Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
PER ALCUNI MAGISTRATI LE INCHIESTE DELLA PROCURA DI PALERMO RISCHIANO DI DELIGITTIMARE I POLITICI PROCESSATI PER CONCORSO ESTERNO… MA COSI’ LA CASTA ASSOLVE SE STESSA
Il nostro Paese è teatro di una guerra vera e propria. Non contro la crisi economica. O contro la disoccupazione. O contro l’evasione fiscale. O contro la corruzione.
La vera guerra che si combatte è contro la Procura di Palermo.
Una guerra totale, condotta con tattiche diverse, ma tutte ispirate all’obiettivo di restringerne gli spazi operativi e di circoscrivere il rischio che si scoprano verità sgradevoli.
Bersaglio “privilegiato” di questa guerra è Antonio Ingroia.
Già pupillo di Paolo Borsellino; da sempre costretto a vivere con i militari, i cani lupo e i sacchetti di sabbia intorno a casa sua, a causa di processi delicatissimi in cui è stato o è Pm (Contrada; Dell’Utri; “trattative ” tra Stato e mafia) Ingroia è finito proprio nel punto d’incrocio della raffica di assalti scatenata contro la Procura di Palermo e contro l’antimafia.
Un luogo di intersezione che lo ha esposto moltissimo ad attacchi anche furibondi. Come l’assurda richiesta (in relazione al cosiddetto caso Ciancimino) di tirar fuori per lui l’art. 289 del codice penale — attentato a organi costituzionali — che punisce con 10 anni di galera chi cospira contro lo Stato.
O come nel raggelante episodio di inciviltà che ha riguardato la sua persona in Senato, quando — mentre si citava il gravissimo fatto di un attentato distruttivo ordito contro di lui — una parte dell’aula ha fatto un coretto di irrisione alla pronunzia del suo nome. Episodi squallidi di una guerra che denunzia l’insofferenza per il controllo di legalità realizzato con metodo e rigore.
Con sullo sfondo l’ambizione mai accantonata di una riforma della giustizia che consegni alla maggioranza politica contingente (poco importa di che colore) il potere di aprire o chiudere il rubinetto delle indagini penali e di regolarne l’intensità .
Come in ogni guerra, ogni tanto capita di dover registrare anche del “fuoco amico”.
È il caso dell’intervista che Giuseppe di Lello ha rilasciato il 18 luglio a La Stampa. Di Lello è un valoroso magistrato che dopo essere stato in trincea con Falcone e Borsellino ha scelto di darsi alla politica.
Forse è questa nuova collocazione che lo ha portato (come lui stesso ammette) a manifestare sempre — dopo la tragica stagione del ’92/93 — “una certa insofferenza nei confronti della gestione delle grandi inchieste politiche della Procura di Palermo”. Dimenticando che era stato proprio lui a stigmatizzare come “scaltri” quei magistrati che sono sempre disposti a riconoscere in teoria la pericolosità della mafia nelle sue connessioni con il potere politico ed economico per poi essere pronti — nel momento di passare all’azione — a colpire soltanto l’ala militare.
Ebbene, la Procura di Palermo del “dopo stragi” ha doverosamente rifiutato ogni “scaltrezza”.
Ha invece cercato di oltrepassare il cordone sanitario delle relazioni esterne, indagando anche sulle coperture e complicità che sono il vero perno della potenza mafiosa.
Nel solco di quel “voltare pagina” che aveva tracciato proprio il pool di cui anche Di Lello era stato (con meriti indiscutibili) componente, indicando come non più eludibili indagini sul “retro — terra dei segreti e inquietanti collegamenti che vanno al di là della mera contiguità ”.
È in questo quadro che si sono svolti — tra gli altri — i processi Andreotti e Dell’Utri. Con esiti certamente positivi per l’accusa.
Se è vero (come ammette persino Di Lello) che “il senatore a vita Giulio Andreotti è stato riconosciuto responsabile fino al 1980 dei suoi rapporti con la mafia”. E se è vero —com’è vero — che il senatore Dell’Utri, nella sentenza 9 marzo 2012 n. 15727 della Cassazione, è stato ritenuto responsabile — in base a prove sicure — del reato di concorso esterno con Cosa Nostra per averlo commesso, operando di fatto come mediatore di Silvio Berlusconi, almeno fino al 1978 (per i periodi successivi, fino al 1992, la Cassazione ha disposto un nuovo giudizio avanti alla Corte d’appello di Palermo).
Dunque la Procura di Palermo ha svolto inchieste che hanno portato all’accertamento di pesanti responsabilità — per collusioni con la mafia — di personaggi che sono assolutamente centrali nella storia del nostro Paese: sul versante politico (Andreotti) e su quello dell’imprenditoria che si fa poi politica (Dell’Utri e dintorni).
