Destra di Popolo.net

LA NUOVA GAFFE DELLA RAGGI E’ SOLO L’ULTIMA DI UNA LUNGA SERIE

Dicembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

DAL NATALE DI ROMA A GIACHETTI, DALLA FOTO SBAGLIATA DI PIATTELLI AL PATTO DEI SINDACI GIA’ ESISTENTE

Si dice che un vero leader non debba spiegare il perchè delle proprie decisioni. Si diceva anche prima che inventassero Twitter e Facebook.
Ad esempio, come scrive oggi Virginia Raggi in un tweet: «Ritengo inopportuno che la salma di Vittorio Emanuele III venga trasferita al Pantheon». Ecco, sarebbe stato sufficiente. E invece, la sindaca di Roma offre un suo ulteriore sintetico ragionamento: «Fortunatamente la monarchia fa parte del passato di questa Repubblica».
Lo strafalcione è servito e la Rete, ovviamente, non perdona: «La famosa Repubblica monarchica dei bei tempi andati», si legge tra le centinaia di sberleffi piovuti sulla pagina della sindaca.
«Questa Repubblica, mica un’altra. Ha fatto bene a specificare», ironizza un altro utente. Peccato, perchè contro la sepoltura al Pantheon del re che favorì il fascismo e sottoscrisse le leggi razziali si erano già  schierati il Pd, l’Anpi, la comunità  ebraica e il Movimento 5 stelle. Rimaneva solo da raccogliere il consenso e invece è arrivata la gaffe.
Non è la prima volta che la sindaca di Roma scivola sul terreno preferito dei Cinque stelle, quello dei social.
La tendenza all’inciampo online Raggi l’aveva già  messa in evidenza durante la campagna elettorale, quando lo sfidante a sindaco di Roma del Pd Roberto Giachetti rispose scherzosamente su Facebook al profilo satirico di un altro candidato, Alfio Marchini. Raggi però lo prese per vero e gridò all’inciucio tra Pd e centrodestra.
Tristemente celebre è poi il tweet per festeggiare il compleanno di Roma: «Happy 2.700th Birthday Rome. #NataleDiRoma», scriveva Raggi lo scorso 21 aprile.
Nessun errore grammaticale, in un inglese affatto ostico alla sindaca, ma gli anni della Capitale sarebbero 2770.
Pari imbarazzo, forse, suscitò il tentativo di rimediare al mancato omaggio da parte del Comune di Roma a Settimio Piattelli, uno degli ultimi testimoni della Shoah morto all’età  di 95 anni e membro della comunità  ebraica della Capitale.
La sindaca corse tardivamente ai ripari esprimendo la propria vicinanza «e quella di tutta Roma alla sua famiglia e ai suoi cari».
Non solo, in contemporanea all’annuncio arrivò anche il tweet dell’account ufficiale di Roma. Tutto perfetto, se non fosse che a corredo del messaggio di condoglianze venne postata la foto di un’altra persona, Adriano Ossicini, quasi coetaneo e amico del povero Piattelli, ma ancora in vita.
L’album delle cadute web di Raggi purtroppo è ricco di momenti passati alla storia della satira online.
Come il selfie di una Raggi sognante, mentre alle spalle l’incendio devasta una pineta romana.
E poi i tweet di trionfo per la riuscita del progetto stadio quando la Conferenza dei Servizi, chiamata a decidere, era ancora in corso.
E ancora, quando in occasione della giornata conclusiva del summit internazionale «Acqua e Clima. I grandi fiumi del mondo a confronto», organizzata proprio in Campidoglio, il sito del Comune salutò entusiasticamente «la proposta di adesione di Roma al “Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia”», pur avendo stretto quel patto nel 2009.

(da “La Stampa”)

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IL PIANO (CHE NON ESISTE) DI DI MAIO PER USCIRE DALL’EURO

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IN CASO DI REFERENDUM HA DETTO CHE VOTEREBBE PER USCIRE DALL’EURO, MA SPERA DI NON ARRIVARCI

