Destra di Popolo.net

TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA, SI PARTE CON SANITA’ E AUTO BLU

Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile

I COMUNI CHIEDONO DI ESCLUDERE DAL DEFICIT GLI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE LOCALI

La sanità , perchè è qui che si concentra il grosso dei numeri. E le auto blu, perchè al di là  dei costi, rappresentano il simbolo di quei privilegi difficili da sopportare in un tempo di sacrifici per tutti.
Si apre una settimana decisiva per la spending review e, spiegano fonti governative, dovrebbero essere queste le due priorità  per la revisione della spesa pubblica.
Mentre il governo pensa a come tagliare i costi della macchina dello Stato, però, sale la protesta dei Comuni che vogliono utilizzare le risorse che hanno già  e sono bloccate dal Patto di stabilità .
In questi giorni Bondi ha studiato il ruolo della Consip, la società  per razionalizzare gli acquisti della pubblica amministrazione.
Ed ha potuto osservare che c’è un buco nelle regole che dovrebbero garantire il rispetto dei parametri di prezzo e qualità  in tutte le gare pubbliche: il ritardo nella trasmissione dei dati.
Il prezzo d’acquisto viene comunicato spesso dopo mesi, quando ormai è impossibile intervenire.
Per questo è allo studio un meccanismo che consenta di incrociare subito il prezzo al quale un fornitore si è aggiudicato la gara con quello praticato dalla stessa Consip.
Con la possibilità  di bloccare la fornitura in caso di scostamento non giustificato.
Ma i risparmi non dovrebbero arrivare solo dal lavoro di Bondi e Giarda.
Sempre per la sanità , ad esempio, si profila la chiusura e l’accorpamento di 11 mila strutture nelle otto Regioni che hanno i conti in rosso, come Piemonte e Lazio.
Se il lavoro sulla spesa pubblica è ancora lungo, sul fronte opposto il governo dovrà  fronteggiare la crescente offensiva dei Comuni, che hanno i soldi, ma sono imbrigliati nella gabbia del Patto di Stabilità  interno e non li possono spendere.
Una situazione che i sindaci, pronti a offrire al governo delle soluzioni per limitare l’impatto della maggior spesa sul deficit pubblico, definiscono assurda, e resa ancor più paradossale dalla nuova Imu.
I sindaci devono mettere la tassa, ma con il tetto del Patto, non possono spenderne il gettito per finanziare servizi o nuove opere pubbliche.
Nel 2012 la spesa massima che il Patto consente ai sindaci è di 5,9 miliardi di euro, ma potrebbe essere superiore di 3,5 miliardi di euro se i Comuni potessero utilizzare le risorse correnti disponibili senza aumentare le tasse.
E se si potessero toccare i residui passivi, cioè i fondi stanziati negli anni scorsi e giacenti in cassa ma non utilizzati, ci sarebbe una maggior capacità  di spesa di altri 11 miliardi di euro. «Con un impatto solo “una tantum” sul bilancio pubblico, perchè – spiega Angelo Rughetti, segretario generale dell’Anci, l’associazione dei Comuni – non sarebbe un’uscita di carattere strutturale».
In tutto i sindaci avrebbero la possibilità  di mobilitare 20 miliardi di euro solo quest’anno, che sarebbero utilissimi alla crescita dell’economia.
E anche se comprendono la situazione delicata dei conti pubblici italiani, non si scoraggiano.
Il 24 maggio saranno tutti a Venezia a manifestare contro l’Imu, ma puntano a un accordo con il governo per lo sblocco, almeno parziale, del Patto interno e la razionalizzazione della nuova imposta municipale.
E suggeriscono a Monti per l’Italia la «ricetta Monti» per l’Europa: la golden rule per escludere dal calcolo del deficit gli investimenti in un piano di infrastrutture per le grandi città , i project bond per finanziarle.
E la creazione di due fondi, da collocare sul mercato, che acquistino uno gli immobili, l’altro le società  partecipate dai Comuni.

Lorenzo Salvia, Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera“)

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MARONI SI ISCRIVE A “LA SAI L’ULTIMA?”: “POTREMMO NON CANDIDARCI PER IL PARLAMENTO”

Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile

TUTTI RIDONO DEL BARZELLETTIERE TRASOGNANTE, QUALCHE DEPUTATO DEL CARROCCIO CI CASCA E SI AGGIRA DISTRUTTO IN PARLAMENTO: “MA E’ VERO CHE DOVREI INIZIARE A LAVORARE?”

