Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL SEDICENTE GURU DEL CAVALIERE CHIAMA A RACCOLTA I SOSTENITORI A MILANO…”RITORNIAMO AL VECCHIO PARTITO”… E AGLI EX AN: “GETTINO LA MASCHERA, VOGLIONO ESCLUDERE SILVIO”
Una grande mobilitazione della militanza di base per chiedere a Silvio Berlusconi di non avere indugi nel rilanciare la candidatura a premier.
Si chiama “Sognando Forza Italia”, è convocata venerdì dalle 18,30 a Milano in piazza San Carlo e San Babila, laddove 4 anni fa, la sera del “Predellino” nacque il PdL.
Ad annunciarla Diego Volpe Pasini, ideatore del progetto della “Rosa Tricolore” (quella della coalizione con dentro Pensionati, Sgarbi e animalisti di Brambilla e Renzi candidato): “Ora più che mai viste anche le condizioni generali del Paese, per garantire un futuro di crescita e produttività al grido di Forza Italia” spiega.
La premessa d’obbligo è che il Cavaliere ha dichiarato di non aver mai investito Volpe Pasini di alcun ruolo da consigliere o simili nè di aver mai promesso una collaborazione a eventuali iniziative politiche.
Una presa di posizione che è arrivata, pochi giorni fa, dopo un’intervista dello stesso Volpe Pasini al Fatto Quotidiano.
“La comunicazione ufficiale del presidente Berlusconi, che conferma il suo impegno in prima persona alla guida della coalizione dei moderati, per correre e vincere le prossime elezioni politiche nazionali — prosegue in ogni caso Volpe Pasini — rende assolutamente insignificanti le richieste di primarie nel PdL per l’individuazione del candidato premier. Organizzare una manifestazione, giovedì prossimo, per richiedere le primarie significa schierarsi apertamente contro Silvio Berlusconi. Così facendo, finalmente, gli ex An hanno gettato la maschera e reso chiaro il loro disegno: escludere Berlusconi dalla scena politica per completare la conquista di ciò che resta del PdL per garantirsi l’eternità politica personale”.
“Per questo — prosegue l’imprenditore friulano — risulta di fondamentale importanza per il Paese la figura del presidente Berlusconi quale unico interprete della necessaria rivoluzione liberale, poichè solo ricostruendo Forza Italia e cambiando le facce con un programma trasparente e concreto, potremmo riavvicinare la nostra gente e portarla al voto per vincere le prossime elezioni politiche. Abbiamo per tanto doverosamente intercettato gli animi del nostro popolo per dare origine ad una manifestazione spontanea nella quale orgogliosamente si sventoleranno le bandiere di Forza Italia per riportare il nostro simbolo sulle schede elettorali”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
AFFRONTARE UNA ROTTURA TRAUMATICA DELL’EURO AVREBBE UN COSTO ENORME PER LA GERMANIA: E’ CREDITRICE DEI PAESI DEBOLI PER MILLE MILIARDI DI EURO
Invece di prendersela con i tedeschi, bisognerebbe paradossalmente – compatirli. 
I mercati finanziari li stanno attirando in una trappola.
Più insistono che non saranno loro a pagare il conto per i Paesi deboli dell’euro, e più rischiano di andarsi a cacciare in una situazione in cui saranno costretti ad aprire il portafoglio sul serio.
Ovvero, se si seguita ad affermare alla leggera che l’area euro sarebbe bene ridimensionarla, i mercati continueranno a scommettere che si spacchi, divaricando ancor più i tassi di interesse tra Nord (compresi Francia e Belgio) e Sud.
Ma alla resa dei conti l’alternativa sarebbe tra due scelte entrambe costosissime per la Germania: soccorrere massicciamente Spagna e Italia, oppure affrontare una rottura traumatica dell’euro.
La Repubblica federale tra aiuti già erogati ai tre Paesi sotto assistenza e aiuti promessi a Madrid già contribuisce con un centinaio di miliardi di euro.
E’ facile compiacere i tedeschi dicendogli che hanno fatto fin troppo.
Meno facile è spiegargli che questi soldi li prestano, raccogliendoli sui mercati a un tasso assai inferiore, quando non addirittura sotto zero.
I mercati ingannano. Stanno gonfiando una bolla speculativa sui titoli di Stato non solo dei Paesi forti dell’euro, anche di altri Paesi economicamente legati alla Germania.
Secondo stime aggiornate, nella prima metà del 2012 lo Stato tedesco ha risparmiato un miliardo di euro rispetto a quanto prevedeva come pagamento di interessi sul debito.
L’afflusso ansioso di capitali verso i Paesi reputati sicuri li spinge a sottovalutare la gravità della crisi.
La Finlandia – dove Mario Monti si recherà tra una settimana – può cinicamente avere qualche buon motivo, dato che secondo alcune analisi sopporterebbe abbastanza bene una rottura dell’unione monetaria.
