Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile
SUL SITO VIENE PROPOSTO IL SONDAGGIO “BERLUSCONI E’ DI NUOVO IN CAMPO: QUALI MOSSE DOVREBBE FARE?”… MA GLI ELETTORI NON POSSONO SAPERE IN QUANTI HANNO VOTATO, CONOSCERE I RISULTATI PARZIALI E COMMENTARE
Silvio Berlusconi chiama a raccolta i suoi elettori e sul sito forzasilvio.it domanda loro cosa dovrebbe fare.
Un vice donna, un vocabolario più sobrio o l’impegno al rigore accompagnato dal taglio delle tasse?
Gli utenti possono scegliere tra 9 opzioni, ma l’interazione non c’è.
Il messaggio, infatti, è monodirezionale. Il Pdl chiede di scegliere una risposta, ma non è consentito verificare nè quante persone, nè cosa hanno votato.
E se, per curiosità , si vogliono rileggere le opzioni scartate non è possibile farlo.
Veto anche sui commenti alle scelte proposte. Nessun confronto neanche con gli altri votanti. Dopo il clic, in sostanza, non rimane che abbandonare la pagina.
Sono queste, poche e semplici, le impostazioni del sondaggio (nella sezione “Focus group”) “Berlusconi è di nuovo in campo: quali mosse dovrebbe fare?”.
Tra le opzioni della lista, il Cavaliere chiede se sia opportuno “portare avanti le riforme costituzionali ed in particolare il presidenzialismo, che dà ai cittadini il diritto di scegliere il proprio Capo di Stato”.
Un obiettivo che è diventato il cavallo di battaglia del partito.
Poi compare la possibilità di “mettere in lista facce nuove indipendentemente dalla loro età purchè siano competenti” che già rientrava nelle richieste dei rottamatori di centrodestra dell’incontro ‘Formattiamo il Pdl’ organizzato a maggio dal sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo.
Il Cavaliere punta anche il dito contro Bruxelles e chiede ai suoi elettori se debba invece “puntare a riformare le regole su cui si basa l’Unione Europea“.
Oppure, nel rispetto delle pari opportunità , “nominare un vice donna, possibilmente non politico”, anche se è stata la stessa Maria Stella Gelmini a dichiarare che l’ipotesi sarebbe inverosimile, perchè “Berlusconi ce la fa da solo”.
B. non sottovaluta la prosecuzione della linea dell’austerity e si domanda se sia meglio “continuare la politica di razionalizzazione della spesa pubblica seguita dal governo Monti, evitando però tagli draconiani e puntando ad abbassare le tasse”, o concentrarsi sul più idealistico “mettersi al centro della scena politica e costruire alleanze con tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia in questo momento così difficile”.
Senza specificare a quali formazioni e gruppi farebbe riferimento.
Non è esclusa neanche l’ipotesi della legge elettorale (“Raggiungere un accordo su un sistema elettorale che non spacchi il Paese e aiuti a trovare un’intesa politica dopo le elezioni”) e un giro di vite per “mettere da parte le sua esuberanza verbale e il suo stile da ‘non politico’”.
Infine, tra le “mosse da fare” anche la soddisfazione personale di “ottenere il pubblico riconoscimento che il suo passo indietro dovuto alla crisi dello spread non fu dovuto a colpe del suo governo”.
Non chiede però ai suoi elettori se sia necessario fare le primarie — ipotesi del tutto tramontata — o cambiare il nome del partito, nonostante nelle scorse settimane sia sia parlato anche di un restyling del logo.
Nessuna novità in vista secondo Daniela Santanchè che azzera tutte le ipotesi di rinnovamento: il nuovo partito infatti, “si chiamerà Forza Italia“, proprio come nel 1994.
Navigando sul sito, nella sezione “Notizie” c’è l’annuncio del Cavaliere che riprende quanto dichiarato a Bruno Vespa e pubblicato sul Quotidiano nazionale.
Neanche un messaggio originale per i suoi fan, insomma.
“Torno in pista per salvare il Pdl, senza di me sprofonda — si legge online -. Il 38 % è la percentuale che abbiamo preso alle politiche del 2008, ma se alle prossime dovessimo scendere per assurdo all’8%, che senso avrebbero avuto diciotto anni di impegno politico?”. Poi spiega le ragioni che lo hanno motivato a ricandidarsi a Palazzo Chigi nel 2013.
”Avrei voluto dare l’annuncio più in là , magari all’inizio dell’autunno ma qui non si riesce a tenere niente di riservato…mi chiedono tutti di ricandidarmi”.
Attacca le agenzie di rating, e soprattutto, non attribuisce al suo governo l’impennata del differenziale bund-btp negli ultimi mesi del 2011.
”Noi subimmo una violentissima campagna sugli spread, eppure io ho sempre saputo che essi sono frutto di speculazione e non hanno niente a che vedere con i fondamentali di un Paese”.
Sotto la “notizia” è possibile commentare.
Ma i messaggi sono tutti positivi, solo complimenti e fiducia.
“Meno male che Silvio c’è”, ”di Berlusconi, purtroppo per lui, ce n’è uno solo”, ad esempio.
E tanti incrociano le dita per il 2013: “Grande Silvio Berlusconi: mi aspetto il meglio anche questa volta e sono sicuro, arriverà . Grazie”.
