Destra di Popolo.net

COVID, I CASI CONTINUANO A SALIRE: + 10% IN UNA SETTIMANA

Febbraio 25th, 2021 Riccardo Fucile

A PREOCCUPARE E’ LA DIFFUSIONE DELLE VARIANTI

Se da una parte cresce in maniera costante da inizio settimana il numero degli immunizzati, come hanno annunciato dal commissariato straordinario per l’emergenza guidato da Domenico Arcuri: “La campagna di vaccinazione contro l’epidemia Covid sta registrando un confortante incremento; da lunedì 22 febbraio sono state effettuate in media oltre 100 mila somministrazioni al giorno e mercoledì 24 è stato raggiunto il picco di 102.433 dosi”; dall’altra le varianti iniziano a preoccupare e lo fanno “forti” dei nuovi contagi che tornano a salire secondo l’ultimo monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe.
Tanto che dopo 4 settimane di stabilità  nel numero dei nuovi casi, nella scorsa settimana si registra “un’inversione di tendenza con un incremento che, a livello nazionale sfiora il 10%, segno della rapida diffusione di varianti più contagiose”, fa notare Gimbe.
E in 41 province l’incremento dei nuovi casi è superiore al 20%.
La foto scattata dalla Fondazione Gimbe, se vista nel   dettaglio, ci racconta come nella settimana 17-23 febbraio 2021, rispetto alla precedente, ci sia stato un incremento dei nuovi casi (92.571 rispetto a 84.272, pari a +9,8%), a fronte di un numero stabile di decessi (2.177 rispetto a 2.169). In lieve riduzione, invece, i casi attualmente positivi (387.948 rispetto a 393.686, pari a -1,5%), le persone in isolamento domiciliare (367.507 rispetto a 373.149, pari a -1,5%) e i ricoveri con sintomi (18.295 rispetto a 18.463, pari a -0,9%), mentre risalgono le terapie intensive (2.146 rispetto a 2.074, pari a +3,5%).
“L’incremento percentuale dei nuovi casi rispetto alla settimana precedente –   afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – è l’indicatore più sensibile per identificare le numerose spie rosse che si accendono nelle diverse Regioni”. In particolare, nella settimana 17-23 febbraio in ben 74 province su 107 (68,5%) si registra un incremento percentuale dei nuovi casi rispetto alla settimana precedente, con valori che superano il 20% in 41 Province; in 11 Regioni aumentano i casi attualmente positivi per 100.000 abitanti e in 10 Regioni sale l’incremento percentuale dei casi totali.
“Questi dati – commenta Renata Gili, responsabile della ricerca sui servizi sanitari di Gimbe – confermano che, per evitare lockdown più estesi, bisogna introdurre tempestivamente restrizioni rigorose nelle aree dove si verificano impennate repentine. Temporeggiare è molto rischioso perchè la situazione rischia di sfuggire di mano”.
E in Emilia-Romagna il Bolognese, ma non solo, è nel pieno del “terzo picco” della pandemia e “come per il circondario imolese”, dove da oggi e in zona ‘arancione scuro’ con lo stop alle scuole (dalle elementari in su), anche per l’area metropolitana di Bologna si “valutano” misure più severe per contenere i contagi anche in considerazione della circolazione della variante inglese, ha annunciato l’assessore regionale alla Salute Raffaele Donini.

(da agenzie)

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VACCINAZIONI, L’ITALIA NON E’ PIU’ TRA LE MIGLIORI IN EUROPA, ANZI NELL’ULTIMA SETTIMANA SIAMO TRA I PEGGIORI

Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile

COSA DICONO I NUMERI IN EUROPA

L’Italia era il modello da seguire in Ue, uno dei Paesi più virtuosi per la somministrazione dei vaccini. Questo fino a qualche settimana fa.
Poi le cose sono cambiate e il nostro Paese ha nettamente rallentato la somministrazione dei vaccini anti-Covid.
L’ultimo aggiornamento, alle ore 8 del 24 febbraio, evidenzia che le dosi somministrate sono state 3.702.079, per un totale di 1.341.780 persone vaccinate (prima e seconda dose ricevute).
L’Italia, in totale, ha ricevuto finora 5.198.860 di dosi, tra Pfizer, Moderna e AstraZeneca: vuol dire che ne ha somministrate il 71%.
La situazione in Italia è cambiata negli ultimi giorni, soprattutto con l’arrivo del vaccino di AstraZeneca. Quello che, al momento, sembra essere somministrato più lentamente da tante Regioni.
Il primo motivo sembra essere il passaggio da una vaccinazione negli ospedali e nelle strutture sanitarie a una di massa, che ha creato molte difficoltà . Anche perchè fino a pochissimi giorni fa non era ancora stato deciso a chi somministrare realmente il vaccino AstraZeneca (alla fine si è deciso di darlo agli under 65).
Il suggerimento è quello di inoculare questo vaccino soprattutto a personale scolastico e forze dell’ordine, ma al momento la maggior parte delle Regioni è indietro su questi dati e ognuna decide, comunque, in autonomia la sua strategia vaccinale.
Vediamo allora come sta andando la campagna vaccinale in Italia rispetto al resto del mondo e, soprattutto, rispetto all’Ue, considerando che le dosi di vaccino sono — in percentuale — uguali per tutti i 27 Stati membri.
Al momento in Ue i vaccini approvati sono i tre che sta utilizzando l’Italia, ma ci sono Paesi come Croazia e Malta che utilizzano solo il Pfizer, mentre l’Ungheria ha approvato anche Sinopharm e Sputnik.
Dai dati sulle vaccinazioni anti-Covid pubblicati da ourworldindata si desume la media dei vaccini giornalieri somministrati nel mondo sulla base di quanto avvenuto negli ultimi 7 giorni: il tasso è calcolato su quanti ne sono stati fatti ogni 100 abitanti.
Il ritmo più serrato è quello di Israele (1,46), seguito da Serbia (0,93), Emirati Arabi (0,68), Cile (0,51), Regno Unito (0,51), Turchia (0,45) e Usa (0,42).
Nessun Paese Ue, quindi.
Se vediamo il dato giornaliero dei Paesi dell’Ue le cose cambiano: Malta è prima con 0,41, seguita da Ungheria a 0,29 e Grecia a 0,26.
Tra i Paesi più grandi troviamo la Polonia a 0,23, la Francia e la Spagna a 0,17, la Germania a 0,16 e l’Italia a 0,13.
Siamo tra gli ultimi in assoluto, peggio di noi solo Repubblica Ceca (0,12), Belgio (0,1) e Lettonia (0,08). La media Ue si attesta a 0,16, leggermente più elevata del valore registrato dall’Italia.
In generale i Paesi più grandi sembrano avere tassi più bassi, considerando la maggiore popolazione.

(da agenzie)

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LO STUDIO USA CHE SPIEGA, DATI ALLA MANO, PERCHE’ BAR E RISTORANTI SONO I LUOGHI A PIU’ ALTO RISCHIO COVID

Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile

DA CONSIGLIARNE LA LETTURA AI CAZZARI SOVRANISTI CHE VOGLIONO APRIRE TUTTO

Perchè alcuni luoghi pubblici sono a più alto rischio Covid di altri? E perchè mangiare al ristorante o frequentare un bar sono attività  che espongono a una maggiore probabilità  di contagio?
Una spiegazione a riguardo arriva da uno studio pubblicato su JAMA dal Covid-19 Response team dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) degli Stati Uniti che ha evidenziato qual è il rischio associato a diversi contesti, identificando le situazioni con un più alto potenziale di trasmissione.
L’analisi fa seguito a una serie di studi caso-controllo, cioè ad indagini che hanno utilizzato un gruppo di confronto per identificare quali sono le attività  più rischiose, in particolare a un sondaggio svolto nel mese di luglio 2020 dal team di ricercatori guidato dall’epidemiologa Kiva Fisher che ha raffrontato le abitudini (indossare la mascherina e svolgere attività  nella comunità ) di 314 persone, di cui 154 positive e 160 negative al coronavirus.
Questa ricerca, pubblicata su Morbidity and Mortality Weekly Report, ha identificato un’associazione tra infezione da coronavirus e alcune determinate attività , tra cui mangiare al ristorante o andare al bar e in caffetterie, evidenziando che le persone positive al tampone avevano più del doppio della probabilità  di essersi recate in luoghi pubblici dove era possibile consumare cibi o bevande.
“Ciò che accomuna queste attività  — spiegano gli studiosi — è che sono incompatibili con l’uso della mascherina quando si mangia o si beve, comportano un’esposizione prolungata e intensa ad altre persone che potrebbero essere infette e potenzialmente asintomatiche, e durante le quali può essere difficile mantenere il distanziamento interpersonale”.