La Germania no, è creditrice dei Paesi deboli sotto varie forme, per almeno mille miliardi di euro.
Nella migliore delle ipotesi quei soldi li riavrebbe indietro molto svalutati.
Il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble queste cose le sa benissimo, tanto che ha fatto calcolare ai suoi uffici i costi di una rottura dell’euro; altri suoi compatrioti non riescono a capirle.
Per questo è urgente, come sosteneva ieri Giuliano Amato, verificare se il governo di Berlino è sincero quando propone passi avanti verso l’integrazione politica dell’Europa come passaggio per ottenere una maggiore solidarietà ; o se lo afferma a vuoto, sapendo che Parigi resta contraria.
L’intervista di Schaeuble apparsa sabato sul Figaro fa sperare, ma occorre una risposta francese.
Se è vero quanto sostengono il Fondo monetario e la Banca d’Italia, che solo una parte dello spread italiano e di quello spagnolo è giustificato dallo stato dei due Paesi – mentre dal lato opposto è assurdo che i titoli dei Paesi forti fruttino meno di zero – questo comporta che è già in atto in Europa quel «trasferimento di risorse» tanto temuto da certi tedeschi.
E’ già in atto, però alla rovescia: grazie ai mercati finanziari, da Italia e Spagna verso Germania, Olanda e Finlandia.
Proprio per questo motivo, al nostro Paese conviene una maggiore integrazione politica dell’Europa.
Stiamo pagando un tributo non deciso da nessuno; decidere tutti insieme a Bruxelles non sarebbe certo un danno.
Potremmo «vedere le carte» offrendo per primi di rinunciare a una parte della nostra sovranità di bilancio.
Mentre, al fondo, la lezione da apprendere per i politici tedeschi e italiani è la stessa: proporre soluzioni illusorie – lì la cacciata dei Paesi del Sud, qui un’uscita magari «temporanea» dall’euro – rischia di avverarle in forma di disastro.
Stefano Lepri
(da “La Stampa“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELLA CISL: VIA UN OPERAIO SU DIECI… PRODUZIONE IN CALO DEL 20,5%
L’industria, negli ultimi cinque anni, ha perso un posto di lavoro ogni dieci: dal primo trimestre del 2007 ai primi tre mesi di quest’anno se ne sono andati a casa, o stanno per andarci, 675.000 dipendenti.
La crisi si è mangiata il 10 per cento dell’occupazione in quello che resta – edilizia compresa – il settore che produce un quarto del Pil nazionale.
A fare i conti è la Cisl, che nel suo rapporto annuale sull’andamento del comparto ha messo insieme la perdita secca dei 473.640 lavoratori già licenziati, con i 201.096 a zero ore che già sono in cassa integrazione speciale o in deroga e che quindi con molta probabilità resteranno fuori dalle aziende.
La somma, messa a confronto con gli oltre 7 milioni di occupati che il settore garantiva nel 2007, corrisponde ad un 10 per cento di posti saltati in aria dall’inizio della crisi.
Nello stesso periodo, la produzione si è ridotta del 20,5 per cento, gli ordinativi del 17,9 e il fatturato (in termini correnti) del 4,5.
Hanno tenuto le esportazioni, ma l’edilizia è andata molto sotto la media: «Il settore, invece, va sostenuto perchè come indotto ne regge altri sessanta» dice la Cisl.
Parla poi da sola la parabola delle ore di cassa integrazione autorizzate che, secondo il rapporto, tra il 2007 e il 2011 (considerando assieme l’industria e l’edilizia) sono aumentate del 315,9 per cento, con un’esplosione della cassa in deroga, passata dal 7,4 al 14 per cento.
Il quadro – costruito grazie ad un’indagine a tappeto sul territorio – segna anche la mappa della crisi industriale: in difficoltà – per numero di lavoratori colpiti – sono soprattutto Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna.
Una situazione allarmante, dice il sindacato, dal quale si può uscire solo riconsiderando le scelte di governo fin qui fatte in moda da sventare la «spirale recessiva in cui in Paese si sta avvitando ».
Bisogna «rimettere sul tavolo» quella politica di concertazione che solo qualche giorno fa il premier Monti ha definito come fonte di molti «mali» del passato.
Per Raffaele Bonnanni, leader della Cisl, l’alternativa è invece una sola: «Un nuovo, fortissimo patto sociale sul modello di quello del ’93, un accordo per affrontare quest’economia di guerra».
«Purtroppo non c’è ancora consapevolezza che dalla crisi si esce solo giocando sui due capisaldi che ci restano: l’industria e i servizi avanzati – ha detto – Non siamo la Spagna, abbiamo fondamentali più solidi, dobbiamo difenderli e valorizzarli, invece qui si continua a parlare solo di tagli, degli handicap strutturali non gliene frega a nessuno ».
