Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO L’INDAGINE SU PRESUNTE PRESSIONI ALL’ISCAP PER AIUTARE VISCIONE
“Mi autosospendo, non voglio che di me si dica che rimango in Parlamento anche se sono finito in un’indagine giudiziaria; ma chiarirò
tutto, già domani chiederò al magistrato di essere sentito, perchè tanto su di me non c’è nulla: è solo fango che mi tirano addosso, io sono di intralcio a molti”.
Il deputato dell’Italia dei Valori, Francesco Barbato, ha deciso di autosospendersi dalla Camera, disertando i lavori di Montecitorio e perdendo così la diaria di circa 3500 euro mensili, non lo stipendio perchè le dimissioni di un parlamentare vanno votate dall’aula.
Barbato è finito nelle carte del pm napoletano Woodcock, tirato in ballo dall’imprenditore campano nel ramo assicurativo Paolo Viscione, già accusatore di Marco Milanese e ritenuto attendibile dai magistrati.
Viscione ha raccontato di un essere stato rintracciato da parte di Barbato il quale gli avrebbe chiesto “20 mila euro per una consulenza che avrebbe dovuto svolgere a favore della società di mia proprietà nei confronti dell’Isvap dove sosteneva di avere delle giuste entrature con la vice-presidenza”. Inoltre, stando a quando riferito da Viscione, “proponeva di potersi interessare della vicenda per cercare di alleviare quelle che potevano essere le conseguenze derivanti da una ispezione in qualche modo, come dire, devastante”.
Inoltre, sempre da quanto risulta dal verbale di interrogatorio, Barbato “ha iniziato con il proporsi (…) per ottenere un mandato assicurativo, che (…) la moglie ha ottenuto (…) da Resciniti” direttore generale di Eig, la Compagnia di Assicurazioni Europe lnsurance Group” all’epoca di proprietà di Viscione.
Barbato smentisce tutto. Ma conferma invece l’incontro avuto al bar “La Caffetteria” a Piazza Di Pietra, come raccontato da Viscione.
Un incontro definitivo al quale ha partecipato anche Fabio Sodano, indagato insieme a Enzo Resciniti. “Da allora non l’ho più sentito, lui mi chiamava continuamente al telefono, è venuto pure a casa mia una volta (…) sempre per il fatto di queste polizze della moglie, mi teneva, come dire, un attimino agganciato perchè lui nei discorsi che mi faceva, mi diceva: io sono membro della commissione finanza”.
Durante quell’incontro, racconta Viscione, Barbato se ne andò contrariato perchè l’imprenditore aveva rifiutato la sua offerta considerato che “la situazione era ormai precipitata”. Inoltre Viscione sembra non fidarsi troppo del parlamentare.
E lui, dice, aveva avuto l’esperienza con Marco Milanese, quella sì utile. “Il ruolo di Milanese era un personaggio all’interno della Guardia di Finanza di un certo rilievo, e che comunque mi dava le notizie giudiziarie, mi diceva: tu stai sotto inchiesta con … dico per dire, per esempio, con il pm Woodcock di Napoli; e, e questi fatti mi spaventavano, quindi io mi mettevo a disposizione”, riferisce Viscione.
In pratica Barbato aveva dimostrato di non poter smuovere le pedine promesse.
Le indagini sono ancora in corso. Il deputato domani si rivolgerà al pm per essere sentito in merito e “smentire categoricamente tutte le accuse che mi sono state rivolte”.
Certo è che la vicenda getta un’ombra poco piacevole sul partito di Antonio Di Pietro e su uno dei deputati di punta dell’Idv, noto per aver denunciato più volte il malcostume della Casta con una telecamera. “Chiarirò tutto”, garantisce.
“Solo con i pm” parla Fabio Solano.
Il coindagato presente all’incontro alla Caffetteria non vuole parlare con i giornalisti. “Questa vicenda mi ha già creato moltissimi problemi”, dice al Fatto Quotidiano.
“Di Viscione non voglio parlare, non mi interessa”. Va detto che a tirare in ballo Barbato è solamente Viscione, al momento e a confermare sono chiamati due coindagati: Resciniti e Solano appunto.
È Viscione a raccontare anche della moglie del deputato. “Non ho seguito le vicende assicurative della moglie, perchè ho dato l’okay a Resciniti, ed è finita lì, poi quando noi abbiamo avuto la revoca dell’autorizzazione, il blocco della emissione da parte dell’Isvap, evidentemente la moglie questo portafoglio” lo ha perso “come l’abbiamo perso noi, noi abbiamo perso un portafoglio di trenta milioni, sul territorio nazionale”.
Nulla, dunque, rispetto a 20mila euro.
Dav. Ve.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
IL REATO DI TRUFFA CONTESTATO AL SENATUR E’ RELATIVO AI RIMBORSI ELETTORALI PER 18 MILIONI DI EURO… PER I FIGLI L’ACCUSA E’ DI APPROPRIAZIONE INDEBITA PER USO PERSONALE DI SOLDI DEL PARTITO: PAGHETTA EXTRA DI 5.000 EURO AL MESE
Il senatore Umberto Bossi è indagato per truffa ai danni dello Stato in concorso con l’ex tesoriere Francesco Belsito.