L’enormità di questi incontestabili dati di fatto dovrebbe sconsigliare ogni processo sommario alla stagione giudiziaria successiva alle stragi del ’92, stagione in cui la Procura di Palermo ha contribuito a salvare il Paese.
Mi riesce davvero difficile, pertanto, condividere la tesi che Di Lello espone nella citata intervista, là dove sostiene che “molte scelte giudiziarie (della Procura di Palermo) si sono risolte in un boomerang”.
Ma singolare è altresì la tesi secondo cui tali scelte giudiziarie “hanno poi rilegittimato i politici processati”.
Singolare perchè in realtà si è trattato e si tratta di una costante scandalosa autoassoluzione da parte della politica (praticamente tutta, trasversalmente) anche a fronte di responsabilità penali accertate fino a sentenza definitiva della Suprema corte. Quindi non “rilegittimazione”, ma vergognoso rifiuto di qualunque forma di responsabilità anche politico- morale.
Rifiuto cui fa da corollario il mantra di certi magistrati che operano inseguendo biechi “teoremi”.
Che è quello che in sostanza si va ingiustamente ripetendo (per svilirla) anche a proposito dell’inchiesta della Procura di Palermo e di Ingroia sulle “trattative”.
Gian Carlo Caselli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IN ITALIA SIAMO BRAVISSIMI NELL’EMERGENZA, UN PO’ MENO NELLA GESTIONE SUCCESSIVA
Due mesi fa il terremoto feriva l’Emilia e la Lombardia, sfiorando anche il Veneto. 
Le scosse sbriciolavano chiese e torri in piedi da centinaia d’anni, sfigurando città e paesaggi.
La strage dei capannoni ci presentava un conto impressionante di vite perdute e metteva in ginocchio il cuore pulsante dell’Italia produttiva.
La prima cosa che oggi va sottolineata è la dignità con la quale i nostri fratelli emiliani e lombardi stanno affrontando la prova terribile alla quale sono sottoposti. La seconda, che come nessun’altra calamità di analoghe proporzioni questo terremoto è stato velocemente dimenticato.
Con qualche lodevole eccezione, l’attenzione su ciò che sta accadendo nelle zone colpite dal sisma si è affievolita progressivamente. Fino quasi a spegnersi.
Ci sono frammenti importanti di quel dramma che sono stati relegati nella serie B mediatica.
Per esempio, i terribili danni subiti dai Comuni del Mantovano.
La tensione, insomma, si è allentata.
Anche se questo non significa che lo Stato si sia disinteressato del terremoto padano. I Vigili del fuoco e la Protezione civile sono stati formidabili. E mettere sul tavolo due miliardi e mezzo, con l’aria che tira, non è stato proprio uno scherzo.
Ma anche l’encomiabile decisione di pubblicare online tutti i dati sui contributi (e sui beneficiari) è senza precedenti.
E le comunità locali? Ci sono Municipi con organici già al lumicino dove i pochi impiegati lavorano da due mesi diciotto ore al giorno.
Mentre i capoluoghi di provincia si sono tenuti fuori dal cratere per non privare di risorse i piccoli centri più colpiti.
Sapendo che il più difficile viene adesso e i problemi sono gli stessi di ogni terremoto. Le stime dei danni vanno a rilento perchè si usa troppa carta e poca informatica.
Le procedure burocratiche sono spesso complicate. I denari dell’emergenza, che non è esaurita, sono già finiti e quelli per la ricostruzione sicuramente non basteranno.
Per i palazzi storici, poi, siamo in altissimo mare.
E via di questo passo.
Il terremoto dimenticato conferma che nell’emergenza siamo bravissimi.
Peccato che subito dopo saltino fuori tutti i nostri difetti.
Così anche nella gestione della cosa pubblica: prendiamo decisioni in un baleno, ma quando si tratta di applicarle finiamo nel pallone.
Veti incrociati, ricorsi, inerzie della burocrazia… Tutto si ferma. Tutto continua come prima. È un destino del quale ci dobbiamo liberare, se vogliamo risollevarci. Tanto da un sisma squassante, come dalla più grande crisi economica dell’ultimo secolo.
Perciò è importante non dimenticare.
Anche se è più comodo il contrario: diversamente, avrebbero avuto il coraggio di allentare i vincoli edilizi sulle falde del Vesuvio, una delle aree più a rischio del mondo intero, dove vivono centinaia di migliaia di persone?
Proprio adesso?
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
CHE SIA STATO ELETTO PER QUELLO?… L’EX COMMOVENTE DICITORE DEL MANIFESTO DI FLI E’ RIENTRATO NEI RANGHI DEL BERLUSCONISMO
“Cento per cento di assenze a giugno? Sì, sono stato poco questo mese perchè ho dovuto fare giri per la mia fondazione, cose molto interessanti, ho fatto anche delle cose contro la pedofilia“.
