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DOPO ELEZIONI A CATANZARO: TRE BUSTE CON PROIETTILI AL PREFETTO E A DUE GIORNALI

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

CRESCE LA PREOCCUPAZIONE DOPO LE DUE INCHIESTE APERTE DALLA PROCURA PER ACCERTARE BROGLI ELETTORALI

La tensione sale a Catanzaro. I veleni del post elezioni non si fermano.
Alle polemiche politiche da ieri si sono aggiunti episodi inquietanti: tre buste, contenenti proiettili e santini di alcuni candidati al consiglio comunale, sono state bloccate al Centro meccanografico delle Poste di Lamezia Terme.
Destinatari dei plichi sono il prefetto di Catanzaro, Antonio Reppucci, e due giornali locali, la Gazzetta del Sud e il Quotidiano della Calabria.
“Nel messaggio — ha dichiarato il rappresentante provinciale del governo — mi viene contestato un mancato intervento in merito alle polemiche sul voto ignorando che io in questa materia non ho alcun potere. Per quanto mi riguarda, dunque, sono tranquillissimo”.
Proiettili e santini sono stati sequestrati dai carabinieri nella speranza che gli accertamenti tecnici possano fornire elementi utili per risalire ai mittenti.
Dal messaggio intimidatorio appare chiaro il riferimento a quanto sta accadendo in questi giorni nel capoluogo della Calabria.
Due inchieste della Procura stanno accertando la regolarità  delle elezioni del 6 e 7 maggio scorsi.
Il candidato del centrodestra, Sergio Abramo, è stato proclamato sindaco con appena 130 voti che gli hanno consentito di superare la soglia del 50%.
Una soglia che, secondo il centrosinistra, non sarebbe stata raggiunta dal candidato se non si fossero verificati brogli elettorali ai seggi.
Nella sezione 85, infatti, controllata direttamente dalla commissione centrale sono state riscontrate diverse anomalie.
Il numero delle schede non coincide con quello degli elettori votanti.
La Procura della Repubblica ha aperto un fascicolo, inoltre, su una presunta compravendita di voti e sabato pomeriggio ha posto sotto sequestro tutte le 60mila schede elettorali.
Oltre all’ingente somma di denaro e al materiale elettorale trovato addosso a un candidato consigliere di centrodestra, tra il materiale rinvenuto dalla Digos anche un normografo che potrebbe essere stato utilizzato per compilare la scheda vergine da consegnare all’elettore. Il candidato del centrosinistra, Salvatore Scalzo, infine, ha presentato un esposto che nelle prossime ore sarà  integrato con un dossier contenente decine di testimonianze di elettori ai quali non è risultato il voto espresso o che si sono presentati al seggio per accorgersi di “aver già  votato”.
Il pericolo di brogli era stato paventato dallo stesso prefetto Reppucci che, qualche giorno prima delle elezioni, aveva lanciato l’allarme: “Raccolgo da parte di forze politiche e privati cittadini — era scritto nella sua nota — voci sempre più insistenti di possibile uso di duplicati del certificato che dà  diritto al voto, da parte di rappresentanti di lista nel seggio ove svolgono la funzione, mentre con l’originale eserciterebbero il diritto di voto nel seggio di iscrizione.
Nel rammentare che il nostro ordinamento non consente l’espressione di voto in più sezioni e che i rappresentanti di lista, nell’esercizio delle funzioni, sono considerati pubblici ufficiali, invito pubblicamente le forze politiche e i soggetti interessati, alla massima vigilanza democratica per garantire uno svolgimento delle operazioni di voto libero e pienamente rispondente al dettato di legge”.
Ciò evidentemente non è avvenuto.
Il prefetto si è dimostrato un “veggente” o c’erano tutte le avvisaglie di quello che si stava consumando nella città  calabrese?

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MUORE IN CARCERE NELL’INDIFFERENZA, DA 50 GIORNI ERA IN SCIOPERO DELLA FAME

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

FORSE PERCHE’ ROMENO E CON PROBLEMI PSICHICI UN ESSERE UMANO DEVE ESSERE LASCIATO MORIRE?

Il motivo del perchè abbia deciso di non toccare più acqua nè cibo per 50 giorni, fino a lasciarsi morire, forse si trova nelle lunghe lettere, dei veri e propri memoriali, che Popo Virgil Cristria, 38 anni, originario di Bucarest, scriveva in continuazione, a penna.
Perchè la macchina da scrivere non l’ha mai avuta dall’amministrazione carceraria, nonostante l’avesse chiesta tante volte, e neanche un vecchio pc.
Da Borgo S. Nicola, a Lecce, dove era detenuto per scontare una serie di condanne per furto, chiamava a Monza il suo avvocato, Renata D’Amico, diventata per lui l’unico confessore.
Popo aveva anche un fratello, a Bucarest, che telefonava di tanto in tanto per avere notizie, e una misteriosa benefattrice, che a Monza pagava per lui i conti dell’avvocato.
Poi il vuoto, attorno a un uomo che appena maggiorenne aveva iniziato a entrare e uscire dal carcere, protagonista del “turismo giudiziario”, come lo chiamano le guardie penitenziarie.
Uno dei 3000 detenuti — a detta della Uilpa Penitenziari — che ogni giorno in Italia vengono trasferiti da un carcere all’altro a causa dei sovraffollamenti.
Prima del 2000, quando aveva cominciato a essere spostato da un carcere all’altro, dalla Campania alla Lombardia, in Puglia, Pop Virgil aveva vissuto per strada.
Per un poveraccio come lui, tanti processi celebrati in contumacia , difensori d’ufficio distratti e non coordinati tra di loro.
Una situazione processuale malgestita, la definisce l’avvocato-confidente.
Era stato ricoverato anche nell’ospedale psichiatrico di Aversa, ma poi era stato ritenuto compatibile con il carcere.
Aveva chiesto che il magistrato riconoscesse i suoi problemi psichiatrici e si sentiva vittima del “sistema” giudiziario, professandosi innocente. Indifferenza e solitudine, attorno a lui, sufficienti per impazzire.
Popo aveva tentato più volte il suicidio a Monza come a Lecce ed era stato più volte ricoverato in ospedale.
I tentativi di suicidio e gli atti autolesionisti sono continuati fino al febbraio scorso.
Ma i tentativi di suicidio nelle carceri italiane e a Lecce non fanno più notizia, riferisce il segretario provinciale della Uilpa, Diego Leone: “Aspetti all’uscita del primo blocco e vedrà  quante volte in un giorno esce l’ambulanza”.
Il carcere di Lecce, oggi, è al collasso.
Il secondo d’Italia per sovraffollamento, ospita 1300 detenuti invece dei 650 previsti.
La depressione è all’ordine del giorno: il 90% dei detenuti a Lecce fa uso di ansiolitici, il 16% è costituito da tossicodipendenti attivi e molti sono affetti da pluripatologie.
Ci sono otto educatori e sei psicologi, cioè un educatore ogni 180 detenuti e uno psicologo ogni 240 reclusi.
Due i suicidi nel 2010 e 20 i tentativi messi in atto.
Sono 80 le visite giornaliere dei medici in carcere, oltre 24 mila in un anno (dati Centro servizi volontariato del Salento relativi al 2010).
Mario Chiarelli, responsabile sanitario del carcere, assicura che Popo è stato visitato giornalmente da uno psicologo o da un medico, ma buttando uno sguardo alle statistiche, i conti non tornano.
L’associazione “Antigone” ha chiesto all’Ufficio del Garante regionale per i diritti dei detenuti che attivi una para inchiesta, per capire come si possa morire in ospedale dopo 50 giorni di digiuno e che cosa sia stato fatto per scongiurarne la morte, se i protocolli siano stati rispettati, compresa l’osservazione medica costante e l’idratazione artificiale, fino al trattamento sanitario obbligatorio cui Popo non è stato sottoposto.
“Si è strappata la flebo a metà , non voleva assistenza, poi lo abbiamo portato in ospedale”, dice Chiarelli.
Era il 10 maggio, dopo tre giorni Popo è morto.
Pesava 50 kg ed era alto 1.80. “La legge dice che non si può intervenire se uno rifiuta le cure”, conclude Chiarelli.