«Lontani da Roma. Più presenti in Padania». Il mantra è vecchio quanto la Lega. Ma da ieri è tornato d’attualità .
Roberto Maroni, alle prese con l’arduo compito di rianimare il partito dopo uno dei peggiori tonfi elettorali che si ricordino (secondo i dati dell’istituto Carlo Cattaneo il Carroccio ha perso oltre il 50% dei voti), ha deciso di rispolverarlo.
«L’ossessione dei partiti è andare in Parlamento, per la Lega conta il territorio – ha detto l’ex ministro dell’Interno, a Cesena per il congresso “nazionale” romagnolo in cui il suo fedelissimo e pluri-inquisito Gianluca Pini ( ma la pulizia con le scope per i compagni di merenda del datore di lavoro di Isabella Votino non valgono)   è stato rieletto segretario con oltre il 90% dei voti.
E   ha aggiunto una battuta da capocomico: “Non escludo che al consiglio federale possa passare l’ipotesi di non candidarci al Parlamento di Roma. Per noi conta il governo della Padania, tutto il resto è un mezzo e non il fine».
E come farebbe poi a mantenersi la classe dirigente della Lega senza distribuire cadreghe?
La campagna elettorale in vista delle politiche insomma è iniziata e il leader dei «barbari sognanti» una cosa da Bossi l’ha imparata: sparare palle mediatiche.
E a chi gli chiede notizie sull’ufficializzazione della sua corsa per la guida del partito risponde: «Oggi c’è il Consiglio federale, penso che, lì, si dirà  qualcosa».
Meglio evitare ulteriori strappi.
In questi giorni, inoltre, anche l’europarlamentare Mario Borghezio ha annunciato la possibilità  di una sua discesa in campo «se non verrà  dato spazio alle istanze indipendentiste».
Alla forma, Bobo Maroni, antepone la sostanza della leadership.
Boccia per ora anche l’eventualità  di un ritorno dell’alleanza nel dopo-amministrative. «Se entro il mese di luglio il Pdl decidesse di togliere il sostegno al Governo Monti e andare al voto in autunno, allora ci possiamo pensare”.
Per Maroni “il congresso servirà  anche per rilanciare l’azione politica. Questa pagina, con episodi come quelli della Tanzania e dintorni, è chiusa, riguarda la Lega del passato».   Cioè quella Lega dove per venti anni lui ha avuto un ruolo di primo piano, nomine e prebende senza essersi mai accolto di nulla.
Senza contare che a decidere se sia davvero “chiusa”, normalmente sono i magistrati, non i condannati per resistenza a pubblico ufficiale che poi diventano ministri degli Interni.
Sul nuovo simbolo, e sull’ipotesi di togliere il nome di Bossi, Maroni ha le idee chiare: «Il simbolo appartiene al movimento, è parte del patrimonio della Lega ed è amministrato dal consiglio federale al quale spetta ogni decisione. In questi anni lo abbiamo cambiato, il simbolo evolve».
Che voglia metterci un sax stilizzato al posto di Alberto di Giussano?

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LA “COERENZA” DEI GRILLINI: “CHI HA UN PROCEDIMENTO PENALE IN CORSO PER QUALSIASI REATO NON PUO’ ESSERE CANDIDATO, MA PUO ESSERE ELETTO”

Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile

IL CASO DEL CONSIGLIERE REGIONALE EMILIANO DE FRANCESCHI, OGGETTO DI UNA QUERELA PER DIFFAMAZIONE…LA NORMA E’ GIA’ ASSURDA IN SE’ PERCHE’ EQUIPARA REATI GRAVI A QUELLI TIPICAMENTE GIORNALISTICI… LA SUA APPLICAZIONE ALLA CANDIDATURA E NON ALL’ELEZIONE POI E’ UMORISTICA

Che il pianeta del Movimento 5 Stelle sia poco conosciuto al di fuori degli adetti ai lavori è cosa nota. Che sia spesso in preda a beghe interne, come in tutti i partiti tradizionali che i grillini si prefiggono di combattere a parole, è un dato di fatto.
L’originalità  umoristica del suo leader in verità  si riflette anche sulla applicazione delle regole interne che esistono solo in teoria: se tutti i partiti hanno un regolamento preciso, i grillini vantano un “Non statuto” che detta solo alcune norme basilari.
Tra queste l’art 7 del non statuto precisa: “i candidati saranno scelti fra i cittadini italiani, la cui età  minima corrisponda a quella stabilita dalla legge per la candidatura a determinate cariche elettive, che siano incensurati e che non abbiano in corso alcun procedimento penale a proprio carico, qualunque sia la natura del reato ad essi contestato.”
La norma è di per sè già  assurda perchè, non specificando categorie precise di ipotesi di reato (tutto da provare in un’aula di tribunale e per tre gradi di giudizio) finisce per equiparare reati gravi alla semplice posizione di chi magari subisce una semplice querela per diffamazione per aver denunciato un intrallazzo e in conseguenza di ciò viene querelato dalla presunta parte offesa per poi essere magari assolto dal giudice qualche anno dopo.
Nel frattempo, secondo i grillini, non potrebbe candidarsi nelle file del M5S.
Ma per assurdo, se nessuno se ne accorge, potrebbe essere eletto: la norma infatti vale solo per chi si candida e non per chi è eletto.
Incredibile, ma vero.
Un esempio pratico: Andrea De Franceschi, consigliere regionale in Emilia-Romagna del M5S, ha un procedimento penale in corso, ed è in carica regolamente, come M5S.
Si tratta di un procedimento penale che nasce da una querela per diffamazione presentata dal Consigliere Regionale Vecchi.
Per l’assurdo di quella norma del Non Statuto del M5S, De Franceschi, sarebbe stato e sarebbe “non candidabile” dal M5S, ma risulta eletto ed in carica per il M5S, come sottolinea la Casa della Legalità .
A questo punto ci si domanda: De Franceschi, sulla base di quella norma “statutaria”, deve dimettersi o no?
In altre parole: la norma che vuole tenere fuori dalle liste chi ha “procedimenti penali a carico qualunque sia la natura del reato ad essi contestato”, non vale anche per gli “eletti”?
O una volta che uno ha scapolato il divieto e viene eletto, diventa forse intoccabile come nei peggiori partiti della Prima Repubblica?