Di critiche al Cav. e al Pdl sul sito di forzasilvio.it neanche l’ombra.
Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile
AZIENDE, FONDAZIONI, CONSORZI: ECCO LA CASTA DEGLI ENTI LOCALI, LA META’ NON SERVONO AI CITTADINI…GIRO D’AFFARI DA 25 MILIARDI E DEBITI PER 34, CRESCIUTI IN DUE ANNI DELL’11%
La mannaia della spending review cala sulle società partecipate dagli Enti
locali.
Non su quelle che si occupano di fornire servizi di utilità ai cittadini, ma sulle roccaforti create per soddisfare logiche di spartizione dei partiti.
Una vera e propria giungla: su un totale di circa 5mila società nel mirino, ci sono aziende, consorzi, fondazioni, istituzioni che al pari di scarpe di cemento rischiano di far affogare gli enti locali a cui sono legati a doppio filo.
Si tratta in particolare di creature, o meglio, mostri giuridici, dai bilanci costantemente in rosso: delle oltre 3mila spa o srl almeno un terzo ha depositato negli ultimi tre anni dei bilanci col segno meno.
Una casta nella casta, che con l’applicazione del decreto subirà ridimensionamenti, accorpamenti, fino a tagli secchi e definitivi che metteranno un freno a debiti per 34 miliardi, in crescita dell’11% tra 2008 e 2010.
Come recita l’articolo 4 del decreto «le società controllate che abbiano conseguito nel 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore della P.a. superiore al 90%» potranno essere «sciolte entro il 31 dicembre 2013» o subire «l’alienazione» entro il 30 giugno 2013.
Se nessuna di queste strade dovesse essere percorsa il colpo d’ascia sarà profondo e dal 1 gennaio 2014 le roccaforti dello spreco non potranno più ricevere affidamenti diretti di servizi «nè potranno usufruire di rinnovi».
In ogni caso, l’intero pianeta delle aziende partecipate dovrà provvedere ad una rigida cura dimagrante alla scadenza degli attuali organi di amministrazione: i cda saranno infatti composti da non più di tre membri, due dei quali «dipendenti dell’amministrazione titolare della partecipazione o di poteri di indirizzo e vigilanza» per risparmiare sui gettoni di presenza e stipendi.
Unica concessione quella relativa al terzo membro, che svolgerà le funzioni di amministratore delegato. Stop quindi ai cda affollati e alla distribuzione di poltrone facili.
Anche i contratti, i servizi acquistati dalle partecipate, già dal prossimo anno ricadranno sotto le procedure previste dalla normativa nazionale conforme alla disciplina comunitaria.
La stretta proseguirà sulle limitazioni previste per le assunzioni – pari a quelle già in vigore nel resto delle amministrazioni – e i contratti a tempo determinato o contratti di collaborazione che saranno concessi «nel limite del 50% della spesa sostenuta per le rispettive finalità nell’anno 2009».
Tutti i compensi, tra l’altro, subiranno un blocco che si protrarrà fino al 31 dicembre 2014.
Infine Regioni, Province e Comuni dovranno sopprimere o accorpare «riducendone in tal caso gli oneri in misura non inferiore al 20%, enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica».
Entro marzo prossimo, gli stessi Enti locali che non avranno attuato la stretta si vedranno sopprimere d’autorità società e poltrone inutili ancora in vita.
Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)
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Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile
DA PRESIDENTE DELLA REGIONE CAMPANIA E DA COMMISSARIO STRAORDINARIO NEL 2004 DISPOSE UN COMPENSO PER L’EMERGENZA ALLUVIONI… SEGUE UNA PRECEDENTE CONDANNA A RESTITUIRE 47.000 EURO E UN’ALTRA DI OLTRE 3 MILIONI DI EURO
La Campania nella metà degli anni 2000. Gli anni della finanza allegra dei commissariati per le varie emergenze. A cominciare da quella cronica dei rifiuti.
Strutture messe in piedi per affrontare di petto i problemi ma che non li hanno risolti, diventando centri di spesa dai costi faraonici, tra super stipendi e consulenze a go go. Strutture sulle quali svettava la figura del Governatore, il Ds Antonio Bassolino.
Sappiamo come è andata a finire.
Quel che non sappiamo è che lo Stato poco alla volta sta presentando il conto.
Qualcuno dovrà pagare per quella stagione di sprechi.
Il 4 luglio la Corte dei conti della Campania — presidente Fiorenzo Santoro, consigliere Gaetano Berretta, primo referendario Pasquale Fava — ha depositato la sentenza numero 993.
Riguarda la gestione del commissariato per le alluvioni, creato per prevenire il rischio su un territorio ferito da eventi catastrofici, come la strage di Sarno del maggio 1998.
Con questa sentenza i giudici contabili hanno condannato Bassolino e un dirigente della Regione, Fernando De Angelis, a risarcire la presidenza del Consiglio dei Ministri-dipartimento della Protezione Civile per circa 195.000 euro a testa.
