Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
ERA IL BRACCIO DESTRO DI DE PEDIS… BUFERA SUL SINDACO DI ROMA PER L’ASSUNZIONE DI “PROVOLINO”
Dalla banda della Magliana al Campidoglio. 
Tra gli uomini di fiducia che il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha voluto nella sua avventura, c’è anche Maurizio Lattarulo, già braccio destro del boss De Pedis e luogotenente dell’estremista nero Massimo Carminati.
Condannato con sentenza definitiva il 6 ottobre del 2000 «in quanto membro dell’associazione a delinquere banda della Magliana», “Provolino”, così lo chiamavano gli altri della gang, nel luglio del 2008 viene arruolato dal primo cittadino della Capitale come consulente esterno per le Politiche Sociali.
«Sarebbe curioso capire con quali competenze in materia», si domanda Giovanni Barbera, presidente del consiglio del XVII Municipio di Roma, che domani invierà alla commissione trasparenza del Comune un’interrogazione urgente.
Prima ancora di nominare nel 2009 l’amico Stefano Andrini, pure lui estremista di destra, come ad di Ama Servizi, e di sistemare con l’infornata di Parentopoli, nel 2010, il Nar Francesco Bianco come operaio all’Atac, Lattarulo ottiene un posticino nel cuore del potere. Con delibera della giunta comunale entra nello staff dell’assessorato alle Politiche sociali. Contratto a termine, articolo 90, che con «riserva di accertamento dei requisiti per l’accesso allo stesso» inizia il 23 luglio 2008 e cessa con la fine del mandato di Alemanno.
Da luglio a dicembre 2008 riceve dal Comune 13mila euro e rotti, nei due anni successivi 30.670 euro e 65 centesimi.
E oggi è segretario particolare dell’attuale presidente della Commissione politiche sociali, Giordano Tredicine. «Non sappiamo con quale tipo di contratto sia rimasto», dicono fonti interne del Campidoglio.
Ma nella seduta in consiglio comunale di fine giugno, in cui si discuteva del bilancio Acea, lui c’era.
Nell’ordinanza di rinvio a giudizio firmata dal giudice Otello Lupacchini, il magistrato che istruì il processo contro i componenti della Banda della Magliana, viene citato novanta volte il suo nome.
“Provolino” è in prima linea al fianco di personaggi del calibro di De Pedis, Massimo Carminati, del cassiere della banda Nicoletti, di Paolo Frau e di Giuseppe de Tomasi.
«Stava con i “testaccini” – ricorda Lupacchini, oggi sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello – e le riunioni per decidere gli affari della banda avvenivano in via di Villa Celimontana 38».
Insomma non era un personaggio di poco spessore Maurizio Lattarulo, tanto che nell’ordinanza di rinvio a giudizio viene indicato più volte come “braccio destro di De Pedis” e “tirapiedi” di Carminati.
Il suo ruolo, raccontano le carte, insieme agli altri boss, era quello di gestire i circoli scommesse e le sale giochi della città , «aperti dalla banda per riciclare il denaro sporco provento di usura e spaccio».
Racket e gioco d’azzardo erano il suo settore di competenza, fino al salto di qualità : l’usura.
C’è un passaggio dell’ordinanza in cui Enrico Boldrini, pentito della gang e negli anni ’80 gestore di un negozio di noleggio di videogiochi finito nelle maglie della Banda, sostiene che Lattarulo (con Carminati e Maragnoli) andava da lui a riscuotere il pizzo (20 milioni di lire ogni fine mese) per conto di De Pedis.
Ridotto in miseria, Boldrini si diede alla latitanza e quando tornò, per ricominciare bussò alla porta di Provolino: «Mi rivolsi a Lattarulo, il quale, in più occasioni, mi erogò finanziamenti per qualche decina di milioni di lire, al tasso del 4 o 5% mensile».
E ancora: «Confermo di aver indirizzato al Lattarulo dei gestori di circoli in difficoltà economiche: si trattava di persone che versavano nelle mie stesse situazioni di vessazione». Forse tutto questo deve essere sfuggito ad Alemanno quando ha deciso di affidargli la consulenza per le Politiche sociali.
Federica Angeli
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
ELISA, ARIANNA E VALENTINA: UN AIRONE SOTTILE, UNA BAMBOLA BAMBINA, UNA MADRE CON LE PRIME RUGHE: CLASSE, ORGOGLIO E GRINTA DI TRE DONNE ITALIANE CHE NON SI ARRENDONO MAI
Che meraviglia queste tre ragazze italiane, questi tre profili sul podio: un airone sottile, una bambola bambina, una madre con le prime rughe.
Elisa, Arianna, Valentina.
Che spettacolo queste tre donne così diverse così uguali, nemiche e compagne di squadra, rivali e vicine di letto.
Belle come il sole direbbero e diranno le loro mamme: sei bella come il sole. Ciascuna lo è. Che sorrisi, che impresa.
Quanto dolore perdere di un soffio, quella lacrima che scende e la mano con le unghie blu di Arianna Errigo che la asciuga, che meraviglia vincere all’ultima stoccata, gli occhi che cercano il cielo di Elisa Di Francisca, in un secondo che ti giochi tutto in quell’attimo e non vedi non senti altro che sì, è la tua volta, è il tuo momento. È adesso.
