutto in una cornice che suona come insolita, quella protettiva del Governo e del Pd, portata avanti dall’imprinting ultraliberista del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e dal vicesegretario dei dem, Lorenzo Guerini, pronti ad “azioni per mettere in sicurezza Mediaset”, definito un patrimonio nazionale.
C’è una convinzione che circola dentro Mediaset, quella cioè che Vivendi voglia prendere il bottino pieno, cioè tentare l’assalto all’intero gruppo.
Gli intenti dichiarati dei francesi, messi neri su bianco nel comunicato stampa diramato a inizio settimana, parlano della volontà di diventare un socio industriale, ma le parole di Berlusconi, che è ritornato a rinfacciare ai transalpini l’accordo sfumato ad aprile (“Non è certo questo il miglior biglietto da visita che Vivendi possa esibire nel riproporsi come azionista industriale della società ”) mettono in luce i dubbi e i tormenti della famiglia Berlusconi sul futuro dell’azienda.
I francesi, dal canto loro, proseguono nella road map indicata, seguendo la strada adottata dentro Telecom Italia, dove sono arrivati a conquistare il 23% dell’azionariato.
Compiuto il passo di arrivare dentro Mediaset con il 20%, per il gruppo francese si aprirebbero diversi scenari.
Quello più plausibile, spiegano le stesse fonti, è che Bollorè non miri a conquistare Mediaset, ma a mettere pressing su Berlusconi per fare di Mediaset una delle colonne portanti del progetto di una Netflix paneuropea, dove il Biscione può contare molto sul versante della produzione dei contenuti.
L’altra strada, quella della scalata, è ad oggi più difficile.
Di fatto Vivendi può chiedere la convocazione di un’assemblea straordinaria e provare a mettere tra i punti all’ordine del giorno la richiesta di un ingresso nel consiglio d’amministrazione, la cui scadenza naturale è fissata per il 2018.
Di fatto, però, in assemblea servirebbe un cospicuo numero di azioni per arrivare alla maggioranza richiesta e considerando il fatto che in sede di voto la quota di Fininvest vale quasi il 40%, attualmente è difficile immaginare uno scenario in cui i francesi possano arrivare, almeno nell’immediato, a far convogliare dalla loro tutti gli altri azionisti per provare a mettere sotto il Biscione.
Escluse le quote pesanti di Fininvest (38,2%) e Vivendi (20%), l’azionariato di Mediaset è molto frastagliato e composto da azionisti con piccole quote, in mano principalmente a fondi.
Anche ammettendo che tutti gli altri azionisti fossero dalla parte di Vivendi, difficilmente la posizione di Fininvest potrebbe essere messa in minoranza.
Per non lasciare nulla al caso, in casa Fininvest, spiegano le stesse fonti, gli advisor sarebbero comunque al lavoro in queste ore per sondare gli umori dei piccoli azionisti e capire da che parte starebbero nel caso la contesa tra la holding e i francesi dovrebbe configurarsi come uno scontro aperto nell’ambito di un’assemblea del gruppo Mediaset.
I timori che la scalata sia possibile, anche se non immediata, restano.
Ed è forte anche la consapevolezza che, nel bene o nel male, bisogna iniziare a convivere con il “nemico” in casa.
Incontrando i giornalisti nella sede romana di Mediaset, il presidente del gruppo, Fedele Confalonieri, ha detto: “Sarà dura, ma ci difenderemo”.
Una difesa che, come ha sottolineato lo stesso Confalonieri, non guarda solo all’esterno, alla concorrenza di Sky o di altri gruppi, ma anche all’interno, dove sarà necessario osservare con attenzione da quello che “succede nei corridoi”.
A Mediaset in questi giorni circola un’espressione che è emblematica di quanto non ci si fidi delle mosse di Bollorè: l’avanzata dei transalpini viene associata all’immagine del cavallo di Troia.
Dopo aver alzato la propria quota nell’azionariato e denunciato Vivendi per manipolazione di mercato, la strategia del “gabinetto permanente” ad Arcore va avanti senza sosta.
Chi sorride, intanto, è Mediaset: il nuovo rialzo in Borsa di oggi ha portato la crescita del titolo a +53% in un mese, riducendo la perdita annuale al 6,28 per cento.
Mentre Berlusconi prova a resistere all’assalto dei francesi, la torta si fa più interessante e anche più gustosa.
Di sicuro il Cavaliere ha dalla sua un ombrello, quello del Governo e del Pd, che si lega perfettamente alla linea dell’opposizione responsabile che lo stesso Berlusconi predica ai suoi da giorni: non attaccare il governo in tv, distinguersi da Salvini, collaborare sulla legge elettorale.
L’insieme di questi due elementi rafforza il partito del non voto.
Berlusconi in primis, che non vuole sentire parlare di elezioni anticipate, ora è convinto ancora di più della necessità di portare avanti questa sua linea.
Ora il tempo è da dedicare alla sua creatura, quella intorno a cui ha richiamato la sua famiglia e i suoi più fidati collaboratori.
(da “Huffingtonpost”)
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