Aprile 1st, 2021 Riccardo Fucile
“ABBIAMO UN MILIONE DI PRENOTAZIONI DA QUI A MAGGIO, SERVONO I VACCINI”
“Se nelle prossime 24 ore non arrivano i 122 mila vaccini di Astrazeneca previsti siamo costretti nostro malgrado a sospendere le vaccinazioni. Mi auguro che tale sospensione venga scongiurata. Abbiamo messo in esercizio una macchina imponente che non deve fermarsi. Da ieri notte abbiamo aperto le prenotazioni anche per l’età 66 e 67 e sono già oltre 36 mila i prenotati. Abbiamo un milione di prenotazioni da qui a maggio. Servono i vaccini!”. Lancia l’allarme l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato.
A stretto giro arriva la risposta del Commissario all’emergenza Covid. Tra “oggi e domani arriveranno oltre 1,3 milioni di dosi di Astrazeneca”, spiega Francesco Paolo Figliuolo da Cagliari, dove si trova per un sopralluogo nei due hub di vaccinazione, insieme al capo dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio.
“Stiamo continuando nel nostro giro di verifica perchè la macchina sia pronta quando a brevissimo avremo un’alta disponibilità di vaccini” ha aggiunto ricordando che sono già arrivate oltre 500mila dosi di Moderna e ieri sono state consegnate oltre un milione di dosi Pfizer. “Questo darà nuovo fiato alle trombe per poter fare il Piano in maniera coerente” ha aggiunto.
Mentre dal 20 aprile, anticipa il presidente della Regione Nicola Zingaretti, in farmacia arriveranno le fiale di Johnson e Johnson. Si tratta di un numero largo di farmacie coinvolte e si comincia, come spiegano dalla Regione, con la fascia d’età che va dai 60 ai 55 anni.
“Il tema non è la distribuzione dei vaccini, in questo istante saremmo in grado di triplicare la dose da dare alle persone. Il problema più grande è quello dei richiami, perchè questi sono vaccini che hanno due dosi e quando, come nel Lazio, hai fatto un milione di vaccinati bisogna continuare ma stare anche molto attenti ad avere i magazzini pieni per fare la seconda dose, spiega sempre Zingaretti ai microfoni di Skytg24.
“Un margine di rischio c’è e bisogna correre, ma con i vaccini – ha continuato – perchè altrimenti arrivare al 90% delle dosi diventa un grande rischio, se dovesse accadere qualcosa rispetto al comportamento delle cause farmaceutiche che stanno fornendo il prodotto”.
Il presidente del Veneto, Luca Zaia, ha ventilato l’ipotesi di sospensione delle somministrazioni proprio per l’assenza della garanzia di potere somministrare ai cittadini la seconda dose del vaccino: “noi non siamo al punto di dovere sospendere le vaccinazioni ma c’è un elemento di preoccupazione perchè il tema è il flusso delle forniture che non dipende dal governo ma dalle case farmaceutiche. Il Johnson & Johnson ha una sola dose e questo dà dinamismo maggiore perchè in quel caso si può arrivare al 100% delle consegne”.
(da agenzie)
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Aprile 1st, 2021 Riccardo Fucile
IERI SI POTEVANO VACCINARE 400 PERSONE, NE SONO ARRIVATE SOLO 90, IL SOLITO DISASTRO
Anche ieri a Verano Brianza il centro vaccinale ospitato nel palazzetto dello sport è stato chiuso
anzitempo. Non perchè mancano i vaccini, ma perchè mancano le persone da vaccinare.
“Abbiamo vaccinato soltanto 90 persone a fronte a una potenzialità di oltre 400 e con 800 dosi Astrazeneca in frigorifero — spiega il sindaco Massimiliano Chiolo — la responsabilità è del sistema di prenotazione che non funziona”. E così, com’era avvenuto anche tra sabato e lunedì, le porte del centro sono rimaste chiuse.