M. Luisa Mastrogiovanni
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ALLA CAMERA C’E’ PUZZA DI BRUCIATO: MA INVECE DEI CAPIBASTONE STAVOLTA DEBBONO INTERVENIRE I VIGILI DEL FUOCO

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

ERA SOLO UNA SIGARETTA ACCESA IN ZONA VIETATA, MA PER DIVERSI MINUTI E’ STATO ALLARME ROSSO A MONTECITORIO… PER UNA VOLTA NON DIPENDEVA DALLE BEGHE POLITICHE

Attimi di tensione alla Camera stamane per il forte odore di bruciato che si è diffuso nel Palazzo.
Circostanza peraltro non infrequente quando sono in corso, come sembra anche in questo caso, lavori nel Palazzo e l’impianto di condizionamento diffonde gli odori provocati, magari, da una fiamma ossidrica.
Solo che stsvolta la «fragranza» era quella tipica della carta che brucia, e piuttosto persistente in tutto il piano basamentale.
Subito sono scattati i controlli e le verifiche dei vigili del fuoco che sono arrivati anche in Transatlantico.
L’allarme è cessato poco dopo.
Come spiegano a Montecitorio, l’allerta era scattata nei locali dell’Ufficio postale interno dove qualcuno in «violazione delle norme anti fumo» ha fumato una sigaretta e poi, senza spegnerla, l’ha gettata nel cestino della carta.
La zona «incriminata» era la sala delle raccomandate: da lì la puzza di bruciato si era diffusa nella contigua sala del casellario dei deputati.
Nel punto in cui l’odore era più forte, del resto, di carta ce n’era e ce n’è in abbondanza, dato che si trattava appunto del corridoio vicino all’ufficio postale e alle caselle postali personali dei deputati.
Quando il personale se n’è accorto e ha chiamato i pompieri per effettuare un controllo, però, non si è trovato alcun incendio in atto.
Ora è caccia al trasgressore, con molta probabilità  ripreso dalle telecamere interne.
I controlli sono partiti subito, ma senza modificare in nulla l’attività  del Palazzo, che si è preparatA alla seduta mattutina senza interrompere le tradizionali gite delle scolaresche.
Che nelll’ambiente politico si senta da tempo “puzza di bruciato” è cosa nota, ma stavolta non sono stati nè franchi tiratori” nè capibastone all’origine del procurato allarme.
Solo una banale cicca lasciata incautamente accesa.

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RAI, SI CANDIDA MAGO ZURLI’: “IL MIO VICE SARA’ TOPO GIGIO”

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

LA PROVOCAZIONE DI CINO TORTORELLA: “FRECCERO? LA MIA TV E’ PIU’ INTELLIGENTE”

«Come collaboratore avevo pensato a Pippo Baudo ma dopo il suo deciso rifiuto ho ripiegato su un altro mio caro amico, Topo Gigio. Non si tratta di uno scherzo, la mia proposta è serissima…».
Nulla di nuovo all’orizzonte del rinnovo dei vertici Rai.
Per ora tutto stagna tra veti politici incrociati. Ma intanto Mario Monti riceverà  probabilmente oggi stesso, con tanto di regolare raccomandata, una lettera che solo apparentemente può sembrare un gioco: l’autocandidatura di Cino Tortorella, classe 1927, alias Mago Zurlì, alla presidenza o alla direzione generale della Rai.
Comincia così la lettera di Tortorella: «Egregio presidente Monti, avendo letto la proposta di autocandidatura di Michele Santoro e di Carlo Freccero alla direzione generale e alla presidenza della Rai, ho pensato, forse con un po’ di presunzione, che anch’io potrei avere qualche motivo per avanzare la stessa richiesta. Ho perciò stilato il curriculum che le allego con la speranza di avere qualche probabilità  di essere preso in considerazione».
Tortorella indica subito Topo Gigio come collaboratore: solo apparentemente un paradosso, in realtà  sofisticato simbolo di una Tv pubblica di qualità : «Gigio è entrato nel mondo dello spettacolo nel lontano 1959, due anni dopo il sottoscritto, ha partecipato a migliaia di spettacoli in tv e a teatro».
Segue elenco delle apparizioni mondiali del personaggio creato da Maria Perego: Brasile, Argentina, Messico, Stati Uniti «dov’è stato ospite novantanove volte dell’Ed Sullivan Show».
Tortorella assicura a Monti che lui e Topo Gigio metteranno tutta la loro esperienza «gratuitamente al servizio della Rai».
Il Mago Zurlì spiega di non voler «ardire a paragonarsi a Michele Santoro ma posso assicurare che ho realizzato programmi molto più gradevoli e intelligenti di quelli di Freccero».
Progetto di fondo: «Ridare alle famiglie italiane la Tv dei Ragazzi indecentemente cancellata dalla programmazione Rai».
Tortorella conclude con una nota ironica: «Se la mia proposta non verrà  presa in considerazione non farò lo sciopero della fame, come minacciato da Freccero, poichè considero troppo importante mangiare. E mangiare bene».
E così, dopo Pippo Baudo che aveva progettato di inviare il suo curriculum a Palazzo Chigi, un altro «grande vecchio» della tv italiana si rivolge a Monti per proporsi come possibile guida della Rai post-Paolo Garimberti (presidente uscente) e del dopo-Lorenza Lei (direttore generale in scadenza).
Tortorella rappresenta un grande pezzo della storia della tv pubblica: inventa il Mago Zurlì («il mago del giovedì», 225 puntate), realizza la prima edizione dello «Zecchino d’oro» trasferendolo poi all’Antoniano di Bologna, propone «Chi sa chi lo sa», quiz per ragazzi, 483 puntate, e poi produzioni per le tv private, per il teatro, per l’editoria. Adesso questa candidatura-provocazione per la presidenza o la direzione generale della Rai.
Chissà  che il Mago Zurlì con la sua apparizione non riesca comunque in un prodigio politico: far varare un nuovo vertice Rai.
Non nell’interesse dei partiti ma della disastrata tv pubblica.

