Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
“SIAMO A PRIMI A VOLER DECENTRARE LA PRODUZIONE DEL VACCINO, SE L’ITALIA AVESSE PARTNER AZIENDALI IDONEI LO AVREMMO GIA’ FATTO”
Interviene l’amministratore delegato di AstraZeneca Italia, Lorenzo Wittum in un’intervista esclusiva a
ClassCnbc.
Wittum ha spiegato che AstraZeneca ha dovuto chiedere ai siti di produzione europea l’esportazione di 250.000 dosi per l’Australia e tecnicamente, visto che il prodotto finito si fa in Italia (Catalent ad Anagni), l’autorizzazione doveva essere fatta dall’Italia.
“Ribadisco il nostro impegno totale a fornire le quantità che abbiamo previsto all’Unione Europea. Nel caso dell’Italia si tratta di 5 milioni nel primo trimestre, e 20 milioni nel secondo trimestre. Sono quantità – ha detto Wittum – che possono essere anche importate da altri paesi e attualmente stiamo cercando di ottimizzare la nostra catena di produzione con tutti gli impianti che abbiamo nel mondo”.
Quanto a un potenziale polo che possa produrre i vaccini in Italia, Wittum ha aggiunto: “Siamo a disposizione per verificare che ci siano dei partner in grado di soddisfare questa necessità . La grande maggioranza dei nostri stabilimenti – spiega l’ad – sono stabilimenti dei partner ai quali abbiamo fatto il cosiddetto trasferimento tecnologico. Cosa vuol dire? Mettere in condizione i partner di produrre secondo il processo che abbiamo disegnato”. Per far sì che “possiamo incontrare questi partner – precisa inoltre – abbiamo bisogno di due elementi. Una capacità tecnica di produrre in grandi bio reattori, processo che tecnicamente si chiama processo di produzione in virus vivo, quindi non è un virus batterico, e ci vuole una certa capacità tecnica iniziale. Secondo, abbiamo bisogno di grandi volumi: cerchiamo partner in grado di produrre decine di milioni di dosi al mese, visto l’impegno che abbiamo di produrre tre miliardi di dosi durante tutto il 2021 per tutto il mondo”.
Come dire: siete voi che non siete attrezzati, altrimenti lo avremmo già fatto, come in altri Paesi.
(da agenzie)
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Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
PAOLA BINETTI IN TESTA, DIVERSI SENATORI HANNO CHIESTO A SPERANZA DI ESSERE CONSIDERATI UNA PRIORITA’
Oggi il Fatto Quotidiano racconta che, Paola Binetti in testa, numerosi senatori stanno implorando il
ministro della Salute Roberto Speranza affinchè vengano inseriti nella lista delle persone da vaccinare, anche se questo significa scavalcare qualcuno che ne aveva già diritto:
“Il virus circola anche tra noi” come ha scritto allarmata la pia senatrice dell’Udc Paola Binetti a tutti i colleghi senatori per chiedere che mettano la firma a una sua proposta da sottoporre al ministro della Salute Roberto Speranza affinchè li includa nelle categorie a rischio con diritto a una corsia preferenziale rispetto alla punturina che salva la vita: “Cari Colleghi, questa è una semplice interrogazione urgente al ministro perchè voglia facilitare la vaccinazione di tutti noi senatori. Certamente sapete che sono ormai almeno una quindicina i colleghi che hanno contratto l’infezione. Non saprei dirvi in quale versione, se per esempio si tratta della variante inglese che tende a diffondersi più velocemente. Ma gli epidemiologi esperti dicono che con questo ritmo alla fine di marzo potrebbero esserci almeno una cinquantina di persone colpite”.
