Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI BILL EMMOT, EX DIRETTORE DELL’ECONOMIST: GLI INVESTITORI E IL FATTORE RISCHIO
Noi qui nell’emisfero settentrionale stiamo per iniziare le nostre
vacanze estive in uno stato d’animo cupo, in parte perchè alla nostra malinconia si sono unite alcune delle economie emergenti del Sud del mondo.
Ma la parola più importante da tenere a mente, quella che sta davvero determinando gli atteggiamenti dei mercati finanziari e anche delle gestioni aziendali, non è tristezza.
È rischio.
Se si dovessero guardare solo le previsioni economiche appena riviste, pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale la scorsa settimana, si vedrebbe solo buio.
L’Fmi ha tagliato la sua stima di crescita economica globale nel 2012 al 3,5%, grazie al rallentamento della crescita in Cina, India e Brasile, ma anche grazie alla recessione dell’euro-zona.
Il Fmi quest’anno prevede un calo del Pil della zona euro dello 0,3%, che scende a un preoccupante 1,9% in Italia e 1,5% in Spagna.
Questi dati seguono la crescita mondiale del 5,3% nel 2010 e del 3,9% nel 2011, così è chiaro che la tendenza è tristemente al ribasso.
Gli Stati Uniti sembrano relativamente in salute con previsioni di crescita del 2% per quest’anno, due volte di più della Germania (e dieci volte di più dello stagnante 0,2% della Gran Bretagna).
Ma anche con questi numeri la crescita è troppo lenta per avere molto impatto sulla disoccupazione tanto più che la popolazione degli Stati Uniti e la sua forza lavoro sono in crescita.
Eppure questo genere di numeri mi riporta indietro nel tempo.
Durante il mio incarico come direttore di The Economist, ricordo la pubblicazione di una copertina, penso fosse nel settembre 2002, che descriveva l’economia mondiale come «in stasi», con questo volevo dire che era come una nave a vela che non si muoveva perchè c’era assenza di vento.
Ciò si basava sulle previsioni di crescita del Fmi per il 2002 — ancora più basse per il 2003. Allora cosa successe?
In realtà il mondo, tra il 2002 e il 2007, ha avuto i cinque anni di crescita economica più veloce degli ultimi 40 e passa anni.
Sarebbe bello pensare che possa accadere di nuovo, e che salti fuori che noi tutti siamo stati troppo pessimisti.
Non è impossibile: le economie emergenti sono probabilmente solo in un rallentamento temporaneo, causato dal loro sforzi per ridurre l’inflazione dei prezzi e gli Stati Uniti hanno una notevole capacità di reinventarsi, come ora stanno facendo con il boom del petrolio e del gas.
Ma siamo realisti: non è probabile.
E la ragione principale non risiede in Cina o negli Stati Uniti.
Si trova nel rischio, o piuttosto nei sentimenti che le aziende e gli investitori hanno ora circa il rischio. Anche se la guerra in Afghanistan era iniziata nel 2001 e nel 2003 stava per iniziare in Iraq, in realtà le imprese, in quei giorni non percepivano grossi rischi nella loro attività , nei loro mercati, nei loro investimenti. Mentre ora sì.
Ovviamente, gli investitori e i manager sono sempre preoccupati del rischio.
Questo è il loro lavoro. Ma la differenza, ora, è che percepiscono che la gamma dei rischi è molto più ampia, la gamma di possibili eventi drammatici è più vasta rispetto al 2002.
La rivolta araba, con la guerra civile in corso in Siria, è un esempio, soprattutto se si associa alla tensione sul programma nucleare iraniano: questo rende il prezzo dell’energia ancor più imprevedibile del solito.
Il risultato è che l’utile e ben accolta caduta dei prezzi del petrolio che si è verificata negli ultimi mesi si è parzialmente invertita.
Le preoccupazioni per l’economia cinese e la sua stabilità politica dopo lo scandalo e le accuse di omicidio contro Bo Xilai, ex sindaco della Chicago cinese, Chongqing, rientrano in una categoria simile.
E sono, a mio avviso, esagerate: la capacità del governo di sostenere la crescita attraverso la politica monetaria e fiscale rimane forte.
Ma in un momento di generale nervosismo sul rischio sembra che alcune aziende non investano perchè in allarme per il futuro della Cina.
Anche così, la più grande fonte di preoccupazione è molto più vicina a casa.
È l’Europa. Il problema non è semplicemente il fatto che i debiti governativi sono enormi, che la crescita è inesistente e che vi è un fondamentale disaccordo tra i Paesi debitori e quelli creditori su come dovrebbe essere gestito l’euro.
Certo, queste cose sono importanti.
Ma il vero problema è che la gamma dei possibili esiti sembra così ampia. Come può una società pianificare i propri investimenti tenendo conto della possibilità dell’uscita greca dall’euro?
Che percentuale di probabilità dovrebbe dare alla possibilità che altri Paesi possano lasciare l’euro, o che la moneta possa crollare del tutto?
Che cosa dovrebbero pensare le imprese delle prossime elezioni italiane, con Beppe Grillo e Silvio Berlusconi che, entrambi, riflettono ad alta voce sul fatto che l’Italia debba abbandonare l’euro?
La risposta intellettuale, o analitica, è che le probabilità dell’uscita greca sono alte ma la probabilità che lascino altri Paesi o quella di un collasso completo sono molto basse.
La possibilità che l’l’Italia lasci l’euro e vada in default è inesistente: ogni banca italiana crollerebbe immediatamente.
Ciò che si sente spesso dire in Paesi al di fuori dell’area dell’euro, in particolare in America, e cioè la scissione della valuta in due, con due diverse valute comuni, una per il Nord e l’altra per il Sud dell’Europa è, a mio avviso, praticamente inconcepibile.
Tuttavia, in questo momento la nostra difficoltà è che le risposte intellettuali e analitiche non sono sufficienti. I consigli d’amministrazione e le istituzioni finanziarie devono prendere decisioni.