Paolo Conti
(da “Il Corriere della Sera”)

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OGNI CITTADINO SPENDE 2.849 EURO PER I DIPENDENTI PUBBLICI, IN MEDIA CON I LIVELLI EUROPEI

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO LA   CORTE DEI CONTI E’ LA PRODUTTIVITA’ IN CALO E CRITICA L’INTESA SUGLI STATALI…IL VERO PROBLEMA E’ L’EFFICIENZA E LA MANCANZA DI MERITOCRAZIA

Se si misura il costo degli stipendi pubblici in rapporto ai cittadini, noi italiani spendiamo decisamente più dei tedeschi: 2.849 euro ciascuno, contro 2.830 euro in Germania. Ovvio.
Meno ovvio, forse, che la nostra spesa procapite sia superiore anche a quella di Grecia (2.436) e Spagna (2.708).
Va detto che ci sono Paesi anche più generosi dell’Italia. Per esempio il Regno Unito (3.118) e l’Olanda (3.557).
Per non parlare della Francia (4.001), dove peraltro dovrebbe salire quest’anno ancora di 4 miliardi.
Il vero problema non è però il livello della spesa, peraltro perfettamente allineato alla media europea dell’11,1% del Prodotto interno lordo (anche se di ben 3,2 punti superiore alla Germania dove in dieci anni è calato dello 0,3% mentre da noi è salito dello 0,6%).
Piuttosto, la sua efficienza, e qui sta il vero problema della pubblica amministrazione made in Italy.
Lo dice senza mezzi termini un rapporto della Corte dei conti: «In un contesto caratterizzato dalla perdita di competitività  del sistema Italia preoccupanti segnali riguardano la produttività  del settore pubblico».
In quella relazione appena sfornata dalla magistratura presieduta da Luigi Giampaolino c’è un grafico che mostra come proprio la produttività , cresciuta nel 2010 di oltre il 2%, sia tornata lo scorso anno a zero, ricominciando nel 2012 perfino a scendere «in linea con le stime dell’andamento del Pil».
Dunque, il costo del lavoro per unità  di prodotto riprende a salire.
Di chi la colpa? L’assenza della meritocrazia.
La relazione spiega che il blocco della contrattazione deciso nel 2010 per tamponare le spese ha «comportato il rinvio delle norme più significative in materia di valutazione del merito individuale e dell’impegno dei dipendenti contenute nel decreto legislativo n. 150 del 2009».
Ma ha pure «impedito l’avvio del nuovo modello di relazioni sindacali delineato nell’intesa del 30 aprile 2009 maggiormente orientato a una effettiva correlazione tra l’erogazione di trattamenti accessori e il recupero di efficienza delle amministrazioni».
Musica per le orecchie dell’ex ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, artefice di quella operazione.
Mentre il successore Filippo Patroni Griffi, che era stato anche capo di gabinetto dello stesso Brunetta, non ha resistito: «Premiare i migliori e aumentare la produttività  sono le nostre priorità . Bisogna metterle in pratica».
Anche se i magistrati non ne sembrano proprio convinti, a giudicare dalle «perplessità » sul «contenuto della recente intesa fra Governo, Regioni, Province, Comuni e sindacati» manifestate nel rapporto.
La Corte dei conti dice che quell’accordo, «azzerando il percorso» della riforma Brunetta, rischia di lasciare tutto com’è: consentendo cioè che nel pubblico impiego si privilegi la «distribuzione indifferenziata dei trattamenti accessori al di fuori di criteri realmente selettivi e premiali».
Intanto però gli effetti del giro di vite deciso un paio d’anni fa si sono fatti sentire, eccome.
Basta dire che per la prima volta, da quando è stata introdotta una specie di «privatizzazione» del rapporto di lavoro, il costo del personale pubblico nel 2010 è diminuito.
Esattamente dell’1,5%, per un esborso complessivo di 152,2 miliardi.
Niente di eclatante, ma per un Paese come l’Italia è un fatto storico.
I dipendenti pubblici a fine 2010 erano 3 milioni 458.857. Ovvero, 67.174 in meno rispetto a un anno prima.
Si è sforbiciato dappertutto, con un paio di eccezioni. Come le solite Regioni e Province a statuto speciale, che neppure nel 2010 hanno voluto rinunciare ad accrescere gli organici: anche in un comparto come la scuola.
Mentre nel resto d’Italia il personale scolastico diminuiva di circa 32 mila dipendenti, negli istituti di Trento e Bolzano si gonfiava di 441 unità .
E poi c’è Palazzo Chigi.
Nell’ annus horribilis del pubblico impiego, mentre scattava quel giro di vite senza precedenti, era l’unico posto dove paghe e dipendenti continuavano ad aumentare a ritmi forsennati.
Alla presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2010, si spendevano per gli stipendi al personale 198 milioni e 700 mila euro: l’11,2% in più in un solo anno.
Depurando la cifra degli arretrati, si arriva addirittura al 15,5%.
Semplicemente pazzesco l’aumento dell’esborso per le retribuzioni dirigenziali, cresciuto del 20%. Con punte astronomiche del 35,5% e del 57% rispettivamente per i dirigenti di prima e seconda fascia a tempo determinato.
Il tutto mentre anche il numero dei cedolini saliva senza sosta.
Alla fine dell’anno raggiungeva le 2.543 unità  con un aumento del 7%, che toccava l’8,9% considerando il solo personale non dirigente.
Motivo, la stabilizzazione di ben 142 precari.
Com’è possibile che questo sia accaduto nonostante il blocco delle buste paga di tutti i dipendenti pubblici?
Elementare: «Incrementando gli addetti della Protezione civile ed estendendo l’applicazione dei contratti collettivi del comparto al personale trasferito alla presidenza del Consiglio», fra cui «gli addetti alla segreteria tecnica del Cipe» e quelli «in servizio presso il dipartimento del Turismo e dello sport», spiega la relazione della Corte dei conti.
Nella quale si sottolinea come nel 2010 siano state finalmente considerate in quella voce di spesa anche le retribuzioni dei collaboratori dei politici, estranei alla pubblica amministrazione.
Il dato di quanti fossero nel penultimo anno del governo di Silvio Berlusconi non è conosciuto: nè il rapporto rivela il numero dei dipendenti presi «in prestito» da altri uffici pubblici.
Specificando però che questi, “pur in flessione», continuano «a rappresentare oltre il 40% del personale in servizio».
Se questo è vero, nella miriade di uffici della presidenza del Consiglio disseminati per Roma lavorano non meno di 4.500 persone.
Più o meno quante ne mancano nella pubblica amministrazione a causa dei permessi e dei distacchi sindacali.
Rielaborando i dati della Funzione pubblica, la Corte dei conti giunge a questa conclusione: «la fruizione di aspettative retribuite, permessi, permessi cumulabili e distacchi relativamente al 2010 può essere stimata come l’equivalente all’assenza dal servizio per un intero anno lavorativo di 4.569 unità , pari a un dipendente ogni 550 in servizio».
Con un costo «a carico dell’erario» pari a 151 milioni.
E «al netto degli oneri riflessi».