(da Fanpage)

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ROBERTO SPERANZA RIPORTA ALLA REALTA’: “NON CI SONO LE CONDIZIONI PER ALLENTARE LE MISURE ANTI-COVID, DOBBIAMO DIRE LA VERITA'”

Febbraio 24th, 2021 Riccardo Fucile

PROSSIMO DECRETO SARA’ VALIDO FINO A PASQUA: “RESTRIZIONI IN LINEA CON GLI ALTRI PAESI, SAREBBE UN ERRORE CAMBIARE”

“Le polemiche disorientano i cittadini sempre più stanchi per questa lunga crisi, Insieme all’unità  e alla responsabilità  è indispensabile dire sempre la verità  ai cittadini. Riconfermo un messaggio di fiducia: argineremo il virus con la scienza e il personale sanitario. I ritardi di alcune forniture di vaccini non muteranno l’iter in corso e vediamo la luce in fondo al tunnel”.
Lo ha detto il ministro della Salute, Roberto Speranza, nella comunicazione al Senato sulle nuove misure per il contrasto della pandemia da coronavirus. Il titolare della Salute invita a restare uniti: “Solo il comune lavoro di tutte le istituzioni può portarci a vincere la sfida che abbiamo davanti. Questo dibattito è importante e siamo in una situazione politica nuova. Ringrazio il presidente Mattarella. Il premier ha detto che l’unità  non è un’opzione ma un dovere. Ho sempre auspicato un’unità  nazionale contro l’emergenza. Non c’è strada diversa da unità ”.
Sulla situazione Covid ha continuato: “Si fanno strada varianti con un tasso di contagiosità  elevato. Dire la verità  al Paese è un obbligo che dobbiamo avvertire forte, anche quando queste verità  sono scomode. I dati, come sempre, sono più chiari delle parole: siamo a un contagiato su 10 abitanti in Europa. Nel mondo 112 milioni di casi confermati e 2,5 milioni di morti”. E a chi chiede l’allentamento delle misure, indirettamente, risponde: “Non ci sono le condizioni epidemiologiche per abbassare le misure di contrasto alla pandemia, siamo all’ultimo miglio e non possiamo abbassare la guardia”.
Le misure prese in Italia sono in linea con quelle degli altri Paesi. E per questo il ministro dice: “Sarebbe un grave errore se all’improvviso, senza alcuna evidenza scientifica, affrontassimo in modo diverso dagli altri Paesi l’emergenza. Differenziare le misure sul piano regionale legando le scelte a parametri scientifici ci consente di agire in modo proporzionale, e ci ha permesso finora di non ricorrere ad altri lockdown generalizzati, a differenza di altri Paesi che ne hanno fatti due o addirittura tre”. Speranza ha poi annunciato un “nuovo confronto con un tavolo tecnico tra esperti Iss, ministero Salute e Regioni per valutare il quadro in cui siamo”.

(da agenzie)

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L’AUTARCHIA DEI VACCINI E’ UNA SOLUZIONE? NO, PERCHE’ PRIMA DI PRODURLI IN ITALIA SU LICENZA CI VORREBBE TRA 10 MESI E UN ANNO

Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

ECCO QUALI SONO GLI INTOPPI

L’idea del nuovo governo Draghi di aumentare la produzione dei vaccini mettendo a frutto le possibilità  industriali italiane è una prima prova del livello stretto di coordinamento europeo che il nuovo premier vuole seguire quale bussola del suo operato a Palazzo Chigi.
C’è infatti anche l’Italia tra i paesi europei che hanno contattato la Commissione Ue per partecipare allo sforzo collettivo per produrre più vaccini.
Ed è questo il piano europeo per uscire dal tunnel di una campagna vaccinale ancora troppo lenta. Ne discuteranno i leader europei nel summit virtuale di giovedì, il primo per Draghi nella sua nuova veste di presidente del Consiglio (venerdì si terrà  un’altra videoconferenza dei 27 su difesa e sicurezza).
Ma è un piano che non sembra offrire soluzioni immediate alla carenza di fiale per combattere la pandemia.
E’ un piano che ha i suoi tempi, “mediamente 6-7 mesi” per abilitare impianti già  esistenti alla produzione di vaccini, secondo il parere di esperti del settore sentiti da Huffpost.
Ma ne servono anche di più, “un anno”, se lo stabilimento in questione non è già  dotato di bioreattore.
Però, per come la vedono a Bruxelles in stretto coordinamento con Berlino, Roma, Parigi e le altre capitali, non c’è una soluzione che dia effetti più immediati. Per parte sua, Draghi, ha anche in mente di puntare molto sullo sviluppo del vaccino italiano Reithera, anche se in questo caso i tempi sono pure più lunghi.
“Un certo numero di Stati membri ci ha contattato per offrire le proprie capacità  industriali” in uno sforzo di partecipazione collettiva alla produzione dei vaccini anti-covid, dice il vicepresidente della Commissione Europea Maros Sefcovic al termine del Consiglio Affari Generali dell’Ue tenutosi oggi in videoconferenza. Tra questi paesi c’è appunto l’Italia.
Giovedì, mentre Draghi sarà  riunito con gli altri leader europei in videoconferenza, il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti incontrerà  i responsabili delle aziende farmaceutiche per avviare il lavoro sulla parte italiana del piano europeo. Primo obiettivo: stringere accordi tra le aziende farmaceutiche e le aziende che hanno i brevetti per produrre in Italia.
Quest’ultimo è il punto più debole di tutto il piano europeo, non solo della parte italiana naturalmente.
Le aziende che detengono i brevetti dovranno cedere la tecnologia per la produzione di vaccini in stabilimenti che non appartengono alla loro catena industriale. Lo faranno?
Il piano non prevede obblighi, anche se la Commissione Europea avrebbe potuto far ricorso allo strumento delle licenze obbligatorie previsto dall’Organizzazione Mondiale del Commercio in caso di emergenze sanitarie gravi. Non lo ha fatto, preferendo la via della trattativa a livello nazionale e anche europeo. E trattativa sia.
Dopo il braccio di ferro con Astrazeneca e gli intoppi con le aziende che hanno ridotto le forniture delle dosi senza molte spiegazioni, Ursula von der Leyen ha istituito una apposita task force guidata dal Commissario all’Industria Thierry Breton con il compito di tirare fuori l’Ue dal pantano dei vaccini.
Il nuovo piano europeo ha dunque anche un volto: Breton, appunto, francese, ex amministratore di France Telecom ed ex presidente del gruppo Atos specializzato in servizi digitali. Il Commissario ha intrapreso un vero e proprio tour per gli stabilimenti farmaceutici del continente per verificare standard e livelli di produzione.
Ha iniziato il 10 febbraio con la Thermo Fisher Scientific, subappaltata da AstraZeneca per la produzione di componenti per i vaccini in Belgio, poi ha visitato la fabbrica della Lonza, che sta facendo lo stesso per Moderna in Svizzera. E ieri, accompagnato da uno stuolo di giornalisti, Breton è stato allo stabilimento della Pfizer a Puurs in Belgio, dove si producono 50 milioni di dosi al mese che dovrebbero essere raddoppiate per giugno.
In totale, “ci aspettiamo 300 milioni di dosi per il secondo trimestre di quest’anno”, è la previsione di Sefcovic, finora ne sono state consegnate solo “40,7 milioni”. Previsione troppo ottimistica?
Non ce n’è una migliore, ti rispondono fonti europee. “E’ una lotta”, ammette Breton. E a chi gli chiede se l’Ue non avrebbe dovuto muoversi prima per accelerare la produzione dei vaccini, il francese scrolla le spalle e risponde: “Beh io sono qui ora”.
Della serie, lasciamo gli errori al passato, dopo l’autocritica di von der Leyen al Parlamento Europeo, e cerchiamo di programmare meglio il futuro. “A metà  marzo – annuncia Sefcovic – l’Ema dovrebbe autorizzare anche il vaccino Johnson&Johnson”. E poi “il primo appuntamento importante dell’anno sarà  il Summit globale sulla sanità  a maggio in cui sarò accanto al premier Mario Draghi a Roma – annuncia von der Leyen – Sarà  un momento per riflettere sulle lezioni imparate ma anche per concordare un piano comune di preparazione in modo che il mondo non venga mai più colto alla sprovvista. Tutti, governi, organizzazioni internazionali, scienziati, società  civile, aziende, tutti vi devono contribuire”.
Intanto però la ‘pratica Sputnik’ sembrerebbe in alto mare, dopo il raffreddamento dei rapporti tra Bruxelles e Mosca sull’onda delle pressioni della nuova amministrazione Biden negli Usa. “I russi sono bravi in matematica, fisica, biologia e tanto altro ma non hanno la capacità  industriale per garantire una produzione di massa dello Sputnik”, dice Breton.
In vista della videoconferenza di giovedì sul piano europeo per accelerare la produzione dei vaccini, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha tenuto colloqui con i leader europei. Oggi è stato il turno di Draghi, in gruppo con Angela Merkel, il primo ministro portoghese Antonio Costa, il greco Kyriakos Mitsotakis e la presidente von der Leyen.
Con la cancelliera tedesca Draghi ha stabilito un filo diretto, è la prima e finora l’unica leader Ue con cui abbia avuto un colloquio telefonico da quando si è insediato a Palazzo Chigi. E proprio Merkel è particolarmente allarmata sulla pandemia. “Siamo nella terza ondata”, ha detto oggi in un incontro di partito, la Cdu, mentre tra i Land tedeschi è il caos, molti governatori hanno deciso di riaprire alcune attività  a partire dalla prossima settimana nonostante la nuova minaccia delle varianti del virus, al 30 per cento tra i contagi in Germania.