Così Luca Barbareschi, ex Pdl, ex Fli e attualmente deputato del Gruppo Misto, commenta alla Zanzara su Radio24 il suo record di assenze alla Camera dei deputati.
I conduttori Giuseppe Cruciani e David Parenzo gli fanno notare che le sue attività cosmopolitiche non sono annoverabili tra le missioni.
E l’attore controbatte: “A giugno ho fatto il mio lavoro in altre maniere, non esistono solo le missioni. Votare lo faccio tutto l’anno, a giugno ho seguito altre cose molto importanti”.
Alla insistente domanda dei giornalisti circa il suo film in Cina, Barbareschi risponde: “In Cina? Ma saranno affari miei. Forse ci sono stato qualche giorno, un sacco di avanti e indietro con l’Italia, ma non solo lì, anche in America, in Spagna…non solo per gli affari miei, anche per il Paese”.
L’esponente del Gruppo Misto parla anche del violento scontro che lo ha visto lo scorso giugno protagonista con due inviati delle Iene, Filippo Roma e Marco Occhipinti, sul set della sua serie tv ‘Mi fido di te’.
“Quelli delle Iene sono degli idioti e dei poveracci, fanno un programma che fa schifo. Fanno audience? Che c’entra, anche i porno lo fanno”.
E dà la sua versione dei fatti: “Sono entrati in bagno mentre facevo la pipì e sono stati cacciati fuori perchè li abbiamo presi a calci nel sedere, lo rifarei anche domattina ma più pesantemente”.
E aggiunge: “Ho menato un po’, è stato molto divertente menare uno delle Iene“.
Ma quando Cruciani cerca di metterlo in contatto telefonico con Filippo Roma, Barbareschi riattacca.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 21st, 2012 Riccardo Fucile
PER IL SINDACO DI ROMA “UN GOVERNO TECNICO NON PUO’ FARE RIFORME STRUTTURALI: SERVE IL CONSENSO POPOLARE”
«Tranquillizzo i mercati e la sinistra: non ci sarà il sesto tentativo di
Berlusconi» a candidarsi a presidente del Consiglio.
Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, intervenendo alla trasmissione Omnibus di La7, si è concesso una battuta («Grazie alle mie dichiarazioni lo spread diminuirà di qualche punto»), ma ha anche precisato: «Il Pdl sta attraversando un momento difficile, con la riproposizione di schemi vecchi che dovevano essere superati: ho parlato in settimana con Berlusconi e gli ho espresso mia perplessità su una sua ricandidatura, perchè ritengo che rappresenti un passo indietro: è necessario scrivere una pagina nuova e costruire una nuova visione».
Anche Franco Frattini del Pdl ha ammesso, in un’intervista al Messaggero, che il ritorno in campo non è certo ( «non ne sono sicuro semplicemente perchè non l’ho sentito dire da lui»).
IL FETICCIO
Il primo cittadino capitolino ne ha anche per l’ex opposizione: «Quando morirà Berlusconi – spiega – la sinistra lo imbalsamerà e conserverà il suo feticcio come causa di tutti i mali. Come con la Piazza Rossa e Lenin: vorrà mostrarlo e dire: «È colpa sua». Comunico alla sinistra italiana che il problema dell’Italia non è Berlusconi, sono altri. Lui ha cercato di risolverli e non c’e’ riuscito ma i problemi sono altri».
GOVERNO TECNICO E RIFORME
Alemanno ha anche ribadito che a suo avviso non spetta al governo tecnico di Mario Monti effettuare riforme strutturali: «I tecnici, oltre un certo limite, le riforme non le possono fare perchè quelle strutturali hanno bisogno di una visione, di un indirizzo e consenso popolare: quindi ci vuole la politica». Riguardo all’operato dell’esecutivo, il primo inquilino del Campidoglio ha aggiunto: «il governo Monti ha fatto una buona riforma sulle pensioni e una pessima e contraddittoria riforma sul lavoro che produce più problemi di quelli che risolve e poi ha prodotto una serie di manovre tutte fondate sui tagli lineari».
LA LISTA CIVICA
Nel 2013 sono previste le elezioni politiche, ma a Roma si correrà anche per il sindaco.
Il candidato uscente spiega: «A gennaio faccio le primarie. E il 25 luglio presentiamo la lista civica al Pincio. Serve a raccogliere i cittadini che non se la sentono di stare con i partiti ma che vogliono partecipare alla vita politica. Il sindaco è al di sopra, ma sarà sponsorizzata dal sottoscritto. Sarà aperta a tutti»
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 21st, 2012 Riccardo Fucile
MASSIMO RISERBO SULLA DESTINAZIONE DEI SEGUGI, MENTRE LE INDAGINI DELLA PROCURA PROSEGUONO CON LA CONSULENZA DI CINQUE VETERINARI… LE FIRME DA INVIARE AL SENATO PER LA CHIUSURA DEL CANILE LAGER HANNO RAGGIUNTO QUOTA 230.000
Che destino avranno i beagle trovati nell’allevamento Green Hill di
Montichiari dopo il sequestro del centro da parte del Corpo Forestale?
