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PATRIA ED HUMANIDAD: COSI’ CUBA COMBATTE IL COVID, INVIANDO VACCINI E MEDICI AI PAESI POVERI

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’AMBASCIATORE DI CUBA IN ITALIA: “I NOSTRI MEDICI SI FORMANO IN TUTTO IL MONDO, PER QUESTO ABBIAMO POCHI MORTI”

Patria es humanidad. Josè Carlos Rodriguez Ruiz, ambasciatore di Cuba in Italia, scandisce queste tre parole quando gli chiediamo quale sia il senso del contributo che l’isola caraibica sta offrendo nella lotta al covid: un contributo che si sostanzia in decine di migliaia di medici inviati in tutto il mondo e in un’incessante attività  di ricerca scientifica che ha portato a sviluppare quattro candidati vaccini a tempo di record, tutti finanziati esclusivamente dallo Stato e tutti entrati nella fase III di sperimentazione, quella che dovrebbe portare — nel giro di qualche settimana — all’approvazione definitiva e alla somministrazione alla popolazione.
Che un paese povero, da 61 anni sotto embargo economico e commerciale da parte degli Stati Uniti, sia riuscito in questa impresa ha dell’incredibile, ma chi conosce Cuba e i valori della Rivoluzione sa che non c’è niente di strano. Da decenni, infatti, medici e infermieri cubani sono impiegati in tutto il mondo contro epidemie e catastrofi naturali. Da decenni, inoltre, Cuba detiene una fiorente industria biofarmaceutica pubblica che ha sviluppato vaccini e farmaci, molti dei quali sono stati poi somministrati nei paesi più poveri. La lotta al Covid è forse la sfida più grande, insieme a quella — vinta — contro l’Ebola.
Ci siamo fatti raccontare dall’ambasciatore Josè Carlos Rodriguez Ruiz i segreti di Cuba.
Cuba sta sviluppando quattro vaccini contro il coronavirus. A che punto sono? Entro quanto tempo confidate di approvarli ufficialmente?
È vero, Cuba sta sviluppando quattro candidati vaccini contro il Covid-19: Soberana 01, Soberana 02, Abdala e Mambisa, nomi che si ispirano alla nostra storia e la nostra cultura. I primi due significano “sovrano”, Abdala è un’importante opera letteraria e Mambisa è il termine che indicava i combattenti cubani durante la guerra d’indipendenza dalla Spagna. Stanno tutti entrando nella fase III di sperimentazione e stanno tutti dando risultati molto incoraggianti, migliori delle aspettative; confidiamo di poter pubblicare, alla fine di marzo, i risultati totali della sperimentazione clinica, come chiede l’Organizzazione Mondiale della Sanità . Poi la parola passerà  all’ente regolatorio cubano, Cetmet.
Chi ha finanziato la ricerca sui vaccini cubani?
Lo stato cubano. Al 100%. Siamo gli unici. Tutti gli altri vaccini sono privati o vedono una partecipazione tra pubblico e privato. In questo momento secondo l’OMS i candidati vaccinali cubani contro il Covid -19 rappresentano l’8% di tutti i candidati vaccinali giunti finora alla sperimentazione clinica a livello mondiale.
Che capacità  produttiva hanno i vostri stabilimenti biofarmaceutici? Siete dotati di tutte le tecnologie necessarie per produrre decine di milioni di dosi?
Siamo in grado di produrre 100 milioni di dosi nel 2021, 25 milioni delle quali entro aprile. Le prime 130mila dosi di Soberana 02 sono già  pronte e si stanno somministrando alla popolazione de L’Avana, Cienfuegos e Santiago di Cuba nell’ambito della sperimentazione clinica. Il nostro obiettivo è quello di vaccinare entro il 31 dicembre il 100% della popolazione cubana gratuitamente, ma potremmo riuscire a farlo molto prima. Naturalmente siamo attrezzati per proseguire la produzione anche nei prossimi anni e per modificare i vaccini in base alle varianti che, inevitabilmente, si svilupperanno in tutto il mondo.
Cuba ha una lunga tradizione di solidarietà  con i paesi più poveri, soprattutto quelli del continente africano. Offrirete loro gratuitamente le cure che state sviluppando?
La missione dell’industria biofarmaceutica e della medicina a Cuba è legata fin dal 1959 ai valori umanistici della Rivoluzione. Il nostro scopo è servire i popoli e in questo modo avanzare nella costruzione di opportunità  per tutti. Metteremo in campo forme di cooperazione internazionale per aiutare i paesi più poveri del mondo come abbiamo sempre fatto.
Fare la rivoluzioni con medici e farmaci e non con le armi, quindi?
La filosofia del popolo cubano è ispirata a un semplice concetto espresso dal nostro eroe nazionale, Josè Marti: patria es humanidad, la nostra patria è l’umanità . Tutte le nostre azioni sono orientate da questo principio ed è vero, abbiamo una lunga storia di solidarietà  e cooperazione con molti paesi africani, ma anche con l’America Latina e l’Asia. Io stesso ho combattuto nel 1987 e 1988 per aiutare il popolo dell’Angola a liberarsi dal dominio imposto dal Sudafrica…   I nostri medici si trovano ovunque. A marzo 2020 avevamo 29mila dottori e infermieri in oltre 50 paesi del mondo per fronteggiare la prima fase dell’emergenza sanitaria. Anche oggi, dopo un anno, ci sono oltre 30mila medici e infermieri cubani in 61 nazioni. Detto questo è doveroso essere precisi e rigorosi: noi non abbiamo mai detto che offriremo a tutti, indistintamente, i nostri vaccini gratuitamente. L’ho letto su molti giornali, ma non è vero, come non lo è — al momento — che vaccineremo gratis i turisti. Tutto quello che posso dire, però, è che Cuba non concepirà  vaccini e altri medicinali come merci. Nessun profitto è accettabile sulla salute umana.
Questo significa che se i paesi più ricchi vorranno i vostri vaccini dovranno pagarli?
Sì, certo. Cuba offre da decenni milioni di dosi di vaccini ai paesi poveri tramite donazioni dirette o acquisizioni da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità . Ma perchè dovremmo donare i nostri vaccini ai paesi più sviluppati?
Quanto è costato a Cuba sviluppare quattro vaccini? E quanto investe il vostro paese in sanità , istruzione e welfare?
Il costo è stato enorme, soprattutto per un piccolo paese come il nostro sottoposto al blocco da parte degli USA. Nel 2020 il governo cubano ha approvato un bilancio statale di 70miliardi di pesos (circa 2,5 miliardi di euro, ndr), 13 di questi sono stati destinati alla sanità  pubblica, cioè il 17,4 per cento. Il 15 per cento è servito per l’istruzione e il 10,3 per cento per il welfare. Per fronteggiare il Covid lo Stato ha stanziato un ulteriore miliardo di pesos, denaro impiegato anche a progettare i vaccini.
Brevetti vaccini: cosa farà  Cuba
Quando verranno approvati, sarete disposti a condividere i brevetti dei vostri vaccini con gli altri paesi del mondo?
Quello che è certo, al momento, è che offriamo la possibilità  di svolgere le prove cliniche dei nostri vaccini in tutto il mondo. Ce le stanno chiedendo anche diversi paesi europei, ed è il presupposto fondamentale per poi avviare un discorso riguardante anche i brevetti per la produzione. Capirà  che prima di produrre il nostro siero in Italia, ad esempio, abbiamo bisogno di studiarne efficacia e sicurezza su un campione di popolazione, ma anche di verificare la conformità  con le norme sanitarie del paese.
E chiederete in cambio una contropartita economica?
Chiaro, logicamente sì. Non si può pretendere che Cuba faccia un investimento del genere sui vaccini e che i paesi ricchi e sviluppati ne usufruiscano gratuitamente, mentre sborsano cifre esorbitanti alle case farmaceutiche private. Noi sappiamo distinguere chi ha bisogno del nostro aiuto gratuito da chi non ne ha… Non faremo mai un “mercato” con la salute, ma non possiamo permetterci di donare vaccini a tutti.