(da “Huffingtonpost”)

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LO SFOGO DI GALLI: “SONO BASTATI DUE GIORNI PER DIMOSTRARE CHE SULLE VARIANTI COVID AVEVO PURTROPPO RAGIONE”

Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“IN MOLTE AREE DELLA LOMBARDIA I PROBLEMI SONO SERI”

Solo qualche giorno fa Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ribadiva con forza che la variante Covid isolata nel Regno Unito rappresenta «un ceppo molto pericoloso per la sua capacità  di diffusione» e, di conseguenza «può diventare dominante in poco tempo».
L’impatto di questa variante, a detta del primario del Sacco, sarebbe emerso nell’arco delle successive due settimane. Al contempo Galli riferiva di aver «il reparto invaso dalle nuove varianti e questo   — proseguiva — a breve potrebbe portarci problemi seri», consigliando di accelerare sulle vaccinazioni.
Le dichiarazioni del primario sono state successivamente smentite dall’ospedale stesso e hanno alimentato le polemiche tra Galli e il primario del San Martino di Genova, Matteo Bassetti. Oggi Galli è tornato sulla questione: «Non sono stati necessari 15 giorni, ne sono bastati 2 o 3 per dire che avevo maledettamente ragione», ha detto a Mattino 5.
«Se devo attenermi ai dati del laboratorio di ricerca che dirigo, negli ultimi giorni i casi sono molto spesso legati a varianti Covid. E in Lombardia — precisa — gli effetti sono già  evidenti».
«Non faccio altri numeri che riguardano il mio ospedale — puntualizza Galli -. Il virus è grosso, quello dell’Aids e quello dell’Epatite C sono più piccoli e cambiano molto di più. Questo cambia meno, ma le mutazioni ci sono e il virus può imporsi con la nuova variante. Quella “inglese” ha una capacità  di diffusione superiore del 40%».
Stando ai dati del laboratorio, «negli ultimi giorni i casi sono molto spesso riscontrate varianti. Anche se a Milano non ci sono ancora segnali pesantissimi — precisa — in altre aree della regione i problemi sono seri», come nel caso della provincia di Brescia. Galli, quindi, dice di non volersi pronunciare sui dettagli sull’impatto delle varianti, rimandando «a chi deve detenere questi dati per definizione: le informazioni di prima mano arrivano in regione dagli ospedali e   dalla periferia organizzativa, dalla regione vengono trasmessi a Roma».