L’iscrizione per l’ex segretario del Carroccio e ora presidente è relativa ai rimborsi elettorali incassati dalla Lega nel 2010 con il relativo rendiconto del 2011, la cifra è di 18 milioni di euro.
Bossi risponde in concorso con l’ex amministratore indagato anche dalle procure di Reggio Calabria e Napoli.
Nel registro degli indagati sono stati iscritti anche i figli del Senatur Renzo e Riccardo per appropriazione indebita, reato relativo alle spese personali che sono state sostenute per i due ragazzi con i soldi del partito.
Anche in questo caso a rispondere in concorso c’è Belsito.
Secondo gli inquirenti i due ragazzi ricevano una paghetta da 5 mila euro al mese.
Denaro “prelevato” dai soldi dei rimborsi elettorali con la piena consapevolezza del padre.
Il periodo sotto inchiesta va dal 2008 al 2011.
Agli atti dell’inchiesta c’è la lettera in cui Riccardo, in una delle sue richieste, aveva scritto a Belsito:“Ne ho parlato oggi con papà ”.
La Procura di Milano ha indagato anche il senatore Piergiorgio Stiffoni e Paolo Scala, il finanziere che aveva gestito l’affare della Tanzania. Quest’ultimo risponde di riciclaggio.
Per il senatore invece l’accusa è quella di peculato per aver utilizzato i soldi che erano sui conti della Lega a Palazzo Madama.
L’indagine in questo caso verrà trasferita a Roma per competenza.
Umberto Bossi risponde come legale rappresentante del partito in quanto firmatario dei rendiconti che portano all’erogazione dei rimborsi elettorali. 
Nei suoi confronti non c’è alcuna contestazione che riguarda presunte spese personali.
Mentre sono in corso di accertamento le cifre di denaro di cui Riccardo e Renzo Bossi si sarebbero indebitamente appropriati; è stata infatti disposta una consulenza tecnica la quale dovrà fare luce sull’eventuale utilizzo dei fondi pubblici.
Secondo il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati “è sufficiente avere l’indicazione che i fondi destinati al partito sono stati usati per altri scopi”.
Al Trota non è stato possibile consegnare l’avviso di garanzia perchè il giovane è in vacanza in Marocco con Monica Rizzi, ex assessore regionale, coinvolta in una presunta formazione di dossier ai danni di un avversario di Renzo alle scorse elezioni regionali su cui era stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Brescia, e con il compagno di quest’ultima, finita nel mirino dei cronisti anche per la vicenda della laurea in Psicologia in Svizzera che però non risultava essere stata conseguita all’ateneo elvetico.
Dopo questa vicenda la Rizzi, obbedendo a un ordine del partito, si era dimessa.
Lo scandalo che ha travolto la Lega coinvolge ben tre procure: Milano, Napoli e Reggio Calabria, anche se a iscrivere nel registro degli indagati il nome dei Bossi è stata nei giorni scorsi quella lombarda.
Le ultime due indagano per riciclaggio relativo anche agli investimenti in Tanzania e Cipro di circa 6 milioni di euro.
Lo scorso dicembre la pubblicazione sulle pagine del Secolo XIX dello strano affare tanzanese aveva fatto puntare i riflettori sul Carroccio.
Belsito, finito nel mirino, aveva cominciato a raccontare al telefono alla segretaria Nadia Dagrada tutte le spese sostenute per Umberto Bossi e famiglia.
Dalla polizza assicurativa per la villa di Gemonio alle spese per la ristrutturazione della casa. Belsito, che era stato introdotto come amministratore dall’ex tesoriere Maurizio Balocchi, sotto pressione per le richieste di spiegazioni dal partito, in una casetta di sicurezza negli uffici della Camera ha raccolto tutti i documenti relativi alle spese personali in una cartelletta denominata “The Family”.
In quel fascicolo Belsito ha conservato i pagamenti delle multe di Renzo Bossi, le spese sanitarie del figlio minore di Bossi Eridanio, le distinte di diversi bonifici e anche documenti relativi all’istruzione di Renzo detto il Trota. Negli ultimi giorni la Procura di Milano aveva avviato accertamenti proprio sulla laurea albanese del Trota, che si sarebbe diplomato in business management senza mai mettere piede nel paese delle Aquile.
Nelle conversazioni intercettate dagli investigatori del Noe dei Carabinieri Belsito diceva che dalle casse della Lega per il solo 2011 per Bossi e famiglia sarebbero stati spesi 611 mila euro.
Coi soldi del partito, secondo l’ex tesoriere con un passato da buttafuori e portaborse di un ex ministro di Forza Italia, sarebbe stata finanziata anche la scuola bosina gestita dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone, il sindacato padano ovvero il SinPa guidato Rosi Mauro, senatrice e vice presidente del Senato, espulsa come Belsito dal Carroccio.
I soldi della Lega sarebbero finiti anche alla “nera”, che ha sempre negato, per la sua istruzione e quella del suo capo scorta Pier Moscagiuro.
Le posizioni della Mauro e della signora Bossi, entrambe non indagate, sono però ora al vaglio degli inquirenti milanesi.
In particolare i magistrati cercano di fare luce sulle uscite effettuate proprio a favore del sindacato e dell’istituto. In particolare in una telefonata intercettata, ora agli atti dell’inchiesta, gli interlocutori fanno riferimento ad una somma di 300 mila euro parcheggiata in contanti per la scuola.