Due settimane fa la deputata pentastellata Laura Castelli ha fatto scena muta alla domanda su cosa voterebbe in caso di referendum per l’uscita dall’euro. In prima battuta la Castelli aveva detto “non si dice” e poi aveva corretto il tiro dicendo “non lo so”.
È però impensabile che i rappresentanti e i portavoce di un partito che da anni cavalca il tema dell’uscita dalla moneta unica non vogliano dire in modo chiaro cosa voteranno e come vorrebbero gestire l’uscita dall’euro.
Oggi durante un’intervista a L’Aria che Tira su La 7 Di Maio ha finalmente fatto chiarezza su quale sarà  la posizione del MoVimento 5 Stelle in caso di eventuale referendum.
Secondo Di Maio «se dovessimo arrivare al referendum sull’uscita dall’euro, che per me è l’extrema ratio, è chiaro che sarei per l’uscita perchè vorrebbe dire che l’Europa non ci avrebbe ascoltato su nulla, ma prima proverei a ottenere risultati andando in Europa».
Qualche tempo fa infatti il leader pentastellato se ne era uscito con la brillante idea di usare la minaccia del referendum come arma finale una volta seduto al tavolo delle trattative con i partner europei.
Ma il piano di Di Maio è destinato a fallire miseramente. Non tanto perchè non potremo uscire dall’euro quanto per quello che succederà  in attesa dell’addio alla moneta unica.
Come è noto infatti nel nostro Paese non è possibile indire referendum consultivo.
Per renderlo possibile il M5S ha già  spiegato che interverrà  con una legge costituzionale.
Un percorso che non è esente da insidie.
La nostra Costituzione prevede infatti che per evitare un referendum popolare confermativo l’eventuale riforma costituzionale dei 5 Stelle debba essere approvata da almeno i due terzi dei componenti di entrambe le Camere.
In caso contrario la legge di modifica costituzionale che introduce il referendum consultivo sarà  a sua volta essere sottoposta a referendum.
Anche in quel caso però l’uscita dall’euro non sarà  automatica perchè il Parlamento dovrà  votare l’abrogazione della legge che ratifica il trattato di adesione all’euro.
Tutto questo procedimento richiede tempo, tempo che come nel più famoso dei proverbi è denaro.
E il denaro in questo caso sono i soldi degli italiani.
Secondo Di Maio il referendum sarà  l’extrema ratio. Ma l’arma referendaria, fino a che il governo italiano non ne creerà  le condizioni, sarà  inevitabilmente spuntata.
Il candidato Premier del M5S crede probabilmente che sia sufficiente “andare in Europa” a dire che se non otterrà  quello che vuole verrà  indetto il referendum. Ma in Europa sanno benissimo che fino a che non sarà  possibile indirlo quello di Di Maio sarà  un bluff.
Il M5S ritiene che in sede europea sia sufficiente ricordare — come ha detto Di Maio a Myrta Merlino — che “siamo noi, l’Europa, siamo la seconda forza manifatturiera d’Europa, siamo un paese fondatore”.
Il problema è che in Europa si decide democraticamente, e la storia “gloriosa” del nostro Paese conta poco.
Conta più la capacità  di saper convincere gli interlocutori.
Non si capisce quanto sia chiaro a Di Maio (e ai suoi elettori) che quella dell’uscita dall’euro non è una minaccia da fare a cuor leggero.
Anche solo parlare di referendum per uscire dall’euro può essere molto rischioso. Come la prenderebbero i mercati?
Se i sondaggi dovessero riportare una maggioranza stabile per la permanenza nell’euro, sui mercati non succederebbe nulla. Viceversa se i Sì fossero in vantaggio ci sarebbe un rialzo dello spread che andrebbe a colpire i titoli di debito italiani, i tassi di interesse schizzerebbero alle stelle e il governo troverebbe deserte le aste, con conseguente difficoltà  nell’erogare stipendi e servizi (anche se va detto che il Tesoro ha sinora accumulato ingenti riserve che potrebbero essere usate per tamponare la situazione).
Stefano Fassina ha ricordato a Di Mio che «il referendum consultivo e’ impraticabile per evidenti ragioni pratiche: la fuga di capitali dall’Italia e l’impennata degli spreads sui nostri titoli di Stato al solo annuncio di volerlo celebrare. Quindi per poter votare, sin dalle prime voci di voler procedere, sarebbe necessario bloccare i movimenti di capitali, razionare accesso ai depositi bancari, rinviare emissione di Titoli di Stato e spese pubbliche».
Infine c’è un piccolo dettaglio.
Qualche giorno fa Di Maio ha detto di voler mantenere il bonus da 80 euro.
Secondo il M5S però il bonus era una sorta di “contropartita” ottenuta da Renzi in sede europea.
Come farà  Di Maio a chiederlo ancora all’Europa (ovviamente non è così ma i 5 Stelle la pensano in questo modo) e al tempo stesso minacciare di uscire dall’euro?