(da Open)

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I DUBBI DEI MEDICI DI BASE SULLE VACCINAZIONI ANTI-COVID: “NON COMINCIAMO SE NON CI SONO LE DOSI”

Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

E C’E’ CHI SI SFILA… “NON VOGLIAMO INIZIARE PER POI BLOCCARCI IN CORSO D’OPERA”

Bisogna accelerare sulle vaccinazioni. Questo l’obiettivo del governo Draghi che ha siglato un protocollo con medici di famiglia e regioni per dare il via libera alla campagna di vaccinazione contro il Coronavirus «nel più breve tempo possibile».
A partecipare dovrebbero essere almeno 35 mila medici.
I problemi, però, sono molteplici: molti di loro, ancora oggi, non sanno quando, come e dove cominceranno. L’altra questione, poi, riguarda la disponibilità  dei vaccini: i medici di famiglia non inizieranno a vaccinare senza un numero sufficiente di dosi. Infatti, anche nel protocollo siglato il 21 febbraio, il governo ha messo le mani avanti specificando che, nell’ambito degli accordi regionali, bisognerà  «individuare la platea dei soggetti da sottoporre alla vaccinazione in relazione, non solo ad età , patologie e situazioni di cronicità  ma anche all’effettiva disponibilità  dei vaccini»
C’è chi dice no
Non tutti i medici, però, hanno studi adeguati a ospitare una campagna di vaccinazione così imponente. Come Roberto Rossi, presidente dell’ordine dei medici di Milano: «Io sconsiglio di farli all’interno dei propri studi medici. Io sicuramente non lo farò, mi hanno già  mandato due diffide perchè hanno visto pazienti senza mascherina, figuriamoci adesso con le vaccinazioni…». Un’adesione che, tra l’altro, non sarà  obbligatoria per i medici di famiglia (anche se la stragrande maggioranza accetterà ): «Potrà  farlo chi ha tempo, io la vedo difficile. Non riuscirei, già  adesso lavoro da casa», continua.
Un protocollo che, senza mezzi termini, Rossi definisce «molto generico, che lascia spazio libero alle Regioni, insomma un documento light» che rischia di creare modalità  di vaccinazioni molto differenti da regione a regione. In Lombardia, ad esempio, le Ats hanno chiesto ai medici di segnalare, in merito agli over 80, «chi non è trasportabile, chi è deceduto». Un «lavoro da amministrativi, non il nostro», tuona. «Noi medici dovremmo pure occuparci della prenotazione per gli over 80, fatto salvo il portale. Una modalità  complessa e macchinosa», conclude.
Mancano le dosi
La frammentazione regionale rischia di creare il caos. I medici, infatti, verranno coinvolti nella vaccinazione in base agli accordi con le singole regioni: «In 11 (Liguria, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Lazio, ndr) lo hanno già  fatto, le altre aspettavano che venisse approvato questo protocollo».
Un’intesa che, di fatto, arriva un po’ tardi, visto che molte regioni hanno fatto da sè, e che non entra mai nello specifico, non risolvendo le questioni dirimenti. Ma, documento a parte, il problema restano le dosi: «Dipenderà  da quante ne avremo — ci dice Domenico Crisarà , medico di base a Padova e vice segretario nazionale di Fimmg (Federazione italiana dei medici di famiglia) — noi di sicuro non cominceremo fino a quando le dosi non saranno sufficienti per vaccinare i nostri pazienti. Non iniziamo per poi bloccarci in corso d’opera. Siamo pronti, comunque, a gestire tutti i tipi di vaccini, da Astrazeneca, che è il più semplice, ai più particolari Pfizer e Moderna». Nessun problema sul compenso attribuito ai medici per ogni vaccino la cui tariffa minima sarà  di 6 euro.
Studi medici o palazzetti dello sport
Per Guido Marinoni, presidente dell’ordine dei medici di Bergamo, per fare «grandi numeri bisogna fare in fretta». «Per noi farlo in studio può anche andare bene, è come fare l’antinfluenzale in fondo ma adesso servono punti di vaccinazione di 700-1.000 mq come palazzetti dello sport, discoteche, palestre e tensostrutture. Bisogna vaccinare tutti, non solo gli over 80». Una chiamata alle armi che deve coinvolgere tutti, anche i «medici pensionati qualora volessero dare un contributo in termini di volontariato. Ma, al momento, non abbiamo avuto grandi risposte». Perchè il problema di chi farà  questi vaccini c’è eccome: «Il bando di Arcuri, tra l’altro, è servito a poco, facendoci arrivare pochi medici e infermieri, almeno in Lombardia. Il motivo? Il bando non era di certo appetibile. Assunzione a tempo determinato per massimo 9 mesi», dichiara.
«Alla politica — dice, invece, la segretaria generale del Sindacato dei medici italiani Pina Onotri — è mancato il coraggio di scommettere sui medici di medicina generale». Loro, infatti, avevano chiesto un finanziamento ritenuto «congruo e certo» di un miliardo e 200 milioni di euro per vaccinare il 70 per cento della popolazione in tempi brevi dotandosi, però, di «un’autonoma organizzazione» con tanto di «collaboratori amministrativi e sanitari». Non gli è stato concesso. «Faremo quel che potremo con i mezzi che ci hanno messo a disposizione», conclude.
Buone notizie, invece, vengono dal Lazio che dall’1 marzo partirà  con le prime somministrazioni — 80 mila dosi — che verranno effettuate dai medici di famiglia. Al momento, però, si parla di piccole cifre: 20 dosi a medico, che in tutto sono 4.mila nella regione. Sempre da lunedì partiranno le vaccinazioni domiciliari con Pfizer. Si inizierà  dai nati nel 1956.