A mettere nei guai Bossi&co ci sono anche le dichiarazioni a verbale delle segretarie dell’ex leader. Nadia Dagrada, interrogata dai pm milanesi e napoletani quando erano scattate le perquisizioni da parte della Guardia di Finanza, aveva confermato che Umberto Bossi era perfettamente a conoscenza che i soldi della Lega fossero utilizzati anche per le spese personali della famiglia.
Gli inquirenti si sono convinti che fosse necessario inviare un avviso di garanzia al fondatore della Lega proprio alla luce delle dichiarazioni della Dagrada che ha affermato, durante gli interrogatori, che il Senatur firmava tutti i rendiconti. In particolare, a Bossi viene contestato di avere avallato questi rendiconti ritenuti non veritieri nell’agosto 2011; 18 milioni di euro che il partito ha incassato presentando, secondo l’accusa, un rendiconto infedele e ottenere quindi i rimborsi elettorali relativi all’anno 2010.
Anche l’assistente personale di Bossi, Daniela Cantamessa, aveva parlato della consapevolezza del Senatur riferendo agli inquirenti di aver messo sull’avviso l’allora segretario per gli strani comportamenti del tesoriere.
Ad aggravare lo scandalo anche un video di un ex autista, poi licenziato, che temendo di esser coinvolto nell’inchiesta aveva filmato Renzo, che poi si è dimesso dalla carica di consigliere regionale diversi giorni fa, mentre afferrava alcune banconote.
Soldi che dovevano coprire le spese di servizio e non finire nelle mani del Trota per pagarsi la benzina o le medicine.
Gli accertamenti della Procura di Milano sono proseguiti senza sosta per verificare e trovare i riscontri alle dichiarazioni e anche alla stessa documentazione.
Anche Belsito naturalmente durante gli interrogatori ha confermato la consapevolezza del fondatore del partito. Il cui nome è stato accostato anche alla ‘Ndrangheta.
Nell’indagine reggina, che sta continuando a fare accertamenti anche sull’investimento in Tanzania, sono emersi i rapporti di Belsito con Romolo Girardelli, detto l’ammiraglio, uomo secondo gli inquirenti legato alla cosca dei De Stefano.
Il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e il pm Paolo Filippini in un incontro con i giornalisti hanno spiegato che l’iscrizione di Umberto Bossi è “un atto di garanzia che dovrà comportare degli approfondimenti”. Approfondimenti che, hanno precisato gli inquirenti, sono collegati ad accertare se effettivamente il denaro ottenuto grazie al meccanismo dei rimborsi elettorali sia stato utilizzato per esigenze personali dagli altri indagati, a cominciare dall’ex tesoriere.
Quest’ultimo, hanno puntualizzato i magistrati, risponde anche di appropriazione indebita, oltre che di truffa perchè si sarebbe accaparrato il denaro per uso personale. L’avviso di garanzia a Umberto Bossi e’ stato notificato nella sede del Carroccio, in via Bellerio.
Antonella Mascali
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
“LA LEGGE SALVA-SILVIO NON CI SARA’ MA LA MAGGIORANZA E’ SPACCATA, SULLA GIUSTIZIA IL GOVERNO RISCHIA”
Spazi per norme salva-Silvio «non ce ne sono più», ma sulla corruzione — «un veleno per il Paese» — il governo può andare incontro alla crisi.
Giulia Bongiorno, la presidente finiana della commissione Giustizia della Camera, lancia di nuovo il suo allarme e ricorda che «proprio sulla giustizia si ruppe l’intesa tra Fini e Berlusconi».
Una giornata di scontri da dimenticare per la giustizia nella sua commissione, non le sembra?
«Sì, e temo che non sia l’esito di una congiuntura astrale, piuttosto una condizione permanente».
In che senso?
«In materia di giustizia, all’interno dell’attuale maggioranza, ci sono visioni diametralmente opposte. Dunque era prevedibile».
Perchè prevedibile? Se Abc trovano sintesi sui temi economici come mai sulla giustizia non si trova l’accordo?
«Io credo che la giustizia rappresenti, prima di altre materie, la vera identità dei partiti. E non c’è accordo politico che possa annullare l’identità . Faccio un esempio: io sono molto amareggiata perchè oggi si è persa l’occasione di creare una figura di reato di falso in bilancio più efficace rispetto all’attuale. Altri hanno tirato un sospiro di sollievo. Ecco, l’idea che si possa tirare un sospiro di sollievo mi turba».
Protestano duramente Pd e Idv, nuova opposizione all’interno del governo. Il governo esiste ancora su questi temi?
«In politica, purtroppo la giustizia è sempre stata considerata un tema di secondo piano. E invece non lo è affatto. Temo che la grande attenzione giustamente riconosciuta alle questioni economiche abbia portato a sottovalutare il peso della questione giustizia, peraltro trascurandone l’incidenza sull’economia. Non dimentichiamo che la mala-giustizia uccide l’economia, che gli investitori esteri fuggono quando scoprono che in Italia si può restare impelagati in vicende giudiziarie per un decennio».