L’interrogazione recita così, accendando all’”ètà media dei senatori, alcuni dei quali con patologie pregresse, e le condizioni di stress e di rischio che i viaggi settimanali comportano per loro oltre alla molteplicità delle relazioni, che sia pure con la massima prudenza, sono tenuti a mantenere in virtù del loro ruolo, si chiede di sapere se il ministro non ritenga ormai utile, necessario e improcrastinabile procedere alla vaccinazione urgente dei senatori, considerando sia la loro età media sia il ruolo che svolgono, non meno a rischio di quello dei docenti e delle forze armate, categorie ormai considerate prioritarie nel nuovo Piano urgente per le vaccinazioni”
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
OSPEDALI SOTTO STRESS, IL MONITORAGGIO DELL’ISS: LE TERAPIE INTENSIVE IN UNA SETTIMANA SALGONO DI QUASI 200 PERSONE
L’indice aumenta dello 0,7% in soli 7 giorni. Il numero di persone ricoverate in terapia intensiva è in
risalita da 2.146 della settimana scorsa a 2.327
Per la prima volta in 7 settimane, il livello di indice Rt medio nazionale raggiunge quota 1,06. La scorsa settimana, il valore si attestava a 0,99. Sono queste le prime anticipazioni del monitoraggio settimanale dell’Istituto superiore di santità e del ministero della Salute esaminato dalla cabina di regia, e che oggi pomeriggio verrà presentato in conferenza stampa alle 16. In base ai dati sulla situazione Coronavirus, verrà definita la colorazione delle varie Regioni.
La situazione negli ospedali
Anche gli ospedali sono sempre più sotto stress. Il tasso di occupazione in terapia intensiva a livello nazionale è al 26%, in aumento rispetto al 24% della scorsa settimana. Nel report si legge di una «netta accelerazione dell’epidemia», con una incidenza nazionale che sfiora i 200 casi per 100 mila abitanti (194,87). Si prevede anche un ulteriore peggioramento: nei prossimi giorni potrebbe raggiungere quota 250. L’incidenza nazionale nella settimana di monitoraggio, quindi, si allontana dall’obiettivo 50 per 100.000.
I dati sui decessi
Per quanto riguarda i dati sui decessi, il quinto rapporto Iss-Istat sull’analisi della mortalità 2020 ha rivelato come tra marzo e dicembre 2020 si sono osservati 108.178 morti in più rispetto alla media dello stesso periodo degli anni 2015-2019 (21% di eccesso). Nel 2020 il totale dei decessi è stato il più alto mai registrato nel nostro Paese dal secondo dopoguerra: 746.146 decessi, 100.526 decessi in più rispetto alla media 2015-2019 (15,6% di eccesso).
(da Open)
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Marzo 5th, 2021 Riccardo Fucile
CON LE VARIANTI, DECORSO PIU’ RAPIDO E AGGRESSIVO
A un anno dall’inizio dell’epidemia, nelle corsie delle terapie intensive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna si è tornati a correre. Proprio come a marzo dell’anno scorso. “E’ anche peggio” spiega Andrea Zanoni, direttore del reparto di rianimazione, che quest’estate si è dotato di un’area dedicata ai pazienti Covid con tecnologie all’avanguardia. In questi giorni tutti gli ospedali della provincia di Bologna stanno fronteggiando un aumento improvviso dei casi. Numeri che fanno paura e che hanno costretto sindaco e Regione a chiedere la zona rossa.
“Il reparto è pieno — racconta Zanoni- dalla scorsa settimana abbiamo avuto un’impennata di ricoveri anche nell’area critica. Siamo stati costretti a rimandare parte degli interventi ordinari programmati”. A preoccupare i medici in prima linea sono le varianti, l’inglese soprattutto, che colpisce pazienti più giovani. “Rispetto alla prima ondata l’età media si è abbassata. Ora vengono intubate anche persone di 50 o 60 anni senza altre patologie”.