Il governo – chiede la Cisl – «si faccia vivo rispolverando il dossier sull’industria. E’ possibile che tutto il lavoro per uscire dalla crisi sia quello semplice e crudo dei tagli della Ragioneria? ».
L’emergenza di un patto sociale, secondo Bonanni, è tanto più evidente quanto più avvolgente è «l’attacco speculativo, lo sciacallaggio in corso fatto apposta per portarci via i nostri gioielli: a Monti diciamo che il tempo è scaduto, deve convocarci subito».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
ACCADE A ROVELLO PORRO, 6.000 ANIME IN PROVINCIA DI COMO: BEN QUATTRO “PRIMI DEI NON ELETTI” PADANI RINUNCIANO
Da tre mesi, a Rovello Porro, comune di 6mila anime in provincia di Como,
l’amministrazione leghista non riesce a trovare un consigliere comunale disposto a subentrare all’ex vicesindaco, Luisa Congiu, che si è dimessa per motivi personali.
I quattro candidati della Lega Nord che non erano stati eletti nel 2009 hanno risposto tutti con un “no grazie” alla richiesta di dare seguito alla surroga.
Nessuno di loro se l’è sentita di entrare a far parte del consiglio comunale, lasciando la maggioranza al proprio destino, tanto che dall’opposizione non si sono fatti sfuggire l’occasione di chiosare con una battuta sarcastica: “Ormai sono rimasti come quattro amici al bar”.
I quattro non eletti della Lega Nord, secondo quanto ha riportato nei giorni scorsi il quotidiano La Provincia, hanno tutti risposto di non essere interessati.
La maggioranza comunque non corre rischi ed è intenzionata ad andare avanti anche con una sedia vuota.
Qualcuno di loro si è sentito in dovere di giustificare la mancata disponibilità : “Sono entrato a far parte dell’associazione Verde Età e tra i servizi alla discarica e quelli alle scuole, non ho proprio tempo libero”; altri invece hanno semplicemente declinato l’invito.
Il sindaco Gabriele Cattaneo (che nel 2009 con la Lega sbaragliò sia la concorrenza del Pdl che quella della civica capitanata dall’onorevole Luca Volontè dell’Udc) ha cercato di dare una lettura politica alla vicenda: “Ormai sono passati più di tre anni dalle elezioni, manca un anno all’ordinaria amministrazione e rimane poco da fare, non biasimo la scelta dei non eletti che non hanno accettato e sfido le opposizioni a parti invertite a trovare delle disponibilità ”.
Poi affonda: “Del resto, in questa situazione chi si prende la briga di entrare in una maggioranza, mettendosi alla guida di un comune proprio in questo periodo dove si rischia di fare solo figure da cioccolatai”.
Magre figure non per demerito dei comuni ma per le condizioni proibitive in cui ci si trova a dover amministrare: “In questa situazione — ha detto Cattaneo -, con i Comuni che non hanno più un centesimo, anche io non avrei accettato. I comuni si continuano a mungere, oltre all’Imu e all’Irpef, ci hanno tagliato ancora 500 milioni di euro di trasferimenti, che per noi significa 50 mila euro in meno sul bilancio del prossimo anno. Io non ho nessuna intenzione di aumentare le aliquote Imu a settembre e se mi costringeranno a tagliare i servizi o il sociale prenderà in seria considerazione l’ipotesi di consegnare la fascia al Prefetto“.
Il primo cittadino di Rovello Porro prende dunque la palla al balzo e cerca di spiegare le ragioni con le difficoltà legate al momento economico particolarmente critico: “Ho avuto questa carica nel momento più nero di tutte le amministrazioni — ha continuato -, l’edilizia è totalmente ferma, in più ci sono i vincoli del patto di stabilità , siamo sotto organico in più c’è il blocco del turnover e l’anno prossimo si prospetta un ulteriore taglio di 200 mila euro oltre al taglio del 50% di tutte le auto comunali che per noi significa cancellare il servizio di consegna pasti caldi, se non lascio subito è solo perchè non voglio fare la figura del vigliacco, ma il buon senso suggerirebbe veramente di smettere”.
Alessandro Madron
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL TAR DEL LAZIO DA’ TORTO ALLA FONDAZIONE DEI “COLONNELLI”… BLOCCATO L’INTERO PATRIMONIO
Protagonista invocatissimo e ricorrente, ancorchè necessariamente provvisorio, degli impicci partitocratici e fantasmatici della Seconda Repubblica, il Tar del Lazio ha congelato il tesoro di An.
Partito che non esiste più dal marzo del 2009, ma che anche per questo, come la Margherita, ha seguitato a pompare quattrini pubblici in gran quantità suscitando però i peggiori appetiti e le liti più furibonde e interminabili.