Il parere del sottosegretario Mazzamuto sul falso in bilancio lo vede come un errore, una svista o una cosa voluta?
«Lui era alla mia destra e leggeva un foglio. Non so altro. In aula avremo comunque la possibilità di lavorare ancora sul testo».
Come giudica l’ostruzionismo del Pdl sul ddl anti-corruzione?
«Sono molto preoccupata perchè oggi in un’ora e mezzo abbiamo votato un emendamento: ne abbiamo circa 150 da votare entro la prossima settimana».
Ma in questa fase politica l’anti-corruzione è una priorità ?
«Le dico cosa penso della corruzione: è un reato abominevole. Si diffonde a macchia d’olio azzerando il merito, è subdola, si annida anche là dove non te lo aspetteresti, distorce le prospettive e falsa i valori, è un veleno… L’idea che non ci sia una volontà comune di combatterla usando i mezzi a disposizione del legislatore mi disorienta. Ma si torna al discorso di prima… visioni diverse».
Il Pdl vorrebbe una nuova norma salva-Ruby. Ma in questo momento politico a destra esistono ancora margini di possibili alleanze per approvarla?
«Non so se vogliono una salva-Ruby, so però che in commissione la Lega non vota con il Pdl e non credo che altre forze voterebbero attualmente ulteriori norme ad personam».
Giustizia e stabilità di governo: che succederà in aula se, come tutto lascia prevedere, l’attuale maggioranza dovesse spaccarsi sul ddl anti-corruzione, come è avvenuto sul falso in bilancio?
«È un allarme che ho lanciato da tempo. Da quando ci furono i primi incontri con le forze della maggioranza promossi dal ministro. Mi fu subito chiaro che la maggioranza non andava nella stessa direzione. Infatti oltre che di corruzione si parlava di responsabilità dei giudici e di intercettazioni, come se i temi fossero intrecciati tra loro».
Non sarebbe stato meglio, quando è nato l’esecutivo Monti, escludere del tutto il capitolo della giustizia?
«Il risanamento del Paese non può prescindere da un risanamento morale. Escludere la giustizia avrebbe significato perdere in partenza».
Esiste la possibilità che il governo cada sulla giustizia?
«La cosiddetta frattura Fini-Berlusconi nasce sul tema della legalità . Ripeto: sbaglia chi considera la giustizia un tema politico di secondo piano».
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Maggio 16th, 2012 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DI ZOPPINI DOPO L’AVVISO DI GARANZIA…IPOTESI DI REATO: CONCORSO IN FRODE FISCALE E DICHIARAZIONE FRAUDOLENTA
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Zoppini si è dimesso, in seguito a un avviso di garanzia per frode fiscale e dichiarazione
fraudolenta.
In un comunicato Zoppini ha spiegato così il suo gesto: «Sono stato raggiunto da una informazione di garanzia con riguardo a vicende delle quali mi sono occupato professionalmente alcuni anni fa. Ho piena fiducia nell’operato della magistratura e ritengo di potere chiarire ogni aspetto che mi riguarda», afferma.
Il sottosegretario è stato iscritto nel registro degli indagati dalla procura di Verbania: le ipotesi di reato contestate sono concorso in frode fiscale e dichiarazione fraudolenta.
A Zoppini è stato notificato un avviso di garanzia e un invito a comparire.
L’iscrizione nel registro degli indagati del sottosegretario è stata decisa dalla procura piemontese dopo l’esame di documenti extracontabili della società Giacomini – importante azienda che produce rubinetti e impianti per il raffreddamento e di cui Zoppini sarebbe consulente -, acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso di una verifica fiscale.
L’ipotesi al vaglio degli inquirenti è che Zoppini abbia aiutato i fratelli Corrado ed Elena Giacomini, titolari dell’omonima azienda a compiere una frode fiscale, con trasferimento e riciclaggio di ingenti somme di denaro all’estero, per la quale i due imprenditori sono stati arrestati domenica scorsa.
Inoltre alcuni soci dell’azienda hanno presentato una denuncia
Su questo aspetto della vicenda stanno indagando i carabinieri.
Appresa la notizia, il ministro della Giustizia Paola Severino ha così commentato la notizia di dimissioni: «Esprimo la piena fiducia e il mio profondo apprezzamento per il proficuo lavoro svolto dal prof. Andrea Zoppini in questi mesi di impegno in qualità di sottosegretario».
Poi ha aggiunto Severino: «Ho accolto con dispiacere le sue dimissioni che, nonostante le mie insistenze, il prof. Zoppini ha ritenuto di dover confermare. Comprendo la sua esigenza di poter così far valere pienamente le proprie ragioni nella sede appropriata».
Sostegno è arrivato anche da Pier Ferdinando Casini dell’Udc durante un colloquio telefonico: «Apprezzamento per una decisione di grande sensibilità istituzionale».
Zoppini è nato a Roma nel 1965. Laureato cum laude presso l’Università La Sapienza di Roma, ha studiato nelle università di Cambridge e Heidelberg.
Il 29 novembre 2011 Andrea Zoppini ha giurato come sottosegretario alla Giustizia del governo Monti. Oltrechè avvocato cassazionista con un prestigioso studio legale nel quartiere Prati – Astone e Zoppini – è anche professore ordinario alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Roma Tre, dove insegna Analisi economica del diritto e Istituzioni di diritto privato. In più è stato consulente di numerose aziende ed è uno dei 5 membri della camera arbitrale dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici.
