Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI TORRE ANNUNZIATA LO ACCUSA: HA USATO BEN UNDICI VOLTE L’AUTO DI SERVIZIO DEL COMUNE DI AGEROLA, DI CUI ERA SINDACO, PER FARSI ACCOMPAGNARE A MONTECITORIO…LA PATETICA REPLICA DELL’INTERESSATO: “ANDAVO A CERCARE FINANZIAMENTI PER IL COMUNE, ERO NELLA VESTE DI SINDACO”
Gli inconvenienti del collezionare cariche e poltrone. 
Galeotta fu l’abitudine del deputato dei Responsabili Michele Pisacane di utilizzare l’auto blu del Comune di Agerola per viaggiare in direzione Roma, Montecitorio.
Pedaggi, benzina e straordinari dell’autista finivano a carico delle casse dell’amministrazione comunale del paesino dei Monti Lattari in provincia di Napoli di cui fino a pochi giorni fa Pisacane era sindaco.
Undici i tragitti contestati nella richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura di Torre Annunziata guidata da Diego Marmo.
Viaggi avvenuti tre anni fa, quando Pisacane era appena uscito dall’Udeur per aderire all’Udc, partito mollato l’anno scorso per andare a rimpolpare la maggioranza di Berlusconi.
Quei viaggi sono stati monitorati con cura dagli investigatori, con tanto di date e orari di ingresso e di uscita dai caselli.
Secondo l’accusa, Pisacane ha usato l’auto blu per scopi che al massimo riguardavano il ruolo parlamentare e non avevano nulla a che vedere con la funzione di primo cittadino.
Di qui il rinvio a giudizio per peculato, disposto dal Gup Claudio Marcopido.
I legali dell’imputato proveranno a riproporre le loro tesi nel corso del processo, e cioè che Pisacane si recava a Roma con l’obiettivo di conquistare finanziamenti per i progetti dell’amministrazione comunale e dunque si muoveva da ‘sindaco’.
Il ‘problema’ del doppio incarico, intanto, è stato risolto alla radice.
L’elettorato di Agerola, forse stufo di avere un sindaco che si faceva vedere in Comune soltanto di lunedì o nei fine settimana, ha clamorosamente bocciato il cofondatore dei Popolari di Italia Domani, partitino gravitante nella galassia di centrodestra.
E gli ha preferito l’antagonista di centrosinistra, Luca Mascolo, vincitore con un abbondante 60 per cento.
Forse è la prima volta che Pisacane deve accontentarsi di un solo scranno (ha annunciato che si dimetterà da consigliere comunale di opposizione).
Nel 2006, per un breve periodo, riuscì ad accumularne tre: consigliere regionale e capogruppo Udeur in Campania, sindaco di Agerola e deputato.
Siccome la legge impone una scelta tra la Regione e il Parlamento, Pisacane optò per Roma. Non potendo tornare nel parlamentino campano, nel 2010 Pisacane ha fatto eleggere in consiglio regionale la moglie, Annalisa Vessella.
Candidata però con il cognome del marito, Pisacane. Un cognome che fino a ieri significava vittoria sicura.
Ora non più.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
VESPA SI ERA INIZIALMENTE GIUSTIFICATO IN QUANTO “PRIVILEGIAMO PERSONALITA’ POLITICHE NAZIONALI”, COMMETTENDO UN PATETICO AUTOGOL… ENTRAMBI PRESIDENTI DI REGIONE, VESPA SNOBBA DA TEMPO FORMIGONI, MENTRE INVITA SPESSO COTA
Bruno Vespa garantisca «equilibrio» tra gli invitati alla sua trasmissione e dia risposte agli abbonati Rai che «pagano il canone per avere trasmissioni equilibrate» e «non per assistere silenziosi a esclusioni o a censure del tutto immotivate».
Così Roberto Formigoni, in un post sulla sua pagina Facebook, risponde a un messaggio in cui una sua sostenitrice, conti alla mano, paragona il numero di partecipazioni di Formigoni a Porta a Porta, «una in 5 anni», a quelle del presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, «9 in un anno».
«Mi è arrivato questo messaggio», esordisce Formigoni, «Caro Roberto, lo scorso 31 maggio Bruno Vespa ha giustificato il fatto di averti invitato a “Porta a Porta” una sola volta in 5 anni affermando che nella sua trasmissione privilegia personalità politiche nazionali piuttosto che presidenti di regione. Ho fatto una ricerca e ho visto che, da quando è presidente di regione, Roberto Cota è stato invitato 9 volte: 9 volte in un anno Cota, 1 volta in 5 anni Formigoni. Cosa ne pensi? Marina».
Il presidente della Regione Lombardia risponde: «Cara Marina, hai ragione tu: 9 volte in un anno Cota, una volta in 5 anni Formigoni. In realtà , a tutti era suonata come incredibile la giustificazione addotta da Vespa e tu lo hai dimostrato inoppugnabilmente. Ora è Bruno Vespa che deve rispondere. Un mostro sacro della tv com’è lui, un grande maestro, ha il dovere della trasparenza. Spieghi dunque: c’è qualcuno che sceglie per lui o che gli impone dei vincoli? Non sente il direttore della “terza Camera” l’esigenza di garantire un equilibrio tra gli invitati della trasmissione? Ora una risposta è doverosa ed è dovuta non solo a noi, ma a tutti gli abbonati alla Rai tv che pagano il canone per avere trasmissioni equilibrate anche negli inviti e non per assistere silenziosi a esclusioni o a censure del tutto immotivate. Roberto».