L’ordinanza di ieri ha dato ragione ai seguaci di Fini, nella persona della sua segretaria Rita Marino e di Enzo Raisi (il terzo ricorrente, Buonfiglio, ha abbandonato Fli) e ha dato torto ai suoi ex colonnelli (La Russa, Gasparri, Matteoli, Alemanno) confluiti nel Pdl.
Questo grosso modo.
Con la stessa indispensabile approssimazione si può segnalare che la faccenda ruota attorno alla fuggevole personalità giuridica di una enigmatica “Fondazione An”, che poi forse sono anche due, una nata già male e un’altra fatta crescere in fretta e furia, mentre le due fazioni di ex camerati se ne facevano di tutti i colori.
E mentre una terza fazione, guidata da Storace, ma aperta al contributo assai fattivo di un quarta, ex alemanniana, che ispirata un po’ all’antica Roma e molto alle curve calcistiche è passata a vie di fatto occupando uno stabile di An, ai Parioli.
Dove proprio ieri Storace – coincidenza – si è insediato come leader della «Destra». Per non farsi mancare nulla, ma proprio nulla, prima di rientrare nel generico patrimonio immobiliare di An quest’ultimo appartamento di via Paisiello faceva parte dell’asse ereditario della contessa Colleoni, che insieme alla più celebre casa di Montecarlo l’aveva lasciato a Fini, in quanto leader di An – ma mal gliene incolse, si può dire.
Gli appassionati saranno forse contenti di sapere che insieme alle case «per proseguire la buona battaglia» la contessa aveva lasciato ad An anche una gatta di nome «Piumina», le cui tracce si sono perse nella villa di un conte dalle parti di Orvieto.
Ma nè il tenero particolare della gatta Piumina, nè il grave impegno della buona battaglia, nè il livello di astruseria giuridica raggiunto dalla vicenda e nemmeno le innumeri giravolte fin qui messe in atto dai comprimari, ecco, nulla riesce a togliere la sensazione che si tratti solo di quattrini.
Quanti esattamente è difficile dire, sui cento milioni, ma i conti non tornano con il risultato che il tesoro si accresce e il preteso buco, intono ai 25 milioni, pure. Comunque troppi, e ancora di più se si considera che sono pubblici e che ad agognarli è gente – non i militanti – che di norma non li guadagna con il sudore della fronte. Eppure così va il mondo residuale e spettrale dei partiti e dei loro furbi strateghi, invero rivelatisi con il tempo un po’ fresconi.
La furbata fu quella di fare queste fondazioni; la fesseria di non prevedere che tra i fondatori si sarebbero di lì a poco scatenate perfide vendette e guerre sanguinose.
Così è stato e così sarà per gli anni a venire, con il debito e in fondo fruttuoso contorno di commissari, ispettori, reggenti, avvocati, notai, commercialisti, curatori fallimentari; ma con la consolazione che già ci sono due belle cartelle e salate di Equitalia e un’indagine del Nucleo tributario della Guardia di Finanza.
Filippo Ceccarelli
(da “la Repubblica“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER DICE NO AL VOTO IN AUTUNNO E LAVORA ALLA LEGGE ELETTORALE… SCIOGLIERA’ LA RISERVA SULLA SUA RICANDIDATURA SOLO A SETTEMBRE
Con lo spread a 520 punti e che nelle prossime settimane potrebbe arrivare a 600, la
missione di Monti potrebbe essere considerata fallita: Berlusconi ha in testa questo concetto e avrebbe tanta voglia di dirlo pubblicamente, ma per il momento tace, segue l’evoluzione della situazione italiana ed europea.
Così come avrebbe voglia di salire al Quirinale e dire a Napolitano «dove eravamo rimasti?», cioè a quel 12 novembre 2011 quando dovette dimettersi perchè tutto precipitava e lo spread era arrivato a 574 punti.
Lasciando Palazzo Chigi al Professore della Bocconi, che avrebbe dovuto risolvere tutti i problemi del Paese perchè portatore della necessaria credibilità europea, pure per «piegare» frau Merkel.
E ora, ragiona il Cavaliere, dopo i sacrifici degli italiani e l’aumento delle tasse, «a che punto è la notte?».
Certo, di chiedere le dimissioni di Monti per il momento non ci pensa, anzi è d’accordo con il suo successore che a Soci ieri ha spiegato che il motivo di tanto nervosismo sui mercati non sono «i problemi specifici dell’Italia, ma le notizie, le dichiarazioni e indiscrezioni sull’applicazione delle decisioni prese dal vertice Ue di fine giugno».
Dito puntato sulla Germania che frena e sulle affermazioni del ministro dell’Economia Roesler che ha rafforzato le voci su un’imminente uscita della Grecia dall’euro.
Ecco, negli atteggiamenti della Merkel e dei suoi alleati (Roesler è un esponente del Partito liberale) il Cavaliere vede la conferma delle sue critiche rivolte a Berlino e contenute in una recente intervista alla Bild intitolata «Non vogliamo un’Europa più tedesca».