La Procura di Brescia sta valutandola possibilità di portare altrove i 2700 cani trovati nella struttura sequestrata nell’ambito dell’indagine che ipotizza il maltrattamento di animali.
Il procuratore aggiunto Sandro Raimondi e il pm Ambrogio Cassiani stanno infatti studiando “rimedi giuridici” per individuare forme di affidamento le quali consentano che tutti i cani possano essere affidati a una diversa struttura e, in questo senso, stanno valutando alcune ipotesi.
Sull’eventuale destinazione dei segugi è mantenuto riserbo in quanto la questione appare complicata sia da un punto di vista giuridico che logistico.
Le indagini, nel frattempo proseguono e si attendono le relazioni di cinque veterinari, consulenti dei pm, incaricati di verificare le condizioni e la destinazione dei beagle allevati in altrettanti capannoni.
Accertamenti sono stati disposti anche su quasi cento carcasse trovate nelle celle frigorifere di Green Hill. Celle che, di prassi, servono a conservare le carcasse in attesa del loro smaltimento.
Già nel provvedimento con cui il gip aveva disposto l’archiviazione una prima volta un’inchiesta sull’allevamento, il giudice annotava il rinvenimento di carcasse di cani deceduti ma spiegava che il 24 ottobre dell’anno scorso, “le carcasse erano state dissequestrate dal pm dal momento che gli accertamenti svolti avevano consentito di accertare che i cani deceduti rientravano statisticamente nella naturale mortalità che caratterizza un allevamento di dimensioni di quello gestito dalla Green Hill 2010 srl”.
Ora, alla luce di nuovi elementi acquisiti dalla Procura si accerterà anche la causa della morte di questi cani.
Intanto lunedì prossimo il “Comitato Montichiari contro Green Hill“, formato da cittadini del paese della Bassa bresciana, spedirà alla XIV Commissione del Senato 138.014 firme, raccolte tra il 28 marzo ed il 15 luglio, per chiedere la chiusura dell’allevamento di cani beagle per la sperimentazione.
Già il 27 marzo scorso, fa sapere il Comitato, erano state consegnate alla stessa Commissione 91.257 firme.
“Il numero complessivo di firme che abbiamo presentato al Senato — scrive in una nota il Comitato — è 229.271. L’invio, già programmato per il 19 luglio è stato posticipato per poter aggiungere altre migliaia di firme. Firme che continuano ad arrivare incessantemente alla nostra casella di posta. Chiudere Green Hill è un dovere. I nostri sforzi per ottenere questo importante risultato sono stati fatti con il cuore da persone che credono in un mondo migliore, con meno crudeltà e più rispetto per tutti gli essere viventi”.
Lo scorso aprile un blitz di animalisti contro il centro, che aveva portato alla liberazione anche di cuccioli, era finito con dodici arresti.
Gli ambientalisti erano poi stati liberati dal giudice per le indagini preliminari.
”La prima volta che, riferendomi a Green Hill, ho utilizzato pubblicamente le espressioni ‘lager’ e ‘fabbrica di mortè , le mie parole furono accolte con stupore e in certi casi liquidate come manifestazione di estremismo animalista. Oggi, con i particolari agghiaccianti che emergono dalle indagini in corso, tra cui la scoperta dei cento cadaveri congelati, si dimostra che avevo ragione, così come avevano ragione i milioni di italiani che manifestavano contro quell’orribile attività ”.
L’ex ministro Michela Vittoria Brambilla rivolge quindi un appello ai colleghi senatori “affinchè vogliano accelerare l’iter di approvazione della mia norma, così che l’Italia non ospiti mai più fabbriche di morte come Green Hill”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
A CESENATICO GLI UNIVERSITARI DI CENTRODESTRA INCONTRANO I PERSONAGGI IN CERCA DI AUTORE… ALFANO LATITANTE, MELONI, GASPARRI, SACCONI E GELMINI PRESENTI
Un’ovazione tutta per Giorgia Meloni, che ha minacciato la scissione dal Pdl se la
tentazione di Silvio Berlusconi di tornare a Forza Italia dovesse rivelarsi qualcosa di più della “proposta” raccolta dalla Bild.
E, specularmente, tanta delusione per un Angelino Alfano che prima ha prima ha annunciato la propria presenza, poi l’ha posticipata, infine l’ha cancellata cercando di rimediare con una telefonata in diretta.