“Non si perdono dosi, ma tempo prezioso”, spiega il sindaco che ha anche proposto di vaccinare con Astrazeneca gli over 80 del paese che vengono dirottati in altri centri.
“Mi hanno detto che non è possibile e di aspettare che arrivino le persone, ma stanno arrivando con il contagocce”.
Una situazione che avviene nel giorno in cui il presidente Fontana ha bollato come “polemiche stucchevoli” i disservizi che si sono verificati nelle ultime settimane.
“Non faccio polemiche — conclude il sindaco — chiedo che i servizi funzionino. Questo è il compito di un sindaco: stimolare chi ha il potere decisionale per far funzionare le cose”.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
CON I FONDI DISPONIBILI SI STIMA UN ASSEGNO MEDIO MENSILE DI 161 EURO, NON DI 250
C’è un pasticcio attorno all’assegno unico per i figli. Con i fondi disponibili si stima un assegno medio
mensile di 161 euro invece dei 250 previsti. E quindi servono altri 800 milioni per una clausola di salvaguardia che non penalizzi più di un milione di famiglie.
Il Sole 24 Ore scrive oggi che sul piatto ci sono 20 miliardi di euro, di cui 12,9 derivanti dalla soppressione delle misure attualmente in vigore.
Tra questi 7,8 miliardi che vengono dalle detrazioni fiscali per i figli a carico. Ma solo quelle per gli under 21.
Altri 4,7 miliardi arrivano dagli assegni al nucleo familiare per le famiglie con minori). Sono invece circa 6 miliardi le nuove risorse stanziate con le ultime leggi di Bilancio.
Ma uno studio dei gruppo di ricerca Arel, della Fondazione E. Gorrieri e di Alleanza per l’infanzia ha scoperto che c’è un buco nei conti.
Secondo lo studio il valore dell’assegno decresce a partire da 30mila euro di Isee in modo non lineare sino a 52mila euro, così da tutelare maggiormente i nuclei con Isee più basso. Oltre i 52 mila euro di Isee, il contributo resterebbe fisso a 67 euro al mese per ciascun minore (40 euro se maggiorenne).
“Proiettando questa ipotesi sulla platea dei beneficiari, circa 1 milione e 350mila famiglie riceverebbe a regime un assegno inferiore alle prestazioni vigenti, con una perdita annua mediana di 381 euro. Si tratta per lo più famiglie con reddito prevalente da lavoro dipendente, per le quali è allo studio l’ipotesi di inserire — nei decreti attuativi — una clausola di salvaguardia: a questo scopo, per fare in modo che nessuno ci perda, lo studio Arel-Fondazione Gorrieri-Alleanza per l’infanzia ha stimato un costo ulteriore di 800 milioni di euro”.
Spetterà agli uffici tecnici, ora trovare una quadra tra risorse e importi. Sperando che sia davvero possibile. E che alla fine l’assegno unico per i figli da 250 euro non sia tutto un grande bluff.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
BISOGNEREBBE AUMENTARE I RICOVERI A PSICHIATRIA
Il vetro dell’ambulanza rotto e le croci celtiche disegnate sul simbolo dell’organizzazione: questo si sono trovati di fronte gli operatori della Brigata Sanitaria Soccorso Rosso, no-profit che, dal dicembre del 2020, opera sul territorio milanese offrendo “tamponi sospesi” ed esami di screening gratuiti a tutte le categorie sociali più fragili per fronteggiare l’emergenza da Coronavirus.
«All’inizio abbiamo pensato a un dispetto», racconta a Open uno dei responsabili della Brigata, Riccardo Germani, dopo dopo il blitz, avvenuto la mattina del 31 marzo. «La sera precedente ci hanno rotto il vetro e la successiva hanno disegnato croci celtiche, rompendo anche un fanalino dell’ambulanza».
