COSA C’E’ DIETRO LA VIOLENZA DEI GIOVANI IN PIAZZA? LA PSICOLOGA PIGOZZI: “UNA FORMA DI IMPOTENZA, ECCO PERCHE’ GODONO A DISTRUGGERE”
HANNO SPESSO 12-13 ANNI E ARRIVANO DALLE PERIFERIE, TRA RABBIA E SFIDUCIA NELLE ISTITUZIONI
Distruggere ciò che si vorrebbe migliorare, cercare una forma di potere dove si sperimenta
l’impotenza, colpire luoghi e oggetti quando non si riconosce più nessuno a cui chiedere di cambiare le cose. È in questo cortocircuito che Laura Pigozzi, psicologa, psicoanalista e autrice di numerosi saggi sull’adolescenza e sul rapporto tra genitori e figli, legge la violenza esplosa durante le manifestazioni di questi giorni. «Questi ragazzi hanno cominciato a protestare perché volevano migliorare la scuola, una dichiarazione di quanto tengano a quello spazio che è il loro luogo di libertà», spiega a Open. Quando la protesta degenera in violenza, si finisce per colpire anche ciò che si vorrebbe migliorare. «È un paradosso apparente», avverte la psicanalista.
Chi sono i minorenni arrestati a Milano
Dietro i cappucci e le sciarpe che hanno riempito le piazze delle proteste, ci sono ragazzi giovanissimi, anche di 12 e 13 anni. Molti arrivano dalle periferie e dall’hinterland, quei contesti dove il divario tra desiderio e cruda realtà spesso può essere un abisso. C’è chi scende in piazza per esprimere il proprio malcontento e chi finisce per lasciarsi trascinare dalle dinamiche del branco. A Milano, al termine di un fine settimana di proteste e scontri, il bilancio è di 34 minorenni arrestati. Per i maggiorenni si sono aperte le porte di San Vittore, per i più giovani quelle del Beccaria. Le accuse, a vario titolo, comprendono devastazione, saccheggio e resistenza pluriaggravata.
«La violenza? Arriva quando c’è un senso di impotenza»
Per la psicoanalista, il punto di rottura è nella perdita di fiducia nelle istituzioni. Per alzare la voce bisogna credere che dall’altra parte ci sia qualcuno disposto ad ascoltare. «Si protesta quando si presume che ci sia un’istituzione, un altro, come diciamo nel linguaggio psicoanalitico, un Altro con la A maiuscola, ancora capace di rispondere, ascoltare e cambiare le cose. Quando poi la protesta esplode in violenza, significa che quell’Altro è percepito come insufficiente, che le istituzioni non rispondono e che ci si sente soli. La violenza è anche una forma di disperazione», spiega Pigozzi.
«Distruggere dà un senso di potere immediato»
Quando manca un interlocutore in grado di raccogliere le richieste, la rabbia può quindi finire per scaricarsi contro muri e oggetti. «Distruggere produce un’immediata sensazione di potere. Ragazzi che, per diverse ragioni, a partire dalla loro età e dal tipo di educazione che ricevono, hanno sperimentato l’impotenza, possono trovare nella distruzione una forma di potere immediata», osserva la psicoanalista. «Poi è chiaro che ci sono sempre stati gli infiltrati, fin da quando ero giovane io, e continueranno a esserci, ma c’è anche una manifestazione di disagio e impotenza che va ascoltata», precisa.
Cosa c’è dietro l’assalto ai negozi e al centro città
Anche la mappa della devastazione, come nel caso dei luoghi colpiti a Milano, racconta qualcosa. I giovanissimi arrivati dalle periferie si sono riversati in centro, fino a piazza Duomo, prendendo di mira i templi del consumo, dai supermercati ai negozi di scarpe e abbigliamento di marca. Scelta che solleva interrogativi sul significato di quei bersagli, soprattutto quando a colpirli sono ragazzi che vivono lontano dal centro e hanno un accesso più limitato alle opportunità che la città e quei negozi offrono. «C’è sicuramente una componente di invidia sociale. Se continuiamo ad allargare la forbice delle disuguaglianze, diventa sempre più difficile garantire a tutti una vita dignitosa. Quando si ruba qualcosa che rappresenta un bene economico a cui non si ha accesso, è come una sorta di esproprio proletario», commenta Pigozzi.