La settima edizione dell’evento dei giovani Pdl “Dedalo-La sfida delle idee”, quest’anno in scena sulla spiaggia di Cesenatico dal 18 al 20 luglio, restituisce al meglio quello che più che mai si sta rivelando il Pdl: un partito spaccato a metà , o mai nato.
Nel corso delle torride giornate al bagno Marconi, tra un’assemblea e un tuffo in mare, diverse centinaia di giovani e giovanissimi rappresentanti (da tutta l’Italia) di movimenti come “Azione Universitaria” e “Giovane Italia” si danno da fare per accogliere in grande stile i parlamentari.
La coreografia è quella classica dell’armamentario giovanile di matrice ex An: striscioni tricolore appesi qua e là , occhiali a goccia e qualche gadget da ‘nostalgia canaglia’, bandiere al vento col refrain “Azione”, polo nere come la pece con il colletto all’insù, qualche simpatica e innocua testa rasata.
Si promuovono assemblee plenarie e commissioni che spaziano dall’economia alle riforme universitarie, ci si arrangia a sistemare gli immancabili problemi tecnici e a raccomandare più silenzio quando, sotto il tendone bianco piazzato tra le docce e i campi da beach volley, si tengono i dibattiti coi big.
Il tema che tiene banco davvero, però, è quello: l’annuncio di Berlusconi di voler riscendere in campo intrecciato al tira e molla sul grande ritorno di Forza Italia.
Sullo sfondo (restano) tutte le richieste per cercare di voltare davvero pagina nel centrodestra: preferenze per i candidati al Parlamento, militanza sul territorio, sedi e coordinamenti adeguati, iniziativa politica come non se ne fa da un pezzo, trasparenza e meritocrazia.
Insomma, da questi giovani la “proposta” anticipata dalla Bild è vista come una sciagura.
Alfano, va da sè, a Cesenatico era il relatore più atteso: in scaletta era stato annunciato il 18 luglio alle 18, poi è slittato al 19 alla stessa ora.
Macchè, il 19 è il giorno della commemorazione di Paolo Borsellino a Palermo per i vent’anni di via d’Amelio, e il segretario berlusconiano non poteva mancare. “D’accordo, ma avevamo comunicato la nostra scaletta con un mese abbondante di anticipo. Abbiamo fatto sapere al segretario: vieni quando vuoi, noi ci adattiamo. È chiaro che gli impegni in agenda sono tanti, ma da anni contiamo comunque su ospiti illustri che un po’ di tempo lo trovano. Comunque, Alfano al confronto non sfuggirà ”, diceva qualche organizzatore poco prima della telefonata da Palermo.
Ma la vera star del Marconi si è confermata l’ex ministro della Gioventù, una Meloni apparsa in grande forma.
È lei che incalza subito il segretario: “L’anno scorso ha raccolto applausi sui temi più sentiti dalla nostra gente, tra cui quello del rispetto delle regole. Se il partito ha votato all’unanimità un documento in cui si dice ‘facciamo le primarie’, credo che come minimo si debbano riunire gli organismi ufficiali e non annunciare decisioni a mezzo stampa”.
Ma allora “fondiamo un nuovo partito”, corrono i giovani organizzatori all’ex presidente della Giovane Italia: “Questo — frena un pizzico Meloni — è prematuro, ma se si dovesse tornare Forza Italia ognuno a quel punto dovrebbe fare le proprie scelte, questo perchè la destra non può essere vista come ‘il’ problema”.
La parlamentare sa che con un Berlusconi di nuovo sotto il pressing della magistratura, fra l’altro, saranno mesi di nuovi patemi: “Se Berlusconi è ancora oggi la persona che raccoglie il maggior numero di consensi nel centrodestra, ben venga e avanti. Ma se io fossi in lui pretenderei, dico pretenderei di essere designato candidato dalle elezioni primarie, e quindi dal popolo italiano, piuttosto che dall’ufficio di presidenza del Pdl, cioè dalle solite quattro persone chiuse in una stanza”.
E ancora con l’indovinata metafora calcistica: “In questa fase Berlusconi sarebbe più efficace come allenatore che come centravanti”, rimarca la 35enne ex An tra gli applausi dei ragazzi.
A telefonare pubblicamente ad Alfano, qualche ora più tardi, pensa Maurizio Gasparri, che anche quest’anno non si è perso “Dedalo”.
Il presidente dei senatori Pdl, al fianco del collega Maurizio Sacconi, prima si inoltra in qualche acrobazia: “Le primarie? La consultazione popolare è senz’altro necessaria ma con Berlusconi l’esito è scontato (copyright di Maria Stella Gelmini il giorno prima, ndr) e lo capisco quando vuole prendersi una rivincita dopo lo smantellamento del suo Governo per uno spread alto ancora oggi”.
