Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
LE IMMAGINI E I FERITI DI PIAZZA SAN CARLO HANNO SVELATO LE CRITICITA’ DI UNA AMMINISTRAZIONE CHE SI SENTIVA INVIOLABILE
Il primo grande inciampo.
Una caduta che Chiara Appendino sta pagando e, come prevedono i tempi della politica, continuerà a pagare ancora per un po’.
Innanzitutto scricchiola il tandem Chiamparino-Appendino. “Il sistema Torino non ci ha fatto bella figura”, insiste il presidente del Piemonte. I fatti di piazza San Carlo, nel giorno della finale di Champions, gli oltre 1500 feriti, costano al sindaco di Torino la fine della sua inviolabilità e riaprono, nella città sabauda, una dinamica di scontro tra partiti che in quest’ultimo anno era stata un po’ silente.
E anche dentro i 5Stelle il primo cittadino più amato d’Italia non è più un tabu: “Alla vigilia delle amministrative questa non ci voleva”, dice qualcuno dopo che il senatore Airola, che aveva criticato apertamente il primo cittadino, è stato silenziato.
Sta di fatto che il primo a rompere la luna di miele tra Appendino e persone che contano, poteri della città , è stato proprio Sergio Chiamparino, presidente fino a tre anni fa della fondazione bancaria Compagnia di San Paolo.
Lui, che l’ha sempre difesa, che è sempre stato dalla sua parte iniziando anche un lavoro in sinergia, adesso mette in discussione l’operato della sindaca.
Non lo fa con un attacco diretto, ancora può essere presto, ma al Corriere della Sera dice: “Il sistema Torino ha dato prova di non saper governare la situazione, si è mostrato impreparato, mettendo a rischio la sicurezza dei suoi cittadini e di chi era arrivato per vedere la partita”.
Ma, aggiunge, “non è che si può mettere in croce una sola persona, è chiaro gli errori sono stati molti e ben distribuiti”.
Sottolinea che non si può mettere in croce solo Chiara Appendino ma, nello stesso tempo, non le fornisce alibi. Anzi, oggi come mai era stato fatto prima d’ora, lo stesso presidente della regione fa notare un certo imbarazzo.
Lo stesso imbarazzo, raccontano ambienti del Pd torinese, che si respira in città e nel rapporto tra Appendino e i cosiddetti poteri forti che prima e dopo la campagna elettorale l’hanno sostenuta.
Ma ora in una certa Torino si parla di impreparazione e addirittura di dilettantismo. Non che sia venuto meno l’asse con personaggi di spicco del cotè industrial-finanziario, dalla Fiat alla Camera di commercio e agli istituti bancari.
Ma sicuramente l’immagine di una città come Torino, balzata alle cronache nazionali come un luogo pericoloso e non ben controllato, è quella che la società torinese più influente non avrebbe voluto vedere, considerando che ha investito molto sulla figura di una politica giovane e innovativa che proprio da quel tipo di ambienti proviene.
Per la Appendino la batosta è stata forte.
Oggi, per la prima volta, velatamente, non nasconde un complesso di colpe: “È evidente – dice – che qualcosa non ha funzionato. Come amministrazione siamo pronti ad assumerci le eventuali responsabilità che dovessero emergere dall’inchiesta della magistratura”. La pressione che ha addosso è forte, basti pensare che ha pianto dopo aver incontrato i genitori del bambino ferito.
Anche il quotidiano La Stampa ha aperto il giornale con un titolo che dice molto: “Il piano d’emergenza fantasma”.
Sottolineando poi che è stata ignorata la circolare diffusa dal capo della Polizia Franco Gabrielli con le linee guida da adottare in occasione dei grandi eventi.
Ha parlato di quanto avvenuto anche l’arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia: “Quello che conta è prenderci tutti le nostre responsabilità , senza scaricare su altri o sul caso quello che è accaduto. Se è vero che la piazza era piena di cocci di bottiglie vendute abusivamente, che sono state poi la causa di tanti ferimenti, occorre anche un severo controllo delle norme di sicurezza”.
Sicurezza, quindi. Il mantra di questi giorni in una Torino che si è risvegliata improvvisamente insicura con un’amministrazione che, almeno sabato sera, si è scoperta debole.
Il Pd, rimasto schiacciato un anno fa dalla vittoria di Chiara Appendino, adesso vede con una certa soddisfazione questa prima crisi di fiducia.
