UCRAINA,UN EX AGENTE DELLA CIA: “MAI VISTO NIENTE DEL GENERE IN 28 ANNI, TRUMP DANNEGGIA ANCHE GLI STATI UNITI”
COSA COMPORTEREBBE LA SOSPENSIONE DELL’INTELLIGENCE AMERICANA A KIEV
Se c’è un uomo in America che conosce bene Vladimir Putin, quello è John Sipher. Ventotto anni nella Cia, una carriera nelle operazioni clandestine e nel controspionaggio tra Mosca, i Balcani e Washington che avevano spesso un unico obiettivo: anticipare le mosse dei russi. Oggi Sipher, 65 anni, è fellow della George Mason University e dell’Atlantic Council ma continua a seguire molto da vicino quello che accade in Europa. Risponde alle domande di Open via Zoom.
Cosa perderebbe l’Ucraina se gli Stati Uniti sospendessero davvero la condivisione dell’intelligence?
«Non esiste un interruttore per accendere e spegnere l’intelligence. Con gli ucraini lavoriamo dal 2014 in maniera continuativa e molto coordinata: una parte della relazione consiste nel consegnare rapporti di intelligence, un’altra i collegamenti elettronici che forniscono informazioni satellitari, un’altra ancora nell’addestrare il personale locale e lavorare insieme, ma anche acquistare equipaggiamenti e fornire tecnologie che possano aiutarli a raccogliere informazioni».
L’intelligence può significare molte cose diverse: fonti sul campo, satelliti, capacità informatiche, valutazioni analitiche. È possibile sospendere alcune forme di condivisione e mantenerne attive altre?
«Se si tratta di sistemi come Starlink, si possono disattivare facilmente, ma tutto il resto è impossibile. Prendiamo un Paese come la Gran Bretagna. Ci sono funzionari dei servizi segreti Usa che lavorano all’interno dell’agenzia britannica di intelligence. Condividono informazioni grezze e rapporti, lavorano insieme a operazioni congiunte. È molto difficile accendere e spegnere tutto questo».
Quindi la minaccia di Trump è “solo” politica?
«Lui non capisce nulla di tutto questo, non comprende il valore che ricaviamo dalla collaborazione con gli alleati. Gran parte dell’intelligence che riceviamo proviene dai partner, Ucraina compresa. Negli ultimi anni Kiev è diventata molto importante per tecnologia e difesa. Le nostre forze armate e la nostra comunità di intelligence stanno imparando molto da loro: ci stanno aiutando a comprendere meglio sia le attività informatiche russe, sia le nuove frontiere della guerra ibrida. Se Trump “spegnesse” davvero l’intelligence ucraina, danneggerebbe anche gli Stati Uniti».
Durante i suoi 28 anni alla Cia ha mai assistito alla sospensione o alla limitazione della condivisione dell’intelligence per ragioni politiche?
«No, mai. Posso dirle che quando arriva una nuova amministrazione rende chiare le proprie priorità politiche. Per esempio, l’amministrazione Obama dichiarò fin da subito che voleva concentrarsi maggiormente sull’Asia. Quelle priorità passavano dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, che poi informava le diverse agenzie. Ovviamente gli agenti sul campo continuavano a mantenere i rapporti con gli altri al di là delle priorità del momento. Non ho mai visto interrompere la condivisione dell’intelligence per ragioni politiche. Se guardiamo al rapporto tra i Five Eyes (l’alleanza di sorveglianza nata nel Dopoguerra che comprende Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, ndr) ci sono stati periodi in cui le relazioni politiche erano molto difficili. Henry Kissinger quando lavorava per Nixon a volte chiedeva di smettere di condividere informazioni “per mandare un segnale” a un alleato. Succedeva allora che tutti gli esperti e gli operativi si precipitavano a dissuaderlo. Se ci sono divergenze politiche, vanno gestite attraverso i canali politici. Il discorso cambia quando c’è una vera rottura delle relazioni diplomatiche».