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DRAMMATICO ALLARME DEL WWF: QUASI ESTINTO IL GONZO PADANO

Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile

DEL SIMPATICO ANIMALE SECESSIONISTA RIMANGONO ORMAI POCHI ESEMPLARI, GUIDATI DA UN TASTIERISTA CON GLI OCCHIALINI DA PIRLA…LE AMMINISTRATIVE SEGNANO UNO STORICO SORPASSO: IL PDL HA PIU’ FUNZIONARI RAI CHE ELETTORI

Le segreterie dei maggiori partiti italiani sono riunite per la tradizionale analisi del voto, la pittoresca cerimonia enigmistica in cui alcuni esperti cercano nuovi sinonimi per dire “figura di merda”.
Si tratta di un esercizio dialettico molto difficile in cui primeggia per ora il PdL che ha diffuso un trionfale comunicato dal titolo “Però abbiamo vinto a Lecce”.
Il testo, un po’ criptico, parla dei risultati “deludenti” della periferia di Lecce, da Bolzano a Trapani.
“Continuiamo ad essere ottimisti — ha dichiarato Angelino Alfano — e riusciamo a vedere il bicchiere di cicuta mezzo pieno”.
Di tono più dimesso le riflessioni emerse da una riunione del Terzo Polo: “Non esistiamo più — dice con franchezza una nota attribuita a Rutelli — ma ci consola il fatto che non esistevamo nemmeno prima”.
Secondo le prime indiscrezioni Pierferdinando Casini avrebbe manifestato il desiderio di incontrare personalmente tutti i suoi elettori, ma uno ha detto di avere l’influenza e l’altro un improrogabile impegno di lavoro, quindi l’incontro è saltato.
Diverse invece le preoccupazioni in casa leghista.
Bobo Maroni ha ingaggiato due etologi belgi, incaricati di trovare almeno due elettori della Lega in buona forma fisica e i n età  riproduttiva.
“Facendo accoppiare loro e i loro figli per 106 generazioni — si legge in un documento riservato — potremmo puntare al 7 per cento nella zona di Monza entro il 2234, anno in cui lanceremo una nuova proposta di federalismo”.
Ma la doccia fredda è arrivata in serata: i leghisti non si accoppiano in ambiente ostile e quindi tutto il Nord non è adatto all’esperimento.
Le uniche note positive tra i partiti tradizionali vengono dal Pd: “Abbiamo tenuto — dice il segretario Beppe Bersani — ora sarebbe il caso di cambiare nome al partito. Ne parlerò in serata con Beppe Veltroni, e sentiremo anche Beppe Letta”.
Favorevole la corrente di Beppe Bindi, come anche i cattolici di Beppe Fioroni.

Alessandro Robecchi
(da “Il MisFatto”)