Anche il decorso della malattia è diverso. Più veloce e più aggressivo. “I sintomi si aggravano nel giro di poco tempo ” racconta Daniela Di Luca, responsabile della terapia intensiva. Per questo dai sanitari arriva un appello alla responsabilità individuale, che va oltre i provvedimenti istituzionali. “C’è troppa irresponsabilità , le nostre forze non sono inesauribili. Ci vuole un impegno congiunto. La collettività ci aiuti”.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
IN COMPENSO L’HA PIAZZATO IN 40 PAESI, DALL’ANGOLA AL GUATEMALA… CASO STRANO IN ITALIA GLI SPONSOR SONO LEGA E FORZA ITALIA
Il virus non ha bandiere nè nazionalità , il vaccino invece sì e, in controluce, sui flaconi delle dosi, alcuni governi e Stati preferiscono non intravedere il vessillo russo: lo Sputnik V non è semplicemente un siero anti-Covid-19, è “il vaccino di Putin”, una soluzione sanitaria sintetizzata in strategia geopolitica, proprio come tutto ciò che riguarda la Federazione.
Chi dice Sputnik dice Mosca: terra di veleni ed avvelenamenti, patria di complotti e sospetti, diritti umani negati e sanzioni. Trattato come arma strategica, descritto come tale dalla stampa nazionale, lo Sputnik rimane quel che è: un siero curativo, una profilassi che ha, secondo l’eminente rivista scientifica Lancet, più del 90% di efficacia.
Il vaccino Sputnik V vola proprio come il satellite in onore del quale è stato battezzato: raggiunge, con mille dosi, perfino Gaza, come comunica il Ministero della Difesa israeliano, dove verrà destinato ai sanitari in prima linea.
Lo avranno anche i camici bianchi in Bosnia. In via emergenziale lo userà , se necessario, anche il Messico. Si estende sulla mappa: si può assumere a San Marino, tra qualche settimana anche in Angola. Lo ha approvato la Siria di Assad quanto il dicastero della Salute di Accra, in Ghana.
Dal Guatemala all’Egitto: la luce verde l’ha data il Cairo e le frontiere le ha aperte la Georgia per quanti presentano, al confine, un certificato di vaccinazione. Il siero dell’Istituto Gamleya è prediletto da amici, alleati o vecchi ex Paesi satelliti dell’impero sovietico come Uzbekistan e Kirghizistan. Il Kazakistan è invece il primo Paese al mondo che lo produrrà fuori dai confini di Mosca.
Sovranisti vaccinali.
Tutti i Paesi di Visegrad, esclusa la tradizionale nemica Varsavia, hanno chiesto aiuto a Mosca e lo hanno ricevuto: prima Budapest, poi Praga, e adesso anche la Slovacchia, dove il primo carico di Sputnik è stato ricevuto lunedì scorso.
In coda rimane anche la Serbia che ha ricevuto le prime dosi a gennaio. Vienna, senza aspettare l’approvazione dell’Ema, dice si a Mosca: una decisione presa perchè “l’agenzia del farmaco è troppo lenta”, ha ribadito il cancelliere Kurz.
Con oltre un milione di infetti dall’inizio della pandemia, Kiev, impelagata nel conflitto ormai congelato nell’est del Paese, ha chiesto aiuto all’Ue per poter rimanere lontana dal soccorso russo : in attesa di milioni di dosi di vaccino indiano e cinese, il presidente Volodimir Zelensky ha riferito che i negoziati sono in corso anche con gli Stati membri, ed in particolare la Polonia, per ottenere le fiale non usate.
In Russia invece, con circa 10mila nuovi casi di infetti al giorno, la curva dei contagi è in discesa. Però secondo la Tass, media allineato al Cremlino, sono solo 4 milioni i russi che hanno deciso di farsi vaccinare, nonostante Mosca abbia battuto sul tempo tutti gli altri nella scoperta della prima soluzione anti-Covid-19.
Sono numerosi gli scettici: forse per le falle dell’apparato logistico, forse per quelle dell’apparato mediatico che, nonostante la forza della sua propaganda, non è riuscito a delucidare i cittadini sull’importanza dell’immunizzazione.