Questo discorso quindi vale anche per l’Italia…
Certo. Le faccio un esempio: quando a marzo del 2020 abbiamo inviato le nostre brigate mediche Henry Reeve in Piemonte e Lombardia ci è stato subito chiaro che si trattava di un’emergenza improvvisa, che l’Italia era in quel momento il primo paese dopo la Cina in cui si stava diffondendo l’epidemia, e abbiamo offerto il nostro aiuto gratuitamente. Questo ruolo ci è stato riconosciuto da tutti i medici italiani coi quali abbiamo collaborato, tutti hanno confermato l’umanità  e le competenze dei colleghi cubani e ciò ci riempie d’orgoglio. Però oggi, a un anno di distanza, non si può pretendere che trattiamo una potenza economica come tratteremmo, ad esempio, Haiti. Progettare e sviluppare vaccini ha avuto un grande costo per il popolo cubano.
Le conseguenze dell’embargo USA
Quanto pesa per Cuba l’embargo degli USA, da 61 anni? Cosa comporta concretamente in campo sanitario?
Il peso è enorme. Dal 1959 siamo sottoposti a blocco commerciale e finanziario da parte degli Stati Uniti, una misura che è stata ulteriormente rafforzata negli anni della presidenza Trump. Considerate che solo tra marzo 2019 e aprile 2020 l’embargo è costato a Cuba 5 miliardi di dollari. Ma vi faccio un esempio concreto: all’inizio della pandemia Alibaba (la multinazionale di e-commerce, ndr) ha donato ventilatori polmonari a tutti i paesi dell’America Latina, Cuba però ne è stata esclusa.
Perchè? Alibaba è cinese…
È vero, ma ha un’importante componente statunitense, ed è stata sufficiente per escluderci dalla donazione. Anche per questo siamo costretti a fare tutto da soli, anche i vaccini. Credete che potremmo contare sulle grandi case farmaceutiche? Sulle stesse che tengono sotto scacco anche l’Europa ritardando le consegne delle dosi? Sarebbe un suicidio.
Rischiate di avere problemi nell’approvvigionamento di materiale farmaceutico a causa dell’embargo?
Sì, è un rischio enorme e concreto. La verità  è che potrebbe mancare qualsiasi cosa: un componente di un apparecchio sanitario, una tecnologia o un principio attivo che potremmo reperire negli Stati Uniti, ma che non può raggiungere Cuba a causa del blocco. In quel caso saremmo costretti a rivolgerci altrove a costi molto più alti ma con grandi difficoltà . Un esempio: se volessimo acquistare una macchina della multinazionale tedesca Siemens dotata di una porzione di tecnologia statunitense non potremmo farlo…
Chiederete la fine dell’embargo agli USA in cambio del vostro contributo alla sconfitta della pandemia?
Lo chiediamo da decenni, inascoltati. Con Trump il blocco è peggiorato e ora speriamo che l’amministrazione Biden voglia almeno modificarne le condizioni, come promesso in campagna elettorale.
Perchè Cuba è una “superpotenza medica”
Secondo la Banca Mondiale Cuba è la nazione con il più alto numero di medici ogni mille abitanti, il doppio dell’Italia e il triplo degli Stati Uniti. Eppure si tratta di un paese povero. Come è possibile?
A Cuba ci sono circa nove medici ogni mille abitanti (in Italia circa 4, negli USA meno di 3, ndr). Ci riusciamo offrendo una formazione medica universitaria gratuita non solo ai cubani ma anche a migliaia di studenti provenienti da paesi in via di sviluppo. Ci siamo dotati di diversi programmi di prevenzione efficaci e abbiamo fatto grandi progressi nell’area terapeutica. Per quanto riguarda le malattie infettive, otteniamo risultati importanti grazie a ripetute campagne di vaccinazione e abbiamo piani nazionali per garantire risposte rapide a disastri e pandemie.
Dall’inizio della pandemia Cuba ha avuto poco più di 51mila casi e 328 morti. Il tasso di letalità  del Covid è dello 0,6%, cinque volte più basso rispetto all’Italia (3,4%). Come avete fatto?
Sono molti i fattori da tenere in considerazione. Cuba ha un sistema di Protezione Civile molto avanzato e pronto per rispondere tempestivamente a emergenze di varia natura come quelle legate a epidemie e disastri naturali. Questa del coronavirus è stata la vostra prima epidemia dopo la Spagnola del 1918, ma noi ne abbiamo vissute altre come l’Influenza Suina e una delle varianti del Dengue emorragico. Per questo abbiamo sviluppato un’enorme esperienza e il nostro Istituto Pedro Kourà­ — considerato tra i più autorevoli al mondo nel campo delle malattie tropicali — raccoglie e sistematizza costantemente materiale scientifico per lo studio delle malattie infettive. Sappiamo sempre cosa fare di fronte a delle pandemie.
Eravate preparati all’epidemia dopo i primi casi in Cina?
Sapevamo cosa fare, avevamo sistematizzato tutte le informazioni e non va dimenticato che migliaia di nostri medici fanno esperienze all’estero, in paesi del terzo mondo spesso alle prese con epidemie. Ricordate l’ebola del 2014? Rispondendo all’appello dell’ONU Cuba inviò il contingente più massiccio di medici, infermieri e specialisti nell’Africa occidentale: oltre 450 in totale, di cui 165 in Sierra Leone e altri 296 in Liberia e Guinea. Senza i medici cubani quell’epidemia non sarebbe stata sconfitta e si sarebbe diffusa, ma quelle conoscenze sono servite anche contro il Covid.
Protezione Civile, competenze mediche…
E farmaci, soprattutto quelli del gruppo Bio Cuba Pharma. Uno su tutti, Jusvizna, un immunoregolatore impiegato nell’artrite reumatoide che si è dimostrato efficace e sicuro in pazienti con COVID-19 con tempeste di citochine. La somministrazione precoce di Jusvizna ha migliorato le condizioni dei pazienti gravemente malati ed evitato la progressione a una malattia critica, contribuendo a ridurre il numero dei morti.
Anche voi avete fatto ricorso al lockdown?
Sì, siamo stati costretti anche noi a farlo anche se non abbiamo mai dovuto chiudere tutto il paese, ma solo delle aree circoscritte a volte grandi come quartieri. La priorità  è stata isolare i positivi ed evitare la sua trasmissione incontrollata, anche chiudendo le frontiere. Economicamente è stato un colpo durissimo per una nazione fortemente dipendente dal turismo, ma non potevamo fare diversamente. L’alternativa sarebbe stata perdere migliaia di vite. Inaccettabile.
Cuba ha 4 vaccini in dirittura d’arrivo e migliaia di medici in tutto il mondo. È questo il vostro contributo per sconfiggere la pandemia?
Il senso del nostro sforzo è racchiuso nel concetto che ho citato prima: “Padria ed humanidad”. Crediamo nel valore della cooperazione e nella solidarietà  e siamo disposti a mettere in campo tutte le nostre risorse per uscire dalla pandemia, in questo caso medici e ricerca scientifica di primo livello. Crediamo che tutti debbano fare la loro parte senza egoismi, con la massima responsabilità , mettendo la salute e non il profitto al centro di tutto e avendo cura anche di quella dei paesi in via di sviluppo. Abbiamo dimostrato di essere in grado di offrire il nostro aiuto concreto in tutto il mondo, e su questo non devono esserci dubbi. D’altro canto chi, oggi, in Europa si occupa di paesi come Mali, Guinea, Niger, Angola? Chi lo fa, se non Cuba? Noi abbiamo da sempre un grande rapporto con i popoli africani, ma non abbiamo mai preteso di sfruttare le loro miniere, non abbiamo sottratto le loro risorse naturali. Non abbiamo chiesto niente in cambio, e non faremo operazioni di mercato neanche con i vaccini.