E’ la conseguenza di un’ordinanza del 21 luglio 2004 con cui il commissario straordinario Bassolino, forte di un parere favorevole di due dirigenti della Regione Campania, dispose di assegnare ai dipendenti regionali in servizio presso il commissariato, “in aggiunta allo stipendio già in godimento”, un compenso mensile ‘omnicomprensivo’ di 2700 euro per coordinatore, 2100 euro per dirigente, 900 euro per collaboratore e 700 euro per collaborazioni di personale con qualifiche inferiori.
Fior di quattrini, poggiati sul bilancio dello Stato.
L’ordinanza in questione è stata ‘censurata’ al termine di un paio di ispezioni dei tecnici del ministero dell’Economia.
Secondo una precedente ordinanza del ministero dell’Interno, il commissario straordinario non può autorizzare l’erogazione al personale regionale di compensi mensili “del tutto slegati all’effettivo lavoro svolto”.
E soprattutto quei costi non potevano essere scaricati sul governo nazionale. Il danno contabile è stato quantificato in 585.000 euro circa.
La responsabilità andrebbe divisa in tre: ma uno dei dirigenti nel frattempo è deceduto. Restano col cerino acceso Bassolino e uno dei dirigenti che diede l’ok all’ordinanza, Fernando De Angelis.
Ma a che servì il commissariato per le alluvioni?
Solo a pagare stipendi e bonus, a leggere le carte delle relazioni ministeriali. Le spese totali del periodo 2002-2007 ammontarono a 2 milioni e 865mila euro.
Di queste, le spese per il personale furono 2 milioni e 223mila euro.
Per mettere in sicurezza i territori rimase davvero poco.
Nel marzo 2011 la Corte dei conti ha confermato in appello una condanna a Bassolino a risarcire 47.000 euro per “un ingiustificato ed illegittimo aumento dei compensi corrisposti ai membri di una commissione giudicatrice di una gara relativa al progetto S.I.R.E.Net.T.A.” disposto dall’ex Governatore nelle sue funzioni di commissario all’emergenza rifiuti.
E sempre in quella veste, è in corso davanti al Tribunale di Napoli un processo penale che vede l’ex ministro del Lavoro di un governo D’Alema imputato di peculato per alcune anomale consulenze liquidate dal commissariato per l’emergenza rifiuti.
Ma la sentenza più pesante resta quella depositata dalla Corte dei conti il 27 dicembre 2007, che ha condannato Bassolino a restituire 3 milioni e 200mila euro per la costituzione della società mista Pan, rivelatasi un inutile — e costosissimo — carrozzone.
Vincenzo Iurillo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO HA TAGLIATO I RIMBORSI PREVISTI PER LE RADIO LOCALI MA CONTINUA A REGALARE MILIONI A QUELLE DI PARTITO… CONTRIBUTI DIRETTI CHE ARRIVANO AL 70% DELLE SPESE MESSE A BILANCIO
Molto si è parlato delle ruberie perpetrate dai finti giornali di partito: per accedere ai contributi bastavano uno o due
parlamentari compiacenti che dichiarassero (solo sulla carta) di rappresentare un movimento fittizio poi, come per incanto, compariva un giornale che ne diventava “organo” intascando i rimborsi.
La legge editoria però prevede che i contributi possano essere: “corrisposti alternativamente per un quotidiano, un periodico o un’impresa radiofonica..”.
Quando per i giornali venne abrogata la possibilità di ricevere i contributi col giochino del deputato disponibile, ci si dimenticò di fare lo stesso per il settore radio-tv.
Nel 2007 il claudicante Governo Prodi pensò di intervenire stabilendo che anche le radio dovevano quantomeno: “essere organi di partiti politici che abbiano il proprio gruppo parlamentare in una delle Camere o due rappresentanti nel Parlamento europeo, eletti nelle liste di movimento…”.
Subito dopo, però, ecco arrivare il salvagente per i furbetti.
Nella stessa legge si stabilisce infatti che le emittenti “di partito” già inserite in graduatoria: “continuano a percepire in via transitoria con le medesime procedure i contributi stessi, fino alla ridefinizione dei requisiti di accesso”.
Insomma, per chi ha già intascato continua la cuccagna e sparisce addirittura la scocciatura di cercarsi un onorevole che di anno in anno firmi la dichiarazione da allegare alla domanda
In via transitoria, si capisce, d’altronde in Italia nulla è più stabile del transitorio…
Dal 2004 al 2009 i contribuenti italiani hanno versato nelle casse di sei radio “di partito” circa 60 milioni di euro.
In cima al podio, tra i fortunati vincitori della lotteria (sempre gli stessi) c’è Radio Radicale, voce della lista di “Marco Pannella”.
Oltre alle decine di milioni erogati per un servizio di diretta parlamentare che fa pure la Rai, riceverà anche quest’anno più di 4 milioni di euro.
Le radio di partito “verosimili”, diciamo così, sarebbero finite qui: esiste anche Radio Padania ma i leghisti, gente accorta, preferiscono incassare i contributi per il giornale “La Padania” che costa ben di più…
A seguire troviamo Ecoradio, un’invenzione dei Verdi di Pecoraro Scanio che entra nel club grazie alle firme dei deputati ambientalisti Cento e Lion a nome del “Movimento politico Italia e libertà ”.