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LA POLITICA? INTERESSA SOLO TRE ITALIANI SU DIECI

Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile

SEI ANNI FA ERANO IL 56%… E ANCHE TRA CHI VOTA CRESCE LA SFIDUCIA NEI PARTITI

I risultati delle ultime amministrative hanno dato una scossa violenta alla vita dei partiti.
L’elevato tasso di astensione, il gran numero di schede bianche e nulle (di cui troppo poco si è parlato) e il successo di un movimento antipartitico come la lista 5 stelle hanno mostrato tutta la debolezza delle forze politiche tradizionali nell’opinione pubblica italiana.
D’altra parte, questo scarso appeal dei partiti era già  stato indicato dalle ricerche che mostravano il decrescere progressivo del grado di fiducia nei loro confronti.
Diversi esponenti politici avevano obiettato che, malgrado il consenso per l’insieme delle forze politiche si fosse costantemente ridotto, il supporto per i singoli partiti – ciascuno si riferiva in particolare al proprio – non aveva probabilmente subito un trend siffatto.
I risultati delle elezioni hanno mostrato che le cose non stanno così.
Ma lo hanno indicato, prima e dopo le consultazioni, anche le risposte ai sondaggi, che ci offrono una serie di indicazioni ulteriori a quelle emerse dal voto.
Essi confermano ad esempio come anche la fiducia espressa per ciascun partito sia molto esigua.
Ad esempio, dichiara di avere fiducia nel Pd, che è la forza che ottiene il maggiore livello relativo di consenso, solo il 16% dell’elettorato, mentre il 77% manifesta l’atteggiamento opposto.
Naturalmente la maggioranza (67%) degli elettori di questo partito gli conferma il proprio supporto, ma ben un terzo di questi ultimi afferma invece di non nutrire fiducia.
Ancora più critica è la situazione del Pdl, verso il quale la fiducia espressa ammonta, nell’insieme dell’elettorato, al 9%, mentre assume un orientamento contrario l’85%.
Anche in questo caso, la maggioranza (ma meno ampia, il 59%) dei votanti per Berlusconi e Alfano ribadisce il proprio consenso, ma il 40% degli stessi lo nega.
Questi dati spiegano in larga misura il recente risultato elettorale negativo del Pdl, ma mostrano al tempo stesso come la crisi di questo partito perduri ben oltre il momento del voto.
Anche per le altre forze politiche, la grande maggioranza degli italiani esprime sfiducia.
La forza in assoluto meno «gettonata» è, coerentemente con altre rilevazioni precedenti, la Lega.
La sfiducia verso i partiti si inquadra in un più generale trend di disaffezione da tutte le principali istituzioni politiche, anch’esso accentuatosi nelle ultime settimane.
L’indice sintetico di fiducia per le istituzioni politiche elaborato da Ispo (che misura, attraverso un algoritmo statistico, il consenso verso diverse istituzioni, dall’Ue al Parlamento, al Governo, fino al presidente della Repubblica) mostra al riguardo un calo drastico dal valore di 48,4 registrato lo scorso novembre al 25,5 di oggi.
A questo calo di fiducia complessiva corrisponde una altrettanto drastica diminuzione del livello di interesse verso gli avvenimenti politici.
Anche questo è un trend in corso da molto tempo: sei anni fa, nell’aprile 2006, il 56% della popolazione dichiarava di essere in qualche misura («molto» o «abbastanza») interessato alla politica.
Oggi questa percentuale si è drasticamente contratta, superando di poco il 30%, ciò che significa che il 70% degli elettori – era il 43% nel 2006 – afferma di non occuparsi di vicende politiche.
Insomma, la politica è seguita oggi da meno di un italiano su tre.
Appare relativamente più interessata la generazione di età  centrale (35-55 anni), specie tra coloro che si collocano nel centrosinistra o nella sinistra tout court .
L’interesse è poi notevolmente più alto (61%) tra i laureati.
D’altra parte, il calo di attenzione per la politica è percepito anche soggettivamente dagli stessi cittadini.
Ben il 43% dichiara infatti di avere ridotto il proprio interesse per le tematiche politiche anche (per alcuni, specialmente) a seguito dei numerosi scandali che hanno coinvolto in questi mesi svariati partiti ed esponenti politici.
Un fenomeno siffatto si è manifestato con particolare intensità  tra i meno giovani, tra le casalinghe e, ovviamente, tra i meno partecipi politicamente.
Il quadro complessivo che emerge da questi dati è dunque assai critico.
I risultati del primo turno della amministrative non sono che un segnale evidente del clima di opinione del Paese.
Alla sfiducia nelle istituzioni – e nei partiti in particolare – corrisponde un senso di impotenza (e talvolta, ma in modo minoritario, di rabbia) tra i cittadini che finisce col tradursi nella scelta di forze politiche che «rappresentino» la protesta o, più spesso, in un disinteresse per quanto accade nel mondo politico che si traduce nell’astensione.
E persino per il governo Monti – che ha assunto inizialmente l’immagine di reazione «tecnica» ai partiti tradizionali – si registra in queste settimane un drastico calo di consensi.

Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera”)

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DA VENEZIA A BRATISLAVA: I VIAGGI DI RENZO BOSSI A SPESE DELLA LEGA

Maggio 14th, 2012 Riccardo Fucile

 CONTINUANO LE RIVELAZIONI DEGLI EX AUTISTI DI BOSSI JR : “ANCHE 14.000 EURO AL MESE PER LE SUE NECESSITA’ PRIVATE”…IN DUE ANNI SAREBBE COSTATO 600.000 EURO ALLE CASSE DEL PARTITO: “VOLEVA CHE METTESSIMO IL LAMPEGGIANTE PER SUPERARE LE CODE”