Non c’è che dire: Formigoni ha steso Vespa per ko tecnico.
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Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
IL DIPLOMATICO INFORMAVA WASHINGTON CHE “ALTI UFFICIALI” DEL GOVERNO BERLUSCONI AVREBBERO PRESO TANGENTI PER COMPRARE TECNOLOGIE E CENTRALI FRANCESI
All’inizio è solo un timore, poi si trasforma in più di un sospetto: la rinascita del nucleare in
Italia è condizionata dalle tangenti.
Un’ipotesi circostanziata, messa nero su bianco in un rapporto del 2009 per il ministro dell’Energia di Obama, Steven Chu.
Negli oltre quattro mila cablo dell’ambasciata americana di Roma la parola corruzione compare pochissime volte e in termini generici.
Quando invece si parla delle nuove centrali da costruire, allora i documenti trasmessi a Washington diventano espliciti, tratteggiando uno scenario in cui sono le mazzette a decidere il destino energetico del Paese.
Nel momento in cui il devastante terremoto giapponese obbliga il mondo a fare i conti con i rischi degli impianti e lo spettro di una colossale contaminazione, i documenti ottenuti da WikiLeaks che “l’Espresso” pubblica in esclusiva permettono di ricostruire la guerra nucleare segreta che da sei anni viene combattuta in Italia.
Uno scontro di Stati prima ancora che di aziende, per mettere le mani su opere che valgono almeno 24 miliardi di euro e segneranno il futuro di generazioni. Francesi, russi e americani si danno battaglia su una scacchiera dove si confondono interessi industriali, politici e diplomatici: cercano contatti nel governo, nei ministeri, nei partiti e nelle aziende.
Per riuscire a conquistare quello che appare il mercato più ricco d’Europa. E lo fanno — secondo i dossier statunitensi — senza esclusione di colpi.
Gli americani cominciano a muoversi nel 2005, quando con una certa sorpresa scoprono che l’energia nucleare sta risorgendo dalle ceneri del referendum del 1987.
Per gli Usa si tratta di un’occasione unica: lo strumento per allontanare l’Italia dalla dipendenza nei confronti del gas russo, l’arma più potente nelle mani di Vladimir Putin.
La questione diventa quindi “prioritaria” per l’ambasciata di Roma, che si muove verso due obiettivi: convincere i politici a concretizzare il programma atomico e far entrare nella partita i colossi americani del settore.
Complici il prezzo sempre più alto degli idrocarburi, i rincari delle bollette e le promesse di sicurezza dei reattori più avanzati, gli italiani sembrano sempre meno ostili al nucleare.
E il governo di Silvio Berlusconi non mostra dubbi su questa scelta.
Più difficile — scrivono nel 2005 — convincere il centrosinistra che “si oppone largamente all’idea. Comunque, i nostri contatti sostengono che, anche se dovesse tornare al governo, il rinnovato impegno dell’Italia nei programmi nucleari non si fermerà ”.
La componente verde della maggioranza di Romano Prodi si oppone a ogni programma.
Il ministro Pier Luigi Bersani invece apre alle sollecitazioni statunitensi e nel 2007 spiega all’ambasciatore che “l’Italia non è fuori dalla produzione di energia nucleare, l’ha solo sospesa”, per poi riconoscere che “carbone pulito e nucleare probabilmente giocheranno un ruolo importante nell’assicurare i bisogni del futuro”.
Lo stesso Bersani che in questi giorni, dopo la crisi nipponica, è stato pronto a condannare “il piano nucleare del governo”.
Lo scontro più feroce però è quello che avviene per costruire i futuri impianti: almeno sei centrali, ciascuna del costo di circa 4 miliardi.
Si schierano aziende-Stato, che sono diretta emanazione dei governi e godono dell’appoggio di diplomazie e servizi segreti.
In pole position i francesi di Areva, quasi monopolisti nel Vecchio continente dove hanno aperto gli unici cantieri per reattori di ultima generazione: hanno 58 mila dipendenti e 10 miliardi di fatturato l’anno.
E anche i russi, che nonostante Chernobyl continuano a esportare reattori in Asia, cercano di partecipare alla spartizione della torta.
Negli Usa ci sono Westinghouse e General Electric che “sono interessate a vendere tecnologia nucleare all’Italia, ma si trovano a dover affrontare una dura competizione da parte di rivali stranieri i cui governi stanno facendo una pesante azione di lobbying sul governo italiano”.
L’allerta diventa massima nel 2008, quando Berlusconi assicura agli Usa che stavolta il suo esecutivo “rilancia sul serio il settore.
Se andranno davvero avanti, ci saranno contratti per decine di miliardi”.
Con una minaccia: “Vediamo già un’azione di lobbying ad alto livello da parte dei leader del governo inglese, francese e russo”.
I colloqui con il consigliere diplomatico del ministro Claudio Scajola, Daniele Mancini, “suggeriscono che i francesi e i russi stanno già manovrando e facendo lobbying per i contratti”.
Ed ecco la previsione: “La corruzione è pervasiva in Italia e temiamo che potrebbe essere uno dei fattori che dovremo affrontare andando avanti”. L’avversario è Parigi, che può sfruttare gli intrecci economici tra Enel ed Edf per stendere la sua trama.
“Temiamo che i francesi abbiano una corsia preferenziale a causa della loro azione di lobbying ai più alti livelli e a causa del fatto che le compagnie che probabilmente costruiranno gli impianti in Italia hanno tutte un qualche tipo di French connection. Continueremo i nostri energici sforzi per garantire che le aziende americane abbiano una giusta chance”.