(da Fanpage)

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SECONDO BERTOLASO “TUTTA L’ITALIA VERSO LA ZONA ROSSA”

Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile

ORA ANCHE I GOVERNATORI SOVRANISTI SONO PREOCCUPATI: ERANO QUELLI CHE VOLEVANO APRIRE TUTTO

I numeri dei nuovi contagiati crescono, complice soprattutto la vairante inglese. E i colori delle diverse zone d’Italia potrebbero mutare di ora in ora.
Per Guido Bertolaso, consulente del presidente di Regione Lombardia per il Piano Vaccinale   “tutta Italia, tranne la Sardegna, si stia avvicinando a passi lunghi verso la zona rossa. La Lombardia, per quello che ha passato nei mesi scorsi, è più vulnerabile rispetto ad altre regioni, ma non sono preoccupato per questa regione più che per altre”.
Ma non c’è solo la Lombaria a “combattere” contro la curva in netta risalita dei contagi. Per il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio “nonostante non si siano ancora accese e spie dell’allarme, abbiamo però una situazione che ci dice che, quotidianamente, le cose stanno peggiorando. C’è un contagio che sta risalendo, numeri che stanno aumentando. Abbiamo ancora, ed è un dato importante, i valori dei ricoveri in terapia intensiva e in terapia ordinaria che sono sotto soglia, sotto il 30 e il 40%. Però c’è un aumento ed è un aumento quotidiano”.
Cirio, intervistato da Sky Tg24 ha poi rimarcato: “Questo è il motivo per cui sono intervenuto e interverrò ancora nei prossimi giorni   e così come abbiamo già  iniziato a fare con le zone rosse e faremo nei prossimi giorni, dobbiamo essere pronti ad intervenire chirurgicamente laddove è necessario”. Concludendo: “I numeri del pre-report arriveranno questa sera, la valutazione settimanale è importante e credo che noi abbiamo i numeri per rimanere generalmente in zona arancione, ma bisogna intervenire invece puntualmente giorno per giorno dove ci sono focolai e soprattutto dove ci sono le varianti inglesi, come abbiamo fatto nelle scorse ore”.

(da agenzie)

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OGNUN PER SE’, L’UE PER TUTTI: CONTINUA IL CAOS EUROPEO SUI VACCINI

Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile

AUSTRIA E DANIMARCA VOGLIONO FARE DA SOLI E DIALOGANO CON ISRAELE, DA BRUXELLES SDRAMMATIZZANO PER EVITARE UNA ROTTURA PERICOLOSA