Quattro blitz a Bratislava per serate “informali”.
A Brescia per lo shopping (“ottomila euro in un giorno”) e per il dentista.
A Venezia per l’Heineken Music Festival con amici e amiche al seguito e   – “come sempre”   –   con tanto di lampeggiante sciogli-traffico (non autorizzato) piazzato sul tetto della berlina della Lega.
Da Gemonio a Cremona in sella al quad – la moto a quattro ruote che bisognava portare a riparare – e dietro di lui, di scorta, la solita immancabile auto di servizio con autista.
E ancora: in Sicilia per visitare le terre e la famiglia della madre, Manuela Marrone, e poi via a Monaco di Baviera, questa volta, una tantum, con il suo suv Bmw X5: ma con benzina offerta dalla Lega di Famiglia.
Viaggiava Renzo Bossi, viaggiava e a pagare era sempre il Carroccio di papà .
Anche nelle serate in discoteca a Milano: un impegnativo nightclubbing tra i locali all’ombra del Pirellone e i suoi angeli custodi, stipendiati dalla Lega Nord, dovevano scarrozzarlo qua e là  e aspettarlo fino all’alba.
Sono loro adesso, gli ex autisti e bodyguard di Bossi jr, a sollevare il velo sul “curioso” diario di viaggio di quello che un tempo era il “ragazzo” da portare in giro e da proteggere.
Il “futuro capo della Lega”, come lo avevano impalmato, raccomandandosi ogni volta, Manuela Marrone e Rosi Mauro. Oscar Morando e Alessandro Marmello (“il bancomat di Renzo”) sono due professionisti licenziati in tronco e ora sono senza lavoro e con
famiglie da mantenere: la Lega ha dato loro il benservito perchè, uno, Morando, non era “più gradito a Renzo”, e l’altro, Marmello, ha “tradito la fiducia” del ragazzo rendendo pubblici dei video in cui ha documentato le dazioni di denaro che Belsito metteva a disposizione del Trota per le sue spese.
“Sono stato con lui dal 15 settembre 2010 al 21 marzo 2011 – racconta Morando, che non è mai stato leghista e che da Tenerife dove viveva è stato arruolato dalla “badante” Rosi Mauro prima come autista di Umberto Bossi e poi come tutor del figlio, ma “ho fatto il peggiore affare della mia vita” .
Prima andavamo in giro con un’Alfa 159, poi con un’Audi A5. Renzo pretendeva che si usasse il lampeggiante per saltare le code, cosa che non è consentita a un consigliere regionale.
Ma il punto vero è un altro, e cioè le sue abitudini, il suo stile di vita da giovane politico.
Si viaggiava spessissimo non per impegni politici ma per partecipare a serate mondane: feste, cene, discoteche. smpre a spese della Lega. Macchine, benzina, autostrade. E certo noi autisti, a disposizione giorno e notte”.
Fa due conti, Morando. “Stipendio da consigliere regionale a parte (12.555 euro mensili), Renzo Bossi costava alla Lega 14 mila euro al mese. Dodicimila euro per gli stipendi dello staff – il sottoscritto, l’altro autista Luca e la segretaria Simona – più altri 2mila in contanti che ci venivano dati dalla Lega per le sue spese correnti. In due anni vengono fuori quasi 600 mila euro che l’Italia ha pagato a questo ragazzo. Anche per andare a Brescia dal dentista o a fare spese. Lascio ai militanti della Lega stabilire se siano stati ben spesi oppure no”.
I soldi per la dolce vita dell’ex consigliere regionale uscivano con flusso ininterrotto dalle casse della balena verde e – ritengono i magistrati – provenivano dal finanziamento pubblico ai partiti.
“Dei nostri soldi possiamo fare quello che vogliamo, anche buttarli dalla finestra”, ha chiosato Umberto Bossi.
Chissà  se tra tutte le possibili destinazioni delle risorse del movimento il Senatur annoverasse anche i capricci del giovane Renzo.
La sua attività  politica al Pirellone non passerà  di certo alla storia; in compenso chi aveva il compito di seguirlo come un’ombra ricorda alcuni viaggi non proprio istituzionali.
E capricci. “Mauro e Marrone mi avevano affidato Renzo chiedendomi di farlo diventare un uomo e di tenerlo lontano dai guai – continua Morando – . Ma è stato impossibile, si ribellava, faceva quello che voleva e mi diceva che dovevo farmi i fatti miei. Una volta siamo andati a Bratislava in macchina, grazie al suo avvocato aveva buoni rapporti con il presidente del parlamento slovacco. Arrivato là  ho scoperto che il motivo del viaggio era una festa”.
Altre tre gite slovacche Renzo le ha fatte con la Audi A6 della Lega guidata da Alessandro Marmello, l’autista-bancomat assunto nel 2011 dalla Lega Nord (contratto firmato da Francesco Belsito) e lasciato a casa lo scorso aprile dopo la storia dei video.
“Prelevavo soldi per le sue spese personali, passavo a prenderli direttamente in via Bellerio e prendevo fino a 1000 euro a volta, anche più volte al mese – ha raccontato Marmello ai magistrati – . Ho voluto denunciare perchè deduco che quei soldi fossero destinati alla Lega per fare politica. Che fossero soldi pubblici”.
Il Trota non si accontentava mai. E la sera voleva divertirsi.
I suoi locali preferiti nella movida milanese? Food and Fashion, Legend, Sky Lounge, Old Fashion.
Renzino ballava, fuori gli autisti aspettavano col lampeggiante pronto.

