SI AVVICINA LO SCONTRO FINALE TRA PALAZZO CHIGI E ARCORE, SI RISCHIA UN NUOVO CLAMOROSO “INCIDENTE” IN PARLAMENTO: CHIAMATA NOTTURNA A MARINA BERLUSCONI CON “VAFFA” FINALE E LE SUPERCAZZOLE DI TAJANI
LA PROSSIMA SETTIMANA FORZA ITALIA DIRÀ NO ALL’EMENDAMENTO SULLE INTERCETTAZIONI. È STATA GIORGIA MELONI A FAR SALTARE ALL’ULTIMO LA TREGUA TENTATA DA MANTOVANO. LA DUCETTA NON VUOLE DARE L’IMPRESSIONE CHE MARINA BERLUSCONI DETTI LA SUA AGENDA (PREFERISCE FARSELA IMPORRE DA VANNACCI?) … IN BALLO C’È ANCHE LA QUESTIONE LEGGE ELETTORALE: L’UNICA SPERANZA PER LA DUCETTA È LA RUSSA, CHE POTREBBE RALLENTARE LA RIFORMA E DARE RESPIRO ALLA MAGGIORANZA
È stufa, raccontano. Di mediare e mettere la faccia su compromessi improponibili. Di porgere la guancia all’alleato inquieto: si scrive Forza Italia, si legge Arcore. E d’altra parte, quando a Palazzo Chigi denunciano l’instabilità di queste settimane, pronunciano sempre e solo un nome: Marina Berlusconi.
Bisogna dunque far capire che il passo successivo porta al precipizio. E quindi, salvo mediazioni su cui al momento nessuno può scommettere, l’Aula del Senato potrebbe assistere la prossima settimana a un clamoroso testacoda: i meloniani e i leghisti voteranno l’emendamento sulle intercettazioni assieme ai cinquestelle, mentre gli azzurri diranno di no.
Fine di una maggioranza? Dipende: i senatori di FI sosterranno comunque il decreto nel voto finale, tentando di ridimensionare tutto a un normale incidente di percorso. Anche se tutti sanno che non è così: traballa il governo. O meglio: sbanda.
Se le divisioni tattiche arrivano fin nel cuore di Palazzo Chigi, significa che la situazione è davvero a un passo dal punto di non ritorno.
Quanto successo tra pomeriggio e sera di mercoledì 22 luglio, una data che il melonismo ricorderà a lungo, ne è conferma indiscutibile. All’ora del tè Alfredo Mantovano autorizza una tregua nel centrodestra sulle intercettazioni: la norma finirebbe in un altro decreto, da varare in agosto, e nessuno si farebbe troppo male. Quando però su Roma scende il buio, un paio di telefonate cambiano lo scenario: Colosimo e Fazzolari bloccano tutto.
Col trascorrere delle ore, si comprendono i contorni. E soprattutto, chi ha deciso: Meloni.
La leader non vuole dare l’impressione che Forza Italia possa bloccare ogni decisione e rallentare ancora l’esecutivo. Manda quindi un segnale ad Arcore. Anche perché la partita si incrocia con quella, vitale, della legge elettorale. Lì il terreno è ancora più scivoloso, perché ripetere l’incidente sulle preferenze già consumato alla Camera equivarrebbe a sancire davvero la fine della maggioranza.
Nelle ultime ore, Meloni è stata chiara con Antonio Tajani: fammi sapere entro metà della prossima settimana cosa intendete fare al Senato.
Il gruppo azzurro è controllato da Stefania Craxi, che risponde direttamente a Marina Berlusconi. Ieri il vicepremier azzurro ha ammesso la realtà: «Sul tema delle preferenze ci saranno degli emendamenti, li valuteremo, ne parleremo e i gruppi decideranno in piena libertà sul da farsi».
Quello che il ministro non anticipa è che prenderà parte alla riunione, personalmente. E che proverà a spiegare ai suoi senatori che le liste bloccate esporrebbero la riforma elettorale a una probabile bocciatura della Consulta, come ripete spesso ai suoi interlocutori anche Ignazio La Russa.
È uno snodo decisivo, questa riunione di gruppo, perché apre due possibili scenari. Se Craxi va alla conta interna e la vince — tecnicamente, gode della maggioranza — mette la premier di fronte al dilemma: forzare rischiando una crisi oppure, ipotesi vagliata nelle ultime quarantotto ore, fermarsi clamorosamente.
Niente legge elettorale, denuncia di uno stallo e ognuno ad assumersi le responsabilità dei veti. Potrebbe addirittura convenirle, perché mantenendo il Rosatellum non si obbligherebbe a un accordo con Roberto Vannacci, secondo i sondaggi fondamentale per provare a vincere.
Consapevole dei rischi, proprio La Russa lavora a imporre una soluzione di compromesso che rallenterebbe almeno un po’ il percorso della riforma e, dunque, il momento della verità.
Due le strade possibili.
La prima: termine degli emendamenti in commissione a inizio agosto, ma avvio dei voti a inizio settembre. La seconda: termine il 31 agosto, votazioni comunque nella prima settimana di settembre. In quest’ultimo scenario, la destra si garantirebbe trenta giorni per capire se presentare emendamenti e forzare la mano. Per decidere, soprattutto, se e quanto lo scontro tra Palazzo Chigi e Arcore debba segnare davvero la coda della legislatura.
(da Repubblica)
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