Poi, finalmente, Gasparri raggiunge l’interlocutore.
“Angelino? Pronto?”, e l’altro: “Maurizio!”.
Ma Gasparri: “Qui di Maurizio ce ne sono due”.
Forse si tratta del passaggio più interessante, un attimo dopo Alfano riparte dribblando opportunamente tutte le questioni vere. “Nel 2008 abbiamo preso il 37% e quindi dico che ogni divisione sarebbe un segnale di debolezza”, osserva quasi come a tranquillizzare i giovani e giovanissimi.
Per loro, comunque, ci sono subito elogi: “Non c’è nulla di più distante dall’idea di un nostro declino come le assemblee che fate lì oggi”, assicura il segretario.
Si chiude ovviamente con la sinistra: “Ci devono chiedere scusa per averci attaccato sullo spread, che è ancora alto. Ma non si scusano, e questo- taglia corto Alfano- è un buon motivo per chiedere di nuovo la fiducia agli italiani”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
ABBIAMO TASSE SVEDESI E SERVIZI ITALIANI E UN SOMMERSO PARI AL 17% DEL PIL
La pressione fiscale in Italia è salita di due punti di pil con le manovre che si sono succedute da un anno a questa parte e che hanno largamente privilegiato (per circa 4/5 del totale) gli aumenti delle tasse rispetto ai tagli della spesa pubblica.
Oggi è pari al 46% mentre le entrate totali delle amministrazioni pubbliche sono salite al di sopra del 50% del pil. iù della metà del reddito generato in Italia finisce alle casse dello Stato.
La pressione fiscale effettiva, quella che grava su chi paga effettivamente le tasse, è cresciuta ancora di più perchè, nonostante il rafforzamento delle norme antievasione, la quota di economia sommersa è aumentata.
Quando si aumentano le tasse (in parte anche quando si riduce la spesa pubblica) c’è sempre un trasferimento di attività dal settore regolare, quello in cui opera chi paga le tasse, all’economia sommersa.
Secondo le stime più recenti dell’Istat, il sommerso conta per circa il 17 per cento del pil.
Quindi la pressione fiscale su quell’83 per cento di reddito tassato sarebbe addirittura del 55 per cento, il peso delle entrate pubbliche sul reddito regolare al di sopra dl 60 per cento.
Sono livelli oggi insostenibili.
Dato che le tasse sono concentrate sul lavoro, ci impediscono di utilizzare la risorsa da noi maggiormente inutilizzata e ne fanno lievitare i costi, riducendo la competitività dei beni prodotti in Italia.
I dati Ocse ci dicono che il divario con la Germania nel costo del lavoro per unità di prodotto è diminuito in tutti i paesi del contagio (i cosiddetti PIGS) tranne che in Italia.
E’ un segnale molto brutto per gli investitori. Inoltre, ciò che rende particolarmente pesante la pressione fiscale da noi è il fatto che a tasse così elevate non corrisponde una adeguata qualità dei servizi offerti ai cittadini.
Abbiamo tasse svedesi e servizi italiani, il prelievo non viene percepito come un pagamento a fronte di prestazioni, ma come una tassa tout court, che provoca al cento per cento una riduzione di benessere i cittadini.
La riduzione della pressione fiscale richiede inevitabilmente del tempo in un paese con il nostro debito pubblico.
Deve infatti basarsi su tagli di spesa corrente primaria. I risparmi nella spesa per interessi andranno questa volta utilizzati per ridurre il debito. E i tagli alla spesa corrente devono essere mirati, intelligenti.
Perchè alleggerire la pressione fiscale significa anche migliorare la qualità della spesa pubblica. Bisogna ridurre quella che serve solo a comprare consenso elettorale.
È quella che ha permesso alla Regione Sicilia, decisiva in molte elezioni, di mantenere in vita le baby pensioni per vent’anni in più che nel resto del Paese e di continuare ad assumere in massa dipendenti pubblici (ne ha più della Lombardia) mentre nel resto del Paese c’era il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Bisogna anche legare più strettamente i prelievi alle prestazioni effettivamente offerte a chi paga, e solo a chi paga.
I lavoratori devono sapere che i contributi che pagano daranno loro diritto a un reddito se perdono il lavoro.
I giovani devono sapere che i versamenti previdenziali aumenteranno il livello della loro pensione futura.
Solo così non li percepiranno come tasse, ma come assicurazioni o accantonamenti per la vecchiaia.
Per questo è così importante riformare gli ammortizzatori sociali istituendo un sistema trasparente che protegga chi paga i contributi.
Per questo il Presidente dell’Inps dovrebbe dimettersi. È pagato ben al di sopra dei massimali posti per la dirigenza pubblica e non è stato in grado di mandare a casa di tutti i contribuenti un rendiconto di quale potrà essere la loro pensione futura in base a quanto versano oggi.