(da “La Repubblica”)

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CERVELLI IN FUGA: A 37 ANNI VOLA IN CINA E ORA PROGETTA AEROPORTI

Maggio 13th, 2012 Riccardo Fucile

“IN ITALIA LE GRANDI OPERE VANNO AI SOLITI”…A PECHINO RICCARDO MINERVINI HA APERTO UNO STUDIO CHE CONTA GIA’ 16 PERSONE E COLLABORA CON UN LEADER DEL SETTORE

“Abbiamo da poco vinto un concorso per la pianificazione della zona di espansione di Dalian”. Una città  a est di Pechino, su una lingua di terra che si allunga nel Mar Giallo.
Qui sorgeranno due chilometri quadrati di nuove costruzioni: l’aeroporto, la parte residenziale, gli edifici pubblici, gli uffici, il treno sopraelevato.
Progetti su larga scala che Riccardo Minervini, architetto di 37 anni, realizza in Cina con il suo studio RM, fondato in partnership con uno studio più grande, lo Jao Design International. “Prima lavoravo a Roma — racconta —, ma in Italia i grandi progetti finiscono sempre alle solite persone, magari con agganci politici”.
Così nel 2007 la decisione di partire per un Paese in forte espansione.
Una scelta fatta ancor prima che da noi si iniziasse a parlare di crisi.
“Ho contattato uno studio di Milano che aveva una struttura in Cina — ricorda -. Mi hanno richiamato e in 15 giorni ho chiuso casa. Sono partito senza conoscere una parola di cinese”. Destinazione Tianjin, 150 chilometri a sud di Pechino. Subito le prime difficoltà : “Soprattutto la lingua. A Tianjin il 95% delle persone non parla inglese. Bisogna avere spirito combattivo, poi le cose si risolvono”.
Essenziale imparare a cavarsela per strada, magari grazie ai foglietti scritti da un collega del posto, l’indirizzo di casa sempre in tasca.
Poi qualche parola. “Ora riesco a sopravvivere anche in cinese. Due volte alla settimana viene in ufficio una professoressa per un’ora. E nel week end cerco di studiare un po’”.
Dopo due anni a Tianjin, Riccardo si trasferisce a Pechino, dove un anno fa apre lo studio RM.
“Stiamo crescendo e ora vogliamo sviluppare il business anche fuori dalla Cina — spiega -. Ad esempio a Singapore, che è l’ombelico dell’Asia del Sud”. Nello studio lavorano già  16 persone: nove giovani architetti sono arrivati dall’Italia.
“Ho stretto un accordo con la facoltà  di Valle Giulia di Roma per far fare il praticantato all’estero, qui da noi”.
Altri ragazzi arriveranno nei prossimi mesi non solo dall’Italia, ma anche dal resto d’Europa. “Chi ha studiato in Occidente — continua — è in grado di dare un prodotto diverso da quello cinese, con una qualità  maggiore e più attenzione al design, che è ancora il punto forte dell’Italia”.
E magari può contribuire alla diffusione di quell’attenzione per l’ambiente che in Cina finora non c’è stata. “Pian piano si stanno iniziando ad adottare anche qui criteri di sostenibilità  e sistemi occidentali nella pianificazione delle città . Ma per diversi anni la qualità  dei progetti non è stata eccelsa”.
Problemi in questo senso ce ne sono ancora, dovuti a una crescita velocissima: “Il boom economico è stato simile a quello del nostro dopoguerra. Ora città  come Pechino e Shangai si sono un po’ fermate, ma nelle città  secondarie si costruisce molto: centri commerciali, uffici, musei”.
Da una pianificazione urbanistica come quella di Dalian, in cui si pensa alla città  nel suo complesso, possono scaturire progettazioni in scala più piccola: il disegno di un singolo edificio, l’interior design di un hotel da 40mila metri quadri.
Un architetto ha così la possibilità  di fare in poco tempo la stessa esperienza che in Italia richiederebbe diversi anni.
A rimanere, però, non è solo la crescita professionale.
“Per realizzare i progetti ho girato la Cina in lungo e in largo — racconta Riccardo -. Sono stato nella Mongolia Interna, nello Sinkiang, in Tibet, zone occupate dallo Stato cinese dove trovi culture completamente diverse da quella di Pechino”.
La curiosità  per quello che non conosci è un forte stimolo. Eppure non tutti si adattano: è capitato che qualche ragazzo dello studio sia fuggito dopo pochi mesi.
“Magari perchè a Pechino non riusciva ad andare a correre al parco per l’inquinamento. Oppure perchè non gli piaceva il cibo”.
Riccardo, invece, lo trova fantastico: “Certo, ci sono delle cose che non mangio, come i cavallucci marini in brodo, i calabroni fritti, le tartarughe. Qui c’è un detto: i cinesi mangiano tutto quello che ha quattro gambe, tranne i tavoli”.
In Italia ormai passa solo due settimane a Natale e due in estate: “Quando vengo — ammette — mi sento a disagio, perchè trovo persone sempre più avvilite. Ho amici che a 37 anni hanno un lavoro ancora precario, qualcuno è tornato addirittura a vivere con i genitori”.
A dire il vero, però, qualcosa che manca c’è: “Pechino non è come Roma, dove in pochissimo tempo passi dalla collina al mare. Spostarsi è più difficile, ti devi organizzare in modo diverso. Insomma, niente più giretto in moto a Fregene”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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BOSSI E MARONI VERSO LA PACE (SE NON CAMBIANO IDEA)