La mossa di Austria e Danimarca di muoversi in autonomia sui vaccini di seconda generazione per le varianti del covid e di annunciare partnership con Israele per la produzione del siero porta tutti i segni del fallimento della campagna vaccinale europea. Ma in Commissione Ue la prendono come se non fossero stati loro a proporre mesi fa l’Unione europea della sanità .
“Le vaccinazioni sono responsabilità  degli Stati membri”, sottolinea a più riprese il portavoce di Ursula von der Leyen, Eric Mamer che anche oggi, con gli altri portavoce di Palazzo Berlaymont al briefing quotidiano con la stampa, ha dovuto controbattere al fuoco di fila di domande su una campagna vaccinale europea che non decolla, tanto che gli Stati tentano di organizzarsi da soli.
Non è la fine dell’Ue (non ancora per lo meno), ma certo in queste condizioni nemmeno l’Unione della sanità  decolla. In Commissione allargano le braccia.
L’iniziativa del cancelliere austriaco Sebastian Kurz non sembra estemporanea. Riprende il filo di un’idea nata già  l’anno scorso, quando il capo del governo di Vienna ha dato vita al cosiddetto ‘First mover group’ insieme a Danimarca, Grecia e Repubblica Ceca – paesi membri dell’Ue – e alla Norvegia, cui poi si sono aggiunti Israele, Singapore, Australia e Nuova Zelanda.
Trattasi di un gruppo di paesi i cui leader sono convinti che le organizzazioni internazionali come l’Organizzazione mondiale della Sanità  e anche l’Unione Europea siano state lente nella gestione della pandemia.
Per questo ora vogliono coordinarsi studiando soluzioni comuni per non strozzare l’economia con restrizioni eccessive e per evitare ritardi e inefficienze anche nella campagna vaccinale.
La prima mossa di Kurz è di recarsi in visita ufficiale in Israele con la premier danese Mette Frederiksen questa settimana. Obiettivo: avviare “una collaborazione sulla produzione dei vaccini”, ha annunciato ieri il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Austria, Danimarca e i membri del gruppo ‘First Mover’ in futuro non faranno più affidamento sull’Ue e, insieme a Israele, produrranno dosi di vaccino di seconda generazione per far fronte ad ulteriori mutazioni del coronavirus”, dice Kurz.
Non solo Israele: venerdì scorso, il cancelliere austriaco ha anche avuto un colloquio telefonico con Vladimir Putin con cui ha esplorato la possibilità  di importare il vaccino russo Sputnik in Austria e di avviare una collaborazione con Mosca per produrre insieme il siero.
Ma soprattutto l’iniziativa di Kurz rompe un tabù tra i paesi più filo-europei.
Finora solo Ungheria e Slovacchia hanno importato lo Sputnik senza aspettare l’autorizzazione dell’Agenzia Europea del farmaco (Ema), la Repubblica Ceca pure si dice pronta a fare la stessa cosa, la Polonia sta trattando con la Cina.
Il premier ungherese Viktor Orban si è addirittura vaccinato con il siero cinese Sinopharm. Ma i paesi dell’est – si sa – hanno sempre strappato ampi margini di manovra a Bruxelles, pur nella loro adesione all’Ue.
Diverso è il caso dell’Austria, paese vicinissimo culturalmente e politicamente alla Germania, asse portante dell’Unione. Più che Bruxelles, lo smacco di Kurz colpisce direttamente Angela Merkel nel suo tentativo di voler mettere in piedi una campagna vaccinale europea, insieme alla presidente della Commissione Ue, la tedesca von der Leyen.
“Noi guardiamo a quello che succede fuori dall’Ue – continua Mamer dalla sala stampa della Commissione Ue – ma ci sono cose che sono in capo all’Ue e altre che sono in capo agli Stati”. Della serie: la Commissione fa il suo, ma poi il problema è che l’Ue non è uno Stato ma una ‘somma’ di 27 paesi diversi.
“In Europa abbiamo 450 milioni di persone da vaccinare, Israele ne ha solo 10 milioni. Bisogna anche avere il senso delle proporzioni.. E poi l’Europa ha 27 Stati con differenti strutture sanitarie…”, aggiunge il portavoce di von der Leyen.
La Commissione Europea ha compiuto i suoi errori – riconosciuti dalla presidente – nelle trattative con le Big Pharma, ma sconta anche la debolezza insita in una Unione che non è uno Stato federale.
Ad ogni modo, adesso la china è molto pericolosa. Se ne sono accorti anche a Bruxelles. E sarà  anche per questo che dai palazzi della politica europea si tende a giustificare la mossa di Kurz: per sdrammatizzare.
“Gli Stati membri hanno sempre avuto la possibilità  di chiudere contratti con compagnie che non rientrano nella strategia Ue – dice un portavoce della Commissione – Il virus del Covid colpisce tutto il mondo, le lezioni che possiamo imparare da approcci diversi, di diverse parti del mondo, sono sempre ben accolte, poichè ci possono rafforzare”.
Quanto al futuro, la strategia europea sui vaccini resta in piedi, con “l’incubatore Hera”, per sviluppare il vaccino contro le varianti del covid, incubatore “di cui beneficiano tutti gli Stati membri”, e con la task force del commissario all’Industria Thierry Breton per aumentare la produzione. “Finora nessuno Stato ci ha detto che vuole meno dosi. Al contrario: tutti vogliono continuare a essere parte del programma, ma alcuni si stanno muovendo per preparare il futuro sulle varianti”.
Anche se fuori è tempesta o forse proprio per questo, Bruxelles usa il tono conciliante, per “non mettere il carro davanti ai buoi”, dicono in Commissione, per non saltare a conclusioni pericolosissime.
Paolo Gentiloni esalta lo sforzo europeo. “Ognuno riconosce le proprie responsabilità , ma meno male che abbiamo un ‘procurement’ comune” dei vaccini anti-Covid in Europa, dice il Commissario alll’Economia in audizione al Parlamento italiano. “Pensate a che cosa sarebbe la guerricciola tra i 27 Paesi europei per procacciarsi il vaccino, magari attraverso intermediari più o meno probabili, magari attraverso un mercato nero che purtroppo c’è, magari con garanzie sulla catena del freddo o sulla qualità  del procacciato un pò meno robuste di quelle europee”.
Ma intanto il ‘First mover group’ di Kurz dà  i primi passi fuori dal territorio europeo. Potrebbe finire anche solo come ennesimo gruppo di pressione su Bruxelles, tipo il quartetto di Visegrad a est o tipo i paesi della ‘Lega anseatica’ a nord. Ma non sarebbe un bene per l’unità  europea.
L’Unione della sanità  poi, questa sconosciuta.