Si fa fatica a immaginare rapporti e modalità così lineari…
«Può capitare di condividere un po’ meno se si tratta di un dossier sensibile o se temi di non poterti fidare completamente dei tuoi interlocutori. È proprio il caso dell’Ucraina prima del 2014: c’era sempre una paura di fondo che la loro intelligence fosse infiltrata dai russi. Dopo il 2014, quando la Russia prese la Crimea, gli ucraini allontanarono molte delle persone che avevano lavorato nel vecchio sistema. Iniziammo così a sviluppare relazioni con unità d’élite di cui potevamo fidarci. Nel corso degli anni costruimmo rapporti solidi e così la condivisione delle informazioni aumentò perché eravamo meno preoccupati che potessero finire nelle mani dei russi. C’erano anche Paesi come la Germania di cui, francamente, non ci fidavamo del tutto. Collaboravamo su questioni come il terrorismo ma su alcuni temi particolarmente sensibili, compresa la Russia, no. Eppure tutto questo rientra ancora nei parametri di “normalità”. Io ho lavorato per cinque presidenti diversi, repubblicani e democratici, e la nostra capacità di collaborare con i partner e di raccogliere informazioni all’estero non è mai cambiata molto. Le priorità potevano cambiare un po’ con ogni amministrazione ma i rapporti costruiti restavano intatti. Le faccio un esempio: quando le forze armate americane entrano in Afghanistan, il personale arriva e poi se ne va. Gli agenti di intelligence invece restano e continuano a lavorare con i partner, costruendo relazioni e condividendo informazioni. Raramente tutto questo cambia in maniera radicale. Ecco perché questa situazione è così insolita».
Che cosa rende l’approccio di Trump diverso da quello dei presidenti precedenti?
«Quando la maggior parte dei nuovi presidenti entra in carica, capisce di avere sotto di sé un apparato governativo enorme, probabilmente la più grande concentrazione al mondo di esperti in qualsiasi settore: dall’energia nucleare alla salute, dalla medicina alla sicurezza nazionale. Hanno un Consiglio per la Sicurezza nazionale che traduce le loro idee e le loro politiche in indicazioni per questi esperti, che poi danno indicazioni al governo. Il presidente Trump non ha mai compreso il valore di questa enorme organizzazione di esperti. Anzi, ha voluto presentarli come il «deep state», persone che erano contro di lui. Quando è tornato per il secondo mandato ha licenziato le persone che costituivano il meccanismo di coordinamento del Consiglio per la Sicurezza nazionale, che collegava la Casa Bianca alle diverse agenzie. Ha anche nominato alla guida di agenzie come l’Fbi, la Cia e il Dipartimento della Giustizia persone che non erano interessate a valorizzare le competenze ma che puntavano a smantellarle, così che Trump potesse fare quello che voleva. Questo significa che il presidente non riceve il genere di informazioni che normalmente riceverebbe un presidente. Fa telefonate personali agli amici. Si occupa solo di quello a cui vuole credere. Tutto è personale».
Ricorda un momento della sua carriera in cui le priorità politiche sono entrate in conflitto con il giudizio professionale degli agenti di intelligence?
«Gli agenti di intelligence sanno che il loro compito non è decidere la politica. Il Dipartimento di Stato, il potere esecutivo e il presidente prendono le decisioni politiche. Il nostro lavoro consiste nel fornire le migliori informazioni possibili, affinché possano prendere decisioni consapevoli. Non è insolito che il presidente faccia una scelta diversa da quella suggerita da noi. Lo capiamo. Va bene così. Ma non abbiamo mai avuto un presidente che screditasse così completamente i professionisti e prendesse decisioni passando da un capriccio all’altro, senza nemmeno prendere in considerazione le informazioni dei professionisti».
Lei si è occupato di Russia per buona parte della sua carriera, come pensa che Putin e i servizi di intelligence russi interpretino la possibilità di una rottura nella cooperazione tra Washington e Kiev?
«I servizi di intelligence russi hanno sempre voluto dividere l’Europa dagli Stati Uniti. Cercano continuamente fratture o crepe da sfruttare per creare problemi. Quindi per lui questa è un’ottima notizia. Se vede il presidente Trump e le persone all’interno della sua amministrazione litigare o essere in disaccordo, questo lo avvantaggia. I russi hanno sempre cercato di indebolire gli avversari attraverso disinformazione e sabotaggio. È il classico modo di operare russo. E purtroppo il nostro presidente ci casca in pieno».