Pochi russi decidono di difendersi con la profilassi, anche per i dati opachi. Avrebbe influenzato la scelta, secondo un sondaggio Levada di novembre scorso, la manipolazione delle cifre degli infetti: troppo basse per alcuni, troppo alte per altri, comunque non veritiere o reali.
Meno russi rispetto a dicembre scorso hanno paura di contagiarsi e solo il 38% oggi si dice pronto a usare il vaccino: oltre la metà teme effetti collaterali e preferisce aspettare i risultati di tutte le fasi del trial.
Alcuni però non hanno avuto paura. Andrej Bereznik, 49 anni, ha fatto la prima dose di Sputnik V a Reutov, periferia di Mosca: “Ho compilato un questionario, ho presentato il passaporto e sono stato immediatamente esaminato da un terapeuta. Ho aspettato in fila per circa 15 minuti, poi mi hanno dato un certificato di prima vaccinazione”.
Una prima siringa nella periferia di Mosca, un’altra, la seconda, nella periferia più siderale del Paese: la seconda fiala gli è stata somministrata a Varkuta dopo aver presentato il documento di assunzione della prima. Impiegato delle ferrovie, esattamente come i suoi colleghi e conoscenti a Krasnodars, Perm, Ulyanovsk, si preparava a mesi di attesa per ottenerlo: “Invece lo hanno fatto subito”.
“Per chi vuole farlo, c’è” riferisce la moglie di Andrey, Irina, professoressa d’inglese, che ha deciso di non assumerlo non per poca fiducia nello Stato, ma per la molta che ripone nel suo sistema immunitario: “Ho già preso il Covid-19 in una forma lieve, ho sviluppato gli anti-corpi, ma negli istituti esistono delle liste dove iscriversi per ricevere il vaccino in cliniche e policlinici”.
Lo chiamano “il vaccino di Putin” ma è proprio il presidente il grande assente tra i convitati di pietra, capi di Stato e leader che hanno mostrato le braccia nude alle telecamere per testimoniare ai loro cittadini l’evidenza della somministrazione. Nell’offensiva medica in corso nel Paese per fermare la pandemia, proprio il comandante capo non si è vaccinato.
Pesa, secondo alcuni sociologi e sondaggisti, la scelta e l’ombra lunga del leader maximo che ha rinunciato alla sua dose di Sputnik: forse è stato proprio Putin ad influenzare la popolazione, ipotesi quasi impossibile da dimostrare, ma declinabile, in Russia, per quasi tutto il resto.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“C’E’ STIMA RECIPROCA CON IL GENERALE, MA PER UN CAMBIO DI PASSO NON SI PUO’ FARE A MENO DELLA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA”
Un chiarimento dopo le polemice: “Da subito ho detto che il cambio di Arcuri con Figliuolo”, il Generale dell’Esercito diventato nuovo Commissario straordinario per l’emergenza Covid, “è sicuramente un segno di discontinuità importante. Io ho l’onore di conoscerlo: è una persona che stimo moltissimo e con la quale c’è una reciproca stima. Quello che volevo dire è che va bene il cambio passo, ma non si può fare a meno di ignorare rivoluzioni tecnologiche che hanno cambiato la vita di tutti. E con questo mi riferivo all’esperienza logistica, di automazione e informatica portata da Amazon, e nei confronti della quale siamo tutti giocoforza apprendisti. Quindi non era un riferimento ad personam che volevo fare”.
Chiarisce il senso del suo messaggio il virologo Andrea Crisanti, che ieri in occasione di un evento online della Fondazione Luigi Einaudi, parlando di logistica dei vaccini e della sfida che aspetta il generale Francesco Paolo Figliuolo, aveva chiamato in causa il colosso hi-tech.
“Auspicavo che queste competenze incredibili non fossero trascurate – precisa all’Adnkronos Salute – Amazon è una struttura che dimostra di poter consegnare 13,7 milioni di pacchi al giorno, ha capacità di movimentazione e distribuzione capillare e informatica che non hanno uguali in nessuna parte del mondo. Non ignoriamo queste competenze”, è l’invito ribadito dal direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova e docente di Microbiologia dell’ateneo cittadino.