(da “Huffingtonpost”)

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IL VIROLOGO CLEMENTI PERPLESSO: “USARE LA STRATEGIA DELLA DOSE SINGOLA E’ UN AZZARDO”

Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DEL SAN RAFFAELE DI MILANO: “SE UNO GIOCA ALLA ROULETTE E VINCE, BENE. MA GIOCO D’AZZARDO RIMANE”

Dopo Antonella Viola e Andrea Crisanti aumenta il numero degli studiosi scettici sulla scorciatoia della dose unica, anzichè due, per aumentare il numero dei vaccinati.
Venti milioni di britannici hanno ricevuto almeno la prima dose di vaccino anti-Covid. E il Paese è sotto i riflettori perchè in maniera pionieristica ha voluto esplorare la via di dare una dose a più persone possibili, ritardando la seconda. Il dibattito è acceso.
Anche in Italia, alla luce di una campagna la cui velocità  risente del ritmo delle consegne, ci si interroga se sia meglio avere una platea di ‘coperti’ inferiore rispettando lo schema a due dosi o sparigliare le carte e tentare l’altra via.
“I britannici sono stati insieme incoscienti e coraggiosi. Nella scienza non c’è nè la verità  nè l’avere ragione o non ragione, c’è il dato. Il dato scientifico era per le due dosi di Pfizer e Moderna, mentre non c’era nulla sulla protezione di una dose singola. Usare questa strategia è stato un azzardo”.
A spiegarlo è il virologo Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’ospedale San Raffaele di Milano, docente all’università  Vita-Salute.
“Per il momento – analizza – i dati che emergono sembrano dare ragione alla scelta Uk, sembra che questa sia stata vantaggiosa, anche se devo dire che un prezzo è stato pagato, avendo una larga parte di popolazione non immunizzata come si deve, ma immunizzata a metà “.
Il giudizio per l’esperto va sospeso. Infatti, “andrebbe capito cosa succede in questa situazione, come circola il virus in una popolazione di mezzi immunizzati, come reagisce, se si formano varianti. Tutto questo non lo sappiamo. Quindi è stato un azzardo. Se uno gioca alla roulette e vince, bene. Ma ha sempre giocato d’azzardo. Vedremo dunque alla fine come va. Intanto nel Regno Unito i casi sono diminuiti moltissimo, ma non dimentichiamo che lì hanno avuto anche un lockdown nazionale. Mentre dove si vede perfettamente ‘la mano’ del vaccino è in Israele, che ha avuto un forte cambio di rotta. Ma anche negli Usa, dove a dare una dose sola non ci pensano neanche lontanamente. La soluzione? E’ sempre quella: avere dosi ed essere efficienti nel vaccinare”.

(da agenzie)

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CONTAGI A SCUOLA IN EMILIA ROMAGNA AUMENTATI DEL 70% IN UN MESE

Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile

DOVE SONO QUEI CAZZARI SOVRANISTI CHE   VOLEVANO APERTE TUTTE LE SCUOLE? ORA CON DRAGHI STANNO ZITTI

Un febbraio nero per i contagi nel mondo della scuola. Mai così tanti casi nelle scuole di ogni ordine e grado dell’Emilia-Romagna come nel mese che si è appena concluso. La Regione è in arancione scuro per metà , Bologna sta scivolando verso la zona rossa.
Proprio stamattina la Regione ha diffuso i dati sulla scuola: dagli asili nido alle superiori sono stati in totale 6.080 tra bambini, ragazzi, insegnanti e personale gli emiliano-romagnoli ad aver contratto il virus, rappresenta lo 0,9% rispetto a una popolazione scolastica di oltre 661mila persone. Ma quello che allarma è l’aumento del 70% rispetto alle quattro settimane di gennaio.
Nelle ultime due settimane – dal 15 al 21 e dal 22 al 28 febbraio – c’è un’incidenza superiore ai 350 casi ogni 100mila persone per tutte le fasce d’età  dai 6 ai 18 anni, mentre tra i bambini fino ai 5 anni l’incidenza è vicina ai 250 casi.
“Siamo in una situazione inedita, i dati parlano da soli. In un periodo di due settimane abbiamo avuto un picco di contagiati che non ha paragoni con i mesi precedenti. E secondo l’interpretazione unanime degli scienziati, compresi i nostri esperti, tutto questo è dovuto alla maggiore diffusività  del virus a causa della predominanza della variante inglese” commenta Raffaele Donini, assessore emiliano-romagnolo alla Salute.
Di fronte alle proteste sulla chiusura delle sucole nelle zone arancione scuro (Bologna e parte della Romagna) Donini replica: “Ecco perchè abbiamo guardato i territori con maggiore incidenza di contagio, insieme ai parametri ospedalieri, e abbiamo condiviso con tutti gli enti locali e le aziende sanitarie delle misure aggiuntive rispetto alla fascia arancione per implementare ulteriori restrizioni che mettessero al riparo la fascia di età  scolastica e riducessero la circolazione delle persone”.
Rispetto al totale dei positivi in età  scolastica dal 14 settembre, data del primo giorno di apertura degli istituti, la diffusione maggiore si registra nelle scuole primarie (5.682 casi) e in quelle superiori (5.456 contagi) – in Dad da novembre al 18 gennaio – a seguire le secondarie di I grado (4.441 positivi), i servizi educativi 0-3 anni (1.919 casi) e infine le scuole per l’infanzia (699 contagi).
Tra gli insegnanti, il luogo dove ci sono stati più contagi sono le primarie (975 casi), a seguire le superiori (654 positivi), poi gli asili nido (623 contagi), le medie (485 casi) e le materne (306 positivi).
Cifre che si fanno ancora più significative – si legge nella nota della Regione – se si prende in esame il periodo dal 14 al 28 febbraio: 3.233 casi tra gli studenti (suddivisi tra 1.008 nelle primarie, 939 nelle secondarie di II grado, 723 nelle secondarie di I grado, 389 nei servizi 0-3 e 174 nelle scuole dell’infanzia) e 483 tra gli insegnanti (di cui 155 nelle primarie di I grado, 104 nei servizi 0-3 anni, 93 nelle secondarie di II grado, 69 nelle scuole per l’infanzia e 62 nelle secondarie di I grado).
Scuola contagi: i focolai
I focolai nati specificatamente in ambito scolastico, dal 7 gennaio all’1 marzo, sono stati in totale 408, e hanno coinvolto complessivamente 2.314 persone tra allievi, insegnanti e personale: 125 nelle scuole elementari, con 763 casi, 83 nelle scuole medie, che hanno comportato 474 positivi, sempre 83 anche alle superiori, dove si sono registrati 400 casi, 76 alle materne, per un totale di 435 contagi, 31 negli asili nido, relativi a 203 casi, e 10 in altri istituti di vario genere, per 39 casi complessivi.