E non manca di sottolinearla: “Credo che la responsabilità della Appendino e della sua Giunta sia quella di aver assolutamente sottovalutato l’enorme rischio a cui era esposto quell’evento e le giustificazioni addotte sono ancor meno convincenti”.
Prova a gettare acqua sul fuoco il candidato premier in pectore M5S, in piena campagna per le amministrative, ma sa bene che uno scivolone del genere può costare caro.
Soprattutto perchè in ballo c’è la credibilità dei pentastellati come amministratori sui territori.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
A TARANTO CRITICA LA NUOVA LEGGE CHE HA VOLUTO LUI, POI SI ACCORGE DELLA GAFFE E CERCA DI RIMEDIARE SU FB
Wow! Da quando nella politica italiana è arrivato Beppe Grillo è tutt’un’altra storia! Dovete sapere che
oggi Beppe Grillo a Taranto, dove ha incontrato e si è fermato a parlare con gli operai dell’Ilva, ha detto che la legge elettorale che il M5S sta facendo insieme a Partito Democratico, Forza Italia e Lega non la capisce nessuno: “Democrazia, voto …. Cos’è? Stiamo facendo una legge elettorale che nessuno capisce più. Neanche voi riuscite a capire quando dovete mettere 8 croci su 5, 6 cose che non capite…”. Ma siccome Beppe Grillo non è mica scemo, poco fa Beppe Grillo ha smentito Beppe Grillo su Facebook:
La legge elettorale è un tema complicato, che i cittadini non capiscono e di cui neppure vogliono sentire parlare. Li capisco. Oggi sono a Taranto e ho visto i segni che l’Ilva ha lasciato sulla città . Per questa gente la legge elettorale è l’ultimo dei problemi. E questo è ciò che ho detto loro. Sulla legge elettorale che abbiamo votato online con gli iscritti e che i nostri stanno portando avanti stiamo facendo un lavoro certosino. Abbiamo messo la faccia sulla legge elettorale perchè non potevamo lasciare che PD e Forza Italia scrivessero le regole del gioco a loro uso e consumo. Avanti così!
In realtà non è vero che Beppe Grillo ha detto agli operai di Taranto che la legge elettorale è l’ultimo dei problemi.
O meglio, glielo avrà anche detto ma ha anche detto che è una legge elettorale che non capisce più nessuno.
Ma poi è arrivato Beppe Grillo che gliele ha cantate chiare e forti a Beppe Grillo.
Che non si permetta più, Beppe Grillo, di dire le cose che ha detto Beppe Grillo!
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
A OSTACOLARE LO SPRINT PER APPROVARE LA DELIBERA DELLA RAGGI SONO PROPRIO I GRILLINI DELLA CIRCOSCRIZIONE
I malumori erano solo sopiti: il Movimento 5 stelle rischia di spaccarsi di nuovo sullo stadio della
Roma.
Un’altra volta, dopo quella riunione fiume in Campidoglio dove alcuni consiglieri votarono contro l’accordo stretto dalla sindaca Virginia Raggi, e di cui il gruppo comunale ancora sente gli strascichi.
Ora che è arrivato il momento decisivo per il progetto di Tor di Valle (la giunta approverà in giornata la delibera definitiva di interesse pubblico, che dovrà poi arrivare in aula), i contrasti interni sono pronti a riesplodere.
E il Campidoglio rischia di andare allo scontro con il Municipio IX che ospiterà l’impianto, e che pur essendo a guida 5 stelle pare non essere intenzionato a dare il suo via libera: il parere dell’amministrazione locale potrebbe essere negativo.
Da lunedì è iniziato lo sprint finale che dovrebbe portare all’approvazione della delibera aggiornata la settimana prossima: oggi l’ok della giunta, entro il 15 quello dell’Assemblea capitolina.
Si tratta della prima data utile da cui si può riconvocare la nuova conferenza dei servizi, dopo che la prima si è chiusa negativamente ad aprile.
Non c’è una scadenza precisa, ma il Comune vuole lanciare un segnale positivo alla società , dopo che il presidente James Pallotta di recente ha minacciato l’addio nel caso in cui lo stadio non dovesse esser pronto entro il 2020.
Di qui la fretta di ultimare l’iter, anche se ciò comporta un tour de force burocratico. Prima del voto in aula servirebbe il parere del municipio sulla nuova delibera.