“In questo momento sicuramente di fronte a questi giganti siamo tutti quanti apprendisti. Ma il mio non era un riferimento alla persona in sè. Figliuolo l’ho anche sentito e ci siamo ribaditi la stima reciproca. Anzi, ha dimostrato l’apertura che serve in questo momento – conclude – E di buono c’è anche che l’Esercito ha recentemente sviluppato un sistema informatico che supporta la logistica, è sicuramente una struttura che potrà dare un contributo importante. Ci tengo che le mie libere manifestazioni di un pensiero non vengano interpretate come un attacco alla persona”.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“HA UN’EFFICACIA DEL 100%, NEGLI STATI UNITI SIAMO VICINI ALLA VACCINAZIONE DI MASSA”
Per Alex Gorsky, ceo di Johnson & Johnson, gli Stati Uniti sono ormai vicini al traguardo della vaccinazione di massa contro il Coronavirus.
Il manager ha rilasciato un’intervista al quotidiano la Repubblica, dopo che la Fda ha approvato in emergenza l’uso del siero. «Stiamo uscendo dalla fase in cui dovevamo riservare i vaccini a categorie prioritarie, entriamo in quella in cui ci saranno dosi disponibili per tutti coloro che lo vogliono», ha detto Gorsky.
All’aumento della produzione, condizione fondamentale, si accompagna la moltiplicazione dei centri per le vaccinazioni di massa: stadi, catene di farmacie, centri drive-through accessibili in automobile.
Ma a migliorare, sempre secondo Gorsky, è anche «la capacità di raggiungere ceti sociali meno abbienti e minoranze etniche perchè tutti siano inclusi».
Il presidente americano Joe Biden è inoltre riuscito a fare in modo che una casa farmaceutica concorrente, la Merck, metta due fabbriche a disposizione per produrre il vaccino di J&J.
Una cooperazione fra rivali che darà un’ulteriore accelerazione alle forniture: fine maggio anzichè fine luglio per avere a disposizione vaccini sufficienti per tutta la popolazione adulta degli Stati Uniti.
Ma si punta ad andare oltre: «Abbiamo dovuto iniziare la campagna dai 18 anni in su, ma stiamo lavorando per raggiungere la fascia dai 12 ai 18. In seguito ci occuperemo dei più piccoli e delle donne in gravidanza. I test sono in corso, lavoriamo a stretto contatto con la Fda», spiega ancora Gorsky.
Si può quindi immaginare una vaccinazione dei bambini prima di settembre? «È probabile. La Fda ci sta lavorando, con noi e con le altre case. Per il vaccino Johnson & Johnson, la piattaforma-vettore è la stessa che usammo nelle vaccinazioni in Africa contro Ebola e Hiv, distribuendole a una popolazione più giovane».
Il manager ha inoltre precisato che i test della casa farmaceutica hanno coinvolto per il 45% pazienti negli Stati Uniti, per il 40% in America latina, per il 15% in Sudafrica. In America latina era già dominante la variante brasiliana, in Sudafrica quella locale.
I risultati sono incoraggianti: «Il vaccino ha dato un’efficacia praticamente al 100% nell’impedire morti o ricoveri ospedalieri. Questa è la statistica che conta di più. In questa fase la missione prioritaria è bloccare il contagio, prima che il virus abbia il tempo di evolversi in altre varianti Covid potenzialmente più contagiose o più pericolose. In questa funzione il nostro prodotto è perfino più efficace dei concorrenti».