Quello che stanno facendo sempre di più, in risposta a questa incertezza sull’euro, e sull’Italia, è di non investire affatto.
Si sono seduti sul loro denaro, o lo mettono, in condizioni di scarsa resa, in luoghi apparentemente sicuri, come i Bund tedeschi.
Questo processo sta diventando una profezia che si auto-avvera. La liquidità sta scivolando lontano dalle economie della zona euro e, per motivi diversi ma correlati, anche dall’economia britannica.
Gli investitori in Grecia non stanno facendo quello che farebbero normalmente dopo una crisi finanziaria, ovvero correre a caccia di buoni affari.
Pensano che in futuro i prezzi potrebbero scendere ulteriormente e che la Grecia avrà una nuova crisi.
Se c’è una cosa che i governi, soprattutto quelli europei, hanno bisogno di pensare durante le vacanze è come ridurre queste percezioni di rischio.
Come si possono convincere le aziende e gli investitori che la gamma degli esiti possibili non è così ampia come temono?
C’è disponibilità di cassa in abbondanza.
Solo, non viene spesa.
Bill Emmott
(da “La Stampa”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL MAGISTRATO ALLA COMMEMORAZIONE DI BORSELLINO: “STRINGE IL CUORE A VEDERE TALORA TRA LE PRIME FILE, NEI POSTI RISERVATI ALL’UNIVERSITA’, PERSONAGGI LA CUI CONDOTTA DI VITA SEMBRA LA NEGAZIONE DEI VALORI DI GIUSTIZIA E LEGALITA’ PER I QUALI TU TI SEI FATTO UCCIDERE”
L’intervento di Roberto Scarpinato, procuratore generale della Corte di Appello di Caltanissetta, letto alla commemorazione per i 20 anni dell’assassinio di Paolo Borsellino, con il quale ha lavorato fianco a fianco nel pool antimafia.
Caro Paolo,
oggi siamo qui a commemorarti in forma privata perchè più trascorrono gli anni e più diventa imbarazzante il 23 maggio ed il 19 luglio partecipare alle cerimonie ufficiali che ricordano le stragi di Capaci e di via D’Amelio.
Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità , anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite — per usare le tue parole — emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà .
E come se non bastasse, Paolo, intorno a costoro si accalca una corte di anime in livrea, di piccoli e grandi maggiordomi del potere, di questuanti pronti a piegare la schiena e a barattare l’anima in cambio di promozioni in carriera o dell’accesso al mondo dorato dei facili privilegi.
Se fosse possibile verrebbe da chiedere a tutti loro di farci la grazia di restarsene a casa il 19 luglio, di concederci un giorno di tregua dalla loro presenza. Ma, soprattutto, verrebbe da chiedere che almeno ci facessero la grazia di tacere, perchè pronunciate da loro, parole come Stato, legalità , giustizia, perdono senso, si riducono a retorica stantia, a gusci vuoti e rinsecchiti.
Voi che a null’altro credete se non alla religione del potere e del denaro, e voi che non siete capaci di innalzarvi mai al di sopra dei vostri piccoli interessi personali, il 19 luglio tacete, perchè questo giorno è dedicato al ricordo di un uomo che sacrificò la propria vita perchè parole come Stato, come Giustizia, come Legge acquistassero finalmente un significato e un valore nuovo in questo nostro povero e disgraziato paese.
Un paese nel quale per troppi secoli la legge è stata solo la voce del padrone, la voce di un potere forte con i deboli e debole con i forti. Un paese nel quale lo Stato non era considerato credibile e rispettabile perchè agli occhi dei cittadini si manifestava solo con i volti impresentabili di deputati, senatori, ministri, presidenti del consiglio, prefetti, e tanti altri che con la mafia avevano scelto di convivere o, peggio, grazie alla mafia avevano costruito carriere e fortune.
Sapevi bene Paolo che questo era il problema dei problemi e non ti stancavi di ripeterlo ai ragazzi nelle scuole e nei dibattiti, come quando il 26 gennaio 1989 agli studenti di Bassano del Grappa ripetesti: “Lo Stato non si presenta con la faccia pulita… Che cosa si è fatto per dare allo Stato… Una immagine credibile?… La vera soluzione sta nell’invocare, nel lavorare affinchè lo Stato diventi più credibile, perchè noi ci dobbiamo identificare di più in queste istituzioni”.
E a un ragazzo che ti chiedeva se ti sentivi protetto dallo Stato e se avessi fiducia nello Stato, rispondesti: “No, io non mi sento protetto dallo Stato perchè quando la lotta alla mafia viene delegata solo alla magistratura e alle forze dell’ordine, non si incide sulle cause di questo fenomeno criminale”. E proprio perchè eri consapevole che il vero problema era restituire credibilità allo Stato, hai dedicato tutta la vita a questa missione.
Nelle cerimonie pubbliche ti ricordano soprattutto come un grande magistrato, come l’artefice insieme a Giovanni Falcone del maxiprocesso che distrusse il mito della invincibilità della mafia e riabilitò la potenza dello Stato. Ma tu e Giovanni siete stati molto di più che dei magistrati esemplari. Siete stati soprattutto straordinari creatori di senso.
Avete compiuto la missione storica di restituire lo Stato alla gente, perchè grazie a voi e a uomini come voi per la prima volta nella storia di questo paese lo Stato si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti credibili nei quali era possibile identificarsi ed acquistava senso dire “ Lo Stato siamo noi”. Ci avete insegnato che per costruire insieme quel grande Noi che è lo Stato democratico di diritto, occorre che ciascuno ritrovi e coltivi la capacità di innamorarsi del destino degli altri. Nelle pubbliche cerimonie ti ricordano come esempio del senso del dovere.
Ti sottovalutano, Paolo, perchè la tua lezione umana è stata molto più grande. Ci hai insegnato che il senso del dovere è poca cosa se si riduce a distaccato adempimento burocratico dei propri compiti e a obbedienza gerarchica ai superiori. Ci hai detto chiaramente che se tu restavi al tuo posto dopo la strage di Capaci sapendo di essere condannato a morte, non era per un astratto e militaresco senso del dovere, ma per amore, per umanissimo amore.