Che orgoglio risalire la china del terzo posto con la zampata della vecchia leonessa, che tempra il vecchio Cobra, Valentina Vezzali è ancora qui.
Oro incenso e mirra hanno portato, venute da tempi diversi della vita: una ragazzina, una giovane donna, una campionessa alle soglie dei quaranta. T
re donne, tre destini che si annodano e si snodano in un soffio. Vezzali era venuta con i suoi 38 anni, la madre e il figlio di 7 in tribuna, la storia della scherma già scritta per vincere il suo quarto oro ed entrare nella leggenda. Portabandiera della squadra olimpica.
Invincibile, implacabile. Cattiva, in pedana. Solitaria fuori.
Pochissimo amata dalle compagne di squadra: la vecchia, la chiamano.
Ha affrontato Arianna Errigo, di 14 anni più giovane, tesissima.
«Ho sbagliato la parte centrale della gara», dirà poi in lacrime, «niente da dire: ho sbagliato. Ha sempre ragione chi vince. Arianna attaccava molto, l’ho ripresa troppo tardi ».
Arianna attaccava molto, con i suoi 24 anni e le sue unghie blu fino a mezz’ora prima rosicchiate su una panchina lungo il Tamigi, nell’attesa.
Prima olimpiade.
Come va, Arianna? Come ti senti a dover affrontare la Vezzali?
“Benissimo, mi sento bene. L’ho già sconfitta un mese fa, posso farlo ancora. Non ho voglia di aspettare altri quattro anni, non ditemi che ho tempo. Posso farlo ora”.
E difatti sì, ecco: danzando in pedana come se fosse un ballo, una piroetta una mezza giravolta ad ogni stoccata, batte i piedi, urla, Valentina resta lì a guardarla a braccia conserte, 14 a 11, 14 a 12, non basta, è troppo tardi, la bambina col viso di bambola canta e danza veloce, troppo veloce.
È un attimo, Vezzali è sconfitta.
Elisa Di Francisca, 30 anni, esce fuori a fumare. Una Marlboro, due.
Ha eliminato la Nam, la coreana minuscola e veloce come un’ape, rimontando quando sembrava finita.
Ora fuma, guarda il fiume.
La finale sarà contro Arianna. Sono compagne di stanza, al villaggio olimpico, proprio come Valentina Vezzali e Giovanna Trillini lo furono ad Atene.
Una finale fa due rivali che stasera dormiranno in due letti gemelli, ciascuna con la sua medaglia sul comodino.
Hanno già vinto entrambe, perchè sconfiggere Valentina Vezzali — la rivale crudele — era la battaglia comune.
Se lo erano dette alla vigilia: questa volta una delle due ce la fa, la battiamo. E infatti ecco, sì. Ora tutto sembra più facile, Elisa ha un sorriso bello e malinconico, Arianna tiene la testa fra le mani.
Chiunque vinca, la storia è scritta.
Valentina ancora in pedana, adesso. Mezz’ora dopo la sconfitta dalla ragazzina, con le lacrime ancora da ingoiare, sale a giocarsi il terzo posto. Agguanta la medaglia contro la Nam con un’impresa storica, una rimonta mai vista: se la mangia in 22 secondi, gli ultimi.
Rimonta da 8 a 12 con tre affondi negli ultimi 9 secondi, quello finale a un secondo dalla conclusione. Un secondo.
Piange ancora, adesso. «Mamma mi ha detto che sono stata brava», dice. Mamma mi ha detto. Pietro la abbraccia e piange con lei.
È comunque un bronzo, poteva essere oro o argento.
«Ora faccio un altro figlio, poi vediamo a Rio».
Ma l’occasione era questa e Valentina lo sa. Mi dispiace, ripete. Mi dispiace tanto.
Ora le piccole, per la finale.
Sembra non vogliano farsi male, sono sempre in pareggio. Elisa si muove dinoccolata e fluida, Arianna è più nervosa. Toglie la maschera, si tocca i capelli rame.
«Arrivo sempre in fondo e non vinco mai», aveva detto ridendo poco prima sul fiume. Un destino.
La stoccata finale arriva al minuto supplementare, dopo un match da infarto finito in pareggio.
La lama di Elisa la colpisce al centro del petto, dove parte il respiro.
Piange, la bambina. Sul podio piange ancora.
La foto finale mostra tre donne di 24, 30, 40 anni.
La piccola non riesce a sorridere nemmeno quando le mettono al collo la medaglia.
La vecchia mostra tutti i denti in un ghigno di sfida e di orgoglio, sono ancora qui, eccomi, figuriamoci se non sorrido alle foto.
Due sfingi, due modi di perdere.
La campionessa olimpica leva la medaglia al cielo ed è felice, lei sì, e davvero bellissima. L’età di mezzo della vita, 30 anni.
Arriva sempre il momento in cui anche i Cobra trovano un animale più giovane e più forte, magari un uccello in volo che plana, una bambina col viso rotondo che non ha paura.
Non è una tragedia, è la vita.
E’ il tempo che passa, tre stagioni che si avvicendano.
Tre donne formidabili e forti, così diverse e così uguali.
È proprio bello, ma molto bello così.
Concita de Gregorio
(da “La Repubblica”)
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Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
FINI EVOCA NUOVI FORMAT FAMILIARI…PER ORA REGGE L’ALLEANZA CON CASINI, MA FINO A QUANDO?