Nata dall’unione di Cobas Adl e Medicina Solidale, l’organizzazione, che ha sede presso la Camera del Non-Lavoro di via Volta, struttura occupata nel quartiere Moscova, esiste grazie all’impegno di circa 50 tra medici e operatori sanitari che «una volta terminato il loro lavoro nelle strutture dove sono impiegati, mettono a disposizione la loro professionalità », spiega Germani.
«Lo facciamo per le persone che subiscono, nel contesto dalla pandemia, un evidente falla nel sistema della sanità milanese, offrendo un servizio di monitoraggio a tutti coloro che ne hanno bisogno. Le persone che vengono da noi sono le più diverse, la maggior parte sono pensionati, precari, migranti, rider e residenti delle case popolari che non possono permettersi gli esami utili a prevenire i rischi di diffusione del virus», prosegue il volontario.
Già lo scorso 9 gennaio, la Brigata Sanitaria Soccorso Rosso aveva visto squarciato il tendone dove vengono eseguiti i tamponi, un presidio sanitario fisso in piazza piazzale Baiamonti, a pochi passi dalla stazione Garibaldi.
«Non vogliamo che questa azione subita, nè il nostro lavoro, diventino oggetto di strumentalizzazioni a fini elettorali», dichiara Germani. «I nostri scopi sono evidentemente quelli di rispondere a certe mancanze. Al momento, non abbiamo ricevuto alcun messaggio dalla politica milanese, tanti però dalle persone».
(da Open)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
RISCHIA FINO A 5 ANNI DI CARCERE PER ISTIGAZIONE ALLA VIOLAZIONE DI NORME… SI DIFENDE DICENDO CHE HA DATO “RISPOSTE INFELICI”
Massimo Panzeri, sindaco leghista di Merate, rischia una condanna da sei mesi fino a cinque anni di
carcere. Il primo cittadino del comune in provincia di Lecco è stato rinviato a giudizio per istigazione alla violazione delle norme.
A deciderlo nel corso dell’udienza preliminare di ieri mattina nel tribunale di Lecco è stato il giudice Salvatore Catalano, di conseguenza, il prossimo 8 novembre, Panzeri dovrà comparire in tribunale, stavolta nella veste di imputato per i “consigli” pronunciati in un video diretto ai suoi concittadini durante una diretta Facebook in piena pandemia.
I fatti contestati, risalgono al primo lockdown in cui il Sindaco spiegava come evitare i controlli delle forze dell’ordine.
Alla domanda di un concittadino, che chiedeva se potesse andare in un negozio per far riparare un elettrodomestico rotto, Panzeri aveva consigliato: “Se la fermano non dica che sta facendo un giro, dica che sta andando a trovare un parente o un amico“. Risposte infelici: così il primo cittadino del comune lombardo ha derubricato a questa categoria i consigli di quei giorni. “A distanza di mesi, una delle due persone le cui domande mi hanno causato tutto questo, mi ha contattato e si è scusata, rammaricata, di avermi messo in difficoltà . Gli ho risposto di stare tranquillo. La colpa è solo mia che ho dato una risposta non appropriata. Ho ricevuto la solidarietà di tante persone che mi hanno confidato di trovare surreale tutta questa vicenda”. “Il mio avvocato ha cercato di contestualizzare il periodo in cui il video è stato trasmesso. Eravamo in piena pandemia. E dovevamo tutti rapportarci con le nuove norme dei vari Dpcm”
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
L’AGENTE DI MOSCA DOPO L’ARRESTO NON HA PARLATO, HA RIFIUTATO ACQUA E CIBO NEL TIMORE DI ESSERE AVVELENATO (COME SONO ABITUATI LORO)
Il copione dello scambio di documenti e soldi fra l’ufficiale “infedele” della Marina italiana e il funzionario russo era collaudato da mesi, forse più di un anno, e non cambiava mai: a quanto apprende l’Adnkronos, il funzionario russo scendeva dalla metropolitana al laghetto dell’Eur, zona a sud della Capitale, prendeva l’autobus a pochi metri dalla metro e dopo alcune fermate scendeva subito oltre il raccordo anulare: a Spinaceto, periferia romana.