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)

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PARLA IL PENTITO ANTONIO MANCINI: “LA BANDA DELLA MAGLIANA E’ VIVA, DE PEDIS OGGI SAREBBE IN PARLAMENTO”

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

DALLO IOR A MOKBEL ECCO PERCHà‰ LA BANDA È VIVA…”DELLE NOSTRE MANOVRE TRA MAFIA E SERVIZI IL PCI ALLORA SAPEVA TUTTO”

“Io non sono buono, sò un figlio de na mignotta”. I capelli bianchi, gli occhi neri, due fessure protette dagli occhiali. La biografia criminale di uno dei capi della Banda della Magliana riversata su nastro in un pomeriggio marchigiano di caldo, cicale e confessioni.
Jesi è un silenzio. Un ordine irreale.
Antonio Mancini, l’accattone, ci vive da 16 anni. Ai tempi in cui divideva proventi, cocaina e azioni, Mancini sfiorava l’eresia.
Leggeva Pasolini, prendeva la mira parafrasando Mohammed Alì: “Bumayè”, regolava conti, dominava Roma: “Ero un drizzatorti. Conquistavo zone, esigevo crediti, punivo gli insolventi. A San Basilio i nomi delle strade erano paesi delle Marche. Quando me sò pentito mi è venuto spontaneo indicà  uno di quei posti”.
Integrazione completata. Oggi Mancini è un uomo libero. Quindici anni di carcere. Condanne scontate. Nessuna pendenza. È seduto a casa sua.
Immagini di Che Guevara, volumi di Marx, Bibbie, Vangeli. Da un computer le notizie sul ritrovamento dei resti di De Pedis a Sant’Apollinare.
Di altre ossa: “Non sono di Emanuela Orlandi e tutta l’operazione è fumo negli occhi. Domani si potrà  urlare «visto che il Vaticano non c’entra nulla?». Perchè non hanno aperto prima? Troppo champagne ubriaca e qualcuno, anche tra gli inquirenti, ha riempito i bicchieri fino all’orlo”.
Nel tempo libero, quando i demoni di un passato incancellabile non tornano a fargli visita, Mancini aiuta i disabili. Loro non sanno. E lo adorano.
“Un giorno vidi passare un pulmino pieno di ragazzini. Salutavano. Andai da Sebastianelli, il commissario di Polizia del luogo e lo pregai: ‘Mi dia una possibilità , sarei felice di fare il buffone per loro’. Lui garantì per me e adesso, quell’impegno è diventata la ragione della mia vita”. L’accento romano è imbastardito. I ricordi lucidi. La rabbia ancora giovane.
“Sono anni che dico che la Magliana è viva. I magistrati mi danno retta a intermittenza, ma nessuno ha la forza di smentirmi. Io non ho opinioni. A domanda rispondo e se non so, sto zitto”.
Quante persone ha ucciso, Mancini?
Con la “bandaccia” tante. Prima, quando operavo a Val Melaina, ancora di più. Ogni volta che dovevo ammazzà  qualcuno io dicevo “lo mandamo a salutà  Adriano”. Era come una parola d’ordine.
Chi era Adriano?
Mio padre. Comunista tutto d’uno pezzo. Me diceva sempre “addavenì baffone”. Sotto lo studio di Lucio Libertini, il deputato, aveva messo le radici. Libertini gli aveva promesso una casa popolare. Noi vivevamo in otto in due camere. Ma baffone non arrivava mai e mio padre è morto senza avere un tetto. E io guardavo quelli con il Rolex e la Ferrari e mi ripetevo: “Mejo dù anni ar gabbio che stà  in due camere con sei creature”.
Quale è l’omicidio che le è più rimasto impresso?
Quello di Nicolino Selis. Lui temeva di finire ammazzato, ma riuscimmo a fissare un appuntamento in una villa di Ostia. Gli dissero che ero uscito dalla Banda, che mi ero messo in proprio. E lui cadde in trappola. Scavammo la buca e lo aspettammo. Mi trovò seduto su un divano ed ebbe il coraggio di scherzare: “Accattò, ma che finaccia hai fatto”. Io mi girai e risposi: “non sai la fine che stai a fa te”. Un secondo dopo, Abbatino tirò fuori la baiaffa da una scatola di cioccolatini e gli sparò in testa. Poi presero la mira anche gli altri.
Pentimenti?
Affrontavo le curve a 300 all’ora ed ero convinto che sarei morto a 30 anni. Ho risparmiato gente che avrebbe meritato di morire e ucciso fratelli che si fidavano di me.
E le sembra normale?
Un mio amico studioso di sciamanesimo sostiene che in fondo non sia successo niente. Il mio è solo un percorso di vita. A 12 anni volevo dominare il mondo. Quando la cavalcata epica si è trasformata in una pozzanghera di sangue, ho detto basta. La mia prima figlia era cresciuta senza un padre, non volevo che con la seconda accadesse lo stesso.
Uccideva per i soldi?
Sono stato miliardario, ma il denaro l’ho sempre disprezzato. I soldi li ho avuti ma me li sò magnati tutti. Adesso sono rovinato, dormo in uno spazio grande come una cabina telefonica. Ci siete, potete valutare.
Quanti metri quadri?
Metri? Centimetri. Sono stato io a chiedere al Comune di vivere qui in periferia. Neri, gialli, rossi. Gente che ti suona alle due di notte. “Che c’hai una birra?” Lo stagno mio.
Ieri nuotava nella criminalità .
Come Renatino De Pedis, di cui oggi si parla tanto. Con lui ruppi nel momento in cui fece uccidere Edoardo Toscano e fui contento quando l’ammazzarono. Toscano, l’operaietto, componente della banda, era un mio amico.