L’unico paletto che Gianfranco Fini pone in vista di future alleanze riguarda “quanti non
hanno intenzione di sostenere Monti”.
Il che significa porte chiuse a Italia dei valori, Sinistra e libertà , Lega, ma anche a quella parte del Pdl che progetta una presa di distanza dal governo dei professori.
Il presidente della Camera non crede che sia possibile “andare al voto con questa legge elettorale”.
Ma se il Porcellum dovesse essere riformato, si potrebbe anche andare a votare in autunno. Ipotesi, al momento, remota, viste le divisioni dei partiti sul sistema elettorale da scegliere.
Tuttavia, nulla è escluso. E Fini con i suoi valuta concretamente anche l’eventualità che tutto precipiti e che si debbano indire le elezioni politiche entro il 2012.
Il più convinto fra tutti di questo scenario, è il vicepresidente di Fli, Italo Bocchino, che in vista delle urne intende serrare i ranghi dei futuristi.
Il 25 luglio di Fini.
Sarà per questo che il 25 luglio nell’ufficio di presidenza di Fli, Bocchino ha voluto segnalare come ormai il partito sia nettamente diviso in due.
Da una parte i fautori dell’identità , pronti a rafforzare il partito per misurarsi anche nelle urne, dall’altra quanti intendono andare oltre Fli, che vedono come “un partitino”, per gettarsi nell’ampio mare delle alleanze tra riformisti e moderati.
Ma la data fatale, 25 luglio, ha dato la stura a facili ironie.
”Visto che è Fini a predicare di ampliare gli orizzonti di Fli, sembra proprio che l’ufficio di presidenza si sia trasformato in una sorta di replica del Gran Consiglio che nel 1943 sfiduciò Mussolini”, provoca Umberto Croppi.
Mai il partito dei “ricchioni”.
Ironie e nostalgie a parte, resta il fatto che su molti argomenti il leader e il suo vertice hanno ormai idee divergenti.
Riguardo alla legge elettorale Fini è per l’uninominale, Bocchino per le preferenze; se dal vertice del partito c’è una ritrovata cautela sui gay, Fini si spinge invece a invocare “nuovi format familiari”.
Che succede, dunque, tra i futuristi?
Per Bocchino lo stallo di Fli va attribuito alla componente che predicava lo scioglimento del partito in nome dell’alleanza al centro e perfino al centrosinistra.
E, in vista di un’accelerazione elettorale, spinge per rafforzare Fli invocando “i valori della destra”.
Nell’ufficio di presidenza, raccontano, c’è stato anche chi si è preoccupato di “non trasformare Fli nel partito dei ricchioni”.
Fini, per ora, tace e non prende posizione a favore dell’una o dell’altra corrente. Si limita a ribadire il sostegno a Monti e ad alleanze più larghe.
Il che non è privo di significato, ammesso che regga il feeling con il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, molto tentato dall’autosufficienza.
Lo sgambetto dell’Assemblea.
Intanto i progetti lanciati neppure un mese fa dal presidente della Camera per il suo partito segnano il passo.
L’assemblea dei mille, immaginata da Fini come un’assise tra esponenti della società civile pronti ad allargare e a irrobustire gli orizzonti di Fli, prevista per settembre, si sta arenando tra mille liti interne.
Il comitato promotore, del quale fanno parte un ex radicale, un ex socialista, un ex democristiano, oltre agli ex Msi-An tarda a decollare.
Di certo c’è solo la location, Arezzo, nonostante Fini avesse detto di preferire Roma.
Proposta archiviata perchè il Palazzetto dello sport e l’Auditorium della Capitale sarebbero stati indisponibili per l’evento.
Così affermava il vertice di Fli.
Peccato che, a una verifica successiva, le strutture risultino libere.
Ma tutto serve, evidentemente, per imporre la propria linea.
(da “Il Retroscena”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UN CARTELLO CON UNA SCRITTA IN UN CANTIERE ILLEGALE, SPARISCE IL PUDORE DEI PALAZZINARI…IL SALTO DI QUALITA’ DEI FUORILEGGE DI EBOLI
«Vendesi appartamenti abusivi». Lo striscione, dalla vistosa scritta bianca su fondo rosso, campeggia in un cantiere di Eboli.
E rappresenta, oscenamente, un salto di qualità .
La certificazione che ormai in questo campo è stato superata ogni soglia del pudore.
Totò imbastì uno sketch formidabile, sul tema.
Tuonava: «Abusivi di tutto il mondo unitevi! Ci vogliono abolire! È un abuso! Abusivi: diciamo no all’abuso!».
Eccitava la rivolta, è vero, dei posteggiatori abusivi e non dei costruttori fuorilegge.
Il tema, però, è quello.
Rivendicato due anni fa addirittura in uno stupefacente manifesto affisso sui muri di Ischia, dove nonostante la terribile lezione del terremoto del 1883 che annientò Casamicciola, sono stati denunciati in questi anni 28 mila abusi edilizi su una popolazione di 62 mila abitanti: «La politica dominante è morta! Dopo sessant’anni di coma vegetativo, ne danno il triste annuncio i cittadini “abusivi” tutti. Le esequie si terranno in forma privata presso i seggi elettorali nei giorni 28 e 29 marzo 2010. Sulla scheda elettorale scrivi: “voto abusivo!”».