Pochi mesi dopo i francesi danno scacco: Sarkozy e il Cavaliere firmano l’accordo che assegna ad Areva la costruzione di quattro reattori modello Epr in Italia.
Siamo a febbraio 2009, la diplomazia statunitense vuole impedire che il successo di Parigi si trasformi in scacco matto.
E intensifica gli sforzi per occupare gli spazi rimasti, ossia la fornitura di almeno altre due centrali.
A maggio arriva a Roma il Mister Energia di Obama, Steven Chu.
L’ambasciata lo mette in guardia: “L’intensa pressione dei francesi, che forse comprende tangenti (“corruption payment”) a funzionari del governo italiano, ha aperto la strada all’accordo di febbraio tra le aziende parastatali italiana e francese, Enel e Edf, in modo da formare un consorzio al 50 per cento per costruire centrali in Italia e altrove. L’intesa prevede la costruzione di quattro reattori dell’Areva entro il 2020 e, cosa ancora più preoccupante, può imporre quella francese come tecnologia standard per il ritorno dell’Italia al nucleare“.
Gli americani ipotizzano che dietro la scelta degli standard a cui affideremo il nostro futuro e la sicurezza del Paese ci possano essere state bustarelle.
E chiedono al ministro per l’Energia: “Dovrebbe far presente che abbiamo preoccupanti indicazioni del fatto che alle aziende americane sarà ingiustamente negata l’opportunità di partecipare a questo programma multimiliardario”. L’ambasciata è molto decisa nel delineare un contesto di scorrettezza.
Il promemoria scritto da Elizabeth Dibble, all’epoca reggente della sede di Roma oggi diventata consigliera di Hillary Clinton, insiste: “è anche molto importante che ricordi al governo italiano che ci aspettiamo pari opportunità per le nostre aziende, visto quello che abbiamo notato fino a oggi nel processo di selezione”.
Alla fine del 2008 gli Usa ritengono che Berlusconi stia per annunciare un accordo per il nucleare anche con Mosca.
Ma uno degli uomini chiave del ministero dello Sviluppo Economico, Sergio Garribba, rassicura gli americani e “ridendo” spiega la reale natura della collaborazione atomica con i russi: “è una barzelletta, solo pubbliche relazioni”. L’ambasciata scrive che l’alto funzionario “probabilmente ha ragione: gli italiani nel 1987 hanno chiuso il loro programma in risposta a Chernobyl…”.
Ma non si fidano completamente “visti gli stretti rapporti tra Berlusconi e Putin“.
E temono che comunque la coalizione tra Eni e Gazprom per il gas, che alimenta anche le centrali elettriche, si trasformerà in un muro per ostacolare il nucleare. “Si dice che l’Eni stia facendo una dura azione di lobbying contro la riapertura della partita da parte di Enel“, registra nel 2005 l’ambasciatore Sembler, “perchè ridurrebbe sia il mercato di Eni che la sua influenza politica”.
Anche se le resistenze più forti verranno dal nimby, l’opposizione delle comunità locali ai nuovi reattori.
“L’Italia è una penisola lunga e stretta, con una spina dorsale di catene montuose e con coste densamente popolate. Il numero dei siti dove costruire impianti è limitato… Se continua a decentralizzare i poteri alle regioni attraverso le riforme costituzionali — sostengono i nostri contatti — un revival nucleare sarà veramente improbabile“.
Forse per questo, in tempi più recenti, l’ambasciata “programma” di contattare anche il leghista Andrea Gibelli, che presiede la commissione Attività produttive della Camera.
Nei ministeri di Roma la battaglia nucleare si combatte stanza per stanza.
Gli americani cercano di avere referenti fidati negli uffici chiave e ogni nomina viene analizzata.
Nel 2009 guardano con diffidenza ai tre tecnici italiani designati per il G8 dell’energia: “Uno attualmente lavora per la potente Eni”.
Fino ad allora, si erano spesso rivolti a Garribba, “uno dei grandi esperti di energia, consulente tecnico del ministro Scajola”: è definito “uno stretto contatto dell’ambasciata”.
Ma nel 2009 temono di venire tagliati fuori.
Nella gara per la direzione del dipartimento Energia del ministero, Garribba viene battuto da Guido Bortoni, “un tecnocrate poco noto che attualmente sta all’Autorità per l’Energia. Avendo lavorato 10 anni all’Enel, Bortoni potrebbe ancora avere legami stretti con l’azienda e gli investimenti comuni tra Enel e l’industria nucleare francese ci fanno preoccupare che Bortoni possa portare questa preferenza per la tecnologia francese nella sua nuova posizione”.
Ad aumentare i loro timori c’è “la dottoressa Rosaria Romano, che guiderà la divisione nucleare del nuovo dipartimento energia”: un fatto “potenzialmente preoccupante” visto che “nel corso degli anni, la Romano ha ripetutamente rifiutato in modo deciso i tentativi dell’ambasciata di incontrarla”.
Ma i diplomatici americani “stanno già lavorando per assicurare che le nomine di Bortoni e Romano non danneggino gli interessi delle aziende Usa (General Electric e Westinghouse)”.
Nel luglio 2009, il ritorno all’atomo diventa legge.
A quel punto, Francesco Mazzuca, presidente dell’Ansaldo Nucleare, azienda genovese del gruppo Finmeccanica e unico polo italiano del settore, consiglia “un impegno ai più alti livelli del governo italiano, in modo da contrastare i continui sforzi di lobbying da parte di Parigi. Mazzuca ha detto che il governo francese sta addirittura aumentando la sua pressione, inviando a Roma un secondo funzionario con portfolio nucleare”.