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2021 Riccardo Fucile
“L’INCREMENTO DEI NUOVI CASI SUPERA IN UNA SETTIMANA IL 33%, SERVE TEMPESTIVITA’ SULLE ZONE ROSSE”
Parte la terza ondata, le zone rosse locali arrivano in ritardo e la campagna vaccinale non decolla. E per
accelerare per la Fondazione Gimbe è meglio non prendere in considerazione l’ipotesi di somministrare una sola dose di vaccino Pfizer o Moderna. Intanto, mentre il dibattito si concentra su produzione e forniture, il virus continua a correre, incrementato dalle varianti, e i contagi aumentano.
È la fotografia scattata dalla Fondazione di Bologna nel monitoraggio indipendente pubblicato come di consueto il giovedì. Nella settimana dal 24 febbraio al 2 marzo si rileva un netto incremento dei nuovi casi (123.272 da 92.571) e un modesto calo del numero dei morti (1.940 da 2.177). In forte rialzo i casi attualmente positivi (430.996 da 387.948), le persone in isolamento domiciliare (409.099 da 367.507), i ricoveri con sintomi (19.570 da 18.295) e e nei reparti di terapie intensive (2.327 da 2.146).
“Per la seconda settimana consecutiva – spiega il presidente, Nino Cartabellotta – si registra un incremento dei nuovi casi che negli ultimi 7 giorni supera il 33%, segnando l’inizio della terza ondata”. Rispetto alla settimana precedente, in 16 Regioni e nella Provincia Autonoma di Trento aumentano i casi attualmente positivi per 100.000 abitanti e in tutto il Paese sale l’incremento percentuale dei nuovi casi ad eccezione della Provincia Autonoma di Bolzano, Umbria e Molise già sottoposte a severe misure restrittive. Sul fronte ospedaliero, l’occupazione da parte di pazienti Covid supera in 5 Regioni la soglia del 40% in area medica e in 9 Regioni quella del 30% delle terapie intensive. Lo scenario dunque peggiora e la presenza sempre più diffusa delle varianti richiede decisioni rapide per fermare l’avanzata del virus.
“È fondamentale essere realmente tempestivi nell’istituzione delle zone rosse a livello comunale e provinciale”, precisa la responsabile Ricerca sui Servizi Sanitari della Fondazione, Renata Gili. Invece, fa notare Cartabellotta “nonostante l’allerta lanciata da Gimbe già da due settimane, gli amministratori locali continuano a ritardare le chiusure se non davanti a un rilevante incremento dei nuovi casi, quando è ormai troppo tardi. Infatti, in presenza di varianti più contagiose, questa “non strategia” favorisce la corsa del virus, rendendo necessarie chiusure più estese e prolungate”.
Nè un contributo determinante a sbarrare il passo al virus arriva dalla campagna vaccinale. Delle dosi previste per il primo trimestre 2021, al 3 marzo ne sono state consegnate alle Regioni 6.542.260 e hanno completato il ciclo vaccinale con la seconda dose 1.454.503 milioni di persone (2,44% della popolazione), con marcate differenze regionali. “L’avvio della campagna vaccinale fuori da ospedali e RSA – spiega Gili – ha determinato una frenata sul fronte delle somministrazioni, con quasi 2 milioni di dosi (pari al 30% delle consegne) ancora inutilizzate”. Tuttavia “la strada per accelerare la campagna vaccinale – rileva il Presidente della Fondazione – non deve certo portare ad avventurarsi in rischiosi azzardi, come l’ipotesi di somministrare un’unica dose di vaccino Pfizer o Moderna”.
Per Cartabellotta “le zone rosse locali arrivano quando la situazione ormai è sfuggita di mano. La campagna vaccinale, intanto, stenta a decollare non solo per i noti ritardi di produzione e consegna delle dosi, ma anche per difficoltà organizzative di molte Regioni che lasciano “in fresco” dosi di vaccino che potrebbero evitarericoveri e salvare vite, soprattutto tra le persone più a rischio di Covid severa”.