Insomma, la giustificazione dell’abusivismo è così diffusa, in questo Paese, che già avevamo assistito a episodi clamorosi.
Uno per tutti, la costruzione pochi anni fa a Casalnuovo, in provincia di Napoli, a ridosso della zona rossa di estremo pericolo in caso di eruzione del Vesuvio, di 73 palazzi totalmente abusivi e senza fondamenta per un totale di 450 abitazioni, costruiti da un certo Domenico Pelliccia.
Tutte abitazioni vendute dal notaio grazie a un’autocertificazione falsa in base alla quale sarebbe stato possibile godere del condono del 2003.
Quel caso da manuale, che vide banche pronte a concedere mutui senza troppe puzze sotto il naso e rappresentanti di Telecom e dell’Enel e dell’acquedotto disponibili a fare gli allacciamenti senza badare alla illegalità totale del nuovo rione, fu solo una delle conferme di una cosa che in certe zone sanno tutti.
Cioè che ormai l’andazzo dell’abusivismo è tale che molta gente non si fa problemi a vendere abitazioni abusive e altri non si fanno problemi a comprare.
«Conosco anch’io gente di Montecorvino, in provincia di Salerno, che ha accettato di comperare case abusive pur sapendo che non erano in regola – racconta Michele Buonomo, presidente di Legambiente in Campania -. Spesso si tratta di persone che non sono in grado di acquistare una casa regolare e si accontentano di qualcosa che sulla carta non potrà diventare mai loro perchè queste abitazioni costano molto ma molto meno, perchè sanno che la probabilità che siano abbattute dalle ruspe è bassissima, perchè scommettono sull’arrivo, un giorno o l’altro, di un nuovo condono».
Una scommessa scellerata.
Sulla quale giocano politici scellerati. Che arrivano a fare addirittura le campagne elettorali promettendo miracolose sanatorie o come minimo l’impegno a non mandare le ruspe.
Spiega il libro Breve storia dell’abuso edilizio in Italia dell’urbanista Paolo Berdini, che trabocca di dati, citazioni e numeri, che le case illegali nella penisola, in larga parte concentrate nel Mezzogiorno, sarebbero 4.400.000.
Vale a dire che, fatti i conti su una famiglia media, almeno 10 milioni di italiani vivono o vanno in vacanza in una casa abusiva.
E lì entra in ballo il calcolo della peggiore politica: un abusivo è solo un abusivo, 100 abusivi con parenti e annessi possono eleggere un consigliere comunale, 1.000 possono determinare l’elezione di un sindaco o un deputato, un milione consentono di conquistare o perdere Palazzo Chigi.
Fatevi un giro, se vi capita, dalle parti di Triscina e Trecase, nella zona archeologica di Selinunte.
Ci sono migliaia di case così abusive ma così abusive che non hanno potuto usare il condono craxiano del 1985 nè quelli berlusconiani del 1994 e del 2003 e neppure la sanatoria delle sanatorie della Regione Sicilia ai tempi di Totò Cuffaro.
Sono invendibili, eppure ogni tanto, con un contratto privato, qualcuna passa di mano. In alternativa percorrete il lungomare di Torre Mileto, tra Termoli e Rodi Garganico, dove nei decenni si sono ammassate centinaia e centinaia di villette sgangherate escluse da ogni sanatoria. Pare impossibile, ma capita di vedere dei cartelli: «Vendesi».
Mai però, neppure in una Regione come la Campania che secondo il Cresme (Centro ricerche economiche sociali di mercato per l’edilizia e il territorio) detiene il record italiano (e occidentale, presumibilmente) delle abitazioni abusive che qui sono il 19,8%, si era visto uno striscione come quello che Enzo Armenante, un anziano e combattivo esponente del Wwf campano, ha fotografato in un cantiere in via Cristoforo Colombo a Eboli e inviato a Fulco Pratesi, che del Wwf italiano è il fondatore e il presidente onorario. La sfida è sfrontata. Totale: «Vendesi appartamenti abusivi».
E più sotto: «Info in sede».
Vale la pena di aggiungere una sola parola di commento?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
“NON DIVIDERO’, MA SORVEGLIO MARONI”… IL VECCHIO LEADER NON MOLLA
Adesso che il “Capo” non è più il capo, adesso che i più maligni tra i rottamatori
leghisti lo chiamano «Bossy Solo» – non in onore dei suoi trascorsi canori – raccontano che, per uscire dal cono d’ombra, Umberto Bossi voglia giocarsi la carta Berlusconi.
Sì, perchè la solitudine di un (ex) numero primo, se è Bossi, oltre che da una tavola deserta può passare anche dalla pianificazione di una vacanza (mai state una priorità le ferie).
«Basta montagna, quest’anno forse vado in Sardegna… C’è giù la mia nipotina, la Lavinia (figlia di Riccardo). Faccio un po’ il nonno, e poi Silvio mi ha invitato…», ha raccontato il destituito druido padano a una festa verde in quel di Soncino, Cremona.
E già , Silvio di villa Certosa come il mago Silvan.
E il vulcano finto, magari. Roba che all’Umberto non gliene è mai importato di meno (dopo il blitz pre-ribaltone in canotta nel ’94 non ci ha più messo piede, delegando il Trota che nel parco di Punta Lada si divertiva a derapare con la macchina da golf), ma che di questi tempi, un po’ colpo di teatro, un po’ suggestione da mozione affettiva, potrebbe avere il suo perchè.