(da “NetxQuotidiano”)

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FUCCI, LA PIETRA DELLO SCANDALO A CINQUESTELLE

Dicembre 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL SINDACO DI POMEZIA CHE VUOLE RICANDIDARSI “CACCIATO” DALLE CHAT INTERNE AL MOVIMENTO: “MI HANNO OFFERTO UN INCARICO DA CAPO DI GABINETTO SE MI RITIRO”

Il primo cartellino rosso a Fabio Fucci, sindaco di Pomezia che si è improvvisamente accorto dell’ipocrisia del MoVimento 5 Stelle quando i grillini non hanno voluto fargli fare il terzo mandato nelle istituzioni, è già  arrivato: l’ex pigmalione di Valentina Corrado contro Roberta Lombardi è stato infatti escluso dalle fantasmagoriche chat interne del M5S, quelle che ogni tanto finiscono sui giornali, mentre la stessa Corrado lo ha accusato su Facebook di aver tradito i principi grillini.
Fucci ha espresso rammarico per l’esclusione dalle chat perchè voleva spiegare le sue dichiarazioni dei giorni scorsi. Illuso: non c’è bisogno di spiegazioni quando si viene espulsi dalla chat.
Significa che si è diventati parte del problema e non della soluzione, anche se in precedenza il blog di Beppe Grillo ha additato in più occasioni come esempio l’amministrazione grillina a Pomezia e a Fucci era stata offerta una scappatoia per continuare a fare politica senza essere candidato ed eletto: «Mi è stato offerto l’incarico di capo di gabinetto di un importante ente pubblico fuori Pomezia quando dovessi terminare l’esperienza da sindaco, per rimanere nel M5S», ha fatto sapere ieri, in risposta al preavviso di sfratto targato Di Maio.
Quell’ente pubblico a quanto pare è il Campidoglio, visto che quel posto è vacante dall’insediamento della giunta Raggi e dalla nomina, poi ritirata di Daniele Frongia. Ma gli spifferi di Palazzo Senatorio raccontano una storia opposta: è lui che avrebbe chiesto quel posto e sarebbe stata la Raggi a rifiutarlo.
Il rifiuto del terzo mandato per Fucci però è un segnale ben preciso nei confronti dei tanti che a Roma oggi sono al secondo: Marcello De Vito, Enrico Stefano, Paolo Ferrara, Daniele Frongia, Daniele Diaco e così via, oltre che Virginia Raggi.
Tutti sono consapevoli che questo è il loro ultimo giro nelle istituzioni e che se e quando cadrà  il Campidoglio andranno a casa anche loro. Per sempre.
Ma la questione di Fucci oltre che politica è anche giuridica. Il sindaco di Pomezia si sarà  pure autoescluso dal MoVimento, come ha detto ieri il candidato premier Luigi Di Maio, ma rimane vicesindaco della città  metropolitana, la vecchia Provincia di Roma, ente che, ricorda oggi il Messaggero, «di fatto regge, visto che la sindaca è totalmente assorbita dalla vicende del Campidoglio e passa a Palazzo Valentini una volta a settimana, il venerdì mattina.
Per dare seguito alla cacciata dal M5S, Raggi dovrebbe togliere le deleghe al suo vice (al cui posto sarebbe pronto Paolo Ferrara) e far scattare il rimpasto».
Un altro problema è quello interno al comune di Pomezia.
Fucci non ha ancora ricevuto alcuna sanzione o sospensione dal MoVimento 5 Stelle, ma in ogni caso non si capisce cosa possa succedere se viene messo alla porta dal M5S: i consiglieri grillini si dimetteranno per farlo cadere da sindaco a pochi mesi dalle elezioni?
E come prenderebbero la vicenda i cittadini di Pomezia, soprattutto ora che c’è in ballo la candidatura del presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà ?
Poi c’è il problema politico: se Fucci alla fine si candida davvero con una lista civica, il rischio è che il M5S finisca per perdere le elezioni e mandare proprio lui al ballottaggio con un avversario di centrodestra o centrosinistra.
E a quel punto i grillini veri cosa sceglieranno?