E il primo Dpcm a firma Draghi “non segna affatto il cambio di passo auspicato: il sistema delle Regioni “a colori” resta di fatto immutato, così come le misure per la maggior parte delle attività produttive e commerciali. E a pagare il conto più salato – conclude Cartabellotta – come sempre, è la scuola”.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2021 Riccardo Fucile
ALTRO CHE NUCLEARE. RUSSIA, CINA E ISRAELE USANO LE DOSI PER AVERE PIU’ INFLUENZA… EUROPA ANELLO DEBOLE
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu è stato il più sfrontato, ma almeno lo ha ammesso: nel mondo
della pandemia si è ormai fatta strada una nuova ‘diplomazia’ tra gli Stati, quella dei vaccini.
Una settimana fa, il premier israeliano ha dichiarato di volerne fare uso per conquistarsi la benevolenza dei paesi amici e soprattutto la loro disponibilità ad aprire sedi di diplomatiche a Gerusalemme, conclamandola così a capitale effettiva di Israele.
Ciò che ha avviato Donald Trump, lo finisce la pandemia. Il piano è finito un po’ nel congelatore, per polemiche interne allo stesso governo di Tel Aviv, sebbene faccia proseliti in Europa (Austria, Danimarca, Repubblica Ceca). Ma l’idea, destinata a plasmare il mondo post-covid, galoppa in Russia e Cina, spinge il nuovo presidente Usa Joe Biden a correre ai ripari, accartoccia l’Ue, la più debole nel nuovo schema di relazioni globali mediate dalla nuova caccia al tesoro: il vaccino.
Il siero anti-covid è diventata la nuova arma di egemonia geopolitica delle superpotenze mondiali. Al confronto, pure l’eterna diatriba tra Usa e Iran sul nucleare sembra roba minore. Mentre la nuova amministrazione Biden ha scelto di privilegiare i cittadini americani anche per archiviare l’era del negazionismo di Trump sul coronavirus, mentre l’Ue ha perso settimane a litigare con Astrazeneca accusandola di privilegiare le commesse nel Regno Unito, Cina e Russia hanno messo in pratica la ‘dottrina Netanyahu’ prima che lui ci pensasse. Puntando a espandere la loro influenza sui paesi meno sviluppati, dall’Africa all’America Latina e l’Asia.
Le prime dosi del vaccino Sputnik sono arrivate in Argentina prima di Natale. Ieri il presidente argentino Alberto Fernandez ne ha riparlato con Vladimir Putin al telefono, affrontando addirittura anche il tema spinoso della posizione dell’Argentina rispetto al Fondo Monetario Internazionale, mentre si moltiplicano le voci di un altro default per il paese latino-americano.
Ma ora nella sola America Latina, territorio su cui storicamente gli Stati Uniti hanno esercitato o cercato di esercitare la loro influenza strategica, sono diversi gli Stati che hanno autorizzato lo Sputnik: Bolivia, Messico, Nicaragua, Paraguay, Venezuela. Con il Cile e il Brasile, il Messico ha anche investito nel Sinopharm, il vaccino cinese.
E che dire della Colombia? Ivà¡n Duque Mà¡rquez, presidente della Colombia nonchè storico alleato dei Repubblicani statunitensi, pure ha autorizzato il vaccino russo, meno costoso (circa 10 euro a dose, la metà rispetto a Pfizer), più facile da conservare (gli bastano dai 2 agli 8 gradi centigradi) e anche più facile da ottenere, a quanto racconta alla Cnn Danil Bochkov, esperto del Consiglio russo per le relazioni internazionali: “È sempre più facile trattare con lo Stato che con un’azienda privata, che deve coprire eventuali rischi temendo enormi perdite. Con le società statali è più facile negoziare, soprattutto quando perseguono obiettivi politici”.
La Cina intanto ha annunciato oggi di aver avviato la produzione di massa del suo vaccino anti-covid: in futuro la produzione annuale arriverà a 3 miliardi di dosi. Finora sono state somministrate 52milioni di dosi in tutto il paese, ma Pechino ha fornito assistenza a ben 69 paesi e due organizzazioni internazionali. Tuttavia, guai a parlare di ‘diplomazia del vaccino’: critiche “meschine”, dice il portavoce della Conferenza Consultiva del Popolo Cinese, Guo Weimin.