Il top manager di Ansaldo ipotizza che il governo Berlusconi potrebbe costruire i nuovi impianti nei siti delle vecchie centrali in corso di smantellamento: Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano.
E per l’Agenzia di sicurezza nucleare che dovrà vigilare su reattori e scorie, Mazzuca dichiara che la vorrebbe guidata dal professor Maurizio Cumo.
Ex presidente della Sogin, in ottimi rapporti con Gianni Letta, nel novembre scorso Cumo è stato nominato dal Consiglio dei ministri come uno dei cinque membri dell’Agenzia guidata da Umberto Veronesi.
Cumo è il nome che piace anche a Washington perchè “è a favore della tecnologia nucleare Usa”.
Ogni mossa in questa sfida ha ricadute anche sul futuro di tutti gli italiani.
Nei cablo non si entra mai nel merito delle tecnologie contrapposte, se siano più sicuri i reattori francesi o americani.
Ma l’attivismo dell’ambasciata mette a segno un risultato importante: “Siamo stati capaci di convincere il governo italiano a cambiare una bozza della legislazione sul nucleare che avrebbe lasciato l’approvazione dei certificati per le nuove centrali agli altri governi europei. La nuova versione estende la certificazione a qualsiasi paese Ocse. Questo apre la porta alle aziende americane”.
In pratica, si passa dagli standard di sicurezza dell’Unione europea a quelli di qualunque membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, che comprende 34 nazioni inclusi Giappone, Australia e Usa.
Dal 2009 le attenzioni degli americani si concentrano su Claudio Scajola, “un collaboratore di lunga data di Berlusconi, che guida un superministero”.
Affidano a Chu il compito di “conquistarlo”, sin dal summit romano del maggio 2009.
Ma il momento chiave è il viaggio negli States del settembre successivo: “Vediamo questa visita come un’opportunità decisiva per gli Stati Uniti per contrastare la preferenza italiana nei confronti della tecnologia nucleare francese e per aprire le porte a lucrativi contratti per le aziende statunitensi”.
Scajola accetta anche “l’invito di Westinghouse a fare un tour nei suoi impianti”. Lo strumento per fare leva sul ministro è l’Ansaldo Nucleare, la società di Finmeccanica “che ha stretti rapporti con Westinghouse”.
L’ambasciatore Thorne scrive: “Noi abbiamo saputo che Scajola ha un’altra ragione per appoggiare il coinvolgimento delle aziende statunitensi. L’accordo con la Francia ha tagliato fuori dai contratti le società italiane che vogliono contribuire a costruire le centrali. Una di queste, Ansaldo Nucleare, ha sede nella regione di Scajola: la Liguria. E così se Westinghouse ottiene la sua parte, Ansaldo — azienda della terra di Scajola — ne beneficia. Noi abbiamo bisogno di tutto l’aiuto possibile nel nostro sostegno alle aziende Usa. Se Scajola ha anche un interesse locale nel cercare di fare in modo che le ditte americane ottengano commesse, questo è un vantaggio da cogliere e da massimizzare a beneficio degli Stati Uniti”.
L’interesse statunitense si è tradotto la scorsa settimana nella cessione del 45 per cento di Ansaldo Energia — che controlla Ansaldo Nucleare — al fondo First Reserve Corporation, con un’operazione da 1.200 milioni di euro.
E anche il tour di Scajola negli States del 2009 si è rivelato un successo, con la firma di due accordi di cooperazione con Chu: gli interessi del ministro e di Washington sembrano sposarsi.
Il cablo ha toni sollevati: i francesi non sono più “l’unico protagonista (“the only game in town”).
Il reattore AP1000 della Westinghouse è diventato un forte concorrente per le centrali nucleari che saranno costruite oltre a quelle proposte dal consorzio Enel-Edf”.
E una schiera di aziende americane si prepara a sfruttare la breccia nel dicastero di via Veneto: “General Eletric, Exelon, Battelle, Burns and Roe, Lightbridge ed Energy Solutions”, elenca Thorne.
Il database di WikiLeaks si ferma prima del maggio 2010, data delle dimissioni di Scajola per la casa con vista al Colosseo “pagata a sua insaputa”.
Nelle primissime dichiarazioni, il ministro ligure grida al complotto e comincia la sua lista di sospetti con un riferimento esplicito: “Le mie dimissioni indeboliscono il governo, ma chi può avere interesse a farlo? La Francia, in prospettiva, ha tutto da perdere dal nostro programma nucleare…”.
Ma se le scelte sul nostro futuro energetico nascono da questi oscuri giochi di potere, a perderci rischiano di essere tutti gli italiani.
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
PRESIDENTI DI REGIONE E PEONES, MINISTRI E PARLAMENTARI, FINIANI, SPEZZONI DEL PDL E BASE LEGHISTA….QUELLI CHE A DESTRA ANDRANNO A VOTARE COMUNQUE
Qualcuno sbandierandolo, i più senza farlo sapere troppo in giro.
Al premier, soprattutto.
Perchè i referendum saranno pure “inutili e privi di conseguenza sul governo”, come tenta di minimizzare Berlusconi per evitare il peggio.
Fatto sta che giorno dopo giorno almeno tre dei quattro quesiti esercitano una certa presa anche dentro la sua coalizione.
E così, la consultazione del 12-13 giugno rischia di mandare all’aria l’unico obiettivo che al Cavaliere sta davvero a cuore: affondare il quorum sul legittimo impedimento.