Lo hai ripetuto la sera del 23 giugno 1992 mentre commemoravi Giovanni, Francesca, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Parlando di Giovanni dicesti: “Perchè non è fuggito, perchè ha accettato questa tremenda situazione, perchè mai si è turbato, perchè è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto di amore verso questa sua città , verso questa terra che lo ha generato”.
Questo dicesti la sera del 23 giugno 1992, Paolo, parlando di Giovanni, ma ora sappiamo che in quel momento stavi parlando anche di te stesso e ci stavi comunicando che anche la tua scelta di non fuggire, di accettare la tremenda situazione nella quale eri precipitato, era una scelta d’amore perchè ti sentivi chiamato a rispondere della speranza che tutti noi riponevamo in te dopo la morte di Giovanni.
Ti caricammo e ti caricasti di un peso troppo grande: quello di reggere da solo sulle tue spalle la credibilità di uno Stato che dopo la strage di Capaci sembrava cadere in pezzi, di uno Stato in ginocchio ed incapace di reagire.
Sentisti che quella era divenuta la tua ultima missione e te lo sentisti ripetere il 4 luglio 1992, quando pochi giorni prima di morire, i tuoi sostituti della Procura di Marsala ti scrissero: “La morte di Giovanni e di Francesca è stata per tutti noi un po’ come la morte dello Stato in questa Sicilia. Le polemiche, i dissidi, le contraddizioni che c’erano prima di questo tragico evento e che, immancabilmente, si sono ripetute anche dopo, ci fanno pensare troppo spesso che non ce la faremo, che lo Stato in Sicilia è contro lo Stato e che non puoi fidarti di nessuno. Qui il tuo compito personale, ma sai bene che non abbiamo molti altri interlocutori: sii la nostra fiducia nello Stato”.
Missione doppiamente compiuta, Paolo. Se riuscito con la tua vita a restituire nuova vita a parole come Stato e Giustizia, prima morte perchè private di senso. E sei riuscito con la tua morte a farci capire che una vita senza la forza dell’amore è una vita senza senso; che in una società del disamore nella quale dove ciò che conta è solo la forza del denaro ed il potere fine a se stesso, non ha senso parlare di Stato e di Giustizia e di legalità .
E dunque per tanti di noi è stato un privilegio conoscerti personalmente e apprendere da te questa straordinaria lezione che ancora oggi nutre la nostra vita e ci ha dato la forza necessaria per ricominciare quando dopo la strage di via D’Amelio sembrava — come disse Antonino Caponnetto tra le lacrime — che tutto fosse ormai finito.
Ed invece Paolo, non era affatto finita e non è finita. Come quando nel corso di una furiosa battaglia viene colpito a morte chi porta in alto il vessillo della patria, così noi per essere degni di indossare la tua stessa toga, abbiamo raccolto il vessillo che tu avevi sino ad allora portato in alto, perchè non finisse nella polvere e sotto le macerie.
Sotto le macerie dove invece erano disposti a seppellirlo quanti mentre il tuo sangue non si era ancora asciugato, trattavano segretamente la resa dello Stato al potere mafioso alle nostre spalle e a nostra insaputa.
Abbiamo portato avanti la vostra costruzione di senso e la vostra forza è divenuta la nostra forza sorretta dal sostegno di migliaia di cittadini che in quei giorni tremendi riempirono le piazze, le vie, circondarono il palazzo di giustizia facendoci sentire che non eravamo soli.
E così Paolo, ci siamo spinti laddove voi eravate stati fermati e dove sareste certamente arrivati se non avessero prima smobilitato il pool antimafia, poi costretto Giovanni ad andar via da Palermo ed infine non vi avessero lasciato morire.
Abbiamo portato sul banco degli imputati e abbiamo processato gli intoccabili: presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari nazionali e regionali, presidenti della Regione siciliana, vertici dei Servizi segreti e della Polizia, alti magistrati, avvocati di grido dalle parcelle d’oro, personaggi di vertice dell’economia e della finanza e molti altri.
Uno stuolo di sepolcri imbiancati, un popolo di colletti bianchi che hanno frequentato le nostre stesse scuole, che affollano i migliori salotti, che nelle chiese si battono il petto dopo avere partecipato a summit mafiosi. Un esercito di piccoli e grandi Don Rodrigo senza la cui protezione i Riina, i Provenzano sarebbero stati nessuno e mai avrebbero osato sfidare lo Stato, uccidere i suoi rappresentanti e questo paese si sarebbe liberato dalla mafia da tanto tempo.
Ma, caro Paolo, tutto questo nelle pubbliche cerimonie viene rimosso come se si trattasse di uno spinoso affare di famiglia di cui è sconveniente parlare in pubblico. Così ai ragazzi che non erano ancora nati nel 1992 quando voi morivate, viene raccontata la favola che la mafia è solo quella delle estorsioni e del traffico di stupefacenti.
Si racconta che la mafia è costituita solo da una piccola minoranza di criminali, da personaggi come Riina e Provenzano. Si racconta che personaggi simili, ex villici che non sanno neppure esprimersi in un italiano corretto, da soli hanno tenuto sotto scacco per un secolo e mezzo la nostra terra e che essi da soli osarono sfidare lo Stato nel 1992 e nel 1993 ideando e attuando la strategia stragista di quegli anni. Ora sappiamo che questa non è tutta la verità .
E sappiamo che fosti proprio tu il primo a capire che dietro i carnefici delle stragi, dietro i tuoi assassini si celavano forze oscure e potenti. E per questo motivo ti sentisti tradito, e per questo motivo ti si gelò il cuore e ti sembrò che lo Stato, quello Stato che nel 1985 ti aveva salvato dalla morte portandoti nel carcere dell’Asinara, questa volta non era in grado di proteggerti, o, peggio, forse non voleva proteggerti.