(da “NextQuotidiano“)

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IL CASO FUCCI E L’IPOCRISIA DEL M5S: IL SINDACO USCENTE DI POMEZIA ANNUNCIA LA SUA RICANDIDATURA FUORI DAL M5S

Dicembre 17th, 2017 Riccardo Fucile

“SONO DEGLI IPOCRITI”… UN ALTRO CHE SE NE E’ ACCORTO SOLO ORA

«La cosa più amara di questo periodo è l’ipocrisia di fondo che c’è in questo rifiuto. Mi si dice “no perchè da noi non si può vivere di politica”; però poi mi vengono offerti incarichi di nomina: assessore, persino capo di gabinetto di un importante ente pubblico»: come spesso succede, Fabio Fucci si è improvvisamente accorto dell’ipocrisia del MoVimento 5 Stelle non appena è stato lui a doverla subire.
Il sindaco uscente di Pomezia ieri ha annunciato che si candiderà  per un secondo mandato da primo cittadino senza i grillini nella ridente cittadina laziale dove i suoi però hanno già  scelto chi dovrà  corrergli contro, ovvero il presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà .
Una situazione che potrebbe portare i grillini a perdere il comune, oppure a lasciare via libera sempre a Fucci nel ballottaggio in caso di exploit della lista civica del sindaco, che però poi magari dovrebbe avere l’appoggio del M5S per trovarsi una maggioranza in consiglio comunale.
Come d’abitudine nel M5S, sulla sua pagina Facebook Fucci non ha affrontato la questione della ricandidatura ma a chi nei commenti gli chiede conto della scelta risponde dicendo che il suo primo mandato da consigliere è durato troppo poco.
Poi, in un’intervista al Corriere, parla delle offerte che gli sarebbero state fatte per non ricandidarsi, senza però fare nomi e cognomi di chi gliele avrebbe fatte e donando alla sua presunta “denuncia” tutta quell’ipocrisia di cui accusa gli altri.
Fucci ha parlato per la prima volta della sua ricandidatura durante un convegno in cui erano presenti Elena Fattori e Valentina Corrado, la consigliera regionale che lui ha sponsorizzato per la corsa a candidata governatrice nel Lazio rimediando una pesante sconfitta politica, visto che è arrivata terza dopo Roberta Lombardi e Davide Barillari.Ma ora il sindaco è pronto ad essere espulso?
Lui al Fatto replica così: “Non sono io che esco, e poi ho dato tanto al Movimento”. Dai 5Stelle nessuna reazione ufficiale, per ora. “Per provvedimenti bisognerà  attendere le mosse ufficiali di Fucci”, si limitano a dire al quotidiano di Travaglio. Intanto Valentina Corrado si dissocia con parole molto forti da lui
E Luigi Di Maio dice che Fucci si è messo fuori dal MoVimento 5 Stelle.

(da “NextQuotidiano“)

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PENSIONI D’ORO, I DODICI MILIARDI DI DI MAIO E I CONTI ANCORA SBAGLIATI

Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile

COME FARE POLITICA SPARANDO CIFRE A CASACCIO, TANTO C’E’ SEMPRE QUALCUNO CHE CI CREDE

Si possono risparmiare 12 miliardi di euro tagliando le pensioni sopra i 5000 euro come ha detto il vice presidente della Camera Luigi Di Maio ieri a Radio Anch’io?
Sì. A patto di azzerare, cioè eliminare completamente, oltre 151 mila assegni da almeno 5000 euro lordi, poco meno di 3000 euro netti.
Con un risparmio di circa 12,8 miliardi di euro.
I numeri arrivano dai dati 2015 del casellario centrale dei pensionati, inseriti in un rapporto pubblicato da Itinerari Previdenziali, e mettono in evidenza come l’idea di ottenere un risparmio permanente come quello ipotizzato da Di Maio rischierebbe di coinvolgere una platea di pensionati che proprio “d’oro” non sono.
Non a caso, meno di 24 ore dopo il Movimento 5 Stelle ha puntualizzato che il risparmio “si riferisce a più anni” e “quando parliamo di pensioni d’oro ci riferiamo a pensioni sopra i 5 mila euro nette”.
La pezza dei pentastellati, però, è peggio del buco.
Come mostrano i dati del casellario, il numero di pensioni che si trovano sopra la fascia dei 5000 euro netti, circa 8500 euro lordi, assicurerebbe risparmi di molto inferiori ai 12 miliardi di euro, meno 1,9 miliardi di euro se si sommano gli importi mensili che si trovano sopra gli 8532 euro mensili lordi.
Per un totale di poco meno di 13 mila assegni, quasi l’equivalente di 13 mila persone visto che in questa fascia pochi possono vantare più di una pensione di questo importo.
In meno di sei anni, più di una legislatura, si otterebbe quanto promesso da Di Maio.
Per ottenere questi risparmi non bisognerebbe però portare le pensioni considerate d’oro a un livello considerato accettabile dal Movimento 5 Stelle, quindi al massimo 5000 euro netti, ma addirittura cancellare integralmente l’importo.
Vorrebbe dire non dare più nemmeno un euro a chi incassa queste pensioni.
Inoltre, c’è una differenza sostanziale, ammesso e non concesso di non scontrarsi con la Corte Costituzionale su questo tema –   tra immaginare un risparmio annuale e parlare di “più anni”. Significa che il taglio delle pensioni immaginato dai Cinque Stelle sarebbe temporaneo e non permanente.
Così come, di conseguenza, la eventuali nuove misure di spesa ad esso associate.