Crepe si aprono anche dentro il governo.
Non annuncia ancora il suo “sì” contro il nucleare, ma poco ci manca, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.
“È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate” incalzava a Montecitorio Tremonti e Bonaiuti il 17 marzo, a margine delle celebrazioni per il 150°, in un confronto che doveva restare riservato ma che è finito poi su tutti i giornali.
La ministra, com’è noto, è in guerra perenne col collega allo Sviluppo, e nuclearista convinto, Paolo Romani.
Ma non è solo per quello che adesso dice di “rispettare la decisione della Cassazione” sul referendum contro l’atomo.
Ancora tre giorni fa, in un’intervista al Mattino, ricordava i “molti presidenti di Regione del centrodestra che si sono pronunciati in maniera netta contro il nucleare”.
Lei stessa rivendica di essersi “battuta perchè il Pdl si pronunciasse per la libertà di voto”. Mentre resta contraria “fermamente” alla consultazione sull’acqua.
Già , i governatori.
Quello sardo Ugo Cappellacci, per esempio.
Berlusconiano doc, aveva annunciato che per costruire una centrale sull’isola avrebbero dovuto passare sul suo corpo.
A maggio i sardi hanno già anticipato un loro referendum sul nucleare, bocciandolo col 97%.
“Mi auguro venga replicato il risultato, la nostra contrarietà va dichiarata in maniera espressa, oggi e per il futuro” dice ora il presidente della Regione.
In prima linea, come lui, i governatori leghisti: Luca Zaia in Veneto e Roberto Cota in Piemonte.
“Figurarsi se ho problemi ad andare a votare per il nucleare – spiega Zaia – . Sono convinto che il 75 per cento degli italiani non condivide questa strategia. Io sono contro il nucleare, contro gli Ogm e per l’acqua pubblica. Chiaro?”.
D’altronde, lo stesso Umberto Bossi ha confessato di trovare “attraente” il quesito contro la liberalizzazione dei servizi idrici.
Suscitando tutto il disappunto che si può immaginare nel presidente del Consiglio.
Il segnale è ormai partito e gli uomini del Carroccio lo hanno subito colto.
Le amministrazioni locali del Lombardo-Veneto schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si sono moltiplicate in pochi giorni.
Il sindaco di Belluno Antonio Prade, ha dato vita al manifesto sui “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”.
Qualcuno, come il sindaco di Verona Flavio Tosi, la pensa diversamente, ma il vento che tira è quello.
“L’orientamento lo decide il Senatur, ma la Lega è sempre sensibile ai temi che interessano il territorio”, racconta l’eurodeputato Mario Borghezio, che della pancia del partito esprime sempre umori e tendenze.
Da Nord a Sud, chi lavora sul territorio ha le idee chiare su acqua e nucleare. Giuseppe Castiglione, superberlusconiano presidente dell’Unione delle Province e a capo di quella di Catania, due giorni fa ha riunito duecento amministratori per far quadrato.
E ora spiega: “L’Acqua è pubblica e deve restare tale, piuttosto si affidi la gestione alle Province, e comunque mai centrali nucleari in Sicilia, spazio alle energie rinnovabili”.
E poi in Parlamento.
Tra i pidiellini, Alessandra Mussolini è tra i referendari più convinti.
“Anche se la consultazione dovesse essere politicizzata, e spero non accada, io andrò. In quanto medico, in quanto madre, in quanto politico. L’energia? Vorrà dire che la compreremo, fosse pure dai cinesi, tanto ormai si compra tutto”.
E come lei il collega Fabio Rampelli, perchè “milioni di elettori di centrodestra sono contro le centrali e per l’acqua pubblica”.
Anche i Responsabili cedono al richiamo.
“Martedì ci riuniamo per decidere, ma io voto su acqua e nucleare” annuncia il capogruppo Luciano Sardelli.
Il loro uomo-simbolo, Domenico Scilipoti, si spinge perfino oltre: “Certamente andrò e mi esprimerò su tutti i quesiti”.
Dunque anche sul legittimo impedimento, perchè “è giusto che gli italiani vadano a votare e esprimano la loro opinione”.
Che poi è la linea decisa ieri sera dall’esecutivo della Destra di Francesco Storace: l’indicazione agli elettori è per il “si” ai due quesiti sull’acqua e a quello sul nucleare.
Una penosa retromarcia del partito dell’autista di Marchio che fino al giorno prima stva coi no.
Ora si limiterà a difendere il suo datore di lavoro solo sul legittimo impedimento.
Carmelo LoPapa
(da “La Repubblica“)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
MINISTRI, MANOVRA, ALLEANZE, AFFARI: DOMANI ALLE 12 PRANZO AD ARCORE PRESENTI MARONI, CALDEROLI E IL TROTA PER I VERDI E TREMONTI, ALFANO E BONAIUTI PER GLI AZZURRI… APICELLA POTREBBE INTONARE: “SE STATE INSIEME CI SARA’ UN PERCHE’…”
Domani è il giorno del grande chiarimento. 
Berlusconi e la Lega decideranno: 1) se continuare insieme; 2) per quanto tempo ancora; 3) chi sarà il prossimo candidato premier; 4) se andare a votare nel 2013 o anticipare le urne al 2012.
En passant discuteranno altre questioncine strategiche tipo: allargare o no la maggioranza a Casini, come articolare la manovra da 40 miliardi in 3 anni, quando spostare certi ministeri al Nord (pallino di Bossi che il 19 non vuole presentarsi a mani vuote a Pontida).