«Mi hanno lasciato solo» ha certificato il Senatur. E’ vero.
Però i leghisti 2.0 non gradiscono che si dica, chè non è elegante, anzi, fa proprio brutto, e infatti ieri sera a Bergamo (dove partì la rivolta delle scope padane) l’ex segretario federale è stato accolto con meditato calore da tutto lo stato maggiore orobico, Calderoli in primis. «Visto che non l’abbiamo messo da parte?», ha chiosato un maroniano doc.
Sic transit gloria mundi. Addio corti e cerchi magici, basta processioni fuori dalla porta, e capo qua e capo là .
Eccolo il nuovo Presidente Ad Affectum («il suo ruolo è solo affettivo, non ha poteri» lo ha sistemato Bobo neosegretario). Fino a ieri gli bastava sollevare il sigaro per concedere udienza o fare tacere; adesso lui fuma e gli altri trattano e decidono. Altrove. A prescindere dal “Vate” o dal «vangelo», per dirla con la pasdaran bossiana Paola Goisis.
Gemonio, sei e mezza della sera. «Capo, i sigari… Quanti ne prendiamo?», gli chiede Giambattista, uno degli uomini ombra, il meno calvo ma anche il meno atletico della paranza orobica che da anni bada al fondatore della Lega.
La voglia di fumarsi Garibaldi, inteso come sigaro, al Senatur non gli è mai passata: figurarsi in questi mesi tribolati.
Assieme alle amate nuvole di fumo Umberto convive con una nuova compagna di viaggio: la solitudine. Sconosciuta. Detestata.
«Se ne sono fregati, nessuno dei dirigenti era seduto con me al tavolo», ha commentato l’impietosa foto di Trescore: lui piantato lì, e neanche un cane a fargli compagnia. Uno che in due decenni non ha passato un pranzo, una cena, una pausa caffè senza avere attorno una corte che di due o 200 persone.
«Prima venivano tutti da me, adesso mi vogliono pensionare ma io non mollo. Voglio vederli tutti in faccia – ha confidato a chi era con lui quella sera – capire chi è stato ed è sincero, e chi era ed è solo un lecchino».
La maggior parte.
Molti già riposizionati nel nuovo corso leghista. «La Lega deve restare unita – ragiona Bossi tra uno strappo e una toppa – . Niente scissioni, niente divisioni. Ce ne sono già state troppe. Ma guardo come uno si comporta, controllerò che tutti facciano bene le cose, che righino dritto…». Tutti.
Segretario federale compreso. Quello a cui il Senatur ha assestato un altro fallo di frustrazione («il capo sono io, i cani piccoli abbaiano ma non spaventano»).
Al funerale di Cesarino Monti l’altro giorno Bossi e Maroni secondo qualcuno si sono salutati freddamente e con imbarazzo; secondo altri ci sono stati invece affetto, cordialità , battute.
La verità forse sta nel mezzo, e non ha nulla a che vedere con la parvenza di un rito funebre. La racconta uno che c’era prima e c’è adesso. «Bossi in questo momento dentro la Lega solo». Le abitudini le ha mantenute tuttE.
In ufficio tutti i giorni, mai troppo presto.
Ma la geografia del potere in via Bellerio è cambiata: i dirigenti vanno tutti da Maroni, al primo piano.
Quelli che prima aspettavano ore fuori dalla porta dell’anziano leone, su al secondo piano della palazzina, hanno lasciato il posto ai militanti, ai soldati semplici. La “base” passa, saluta il “presidente”. Commentano con discrezione. «L’ufficio di Renzo l’hanno dato all’addetto stampa di…», «Riccardo non si è più visto».
La “sua” Lega cambia i simboli, il linguaggio sotto i suoi occhi; la faccina di Bossi sull’home page del sito è lassù, schiacciata a destra, sul bordo; esce quasi fuori dallo schermo.
Lui abbozza, poi attacca di nuovo. «Io e Berlusconi potremmo tornare, il capo sono ancora io».
La sera tardi Bossi lo trovi sempre lì, nel suo “dehor”. Il bar Bellevue di Laveno, sul lago, a due passi da Gemonio. Mastica discorsi amari, a volte aspri, beve Coca Cola e acqua e menta e, intorno, atterrano gli “aerei di Mussolini”.
Li hanno ribattezzati così: sono gli ultimi cortigiani. Gli adulatori fuori tempo massimo. Q
uelli che «Umberto il capo sei sempre tu, per noi non è cambiato niente». Lo prendono da parte e gli soffiano nelle orecchie.
Li ha lanciati lui: poltrone, carriere a pioggia. Senza di lui sono finiti. Leonardo Carioni, già presidente della provincia di Como, i deputati Desiderati, Meroni, Chiappori, Torri, Goisis (la pasdaran veneta che ha lanciato in aria la tessera al congresso che ha eletto Maroni). Più una mezza dozzina tra impiegati e addetti stampa.
I nuovi colonnelli li irridono: «Si incontrano a Roma, come i carbonari…».
Piazza Navona, esterno notte. Riecco l’espulsa Rosy Mauro, relitti di cerchio magico e lui al centro, depotenziato eppure sempre tirato per la giacchetta. Dopo le immagini della rimpatriata hanno preso a girare voci.