Ecco, se oggi non sono «i problemi specifici dell’Italia», secondo l’ex premier, non lo erano nemmeno quando governava lui.
Oggi come allora sarebbe l’attacco speculativo sull’euro a romperci le ossa, con la Merkel che continua a sbagliare.
E taccia Bersani, eviti di sostenere «stupidaggini» del tipo che ci troviamo in queste condizioni perchè raccogliamo quello che le destre hanno seminato in 10 anni di governo in quasi tutti i Paesi europei.
E che «Berlusconi di nuovo in campo non è una buona notizia vista dal mondo». Dopo Berlusconi, dice il diretto interessato, non sembra che sia cambiato granchè.
L’ex presidente del Consiglio non tifa per elezioni ad ottobre.
Nel Pdl sono in molti ad escludere questa ipotesi.
Lo esclude il capogruppo Gasparri, perchè primabisogna cambiare la legge elettorale e a suo giudizio non sarà possibile in tempi stretti, nemmeno in prima lettura al Senato entro il 10 agosto quando il Parlamento chiuderà i battenti per la pausa estiva. Tuttavia, ragiona il Cavaliere, se la situazione dovesse precipitare, con lo spread attorno a quota 600, nulla a quel punto può essere escluso.
E’ sicuro però che lui si prepara a portare il conto sul tavolo di chi l’ha voluto fuori da Palazzo Chigi perchè bisognava salvare l’Italia e invece non è servito il suo sacrificio e i sacrifici che gli italiani stanno sopportando.
Così come è abbastanza sicuro che si ricandiderà per la sesta volta.
Vorrebbe annunciare il ritorno in pista tra settembre e ottobre, quando sarà chiaro con quale legge elettorale si andrà a votare e quali saranno le condizioni finanziarie del Paese.
Ma se gli eventi precipitassero, l’annuncio ufficiale verrebbe anticipato.
L’orizzonte per il momento rimane il 2013.
Ma c’è un macigno sul suo cammino e sono le elezioni regionali in Sicilia. Berlusconi vorrebbe che anche questo appuntamento elettorale venisse fissato per il prossimo anno, evitando il voto ad ottobre.
Nell’isola, che è stata una miniera di voti prima per Forza Italia e poi per il Pdl, il Cavaliere ha certezza di un pessimo risultato.
Le ultime elezioni amministrative, quelle comunali di Palermo in particolare, sono state un amarissimo assaggio.
Ecco, una debacle in Sicilia sarebbe un terribile viatico per le elezioni politiche, un modo per mettere piombo sulle ali di un Berlusconi che pensa di rinascere sull’onda del malcontento popolare, di un’Europa a predominio tedesco.
Peggio ancora se in quella Regione Pd e Udc dovessero sperimentare la nuova alleanza e magari con successo.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
DAL CAPOGRUPPO DONADI A LANNUTTI, BARBATO E ZAZZERA: MESSA IN DISCUSSIONE LA LINEA “GRILLINA”
Sulla carta si tratta solo di divergenze minimali, di “letture diverse di una stessa realtà ”, con una visione d’insieme che “comunque è più che concorde”.
Poi, però, si scava e si scopre, per dirla proprio con Antonio Di Pietro, che troppi indizi fanno una prova.
Nell’Idv è in corso un bel maremoto.
Messo in piazza, domenica, da una dura intervista all’Unità di Massimo Donadi, capogruppo dipietrista alla Camera.
“Caro Di Pietro — ecco i termini del “dissapore”secondo Donadi —io non ti seguo. E nel partito non sono il solo”.
La linea politica del segretario messa all’indice; nessuna voglia di mollare il Pd, perchè “la foto di Vasto è un punto di partenza e può essere allargata ad altre forze politiche” e poi piano ad attaccare il Quirinale “il rispetto per l’istituzione non va perso”.
Ieri, poi, un altro “indizio”. Elio Lannutti, presidente Adusbef, senatore e fondatore dell’Idv, che presenta a Di Pietro una lettera di dimissioni: “Caro Antonio, io con te ho chiuso; non condivido i suoi attacchi al Pd, alle istituzioni e primo tra tutti al presidente Napolitano; vuoi scavalcare a destra Grillo”.
Lannutti, che resterà nel gruppo del Senato, da indipendente e non si ricandiderà , ha abbracciato le posizioni di Donadi in ogni suo punto.
“Abbiamo fatto fuoco e fiamme per far venire Bersani a Vasto — ha raccontato il senatore — e poi non passa giorno che Di Pietro gli spari addosso; non si può andare avanti”.