(da “La Repubblica”)

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IL DEPUTATO M5S CHE PENSA CHE CARLO CALENDA SIA IL MINISTRO DELL’ECONOMIA

Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile

CALENDA GLI RICORDA CHE LUI E’ MINISTRO DELLO SVILUPPO E PAOLO ROMANO CANCELLA IL TWEET

Oggi su Twitter è andato in scena uno scontro divertente tra Paolo Romano, deputato del MoVimento 5 Stelle, e il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda.
Comincia Romano, che richiama Calenda perchè ha chiesto “ad Alitalia di informarsi sui contributi dati a Ryanair! Forse si è dimenticato che lui è il Ministro dell’Economia. Da anni chiediamo trasparenza sui contributi dati a Ryanair, c’è anche una legge che lo prevede, disattesa proprio dal suo governo“.
Il deputato Romano non si è accorto che Calenda non è ministro dell’Economia, e fa riferimento a una dichiarazione dello stesso ministro a L’Aria che tira di ieri: “Ho chiesto ai commissari di Alitalia di aprire una richiesta di informazioni su tutti i contributi che Ryanair prende dalle regioni. Se prende soldi pubblici deve rispettare le regole, altrimenti si comporta, come ho già  detto, in modo indecente”.
Calenda ha subito replicato a Romano segnalandogli che lui non è il ministro dell’Economia e ricordandogli che i contributi sono regionali e non è il governo a erogarli.
A questo punto, in nome dell’onestà  intellettuale, Romano ha cancellato il tweet e ne ha pubblicato un altro senza fare cenno minimo all’errore precedente, chiamandolo ministro dello Sviluppo ma tornando ad accusare il governo di averla disattesa.

(da “NextQuotidiano”)

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FUCCI SI CANDIDA A POMEZIA SENZA IL M5S

Dicembre 16th, 2017 Riccardo Fucile

“IL M5S SI STA PRIVANDO DI ME”… GLI ATTIVISTI LOCALI HANNO GIA’ VOTATO UN ALTRO CANDIDATO SINDACO

Il sindaco di Pomezia, Fabio Fucci, sfida direttamente i vertici pentastellati e si candida con una lista civica.
Come aveva anticipato sulla sua pagina Facebook, Fucci ha dichiarato la sua volontà  di provarci senza i grillini durante un convegno con la senatrice Elena Fattori e la consigliera regionale Valentina Corrado, di cui aveva accompagnato la corsa, fallita, a candidata governatrice durante le Regionarie del Lazio. Il Messaggero ha raccolto le sue dichiarazioni:
«Ho governato bene, mi ricandido per un terzo mandato», dice sicuro Fucci. Il quale si è creato in questi anni, e a ora ancora di più, molte sponde all’interno del movimento dei 5 stelle e a più livelli. Non solo livelli locali. Ieri era a un convegno con la senatrice Elena Fattori e la consigliera regionale Valentina Corrado.
Per la prima volta, dunque, un eletto non elemosina il simbolo e in virtù dell’esperienza acquisita proverà  a correre con una sua lista civica, come Pizzarotti.
«Fino a ieri ero portato come esempio a Rimini, oggi vengo gettato alle ortiche e avanti il prossimo nonostante la mia formula abbia funzionato», dice Fucci.
E quindi, bye bye Movimento.
La teoria del sindaco è questa: «È il M5S che si sta privando di me — dice al Messaggero- Non ho chiesto di stravolgere la regola, ma di applicarla con ragionevolezza. Il mio primo mandato da consigliere è durato poco più di un anno,quindi non è completo».
I vertici per ora tacciono perchè gli riconoscono dei meriti. In questo momento il M5S sta cercando disperatamente di valorizzare competenze ed esperienze acquisite sul campo.
I grillini locali hanno scelto come prossimo candidato sindaco il presidente del Consiglio comunale Adriano Zuccalà . Con la candidatura di Fucci il rischio è che finisca come a Parma, ovvero con una lista che ruba voti all’altra. Magari però stavolta favorendo gli altri candidati.