Un curriculum di tutto rispetto, quindi, che comprende anche diverse pubblicazioni fra cui un libro scritto insieme a Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica.
È stato uno dei più giovani sottosegretari del governo Monti e anche uno dei più ricchi.
Nel 2010 ha dichiarato quasi 1,5 milioni di euro, piazzandosi al secondo posto dopo Mario Ciaccia. Ha ricoperto numerosi incarichi: è stato membro della Commissione per la riforma del diritto societario, consulente del ministero del Tesoro e della Banca d’Italia, e fra gli autori del primo libro bianco sulle fondazioni in Italia.
Quando nel 2007 il centrosinistra vince le elezioni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta lo sceglie come consigliere giuridico.
E in questa veste ha curato il disegno di legge sul rafforzamento delle authority. Nel 2008 è stato confermato dal governo Berlusconi come consigliere del sottosegretario Gianni Letta.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCORDO PREVEDEREBBE LA CREAZIONE DI UNA COMMISSIONE PER GIUDICARE I CASI DI ESPULSIONE DAL PARTITO, IN CUI L’ULTIMA PAROLA SPETTEREBBE AL SENATUR… I LEGHISTI VENETI: “PERCHE’ IL PROSSIMO SEGRETARIO NON PUO’ ESSERE UNO DI NOI?”
L’accordo siglato da Umberto Bossi e Roberto Maroni passa anche attraverso una garanzia fornita dall’ex ministro dell’Interno.
Secondo quanto apprende l’Agi i due leader leghisti, la settimana scorsa, avrebbero deciso che verrà formata una commissione, composta da alcuni membri del Consiglio federale e dai segretari delle regioni del Nord e presieduta dal Senatur, che giudicherà i prossimi casi di espulsione dal partito.
E l’ultima parola spetterà a Bossi.
In pratica si tratta di un patto voluto dal ‘Senatur’ per tenere unito il movimento.
Stando a quello che si apprende verranno salvaguardati alcuni deputati o militanti che, a dire dei fedelissimi di Bossi, rientrano nel mirino dell’ex titolare del Viminale. Compreso il figlio Renzo.
“Bossi – sottolineano le stesse fonti – vuole guardarsi le spalle e avere la certezza che non ci sarà alcun a repulisti”.
Ma la battaglia dell’ex responsabile delle Riforme è anche per evitare svolte a 180 gradi nella strategia della Lega.
I bossiani temono che la nuova linea sia di rottura rispetto a quella del passato.
Ovvero che le battaglie che Maroni porterà avanti non saranno quelle di Bossi, non richiameranno i sogni di secessione o l’indipendenza della Padania.
E proprio per fare in modo che il nuovo corso della Lega non sia diverso da quello delle ‘origini’ Bossi ha chiesto di essere nominato a garante della
identità padana.
E anche questo verrà scritto sullo Statuto. I ‘maroniani’ minimizzano: “Ci possono essere delle scorie per quello che è successo, ma si va verso una nuova Lega, tutti insieme”.
Nel frattempo scoppia la grana del leghisti veneti che avanza la richiesta che il prossimo segretario sia veneto.
Non è piaciuto ad alcuni dirigenti del Carroccio il modo in cui Bossi e Maroni si siano accordati su chi sarà il segretario e chi il presidente.
Meglio aspettare che decidano i militanti, è il ragionamento.
Questioni
che verranno comunque discusse lunedì quando si riunirà la commissione Statuto in via Bellerio.
Il fatto è che sia Bossi che Maroni (e anche Calderoli) sono lombardi e inoltre l’ala veneta vuole maggiore autonomia decisionale.
La Padania, però, sembra aver già scelto. ‘Uniti intorno a Maroni’ è il titolo di apertura del gioranle della Lega di oggi.
“La Lega sta per proiettarsi verso il proprio futuro”, si legge nell’editoriale di prima pagina, “il nord cerca la via la per la libertà attraverso l’unica forza che lo rappresenta per vocazione e coraggio”.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
ORA NON RESTA CHE SPERARE NELLA GIUSTIZIA ORDINARIA CHE LI PROCESSERA’ PER TRUFFA
Lui, dipendente pubblico, denuncia i fannulloni del suo ufficio alla magistratura e riceve provvedimenti disciplinari. 
Gli altri, i presunti responsabili della truffa, nonostante i video della Guardia di finanza provino che andassero persino in palestra durante l’ora di lavoro, vengono promossi.
Siamo a Bologna, all’ufficio territoriale del Ministero per lo sviluppo economico. Tutto inizia nell’aprile di tre anni fa, quando Ciro Rinaldi, dopo aver segnalato inutilmente ai suoi superiori molti casi di assenteismo, decide di rivolgersi alla magistratura.
Il dovere glielo impone, anche perchè lui è un sindacalista e diversi colleghi hanno fatto notare che sono costretti a lavorare il doppio a causa delle “scappatine” di altri. Partono le indagini dirette dal sostituto procuratore Antonella Scandellari.
La Guardia di finanza piazza delle telecamere negli uffici della centralissima via Nazario Sauro e scopre che in realtà si trova di fronte a un vero e proprio sistema, che neppure Rinaldi aveva probabilmente percepito.