Che l’ex “badante” starebbe facendo il diavolo a quattro per convincerlo a entrare nel nuovo movimento “Siamo gente comune” (uguale suicidio politico; «chi esce dalla Lega fa una brutta fine», sentenziò).
E se non lui almeno la moglie Manuela, e magari Renzo e altri epurati, e poi si vedrà . Che Bossi stia aspettando il primo insuccesso di Maroni per prendersi la rivincita. L’autostima è intatta. «La gente mi vuole bene, sono qui da sempre e molti, da destra a sinistra, parlano ancora con me».
Chi lo conosce bene scommette che non andrà ai giardinetti.
E che, vecchia volpe, sulla nuova condizione di padre nobile-isolato ci stia marciando un po’ su. Si ritorna alla tavola di Trescore. «E’ arrivato alle sei e mezza anzichè alle otto e mezza, ovvio che non ci fosse un’anima», spiega un testimone. «Il dubbio che quel vuoto sia stato organizzato ad arte, viene».
(da “La Stampa”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
PAUROSO FLOP DELLA MANIFESTAZIONE INDETTA A MILANO DAGLI AMICI VICINI AL PREMIER
Appena quattro gatti in piazza per la manifestazione dei forzisti milanei.
“Sognando Forza Italia”, questo il nome della manifestazione organizzata nella centralissima piazza San Carlo a Milano.
“Fuori tutti i vari Cicchitto, La Russa, Gasparri, Alfano”, attacca Diego Volpe Pasini, che se la prende in particolare con gli ex An, rei di insistere a volere le primarie.
“Inutili, se si candida Berlusconi”, spiega Volpe Pasini, che non si preoccupa della piazza vuota.
“È ora di finirla con le folle oceaniche”, si smarca, “io non devo riempire le piazze, non sono io Berlusconi”.
E sulla diffida a utilizzare nome e simbolo di Forza Italia, uscita appena un’ora prima da Palazzo Grazioli, l’imprenditore udinese taglia corto:
“Manovre di chi ci teme. Berlusconi non mi ha mai diffidato, siamo amici da anni”.
In bella vista sugli striscioni, a incorniciare il piccolo palco, le quattro parole d’ordine del progetto ‘La Rosa Tricolore’: “Forza Italia, rivoluzione liberale, facce nuove e ovviamente Silvio Berlusconi”.
E a proposito di facce nuove, a fare numero per l’occasione si è fatto vedere l’onorevole Renato Farina: “Lo prendono tutti in giro”, commenta l’ex agente Betulla riferendosi a Volpe Pasini, “ma è meno ingenuo di quanto credono”.
Sul palco anche Giorgio Grasso, fondatore, era il ’92, della ‘Lista Sgarbi” e attualmente impegnato nel nuovo ‘Partito della rivoluzione’, sempre al fianco del critico d’arte.
E rivoluzione sia, dunque, ma liberale. “Berlusconi deve riprendere in mano le redini di quel progetto”, spiega Volpe Pasini, che ricorda di essersi buttato in Forza Italia fin da subito. Le proposte? Un pacchetto di leggi da far sottoscrivere alla coalizione, “perchè siano approvate nei primi cento giorni di legislatura, senza emendamenti”.
Insomma, in perfetto stile berlusconiano, senza impedimenti democratici
Franz Baraggino
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI DECISO A NON RICANDIDARSI, MA MONTEZEMOLO GLI OFFRIREBBE LA PROPRIA STRUTTURA… ANTONIO DI PIETRO ISOLATO
«Adesso le cose stanno andando molto meglio». 
Dopo le rassicurazioni di Mario Draghi e la difesa dell’euro fatta in scia dalla Merkel e Hollande, la tempesta sui nostri titoli di Stato sembra meno pesante. Lo spread con i bund tedeschi è sceso a quota 450, l’asta dei Ctz è stata giudicata un successo dal Tesoro, la borsa di Milano ha guadagnato circa l’8% nel giro di due giorni.
E anche se nessuno può scommettere che la bufera sia finita, per il momento Mario Monti – insieme al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli – tira un sospiro di sollievo
E forse proprio perchè sul cielo di Palazzo Chigi si addensano meno nuvole, riemerge tra le carte che coprono la scrivania del premier un dossier che per qualche giorno era rimasto sommerso dalle emergenze della crisi economica. Una vera e propria agenda di fine legislatura.
Costruita sulle indicazioni e sui consigli dei leader politici, degli imprenditori e dei semplici parlamentari che nelle ultime settimane sono andati a trovare il presidente del consiglio.
Basta sfogliare quel faldone per accorgersi che la voce “elezioni anticipate” ha un bel cerchio rosso.
E aprendolo si capisce che in molti stanno suggerendo al Professore un “Piano B” in vista della prossima tornata elettorale.
Una “Rete di sicurezza” che prevede più di una alternativa rispetto alla scadenza naturale della legislatura e soprattutto rispetto agli assetti con cui verrà affrontato quell’appuntamento.
Un percorso che passa per l’opzione del voto a novembre e attraversa la tentazione di far nascere una “Lista per Monti”.
E già , perchè nelle ultime settimane diversi deputati e senatori – in larga parte del centrosinistra ma anche del centrodestra – hanno prospettato un percorso “nuovo” al Professore. Alcuni di loro coltivano una “strana” idea: presentare al prossimo voto una “Lista per Monti”.