Qui dopo aver fatto lunghi sopralluoghi per controllare che l’ufficiale “reclutato” non fosse seguito dai servizi italiani e dalle forze di polizia, si incontrava con Walter Biot, militare della Marina italiana arrestato dal Ros dei carabinieri con l’accusa di spionaggio, in un parcheggio non lontano da un supermercato Carrefour.
Qui il russo dava al militare italiano i soldi (5mila euro nell’ultimo incontro) in cambio di una pen drive con le foto dei documenti secretati.
I due non avevano fatto i conti con gli investigatori del Reparto operativo speciale dell’Arma che da mesi seguivano ogni loro movimento, ascoltavano ogni loro parola.
Di solito l’agente di Mosca precedeva il suo interlocutore e si accertava, facendo avanti e indietro fra le auto e nei dintorni del parcheggio, che tutto fosse tranquillo.
Il russo, che ad ogni appuntamento indossava un cappellino blu, si incontrava con Biot all’interno dell’autovettura del “marinaio”, protetta da occhi indiscreti dalla vicinanza di una collinetta e da alcune grosse mura perimetrali.
Gli incontri tra il funzionario russo e l’ufficiale, che sembra avesse bisogno di soldi per un grave problema di famiglia, andavano avanti da diversi mesi e si svolgevano sempre nell’auto, all’interno della quale gli investigatori erano riusciti a piazzare microspie e telecamere, riuscendo così a immortalare i continui rapporti.
Ieri il colpo di scena: Biot si è presentato all’appuntamento con una vettura diversa dal solito, non la solita auto sotto controllo.
A quel punto gli uomini del Ros, una volta monitorato e accertato lo scambio di documenti, hanno deciso di intervenire e hanno fermato i due prima che si dileguassero. Il funzionario russo avrebbe anche tentato la fuga ma è stato subito bloccato dai carabinieri.
Chiuso in un ostinato mutismo, dopo aver fatto presente di essere un diplomatico russo, dal momento del fermo ha rifiutato di bere e mangiare. Come un vero agente dei film sul Kgb, col terrore di essere avvelenato.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
IN NESSUN PAESE EUROPEO ERA MAI STATO CATTURATO UN UFFICIALE RUSSO IN FLAGRANZA DI REATO… E’ ORA DI INDAGARE SUGLI APPOGGI POLITICI DI CUI GODONO IN ITALIA
Quando un anno esatto fa l’allora premier Giuseppe Conte accettò l’offerta di Vladimir Putin e fece
sbarcare in Italia una brigata dell’esercito russo per combattere la pandemia, furono in molti a mostrare stupore.
Sia per la mossa inusuale, avvenuta senza consultare i vertici militari e degli apparati di sicurezza, sia per la natura della missione moscovita.
In poche ore cominciarono ad arrivare a Pratica di Mare aerei cargo zeppi di veicoli per la disinfestazione contro i gas tossici, di discutibile utilità nella lotta al virus, con personale specializzato nella guerra chimico-batteriologica: uomini con una solida preparazione nell’intelligence militare.
I timori per quella spedizione che poi è rimasta due mesi in Lombardia, spruzzando disinfettanti nelle case per anziani e in piccola parte collaborando nelle terapie intensive di Bergamo, furono trasmessi a Palazzo Chigi anche dagli alleati della Nato, senza trovare risposta.
Perchè tanti sospettavano che tra le finalità di quella delegazione umanitaria ci fosse anche lo spionaggio. Non a caso, la zona di intervento era prossima alla base bresciana di Ghedi dove sono custoditi armamenti nucleari.
Adesso l’operazione della procura di Roma dimostra come i servizi segreti del Cremlino siano attivi in maniera aggressiva nel nostro Paese. Quello che è avvenuto martedì sera nella capitale non ha precedenti, nè in Italia, nè in Europa: non era mai accaduto prima che un ufficiale di Mosca in servizio presso un’ambasciata venisse bloccato in flagranza, subito dopo avere comprato informazioni riservate.