I verdi si sfaldano, non così la scatola da soldi che passa a tal Marco Lamonica, proprietario di Ecomedia Spa, “voce” del movimento “ComunicAmbiente” (e chi non lo conosce…) che sta per incassare 3 milioni e 274 mila euro.
Tra i deputati che si sono alternati negli anni a metter la firma per garantire i finanziamenti a Ecoradio troviamo Massimo Fundarò (Verdi), Cinzia Dato (Ulivo), Mauro Libè (Udc) e Sandro Gozi (Pd).
In sei anni Ecomedia Spa ha portato a casa ben 18 milioni e 445 mila euro.
Le spese di Ecoradio sono aumentate negli anni a dismisura: non così gli occupati che anzi son calati drasticamente.
Dulcis in fundo, l’anno scorso il giudice del Lavoro ha condannato Ecomedia per comportamento antisindacale. Insomma, soldi spesi bene…
Ottima performance anche per Radio Città Futura di Roma.
L’ex emittente della sinistra extraparlamentare dopo tante vicissitudini è finita da alcuni anni nell’orbita di una nota agenzia di stampa radiofonica, storicamente vicina al Pd. Magicamente è diventata anche organo del movimento “Roma idee”.
I rimborsi sono lievitati dai 366 mila euro del 2004 ai 2 milioni e 182 mila euro nel 2009. Tutto reso possibile dalle firme pesanti date a suo tempo da due nomi grossi del Pd, Goffredo Bettini e Nicola Zingaretti.
La rappresentanza del movimento “Roma Idee” ha fruttato a Rcf in sei anni oltre 10 milioni di euro.
Quel movimento ovviamente esiste solo sulla carta, ma come idea per intascare soldi dallo Stato non è niente male…
A metà classifica, con 496 mila euro, troviamo Radio Veneto di Treviso di proprietà di Tr.ad Sas di tal Roberto Ghizzo, rappresentante del movimento “Liga fronte veneto nord-est Europa”.
A “garantire” in questo caso sono prima il parlamentare leghista Antonio Serena e poi Simonetta Rubinato (Pd). Quasi lo stesso importo prende Radio Galileo di Terni, gestita dall’omonima cooperativa, che si è dichiarata “organo” di “Cittaperta” per gentile concessione del senatore Pd Leopoldo Di Girolamo.
I contribuenti per finanziare questi famosissimi movimenti politici hanno già staccato un assegno rispettivamente di 3 milioni 227 mila euro e 2 milioni 412 mila euro.
L’ultima ruota del carro è Radiondaverde di Cremona diventata organo del movimento “A viva voce” grazie alle firme dei deputati ulivisti Lucia Codurelli e Daniele Marantelli. Per il 2009 prenderà 170 mila euro. Poveretti, una vera e propria elemosina, che comunque negli anni ha fruttato un gruzzoletto di quasi un milione di euro.
Piccolo neo: a dicembre 2010 il Gip Guido Salvini, nell’ambito di un’inchiesta su una megatruffa perpetrata da alcuni editori emiliani e lombardi sui contributi editoria, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare anche per l’amministratrice di Radiondaverde Raffaella Storti.
Accusa successivamente archiviata e i soldi continuano ad arrivare…
Ora il Governo Monti ha abbassato la percentuale del rimborso alle (finte) radio di partito dal 70% al 40% (che può però arrivare al 50% se hanno poca pubblicità ).
Bene, anzi male, malissimo. Vorrà dire che invece di regalare dieci milioni di euro all’anno ne regaleranno “solo” sette.
Altro che spending review, i tecnici adottano la stessa linea di Tremonti: tagli lineari che limano i contributi a questi sedicenti “organi”, ma non mettono minimamente in discussione la legittimità a riceverli.
Sarebbe invece il momento di presentare il conto, destinando risorse solo agli aventi diritto e non a chi prospera sfruttando amicizie politiche, costi quel che costi, anche al prezzo di ambiguità , compromessi, o veri e propri sotterfugi.
Paolo Soglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
TRA IL 2000 E IL 2006 LA SICILIA HA RICEVUTO IL QUINTUPLO DEI FONDI ASSEGNATI A TUTTE LE REGIONI DEL NORD MESSE INSIEME
Fanno davvero male, di questi tempi, bastonate come quella che Bruxelles ha appena dato alla Regione Siciliana.
Dove sono stati bloccati 600 milioni di fondi Ue, una boccata di ossigeno, perchè l’Unione non si fida più di come vengono spesi nell’isola i soldi comunitari.
«C’è stata una difficoltà di comprensione…», ha detto un funzionario al Giornale di Sicilia. Testuale.
Purchè non si levino ritornelli contro la «perfida Europa» nella scia di quelli lanciati dal regime mussoliniano contro le sanzioni: «Sanzionami questo / amica rapace…».
Prima che dai vertici europei, l’andazzo era già stato denunciato infatti dalla Corte dei conti.
In una dura relazione di poche settimane fa i magistrati contabili avevano scritto di «eccessiva frammentazione degli interventi programmati» (troppi soldi distribuiti a pioggia anzichè investiti su pochi obiettivi-chiave), di «scarsa affidabilità » dei controlli, di «notevolissima presenza di progetti non conclusi», di «tassi d’errore molto elevati» tra «la spesa irregolare e quella controllata», di «irregolarità sistemiche relative agli appalti».