A tal fine ieri il capogruppo del M5s in Comune, Paolo Ferrara, e il consigliere Pietro Calabrese si sono recati nella sede del Municipio IX, quello che ha la competenza sull’area di Tor di Valle, per ottenere un rapido via libera dell’amministrazione locale. La riunione, però, non è andata proprio come i due emissari della Raggi si aspettavano.
I consiglieri comunali si sono trovati di fronte all’opposizione di una parte consistente della maggioranza municipale.
Una nuova frattura interna al Movimento romano, non del tutto imprevedibile vista la riottosità della base e dei comitati di quartiere.
Le resistenze sono nel merito del progetto: agli oppositori il taglio delle cubature non basta, sono contrari alla variante urbanistica e continuano a chiedere di rimanere all’interno del piano regolatore, che non prevede un business park.
Ma anche nella forma: il Comune vorrebbe che il Municipio si esprimesse al più presto, già entro la fine della settimana.
“Ma se non ci avete ancora dato il testo della delibera, come possiamo dire sì in queste condizioni?”, hanno protestato alcuni.
“Altro che trasparenza e partecipazione, sono solo decisioni calate dall’alto”. Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, ci sarebbe stata anche una conta interna (lo strumento tipico di tutte le riunioni M5s), conclusa con 5 voti contrari e solo 3 favorevoli.
Ma l’esito non sarebbe stato ratificato per la mancanza di alcuni consiglieri, con la decisione di ripetere il voto forse già in giornata.
In Comune sperano che la nottata abbia portato consiglio in Municipio, convincendo qualche indeciso e recuperando gli assenti.
E che insieme all’ok della giunta capitolina arrivino anche segnali di distensione dal quartiere a sud della Capitale. Ma al momento il rischio di ricevere giudizio negativo da parte di un’amministrazione a guida 5 stelle è concreto.
Il parere del Municipio non è vincolante ma — ragionano in Campidoglio — rappresenterebbe comunque un “segnale politico molto forte”.
Il peggior viatico possibile per l’approdo in aula del testo, visto che anche nel gruppo comunale non manca il dissenso: l’ala oltranzista capeggiata da 3-4 consiglieri ha ripreso forza, pure ieri nella riunione di maggioranza sono volate parole forti. Lo stadio si deve fare, ma rischia di costare caro al Movimento.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
NELLA BIOGRAFIA DI ANGELA EMERGONO I CONTRASTI DI QUANDO GRILLO FACEVA DISINFORMAZIONE… OGGI LODA IL MODELLO INCENERITORI DI BARCELLONA, MA UNDICI ANNI FA LI CRITICAVA
Oggi l’Italia ha scoperto che Piero Angela non nutre molta ammirazione per Beppe Grillo.
La questione però non è dovuta — a quanto pare — all’attività politica del comico ma ad alcuni trascorsi professionali.
Come spesso accade però nel caso di Grillo i due aspetti sono strettamente legati. Questo perchè per molto tempo alla base dell’azione politica del MoVimento c’è stato unicamente il Grillo-pensiero.
L’aneddoto raccontato da Piero Angela nella sua autobiografia riguarda una proposta di collaborazione fatta a Grillo.
La proposta consisteva in una serie tv dove i temi ecologici affrontati da Grillo nei suoi spettacoli venissero presentati con un piglio più scientifico. Grillo da sempre ha fatto dell’ecologia una dei suoi cavalli di battaglia. Che fossero gli OGM che uccidevano i ragazzi “per shock anafilattico” o i cellulari che cuociono le uova come il microonde il comico ha spesso parlato dei pericoli della tecnologia o della medicina.
Ad esempio quando ha detto che la chemioterapia era inutile e serviva solo a far ingrassare i conti correnti dei primari.
Oppure sul fatto che l’AIDS non esiste dicendo addirittura che “ci sono dei seri sospetti che sia una bufala” e spiegando che nessuno “ha mai fotografato il virus dell’HIV” e che era la cura contro l’HIV a causare l’AIDS (di fatto invitando a non curarsi).
Nel 2006 Grillo (o chi per lui visto che il post è anonimo) attaccò Piero Angela e suo figlio “ben remunerati dalla Rai ma non informati”.
Nel post Grillo critica un servizio di SuperQuark sugli inceneritori dicendo che Angela ha fatto cattiva informazione.