(da agenzie)

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VOGLIAMO I GENERALI (DOPO IL SUPERBANCHIERE, I SUPERTECNICI E IL SUPERPOLIZIOTTO)

Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile

ARCURI NON ANDAVA BENE PERCHE’ SPROVVISTO DI UNIFORME E CODICI NATO…MA CHE FINE HANNO FATTO I RISTORI E IL RECOVERY FUND? DRAGHI “SE LO RISCRIVE DA SOLO” CON TRE ILLUSTRI SCONOSCIUTI MAI VISTI IN PARLAMENTO

Mancava giusto un bel generale, per far capire anche ai più duri di cervice il senso dell’Operazione Draghi.
E il generale, anzi supergenerale Figliuolo, è puntualmente arrivato subito dopo il superbanchiere, i supertecnici e il superpoliziotto Gabrielli.
Il generalissimo si occuperà  di vaccini e di tutti gli altri acquisti anti-Covid al posto di Arcuri (troppo efficiente e soprattutto sprovvisto di uniformi, stivaloni, mostrine e codici Nato).
Il poliziottissimo controllerà  i servizi segreti dopo averli guidati al Sisde e all’Aisi, con la stessa logica che fa dell’avvocato di B. il sottosegretario alla Giustizia.
Naturalmente il dittatore era Conte, che affidava le forniture a un manager pubblico esperto del ramo e il controllo degli 007 all’autorità  politica.
Ora, con la giunta bancario-tecnico-poliziesco-militare, basteranno un presentat’arm, un fianco destr, un avanti marsch, un “fermo o sparo!” e un paio di missili terra-aria con le colonne sonore di Full Metal Jacket e 007-Dalla Russia con Sputnik per far piovere una marea di vaccini e piegare alla resa i cattivoni di Big Pharma.
L’esultanza di Lega, FI, Iv e financo FdI — è sacrosanta: erano loro, con giornali e talk al seguito, a chiedere la testa di Arcuri, pur non sospettando di essere scavalcati a destra con l’avvento di un militare. Troppa grazia.
Resta da capire che ci stiano a fare lì M5S, Pd e LeU, che avevano chiesto la conferma di Arcuri per l’ottima partenza delle vaccinazioni (fino al taglio delle dosi) e ieri hanno appreso dai tg che era saltato.
Come già  sui ministeri-chiave e sul cambio della guardia alla Protezione civile, noto a Lega e FI ma non a loro, relegati al ruolo di spettatori e donatori di sangue.
Per l’angolo del buonumore, ci sovviene il monito di Mattarella: “Non si cambiano i generali in piena guerra”, intesi come Conte, Speranza, Gualtieri, Arcuri, Borrelli &C. Non n’è rimasto neppure uno, a parte Speranza, che apprende dalle agenzie la decimazione dei suoi bracci operativi.
Ma in fondo di “generali” prima non ce n’erano: adesso sì. Intanto, mentre ci distraggono con le grandi manovre in alta uniforme, i 32 miliardi dei Ristori attendono il decreto da due mesi.
Le task force, onta e disdoro di Conte, diventano orgoglio e vanto di Draghi, che ne ha fatte 8 in una settimana (ne ha una pure Brunetta).
E il Recovery Plan? A novembre era già  “in ritardo” sul 30 aprile e il tiranno Conte voleva “accentrarlo bypassando il Parlamento” fra gli alti lai dei partiti e dei Cassese.
Ora Repubblica informa che Draghi “ha fretta” e “se lo riscrive da solo”, con l’ausilio di tali “Franco, Giavazzi e D’Alberti”, mai visti nè sentiti in Parlamento.
È, citiamo sempre Rep, il “ritorno della Costituzione”, che avanza a passo di marcia. Anzi, marcetta.

Marco Travaglio
(da il Fatto Quotidiano)

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SCAVALCATI TAMPONI, BLOCCO DEI VOLI E QUARANTENA: COSI’ IL CEPPO BRASILIANO E’ ARRIVATO IN ITALIA