Maggio 12th, 2012 Riccardo Fucile

BOSSI RINUNCEREBBE A PRESENTARSI AL CONGRESSO E DIVENTEREBBE PRESIDENTE A VITA… MA FINO A LUNEDI NON VERRA’ MESSO NERO SU BIANCO E TUTTO PUO’ ANCORA SUCCEDERE

Ci vuol pazienza, come per la “Devolution”, il Federalismo e la Padania.
Pazienza perchè in via Bellerio si spera sempre in qualche novità , invece bisogna aspettare almeno fino a lunedì.
«Tutto bene», è la frase che attribuiscono a Umberto Bossi: bene perchè Umberto e Bobo si son parlati, li hanno visti assieme, e finalmente il vecchio Bossi ha capito che non è il caso di insistere con la sua ricandidatura a segretario della Lega Nord?
Che la Lega del futuro non può che affidarsi a Maroni?
Forse sì, o forse non è ancora un sì. E l’annuncio slitta a lunedì.
Tra una settimana ci sono i ballottaggi, ma ai leghisti che vanno e vengono dalla sede sembrano di poco conto.
Le amministrative, Verona a parte, sono andate male, punto. E adesso c’è da pensare al malato, alla Lega che va per congressi.
Maroni non può ancora dire «tutto bene», perchè con Bossi, e si è visto, c’è poco da fidarsi. In tre settimane si è dimesso da segretario, ha dato la sua benedizione a Bobo come successore e poi l’ha ritrattata ripresentando le sue voglie di padre e padrone della Lega.
Non potrà  finire che con una dichiarazione pubblica di Bossi. O con un documento firmato dal prossimo Consiglio Federale. Fissato per lunedì pomeriggio, appunto.
Non è una trattativa semplice, quella tra Bossi e Maroni.
Bobo vorrebbe salvare il salvabile, evitare al vecchio amico nuove umiliazioni e altre amarezze.
Ma chi tiene in vita quel che resta del Cerchio Magico sembra insistere su Bossi, sembra temere la fine, il brusco passaggio dalla nobiltà  leghista alla miseria di una finale poco dignitoso.
Basta sentire il senatore Giuseppe Leoni, che a «Panorama.it» dichiara intenzioni di bellicosa resistenza: «Se è vero che qualcuno vuole togliere Bossi dal simbolo della Lega allora si facessero un altro partito e con un altro simbolo. Io sono il detentore di un terzo del simbolo, gli altri due sono di Umberto e della moglie Manuela».
Il rischio, insomma, è che le due Leghe che ancora convivono, quella di Bossi e del Cerchio Magico da una parte, quella di Maroni e dei Flavio Tosi dall’altra, al congresso di fine giugno possano prendere due strade diverse.
Difficile, ma ad oggi non impossibile.
Leoni fa capire che la nuova Lega non può nascere senza il consenso di Bossi. E proprio su questo sta lavorando Maroni. Riuscire a convincere il vecchio Capo che alternative non ne esistono. Che la Lega è già  un’altra. E che le inchieste non solo hanno azzerato la credibilità  di Bossi e famiglia, ma sono appena all’inizio: anche due giorni fa la segretaria amministrativa Nadia Dagrada ha passato il pomeriggio in una caserma della Finanza.
A lunedì, dunque.
Per sapere se Bossi accetta il patto con Maroni, se farà  il «Padre nobile», come gli ha consigliato Flavio Tosi da Verona. Ma prima bisognerà  vedere se accetta, e cosa ne dicono il senatore Leoni, la moglie e la famiglia.
Che a sera, quando Bossi rientra a casa, non mancheranno di ripetere quel che in questi anni di malattia Rosi Mauro ha sempre urlato a Pontida: «La Lega è Bossi, Bossi è la Lega».
Per la famiglia nulla deve cambiare.
Tanto che lunedì scorso, in attesa dei risultati della amministrative, in una stanza di via Bellerio erano alla prese con l’ultima richiesta da Gemonio.
Uno stipendio della Lega per Riccardo, il primo figlio di Umberto.