Per Grillo Piero Angela ha sbagliato a citare il modello di Barcellona dove sono stati realizzati due inceneritori in piena città . SuperQuark ha sbagliato inoltre a non parlare della strategia “rifiuti zero” che secondo Grillo stava dando buoni risultati in alcune città (ma non nelle metropoli).
Ed è interessante perchè qualche settimana fa Grillo ha citato proprio Barcellona come modello per risolvere il problema dei rifiuti di Roma.
Ovviamente il Capo Politico del MoVimento non ha detto che Barcellona usa gli inceneritori. Curioso no?
Sempre nel post del 2006 Grillo citava gli studi di Stefano Montanari e Antonella Gatti sulle nanoparticelle. Sono gli stessi ricercatori che sostengono la teoria dei metalli pesanti nei vaccini.
In calce all’articolo Grillo ricordava inoltre che era ancora possibile donare per l’acquisto di un microscopio elettronico sulle nanopolveri. Uno strumento da 350 mila euro da destinare alle ricerche di Montanari e Gatti ai quali era stato sottratto perchè ricercatori indipendenti.
Peccato però che una volta raggiunto l’obiettivo il microscopio sia finito altrove. Questo perchè la Onlus che ha raccolto il denaro si è accorta che il primo microscopio non era “stato sottratto” ma spostato dalla sede della Nanodiagnostic (dove i due svolgevano attività di analisi a pagamento) all’università di Modena.
Nella vicende interviene anche l’ex moglie di Grillo, Simona Toni, a spiegare come Grillo sia stato raggirato.
Mentre da parte sua Montanari pubblica un libro dal titolo “Il Grillo Mannaro” dove dice invece di essere stato sfruttato da Grillo.
Rimane il fatto che Grillo ha fatto informazione utilizzando le ricerche di Montanari senza verificarle (compresa una lista degli alimenti contenenti metalli pesanti).
Quello stesso Grillo, che ora ha rotto i rapporti con Montanari e loda il modello Barcellona, contestava a Piero Angela di non aver fatto corretta informazione.
Buffo no?
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 6th, 2017 Riccardo Fucile
AL SEMINARIO DELL’INNOVAZIONE DEL M5S OTTO RELATORI E SEI SPETTATORI
Il Corriere della Sera oggi pubblica oggi una fotografia relativa a uno dei tanti convegni in cui ci sono più relatori che pubblico.
Si tratta del seminario sull’innovazione del MoVimento 5 Stelle al Senato, nel quale stava parlando il molto onorevole Luigi Di Maio.
Massimo Rebotti sul quotidiano spiega il senso dello scatto:
Intendiamoci, gli organizzatori hanno tante giustificazioni: il lunedì in Parlamento è semideserto e un convegno di prima mattina non sempre è una buona idea (anche se il tema dovrebbe essere nelle corde del movimento di Grillo e Casaleggio).
In un’epoca enfatica, però, dove inquadrature e bandiere che sventolano spesso mascherano i buchi in platea, e le dirette Facebook sono sempre, immancabilmente, «un boom di contatti», lo scatto delle sedie vuote al convegno con Di Maio quasi rilassa: come numeri, non è andato benissimo.
Succede.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 5th, 2017 Riccardo Fucile
ARRIVA IL CAPOCOMICO A IMPORRE IL SILENZIO, MA FASSINO RILANCIA: “LA APPENDINO SI PRENDA LE SUE RESPONSABILITA'”
Ricorderete sicuramente che l’altroieri il senatore della Repubblica italiana Alberto Airola ha perso la milionesima occasione per stare zitto accusando, in un post diffamatorio e insultante, i media di complotto per i feriti a piazza San Carlo a Torino. Oggi, attraverso il Corriere della Sera, la Appendino ha scaricato il senatore rubricando le sue dichiarazione come “a titolo personale”.
Non contento, il senatore Airola oggi ha avuto la brillantissima idea di criticare la Giunta Appendino, che fino a ieri voleva difendere ma evidentemente la lettura del Corriere deve averlo fatto innervosire, per la location scelta per l’evento: “A posteriori, come opinione personale, dico che forse è stato un errore fare questo evento in una piazza chiusa”, ha detto oggi a Radio Cusano Campus.