«Ma io – ha avvertito il presidente del Consiglio – non posso candidarmi. Ho preso un impegno all’inizio del mio mandato e intendo rispettarlo. Non tiratemi in ballo. E poi sono senatore a vita, come potrei correre in una competizione elettorale?».
Un ostacolo che però non ha persuaso tutti.
Basti pensare che oltre a qualche deputato “montiano” del Pd e a qualche senatore Pdl definitivamente “in rottura” con Berlusconi, a fare questo discorso al premier è stato Luca Cordero di Montezemolo.
Che non ha cercato di convincere l’inquilino di Palazzo Chigi a violare l’impegno preso a novembre, ma lo ha invitato a non boicottare la nascita di un soggetto di questo tipo.
«Anche io non mi candiderò – è stato il ragionamento del presidente Ferrari – ma posso mettere a disposizione di questo progetto la rete di Italia Futura». Una struttura che potenzialmente è già in grado a livello territoriale di organizzare una forma di presenza politica. E al suo interno potrebbe convogliare i parlamentari “montiani” e una parte del mondo delle liste civiche. Basti pensare che proprio dentro Italia Futura si fa esplicito riferimento alla possibilità che a capitanare questa operazione possa essere il sindaco di Firenze, Matteo Renzi. Una presenza, questa, che inquadrerebbe il “piano”, la “Lista per Monti” senza Monti, nel campo dell’alleanza tra progressisti e moderati. Ragionamenti che non hanno comunque trovato l’avallo dell’ex preside della Bocconi, ma che in quel faldone” depositato sulla scrivania di Palazzo Chigi restano ben sottolineati.
Nello stesso dossier spicca la possibilità di votare in autunno. Il Professore ha evitato con cura di esprimere una preferenza.
In pubblico si è manifestato a favore della conclusione naturale della legislatura.
Le urne in quel caso si aprirebbero il prossimo 7 aprile.
Eppure quella soluzione rimane in bella vista sulla scrivania del Professore, accanto alla foto di Giorgio Napolitano. «Dovete dirmi voi – è stata la risposta fornita dal premier ai suoi interlocutori – fin quando posso andare avanti». Il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, ad esempio, è stato esplicito nell’elencare i vantaggi di un voto anticipato: «Non lo escludere, può risolvere molti problemi».
Così come non l’ha escluso senza entusiasmo il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: «Vediamo a settembre».
Anche se al leader dei Democratici è ben chiaro il rischio di dover in quel caso ridimensionare – almeno in parte e per un certo tempo – le sue aspirazioni rinunciando alla corsa per la premiership.
A Palazzo Chigi sono consapevoli che accorciare i tempi della campagna elettorale (in quel caso la data prescelta è il 18 novembre), “potrebbe” essere un buon corroborante rispetto agli inquieti mercati finanziari.
“Potrebbe” evitare un logoramento dell’esecutivo provocato proprio dalla propaganda tipica della fase pre-elettorale e “consentirebbe” di confermare la linea del rigore in una prospettiva di lungo periodo.
Ma non intendono assumersi la responsabilità di una scelta del genere. Perchè tutti quei “potrebbe” sono condizionali da mettere alla prova dei fatti e non certezze.
Senza contare che al momento chi è davvero contrario è Silvio Berlusconi. «Per noi – si è sfogato ieri – sarebbe la strada peggiore. Ci metterebbero in un angolo. Vincerebbero Pd e Udc, lascerebbero Monti a Palazzo Chigi e noi all’opposizione. Quella vera».
Eppure nel Pdl non tutti la pensano così.
Ad esempio il segretario Angelino Alfano, nell’ultimo colloquio con il premier non si è affatto espresso in questi termini.
Ma soprattutto usa toni diversi l’“ambasciatore” del Cavaliere presso le “alte cariche”, Gianni Letta. «Attenzione – ha detto ieri al vertice del Popolo delle Libertà convocato a palazzo Grazioli – non pensiate che il voto a ottobre non ci sia più. Napolitano non lo esclude per niente. Se riusciamo a fare una legge elettorale coerente, possiamo pensare di entrare anche noi in un nuovo esecutivo Monti. Altrimenti rischiamo di restarne fuori per un bel po’». Un’analisi che ha sorpreso non poco i presenti.
In effetti, la linea del Quirinale su questo punto non è mai stata del tutto negativa sebbene accompagnata da alcune condizioni a cominciare dalla riforma elettorale.
Ma che qualcosa stia cambiando lo ha riferito ai “suoi” anche il presidente del Senato, Renato Schifani, che solo tre giorni fa proprio in un colloquio sul Colle si era lamentato: «Se devo lasciare aperto Palazzo Madama a agosto per la riforma elettorale, allora mi si dica che si vota a novembre».
Ma qualcuno gli ha fatto notare che in autunno si può votare anche con l’attuale legge. Guarda caso, ieri lo stesso Schifani ha parlato di riforma anche solo a maggioranza.
E già , tutto ruota intorno al “porcellum”.
Un’accelerazione verso il voto contempla comunque il tentativo di modificare il sistema ideato nel 2006 dal leghista Calderoli.
Il nuovo modello faciliterà o impedirà alcune alleanze e la nascita di nuove liste come quella “Per Monti”.
E forse non è un caso che martedì prossimo potrebbero incontrarsi i tre segretari Alfano, Bersani e Casini. L’accordo adesso sembra più vicino.