(da “NetxQuotidiano”)

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CLAMOROSA GAFFE DI DI MAIO SULLE PENSIONI D’ORO, SBAGLIA I CONTI: PER RISPARMIARE 12 MILIARDI BISOGNEREBBE TAGLIARE ASSEGNI DA 2.500 EURO

Dicembre 15th, 2017 Riccardo Fucile

L’ESPERTO: “HA DATO NUMERI CHE NON STANNO NE’ IN CIELO NE’ IN TERRA”

“Sì, sono 12 miliardi, veda bene”. Luigi Di Maio risponde a tono al giornalista di Radio anch’io che esprime forti perplessità  sulla proposta lanciata pochi secondi primi dal candidato premier dei 5 Stelle: abolire le pensioni d’oro che “oggi ci costano 12 miliardi di euro”.
Di Maio non ha dubbi e tira dritto.
Huffpost ha fatto un fact-checking delle dichiarazioni di Di Maio.
Secondo i dati forniti dal Centro studi di Itinerari previdenziali, ente indipendente tra i più accreditati nel settore della ricerca sulle pensioni, per ottenere un risparmio di 12 miliardi bisognerebbe tagliare gli assegni dal valore medio pari a 2.500-2.600 euro mensili.
Un importo che è molto lontano da quelle che vengono definite pensioni d’oro, cioè assegni dal valore superiore ai 3.000 euro mensili.
Se poi si considera che, secondo quanto riferito a Huffpost da chi si occupa del dossier pensioni nel Movimento 5 Stelle, il calcolo di Di Maio prende come riferimento da tagliare le pensioni che hanno un importo superiore ai 5.000 euro netti mensili, i conti non tornano.
“Per gli assegni sopra i 5 mila euro netti al mese, i beneficiari sono un po’ meno di 10 mila. Il costo è di 1,8 miliardi”, spiega Alberto Brambilla, presidente di Itinerari previdenziali.
Non si arriva alla cifra di 12 miliardi, indicata dal candidato premier grillino, neppure se si abbassa l’asticella.
“Per le pensioni sopra i 3 mila euro netti al mese – spiega ancora Brambilla – il costo è di circa 9,6 miliardi dato che i beneficiari sono circa 90 mila”.
Ribaltando la prospettiva, il risultato non cambia.
Partendo, cioè, dalla cifra indicata da Di Maio, per arrivare a un risparmio di 12 miliardi di euro bisognerebbe abolire gli assegni che hanno un valore netto intorno ai 2.500-2.600 euro mensili.
“I numeri non sono questi, non stanno nè in cielo nè in terra, il conto che fa lui è sbagliato”, ribadisce Brambilla.
Il presidente di Itinerari previdenziali, tra l’altro, pone una questione non secondaria: “Di Maio dice che vuole abrogare le pensioni d’oro, ma a queste persone cosa diamo? Gli portiamo via tutti i soldi?”

(da “Huffingtonpost”)

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“ROMA E’ RIDOTTA A UNA VERGOGNA E LA RAGGI E’ ETERODIRETTA DA MILANO”

Dicembre 13th, 2017 Riccardo Fucile

L’ACCUSA DEL GRILLINO CARLO SGANDURRA, PRESIDENTE DELL’AGENZIA PER IL CONTROLLO DEI SERVIZI DELLA CAPITALE: “IO NON SONO CONDIZIONABILE, IL COMUNE DA’ DIRETTIVE SBAGLIATE E NON SA USARE LA MACCHINA”