Per questo dicesti a tua moglie Agnese: “Mi ucciderà la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere, la mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno”. Quelle forze hanno continuato ad agire Paolo anche dopo la tua morte per cancellare le tracce della loro presenza. E per tenerci nascosta la verità , è stato fatto di tutto e di più.
Pochi minuti dopo l’esplosione in Via D’Amelio mentre tutti erano colti dal panico e il fumo oscurava la vista, hanno fatto sparire la tua agenda rossa perchè sapevano che leggendo quelle pagine avremmo capito quel che tu avevi capito.
Hanno fatto sparire tutti i documenti che si trovavano nel covo di Salvatore Riina dopo la sua cattura. Hanno preferito che finissero nella mani dei mafiosi piuttosto che in quelle dei magistrati. Hanno ingannato i magistrati che indagavano sulla strage con falsi collaboratori ai quali hanno fatto dire menzogne. Ma nonostante siano ancora forti e potenti, cominciano ad avere paura.
Le loro notti si fanno sempre più insonni e angosciose, perchè hanno capito che non ci fermeremo, perchè sanno che è solo questione di tempo. Sanno che riusciremo a scoprire la verità . Sanno che uno di questi giorni alla porta delle loro lussuosi palazzi busserà lo Stato, il vero Stato quello al quale tu e Giovanni avete dedicato le vostre vite e la vostra morte.
E sanno che quel giorno saranno nudi dinanzi alla verità e alla giustizia che si erano illusi di calpestare e saranno chiamati a rendere conto della loro crudeltà e della loro viltà dinanzi alla Nazione.
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL PREMIER A MOSCA CITA DE GASPERI E SFERZA I PARTITI
«Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime
generazioni»: il premier Mario Monti, citando una famosa frase di Alcide De Gasperi, ha risposto così in una intervista all’agenzia Itar-Tass diffusa dalla tv Russia 24, quando gli è stato chiesto se la politica prevale sull’economia. «Politica ed economia devono procedere insieme», ha osservato Monti, invitando a non guardare nessuna delle due con un’ottica a breve termine.
«È una sindrome non positiva» ha aggiunto.
LA COLLABORAZIONE
Per il professore, tra Ue e Russia, soprattutto in questi tempi di crisi, ci deve essere «collaborazione e non competizione.
Continuiamo a coltivare la visione di un grande spazio di libera circolazione delle idee, delle persone (da anni lavoriamo per la liberalizzazione del regime dei visti), dei capitali e delle merci fra l’Unione Europea e la Russia».
Un’idea che chiaramente condivide anche il Cremlino: «lo stesso Presidente Putin nel suo recente intervento alla Conferenza degli Ambasciatori della Federazione Russa ha rilanciato l’idea di uno spazio economico comune dall’Atlantico al Pacifico», ha detto Monti in un’intervista ad alcuni media russi.
Oltre a porre come obiettivo «una più intensa cooperazione politica nella gestione delle situazioni di crisi, e della ricerca delle soluzioni più efficaci per garantire la stabilità internazionale e sul Continente. Abbiamo quindi di fronte a noi grandi opportunità di lavorare insieme», ha concluso il capo di governo italiano.
LA VISITA
Il premier è atterrato a Mosca, all’aeroporto di Vnukovo per la sua prima visita in Russia come capo del governo italiano.
Ad attenderlo l’ambasciatore italiano Antonio Zanardi Landi. Previsto l’incontro con il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, nel monastero Danilovski, poi cena in ambasciata con il gotha degli imprenditori italiani operanti in Russia.
Lunedì mattina Monti è programmato il faccia a faccia con il collega Medvedev a Mosca e nel pomeriggio il presidente Putin a Soci
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LE DICHIARAZIONI DI ALEMANNO, IL QUOTIDIANO DI BELPIETRO AVEVA PARLATO DI RINUNCIA DEL CAVALIERE A CORRERE DA PREMIER… MA ARRIVA SUBITO LA SMENTITA: “SARO’ IO IL CANDIDATO”
Non avrà la portata di un dubbio amletico, ma il ritorno in campo di Silvio Berlusconi resta uno dei tormentoni politici dell’estate.
Palazzo Grazioli ha diffuso un comunicato stampa in cui smentisce il ritiro della sua candidatura.
Una mossa formale, in risposta a quanto scritto (“Non si candida più”) dal quotidiano diretto da Maurizio Belpietro: ”Il titolo e il contenuto di un articolo sul presidente Berlusconi apparsi stamani su Libero non corrispondono al vero”.
In realtà gli articoli dedicati al tema riprendono le dichiarazioni fatte ieri dal sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Ricevuto qualche giorno fa dal Cavaliere, aveva manifestato forti dubbi sul suo ritorno in campo da protagonista; intervistato alla trasmissione televisiva ‘Omnibus’ (La7) aveva detto: ”Tranquillizzo i mercati e la sinistra: non ci sarà il sesto tentativo di Berlusconi“.
Proprio l’andamento dello spread è un punto cruciale per l’ex premier (sulla sua pagina facebook capeggia il cartello ‘Lo spread non si ferma! Ma non era colpa di Berlusconi?) dimessosi sotto le pressioni del continuo innalzamento del differenziale Btp-Bund.
Un valore che non si è abbassato in modo significativo, come auspicava lo stesso Monti.
Per questo solo pochi giorni fa, fonti parlamentari riferivano che Berlusconi fosse tentato di staccare la spina al governo tecnico.
Secondo il vice presidente di Fli, Italo Bocchino, saranno i mercati a bloccare la ricandidatura del Cavaliere: ”Non Alemanno, nè Frattini, e neppure il processo Ruby. Sarà il libero mercato tanto caro al Berlusconi del ’94, saranno gli investitori internazionali a rendere impossibile il ritorno sulla scena del capo del Pdl. Berlusconi — aggiunge — spaventa i mercati, che con lui in campo si fiderebbero ancor meno dell’Italia: Il Cavaliere lo sa, comprende bene che una campagna elettorale sarebbe per lui (e per l’Italia) devastante e quindi alla fine non si candiderà ”.