Una per tutte, quella rilevata nella scandalizzata relazione che accompagna il blocco dei fondi: l’appalto dato a un signore con «procedimenti giudiziari a carico».
Come poteva l’Europa non avere «difficoltà di comprensione»?
Dice Raffaele Lombardo, il quale ieri ha fatto un nuovo assessore alla Cultura destinato a restar lì un battito di ciglia fino alle dimissioni annunciate il 31 luglio, che si tratta solo di questioni «tecniche» di cui chiederà conto «ai dirigenti che se ne sono occupati».
Mah…
Sono anni che la Sicilia, cui la Ue aveva inutilmente già dato un ultimatum a gennaio, è ultima nella classifica di chi riesce a spendere i fondi Ue.
E la disastrosa performance , insieme con quella della Puglia e delle altre tre regioni già «diffidate» (Campania, Calabria e Sardegna) ci ha trascinato al penultimo posto, davanti solo alla Romania, nell’Europa a 27.
I numeri diffusi mesi fa dal ministro Fabrizio Barca sono raggelanti.
Tra il 2000 e il 2006 l’isola ha ricevuto 16,88 miliardi di fondi europei pari a cinque volte quelli assegnati a tutte le regioni del Nord messe insieme.
Eppure su 2.177 progetti finanziati quelli che un anno fa, il 30 giugno 2011, risultavano conclusi erano 186: cioè l’8,6%.
La metà della media delle regioni meridionali.
Uno spreco insensato negli anni discreti, inaccettabile oggi.
Dice il centro studi di Svimez che il Pil pro capite delle regioni del Sud dal 1951 al 2009, anzichè crescere, ha subito rispetto al Nord un netto arretramento. Calando in valuta costante dal 65,3% al 58,8%.
Quanto alle aree povere del cosiddetto «Obiettivo uno», quelle più aiutate da Bruxelles perchè il Pil pro capite non arriva al 75% della media europea, la risacca è stata altrettanto vistosa.
In queste condizioni, buttare via quelle preziose risorse europee che non piovono da una magica nuvoletta ma sono accumulate con i contributi di tutti i cittadini Ue, italiani compresi, grida vendetta.
Buttarle per incapacità politica, per ammiccamenti ai vecchi vizi clientelari, per cedimenti alla criminalità organizzata o per i favori fatti a questa o quella cricca di amici e amici degli amici, è una pugnalata.
Non solo ai siciliani, non solo ai meridionali ma a tutti gli italiani.
Quelli che giorno dopo giorno, Moody’s o non Moody’s, cercano di spiegare all’Europa d’avere imboccato davvero una strada diversa.
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
NON BASTERA’ FAR FUORI LA MINETTI DALLA POLITICA PER RIDARE CREDIBILITA’ AI CRITERI DI SELEZIONE DELLE DONNE NELL’UNIVERSO BERLUSCONIANO…UNA STORIA CHE VIENE DA LONTANO E RICCA DI NOMI
Nicole Minetti capro espiatorio del modello Carfagna? Basterà farla fuori
dalla politica per ridare verginità ai criteri di selezione delle donne dentro l’universo berlusconiano?
Forza Gnocca ha una storia antica ed è proprio una telefonata tra la Minetti e la sua amica Barbara Faggioli a fissare l’inizio di tutto.
Ecco come Nicole parla di Mara: “Facciamo come la Carfagna. Un po’ di gavetta l’ho fatta. Non pensare che Mara ne abbia fatta tanta di più. A lui gli fa comodo mettere me e te in Parlamento, perchè dice me le sono levate dai coglioni, lo Stato le paga lo stipendio”.
Un concetto chiaro.
Davvero finirà il “tempo delle Minetti” come ha detto ieri Daniela Santanchè?
Del resto, la prima sfuriata di Veronica Lario, ancora prima del “ciarpame senza pudore” delle veline alle Europee del 2009 (Barbara Matera, Lara Comi, Licia Ronzulli) e dello sfogo contro il marito “malato e maiale” andato a Casoria per il compleanno di Noemi Letizia, dicevamo la prima sfuriata avvenne per un complimento di B. alla Carfagna: “Se non fossi sposato, la sposerei subito”.
In origine, dunque, la Carfagna.
Ma anche Mariastella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla.
Le tre ministre protagoniste dell’estate del 2008, quando comincia a montare l’onda degli scandali a luci rosse dell’allora premier, ossessionato e logorato dalla sua satiriasi.
La parabola di Forza Gnocca ha tante zone d’ombra e riguardano tutte il livello politico del bunga bunga.
Come il mistero delle intercettazioni hard sulle tre ministre citate: una a Milano e cinque a Napoli, mai uscite.
Disse poi un giorno la parlamentare finiana Angela Napoli: “Non escludo che qualche deputata si sia prostituita”.
Le elezioni politiche del 2008 hanno portato a Montecitorio una nutrita pattuglia di Forza Gnocca, tante deputate lambite dal sospetto di piacere molto al Capo: Elvira Savino (un tempo intima e coinquilina di Sabina Began, l’Ape Regina dell’harem di Palazzo Grazioli), Gabriella Giammanco, Annagrazia Calabria, Mariarosaria Rossi, Michaela Biancofiore.