De Pedis non lo fu mai?
Non era più un bandito, si era imborghesito. Oggi sarebbe in Parlamento. Dalla nuova banda che si era creato tra Tor Pignattara e Marranella si faceva chiamare Presidente.
Lo pretendeva anche da voi?
Io gli sputavo in faccia. Era entrato in un giro strano con Massimo Carminati, un fascista che oggi fa i miliardi con i ristoranti.
Sabrina Minardi – l’ex compagna di De Pedis – dice che tutti sapevano che Renatino era l’uomo del Vaticano.
E del Cardinal Poletti. Renatino fu accompagnato in Vaticano da Enrico Nicoletti e Flavio Carboni. Di suo, De Pedis non sapeva “accucchià ” due parole in italiano. Ma era bello. Regale. Presentabile. Mi veniva a prendere la domenica, andavamo alla pasticceria Andreotti e poi al Bolognese. Quando parlava con il potente di turno o l’onorevole si inchinava. Io lo cazziavo e lui ribatteva: “Ah Nì, adesso mi inchino io, dopo si piegheranno loro”.
Che ruolo ebbe De Pedis nel rapimento Orlandi?
Guidò la macchina che servì al sequestro della ragazza. Il rapimento fu deciso da mafiosi e testaccini. C’erano soldi che non rientravano e la scelta era tra lasciare qualche cardinale a terra ai bordi della strada o colpire qualcuno che fosse vicino al Papa e che aveva rapporti economici con noi per marcare un segno. Scegliemmo la seconda strada.
Quanti soldi?
Più di duecento milioni di dollari che la banda aveva riciclato per lo Ior e che non aveva più rivisto dopo il crack dell’Ambrosiano. Io e Danilo Abbruciati nell’81 andammo a Milano, per incontrare gente del Banco legata a Calvi e alla P2. A portare a Wojtyla la foto scattata in piscina a Castelgandolfo in cui lui era circondato dalle suore fu Gelli in persona. Tutto era legato.
Abbruciati morì nell’82, ucciso da una guardia giurata dopo il fallito attentato a Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano.
La guardia giurata non sparò mai e subito dopo scomparve nel nulla. Abbruciati non era uno sprovveduto. Lo ammazzò lo Stato, perchè Danilo aveva visto troppo. Pensate che a Milano sarei dovuto andare io. Danilo si rifiutò: “Se viaggio io otteniamo più soldi”.
Perchè proprio la Orlandi?
Ve l’ho detto. Il padre di Emanuela non era un semplice messo. Era molto di più.
L’ha mai detto ai famigliari?
Quando vidi Natalina, la sorella di Emanuela, negli studi di Chi l’ha visto? le dissi esattamente così. D’altronde Nicola Cavaliere, un bravo poliziotto, inascoltato, lo disse subito. “La Orlandi è legata ai soldi della Magliana”. I giudici lo ignorarono, nessun magistrato voleva un carico del genere. Ora hanno detto che mi chiamerà  l’Antimafia. Sto qui, vado, non mi nascondo. Non ho paura di niente.
Non ha perso l’arroganza dei tempi d’oro.
Non è questione di arroganza, ma di verità . Quando decisi di collaborare per la prima volta erano presenti Otello Lupacchini e il questore Fiorelli. Fui chiaro: “Volete il mio aiuto? Non vi ho cercato io. Se lo volete sappiate che smonterò una a una le bugie di Abbatino”. Rimasero sorpresi.
Il libro di De Cataldo?
Un bufalificio. In Romanzo criminale ha scritto che disprezzavo Pasolini dandogli del frocio. “A De Catà , io leggevo Pier Paolo quando tu ancora non eri nato”.
C’è chi sostiene che la Magliana fosse anche dietro al caso Moro.
Certo, fummo noi a trovare il covo di Via Montalcini. Selis lavorava anche per Raffaele Cutolo e passò la dritta a Franco Giuseppucci, detto “er negro”. Fu lui a portare la notizia a Flaminio Piccoli. Si incontrarono carbonari, sotto un ponte, vicino a Piazza Cavour. Le Br erano completamente eterodirette dai Servizi, infiltrate dallo Stato.
Qualche storico ritiene che Moro a Via Montalcini non sia stato mai.
E invece c’era. Poi non so se sia passato anche a Palazzo Caetani o a Palo Laziale, come alcuni suggeriscono. Venni a sapere che le lettere di Moro e i video degli interrogatori erano stati presi da una ex amante di Danilo Abbruciati. Un’ex partigiana al soldo del Mossad. Danilo sul sequestro dello statista Dc sapeva tanto.
Furono esponenti della Banda della Magliana a sparare a Moro?
Possibile. Non mi meraviglierebbe. Noi, la Mafia, il Vaticano, la politica. Nicoletti gestiva i nostri soldi e quelli di Andreotti, contemporaneamente. Il resto dell’arco costituzionale, a iniziare dall’esponente antiterrorismo più in vista del Pci, sapeva tutto. C’erano rapporti con i socialisti. Si parlava spesso di un siciliano, un pezzo grosso. Uno che avevamo tra le mani, cui potevamo rivolgerci senza troppi problemi e dare disposizioni.
A proposito di Andreotti. Mancini cosa sa del caso Pecorelli?
Tutto. L’abbiamo ucciso noi e i siciliani. De Pedis aveva la pistola con cui era stato ammazzato. A finirlo andarono in tre. Angelo La Barbera e Massimo Carminati.
Il terzo?
Non lo dico, è un mio amico. Quando mi interrogarono il nome lo feci, ma aggiunsi: “Se lo verbalizzate non firmo neanche sotto tortura”.
Un fascista?
Non attacca.
