“NON VOGLIO ESSER RICORDATO COME UN MONUMENTO. SI SA COSA SUCCEDE POI AI MONUMENTI, NELLE PIAZZE…”. PAOLO CONTE PARLA DELLA GRANDE MOSTRA DEDICATA AI SUOI DISEGNI, DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DI CRISI CREATIVA
“ESISTONO UNA DECINA DI TESTI CHE PER FRETTA DI COMPOSIZIONE NON MI HANNO SODDISFATTO, MA NON DIRÒ MAI QUALI SONO … “È UN MOMENTO STORICO E SOCIALE CHE NON MI PIACE PER NIENTE, È MOLTO BRUTTO. MA NON IMMAGINO SOLUZIONI, PERCHÉ NON MI INTENDO DI POLITICA O DI ATTUALITÀ. NON ME NE SONO MAI OCCUPATO”
Paolo Conte tiene nascosto dietro ai baffi un sorriso allegro, tradito dagli occhi che non sanno dissimulare la contentezza di chi nella vita ha fatto quello che desiderava fare, giocando con la musica, con le matite e i pennelli, con le parole:
«Solo il calcio ora mi diverte meno. È tutto troppo veloce, esasperato, non lo riconosco più. È un’altra cosa rispetto a quello che mi appassionava un tempo. Per non dire di quello che giocavo nei campetti con il mio amico Bruno Gambarotta, uno che amava tenerla un po’ troppo la palla».
Riferirò la critica. La musica la sorprende ancora?
«La musica è come una fata. Fa la regia di tutto. Interpreta i colori, nasconde dentro di sé la tecnica, impone se stessa. Intimamente la musica rimane sempre accovacciata dietro a tutto il resto, per poi ispirare. La musica per me è ancora quella cosa che dà una prima ispirazione ed è carica di verginità, sorprende persino l’autore».
Tra pochi giorni però saranno le sue opere pittoriche a essere protagoniste di una grande mostra, “Paolo Conte. Original”. L’arte figurativa ha permeato tutta la sua vita: ha per lei la stessa importanza della musica?
«È persino precedente alla musica
Quali sono i suoi riferimenti pittorici?
«El Greco mi ha sempre attratto per la verticalità delle sue composizioni. Mario Sironi è un pittore che mi piace tantissimo. Così come Massimo Campigli, Carlo Carrà e anche Durer. Ma in genere non penso a nessun modello mentre dipingo, mi lascio un po’ trasportare da ondate che arrivano da chissà dove».
Che artista è il Paolo Conte della mostra?
«Uno che porta i suoi disegni e i suoi lavori fatti con fogli, matite e pennelli. Ci saranno opere mai esposte prima, ma il nucleo centrale è quello delle opere realizzate per Razmataz. Sono 143 lavori in tutto, a partire dal 1956.
La spaventa la realtà?
«Io non sono mai stato bravo con la realtà. Ho sempre sentito la difficoltà di raccontare l’attualità. Quello che mi accorgo di fare è ancorarmi al passato, o forse al futuro. Ma l’attualità non fa per me. Per quanto anche ora mi sforzi, cerco di seguire i media, ma non riesco a farmi un’idea chiara di cosa succeda veramente qui vicino e nel mondo. Ci sono troppe notizie, tutte affannose, ansiogene».
Come le sembra il momento che stiamo vivendo?
«È un momento storico e sociale che non mi piace per niente, molto brutto. Ma non immagino soluzioni, perché non mi intendo di politica o di attualità. Non me ne sono proprio mai occupato. Mi incuriosisce molto il gran parlare che si fa dell’intelligenza artificiale, anche se non ho capito esattamente cos’è e se oltre alla minaccia che mi sembra essere, almeno per quanto riguarda l’arte, possa essere anche qualcos’altro».
Dicono che dovrebbe semplificare e migliorare molte cose, a partire dalla medicina: alla creatività, invece, forse potrebbe arrecare qualche danno. Lei si è mai pentito di qualcosa che ha scritto?
«Be’ sì. A dire il vero esistono una decina di testi che per fretta di composizione non mi hanno soddisfatto, ma non dirò mai quali sono. Il fatto è che io ho sempre scritto principalmente musica, per me quella era la cosa più importante. E a volte i testi sono arrivati, diciamo così, alla fine, un po’ di corsa».
Le è mai capitato di avere una crisi di creatività?
«A dire il vero mi è capitato un periodo nemmeno tanto breve in cui non riuscivo a scrivere testi che mi soddisfacessero da abbinare alla musica che avevo scritto. Proprio facevo fatica. Così, per stuzzicare la fantasia, sono andato a comprarmi un rimario, per vedere se almeno dal suono delle parole potevo trovare una ispirazione. A un certo ho trovato un verso che proprio mi piaceva, decido dentro di me di usarla, ma poi leggo: “da una canzone di Paolo Conte”».
Ha mai pensato a come vorrebbe essere ricordato?
«Non voglio esser ricordato come un monumento. Si sa cosa succede poi ai monumenti, nelle piazze. Se devo proprio dire, vorrei essere ricordato come un artista ancora da scoprire».
(da “la Stampa” )
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