Dei circa 50 dipendenti totali, infatti, ben 29 andranno tra dieci giorni davanti al giudice per le udienze preliminari, Pasquale Gianniti, che deciderà se mandarli a processo come richiesto dalla Procura, per truffa aggravata ai danni dello Stato.
A loro carico ci sono le riprese filmate dalle fiamme gialle mentre uscivano dall’ufficio in orari da lavoro.
Ad alcuni sono contestati ritardi di venti minuti e assenze ‘clandestine’ di tre quarti d’ora, mentre altri uscivano sistematicamente (c’è una dipendente che andava abitualmente in palestra). E c’è anche chi era solito sparire per quattro o cinque ore.
Tra gli imputati, nonostante l’evidenza delle immagini registrate dagli inquirenti, nessuno avrebbe subito alcun provvedimento disciplinare.
“Mentre due capi-settore implicati nell’inchiesta sono andati in pensione — racconta Rinaldi — altri due imputati sono stati promossi proprio al loro posto”.
Per Mario Marcuz, l’avvocato del lavoratore, con le leggi Brunetta il ministero poteva addirittura sospendere cautelativamente queste persone in attesa del giudizio.
Cosa che non è avvenuta.
I guai per Ciro Rinaldi, funzionario dell’ufficio ispettivo, cominciano quando le sette persone (solo dopo le persone implicate diventeranno 29) da lui inizialmente denunciate ricevono gli avvisi di garanzia.
Lettere di disprezzo e volantini minacciosi appesi in bacheca: “Credi che sia possibile lavorare ancora qui? Credi che le persone ti possano perdonare? Ti sei rovinato con le tue mani. Non era più bello vivere in pace”.
E non solo.
Recentemente subisce anche un provvedimento disciplinare. “Uno di questi capi settore finiti nell’inchiesta, ha mandato un’informativa al dirigente su una mia presunta irregolarità nell’uso dell’auto aziendale e mi sono beccato un giorno di sospensione. Naturalmente farò ricorso al giudice del lavoro, ma questo è il clima”, spiega Rinaldi. Ai nuovi assunti è stato detto di non darmi troppa confidenza”.
Una collega che lavorava insieme a Rinaldi nel settore postale del dipartimento bolognese, dopo avere testimoniato contro i colleghi fannulloni ha dovuto chiedere più volte di essere trasferita prima di essere mandata finalmente in un altro ufficio. Dopo avere parlato con gli inquirenti le era stata data una mansione più bassa ed era sempre a contatto con le persone contro cui aveva testimoniato.
“Succedeva che squillasse il telefono cordless — racconta Rinaldi — e che i suoi superiori glielo buttassero sulla scrivania dicendole: Io sto uscendo, rispondi al mio posto”.
Ora per Rinaldi lavorare sarebbe diventato più complicato.
Dopo il trasferimento della sua collega che ha collaborato, l’incarico ispettivo per tutta l’Emilia se lo deve fare da solo, mentre in Romagna, tanto per dare un’idea, la stessa mansione è portata avanti da tre persone.
Una situazione di persecuzione per la quale potrebbe esserci scattare un’ulteriore azione legale da parte di Rinaldi.
L’avvocato non esclude neppure un’azione per mobbing.
Tuttavia la cosa più grave, spiega l’avvocato del lavoratore è che il ministero stesso potrebbe non costituirsi parte civile al processo, nonostante la presunta truffa sarebbe stata commessa proprio ai danni dello Stato: “C’è tempo solo fino all’udienza preliminare”.
E se quel passo non arrivasse, potrebbe essere un segnale poco incoraggiante sia per Rinaldi, sia per la pubblica amministrazione.
Intanto, in risposta, nel pomeriggio dall’ufficio di Bologna del ministero fanno sapere che i procedimenti disciplinari sono stati aperti dalla sede centrale di Roma, ma poi, “come prevede la legge, sono stati subito sospesi in attesa della sentenza“.
David Marceddu
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELL’ANCE: “NON VOGLIAMO PAGAMENTI CON BARATTI, BOT, CCT”….TANTE IMPRESE SONO SULL’ORLO DEL FALLIMENTO
L’immediato pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione o il via ai decreti ingiuntivi. E’ quanto ha annunciato il presidente dell’Associazione costruttori edili, Paolo Buzzetti in occasione del D-Day dell’edilizia.
Una mossa estrema per recuperare i crediti verso la Pa che si accompagna alla bocciatura delle proposte attualmente in discussione per sanare il problema.
Ovvero: “Non ci vanno bene pagamenti che avvengano con baratti, Bot, Cct o garanzie varie: se li tenessero. I contratti parlano di contante e vogliamo contante. Abbiamo deciso di passare alle vie di fatto, stabilire i mancati pagamenti dovuti dallo stato e poi procedere legalmente con i decreti ingiuntivi”.
Le cifre? Per l’edilizia, “parliamo di 19 miliardi se si considera tutta la filiera delle costruzioni (9 miliardi per le solo imprese delle costruzioni, ndr).
Poi, dopo lo studio che ha già raccolto crediti per circa un miliardo di euro, proseguiremo con le azioni legali, con i decreti ingiuntivi”.