Non mancano, ovviamente, i quadri locali e di partito di Forza Gnocca.
Tra i primi spicca la presenza di Francesca Pascale, consigliere provinciale di Napoli e soprattutto indicata come attuale fidanzata del Cavaliere (anche la Minetti, peraltro, ha ammesso una relazione con l’anziano B.).
Tra i secondi, la bellezza più evidente ha il volto di Graziana Capone, l’Angelina Jolie di Bari balzata nella prima fila delle predilette con l’inchiesta pugliese sulle escort procacciate da Tarantini.
Oggi, la Capone , lavora a stretto contatto con B. a Palazzo Grazioli.
Come in ogni harem che si rispetti la solidarietà femminile non esiste.
Piuttosto, a dominare è l’odio.
Il bersaglio preferito è stata la Carfagna, accusata pubblicamente da Alessandra Mussolini di avere una storia con il finiano Italo Bocchino quando ci fu lo strappo del presidente della Camera.
Di qui il soprannome malevolo di Mara Hari.
Non solo. La Carfagna, la Gelmini, Stefania Prestigiacomo, nonchè Daniela Santanchè (in una fase precedente) trasportano Forza Gnocca nella cordata di Gianni Letta con i loro rapporti con il faccendiere pregiudicato piduista e piquattrista Luigi Bisignani.
Qual è stata la natura vera di questi link?
La Gelmini fu persino scortata da Bisignani a Palazzo Grazioli per essere raccomandata in vista del triumvirato dei quarantenni che avrebbe dovuto reggere il Pdl.
Poi non se ne fece più nulla.
In questa cricca, a finire nel mirino dell’odio è la Brambilla.
Il vecchio faccendiere la chiama per telefono “brutta mignotta”, mentre “Chi” di Alfonso Signorini, fidatissimo pink-magazine di Arcore, regala una chicca clamorosa.
Incrociando la Brambilla a un evento, la Gelmini sibila un feroce: “Cagna”.
Tutta colpa della promozione a ministra della rossa Michela Vittoria, che riuscì a mettere piede nelle riunioni di Palazzo Chigi proprio nei roventi giorni dello scandalo di Noemi Letizia. Ed è per questo che l’intervista della Santanchè ieri su “Repubblica” va decifrata con attenzione.
Riposizionatasi su altri lidi, l’ex sottosegretaria dice chiaramente: “Non sarò io la donna del ticket con Berlusconi ma non devono esserlo nemmeno le altre”.
Questa la frase: “Non deve essere una professionista della politica”.
Ogni riferimento alla Carfagna o alla Gelmini è puramente voluto.
Forza Gnocca è viva e lotta con Silvio (anche senza la Minetti).
Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
TRA PARLAMENTO E CONSIGLIO E’ RISSA PER L’AUMENTO DELLE SPESE… I RAPPRESENTANTI DEGLI STATI MEMBRI NON VOGLIONO L’AUMENTO
Quando si parla di soldi si litiga sempre.
Pure a Bruxelles, dove le tre principali istituzioni dell’Ue, Commissione, Parlamento e Consiglio, stanno venendo ai ferri corti per la definizione del budget comunitario 2013.
A dire il vero ogni anno si bisticcia su quanto gli Stati membri devono pagare a Bruxelles, ma questa volta, complice la crisi economica e le misure di austerità a cui molti governi sono costretti, i negoziati sono particolarmente caldi.
Si tratta del bilancio 2013, ovvero il capitolo di spese che l’Unione europea nel suo insieme effettuerà l’anno prossimo.
Questi soldi vengono pagati proporzionalmente dai 27 Paesi membri che attraverso l’istituzione che li rappresenta (il Consiglio) negozia con Parlamento e Commissione europea. Il grosso dei soldi che arrivano a Bruxelles ritorna poi negli Stati membri sotto forma di finanziamenti vari, come i fondi di coesione e quelli strutturali.
Ad esempio nel 2012 il bilancio europeo è stato di 147,2 miliardi di euro (141,9 nel 2011), dei quali il 45% destinati a fondi di coesione (promuovere lo sviluppo nelle regioni e nei Paesi più poveri), il 30% a favore degli agricoltori europei, l’11% allo sviluppo rurale, il 6% per progetti extraeuropei e aiuti umanitari e il 5,6% alle spese di amministrazione e personale.
Succede che ogni anno, complice l’inflazione e l’aumento della spesa totale del’Ue, viene accordato un aumento di bilancio.
Ed è proprio qui che quest’anno sono volate le sedie.
La Commissione, di concerto con il Parlamento, aveva proposto lo scorso aprile un aumento del budget del 6,8% per far fronte anche a tutte quelle promesse di pagamento fatte l’anno passato (l’Ue ragiona per cicli di spesa pluriennali, adesso 2007-2013).
Neanche a dirlo, ai rappresentati del Consiglio (quindi degli Stati membri) si sono rizzati i capelli in testa.
Anche agli ex come Valèrie Pècresse, ministro francese al budget fino a due mesi fa nel governo Sarkozy, che ha detto: “E’ impossibile, assolutamente ingiustificabile e inaccettabile che l’Ue chieda ai suoi Stati membri di tagliare il deficit e le spese interne e allo stesso tempo proponga un aumento di quasi il 7% del suo proprio budget”. Impossibile, secondo il Consiglio, andare oltre un aumento tirato del 2,8%.