Come un fiume carsico, insomma, la fronda mina Italia dei Valori proprio ora che “toccherebbe tirare le file e chiudere l’alleanza a sinistra — sono sempre parole di Lannutti — e invece ci si perde a dire che il declassamento di Moody’s è stato giusto solo per attaccare Monti, quando siamo stati noi per primi a sostenere la Procura di Trani che ha poi portato al rinvio a giudizio dei due dirigenti dell’agenzia di rating… si è dato più rispetto, in passato, ai Razzi e agli Scilipoti di turno… ”.
Parole amare. Che, però, non sono solo di Lannutti.
Ci sono nomi che pesano nella “fronda” dipietrista.
E sempre facendo conto che Franco Barbato, alla Camera, è già considerato una sorta di “apolide interno”, con Donadi si è schierato anche il vice capogruppo, Antonio Borghesi assieme ad Aniello Formisano, segretario regionale campano dell’Idv.
C’è poi una “dissidenza” (ufficialmente negata) persino di famiglia, con Gabriele Cimadoro, il cognato di Di Pietro, che non ha mancato di manifestargli dissenso, sospinto nella critica da personaggi di spessore come Fabio Evangelisti, segretario regionale toscano, Sergio Piffari, segretario Lombardo, Augusto Di Stanislao, coordinatore a Teramo, Federico Palomba, uomo chiave in giunta per le autorizzazioni alla Camera e, in ultimo, Pierfelice Zazzera, ex coordinatore in Puglia.
Un gruppo che ieri, durante una delle due riunioni del partito, non ha lasciato nulla all’immaginazione del segretario.
La tensione, a un certo punto, sarebbe stata tale da indurre Di Pietro ad accusare platealmente alcuni di puntare a un seggio Pd e il risultato è intuibile:
“Tonino si è bevuto il cervello”, è stata la battuta migliore, seguita da “è da quando Grillo gli ha detto di no all’alleanza, nonostante la mediazione di Casaleggio” che “ha perso lucidità e strategia di lungo respiro”.
Invero, Di Pietro la strategia ce l’avrebbe molto chiara in testa; un’alleanza con Grillo, per fare il pieno di voti e strappare il ruolo di futuro ago della bilancia all’Udc (che già se lo sente in tasca). “Le fiammate contro Napolitano e contro Monti — racconta esasperato Lannutti — sono dettate dalla necessità di accreditarsi con Grillo di non far parte del sistema. Solo che una bella fetta del partito non lo segue; se vogliamo vincere dobbiamo stare con il Pd”.
La fronda si allarga, ma Di Pietro non molla.
Anche a costo di lasciare qualcuno (più di uno) sul campo.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL PARTITO DEI FALCHI E LA CAMPAGNA CONTRO IL PREMIER… MA GRAN PARTE DEL PDL HA PAURA DEL VOTO
Il Paese brucia”, come tuona l’Italia dei Valori ma Silvio Berlusconi continua a ragionare
in base ai propri interessi, come ha sempre fatto nel suo ventennio breve. Anche per questo, il Cavaliere, di nuovo dominus del Pdl e del centrodestra, prenderà la sua decisione sulle urne anticipate in autunno all’ultimo giro possibile.
Ovviamente non in nome della responsabilità e della coesione nazionale, secondo lo schema Napolitano-Monti che ha preso in contropiede i tre partiti della strana maggioranza (Pd, Pdl e Udc).
Semmai, il contrario.
Berlusconi, infatti, potrebbe risolversi a favore del voto a novembre nel momento più nero del governo sobrio di Mario Monti.
Quando magarì lo spread s’impennerà verso quota 600, con l’Unione europea bloccata e impotente.
A quel punto, come sostengono vari falchi a lui vicini, la tentazione sarebbe troppo forte e grande: andare davanti al popolo sovrano e gridare finalmente la sua verità : “La colpa dello spread l’estate scorsa non era mia, anzi con Monti va peggio ancora”.
A suggerire questa accelerazione sarebbero i soliti sondaggi della fidata Ghisleri.
Due i punti sottolineati da B. in modo ossessivo: l’85 per cento di quel che resta degli elettori del Pdl è contro Monti e la gran parte degli scontenti di centrodestra emigrati verso Grillo o l’astensionismo. Non solo.
A far propendere il Cavaliere per le urne autunnali potrebbe essere il no di Pier Luigi Bersani, che vorrebbe le elezioni nella primavera del 2013.
B. è molto attento alle mosse del segretario del Pd. È stato così anche meno di un mese fa. Argomento, sempre il voto anticipato.
Dopo la svolta di Fiuggi di Berlusconi (“Torno se mi date il 51 per cento”), Bersani ebbe uno sfogo con alcuni giornalisti: “A questo punto Berlusconi vuole il voto anticipato”.
A Palazzo Grazioli, residenza privata di B. a Roma, incassarono con stizza: “Bersani intesta al presidente un proprio desiderio personale. È il segretario del Pd che vuole il voto in autunno per conservare il Porcellum”.
Insomma, la solita storia che va in scena dall’inizio della parentesi tecnica.