Le altre vicende di spionaggio che hanno tenuto banco in Germania, in Francia e in Gran Bretagna, incluso il clamoroso tentativo di avvelenamento dell’agente disertore Sergej Skipral nel 2018, sono sempre state caratterizzate dall’assenza di prove dirette.
Le accuse contro l’intelligence russa sono nate dalle indagini condotte dopo i fatti contestati: a Roma invece tutto è avvenuto in presa diretta, grazie all’attività dei carabinieri del Ros e dell’Aisi, l’apparato di sicurezza interna.
Ed è significativo anche il ruolo del capitano di fregata arrestato a Roma. L’ufficiale di Marina era in servizio nello Stato Maggiore della Difesa, il comando che dirige tutte le forze armate: uffici dove sono custodite informazioni classificate non solo sulle attività italiane ma anche della Nato.
L’interesse di Mosca per conoscere i piani dell’Alleanza atlantica in Italia era già emerso lo scorso 30 agosto, quando i francesi hanno arrestato un loro tenente colonnello che faceva parte del quartiere generale Nato di Napoli: uno snodo centrale per conoscere i movimenti di navi e aerei nel Mediterraneo, tornato a essere un fronte caldissimo nel confronto tra potenze.
Parigi però aveva ammanettato solo il suo militare, mentre adesso il governo Draghi si trova di fronte a un problema nelle relazioni con il Cremlino.
La Farnesina ha immediatamente convocato l’ambasciatore russo. L’ufficiale fermato a Roma infatti è accreditato presso la rappresentanza diplomatica: uno status che nelle spy story è stato valutato in modo diverso a seconda delle epoche e dei rapporti tra i Paesi. Durante la Guerra Fredda in molte occasioni si è preferito espellere i diplomatici accusati di spionaggio, piuttosto che affrontare uno scontro.
Questa però è una situazione inedita. Anche prima della caduta del Muro non c’erano mai stati esponenti ufficiali russi fermati in flagranza nel nostro Paese. L’ultimo precedente risale al 1989, durante un’indagine per spionaggio ai danni della Oto Melara e di un’azienda tecnologica triestina: allora però i due funzionari sovietici sotto inchiesta riuscirono a riparare in patria prima degli arresti. Le condanne contro di loro non si sono trasformate in misure concrete.
Gli unici precedenti recenti riguardano russi bloccati in Italia su rogatoria di altre nazioni. Come Sergej Nicolaevich Pozdnjakov, arrestato a Trastevere nel 2016 mentre comprava documenti della Nato da un dirigente dei servizi segreti portoghesi. Pozdnyakov aveva un passaporto diplomatico e dopo due mesi è stato scarcerato dalla magistratura italiana, che non ha riconosciuto la validità del mandato di cattura portoghese. Un provvedimento che ha evitato la crisi con Mosca.
Lo stesso copione si è ripetuto a Napoli due anni fa. Aleksandr Korshunov, top manager dell’azienda statale Odk, venne arrestato su richiesta delle autorità statunitensi. Per lui l’accusa era di spionaggio industriale: avrebbe copiato componenti di motori aeronautici americani per produrli in Russia. E in favore di Korshunov prese posizione persino Vladimir Putin, criticando Washington perchè faceva arrestare cittadini russi in Paesi terzi, in modo da “complicare le relazioni bilaterali”: un messaggio esplicito al governo di Roma.
Poi di fronte alla decisione della Corte d’Appello di Napoli, favorevole all’estradizione negli Stati Uniti, la magistratura di Mosca ha presentato a sua volta la domanda di processare Korshunov in patria. Una scappatoia giuridica per impedirgli di finire in una cella americana.