Marzo 2nd, 2021 Riccardo Fucile

DA SAN PAOLO A MILANO MALPENSA, PASSANDO PER MADRID E CON TAPPA FINALE A VARESE: RICOSTRUITO IL PERCORSO DEL PRIMO CASO

Tre barriere l’Italia ha eretto per fermare la variante brasiliana. E tre barriere lei ha superato, atterrando all’aeroporto di Milano Malpensa il 17 gennaio.
E’ il primo caso scoperto da noi e arriva il giorno dopo il blocco dei voli dal paese sudamericano deciso dal Ministero della Salute.
Una ricerca di un gruppo di scienziati italiani, dell’ospedale di Varese, dell’università  dell’Insubria e di quella di Pisa, ricostruisce oggi il suo percorso. La pubblica la rivista Infectious Emerging Diseases, edita dai Centers for Disease Control (Cdc) americani.
All’aeroporto di San Paolo, il 16 gennaio, si presenta una famiglia formata da un uomo di 33 anni, la moglie di 38 e la figlia di 7. “Avevano fatto il tampone molecolare prima del volo ed era negativo” spiega Fabrizio Maggi, professore all’università  dell’Insubria e direttore del laboratorio di microbiologia dell’ospedale di Varese. “Non è strano e non dipende da un errore del test. Il virus non può essere rilevato i primi giorni dopo il contagio”.
Prima barriera saltata. La variante brasiliana sale a bordo dell’aereo. In Italia non possono atterrare i voli diretti dal Brasile, ma uno scalo a Madrid permette alla famiglia di cambiare velivolo e planare senza restrizioni a Milano.
Così il blocco dei collegamenti aerei — la seconda barriera — viene agilmente superato. La variante brasiliana ora è in Italia.
Dovrebbe scattare quindi la quarantena in ogni caso. E lo fa anche. Peccato che abiti a Varese e da Malpensa non abbia altro modo di raggiungere casa se non in treno.
Su consiglio del medico di famiglia, e come previsto per i viaggiatori provenienti da paesi a rischio, l’uomo a Varese si sottopone a tampone. E’ positivo, come la moglie. Ha anche una carica virale alta, ma resta fortunatamente senza sintomi.
La loro provenienza, però, fa scattare un campanello d’allarme fra le autorità  sanitarie di Varese, che decidono di indagare la natura di quel virus.
“Abbiamo sequenziato il genoma della proteina spike e abbiamo trovato le caratteristiche tipiche della variante brasiliana” conferma Maggi. Mutazione nella posizione 501: responsabile della maggiore contagiosità . E mutazione nella posizione 484: responsabile di una certa abilità  nello sfuggire al sistema immunitario. La variante sembra essere nata a Manaus, in Amazzonia. Ma la famiglia atterrata a Varese non ha mai messo piede fuori San Paolo. Segno che quel ceppo è ormai diffuso in tutto il paese sudamericano.
La storia si ripete, questa volta con la variante del Sudafrica.
Qualche giorno dopo il volo da San Paolo, un altro viaggiatore partito dal Malawi e atterrato a Malpensa si ritrova positivo. “Anche questa volta, vista la provenienza, abbiamo preso il tampone e abbiamo proceduto al sequenziamento” racconta Maggi. Variante sudafricana, anche lei con le due mutazioni 501 e 484. Anche lei arrivata indisturbata nonostante le precauzioni prese a livello istituzionale.
La stessa Gran Bretagna, tanto abile nell’individuare nuove varianti, non sempre è stata impeccabile nel tracciamento. Accade all’aeroporto di Londra il 10 febbraio. I viaggiatori provenienti dal Brasile si sottopongono tutti al tampone al loro arrivo. In tre vengono trovati positivi, ma uno nel compilare il modulo con i propri dati non lascia tutti i recapiti corretti. Non verrà  più ritrovato. Il virus di Manaus si è ritagliato un altro sentiero in Gran Bretagna, che lo ha portato chissà  dove. Del caso si è occupato il British Medical Journal.
Da Varese, i tre casi italiani identificati dopo i loro viaggi non sembrano aver causato altri contagi. “Non ne abbiamo notizia” conferma Maggi. E’ possibile che i ceppi brasiliano e sudafricano siano incapaci delle fiammate della variante inglese.
“La sudafricana sembra effettivamente meno presente da noi, ma la brasiliana ha causato dei focolai in Umbria con contagi anche sostenuti” precisa però il virologo di Varese. In Lombardia, almeno partendo dai risultati del laboratorio di Maggi, sembra che la prevalenza del ceppo britannico sia al 30%, e abbia tutte le intenzioni di continuare a crescere.
Alla variante inglese sono forse associati anche alcuni casi di reinfezione: persone guarite e poi infettate di nuovo dal coronavirus. “Abbiamo un paio di casi confermati in laboratorio” conferma Maggi. “Sono persone contagiate da due ceppi differenti”. Trovarle non è facile: bisogna sequenziare sia il primo tampone positivo che il più recente. La buona notizia, spiega il professore di Varese, “è che al secondo contagio il virus viene eliminato molto rapidamente, nel giro di pochi giorni se non di poche ore”.

(da “La Repubblica”)

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I RISULTATI DELLA GESTIONE ARCURI E LE PROMESSE DEL GOVERNO DRAGHI SULLE VACCINAZIONI

Marzo 1st, 2021 Riccardo Fucile

IL NODO DELLE REGIONI CHE FANNO DI TESTA LORO CON RISULTATI PARADOSSALI E I VACCINI CHE SONO SOLO IL 33,1% DI QUELLI PROMESSI