Un governo tecnico deve tagliare la spesa elettorale dato che non ne ha bisogno e deve riuscire a impegnare i governi futuri a continuare sulla strada dei tagli alla spesa sin qui solo inizialmente e timidamente intrapresa.
Può impegnarsi a destinare una quota consistente dei tagli alla spesa pubblica alla riduzione della pressione fiscale e chiedere alle forze politiche che compongono la sua maggioranza di fare altrettanto, chiarendo anche come e in quali aree questi tagli verranno perseguiti.
Ci vuole un impegno esplicito e misurabile.
Servirebbe ad aumentare il controllo democratico e a darci una prospettiva, rassicurando anche gli investitori.
Avremo altrimenti solo le consuete promesse da marinaio.
E più ci avvicineremo alle elezioni, più serrata sarà la gara a chi si impegna a ridurre di più la pressione fiscale.
Scommetto che questa volta si parlerà di almeno 5 punti di pil.
Tutti sulla carta dei programmi elettorali, solo su quella.
Tito Boeri
(da “la Repubblica”)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
INVIATI 24 ORE PRIMA DELLA SENTENZA… IL SOSPETTO CHE IL SENATORE SI PREPARASSE ALLA LATITANZA
Una fetta consistente del tesoro consegnato da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri è già
al sicuro, in un conto cifrato di Santo Domingo.
L’hanno scoperto gli investigatori del nucleo speciale di polizia valutaria.
La guardia di finanza e la Procura stanno cercando di capire cosa si nasconda dietro i 40 milioni di euro versati negli ultimi dodici anni dall’ex presidente del Consiglio al suo amico di sempre, condannato per troppe e antiche frequentazioni mafiose.
L’8 marzo, il giorno prima del verdetto della Cassazione che avrebbe potuto portare Dell’Utri in carcere, Berlusconi fa un bonifico da 15 milioni di euro su un conto intestato all’amico e alla moglie.
Ufficialmente, a titolo di acconto per l’acquisto di una villa sul lago di Como, un affare firmato proprio quel giorno davanti a un notaio di Milano.
Il documento bancario acquisito dalla Finanza nei giorni scorsi parla chiaro: nel giro di una manciata di minuti, 11 dei 15 milioni di euro prendono il volo verso il conto di Santo Domingo.
E adesso, il procuratore aggiunto Ingroia, e i sostituti Di Matteo, Del Bene, Guido e Sava stanno preparando una rogatoria per cercare di seguire l’ultimo mistero di Marcello Dell’Utri.
Anche se non nutrono molte speranze: Santo Domingo resta il buen retiro di latitanti eccellenti e delle loro casseforti.
Proprio l’8 marzo, il senatore Pdl condannato per mafia era all’estero. N
on si è mai saputo dove, con certezza. Unico indizio: un paese di lingua spagnola.
Se ne accorsero per primi i cronisti che cercavano Dell’Utri per un’intervista: il suo telefonino era spento, rispondeva solo (in spagnolo) l’operatrice di un gestore telefonico.
Probabilmente, Dell’Utri era davvero nella Repubblica Dominicana, pronto a trascorrere una latitanza dorata, con i soldi di Silvio Berlusconi.
Dopo la sentenza della Cassazione, che ha disposto un nuovo processo d’appello, Dell’Utri telefonò a uno dei suoi bracci operativi, Massimo De Caro.
La conversazione era intercettata dai carabinieri del Ros per conto della Procura di Firenze, come ha svelato nei giorni scorsi L’Espresso, svelando i retroscena di un’inchiesta per corruzione.
Diceva Dell’Utri, con tono scherzoso: «C’è un oceano di mezzo», «e parlano spagnolo».
Ma non sono i viaggi di Marcello Dell’Utri a interessare i magistrati di Palermo.
La nuova inchiesta, che è un filone dell’indagine sulla trattativa mafia-Stato, punta a ricostruire a cosa siano serviti quei 40 milioni di euro.
La Procura ipotizza un’estorsione a Berlusconi commessa da Dell’Utri, l’ambasciatore di Cosa nostra a Milano, come lo definisce la sentenza della Cassazione.
Forse, quei 40 milioni di euro sono la prosecuzione del pizzo già pagato da Berlusconi negli anni Settanta, di cui parla pure la Cassazione. O forse, sono il prezzo del silenzio.
Dell’Utri respinge le accuse e se la prende con Ingroia: «È un fanatico, un ayatollah», si sfoga dai microfoni della “Zanzara”, su Radio24.
E va anche oltre: «La trattativa? Se si è trattato di evitare guai peggiori è stata la cosa giusta. Anche se con la mafia non bisognerebbe mai trattare».