Ieri abbiamo parlato del rapporto dell’Agenzia per il controllo della qualità  dei servizi pubblici del Comune di Roma che massacravano i risultati (?) dell’amministrazione grillina, facendo anche notare che il presidente è Carlo Sgandurra, nominato dall’Assemblea Capitolina nel settembre scorso e attivista grillino a Tagliacozzo. Sgandurra in un’intervista rilasciata oggi al Messaggero dice che la Giunta “non sa gestire i servizi” e accusa la Raggi di essere “eterodiretta da Milano“.
Il rapporto certificava la bocciatura nella gestione dei trasporti (responsabilità  dell’assessorato di Linda Meleo) e dei rifiuti (di competenza di Pinuccia Montanari). Nella sua relazione il Presidente dell’Agenzia Sgandurra lo ha detto chiaramente: «i dati degli ultimi diciotto mesi documentano purtroppo una tendenza negativa. Non mancano buoni esempi di gestione (della cultura e dell’estate romana), ma esistono e resistono delle macro aree del disservizio che riguardano soprattutto il settore dell’igiene urbana e dei trasporti»
A ricevere i voti peggiori è il servizio di trasporto pubblico. Nel settore della mobilità  — ha spiegato Sgandurra — i romani hanno perso 2,6 milioni di chilometri/vetture percorsi dagli autobus che sono stati compensati solo in parte da 1,5 milioni di chilometri/vetture in più percorsi dalle nuove metropolitane.
Nell’intervista Sgandurra è ancora più esplicito:
«Non si risolve il problema della mobilità  di Roma chiamandola “città  in movimento” oppure la burocrazia complicata del Campidoglio con la dicitura “città  semplice”».
L’assessore all’Ambiente Pinuccia Montanari ha detto che quelli dell’Agenzia sono «dati irrilevanti».
«La Montanari, prima di parlare, dovrebbe rispondere alla serie di richieste che le sono state fatte dall’Agenzia, a cui non ha risposto. Ha detto che il piano industriale di Ama stava sul sito, invece se lo tengono stretto. Il gioco delle tre scimmiette con me non funziona».
Vuole andare allo scontro.
«No. O lavorano o la smettono di fare gli struzzi e i giocolieri. D’ora in poi ogni capello sarà  messo in evidenza».
Guardi che se continua a dire queste cose la sindaca la caccia.
«La sindaca? Non può mandarmi via: io dipendo dal consiglio comunale. L’Agenzia risponde all’assemblea».
L’attacco a Meleo, Montanari e Raggi
Il grillino Sgandurra ha certificato che nei primi diciotto mesi la Giunta Raggi non ha in alcun modo migliorato i servizi dei romani, e questo nonostante l’incredibile numero di lacchè che, con audacia e sprezzo del ridicolo, si presenta ogni giorno a propagandare l’asfaltatura di una strada o il raccolto di quattro foglie per far vedere che l’amministrazione lavora.
«Qui sicontinua a usare la tecnica dell’emergenza per risolvere i problemi. Vogliamo parlare della pulizia dei tombini affidata a una ditta esterna invece che ad Ama? Sa cosa significa? Che un’amministrazione o è in grado di gestire o non lo è».
Sgandurra, ex dirigente ANAS che lavorò con Alemanno portando molti appalti in procura, è molto esplicito e nell’intervista firmata da Simone Canettieri arriva persino a insinuare che la sindaca sia eterodiretta da Milano:
«I consiglieri rispondono ai romani che li hanno votati ma non hanno responsabilità  politica, quella ce l’hanno gli assessori che però rispondono alla sindaca».
Certo, e quindi?
«La sindaca non ascolta i consiglieri, ma è eterodiretta. Da Milano. Oppure da Livorno o da Genova. Sembra quando gli imperatori provenivano dalle province».
Adesso è diventato grillino.
«Sì, ma non faccio sconti a nessuno. Sono un iscritto certificato al M5S, presentai anche la lista nel comune di Tagliacozzo. Purtroppo non c’è più lo spirito iniziale. Ma non voglio buttarla in politica. Sono un tecnico».
E ora boccia la giunta M5S.
«La città  è ridotta una vergogna. Io non sono condizionabile. Il Comune dà  direttive sbagliate e non sa usare la macchina. Con la voglia di cambiar tutto hanno spazzato tutto con il preconcetto che non potevano fidarsi di nessuno. La sindaca ascolta troppe chimere».
Insomma, dopo l’exploit dell’assessore al commercio Meloni di qualche tempo fa, anche Sgandurra è stato davvero sincero.
Come uno che sta per essere cacciato.

(da “NextQuotidiano”)

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