Carla ha 48 anni e vive a Siena, è un’insegnante ed è stata vaccinata. Sandro ne ha 32, fa lo stesso identico mestiere a Milano ma della sua prima dose di vaccino anti Covid neanche l’ombra.
Tiziano è un 90enne di Padova, aspetta ancora di essere vaccinato contro Covid-19 al contrario del coetaneo Guido, che vive a Roma ed è tranquillo con la sua doppia dose di Pfizer ricevuta.
E ancora in Sicilia le forze dell’ordine continuano a prendere appuntamento per il vaccino Astrazeneca: 14 mila i colleghi già  in parte immunizzati con la prima dose. Nelle Marche solo 32 gli agenti coinvolti nella campagna.
Ogni Regione va avanti da sè. Tempi, priorità  di categoria e logistica variano di territorio in territorio, con liste d’attesa sempre più lunghe e ritardi imprevisti nelle forniture.
Al momento sono circa 1 milione e 400 gli immunizzati in Italia, quelli cioè che hanno ricevuto entrambe le dosi di vaccino.
Lo stato dell’arte delle somministrazioni procede in ritardo e buona parte della popolazione continua ad attendere. Più avanti di tutti sono gli operatori sanitari e sociosanitari con 2.283.724 di iniezioni. Seguono i 684.182 lavoratori non sanitari che hanno ricevuto la prima dose e i 387.075 ospiti di Rsa.
Ma la situazione ancora più difficile è quella che riguarda la vaccinazione di massa delle successive categorie previste dal piano.
Su 4,4 milioni di over 80, solo 579.039 hanno ricevuto almeno una dose. Poi ci sono le fasce di popolazione appartenenti alla fase 3 che invece aspettano di ricevere AstraZeneca. Anche in questo caso si parla di numeri bassissimi.
Sul totale di 3.894.847 di personale docente e non docente, forze armate e di polizia, penitenziari e luoghi di comunità , ad oggi solo sono 147.757 i docenti scolastici con prima dose ricevuta, 61.748 le forze armate.
Le promesse (vecchie e nuove)   che non tornano
«Entro marzo vaccineremo 7 milioni di persone». L’ultimo annuncio del Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri aveva posto un obiettivo chiaro sul numero di popolazione da immunizzare entro il primo trimestre.
La linea che il governo sta tentando di portare avanti prevede da un lato la fase 1, con operatori sanitari, Rsa e over 80, dall’altro una parte della fase 3 con docenti, personale scolastico e forze dell’ordine.
Nelle ultime ore Mario Draghi ha alzato ulteriormente la posta, puntando perfino a un secondo trimestre di circa 600 mila somministrazioni al giorno e 19 milioni di dosi al mese iniettate.
Queste le possibili nuove ambizioni sul tavolo del governo per un’immunità  di gregge da raggiungere entro l’estate. Ma in attesa di una definizione delle nuove modalità , l’obiettivo più prossimo per il governo rimane quello di garantire il vaccino per i 7 milioni di italiani in attesa, promessa da dover raggiungere ormai negli ultimi 30 giorni rimasti del primo trimestre 2021.
Anche in questo caso le promesse del direttivo sembrano essere in bilico tra due problemi principali. Forniture e ritmo di somministrazione.
Il numero complessivo di dosi previste entro marzo è di 15.694.998, una cifra già  ridotta rispetto ai 28 milioni di fornitura promessi all’inizio della campagna vaccinale.
Con un totale di oltre 15 milioni di dosi la promessa dei 7 milioni di immunizzati potrebbe essere quindi rispettata, considerando la necessità  di doppia somministrazione per tutti e tre gli attuali vaccini anti Covid autorizzati.
Da considerare, a questo punto, è l’assenza di carichi di scorta per eventuali imprevisti e ritardi. Un criterio invece seguito al tempo degli accordi iniziali, quando per garantire un’immunizzazione certa, l’ordine previsto per il trimestre era stato del doppio del necessario, 28 milioni appunto.
A proposito di imprevisti e ritardi poi, la situazione attuale è preoccupante.
Sono state finora consegnate il 33,1% delle dosi promesse dalle tre case farmaceutiche Pfizer, Moderna e AstraZeneca, e cioè solo un terzo del previsto.
Per rispettare le scadenze, nelle prossime 5 settimane dovranno essere distribuite in media 2 milioni di dosi ogni 7 giorni. Tra costanti annunci di ritardi e problemi di consegna, Pfizer al momento registra il 43,3% di carico consegnato. Mancherebbero all’appello entro marzo 5.107.288 dosi.
Per Moderna la percentuale di fornitura ad oggi consegnata è del 18,4% con circa 1.085.400 di dosi mancanti.
Situazione simile per AstraZeneca con il 19,6% di consegna già  fatta, 1.048.800 dosi date al Paese sulle 5.352.250 promesse
Non solo ritardi: ritmo giornaliero insufficiente e dosi ancora in frigo
Mancano 5 settimane alla fine del primo trimestre ed esattamente 5.623.388 milioni di persone da vaccinare per rispettare la promessa della strategia nazionale anti Covid.
Il ritmo giornaliero di somministrazioni è attualmente di 70 mila dosi, un numero ancora troppo basso e che da settimane non accenna ad aumentare.
Per riuscire a immunizzare i 7 milioni di italiani promessi dovremmo balzare già  da ora a circa 340 mila iniezioni al giorno.
Senza contare del possibile obiettivo su cui Mario Draghi sarebbe orientato per il secondo trimestre. Lì le dosi giornaliere dovranno raddoppiare e raggiungere il ritmo di 600 mila somministrazioni ogni 24 ore.
Il governo ha spesso motivato la questione della lentezza facendo riferimento ai frequenti tagli di fornitura a cui le big pharma ci hanno abituato fin dai primi momenti di campagna. Ma non è solo questo.
Fino ad ora, per esempio, è stato somministrato solo il 14% delle dosi di AstraZeneca arrivate sul territorio nazionale, con Regioni che non hanno nemmeno iniziato ad utilizzare la fornitura per docenti e forze dell’ordine, e aree in cui le somministrazioni del vaccino di Oxford hanno raggiunto poco più dell’1%.
Non meglio per le dosi di Moderna, ben al di sotto del 50% di somministrazioni: sulle 244.600 dosi disponibili solo 101.178 risultano attualmente iniettate (41,6%).
Meglio per Pfizer con l’88,4% di somministrazioni. Il fatto che il vaccino americano sia stato riservato agli ospedali per la primissima fase di campagna ha con tutta probabilità  facilitato la rapidità  di esecuzione. La sfida più ardua e non ancora vinta è quella della somministrazione di massa dove l’azione capillare sul territorio sta mostrando falle più che evidenti.
La mappa dell’Italia vista dall’alto: i più lenti e i più veloci
Le Regioni che attualmente possono considerarsi le migliori in assoluto per ritmo e numero di somministrazioni non sono molte.
Nel conteggio in percentuale della proporzione tra numero di dosi arrivate e numero di dosi utilizzate, al di sopra del 90% troviamo Valle d’Aosta e Provincia Autonoma di Bolzano. Subito dopo a seguire con 297.967 dosi iniettate su 364.440 arrivate c’è la Toscana, all’81,8%. Campania e Friuli Venezia Giulia sostano poco più sopra dell’80%.
5 le Regioni sotto il 70%: Liguria, Molise, Umbria, Calabria e Sardegna.
Queste ultime due si classificano in assoluto come fanalini di coda rispettivamente con il 57,8% di dosi somministrate ( 99.620 su 172.280) e il 60,5%, 87.287 iniezioni eseguite su 144.380 potenziali.

(da Open)

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COVID, SALE L’INCIDENZA NEGLI UNDER 20, SORPASSO A GENNAIO

Marzo 1st, 2021 Riccardo Fucile

ISS: PER LA PRIMA VOLTA VALORI PIU’ ALTI TRA 13 E 19 ANNI

A partire dalla fine di gennaio l’incidenza dei casi di Covid nella fascia sotto i 20 anni ha superato, per la prima volta da inizio pandemia, quella delle fasce di popolazione più adulte, e a febbraio è rimasta leggermente più alta.
Lo sottolinea un focus sull’età  evolutiva prodotto dall’Iss, l’Istituto superiore di sanità , e presentato lo scorso venerdì al Cts. L’incidenza di gennario/febbraio è stata intorno ai 150 casi per 100mila abitanti. Il valore più alto è registrato fra i 13-19 anni, poco meno di 200 casi ogni 100mila abitanti, mentre nei più piccoli è minore.
Nelle fasce di età  più giovani, fra i casi diagnosticati rimangono pochissimi quelli gravi, mentre quelli lievi sono circa il 60% e il resto sono pauci sintomatici. Il rapporto ha censito anche il numero assoluto dei casi nella fascia di età  sotto i 20 anni, che sono stati sopra i 106mila a novembre per poi scendere a circa 61mila sia a dicembre che a gennaio. Sempre a novembre si è raggiunto il picco di ricoveri in terapia intensiva per queste fasce, 53, scesi poi a 25 a dicembre e 21 a gennaio. Stesso andamento per i decessi che sonostati otto a novembre.

(da agenzie)

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