Furiosa la reazione di Commissione e Parlamento, che fanno notare come tagliare il budget dell’Ue equivale a tagliare i finanziamenti che gli stessi Stati membri riceveranno l’anno prossimo per stimolare crescita e occupazione.
“Questa posizione contraddice quanto deciso dagli stessi capi di Stato e di Governo lo scorso 28-29 giugno a Bruxelles che hanno stanziato 120 miliardi di euro per la crescita europea”, ha fatto notare il Commissario Ue al bilancio Janusz Lewandowski.
In effetti, anche se verrebbe naturale pensare che in tempo di crisi tutti debbano fare sacrifici, viene da se che ridurre l’aumento del budget Ue vuol dire tagliare anche i fondi che ogni anno partono da Bruxelles direzione Roma, Madrid e così via.
Ma questo i ministri nazionali lo sanno bene.
Ecco allora la contro proposta. Con un pizzico di cinismo, Paesi come Polonia, Repubblica ceca, Ungheria, Romania e Spagna hanno difeso a spada tratta i fondi di coesione, dimostrandosi però un pochino meno interessati agli aiuti umanitari internazionali.
Il Consiglio ha proposto infatti di tagliare del 9,75% le spese extraeuropee e di limitare l’aumento delle spese di amministrazione all’1,47% (considerando che l’Ue dovrà preso assumere un bel po’ di croati per accogliere il 28esimo Paese membro).
Nero Alain Lamassoure, popolare francese, a capo della commissione parlamentare per il budget (ce n’è una perfino per il controllo del budget) per quello che reputa “un attacco” dei ministri nazionali “al processo decisionale europeo”.
Ed ecco che torna d’attualità il tormentone di una tassa europea, uno degli obiettivi del Movimento federalista europeo, secondo il quale l’unione monetaria non è sostenibile senza un’unione fiscale e un bilancio dell’Unione dotato di risorse pari ad almeno il 2% del Pil europeo.
Questa possibilità , in effetti, permetterebbe all’Ue di emanciparsi economicamente dai governi nazionali e di rispondere della propria spesa solo ai contribuenti europei.
Ma al momento lo scontro resta tutto a Bruxelles.
A sbrogliare la matassa giocherà un ruolo di primo piano il ministro alle finanze cipriota Vassos Shiarly, che mentre il suo Paese ha chiesto 10 miliardi di aiuto all’Ue per salvare le proprie banche, si permette di litigare con il Commissario Ue al bilancio Lewandowski sul bilancio comunitario.
“Questa Ue costa davvero troppo”, starà pensando.
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
INTESA VICINA TRA PDL, UDC E BERLUSCONIANI DELLA LEGA: PROPORZIONALE CON PREMIO AL 6%
Apparentemente immobili sulle rispettive posizioni, i partiti rimandano a
settembre l’ora della verità sulla legge elettorale.
La pretattica, dunque, continuerà per tutto il mese di agosto.
Ma qualcosa di concreto già si muove nelle segrete stanze dei leader se è vero che Pdl, Udc e l’ala berlusconiana della Lega hanno raggiunto un’intesa di massima (proporzionale, con sbarramento al 6%, più piccolo premio di maggioranza al primo partito) con o senza preferenze.
E qualcosa si muove anche a sinistra se è vero che il Pd, nonostante l’irrigidimento ostentato dai suoi dirigenti, lavora (anche con gli emissari inviati da Maroni, che ieri su questi temi ha sentito Silvio Berlusconi) a un modello misto che nulla ha a che fare con la proposta ufficiale del partito: ovvero il doppio turno con i collegi uninominali maggioritari e una quota proporzionale.
E uno che se ne intende, come Marco Pannella, sente puzza di bruciato: «Pier Luigi, no al tradimento del doppio turno alla francese. Spero ti sia chiaro che l’evocazione dei “preferenziali” non è altro che l’ipocrita restaurazione partitocratica delle liste proporzionalistiche».
Premio di maggioranza
Oggi il Porcellum assicura un premio (circa 60 seggi alla Camera, variabile su base regionale al Senato) alla coalizione che ottiene più voti.
Chi vince, in linea di massima, ha il 55% dei deputati.
Al tavolo intorno al quale si è discussa di recente la bozza Violante sottoscritta dai rappresentanti di ABC, il tema è stato affrontato ma non quantificato.
Se comunque lo schema è quello tedesco – 50% collegi uninominali, 50% proporzionale, sbarramento al 5% – e il numero dei deputati della prossima legislatura si assesta a quota 500, si potrebbero prendere in prestito per la Camera i «vecchi» collegi senatoriali del Mattarellum che sono riutilizzabili: erano 232, appunto, mentre i 18 rimanenti per raggiungere quota 250 (cioè la metà uninominale prevista dal sistema tedesco) costituirebbero «il piccolo premio di maggioranza».
Altrimenti, se si mette in discussione questo calcolo aritmetico e se si vuole tenere fuori dal tavolo la riforma costituzionale che porta a 500 il numero dei deputati e a 250 quello dei senatori, il discorso cambia radicalmente.
Anche perchè per disegnare nuovi collegi il governo impiegherebbe almeno tre mesi.