Il vostro referente mafioso a Roma?
Con Pippo Calò andavo a mangiare, ma non mi piaceva. Noi della banda pippavamo, quelli erano sempre in doppio petto. De Pedis dormiva a Villa Borghese in un appartamento dei servizi segreti, la coca stravolgeva molti ambiti. E la Magliana li controllava tutti. Facevamo riunioni con i vertici di Carabinieri e Polizia, con i servizi segreti, con chi ci avrebbe dovuto arrestare.
Frequentavate anche gente dello spettacolo?
L’attrice Gioia Scola stava sia con Paolo Berlusconi che con un amico mio. Quando andai a riferirlo in Procura, al nome di Paolo Berlusconi, il magistrato spense il registratore. Neanche Silvio, Paolo. Vi rendete conto? Sputtanare Gioia Scola andava benissimo, Paolo Berlusconi spaventava
Cosa sa della strage di Bologna?
Furono i fascisti manovrati dallo Stato. Forse gente intorno a Delle Chiaie, forse il gruppo di Massimiliano Fachini. Non Fioravanti e in ogni caso, qualcun altro della Banda intervenne in un secondo tempo allo scopo di depistare.
Chi Mancini?
Massimo Carminati. Un fascista che teorizzava l’ordine nel disordine. Anarcofascisti si facevano chiamare.
“Noi uccidiamo il potere” urlavano. Mortacci loro.
Ha le prove per dirlo?
Se sarò chiamato a fornirle, le darò.
Pensa mai alle vittime?
Se è per questo anche ai carnefici. Alla P2. Con Abbruciati che come Giuseppucci, con i servizi aveva rapporti solidi, andavo nell’ufficio di Ortolani in Via Bissolati. Incontravo Luigi Cavallo, che voleva ancora fare il golpe e diceva di essere amico di Sindona. Noi volevamo salvare Francis Turatello, tirarlo fuori dal carcere e ai nostri interlocutori milanesi dell’Ambrosiano e ai piduisti l’avevamo detto chiaramente: “Ci avete chiesto Pecorelli e Moro e noi abbiamo rispettato i patti. Adesso tocca a voi”.
Ma Turatello morì a Badu ‘e Carros nell’agosto 1981 in modo atroce.
Un dolore enorme. Dicono che l’abbia ucciso Pasquale Barra sventrandolo e mangiandogli il cuore, ma è una cazzata. Barra prese quattro schiaffi, gli esecutori furono altri e l’ordine di far fuori Francis lo diede Luciano Liggio in persona. Francis riceveva lettere dai politici. Lo chiamavano capo.
Per sparare ai fratelli Proietti nell’81, lei in Via di Donna Olimpia a Roma improvvisò un Far West.
Marcellone Colafigli era ossessionato dalla morte di Giuseppucci. Dormivamo nella stessa casa e a volte, di notte, si svegliava. “Nino, er negro è uscito dal televisore. Continua a ripete ‘na frase”. Allora io lo assecondavo. “Che frase?” E lui: “Ahò, ma nun me vendicate mai?”. Proietti era un ricattatore, bisognava farlo.
Impressiona sentirglielo dire.
Lo capisco, ma la mia vita non è stato un pranzo di gala. Ho incontrato infami e cornuti. Ho sparato, ucciso e sempre saputo che un colpo poteva ammazzare anche me. Quando te tocca te tocca, è inutile che ti guardi le spalle. Se arriva, arriva.
A De Pedis, nel ’90, arrivò.
De Pedis era un cacasotto. Avrebbe dovuto morire prima, durante una pausa del processo. Colafigli che non gli aveva perdonato l’omicidio di Edoardo Toscano fremeva. Aveva preparato il laccio nel furgone dei Carabinieri. Era livido: “Stamattina je tocca”. Lo fermai io. Fabiola Moretti, la mia ex compagna scrisse a Renatino: “Se te vuoi salvà  mettite vicino a Nino”. Lui eseguì, spaventatissimo. E io lo sfottevo: “Stà  buono, non sudà ”. Forse così scemo non ero.
Pazzo?
Quando dividevo l’abitazione con Pasquale Belsito, un neofascista, lo vedevo sempre giocare con le bombe a mano. Io e Colafigli pippati di cocaina come scimmie eravamo terrorizzati. Se essere pazzi assomiglia a un’esistenza così, sì, lo sono stato. Mi sono anche divertito. Con Abbruciati andavamo a donne. A volte, sul più bello, lo baciavo in bocca, così per creare un diversivo. Ve li immaginate due delinquentoni come noi impegnati a scandalizzare le ragazze?
La banda oggi?
Quando ho visto la foto di Mokbel (l’imprenditore romano che avrebbe supportato l’elezione al Senato di Nicola Di Girolamo, ndr) sul giornale mi è preso un colpo. Gennaro era il mio guardaspalle. Con Roberto D’Inzillo mi veniva a prendere in moto ogni mattina. Ha fatto sue le tecniche della banda, ma il più pericoloso, il vero capo di Roma, è un altro.
Chi?
Una nostra vecchia conoscenza uscita sempre indenne dai processi. Andate a controllare e troverete il nome.
Come Flavio Carboni all’epoca della Magliana?
Non fatemi ridere. Carboni era patetico. Si travestiva con tacchi e parrucchino e faceva affari con Berlusconi. La prima volta che lo vidi però provai un sollievo assoluto. Se questo è il famoso Carboni, su Roma e sull’Italia comanderemo per tutta la vita.
C’è una morale in tutto questo?
Ho sempre diffidato delle morali e non sarei comunque la persona più adatta. Forse però aveva ragione Domenico Sica, l’ex alto commissario antimafia. Era certo che la Banda fosse più potente di Cosa Nostra e dei Servizi messi insieme. Non credo avesse torto.