Come potrebbero i servizi di intelligence russi sfruttare questa divisione?
«Negli Stati Uniti il primo emendamento permette alle persone di dire quasi qualsiasi cosa, anche quando hanno torto. I russi sfrutteranno questo ambiente, amplificheranno le voci di soggetti che diffondono messaggi dannosi e ne faranno circolare i contenuti. Useranno tutti gli strumenti della guerra ibrida, della guerra cognitiva e di quella politica. Li useranno in Ucraina e in tutta Europa. Stanno cercando di convincere settori dell’opinione pubblica che l’America non è affidabile e che il presidente Putin è potente. Il messaggio che vogliono veicolare è che Trump comprende il potere di Putin e che, dato che l’America fa affari con Mosca, anche gli europei dovrebbero fare un accordo con la Russia. Se l’Ue non parteciperà, resterà indietro. È un’operazione che va avanti da tempo. Tradizionalmente le amministrazioni americane capivano le intenzioni dei russi e sapevano come rispondere. Anche l’Europa affronta questo problema da anni».
C’è una parte dell’opinione pubblica e della politica in Italia, e in Europa, convinta che sarebbe meglio riprendere a fare affari con la Russia.
«Anche questo è un traguardo che Putin è riuscito a ottenere sfruttando Trump. Presenta la Russia come un Paese grande, potente e ricco, che offre ogni genere di opportunità commerciale a chi collabora con loro. Ma la Russia non è un’economia grande e ricca. L’Italia ha un Pil superiore a quello russo!».
Pensa che le agenzie di intelligence europee potrebbero compensare una riduzione del sostegno americano all’Ucraina? Quali capacità sarebbero più difficili da sostituire?
«Non esiste un’organizzazione paragonabile alla comunità dell’intelligence americana, con un programma globale così vasto e risorse economiche così importanti. Poi certo con alleati e amici si dividono da sempre settori e responsabilità: gli Stati Uniti forniscono una determinata capacità, l’Italia un’altra, la Gran Bretagna un’altra ancora e così via. Un servizio di intelligence può essere molto bravo in un determinato settore, ma essere privo di altre capacità perché fino a quel momento le avevano sempre fornite gli Stati Uniti. Essendo alleati, non c’era bisogno di sviluppare tutto autonomamente. Lo stesso vale nel settore militare».
Cosa non capiscono della Russia i leader che continuano a credere che fare accordi con Putin possa essere vantaggioso per i propri Paesi?
«Putin è un ex ufficiale del Kgb, è riuscito a presentare al mondo un’immagine falsa della Russia. Quello che, secondo me, queste persone non capiscono è che lui e la leadership russa odiano l’Occidente. Molti leader pensano: “Se sono amichevole con loro e faccio un accordo, vorranno collaborare con me. Vorranno fare affari con noi”. Ma semplicemente non è così. Credo che negli Stati Uniti ci sia una particolare debolezza: tendiamo a pensare che i problemi nel nostro rapporto con la Russia siano in qualche modo colpa nostra. Pensiamo che forse non stiamo dando loro abbastanza informazioni, oppure che non ci stiamo spiegando abbastanza chiaramente. Ma chiunque conosca la Russia sa che non ragionano come noi, non vogliono le stesse cose che vogliamo noi. Sono una dittatura imperiale che vuole controllare o invadere i propri vicini. E non esiste una quantità di persuasione sufficiente a trasformarli in un Paese che ragiona da democrazia occidentale. I sostenitori di Mosca non capiscono che i russi non ragionano come noi. Me lo hanno detto di persona ufficiali dell’intelligence russa. Ricordo ancora le parole di uno di loro: “Voi non capite. Pensate che, siccome vi somigliamo, ragioniamo come voi. Non vi comportereste con un ufficiale dell’intelligence cinese nello stesso modo in cui vi comportate con noi. Pensate che siamo occidentali, ma non lo siamo. Non ragioniamo come voi”. I russi hanno una storia diversa, una visione diversa del mondo e quella visione non è compatibile con la nostra».
(da Open)
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