L’appuntamento è fissato ad Arcore per mezzogiorno (a Umberto viene fame presto, se il pasto tarda va in crisi di zuccheri).
La delegazione leghista sarà arricchita da Maroni, da Calderoli e dal «Trota». Della formazione berlusconiana faranno parte Tremonti, forse Bonaiuti, di sicuro la new entry Alfano.
Già , perchè lasciare a casa il neosegretario del Pdl sarebbe stato come non avergli mai conferito quell’incarico.
Qualcuno da Roma ha segnalato il problema al Cavaliere che, immediatamente, ha aggiunto il posto a tavola.
Sul trasferimento dei ministeri l’intesa sarà rapida.
Anzi, risulta già pronta e infiocchettata (ci si è speso Calderoli), dunque Pontida è salva.
Poi qualcuno, nel campo leghista, formulerà a Berlusconi un quesito che già era stato anticipato all’ambasciatore Letta nei giorni scorsi, e che suona all’incirca così: caro Silvio, abbiamo ben valutato le conseguenze politiche della manovra?
Per il 2012 serviranno 5 miliardi, e Tremonti certo non farà fatica a trovarli nelle pieghe del bilancio.
Però l’anno dopo bisognerà che ne saltino fuori una quindicina, di miliardi, tre volte tanto.
E i tagli giocoforza andranno a mordere le carni della gente.
Gli italiani molto si arrabbieranno. Piccolo problema: nel 2013 si vota.
Dare corso alla manovra significa dunque farsi inseguire con i forconi.
C’è da scommettere che Berlusconi a quel punto dirà : alt, mica siamo suicidi, qui Giulio deve stemperare il suo rigore.
Sennonchè Tremonti avrà facile gioco a obiettare quanto gli va ripetendo in privato: «Sei stato tu, caro Silvio, a firmare con l’Europa l’impegno del pareggio di bilancio entro il 2014. L’hai appena confermato a Van Rompuy… E comunque, il problema non è contrattare la manovra con Bruxelles, così si sbaglia indirizzo. I veri interlocutori sono la Borsa di Londra, Wall Street, i mercati finanziari asiatici che non prendono ordini dalla politica nel valutare la tenuta di un Paese».
Insomma, la manovra «suicida» non può essere schivata. E dunque?
La delegazione leghista (secondo quanto filtra) offrirà a Berlusconi due strade, scelga lui quale imboccare.
La prima consiste nel giocare d’anticipo: recarsi a votare tra meno di un anno, nella primavera prossima, quando ancora gli effetti della manovra non si saranno fatti sentire.
Certo le prospettive non sono fantastiche, Berlusconi corre il rischio di prendersi la tranvata finale.
E d’altra parte, gli verrà detto, come si può pensare di condurre una politica di rigore con una maggioranza che poggia sul voto di alcuni Responsabili irrequieti, i quali dopo la lite per il sottogoverno ora si stanno scannando per la poltrona di capogruppo contesa tra Sardelli e Moffa?
Basti dire che, per non correre rischi nella verifica parlamentare prevista nella terza settimana di giugno, la manovra verrà formalizzata dopo, ai primi di luglio, con l’Europa che dovrà accontentarsi nel frattempo delle grandi linee… Tutto diverso sarebbe se il centrodestra riabbracciasse Casini (come insiste nel Pdl Scajola, beccandosi però la rispostaccia del centrista Carra: «Prima spieghi come ha comprato la casa»).
Con l’Udc alleato, il centrodestra avrebbe le spalle abbastanza larghe per sperare di vincere nel 2013.
Sennonchè Casini mette come condizione che Silvio si levi di torno.
L’ipotesi sacrilega, secondo la Lega, andrebbe presa in seria considerazione. Berlusconi non dovrebbe lasciare subito; basterebbe che annunciasse solennemente l’intenzione di non candidarsi quando si tornerà a votare…
Questo è il vero menù di domani a Villa San Martino.
E per quanto abile sia il cuoco Michele, a Berlusconi sembrerà di inghiottire un rospo.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
PER LE SCORIE L’IPOTESI DI UN DEPOSITO A 180 KM DA MILANO….LO SMANTELLAMENTO DELLE CENTRALI SVIZZERE SARA’ RIPAGATO VENDENDO ELETTRICITA’ ALL’ITALIA
Se c’è qualcuno che di referendum se ne intende va cercato in Svizzera.
Con l’ultima consultazione di metà maggio, ad esempio, Zurigo ha bocciato la proposta di negare agli stranieri l’eutanasia.
Assolutamente pacifico, dunque, che negli ultimi anni i cittadini elvetici di ogni ordine e grado si siano espressi a più riprese anche sull’energia nucleare, confermando invariabilmente la loro vocazione «atomica».
Solo il 14 febbraio scorso, nel cantone di Berna, i residenti dicevano «sì» alla costruzione di un nuovo impianto nucleare a Mà¼hleberg, che avrebbe dovuto rimpiazzare quello esistente, uno dei cinque rossocrociati, in funzione dal 1971.
Una vittoria risicata, con un margine di soli novemila voti su 367 mila.
Un segnale che, al di là delle Alpi, la fede nucleare stava iniziando a vacillare anche prima di Fukushima.
Nel 1990, sotto l’effetto Chernobyl, il 54,6% degli svizzeri aveva optato per una moratoria nucleare di dieci anni.
Moratoria, si badi bene, non chiusura.
Nel 2003 due proposte anti-nucleari furono rigettate in un colpo solo, con il 66 e il 58% dei votanti.