Rita Di Giovacchino e Malcom Pagani
(da   “Il Fatto Quotidiano“)

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BALLOTTAGGI, RIEN NE VA PLUS: SCADUTO IL TERMINE PER GLI APPARENTAMENTI

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

LA SFIDA PDL-PD, MENTRE LEGA E CINQUESTELLE CORRONO DA SOLI…LE INCOGNITE DI GENOVA E PALERMO…AL NORD IL PD PUNTA A RICONQUISTARE COMO E MONZA

Beppe Grillo ci spera e carica il suo candidato parmense Federico Pizzarotti, che al primo turno ha portato a casa un impensabile 19,47%.
Una vittoria del Movimento 5 stelle vorrebbe dire cambiare la geografia politica in Italia. Ma qualcosa è già  cambiato e le alchimie strategiche di questa seconda tornata elettorale rendono l’idea di un quadro in forte movimento.
Il Pd si presenterà  all’appuntamento con il ballottaggio in vantaggio, mentre il Pdl è in affanno.
E se l’Udc si schiera o con liste civiche o con il centrosinistra (in quattro città , mentre nella sola Isernia appoggia il Pdl), grillini e leghisti rifiutano apparentamenti e schieramenti, reclamando autonomia e diversità  politica.
I risultati di Parma, Genova, Palermo, L’Aquila e degli altri capoluoghi di Provincia diranno anche dove andranno a finire i voti del centrodestra e se la nuova base grillina deciderà  di astenersi o andrà  alle urne, scegliendo uno dei due Poli.
Su 19 capoluoghi di Provincia, il Pdl è al ballottaggio solo in 8, mentre il Pd è arrivato al secondo turno in ben 17 Comuni (ed è in vantaggio in 13, come sottolinea il responsabile Enti locali Davide Zoggia).
Nei 101 ballottaggi, il centrosinistra è avanti in 82 Comuni.
Al Nord, Lega e Pdl sono in rotta e i democratici sperano di riconquistare, oltre alle piazze più importanti, Como e Monza.
Il Pdl non può contare sull’appoggio del Carroccio: Roberto Maroni ha infatti chiuso le porte a ogni ipotesi di apparentamento.
Quest’ultimo è il meccanismo elettorale che consente ai candidati sindaci di dichiarare il collegamento con altre liste rispetto a quelle del primo turno (liste che, in caso di vittoria, godrebbero del premio di maggioranza)
Apparentamenti a parte, il Pdl spera di convogliare ugualmente sui suoi candidati i voti dei militanti leghisti e centristi.
E, soprattutto, potrebbe decidere di arginare la vittoria del centrosinistra e l’emarginazione sul territorio, scegliendo di puntare sui centristi e sui grillini.
I quali, oltre che a Parma, potrebbero incassare i voti pdl anche a Garbagnate, dove il trentenne Matteo Afker è al ballottaggio con il candidato del Pd.
A Genova, per esempio, il Pdl potrebbe far convogliare i suoi voti su Enrico Musso (15 per cento), che deve provare a recuperare il forte svantaggio con il candidato del centrosinistra Marco Doria (48,31).
Difficile capire dove andranno a finire, invece, i voti del grillino Paolo Putti (13,86), considerato il diktat di Grillo, che esclude qualunque ipotesi di sostegno a liste diverse dalla sua.
Ampi settori del Pdl locale hanno già  annunciato, inoltre, che appoggeranno Giorgio De Matteis, il centrista aquilano che sfida il sindaco uscente di centrosinistra Massimo Cialente.
Altra piazza dove i voti del Pdl dovranno trovare una destinazione, essendo rimasti fuori dal ballottaggio, è Palermo.
Qui c’è un Leoluca Orlando che ha sbaragliato tutti superando il 48 per cento.
A sfidarlo c’è Fabrizio Ferrandelli, vincitore delle primarie del centrosinistra, e rimasto solo, con l’appoggio formale del Pd (ma c’è una parte della base che ha votato e voterà  Orlando). L’esponente dell’Italia dei Valori, e già  sindaco di Palermo, ha incassato l’appoggio convinto dell’Udc, nella persona di Gianpiero D’Alia, presidente dei senatori dell’Udc e segretario regionale del partito.
Ma anche, a sorpresa, di alcuni esponenti del Pdl, come il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, il pdl Francesco Cascio.
La sfida principale per il partito di Silvio Berlusconi e Angelino Alfano è recuperare l’altissima percentuale di astenuti: un terzo di chi ha disertato le urne votava centrodestra.
Solo così potrà  minimizzare i danni e provare a vincere anche in alcune piazze lombarde strategiche, come Erba, Legnano, Melegnano e Magenta.

Alessandro Trocino

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ITALIA, IL PAESE DEI CANTIERI INFINITI: LAVORI FERMI E TANTI SPRECHI

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

STRADE PIENE DI BUCHE, SISTEMATE E DI NUOVO SMANTELLATE, PALAZZI INGABBIATI E NUOVI TRATTI AUTOSTRADALI REALIZZATI E MAI APERTI AL PUBBLICO