Cioè: in realtà Berlusconi e Bersani avrebbero spesso la stessa posizione.
Venti e passa giorni fa, il voto anticipato. Oggi ne avrebbero paura.
Sondaggi permettendo, appunto, per il Cavaliere.
Se l’ex premier dovesse davvero smettere di tentennare quotidianamente e andare alla guerra d’autunno, farebbe una campagna elettorale in quattro punti: no tasse (Imu ed Equitalia); dismissioni per pagare il debito pubblico; ridefinire l’euro; riscrivere i trattati dell’Ue.
Nel Pdl, la sua linea già fa sognare i falchi come Daniela Santanchè e gli ex An. Ovviamente, il candidato premier sarebbe lui, sommando caos ad altro caos sulle macerie del Pdl.
Che farebbero i responsabili di Liberamente (già corrente in quota Letta-Bisignani) Frattini e Gelmini, aspiranti ministri in un governo politico della Grande Coalizione perpetua?
Senza contare il duello di manifestazioni lungo l’asse Roma-Mila-no di giovedì 26 luglio.
Nella capitale i fautori delle primarie guidati dall’ex An Andrea Augello.
Al nord, il redivivo Diego Volpe Pasini che ha organizzato “Sognando Forza Italia”.
Ecco perchè, ancora una volta, le mosse del Cavaliere potrebbero sciogliersi nel solito bluff.
Tatticamente, in ogni caso, ha un alleato nell’Udc di Casini, leader del montismo eterno consacrato al più presto possibile.
Un esponente del Pd vicino a Bersani riassume così la confusione in corso generata dalla sobria voglia di voto anticipato: “Nei partiti quelli che fanno il tifo per l’autunno pensano solo al loro tornaconto personale”.
Incluso l’amico Casini, naturalmente.
Fin qui, il centrodestra che tifa per le elezioni anticipate e s’intesta un presunto sì di B. a questa ipotesi.
Poi c’è il resto, che è la maggioranza.
In teoria, tantissimi i contrari, dal presidente del Senato Schifani al capogruppo della Camera Cicchitto. Ma, si sa, a comandare è tornato Berlusconi e solo lui prenderà la decisione finale. La schiera del no al voto tratteggia un Cavaliere diverso da quello raccontato dai falchi: “Il presidente ha bisogno di tempo, non è ancora pronto, qui bisogna riorganizzare tutto”.
C’è un Berlusconi per ogni tesi, a favore o contro il voto anticipato.
Anche a prescindere dalla legge elettorale. Magari, se la crisi precipitasse non ci sarebbe neanche il tempo per cambiare il Porcellum.
Questo un retropensiero ascoltato tra le prime file del centrodestra.
Senza sottovalutare la tentazione di un nuovo asse con la Lega.
Rivela Roberto Maroni: “Ho incontrato Berlusconi e gli ho chiesto di togliere il sostegno a Monti qualosa lo spread fosse salito sopra i 500 punti. Lui non mi ha detto sì ma lo spread non aveva ancora toccato quella quota. Dopodichè lo incontrerò nei prossimi giorni per dirgli di considerare questa cosa”.
Un ex ministro di centrodestra, invece, però è molto scettico: “Monti e Napolitano hanno fatto solo pressione. Non ci sono i tempi. Con il Parlamento sciolto a fine settembre, si voterà a metà novembre, se non a dicembre. Ipotesi remotissima”.
Spread permettendo.
Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
ECCO TUTTO CIO’ CHE NON HA FUNZIONATO NELLE MISURE ANTI-RECESSIONE
«La Sicilia oberata di debiti rischia di diventare la Grecia d’Europa», avverte il New York Times.
«Tracollo del credito», prevede la JP Morgan Chase.
E con i tassi spagnoli ormai sopra il 7%, gli investitori stranieri scommettono sulla bancarotta sovrana di Madrid, che richiederebbe un salvataggio assai più costoso di quello greco.
Recessione incalzante, spread che aggrava la perdita di competitività dell’Italia: ecco tutto ciò che non ha funzionato, nei rimedi usciti dagli ultimi summit europei.
IL “SALVA-BANCHE” NON CONVINCE
È una constatazione: la caduta dei titoli bancari in Spagna indica che i mercati non credono all’efficacia del salvataggio.
Malgrado l’eurozona abbia previsto di stanziare 100 miliardi, di cui 30 entro pochi giorni, gli investitori continuano a vendere le azioni delle banche.
Le ragioni sono diverse.
Da una parte gli istituti di credito spagnoli, insieme con la loro vigilanza e il loro governo, hanno mentito troppo a lungo sullo stato di salute reale dei bilanci: non hanno più credibilità .
L’altra causa di sfiducia, è un effetto perverso degli aiuti della Bce: la liquidità che Mario Draghi fornisce agli istituti di credito, viene reinvestita nei buoni del Tesoro spagnoli. Di fatto in ogni paese le banche sono diventate i principali acquirenti di bond pubblici nazionali: col risultato di affondare i loro bilanci, in quei paesi dove il valore dei titoli di Stato perde quota.