All’interno del Pdl è forte la corrente degli ex An contrari al sesto governo Berlusconi.
A differenza di Angelino Alfano, che considera le primarie “inutili”, ci sono poi una trentina di parlamentari del Pdl che presenteranno a Roma un documento in cui si chiede di mantenere questo impegno.
Secondo l’ex ministro Gianfranco Rotondi: ”Berlusconi è il presidente votato dagli italiani e ha il diritto di chiedere il giudizio dei cittadini. La sua candidatura è stata posta dall’on. Alfano che è il leader del Pdl”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LE PREVISIONI DI INCASSO SI SONO RIVELATE ESATTE SOLO PER IL SALDO TOTALE A FAVORE DELLO STATO, NON NELLE CIFRE DESTINATE ALLE SINGOLE CITTA’… L’ANCI DENUNCIA: “ALCUNE CITTA’ RISCHIANO IL DEFAULT”
Dopo gli esodati esplode la grana dell’Imu-pazza. 
Il ministero del Tesoro ha pubblicato i dati definitivi sui versamenti del primo acconto sull’aliquota base, stavolta non aggregati per provincia, ma distinti per singolo comune.
E per molti sindaci non è proprio una bella notizia e neppure per i cittadini che rischiano di pagare un salasso a dicembre con il saldo dell’imposta immobiliare.
Tutto perchè le previsioni di incasso fornite dal Tesoro a marzo si sono rivelate oggi in gran parte sballate.
Il saldo generale doveva essere di 9,7 miliardi ed è stato di 9,6, 100 milioni in meno.
Uno scarto non grandissimo frutto però della compensazione negli errori commessi: le città che incassano più del previsto compensano le minori entrate delle altre.
Il rischio di errori era stato segnalato per tempo dall’Anci che a marzo aveva invitato il governo a usare come dato le cifre contabili inserite a consuntivo dalle singole amministrazioni.
Il Ministero è andato dritto per la sua strada facendo proiezioni e analisi su dati nazionali.
Il risultato è una collezione di errori, una raccolta a macchia di leopardo che in alcuni casi ci prende (pochi), in altri va sotto (tanti) e qualche volta sopra gli importi stimati.
Insomma, un pasticcio che rischia di costare caro ai contribuenti che a dicembre saranno chiamati a versare il saldo per rimettere a posto le cose e che getta nel panico gli amministratori.
L’effetto immediato dell’Imu-impazzita è infatti l’impossibilità per molte amministrazioni di rispettare le previsioni inserite nel bilancio 2012.
Alcune città , denuncia l’Anci, rischiano il “default“.
LA MAPPA DEGLI ERRORI
La ripartizione per comuni fa capire dove la seconda rata potrebbe fare più male.
A Firenze, ad esempio, l’acconto è stato di 57 milioni di euro contro i 68 preventivati dal Tesoro.
La discrepanza era stata già messa in luce nelle audizioni di bilancio a Palazzo Vecchio che avevano indicato uno scarto di 11 milioni di euro.
E ora viene puntualmente viene confermata.
La ricca Bergamo ha registrato un ammanco che si aggira intorno ai 35 milioni. Gli uffici tecnici comunali avevano calcolato (e poi messo a bilancio) 30 milioni, il ministero 5 di più. Alla fine l’incasso reale è stato ancora minore: 25,3 milioni da ripartire tra comune (15) e Stato (10,3).
Così nel Bresciano sono saltati tutti i parametri.
Desenzano, ad esempio, per il Mef avrebbe dovuto incassare con la prima rata 7 milioni mente il dato pubblicato oggi dallo stesso ministero si ferma a 5,3.
Per alcune amministrazioni l’errato calcolo apre la breccia a un buco di bilancio come Palazzolo, che doveva incassare 6 milioni ma si è fermata a 2 con la prima rata, il 33% del tributo.
Gli uffici comunali avevano lanciato l’allarme settimana scorsa il consiglio comunale ha dovuto varare una variazione di bilancio per sanare quello che per il sindaco Giuseppe Zanni è “un buco di bilancio da 2 milioni di euro”.
A Mantova la previsione era di 20 milioni tra parte comunale e statale. L’incasso è stato di 13,2 (7,5 locale e 5,6 per lo Stato).
Fano, terza città delle Marche ha incassato 1,5 milioni in meno.
A Salerno la stima del Tesoro era di 12 milioni ma il gettito reale è stato di 10.
A Reggio Emilia il governo contava di incassare 55 milioni ma l’operazione Imu-prima-rata ne porta 10 in meno.
Le cifre ballano anche per le ammnistrazioni di Bologna, Napoli, Torino. Poi ci sono quelle in cui l’errore del governo è stato per difetto: Milano, ad esempio, ha incassato 410 milioni, cioè il 10% in più rispetto alle stime.
COMUNI NEL PANICO
A fronte di incassi eccedenti o inferiori le attese dovranno scattare le perequazioni, un sistema dalla logica farragginosa che finisce per premiare chi ha pagato di meno: chi avrà versato di più infatti dovrà restituire allo Stato la quota parte eccedente, chi invece sarà sotto le previsioni non dovrà farlo e sarà sostenuto dal “fondo sperimentale di riequilibrio”.
Ma a questo punto le certezze sono poche e forte è il rischio che i Comuni debbano tagliare ancora servizi o rifarsi sui contribuenti aumentando la fiscalità locale.
Ecco perchè i sindaci martedì mattina protesteranno davanti al Senato per chiedere al governo un tavolo per rimettere in ordine le cose.
“Tra Imu e spending review — accusa il presidente dell’Anci Graziano Delrio — il governo ha giocato una partita durissima sulla pelle dei comuni e i parlamentari si sono lasciati andare a entusiasmi troppo facili. Gli incassi dell’Imu sono a macchia di leopardo e i tagli sono stati invece lineari per tutti, sulla base di previsioni che si sono rivelate sbagliate. Saremo costretti a intaccare servizi essenziali o a aumentare la pressione fiscale”.