Lavori di ristrutturazione iniziati e mai conclusi, opere pubbliche da centinaia di migliaia di euro completate e lasciate in abbandono e strade che, periodicamente asfaltate, vengono riaperte a breve distanza di tempo per sistemare tubature e fogne.
L’Italia descritta dai lettori è una sorta di ‘fabbrica di San Pietro’, un infinito cantiere mangiasoldi in cui spesso ponteggi e gru vengono montati e lasciati arrugginire per anni.
Le opere pubbliche fantasma.
Ci sono lavori avviati da decenni e mai terminati, tratti autostradali progettati e che, probabilmente, non vedranno mai la luce, palazzi ristrutturati mai più utilizzati.
È un lungo elenco quello che viene fuori dalle segnalazioni dei lettori, esasperati dall’enorme spreco di denaro pubblico.
Ha aspettato più di trent’anni, ma ancora non vede la parola ‘fine’ scritta sul cantiere della diga nella zona di Valfabrica loc Val di Chiascio, vicino a Perugia.
“Circa 35/40 anni fa (allora ero un ragazzo ) – scrive Osvaldo – hanno iniziato a costruire una diga nella zona di Valfabrica. Dopo tutto questo tempo e continui fiumi di soldi pubblici ancora è tutto in alto mare, nel senso che dopo 40 anni non sono riusciti a completare nulla, mentre in Cina la diga delle Tre gole è stata fatta in dieci anni e sicuramente è enormemente più grande di questa ancora in costruzione”.
Fabio Pizzuto, invece, punta l’attenzione su opere mai neanche avviate: “Molise: autostrada fantasma Termoli-San Vittore.
Mai iniziata e progettata da qualche decennio – scrive – C’è una commissione che percepisce stipendio senza fare nulla stile ponte dello stretto di Messina”.
Sono, invece, perfettamente funzionanti due edifici a cui fa riferimento Erminio Pellegrini: “Comune di Casteggio (PV). Hanno costruito, da circa due anni, due strutture complete di tutto (anche pannelli solari ) – racconta – Sono lì vuote e abbandonate…”.
Strade come una groviera.
Come la tela di Penelope, non arrivano mai ad essere finite. Tantissime vie cittadine, piene di buche e con l’asfalto dissestato, vengono periodicamente sistemate. Ma spesso la necessità  di ulteriori lavori richiede la riapertura dei cantieri.
Risultato: tante spese e il manto stradale ridotto peggio di prima.
Una prassi che, sostiene Antonio Ricci, si può constatare spesso a San Giorgio Ionico (Taranto): “Nel mio Comune, ogni volta che si rifanno i manti stradali, e io so quanto costano, inevitabilmente a distanza di pochi giorni o qualche settimana, il lavoro fatto viene smantellato per opere di fognatura, allacciamenti di gas metano, allacciamenti di acqua e quant’altro – racconta – Le aperture fatte vengono poi rappezzate alla meglio e le strade appaiono come prima del rifacimento del manto stradale e cioè in pessimo stato. Non vi dico poi cosa accade per gli impianti del fotovoltaico dove chilometri di strade vengono lasciate in completo dissesto. Mi chiedo cosa fanno gli uffici tecnici dei Comuni. Non c’è un minimo di programmazione”.
Al Nord come al Sud.
Mirella Mussini racconta: “Abito nel quartiere di Quezzi Alta di Genova e vorrei far notare lo spreco che fa il Comune per l’asfaltatura delle strade certamente non solo nel mio quartiere, ma ovunque. In sette mesi hanno   asfaltato un pezzo di strada per ben due volte e per altrettante volte appena finita l’hanno bucata di nuovo”.
Gru e ponteggi.
Progetti presentati e approvati, impalcature montate e cantieri aperti. Poi, per anni, tutto fermo. Ma i soldi per l’affitto dei ponteggi e per i macchinari continuano ad essere pagati.
È questo quello che accade a Roma, stando alla segnalazione di Mario Meta: “Palazzo degli Esami in via Induno   –   scrive – è stato protetto da una recinzione di sicurezza in legno, a garanzia per il pubblico di passaggio. All’interno della recinzione il palazzo è stato tutto munito di ponteggi tubolari in acciaio, probabilmente per procedere alla ristrutturazione dell’edificio. Durante circa cinque anni è stata presente, montata in loco, anche un’enorme gru. Appare evidente che, nonostante i lavori non siano stati mai eseguiti, la gru è stata ‘a disposizione’, ma inutilizzata per cinque anni circa e il sistema di ponteggio è tuttora montato. Di certo il materiale di recinzione, la gru, ed infine il ponteggio,   non sono di proprietà  dello Stato, ma sono stati presi in affitto”.

(da “La Repubblica“)

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ADDIO TICKET, VIA LA FRANCHIGIA: TUTTI PAGHERANNO IN BASE AL REDDITO

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

COME SI PAGHERA’ LA SANITA’: VERRA’ DATA UNA SMART CARD CHE RIVELA QUANTO SI E’ PAGATO FINO   A QUEL MOMENTO: CIASCUNO VERSEREBBE DI TASCA PROPRIA FINO A UN CERTO LIVELLO, POI A CARICO DELLO STATO

Il sistema di compartecipazione o “copayment”, in vigore da più di trent’anni (fu introdotto con la Finanziaria del 1982), potrebbe andare in pensione: scompariranno i ticket che oggi paghiamo su farmaci, visite specialistiche, analisi strumentali e di laboratorio, ricoveri al Pronto soccorso.
Il tutto attualmente per un costo per i cittadini di circa quattro miliardi all’anno che potrebbe salire a sei quando, nel 2014, entreranno in vigore le norme delle manovre estive dello scorso anno che prevedono un rincaro dei ticket per quasi due miliardi.
Scomparsi i ticket come si pagherà ?
Ciascuno di noi avrà  una franchigia, calcolata in percentuale del reddito, fino al concorrere della quale dovrà  pagare interamente ogni prestazione sanitaria, farmaco, analisi o intervento chirurgico.
Ad esempio, un pensionato con 10 mila euro di reddito lordo, avrà  una franchigia pari al 3 per mille dunque 30 euro: questa cifra sarà  il costo massimo che dovrà  sborsare per accedere a qualsiasi prestazione sanitaria, pochi medicinali o un maxi intervento chirurgico.
Oltre questo plafond, sarà  tutto gratuito.
Naturalmente chi ha un reddito lordo di 100 mila euro, come un professionista, avrà  una franchigia più alta, circa di 300 euro: ciò significa che fino al raggiungimento di questa cifra, ad esempio, acquistando farmaci e sottoponendosi ad una visita specialistica, dovrà  pagare tutto di tasca sua.
Sopra i 300 anche per lui sarà  tutto gratis.
La franchigia varrà  per l’arco degli ultimi dodici mesi: in questo periodo si esaurirà  il ciclo di raggiungimento del plafond a pagamento e dell’accesso gratuito a tutte le prestazioni.
Dopo i dodici mesi si ricomincerà  a pagare fino al proprio personale plafond e, una volta superato il livello, si accederà  gratuitamente.
Chi terrà  questa contabilità ? Una tessera sanitaria intelligente, dotata di chip come un bancomat, che sostituirà  di qui ad un anno le attuali tessere.
Naturalmente parlare di contabilità  ha un senso solo quando sono in ballo piccole prestazioni e pochi farmaci, quando c’è di mezzo un intervento chirurgico quello che conta è che si pagherà  fino al raggiungimento del proprio plafond e il resto sarà  a carico del Servizio sanitario.
Chi sarà  soggetto al sistema della franchigia?
Praticamente tutti: scompariranno le esenzioni in base al reddito (ora 36 mila euro circa), l’età  (bambini fino a sei anni e anziani oltre i 65), cronici e invalidi.
Tutti avranno una franchigia in base al reddito familiare complessivo.
Con due varianti: il reddito sarà  valutato non solo in base all’Irpef, ma in base all’Isee (che tiene conto della consistenza patrimoniale) e moderato da una sorta di “quoziente familiare” che terrà  conto del numero dei figli.
Il piano dovrà  comunque passare al vaglio delle Regioni in vista del tavolo sul Patto per la salute.
Per ora le reazioni sono negative: “Ipotesi da scartare, colpirebbe tutti indistintamente, sarebbe la riedizione della tassa sulla salute degli Anni Novanta”, ha dichiarato Luca Coletto, coordinatore degli assessori regionali alla Sanità .
Il ministero della Salute assicura comunque che gli incassi del nuovo sistema a franchigia saranno pari a quelli con i vecchi ticket.

Roberto Petrini
(da “la Repubblica“)

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