Trovare una soluzione al caso aperto con l’operazione di martedì sarà molto più difficile. Ed è prevedibile che la questione non abbia solo risvolti internazionali ma possa riverberare anche sugli assetti della maggioranza di governo, dove le simpatie di Matteo Salvini per Mosca sono esplicite.
E’ cominciata una partita complessa, in cui il premier Draghi dovrà dimostrare la capacità del Paese di tutelare l’interesse nazionale.
Lo stesso Draghi che, superando le ambiguità del predecessore, nel presentare il suo esecutivo alle Camere aveva dichiarato: “Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
IL POLITICO SMONTA GLI ATTACCHI DEL GIORNALISTA AL MINISTRO SPERANZA
Tutto è partito quando Belpietro ha polemizzato sul fatto che agli italiani sia stato vietato di spostarsi tra le regioni nel periodo di Pasqua mentre è consentito viaggiare all’estero.
Il direttore de La Verità ha accusato Speranza di pressapochismo per aver poi firmato l’ordinanza che impone la quarantena di 5 giorni a chi torna da un altro paese UE.
Bersani allora ha ricordato che c’è una reciprocità speculare in tutta l’Europa che permette a un cittadino tedesco ad esempio di andare a Portofino ma di non potersi spostare a suo piacimento in Germania, così come accade anche ai francesi.
Bersani poi ha difeso Speranza con una frase tanto semplice quanto efficace che inquadra perfettamente come i populisti trattano il tema del COVID: “Se la prendono con Speranza? Rompiamo il termometro così non abbiamo più la febbre. È una persona seria e competente”.
Ha poi continuato: “In piena pandemia, con 529 morti anche oggi suggerirei di trattenersi perchè non abbiamo bisogno di smontare quello che sta funzionando meglio di altri paesi”. Belpietro ha continuato ad attaccare Speranza per il lockdown, per il libro sulla pandemia. E a un certo punto ha detto: “La informo…”, continuando a snocciolare invettive contro il ministro della Salute.
E Bersani noi ci vede più: “Non mi informi, non è in grado di informarmi, sono io che informo lei”. E, ad esempio sui tedeschi che possono viaggiare, ha ragione: è di qualche giorno fa la notizia che gli albergatori in Baviera si sono lamentati perchè i loro concittadini stanno invadendo Maiorca per Pasqua ma non possono fare le vacanze nelle località della Germania.
Dopo aver ricordato che a suo avviso il governo Draghi non rappresenta il paradiso ma il purgatorio, si è rammaricato per il fatto che neanche in un momento così drammatico come quello che l’Italia sta attraversando da quando è iniziata la pandemia il paese non non resti unito: “Ne verremo fuori, ma non ci sono nè derelitti incapaci nè mago Merlino. C’è gente mediamente seria a governare il Paese. Io non rimpiango Conte, ma il fatto che non siamo un Paese unito. Chi in Europa ha cambiato governo in questa fase? Solo noi!”. Infine è tornato alle dinamiche che hanno portato alla caduta del governo guidato da Giuseppe Conte: “Mezza Italia ha sparato tutti i giorni addosso al governo Conte. Il populismo delle èlite. Non ho sopportato questo bombardamento. Renzi è stato l’esecutore materiale”.
(da NextQuotidiano”)
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Marzo 31st, 2021 Riccardo Fucile
UNA COSA E’ CERTA: IN UNO STATO DI DESTRA VERA I RAZZISTI DEVONO MARCIRE IN GALERA… ANCHE FEDEZ DIFENDE LA LEGGE SUI SOCIAL
Insulti, allusioni sessuali, frasi sessiste: i sovranisti sui social hanno reagito così all’attacco di Elodie
alla Lega che vuole bloccare la legge contro l’omofobia
Le parole chiare di Elodie contro la Lega che vuole bloccare il ddl Zan, la legge contro l’omofobia, sono state accolte dai sovranisti con i soliti insulti
La cantante è stata attaccata sui social con frasi sessiste come “Le putt… non dovrebbero stare in televisione”:
L’insulto è stato fortemente criticato; ad esempio c’è chi scrive: “Questo è il livello della Lega Salvini: persone che non rispettano l’essere umano, che disprezzano il genere femminile, con queste dimostrazioni di misoginia e sessismo Si, siete indegni. Solidarietà a Elodie”.