Ed ancora: le imprese di costruzioni aspettano in media 8 mesi per ricevere i rimborsi, con punte di oltre due anni.
“Lo Stato che non paga è uno dei motivi fondamentali dei fallimenti e delle perdite di posti di lavoro nel settore” attacca Buzzetti.
E che la situazione sia grave lo si capisce anche da altre cifre. In tre anni, continua l’Ance, i fallimenti nel settore delle costruzioni sono stati 7.552 su un totale di circa 33.000 in tutti i settori economici, spiegano dall’associazione. Ovvero: quasi un fallimento su quattro in Italia riguarda imprese di costruzioni.
La tendenza si conferma anche nel primo trimestre del 2012 con un ulteriore aumento delle procedure fallimentari nel settore.
Sono aumentate, infatti, dell’8,4% rispetto al primo trimestre del 2011.
Per l’Ance, il patto di stabilità è la principale causa dei ritardi.
Agli enti locali è vietato spendere le risorse che hanno in casso e nel triennio 2012-2014 questo meccanismo provocherà un blocco di investimenti pari a 32 miliardi di euro.
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL SOTTOSEGRETARIO MAZZAPUTO DA’ PARERE FAVOREVOLE A UN EMENDAMENTO ALL’ART 1 CHE FA DECADERE TUTTI GLI ALTRI.. L’UDC FA METTERE A VERBALE DI ESSERSI SBAGLIATO, MA ORMAI LA FRITTATA ERA FATTA
Offensiva del Pdl alla Camera sul fronte giustizia. 
Prima, con interventi fiume rallenta l’esame del ddl Anticorruzione. In oltre due ore si riesce a votare un solo subemendamento.
Poi, grazie a una proposta di modifica firmata dal deputato Manlio Contento, svuota il progetto di legge dell’Idv che ripristina il reato del falso in bilancio. Grazie anche ad un ruolo significativp del sottosegretario alla Giustizia Salvatore Mazzamuto che, a sorpresa, dà parere favorevole.
Risultato: la maggioranza si spacca; Pd e Idv insorgono e convocano insieme una conferenza stampa di protesta; la battaglia si sposta in Aula, dove il testo è atteso per il 28 maggio.
Il Guardasigilli Paola Severino da New York sconfessa il suo vice assicurando che il parere del ministero era diverso.
Tutto comincia alle 9.30.
Il presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno convoca di buon’ora i commissari per evitare che l’esame sul falso in bilancio slitti per colpa del voto di fiducia che il governo chiede sul dl per le commissioni bancarie.
Ma il sottosegretario tarda. Arriva alle 10.
Così c’è appena il tempo di illustrare gli emendamenti.
Poi c’è un altro appuntamento da rispettare: quello con la commissione Affari Costituzionali per cominciare lo ‘screening’ delle proposte di modifica al ddl Anticorruzione.
Ma i deputati del Pdl si abbandonano a interventi fiume.
E il risultato è scarso: in oltre due ore si vota solo un subemendamento.
Ma è quando si riuniscono di nuovo verso le 13.30, sul falso in bilancio, che scoppia il caos.
Il sottosegretario dà parere favorevole all’emendamento Contento che alza solo il tetto della pena massima: da 2 a 3 anni.
E questo passa con 12 sì contro 10 no.
Non si sa se per distrazione o altro, in pochi si accorgono della ‘premessà alla norma laddove si dice che questa sostituisce l’intero articolo 1: il cuore del provvedimento.
Quello che avrebbe riportato il falso in bilancio a pre-riforma Berlusconi.
A cadere in errore sono Lorenzo Ria (Udc), Angela Napoli (Fli) che votano ‘sì e la radicale Rita Bernardini che si astiene. Così come la Lega.
Roberto Rao (Udc) spiega di aver votato seguendo l’indicazione del governo. La rabbia però esplode quando ci si rende conto che tutti gli altri emendamenti all’art.1, di conseguenza, sono decaduti.
Ria fa mettere a verbale di essersi sbagliato.
Mentre Di Pietro grida a Mazzamuto: «Il governo ci ha preso in giro!».
E si attacca la norma che di fatto fa «tirare le cuoia» alla versione «giustizialista» del falso in bilancio targata Idv, per usare le parole di Francesco Paolo Sisto (Pdl).
Il leader Idv Antonio Di Pietro, il relatore Federico Palomba, il responsabile Giustizia Pd Andrea Orlando e il capogruppo in commissione Donatella Ferranti convocano una conferenza stampa per chiedere spiegazioni al governo e attaccare il Pdl.
La Severino da New York ribatte: avevo dato parere favorevole, ma «limitatamente all’aumento della pena».
La mossa piace poco al Pdl: è ‘inaccettabilè la «sconfessione del sottosegretario» commenta il capogruppo alla Camera Cicchitto.
Ma il Guardasigilli insiste: in Aula si risistemerà tutto.
«Noi infatti non ritiriamo le firme – dice Di Pietro – la battaglia continua in Aula».
«Ripresenteremo gli emendamenti per ripristinare il testo», assicura Orlando. «In caso di errore – propone Ferranti – si può annullare la votazione».
Il clima però non sembra consentirlo.
Così il testo arriverà in Aula probabilmente ‘svuotatò. Ma lì i giochi si potranno riaprire.