Nel frattempo, l’occidente ha perso l’occasione per affermare una sua vittoria morale e politica nel mondo piegato dalla pandemia.
Mentre Russia e Cina ‘conquistano’ i paesi più poveri con gli aerei carichi di fiale anti-covid, la piattaforma del Covax, elaborata dall’Oms per garantire un accesso equo e globale ai vaccini, langue. All’ultima riunione dei G7, Emmanuel Macron ha chiesto di donare all’Africa il 5 per cento delle scorte nazionali, anche per contrastare l’attivismo cinese, ma non è riuscito a convincere i partner di Italia, Germania, Usa, Canada, Giappone, Gran Bretagna.
Biden tenta di correre ai ripari, resuscitando il vecchio ‘Quad’, l’alleanza con Giappone, India e Australia nata nel 2004 per aiutare l’Indonesia e gli altri paesi del sud-est asiatico colpiti dallo tsunami. Con questi paesi Washington ha avviato una collaborazione per distribuire vaccini in Asia e cercare di limitare l’egemonia cinese. L’iniziativa ha già suscitato reazioni a Pechino, dove il ‘Quad’ è stato bollato con disprezzo come ‘Nato asiatica’.
L’anello più debole di questa catena di competizioni globali è l’Europa che non è uno Stato federale, ma una somma di 27 Stati che la Commissione Ue fa fatica a coordinare. Se altrove le campagne vaccinali – intese come campagne di immunizzazione della popolazione nazionale e come campagne per conquistare influenza all’estero – stanno fondando nuovi rapporti di forza, per l’Europa la pandemia potrebbe rivelarsi fatale. Di fronte ad una campagna vaccinale che non prende la piega giusta, di fronte alle ‘lentezze’ dell’Agenzia europea del farmaco che ha tempi diversi per l’autorizzazione dei vaccini rispetto ad altre agenzie nazionali, sempre più Stati si guardano intorno alla ricerca di una via alternativa.
Austria e Danimarca vogliono avviare una collaborazione con Netanyahu, dando soddisfazione alla sua idea di ‘diplomazia dei vaccini’ e aggiungendosi ai paesi dell’est che fin dall’inizio hanno condotto strategie parallele rispetto a quella di Bruxelles. L’Ungheria usa il vaccino russo e cinese, la Polonia tratta con Pechino, la Slovacchia punta su Sputnik, la Repubblica Ceca userà i vaccini Pfizer importati da Israele e aprirà una sede diplomatica a Gerusalemme. I riverberi di questa disgregazione si avvertono anche in Italia, sotto il governo Draghi.
Sono giorni che Matteo Salvini ha messo da parte la sua svolta europeista, riprendendo il filo delle critiche a Bruxelles sulla gestione della pandemia. Lui e i suoi chiedono all’Ema di accelerare le autorizzazioni, anche per Sputnik. E per fare scena il leader della Lega ne parla oggi con Teodoro Lonfernini, segretario di Stato a San Marino, paese che sta già usando il vaccino russo.
Si agitano anche i governatori. Non solo il leghista friulano Massimiliano Fedriga che annuncia di aver ricevuto offerte di “vaccini non autorizzati dall’Ema”. Anche il Dem Stefano Bonaccini chiede chiarezza su Sputnik: “Vorremmo e chiediamo chiarezza sul vaccino russo. Se ha validità ci auguriamo l’autorizzazione e l’acquisto per aumentare le dosi in circolazione”.
Il covid sta ridisegnando la geopolitica mondiale, magari accelerando processi in corso da tempo: il sorpasso di Russia e Cina sugli Stati Uniti nella mappa della competizione globale. Avrebbe faticato l’America di Trump, ma quella di Biden non è messa meglio.
(da “Huffingtonpost”)
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