Airola, poi ha detto che nel pomeriggio era passato a piazza San Carlo: “Ho visto che c’erano molti controlli, ma c’erano anche molti venditori abusivi di bibite che circolavano nei pressi — afferma Airola a Radio Cusano -. Ho avvertito i vigili, ma non è intervenuto nessuno. I vigili lamentano scarsità di risorse. In questo passaggio di consegne forse il vecchio comandante non ha lasciato un corpo così efficiente, ma è una mia valutazione personale. So che l’amministrazione sta cambiando le cose”. Curiosamente, nessuna di queste critiche è stata fatta ieri: oggi viene fatta cercando di dare la colpa al “vecchio comandante”.
E allora eccola, puntuale, la lavata di capo sul blog di Grillo: «Ps: Alberto Airola si è espresso a titolo personale e non parla a nome del MoVimento 5 Stelle. Tutto il MoVimento 5 Stelle è vicino ai feriti e ai loro familiari, a tutti i torinesi e alla sindaca Chiara Appendino in questo momento di difficoltà ».
Più chiaro di così c’è solo un’espulsione.
Fassino: “Gestione superficiale, solo prassi”.
La gestione di piazza San Carlo per la diretta della finale di Champions “è stata affrontata con superficialità , richiamandosi solo all’ordinarietà della prassi, quando invece erano necessarie misure straordinarie”.
Lo ha detto Piero Fassino, ex sindaco e ora consigliere comunale del Pd, nel dibattito in Sala Rossa dopo le comunicazioni di Chiara Appendino. “È ora – ha aggiunto – che la sindaca Appendino si assuma le responsabilità che competono al suo ruolo, che talvolta sono anche più grandi di quelle dovute”.
Fassino ha giudicato “improprio il riferimento al passato” – il maxischermo nella stessa piazza per la finale di Champions di due anni fa – “perchè la situazione di oggi non è quella del 2015 ed è anzi grave non cogliere le differenze e non aver saputo cogliere le potenziali criticità che questo evento poteva produrre. Detto questo – ha aggiunto – le cose nel 2015 erano state fatte in modo ben diverso. Ogni volta che c’è una difficoltà – ha proseguito, rivolgendosi ala sindaca Appendino – lei cerca di scaricarla su qualcun altro, quasi sempre su di me, ma di questi 1527 feriti non può chiedere conto a me”.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 5th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA LEGGE SUL “PARLAMENTO PULITO” DEL 2007 ALLA LEGGE TRUFFA DI OGGI: SI SONO RIMANGIATI TUTTO PER DIFENDERE UNA POLTRONA
Era il 2007, in scena andava la legge di iniziativa popolare “Parlamento Pulito” e Beppe Grillo era
chiarissimo nel dire NO ai parlamentari scelti dai segretari di partito e sì alle preferenze dirette che avrebbero permesso la scelta degli onorevoli ai cittadini.
O tempora, o mores! Erano tempi belli, belli, bellissimi. Peccato che siano passati.
Ieri infatti il MoVimento 5 Stelle non ha appoggiato l’emendamento alla legge elettorale che permetteva il ritorno delle preferenze.
Ma per fortuna Danilo Toninelli, che ha condotto per i grillini la trattativa con quei cattivoni dei partiti con cui non scenderemo mai a patti e gli venisse un colpo ai piddini se ci rimangiamo la parola, ci spiega in un’intervista alla Stampa che le preferenze per loro sono un mantra, ci mancherebbe:
Le preferenze non sono più una vostra priorità ?
«Ci sono equilibri politici da tenere in considerazione. E poi mi sembra chiaro che a loro le preferenze non piacciano. Ciò che va sottolineato, però, è che noi siamo di fronte a un bivio: o una legge costituzionale o una anticostituzionale».
Se il risultato di una legge costituzionale è sempre un Parlamento di nominati, il problema non resta?
«Per noi le preferenze sono un mantra. Però dall’altra parte abbiamo una legge incostituzionale, ricordiamocelo. Noi abbiamo fatto una valutazione responsabile. Stiamo applicando il metodo tedesco, e nel metodo tedesco non ci sono le preferenze. E allora, di cosa stiamo parlando?»
De te fabula narratur, bello di zio.
(da “NextQuotidiano”)
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Giugno 5th, 2017 Riccardo Fucile
IL 63% DEL PARLAMENTO SARA’ DI NOMINATI… IL M5S ORA E’ DIVENTATO CONTRO LE PREFERENZE DOPO AVER FATTO I V-DAY CONTRO I NOMINATI
Come un gioco delle tre carte. Tre carte e quattro giocatori che fanno finta di abolire i “nominati”, ma in verità li aumentato.