Ma per arrivare al voto anticipato il sentiero resta strettissimo.
E richiederebbe in primo luogo un iter istituzionale concordato che passa per una “strana” crisi pilotata senza un voto di sfiducia.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA MANCANZA DI DEMOCRAZIA INTERNA E DI CONTRADDITTORIO ALLA RICHIESTA DI SAPERE CHI COMPONE LO STAFF… GLI SCISSIONISTI CHE HANNO DATO VITA A UNA LISTA AUTONOMA PONGONO ALCUNE QUESTIONI IMPELLENTI AL BLOGGER GENOVESE
Dopo le dieci domande di Giuseppe D’Avanzo a Berlusconi e le dieci domande dell’Economist al Pd, ecco arrivare le dieci domande a Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
I cofondatori del Movimento 5 Stelle finiscono nel mirino degli ex grillini di Cento.
Il gruppo 5 Stelle della città del Guercino, dopo l’espulsione decretata da Beppe Grillo per aver difeso il consigliere ferrarese Valentino Tavolazzi, si erano dati un nuovo nome di battaglia andando “oltre” il Movimento 5 Stelle.
Aggiungendo una Stella in più, quella della ”coerenza”, al proprio logo e battezzandosi “Cento in Movimento”.
E come uno dei primi atti schiaffano in faccia al loro ex leader un decalogo di quelli che cercano delle risposte definitive ad altrettanti tanti punti interrogativi che da tempo circolano tra le base del Movimento.
L’intervento dei “Sei Stelle” parte con una precisazione scansa equivoci: “non siamo una lista “civetta” che vuole approfittare del momento, come faranno in tanti o peggio, ispirati da meri obiettivi di interesse personale per creare chissà cosa”.
Ma si tratta, invece, di “cittadini ed attivisti del MoVimento 5 Stelle, diffidati quattro mesi fa da Beppe Grillo, all’uso del simbolo ed ancora oggi non ne conosciamo il motivo”.
E allora via con le richieste.
Punto primo: “perchè non esiste con voi (Grillo e Casalleggio, ndr) nessun tipo di dialogo e contradditorio, nemmeno in rete?”.
Il blog e la sua gestione tornano anche nella seconda e terza questione: “chi sono le persone che formano lo “Staff“, come vengono scelte e chi le gestisce?” e “come mai il portale non è ancora attivo?”.
Si passa quindi al cuore del problema tra testa e braccio del Movimento: “che rapporti, oltre a quelli personali, legano Grillo alla Casaleggio & Associati? Come e da chi vengono decisi i post e le espulsioni?”.
La domanda numero sei pone una questione, probabilmente sconosciuta ai più, relativa ai diritti civili: “perchè gli stranieri legalmente sul suolo italiano non possono iscriversi al M5S?”.
Sul punto l’articolo 5 del Non-Statuto è chiaro: “Il MoVimento è aperto ai cittadini italiani maggiorenni che non facciano parte, all’atto della richiesta di adesione, di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti”.
E ancora: “Come pensate di spegnere le derive a volte violente di alcuni che scambiano la rete per un ring?”.
Il gruppo centese termine il suo cahier de doleance con i punti che riguardano le politiche di primavera. “Come pensate di scegliere le persone da candidare alle prossime elezioni politiche? Con quali strumenti?”, “Come verrà redatto il programma nazionale del M5S? Da Chi? Quando?”, ma soprattutto “si va o no alle elezioni del 2013?”.
Marco Zavagli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UNA LISTA DI 1500 EX DIPENDENTI PRONTI A ESSERE RICHAMATI AL LAVORO
L’industria tedesca continua a girare a pieno regime, ma a scarseggiare è la
manodopera, così sempre più aziende fanno tornare in fabbrica i pensionati.
La Bild rivela che il gruppo Bosch ha una lista di 1500 ex dipendenti, tra ingegneri, tecnici e operai specializzati, che possono essere richiamati in azienda in qualunque momento.
Solo l’anno passato la Bosch ha dovuto far ricorso a 600 suoi ex dipendenti, per un totale di 55mila giornate lavorative.
Un portavoce ha spiegato che «rispetto ad esperti esterni gli ex dipendenti Bosch hanno il vantaggio di reinserirsi molto presto, poichè conoscono le strutture interne».
Tra i pensionati richiamati in servizio figura anche Fritz Baumann, 66 anni, il quale spiega che «un mese dopo essere andato in pensione mi hanno chiesto se volevo andare in Russia come consulente. Ho accettato immediatamente».
Il colosso tedesco della distribuzione «Otto Group» ha addirittura fondato un’affiliata per reclutare in maniera sistematica gli ex dipendenti, da impiegare ciascuno su un progetto specifico per un massimo di 50 giorni all’anno.
Bild scrive che anche Volkswagen, Airbus, Daimler, Bayer e Fraport, la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte, fanno ricorso ai loro ex dipendenti per le mansioni più varie.
Una portavoce della Volkswagen ha dichiarato che 13 pensionati fanno da guida a 20mila visitatori all’anno nella fabbrica di Hannover.
Un sondaggio effettuato presso le aziende tedesche ha mostrato che gli ex dipendenti sono particolarmente apprezzati per la loro esperienza, la disciplina di lavoro e per la lealtà nei confronti dell’azienda.
( da “il Corriere della Sera”)
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