E infine Dell’Utri plaude a Napolitano, naturalmente per attaccare i magistrati: «Ha fatto benissimo a scontrarsi per le intercettazioni, è inaudito quello che è successo».
In questi giorni, la polizia valutaria di Palermo sta passando al setaccio i conti intestati a Dell’Utri e alla moglie, su cui sono arrivati i 40 milioni di euro.
Poco dopo i bonifici, i soldi prendono sempre moltissime destinazioni, anche per importi cospicui.
I magistrati vogliono capire dove siano finite davvero le donazioni di Berlusconi: Dell’Utri le ha messe al sicuro? O le ha distribuite a qualcun altro?
Sono le due ipotesi che ruotano attorno all’inchiesta di Palermo.
E intanto gli investigatori sono già a caccia di altri conti di Dell’Utri, che potrebbero essere intestati a prestanome.
Replica l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini: «Se le notizie apparse sui giornali fossero vere, vi sarebbe da parte della Procura di Palermo una totale distorsione della realtà . La sentenza della Cassazione su Dell’Utri ha categoricamente escluso che mai vi sia stata una qualche commistione fra la nascita di Forza Italia e la mafia».
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Luglio 20th, 2012 Riccardo Fucile
L’INTERROGATORIO A FIRENZE DI ENZO CARTOTTO, EX ESPONENTE DELLA DC MILANESE E UNO DEI FONDATORI DI FORZA ITALIA
«Una volta, Dell’Utri mi disse: se parlo io per Silvio sono grossi guai». Inizia così il lungo racconto di un testimone d’eccezione, Ezio Cartotto, ex esponente della Dc milanese e soprattutto uno degli ideatori di Forza Italia: negli ultimi mesi è stato convocato prima dalla Procura di Palermo, per l’indagine sulla trattativa Stato-mafia, e poi dalla Procura di Firenze, che indaga sulle stragi del 1993 dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza.
Entrambe le Procure hanno chiesto del ruolo di Dell’Utri e dei suoi rapporti con Berlusconi.
Quella frase sibillina — «Se parlo io per Silvio sono grossi guai» — Cartotto l’ha ricordata ai pm di Firenze, il 31 gennaio scorso, parlando della Banca Rasini, che negli anni Settanta fu all’origine delle fortune imprenditoriali del giovane Berlusconi. «Di queste vicende può esserne a conoscenza Dell’Utri, che una volta mi disse quelle parole», spiega Cartotto: «Ne sarà stato forse a conoscenza l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, che mi parlò di sacchi di denaro che giungevano dalla Sicilia. Poteva saperlo l’apparente proprietario della Banca Rasini, Azzaretto, che era in realtà un uomo assolutamente assoldato al servizio di Giulio Andreotti».
Anche il verbale di Firenze è finito agli atti palermitani della trattativa Stato-mafia, dunque è ormai un documento pubblico.
Nel racconto di Cartotto spunta all’improvviso uno strano personaggio: «Era un uomo straordinario — dice il testimone, ai pm Alessandro Crini e Giuseppe Nicolosi — peccato che sia morto. Era un vecchietto ultraottantenne, ma era rimasto un personaggio di prim’ordine, di grande valore. Era stato nominato all’Eur, nominato dal vecchio regime, ma confermato da Giulio Andreotti. È stato lui a riferirmi un aneddoto, che vale la pena di essere raccontato».
I pm incalzano Cartotto: «E chi è questo signore?».
Lui non indugia oltre: «Si chiamava Mancuso, dottor Mancuso. E aveva l’ufficio all’angolo tra piazza Argentina e corso Vittorio. Io ogni tanto ci andavo. Da lui ho saputo come Berlusconi avesse ottenuto anticipi dal pa-dre, vero vertice della Banca Rasini».
Nelle confidenze del «dottor Mancuso», quegli anticipi sarebbero serviti a Silvio Berlusconi «per gli acconti sugli acquisti dei terreni».
Prosegue Cartotto: «Poi lui andava a prendere il resto dei soldi al Monte dei Paschi di Siena, il cui grande capo allora si chiamava Cresti, il numero 3 della P2, nell’elenco ufficiale».
Cartotto dice e non dice: «Vi risparmio il racconto che Mancuso mi ha fatto nei dettagli dell’abilità con cui Berlusconi è riuscito a convincerlo a comperare un pezzo dell’Edilnord di Brugherio».
Restano i misteri della Banca Rasini, già oggetto di indagini ai tempi del processo Dell’Utri.
«La vedova di Azzaretto ha venduto la Banca Rasini al Credito Commerciale», spiega ancora Cartotto: «E di chi era in quel periodo il Credito Commerciale?
Del Monte dei Paschi di Siena. E chi sedeva per l’unica volta nella sua vita in un consiglio di amministrazione di una banca e nel comitato esecutivo? Silvio Berlusconi».
(da “La Repubblica”)
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