E preparano un Parlamento composto per il 63 per cento da deputati e senatori scelti dai quattro: Renzi e Di Maio, Salvini e Berlusconi.
Ecco Danilo Toninelli, braccio destro (e sinistro) di Di Maio in materia, uscire dalla Sala del Mappamondo. Ha appena votato contro, in commissione, sulla proposta di rimettere le preferenze, vecchio cavallo di battaglia contro il Parlamento dei nominati, quello — per intenderci — dei vaffa nei V-Day.
Sembra già un ministro, nella domenica degli scravattati alla Camera.
Aspetta che i cronisti si avvicinano, ingessato in un abito stirato, cravatta, scarpa nera che pare nuova. Gira la carta: “Finalmente — dice — possiamo dire che non ci sono più le candidature e i capilista bloccati”.
Insomma, pare dire a Travaglio che ha bollato questa legge come Merdinellum, con grande enfasi tra i suoi lettori e tra gli elettori pentastellati: abbiamo fatto una modifica, perchè prima vanno in Parlamento gli eletti negli uninominali, poi quelli del proporzionale, eletti nelle liste bloccate.
Arriva Ettore Rosato, il tosto capogruppo del Pd, che per tutto il giorno ha parlato fitto fitto con Toninelli. Radioso: “Abbiamo abolito i capilista bloccati”.
È questo il messaggio su cui si cercano titoli di giornali e siti, sperando che qualcuno abbocchi. La modifica va bene anche a Forza Italia, tanto — come vedremo non cambia nulla. E anche alla Lega, per lo stesso motivo.
Ed effettivamente la logica non cambia. La modifica consiste in questo.
Nel testo base prima passava il capolista del proporzionale, poi gli eletti nei collegi. Ora, invece: prima scattano gli eletti nei collegi, poi si passa alla lista bloccata. Cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia.
Per due motivi.
Prima: la lista resta bloccata – senza preferenze — e con tanto di capolista, al netto delle truffe semantiche, perchè il primo scritto in alto in una lista bloccata si chiama capolista bloccato.
Secondo: non è stato inserito il voto disgiunto, dunque la dinamica reale resta la stessa. Ovvero si vota il partito — prendere o lasciare – che decide liste e candidati come comanda il cuore del capo.
Cambia solo, rispetto al testo base, che invece di scattare per primo, il capolista bloccato scatta dopo chi vince i collegi.
Il che blinda il meccanismo evitando di esporlo al rischio di incostituzionalità .
Perchè nella precedente versione c’era l’eventualità che uno vincesse il collegio ma non venisse eletto. Per un partito come Forza Italia, per intenderci, non cambia nulla. Eleggeva solo nominati prima, elegge solo nominati ora.
E i “nominati” aumentano al punto che i listini sono stati allungati da quattro nomi a sei.
E resta il paracadute anche se, invece delle tre candidature multiple, si lavora a una sola: ti candidi, ad esempio, in un collegio a Roma, ma per stare sicuro ti metti anche nel listino bloccato in Emilia Romagna.
C’è di più. Tutto questo va incrociato, con la modifica del giorno prima, che ha ridotto il numero dei collegi.
Nel testo base erano 50 e 50. Ora i collegi scendono da 303 a 225 (232 se si considerano quelli del Trentino e valle d’Aosta dove si vota col Mattarellum): è il 37 per cento della Camera.
Al Senato quelli eletti nei collegi sono 122, il 36 per cento.
Il che significa che il restante 63-64 per cento sarà eletto nelle liste bloccate del proporzionale.
E infatti, per accogliere la numerosa truppa, le circoscrizioni sono aumentate da 27 a 28 e le liste allungate da quattro a sei.
In Germania, tanto per ricordare, sono 50 e 50 (e con voto disgiunto).
Il gioco delle tre carte è questo. Ognuno mette qualche punto di distinguo, ma al dunque nessuno presenta alcunchè per blindare l’accordo che ha come punto di caduta il voto al più presto.
Tanto che, udite udite, per fare presto sono stati inseriti — nel silenzio di tutti — i collegi direttamente nell’emendamento Fiano.
C’è scritto che li disegna il ministero, ma se finisce in anticipo la legislatura si usano quelli disegnati ai tempi del Mattarellum.
Gli abili giocatori spiegano che “è tutto normale” e che non è una forzatura estromettere il Viminale dal calcolo ed utilizzare dati fondati sul censimento del 1991, ben due censimenti fa.