I sindaci insomma non la prendono bene, anche perchè hanno fatto la parte degli esattori per conto dello Stato e indietro hanno ottenuto ben poco.
“L’Imu sulla prima casa — spiega Delrio — non l’abbiamo neanche vista perchè è andata dritto alle casse dello Stato. Per contro tutti i comuni hanno subito l’aggravento degli obiettivi del Patto di stabilità interno e l’effetto delle manovre finanziarie degli ultimi governi su risorse e trasferimenti. Dal 2007 al 2013 hanno fatto mancare 22 miliardi e oggi è altissimo il rischio che i comuni debbanno correre ai ripari con nuove imposte”, dice Delrio che richiama il governo a una responsabilità precisa.
“Metta in moto subito le compensazioni per quei comuni ai quali ha tolto risorse sbagliando i conti. Se le amministrazioni randranno in default ci saranno conseguenze pesanti per tutta l’economia e il governo dovrà assumersi la reponsabilità di aver messo in ginocchio il sistema delle autonomie locali. Forse bisogna ricordare ai tecnici che è nelle città che si produce il Pil italiano, non nei ministeri”.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA PROPOSTA DEL PRESIDENTE DELL’ANTIMAFIA REGIONALE E’ STATA RESPINTA A SCRUTINIO SEGRETO
Era un timido ma importante segnale, poteva marcare un’inversione di tendenza in una Sicilia sull’orlo del default, prigioniera dei tatticismi di Raffaele Lombardo duramente contrastati dal tandem Lo Bello (Confindustria) — Monti: ma quell’emendamento di Lillo Speziale, presidente dell’Antimafia regionale, che lasciava fuori dalle stanze del sottogoverno regionale mafiosi, corruttori e pregiudicati di vario tipo non è piaciuto a 39 deputati siciliani che lo hanno bocciato a scrutinio segreto (contro 32 voti a favore) senza metterci la faccia e accorciando ancora di più le distanze dell’isola dalle sponde africane.
La Sicilia dell’eterno paradosso commemora così nel modo peggiore il ventennale delle stragi lasciando che i condannati per mafia o corruzione, o semplicemente rinviati a giudizio, continuino a essere nominati al vertice, tra i consulenti o negli organigramma di Regione, comuni, province e aziende sanitarie e ospedaliere, in enti sottoposti a tutela o controllo da parte della Regione, in società controllate o partecipate.
Nomine (tutte) bloccate dal momento del via alla campagna elettorale, visto che la legge per contrastare la bulimia da incarichi di Lombardo è passata, ma senza lo sbarramento antimafia: nelle scelte di amministratori, consulenti, esperti e via “nominando”, la fedina penale continuerà a non contare nulla.
E pregiudicati, condannati e rinviati a giudizio continueranno a offrire i loro servizi alla pubblica amministrazione siciliana in cambio di robuste remunerazioni.
Per Lillo Speziale “era un’occasione per fare del bene alla Sicilia ed è stata buttata al vento: una brutta pagina per il parlamento regionale”.
Concorda Pino Apprendi (Pd): “Sarebbe stato un atto di stima al lavoro che quotidianamente fa la magistratura per smantellare le relazioni fra mafia e politica. Mi riferisco soprattutto a chi non ha manifestato il proprio pensiero nascondendosi dietro il voto segreto e questo, un giorno dopo l’anniversario del ventennale delle stragi non ci fa onore”.
Si stava per votare, infatti, in modo palese l’emendamento che aveva messo per un istante d’accordo le due anime del Pd (tra i firmatari anche il segretario Lupo, contro ogni accordo con Lombardo, e Antonello Cracolici, ancora fan convinto del governatore) quando otto deputati di vari schieramenti hanno chiesto (e ottenuto) il voto segreto.
Tra loro il vice presidente dell’Antimafia Rudy Maira (Pid), indagato a Caltanissetta in un’inchiesta su appalti pilotati, che ha sostenuto addirittura l’incostituzionalità della norma, “che ha il solo scopo — ha detto Maira — di guadagnarsi qualche pagina di giornale. E magari fare additare chi non è d’accordo come componente di una ‘casta’, specie in questo periodo di grande diffidenza per la politica”.
Il vice di Speziale ha promesso che si impegnerà a presentare una legge-voto per far disciplinare la materia dal Parlamento nazionale, che, a suo giudizio, è titolare di tale materia. Oltre Maira, tra i sostenitori convinti del voto segreto c’è Riccardo Minardo (Mpa), arrestato e poi scarcerato per associazione per delinquere , truffa aggravata e malversazione ai danni dello Stato.
E poi Salvino Caputo e Fabio Mancuso (Pdl), il primo condannato in appello ad un anno e cinque mesi di carcere per tentato abuso di ufficio, il secondo arrestato su ordine del gip di Roma per associazione per delinquere, finanziamento illecito ai partiti e bancarotta fraudolenta.
E inoltre Giovanni Greco (Mps), sponsorizzato dall’ex pm antimafia (oggi assessore alla Sanità ) Massimo Russo, abituato a chiudere i suoi interventi con un colorito: “Non v’è piaciuto il mio discorso? E io mi ‘nni futtu (me ne frego, ndr)”.
E infine Innocenzo Leontini (Pdl), pronto a replicare alle parole dure del procuratore aggiunto Antonio Ingroia, pronunciate qualche mese fa a Marsala: “Il Parlamento siciliano — disse il pm — è lo specchio fedele di una società e di una classe dirigente profondamente inquinata, soprattutto ai piani alti, dalle collusioni con il sistema mafioso. Purtroppo non è una novità , nè una sorpresa”.
In quell’occasione Leontini replico’: “O si è trattata di un’affermazione che è andata al di là delle intenzioni, o dobbiamo forse anche investire la Commissione antimafia per fare luce su quanto detto da Ingroia”.