Ma ci sono anche altri insulti, che come sempre si riferiscono alla sfera sessuale
C’è poi chi insinua che Elodie abbia voluto attaccare la Lega solo per avere visibilità . Come se ne avesse bisogno.
“I leghisti, quando tocchi il loro grande capo, sembrano quegli insetti a pancia in su che non riescono a rialzarsi: tanto incattiviti quanto impotenti. E quest’immagine devo dire mi fa molto ridere”, commenta qualcuno reagendo agli insulti.
Elodie aveva pubblicato su Instagram alcune stories: in una commentando con la parola “indegni” la notizia che spiega come la Lega voglia bloccare il ddl Zan. Nelle altre la cantante riporta un passaggio di un’intervista de La Stampa a Simone Pillon e lo screen di alcune dichiarazioni di Pillon sul Festival di Sanremo 2021 diventato a suo avviso un ossessivo gay pride. “Questa gente non dovrebbe sedere in parlamento, è omotransfobica” sottolinea la cantante.
Perchè Elodie si è indignata contro la Lega? Presto si tornerà a discutere del ddl Zan in Commissione Giustizia del Senato, dove la legge che intende punire i cosiddetti reati d’odio nei confronti di persone omosessuali, donne e disabili, a prima firma del dem Alessandro Zan, è arrivata dopo l’ok della Camera, lo scorso 4 novembre.
Ma, a causa dell’opposizione leghista ci sarà con ogni probabilità un nulla di fatto. Oltre al Carroccio a bloccare l’iter ci sono anche Fdi e parte di Fi.
Il disegno di legge vede, infatti, confrontarsi forze ora nella stessa maggioranza: leghisti, Fdi e membri azzurri — da un lato — contrari a norme che ritengono liberticide, favorevoli invece le forze della precedente compagine di governo, dal M5S, al Pd e a Leu, che chiedono di accelerare sui temi civili, a partire dalla tutela degli omosessuali, arrivando allo ius soli, di cui i dem, con la segreteria Letta, hanno rialzato le insegne.
Omofobia, dopo Elodie anche Fedez difende la legge Zan e attacca la Lega
Dopo Elodie ora tocca a Fedez. Il mondo della musica si schiera a difesa della legge Zan contro l’omofobia, che ieri doveva approdare nell’ufficio di presidenza della commissione Giustizia del Senato (presieduta dalla Lega), ma la cui calendarizzazione è stata invece rinviata.
Un nuovo posticipo che dilata in tempi dell’approvazione del ddl a Palazzo Madama, un ostruzionismo che ieri la cantante Elodie ha imputato alla Lega, da sempre contraria al varo della legge che inasprisce le pene contro l’omofobia prevedendo anche il carcere. Oggi a difendere il ddl del deputato del Pd Zan è Fedez che nelle storie del suo profilo Instagram ha attaccato il leghista Simone Pillon.
“La legge Zan – dice il rapper e marito di Chiara Ferragni – è una priorità , lo Stato tuteli la libertà dei nostri figli”.
Nel difendere la legge Zan Fedez, rivolgendosi a Pillon, precisa che se suo figlio Leone, di tre anni, “un giorno decidesse di mettersi gonna, smalto e rossetto” non lo turberebbe perchè, sottolinea il cantante, “ha diritto di esprimersi come meglio crede”.
Quello che invece lo destabilizza, dice Fedez nel video online, “è che mio figlio vive in uno Stato che non tutela il suo sacrosanto diritto di esprimersi in piena libertà , cercando di emarginare le dinamiche discriminatorie e violente che molto spesso si verificano in questo Paese”. Questa, conclude, “per me è la priorità “.
(da agenzie)
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