Giovanni Cerruti

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E LA ‘NDRANGHETA DISSE: “CONTROLLIAMO LA LEGA”

Maggio 12th, 2012 Riccardo Fucile

LA FRASE PRONUNCIATA DA UN BOSS DELLA MAFIA CALABRESE NEL CORSO DI UN SUMMIT SEI ANNI FA… L’ANELLO DI CONGIUNZIONE SAREBBE STATO L’UOMO DI AFFARI GENOVESE ROMOLO GIRARDELLI

«Il partito che odia i terroni ce l’abbiamo in mano». È la frase che, stando al racconto di un pentito di ‘ndrangheta, avrebbe pronunciato, circa 6 anni fa, un boss della mafia calabrese nel corso di un summit con i rappresentanti di altre “famiglie”.
E «l’anello di congiunzione» tra gli interessi delle cosche e persone vicine al Carroccio, sempre stando alla versione del collaboratore di giustizia, sarebbe stato l’uomo d’affari genovese Romolo Girardelli, indagato per riciclaggio assieme, tra gli altri, all’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, nell’inchiesta della Dda di Reggio Calabria.
Lo scorso 27 aprile, il pentito Luigi Bonaventura – che è stato reggente dell’omonima cosca del Crotonese e che collabora con la giustizia dal febbraio 2007 – si è seduto davanti al pm reggino, Giuseppe Lombardo, sentito come persona informata sui fatti.
La Dda calabrese, infatti, nell’ambito delle indagini sui fondi del Carroccio che interessano anche le Procure di Milano e Napoli, sta approfondendo il filone di un presunto riciclaggio messo in piedi forse con la commistione di soldi sporchi della ‘ndrangheta e di denaro proveniente dalle casse del Carroccio.
Bonaventura, 40 anni, che ha già  collaborato in altre indagini con altre Procure, proprio alla luce di quanto affermato a verbale negli scorsi anni e nell’ultima audizione, ha fatto presente agli stessi inquirenti, attraverso l’avvocato Giulio Calabretta, «l’assenza di tutele», cosa che aveva già  “denunciato” anche in passato.
Malgrado, infatti, sia sotto protezione, come ha chiarito il suo legale, «non ha una scorta personale, se non quando si sposta per gli interrogatori, vive ancora in Calabria e i suoi familiari non sono per nulla protetti».
Tutto ciò «nonostante abbia raccontato molte cose sui De Stefano e sia scampato già  a un attentato».
Proprio la cosca dei De Stefano è “centrale” nell’inchiesta condotta dalla Dia di Reggio Calabria e lo stesso Belsito è accusato di aver “ripulito” denaro con l’aggravante di aver favorito il clan, assieme a Romolo Girardelli, il procacciatore d’affari genovese che nelle intercettazioni viene definito “l’Ammiraglio”.
Nel 2006, ben 4 anni prima che Belsito arrivasse a gestire la tesoreria della Lega, in un pranzo a Crotone – stando al racconto di Bonaventura – a cui parteciparono rappresentanti delle cosche Nicoscia, Coco Trovato, Russelli, tutti clan della “corrente De Stefano”, il boss Pasquale Nicoscia, che poi si trasferirà  a Milano, parlava di Girardelli chiamandolo «Romolino».
E in quell’occasione il boss avrebbe sostenuto che le cosche radicate al Nord «tenevano in mano» la Lega, proprio attraverso «Romolino», che veniva “gestito” dalla ‘ndrangheta.
E in altri summit, sempre stando alla versione di Bonaventura, si sarebbe parlato anche di operazioni di riciclaggio per “70 milioni di euro”.
Bonaventura ha spiegato anche come la ‘ndrangheta e le cosche vicine ai De Stefano fossero riuscite a “sbarcare” a Genova: era successo quando lo zio del stesso pentito, Gianni Bonaventura, era stato mandato in soggiorno obbligato in Liguria.
La, sempre secondo le parole del collaboratore, il boss aveva conosciuto Girardelli.
Proprio l’“Ammiraglio”, dunque, secondo Bonaventura, sarebbe stato il “contatto” che la ‘ndrangheta avrebbe speso per “agganciare” persone vicine alla Lega, anche prima dell’ “avvento” di Belsito. Bonaventura ha spiegato agli inquirenti anche di essere andato a Reggio Calabria più volte con suo zio e con il presunto boss Tonino Vrenna e di aver parlato anche in quelle occasioni del ruolo di Girardelli.
L’avvocato Calabretta ha voluto chiarire che il collaboratore ha anche «riferito alla Procura di Reggio Calabria circostanze di cui aveva già  parlato nei primi sei mesi della sua collaborazione con la giustizia e che aveva già  approfondito con la Procura di Bologna».

(da “Il Secolo XIX”)

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