Nessuno, per ora, chiede le dimissioni di Mazzamuto, ma Di Pietro parla di una «talpa» al legislativo del ministero che avrebbe teso la ‘trappolà .
E l’interessato replica: «Mi sono limitato a dare i pareri formulati dall’ ufficio legislativo. Per il resto si parli col ministro».
(da “La Stampa”)
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE CAPO DELL’ANTIMAFIA POTREBBE CANDIDARSI COME GOVERNATORE DELLA SICILIA E IL MINISTRO ESSERE IL SIMBOLO DELLA LISTA CIVICA NAZIONALE VICINA AL TERZO POLO
Piero Grasso e “il primato della politica”. Era l’estate scorsa, a fine agosto, e il procuratore nazionale antimafia si trovava a alla Festa del Pd di Torino per un dibattito sulla giustizia.
A Palazzo Chigi c’era ancora Silvio Berlusconi. Grasso in quell’occasione esaltò “il primato della politica per la riorganizzazione della società ”.
Questo episodio, che incuriosì non poco i presenti, è riafforato dalla memoria dei vertici democrat dopo l’esternazione radiofonica del capo della Dna: “Darei un premio a Berlusconi per l’antimafia”.
Parole clamorose, nonchè “sconcertanti” per Piergiorgio Morosini, segretario generale di Magistratura democratica, che potrebbero costituire il preludio a un futuro impegno in politica di Grasso.
Una sorta di endorsement preventivo.
Ecco Antonioa Ingroia: “Non diamo meriti a chi non ne ha. Quella del premio a Berlusconi è una dichiarazione più politica delle mie”.
A spingere Grasso in lista sono voci che si inseguono dall’inizio dell’anno. A gennaio, infatti, il magistrato rinunciò a correre per la procura di Roma e il suo passo indietro generò una domanda: “Che farà Grasso quando nell’autunno del 2013 scadrà il suo mandato alla Dna?”
Una risposta la diede lui stesso in un’intervista al Giornale di Sicilia: “Non guardo a un’eventuale esperienza politica sotto forma di schieramento con un partito, cosa che è estranea al mio ruolo, alla mia funzione e alla mia cultura. Penserei piuttosto a quella che ho definito una lista civica nazionale”.
Insomma, un moderato della società civile. Come Corrado Passera, il banchiere diventato ministro tecnico.
L’accostamento tra i due non è causale.
Dopo la rottura con Silvio Berlusconi sul beauty contest delle frequenze tv, oggi Passera gioca in tandem con il solitario leader dell’Udc alias Partito della Nazione Pier Ferdinando Casini.
E la partita Passera-Casini si inserisce nella complessa triangolazione che vede al centro la Grande Coalizione perpetua e in ogni caso si contende l’eredità del montismo.
Gli altri due lati del problema sono il ritrovato rapporto tra il Cavaliere e Luca di Montezemolo e la corte serrata del Pd allo stesso Casini.
Il risultato delle varie combinazioni potrebbe appunto generare una lista civica nazionale con Passera candidato-premier.
E Grasso sarebbe un ministro papabile in un eventuale esecutivo “civico”.
Così come il cattolico Andrea Riccardi, già oggi al governo.
Il gradimento centrista per il procuratore nazionale antimafia è confermato anche dalla frequentazione assidua tra questi e Michele Vietti, esponente dell’Udc oggi vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura.
Grasso aspirante ministro ma anche possibile candidato a governatore della Sicilia.
Lo scenario è legato alle dimissioni di Raffaele Lombardo, una volta rinviato a giudizio per concorso esterno alla mafia.
È stato lo stesso Lombardo a prometterlo a fine marzo: “Se il gup mi rinvierà a giudizio mi dimetterò”. In caso, quindi, di voto anticipato per le regionali siciliane, il nome di Grasso è gettonatissimo.
Soprattutto negli ambienti del Terzo Polo che include l’Mpa dell’attuale governatore .
L’ex procuratore capo di Palermo potrebbe guidare una versione siciliana della Grande Coalizione, ovviamente: terzopolisti, le due anime del Pd (quelle a favore e contro Lombardo), persino i pezzi del Pdl che ostacolano la candidatura dell’ex Gianfranco Miccichè, oggi Grande Sud. Governo nazionale o siciliano, questo potrebbe essere il futuro politico di Grasso.
Le ambizioni del capo della Dna incarnano il nuovo trend dei professionisti della politica travestiti da moderati: pescare nella società civile per dare stabilità e continuità all’esperienza di Monti e arginare il fenomeno del grillismo, temuto in particolare dal Colle, grande protettore dei tecnici.
Questa è la chiave per decifrare le tentazioni “civiche” che animano pure il centro e la destra, non solo la sinistra. Passera, Grasso, Montezemolo, Riccardi.
Le prossime elezioni saranno un battesimo per molti. “Il primato della politica” rivendicato dalla società civile moderata va oltre il nascente “partito di Passera”.
C’è anche chi vuole impegnarsi in prima persona con movimenti fondati ad hoc.
Come quelli di Maurizio Zamparini, presidente del Palermo anti-Equitalia, e di Severino Antinori, ginecologo nemico di Renata Polverini, governatrice del Lazio.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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