Si attende ancora la convocazione.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DOPPIA BOCCIATURA PER I GOVERNI BERLUSCONI E MONTI: DICHIARATA INCOSTITUZIONALE LA NORMA CHE OBBLIGAVA I COMUNI A PRIVATIZZARE I SERVIZI PUBBLICI LOCALI… “VIOLA IL REFERENDUM DEL 12 GIUGNO DEL 2011”
E’ una doppia bocciatura per i governi Berlusconi e Monti quella sancita poche ore
fa dalla Consulta, che ha dichiarato incostituzionale la norma che obbligava i comuni a privatizzare i servizi pubblici locali.
Si tratta dell’articolo quattro del pacchetto anticrisi varato da Giulio Tremonti il 13 agosto dello scorso anno, ripreso — e in buona parte rafforzato — dal decreto liberalizzazioni del governo di Mario Monti.
Una norma — hanno deciso i giudici costituzionali — che viola apertamente il referendum del 12 e 13 giugno del 2011, quando ventisette milioni di italiani votarono contro la legge Ronchi Fitto, che imponeva la cessione delle quote delle municipalizzate ai mercati.
Nell’agosto dello scorso anno, quando lo spread iniziava la sua vertiginosa salita, il governo Berlusconi decise di intervenire con un pacchetto di emergenza, dove venne infilata una norma che, nel titolo, annunciava un adeguamento della legislazione sui servizi pubblici locali al voto referendario. In realtà l’articolo centrale di quell’intervento riprendeva, in un vero e proprio copia e incolla, buona parte della legge appena abrogata dal primo dei quattro quesiti votati due mesi prima.
Pur escludendo l’acqua, Tremonti — artefice di quell’intervento — riproponeva la privatizzazione forzata di servizi essenziali, quali i rifiuti e il trasporto pubblico locale.
Il decreto firmato il 13 agosto diventava poi legge ad ottobre, pochi giorni prima della caduta del governo Berlusconi.
In quegli stessi giorni molti giornali pubblicavano una lettera della commissione europea che indicava al governo italiano la road map ideale per affrontare la crisi.
Tra i punti spiccava la revisione del risultato del referendum, con l’avvio di una nuova stagione di privatizzazioni.
Il governo guidato da Mario Monti ha di fatto mantenuto l’intervento voluto dal governo precedente, inserendo le norme dell’articolo 4 all’interno del pacchetto liberalizzazioni, poi approvato dal parlamento, con il voto congiunto di Pdl e Pd.
Il ricorso davanti alla corte costituzionale — elaborato, tra gli altri, dai referendari Ugo Mattei e Alberto Lucarelli — era stato presentato lo scorso ottobre dalla regione Puglia.
La decisione della Consulta restituisce ora il potere di decidere come gestire i servizi pubblici locali ai comuni, che non saranno più obbligati a cedere tutto ai privati.
La possibilità di privatizzare rimane, ma la decisione, a questo punto, sarà esclusivamente politica.
Andrea Palladino
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IVA E IRPEF SONO LE TASSE PIU’ EVASE… L’IRPEF DA SOLA VALE IL 41,4% DEL TOTALE DI EVASIONE, L’IVA IL 37,7%
Tiriamo un sospiro di sollievo. Se è vero che in Italia la pressione fiscale reale quest’anno arriva al 55%, e non al 45,1% come dicono le stime ufficiali, è da oggi che ogni italiano in regola col Fisco può iniziare a lavorare per se stesso.
Fino a ieri ha infatti abbiamo lavorato solamente per pagare le tasse, oggi possiamo invece celebrare il «tax freedom day» come dicono in America, il giorno di liberazione dalle tasse.
Tasse, maledette tasse.
«Troppe tasse» dicono tutti. Ma da quanto i governi di turno non riescono a tagliare in maniera significativa le tasse?
Una sforbiciata all’Irap qualche tempo fa, l’Ici congelata da Berlusconi (e poi reintrodotta da Monti con gli interessi) e poco altro.
Anzi, complice la crisi sono mesi ormai che le tasse aumentano senza sosta.
Colpa dell’Iva innanzitutto, salita al 21% per effetto del Salva -Italia, delle accise che si portano via i due terzi del prezzo dei carburanti, della tassa sui turisti e di quella sugli sbarchi nelle isole.
Non parliamo poi dell’Imu tornata in maniera prepotente a prosciugare i conti correnti degli italiani, al punto da farla diventare nel 2012 certamente la tassa più odiata. Difficile sostenere il contrario sapendo che solo la prima rata, scaduta un mese fa, ha portato milioni di italiani a versare quasi 10 miliardi di euro nelle casse di comuni e Stato.
Le tasse più odiate
Prima di questo exploit, però, la tassa più odiata era un’altra.
Era il canone Rai. E per questa ragione quella che subiva il più alto tasso di evasione: la stima è di almeno 5-700 milioni di euro che sfuggono a viale Mazzini ed ai suoi esattori.
Per rimediare da anni in Rai chiedono di poter riscuotere il canone con la bolletta della luce, manovra non poco complessa tant’è che finora non si è mai riusciti a portarla a termine.
Quindi, a seguire, le imposte sui consumi (le bollette di luce, acqua e gas, i telefoni) e le tasse scolastiche; e ancora, il bollo auto e la tassa sui rifiuti. In attesa che venga incorporata nell’Imu, probabilmente nei mesi o negli anni a venire, per il momento le statistiche ci dicono che un italiano su dieci paga la tassa sulla «monnezza» comunque in ritardo.
Iva e Irpef, come insegnano anche i blitz agostani della Finanza a Cortina, Portofino e Costa Smeralda, sono le tasse più evase da negozianti e imprese.
L’Irpef da sola vale il 41,4% del totale dell’evasione fiscale, l’Iva il 37,7%.
Il totale delle tasse che non entrano nelle casse dello stato ammonta a circa 150 miliardi di euro l’anno.
Stupidario fiscale
Tasse odiose, tasse assurde.
È vero la tassa sui balconi, che costringeva i proprietari di case a pagare da 3 a 20 mila lire ogni metro quadro che «insisteva su spazi e aree pubbliche di qualsiasi natura» è stata abolita nel 1995 assieme a quelle sui tubi e i dadi da brodo e ad altre 120 gabelle, ma nello stupidario statale altre assurdità non mancano.