E’ la famosa “spirale perversa” che non è stata spezzata.
I RITARDI DELLO SCUDO
Con i rendimenti dei buoni decennali del Tesoro che in Spagna hanno raggiunto il 7,5%, i mercati si stanno convincendo che Madrid non ce la farà più a rifinanziarsi.
Lo “scudo anti-spread”, che avrebbe dovuto mettere un tetto a questi rialzi degli interessi in Spagna e Italia, è latitante.
Troppe le resistenze, tedesche olandesi e finlandesi. Pesa il dubbio che i due “contenitori” di risorse per aiutare i paesi in difficoltà (Efsf, Esm) siano del tutto insufficienti.
La Bce ha le mani legate, ogni espansione del suo ruolo nell’acquisto di titoli pubblici può provocare obiezioni di anti-costituzionalità in Germania.
Di qui la previsione della più grande banca americana, JP Morgan, che vede un “credit crunch” all’orizzonte. Ce la farà Madrid a rifinanziare i 27 miliardi di titoli in scadenza da qui a ottobre?
DEFAULT DELLE REGIONI
A minacciare la solvibilità degli Stati, ci si mettono anche le loro regioni.
Gli scricchiolii periferici sono iniziati da Valencia, che ha chiesto di poter attingere a un fondo di emergenza di 18 miliardi creato dal governo centrale di Madrid per scongiurare la bancarotta delle regioni.
Poi un Sos ancora più inquietante è venuto dalla Catalogna, la “Lombardia iberica”, un tempo ammirata per il suo dinamismo economico.
Neppure Barcellona riesce più a farsi fare credito sui mercati. Infine l’allarme italiano, partito dalla Regione Sicilia, che si è conquistata il titolone del New York Times.
L’AUSTERITY FABBRICA RECESSIONE
Non è vero che l’austerity piace ai mercati.
Non quando è la ricetta per rendere ancora più insostenibili i debiti. Gli investitori internazionali osservano che più la Spagna si sforza di applicare le direttive di Bruxelles Francoforte e Berlino, più si allontana la ripresa: ora il governo Rajoy prevede recessione fino al 2014, con disoccupazione fissa al 24%.
E’ una logica implacabile che i mercati hanno già visto all’opera in Portogallo, Irlanda e Grecia: di tagli si uccide il paziente.
Da notare l’andamento anomalo della Francia. Dall’elezione di Franà§ois Hollande il suo spread con la Germania si è ridotto. Hollande «fa cose di sinistra», come l’addizionale sull’imposta patrimoniale e l’assunzione di insegnanti. Eppure viene premiato dai mercati. Perchè ha una strategia pro-crescita (fondi alla scuola) e persegue il rigore di bilancio a carico di chi può finanziarlo (i ricchi).
LA BEFFA (PER NOI) DEI TASSI NEGATIVI
Beata Germania: colloca i suoi buoni del Tesoro biennali con un tasso negativo (meno 0,07%).
Il tasso negativo sembra un controsenso: significa che l’investitore-risparmiatore è disposto a pagare il Tesoro tedesco pur di prestargli i suoi soldi.
Il fenomeno innaturale avviene nelle situazioni di grave incertezza: equivale al prezzo che paghiamo per affittare una cassetta di sicurezza, dove pensiamo che i gioielli di famiglia sono al sicuro.
L’effetto perverso è che i tassi negativi dei bond tedeschi trascinano al ribasso tutta la struttura dei rendimenti in Germania.
Il credito costa sempre meno per le imprese tedesche, mentre diventa più caro per quelle italiane. Si accentua così quella perdita di competitività del made in Italy, che è la vera causa strutturale capace di rendere insostenibile tutta l’unione monetaria.
SE È LA GERMANIA A FARE SECESSIONE
Questo lunedì nero dei mercati ha avuto un antefatto: le indiscrezioni del settimanale tedesco Der Spiegel su un ritiro degli aiuti del Fondo monetario internazionale alla Grecia.
A questo si sono aggiunti i segnali di irrigidimento della Germania: «Un’uscita della Grecia dall’eurozona non sarebbe un dramma, e io sono sempre più scettico sulle possibilità di Atene di riuscire a restarvi», ha detto il vicecancelliere tedesco Philipp Roesler.
“Grexit”, cioè lo scenario di uscita della Grecia, preoccupa non tanto in sè quanto per la creazione di un precedente: a chi tocca dopo?
Inoltre sembra segnalare che la Germania può considerare un euro a due velocità , con paesi espulsi in una fascia esterna.
Fino a non molto tempo fa, era fantapolitica.
Ora i mercati ci riflettono.
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
argomento: economia, emergenza | Commenta »