E non più tardi del mese di novembre dello scorso anno l’Ispettorato federale per la sicurezza nucleare ha dato il via libera a una rosa di tre siti (Niederamt, Beznau e, appunto, Mà¼hleberg) dove ubicare due nuove centrali.
Curioso, per di più, che proprio nella «verde» Svizzera si sia verificato nel 1969 l’unico episodio europeo di fusione del nocciolo: avvenne in una caverna a Lucens, vicino a Losanna, e interessò un reattore pilota da 6 megawatt.
Colpisce, dunque, che proprio qualche giorno prima della decisione ufficiale della Merkel, la settimana scorsa anche la nostra nuclearista vicina settentrionale abbia invertito rotta, scegliendo di abbandonare l’energia da fissione.
Questa volta non per referendum, ma per decisione governativa.
Un addio «graduale», che farà sì che il distacco degli impianti si scaglioni tra il 2019 e il 2034. Un periodo durante il quale, vendendo l’elettricità anche all’Italia, i previdentissimi svizzeri si garantiranno l’alimentazione del fondo che dovrà ripagare lo smantellamento.
Ed è proprio il capitolo smantellamento, e trattamento delle scorie, che accomuna in parte Roma e Berna.
Entrambe hanno il problema di trovare un luogo, nel sottosuolo profondo, dove stoccare definitivamente le loro scorie ad alta, media e bassa intensità .
In Svizzera però, a differenza che in Italia, sono già state individuate sei aree papabili: cinque a nord, tra Sciaffusa, Zurigo e il Giura.
Una a Wellenberg, nel Nidwalden. Per intendersi, a 240 chilometri di autostrada da Milano, poco più di 180 in linea d’aria.
Lo scorso febbraio, nel Nidwalden, l’80% dei votanti ha detto «no» in un referendum al deposito delle scorie.
Lì, forse, la Svizzera assomiglia di più all’Italia.
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
PIERO IGNAZI, DIRETTORE DELLA RIVISTA POLITICA DELLE EDIZIONI IL MULINO, DOCENTE DI SCIENZE POLITICHE, SFARINA FOSCHE PREVISIONI SULL’IDEA DELLE PRIMARIE NEL PDL, SDOGANATA DAL PREMIER
Professor Ignazi, ci crede?
No.
Neanche un po’?
È il classico annuncio a effetto, l’ennesimo ossicino da dare in pasto ai media. Tra una settimana, o un anno, ci sentiremo dire che abbiamo frainteso, capito male…
Tra un anno?
Credo che Berlusconi e Bossi tireranno avanti fino al 2013. Hanno entrambi la necessità assoluta di sostenersi a vicenda, e lo faranno.
Ma il vento del cambiamento, le amministrative, i referendum?
Gli intelligenti di sinistra hanno sempre fatto questo errore: dare per morto Berlusconi a ogni difficoltà . Anche se stavolta il guaio è serio, non vedo in atto una smobilitazione del sistema.
Diversi dirigenti Pdl chiedono un congresso di rilancio.
L’idea delle primarie sarà un paravento, ma parla di un ricambio al vertice: è la prima volta.
Fino a quando Berlusconi resterà un personaggio pubblico, il Pdl non potrà modificare la rotta. Anche con un altro premier al posto suo, cambierebbe poco o nulla.
Niente declino del patriarca?
L’unico ricambio potrebbe arrivare se lui se ne andasse davvero. Ma alle Bahamas, lontano, fuori di scena. Mi pare un’ipotesi non data, al momento.
Supponiamo invece che il premier voglia sorprenderla, e se ne vada.
Tutto un altro scenario. Ci sono già facce e storie pronte a realizzare una destra moderata.
Casini? Fini? Tremonti?
Casini sicuramente, e alcuni personaggi vicini al governo che potrebbero fondersi in un nuovo progetto. Anche se il problema con Fini resta: dopo la frattura violenta di un anno fa, è difficile ricomporre un terreno comune.
Il vaso incollato non è il massimo per contenere una nuova forza.
Vedremo. Non c’è fretta.
Bersani si dice pronto a governare.
Un cambiamento esiste, ma è prematuro pensare a novità imminenti. Bisogna soprattutto capire se il Pd sia in grado di attrarre a sè forze convergenti, ad ampliare il consenso su un progetto di governo del Paese.
Lei insegna politica comparata all’Università di Bologna. In quasi tutta Europa è la destra a governare: che parallelo tra quelle esperienze e l’Italia?
Nessuno. Il nostro è un modello eccentrico, basato sul carisma economico e mediatico di un uomo solo. Un nucleo privo di pluralità e/o referenti autorevoli, oltretutto sorretto da un partito xenofobo (la Lega, ndr). Non esiste nulla del genere in Europa. Nè altrove.
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
A FAVORE DELLA CONSULTAZIONE DELLA BASE SONO FORMIGONI E NAPOLI, PERPLESSI LA RUSSA E CICCHITTO, CONTRARIO SCAJOLA… PERICOLO INFILTRATI E ADDIO ALLE QUOTE 70 E 30 CON GLI EX AN…”LIBERO” LANCIA LE SUE PRIMARIE: IN TESTA ALFANO E ALEMANNO
L`operazione “rilancio del Pdl” continua. Con due novità .
Berlusconi apre alle primarie e annuncia, con una riforma dello statuto, la fine delle quote, 70 e30%, che cristallizzano il partito all`atto della fusione Forza Italia-An.
All`idea della grande consultazione si apre subito il dibattito, con voci a favore (Formigoni, Napoli), voci perplesse (La Russa, Cicchitto), voci contrarie (Scaiola).