Eppure i nuovi emissari di ABC (Verdini, Migliavacca, Adornato) si mostrano per ora irremovibili sulle rispettive posizioni: il Pdl (con l’Udc) mira a un premio basso (massimo 10%), da assegnare al primo partito, mentre il Pd chiede un premio più alto da attribuire alla coalizione che ottiene più voti: è ovvio che Bersani, in qualche modo favorito dai sondaggi, e «ricco» di potenziali alleati, sostenga il secondo scenario mentre un Pdl per ora in difficoltà , e senza più una Lega fedele al fianco, cerchi di limitare i danni con un «piccolo premio a chi vince».
Preferenze o collegi?
Angelino Alfano insiste: «Io sono molto laico e sereno sulla legge elettorale: non ce n’è una perfetta, ma tra tante imperfezioni con il bisogno di partecipare che c’è nei cittadini noi siamo per le preferenze, per far sì che ciascuno abbia la capacità di misurarsi. Ovviamente, servono candidature di persone oneste».
Anche l’Udc, forte del know how dc, porta alta la bandiera delle preferenze.
Mentre il Pd con la sua proposta di legge ha formalizzato che la scelta migliore è quella del collegio uninominale (magari a doppio turno) in cui si presenta un candidato selezionato dalle primarie (di partito o di coalizione, si vedrà ).
Collegi piccoli
Quelli del Mattarellum erano collegi da 200-250 mila votanti mentre pezzature più piccole, cosiddette alla spagnola, aumenterebbero l’effetto maggioritario con una penalizzazione delle forze minori visto che in Spagna lo sbarramento nominale è del 3% ma quello reale è del 7-8%.
Maroni ha sguinzagliato i suoi emissari che – al di là delle posizioni espresse al Senato dal «berlusconiano» Calderoli – hanno preso contatto con i deputati lombardi del Pd per chiarire un punto: Bersani appoggerebbe una clausola regionale dello sbarramento (un aiutino ai partiti che concentrano i voti in alcune zone del Paese)?
Anche se la Lega, in crisi di identità persino nelle roccaforti, punta sul sistema proporzionale puro gradito a Berlusconi.
Dino Martirano
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 14th, 2012 Riccardo Fucile
GLI ISTITUTI DI CREDITO AVEVANO PROMESSO CIFRE DA STANZIARE PER RIMETTERE IN MOTO L’ECONOMIA…ADESSO SI SONO RIMANGIATI LA PAROLA: NESSUN TIPO DI AGEVOLAZIONE PER I PRESTITI
All’indomani del sisma li promisero quasi tutti le banche, con spot e comunicati stampa: “Per agevolare la ripresa delle attività produttive dei territori colpiti dal terremoto metteremo a disposizione plafond per finanziamenti a condizioni di favore”.
Peccato che, a più di un mese e mezzo dalle scosse, quegli annunci sono rimasti sulla carta, e a oggi le imprese che hanno ottenuto le agevolazioni si possono contare sulle dita di una mano.
Tanto che le associazioni di categorie lanciano l’allarme: “Così si rischia di morire”.
Le cifre le snocciola la Confederazione nazionale della piccola e media impresa di Modena, che ha fatto una ricerca per capire quante tra le aziende messe in ginocchio dal sisma abbiano effettivamente beneficiato di crediti immediati a tasso agevolato, per interventi di prima sistemazione.
Le cosiddette “operazioni ponte”.
Secondo il loro osservatorio, solo una delle banche che ha stanziato il plafond pro ricostruzione ha applicato le condizioni dichiarate, ossia con interessi variabili tra l’1,2% e l’1,5%
Gli altri istituti hanno adottato le stesse prassi pre sisma, ossia applicando interessi del 4% o del 4,5%.
Altre volte le banche hanno deciso discrezionalmente, in base al tipo di società .
Eppure gli accordi con le istituzioni erano diversi.
Il protocollo siglato tra banche, Consorzi fidi e regione Emilia Romagna, raggiunta alcuni giorni fa, prevedeva, infatti, crediti a tassi agevolati a massimo l’1,5 % d’interessi, contro i 4% standard, grazie a un plafond totale di 1,2 miliardi di euro.
A peggiorare la situazione, sono poi i tempi di attesa.
Prima di dare una risposta, infatti, ogni istituto provvede a verificare e ad accertare la presenza dei requisiti minimi per ottenere il finanziamento.
“Alcune banche hanno fatto resistenza — ha dichiarato alla stampa locale il presidente della Confcommercio modendese, Carlo Galassi — e anche a prescindere dal tasso d’interesse, le istruttorie sono lente e non di rado si concludono con il rifiuto del finanziamento, proprio oggi che c’è più necessità ”.
Anche secondo la Confartigianato, finora la maggioranza degli istituti non ha rispettato le promesse fatte e si è dimostrata disponibile solo a parole.
Le associazioni di categoria inoltre si stanno muovendo per chiedere di non tener conto di mancati pagamenti delle rate per le ditte in difficoltà per il terremoto almeno fino all’estate del 2014, e per ottenere un’altra proroga sulla moratoria automatica delle rate dei mutui e dei leasing.
Finora il termine è fissato al 30 settembre, ma le imprese puntano a giugno 2013
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