Dalla tassa sulle banane, «bene di lusso», introdotta nel 1965 ed abolita nel 1991, a quella sullo zucchero del 1924 cassata su pressione della Ue solo nel 1992 assieme a quella sul caffè che risaliva addirittura al 1917.
E ancora: abbiamo tassato la cicoria, l’olio di semi e la margarina, i carretti e i velocipedi.
E poi visto che si tassa l’ombra dei balconi, per par condicio, venivano tassati pure i gradini di casa che insistono sulla via pubblica. Due, tre non importa, anche questa era considerata occupazione del suolo pubblico sottoposta a Tosap.
Consoliamoci perchè all’estero non va meglio: il Belgio ha tassato i rasoi usa e getta, la Danimarca i pneumatici e l’Olanda perfino il letame, ohibò.
Grassi e disgrazie
La nuova frontiera in campo fiscale ha il sapore del ritorno all’antico: se nel 1946 il governo dell’epoca pensò di tassare il cacao per dissuadere gli italiani dal mangiare troppa cioccolata, adesso si prende di mira il junk-food, il cibo spazzatura ricco di grassi e zuccheri malsani.
In Italia se ne parla da tempo senza concludere nulla, la Francia invece ha colpito le bevande zuccherate a cominciare da Fanta e Coca Cola.
Di recente è poi spuntata la «tassa sulle disgrazie».
Come denominare diversamente l’aumento delle accise (5 centesimi) sui carburanti destinati a finanziare gli interventi della Protezione civile in caso di terremoti, alluvione e sciagure varie?
Sembra che il legislatore si impegni a trovare sempre il modo più efficace per far odiare a tutti i costi qualsiasi tassa o imposta che sia, a prescindere dal fatto che serva o meno a nobili motivi.
Del resto gli italiani, quando si tratta di mettere mano al portafoglio, hanno buona memoria e si ricordano bene che sul prezzo della benzina pesano ancora il disastro del Vajont, l’alluvione di Firenze, i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, e poi eventi che vanno dalla guerra in Abissinia del ’35 alle missioni in Bosnia e Libano. Tutte accise provvisorie poi assorbite dalla fiscalità .
Pronti a nuove tasse? L’«eurotassa» del ’96 (governo Prodi) ci consentì di entrare in Europa, ora il rischio è di doverne pagare una nuova per non uscirne.
Aleggia nell’aria una patrimoniale. Speriamo di no, nell’attesa al lavoro!
Almeno per quest’anno il Fisco è sazio.
Paolo Baroni
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PREMIATO DA LEGAMBIENTE IL COMUNE DI PONTE ALLE ALPI (BELLUNO) COME VINCITORE DEL CONCORSO “COMUNI RICICLONI”…. NEL NORD EST I MIGLIORI SISTEMI DI GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI… AL SUD SALERNO SI CONFERMA FIORE ALL’OCCHIELLO
C’è un’Italia che la spazzatura sa raccoglierla e bene. 
Un comune su sette infatti può vantarsi di aver organizzato una raccolta differenziata così capillare ed efficiente da coprire il 65% dei rifiuti prodotti dai sui cittadini.
Secondo il dossier di Legambiente sono ben 1.123 comuni vincono l’appellativo di ricicloni 2012 per aver superato il 65% di raccolta differenziata, mentre sono 833 quelli che si confermano “zoccolo duro” del concorso, comparendo da tre anni consecutivi nelle graduatorie.
Il tetto del 65% è richiesta per legge solo dal 2012 (era del 60% lo scorso anno).
Altri 365 comuni hanno comunque superato il 60% di raccolta differenziata richiesto dalla normativa per il 2011.
Dai dati raccolti si riscontra, inoltre, rispetto all’anno precedente un calo della produzione dei rifiuti del 4,4%.
«Segno evidente di crisi — commenta Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente — di “decrescita infelice”.
Ma anche frutto delle iniziative volte al contenimento della produzione dei rifiuti intraprese da progettisti, produttori, comuni virtuosi, cittadini attenti al valore d’uso delle cose che si comprano e si gettano.
Insomma dalla crisi usciremo diversi da come siamo entrati. Sono passati circa 30 anni da quando si sono varate in Italia le fondamenta giuridiche e industriali del settore rifiuti e già tutto cambia.
Allora si regolamentavano discariche e inceneritori.
Oggi nella “green economy” del riciclaggio operano migliaia di aziende nuove o rinnovate, decine di migliaia di occupati, servizi, imprese sociali e attività di ricerca: in tutto 5mila imprese e 150mila occupati, secondo in Europa solo alla Germania.
Non si parla più solo di settore rifiuti, ma di una parte importante del settore manifatturiero e dei servizi in generale, per l’attivazione del quale il ruolo dei consorzi è stato fondamentale».
Il dossier Comuni Ricicloni 2012 restituisce un’Italia a due velocità .
«La pattuglietta di pionieri dei primi anni della ricerca ora è diventata un pattuglione che tira la volata — osserva Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente — ma un migliaio di comuni è fermo all’anno zero. L’aspetto significativo è che il gruppo intermedio, in fase di transizione verso l’efficienza, in tempi brevi riesce a raggiungere il vertice. Un esempio sono i quartieri di Torino dove è partito il porta a porta e che già sono oltre il 60%, le recenti sperimentazioni di Napoli, il riavvio a Milano dell’organico».
Tra le grandi città , la migliore è Salerno, con il 68% di raccolta differenziata.
Torino – che non entra nella graduatoria dei comuni ricicloni – supera in media il 40% di raccolta grazie al solo risultato della raccolta porta a porta in alcuni quartieri, mentre nel resto della città la percentuale è ferma sotto il 30% circa.
Ferma al 34% anche Milano. Sempre al palo Roma che dopo l’esaurimento della discarica di Malagrotta è scandalosamente in “emergenza pattume”.
( da “Redattore Sociale“)
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