Libero lancia le sue pre-primarie, che vedono il tuttora Guardasigilli in testa con 20%, ma affiancato da Alemanno. Solo il 9% per Tremonti.
A seguire, col3%, Carfagna, Brambilla, Frattini, Zaia.
Con 2% Gelrnini e Calderoli.
Marina Berlusconi si accredita col 7 per cento.
Accanto alle news di giornata il Cavaliere prosegue nella sponsorizzazione piena del neo segretario Alfano che guadagna, dopo una telefonata, il pieno plauso del leghista Maroni («E un fatto nuovo, un segnale importante, che può dare risultati positivi. Con lui ho lavorato benissimo e ora presenteremo assieme il codice antimafia»).
Impazza ovviamente il toto-nomine per il futuro ministro della Giustizia da sostituire a fine giugno dopo il”parlamentino” del Pdl: in pole c`è il vicepresidente della Camera Lupi.
S`ipotizza pure un giro di valzer con la Gelmini alla Giustizia e Lupi alla Scuola.
Lei, in privato, dice: «Non ne so nulla e nessuno me lo ha proposto».
Resta in piedi l`ipotesi del leghista Castelli, in segno di continuità con la legislatura 2001-2006, anche se è difficile che il Carroccio possa tenere sia Giustizia che Interni.
E quella dei tecnici: al nome del procuratore Nordio si aggiunge quello di Augusta Iannini, attuale direttore del legislativo di via Arenula.
Il premier parla su Canale5 e la querelle sulle primarie s`arroventa. Lui dice: «Io non sono contrario purchè si arrivi a essere certi che i votanti siano dei veri sostenitori del nostro partito e non magari degli infiltrati della sinistra».
Il segretario del Pd Bersani è in agguato per prenderlo in giro: «Berlusconi ha ragione. Stia preoccupato, perchè ci stiamo già preparando…».
E il Cavaliere circospetto anticipa: «Basta una sorta di registro di coloro che vogliono partecipare alle primarie».
La querelle è aperta.
Subito Angelino Alfano si dichiara favorevole perchè «si afferma il principio che vince chi ha il consenso, chi hai voti, chi lavora sul territorio”. Questo porta a individuare persone che hanno appeal verso l`elettorato».
Un Alfano che comincerà «a lavorare subito per regole precise e giuste».
Ma a fronte di un Formigoni favorevole («Regolamentiamole come negli Usa») e di un Osvaldo Napoli ottimista («Il centrodestra avrebbe tutto l`interesse a celebrarle per esaltare la coesione politica e programmatica»), ecco subito le voci fredde.
Quella di La Russa: «Non siamo mai stati contrari, ma devono essere serie, ci vuole una legge e comunque non sà³no a prova di infallibilità ».
E soprattutto quella di Scaiola: «Non sono un grande assertore delle primarie.- Abbiamo visto che quando le ha fatte il Pd poi ha dovuto rifarle perchè erano taroccate».
Polemico con il Pd Cicchitto che non teme infiltrazioni «perchè il Pd è più abituato a perdere le primarie che a vincerle, quindi non rappresenta un gran pericolo».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Giugno 5th, 2011 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO DEI RESPONSABILI: “CI TRATTANO DA SERVI, ADESSO BASTA”… “O I SOLDI OPPURE, SE BERLUSCONI TENTENNA, VIA ALLA RIVOLUZIONE”… ”SENTO CHE CI AVVICINIAMO ALL’ORA X”
L’umile deputato Belcastro, sempre disponibile e responsabile, rivela un improvviso scatto da
giaguaro.
«Noi meridionali siamo stufi, veramente e completamente e sinceramente».
Giaguaro della savana.
«Giaguaro mi sta bene, predatori dobbiamo diventare: o il governo ci dà i soldi, oppure ci salutiamo».
Quanti soldi vorrebbe?
«La fiscalità di vantaggio al sud tu Berlusconi la dai sì o no?».
Così lo mette seriamente alle corde.
«Non ho poltrona da sottosegretario nè l’ho chiesta. Ma sul resto… quando il premier ci ha domandato cosa volessimo».
Voi.
«Noi siamo di Noi Sud».
Non di Forza del Sud.
«Quello è Miccichè».
E cosa avete chiesto?
«Semplice: il piano per il sud!».
Semplicissimo.
«Ma a noi ci trattano da servi».
Per via del tratto umile.
«Però De Magistris non ha la faccia da servo. E anche se come magistrato non l’ho proprio apprezzato, mi sembra l’uomo che fa per noi».
Per voi di Noi Sud?
«Per il Mezzogiorno. Ha visto come si presenta bene? Non abbassa la testa, infonde coraggio».
Lei viene dalla truppa di Lombardo.
«Ci sfottevano dicendo che eravamo moltissimo clientelari e Lombardo era un tipo così e così».
Con De Magistris nessuno si permetterebbe.
«Sa tutelarti. Dobbiamo essere meno cedevoli e servili. E mostrarci con una punta di mafiosità positiva».
Lei è calabrese, e quella parola non dovrebbe dirla.
«Mafia nel senso che dobbiamo tutelare i nostri interessi. La gente ha fame e deve mangiare».
Con De Magistris.
«Se Berlusconi non mantiene le promesse (ma spero di no), io faccio le valigie. Lo devo al mio popolo».
E porta il suo popolo alla corte dell’ex magistrato.
«Ha visto come ha sistemato Di Pietro? E’ un grande».
(da “La Repubblica”)
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