assalto feltrinelli proteste
Non solo beni costosi. «Ho visto distruggere anche delle librerie», osserva Pigozzi. «L’oggetto è diventato il centro della nostra religione. Viviamo in una sorta di religione dell’oggetto», aggiunge. In un sistema, però, con modelli di consumo a cui non tutti possono aspirare. «Non possiamo continuare – chiosa la psicanalista – ad alimentare la povertà di alcuni e l’iper-ricchezza di altri, presentando l’oggetto come un feticcio imprescindibile per poi pretendere che per alcuni possa essere prescindibile. È questa stessa religione dell’oggetto che perverte il pensiero dei ragazzi».
Il branco e la difficoltà di contenere gli impulsi
C’è poi la dinamica del gruppo. Cosa succede quando la rabbia individuale sfocia in un comportamento collettivo? «Si verifica un eccesso pulsionale che prende il sopravvento e non si riesce più a contenere. Parliamo, del resto, di ragazzini in cui la corteccia cerebrale non è ancora sviluppata. Come possono riuscire a contenere tutto questo se non hanno ancora gli strumenti per farlo?», risponde la psicologa. Questo, chiarisce, non significa escludere la responsabilità individuale, ma interrogarsi anche su quella degli adulti. «Il limite è una questione educativa, perché siamo noi adulti a doverci occupare dei ragazzi. Se non pensiamo a educarli attraverso percorsi e confini che non siano semplici gabbie di contenimento, ma lascino spazio anche alla creatività, il risultato è questo».
Per Pigozzi, servono quindi regole chiare, ma anche occasioni culturali e percorsi educativi capaci di dare una direzione a quell’energia. Altrimenti, la distruzione rischia di diventare un’esperienza in cui la gratificazione immediata finisce per alimentare altra violenza. «La pulsione non si mette al servizio del desiderio e finisce per esprimersi liberamente, innescando un cortocircuito di godimento», chiosa. Meccanismo che, alla fine, si ritorce contro chi lo mette in atto. «Godi nel distruggere, ma ti distruggi godendo. È questo, in fondo, quello che è successo».
L’incredulità dei genitori dei minorenni arrestati
E mentre Milano fa la conta dei danni, fuori dalla Questura è andato in scena lo smarrimento dei genitori dei ragazzi fermati. Padri e madri stazionavano sui marciapiedi, increduli, in attesa di notizie dei propri figli. «Mio figlio vive a Monza e mi aveva detto che sarebbe uscito con degli amici a Milano. Poi mi ha chiamata per dirmi che era stato arrestato. Era la prima volta che veniva in città. Non so bene cosa fare», ha raccontato una madre arrivata in treno. Al netto delle presunte responsabilità penali che spetterà alla magistratura accertare, per Pigozzi il grande banco di prova è il ruolo educativo di queste famiglie.
«Educare i figli è una questione sociale, non privata»
«È sicuramente un’occasione per ripensare il proprio progetto educativo. Ma soprattutto bisogna ripensare il significato stesso della genitorialità», commenta. Non basta proteggere i figli all’interno delle mura domestiche, come se il mondo esterno non li riguardasse. Per la psicoanalista, essere genitori significa anche assumersi una responsabilità nei confronti della società in cui i ragazzi crescono. «Essere genitori non è una faccenda privata, è una questione sociale», afferma. E non si tratta di attribuire automaticamente alle famiglie la colpa delle violenze, ma di riconoscere che l’educazione non si esaurisce nel rapporto tra genitori e figli. Servono contesti in cui i ragazzi possano confrontarsi, misurarsi con dei limiti e trovare alternative alla distruzione. «Se continueranno a preoccuparsi soltanto del proprio nido e dei propri figli, senza assumersi una responsabilità collettiva, non ne usciremo mai. La genitorialità non può essere solo un godimento privato, ma deve diventare una passione sociale. Altrimenti, i figli cresceranno senza una direzione. Perché mettere al mondo un figlio è anche un progetto politico».
(da agenzie)
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