(da Open)

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IL “MODELLO LOMBARDIA”: LA DOPPIA DOSE A MENO DI UN OVER 80 SU 10

Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

ALTRO CHE I ROBOANTI ANNUNCI DI BERTOLASO CHE PROMETTEVA TUTTI I CITTADINI LOMBARDI VACCINATI ENTRO GIUGNO

Come sta andando la campagna vaccinale in Lombardia, dopo i roboanti annunci del modello Bertolaso che prometteva di immunizzare i cittadini della regione entro giugno? Per quanto riguarda gli over 80 dopo il flop iniziale delle prenotazioni che non funzionavano (la regione ha provato a dare la colpa a Tim ma non era andata così), sembra che il ritmo promesso non si stia realizzando.
Oggi il Fatto analizza qualche dato elaborato da Lorenzo Ruffini di Youtrend
L’assessore Letizia Moratti prevedeva di vaccinare 15 mila anziani nella prima settimana, 50 mila nella seconda, 100 mila nella prima di marzo. Previsioni che si scontrano con la penuria di vaccini. Così, molti dei 473.212 ultraottantenni che si sono già  prenotati non hanno ancora un appuntamento. Non c’è certezza sulla disponibilità  delle dosi, si è giustificata Regione. Per capire che non va tutto liscio, basta uno sguardo ai dati elaborati dal ricercatore Francesco Ruffino (Youtrend), secondo i quali ha ricevuto la seconda dose meno del 10% dei circa 3.369 over 80 vaccinati prima dell’inizio della Fase 1ter. E non va meglio per le altre fasce di età , tutte sotto il 10%. Tra il 18 e il 21 febbraio, a ricevere la seconda dose sono stati solo 1.626 lombardi
L’opposizione in regione, tramite il 5 Stelle Massimo De Rosa intanto denuncia: “Domenica hanno ricevuto la prima dose poco più di 2.000 over 80. Se si considera che in attesa ci sono circa 500 mila persone, di questo ritmo la loro salute sarà  a rischio per molto tempo”, accusa l’M5S Massimo De Rosa, che aggiunge: “Da inizio campagna hanno ricevuto la prima dose 14.000 over 80 su 500 mila”.