In altri tempi i Cinque Stelle avrebbero urlato alla truffa. Ora va tutto bene, nella forsennata corsa verso il voto: 63 per cento di nominati, collegi di un quarto di secolo fa.
Martedì in Aula. Giovedì, al massimo venerdì — assicurano i quattro giocatori — la Camera approva.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 5th, 2017 Riccardo Fucile
LA PENOSA GIUSTIFICAZIONE DI TONINELLI: “BISOGNA TENER CONTRO DEI MOTIVI POLITICI”, OVVERO MANTENERE LA SUA POLTRONA
No alle preferenze e no al voto disgiunto. 
In commissione vanno in scena i 5Stelle che non ti aspetti: trattativisti ed estremamente politici.
I grillini, in nome dell’accordo stretto con il Pd, Forza Italia e Lega Nord, non hanno votato la modifica alla legge elettorale che prevedeva l’introduzione delle preferenze e la doppia scheda. Dunque: “Respinto, respinto, respinto”.
Gli emendamenti depositati dal Movimento democratici e progressisti, da Sinistra italiana e Fratelli d’Italia vengono bocciati uno dopo l’altro, anche quelli che un tempo rappresentavano i cavalli di battaglia dei pentastellati.
A farlo notare è Alfredo D’Attorre di Mdp, che prende la parola in commissione Affari costituzionali e fa un commento durissimo: “Sono stupito da come, sulla base di una convenienza partitica si ribaltino convinzioni portate avanti da sempre, anche con severi giudizi nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo. I Cinquestelle sono evidentemente scesi dal piedistallo e assistono o silenti e imbarazzati o conniventi”.
La sfida è rivolta a Danilo Toninelli, colui che per i 5Stelle ha trattato sulla legge elettorale.
Il deputato grillino, prima che fosse messa al voto la proposta di D’Attorre per l’introduzione del voto disgiunto e delle preferenze, ha fatto mettere agli atti: “Nel merito, il M5S è a favore del voto disgiunto, ma si deve tenere conto anche dei motivi politici. Sottolineo inoltre che il voto disgiunto è perfetto per il sistema tedesco che è diverso dall’assetto italiano. Si potrebbe infatti verificare il caso che un candidato vincente nell’uninominale non entri. Mi pare poi che il relatore Fiano abbia anticipato che non ci sarà più il capolista bloccato, ma che ci saranno i vincitori degli uninominali. E io penso che tutti i vincitori dei collegi uninominali avranno un seggio assegnato, avendo diminuito i collegi da 330 a 225, più Trentino e Val d’Aosta”.
Questo è vero, ma le preferenze, per le quali i 5Stelle sono scesi in piazza nel giorno del famoso V-day, sono un’altra cosa.
Nel nuovo accordo rimane invece il listino bloccato, anche se il capolista non avrà più la priorità sugli eletti nei collegi.
Secondo D’Attorre “il voto disgiunto e le preferenze nel listino proporzionale avrebbero rafforzato enormemente il potere di scelta dei cittadini. È chiaro che Grillo si appresta a dire agli elettori per le selezione dei parlamentari ciò che ha già detto per le elezioni comunali di Genova: ‘Fidatevi, decido io'”.
La polemica va avanti, in mezzo c’è anche Ignazio La Russa che per protesta parla in tedesco, e poi c’è Toninelli che si sgola e lo farà anche sui social per far passare il messaggio che i grillini faranno le primarie online per scegliere i candidati e i posti in listi.
Sta di fatto che le preferenze per i grillini appartengo al passato. Ormai ci hanno rinunciato in nome dei “motivi politici”.
Poi basta un attimo e in commissione scoppia la bagarre.
Il deputato di Mdp Arcangelo Sannicandro dà dei “quattro ladroni” ai partiti (Pd, Fi, M5S, Lega) che hanno siglato l’intesa. “Con questa legge elettorale, apri il Parlamento come una scatola di sardine e ci trovi i nominati! Grazie ai quattro ladroni della democrazia”, si fa sentire l’ex esponente di Pci e Rifondazione.
Il relatore Emanuele Fiano del Pd lo interrompe e chiede l’intervento del presidente di commissione Andrea Mazziotti pretendendo le scuse del deputato Mdp.
Dopo una concitata discussione, Sannicandro conclude: “Chiedo scusa ai dispensatori di democrazia”.
(da “Huffingtonpost”)
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