(da NextQuotidiano)

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IL CTS A DRAGHI: “TENERE CHIUSE PALESTRE E PISCINE, ESTREMA PRUDENZA SULLE RIAPERTURE, LA VARIANTE SARA’ PREVALENTE A MARZO”

Febbraio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

IL COMITATO TECNICO SCIENTIFICO HA SUGGERITO A DRAGHI DI CONFERMARE L’IMPIANTO DEL DCPM IN SCADENZA IL 5 MARZO

Il Comitato tecnico scientifico non nasconde la sua preoccupazione per il rialzo dei contagi e soprattutto per le prospettive che lasciano ipotizzare che entro la prima metà  di marzo la variante inglese, più contagiosa del 38 per cento, sarà  ormai diventata prevalente. Per questo, al premier Mario Draghi che li ha convocati a Palazzo Chigi per le 19, i tecnici suggeriranno estrema prudenza per eventuali riaperture di attività .
La posizione è quella già  espressa nei giorni scorsi:   il rischio non viene dalle singole attività  che si chiede di poter riaprire ma da tutto il movimento che ne consegue.
Ed è un rischio che l’Italia, dove i governatori continuano ad istituire zone rosse localizzate per l’esplosione di focolai di contagi spesso riconducibili alle varianti del Coronavirus, non può correre in questo momento.
Sommersi da diverse nuove richieste di riaperture presentate da ministri ma anche da categorie produttive, i tecnici del Cts hanno bocciato praticamente tutto: no alla riapertura di piscine e palestre, neanche per corsi individuali o per terapie riabilitative, no all’apertura di sale gioco e sale bingo e ai corsi pomeridiani per bambini.
Attività  che potranno riaprire solo nelle zone in cui ci sarà  un’incidenza di contagi non superiore ai 50 casi ogni 100.000 abitanti, dunque le “zone bianche” a cui aspirano Val d’Aosta e Sardegna ma che nessuna regione ha finora raggiunto.
Per il Cts, l’impianto del Dpcm in scadenza è dunque da riconfermare in toto. Non è stata ancora presa in considerazione alcuna modifica dei parametri di rischio come chiesto dalle regioni il cui documento non è stato ancora esaminato.
“Non abbiamo parlato di riaperture, se ne parlerà  in un’altra occasione. Venerdì ci sarà  una nuova fotografia della situazione, poi vedremo”, ha detto il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Agostino Miozzo, lasciando palazzo Chigi dopo aver partecipato alla riunione operativa convocata dal presidente del Consiglio, Mario Draghi con i ministri.
“Abbiamo rappresentato al presidente Draghi i dati e i numeri – ha aggiunto Miozzo – dal punto di vista scientifico noi siamo prudenti, ma non abbiamo descritto una situazione di catastrofe imminente”. Rispondendo ai cronisti, Miozzo ha concluso che “Draghi non è aperturista o rigorista”, “ascolta e ci ha ascoltati con attenzione”
Si stringe dunque verso il nuovo Dpcm. Insieme a Draghi e ai rappresentanti del Comitato tecnico scientifico (il presidente del Consiglio superiore di Sanità  Franco Locatelli, il presidente dell’Istituto superiore di sanità  Silvio Brusaferro e il coordinatore del Cts Agostino Miozzo) stasera a Palazzo Chigi si sono riuniti pure i ministri (il responsabile della Salute Roberto Speranza, la responsabile degli Affari regionali Maria Stella Gelmini e il titolare dell’Economia Daniele Franco, ma anche i ministri capo delegazione dei partiti di maggioranza Dario Franceschini (Pd), Giancarlo Giorgetti (Lega), Stefano Patuanelli (M5S), Elena Bonetti (Iv) ).
Un primo passo decisivo per adottare le decisioni che entro la fine della settimana saranno tradotte in un nuovo Dpcm o in un decreto legge dopo che il Parlamento, già  domani, avrà  dato le sue indicazioni in seguito alla relazione del ministro della Salute Speranza, già  fissata per le 13.30 al Senato e alle 17 alla Camera.

(da agenzie)

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