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RITORNA RENZO BOSSI: “NON VIVO DI POLITICA, ADESSO LAVORO COME AGRICOLTORE” (DOVE NON SI SA)

Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile

“IL TROTA” RICOMPARE A LAZZATE PER I FUNERALI DEL SEN. MONTI.. IN PRIMA FILA ALLA CERIMONIA UMBERTO E MARONI FANNO FINTA DI VOLERSI BENE

“Non ho bisogno di vivere con la politica, la politica si fa anche nei bar, ora faccio l’agricoltore”.
Parole che Renzo Bossi ha pronunciato conversando con i giornalisti al termine del funerale del senatore leghista Cesarino Monti.
L’ex consigliere regionale lombardo, che non partecipava a incontri pubblici dalle sue dimissioni in seguito allo scandalo sui rimborsi elettorali del Carroccio, è arrivato a Lazzate in compagnia del fratello minore Sirio Eridanio.
“Sono venuto qui per Cesarino”, ha spiegato Bossi junior. “Era un amico, un combattente, mi ha sempre trattato come un figlio”.
Ai funerali ha partecipato lo stato maggiore della Lega Nord.
Al primo banco della chiesa di San Lorenzo martire erano seduti, l’uno vicino all’altro, il segretario Roberto Maroni e il presidente Umberto Bossi.
In chiesa anche Roberto Calderoli, Roberto Cota, Federico Bricolo, Matteo Salvini.
E’ stato un addio commosso, quello che Lazzate ha tributato al suo sindaco.
La chiesa era già  gremita almeno mezz’ora prima dell’inizio della cerimonia e non è riuscita a contenere le centinaia i cittadini che si sono accalcati all’esterno e sul sagrato.
Al termine della cerimonia funebre Umberto Bossi e Roberto Maroni si sono scambiati auna stretta di mano e pacche sulle spalle, prima di partire ciascuno con la propria auto.
Fra i due non è mancata anche qualche battuta.
A Bossi, che non si ricordava il nome di una militante che si era avvicinata a salutarlo, Maroni ha detto scherzando: “Stai perdendo colpi”.
Al termine della cerimonia religiosa la bara del senatore è stata portata sulla piazza a fianco alla chies,   dove i figli e alcuni amici del sindaco scomparso si sono trattenuti per ricordare Monti.
Prima della partenza per il cimitero la bara è stata quindi salutata dalla banda che ha intonato il Va’ pensiero di Giuseppe Verdi.

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LA FAMIGLIA BORSELLINO SI SCHIERA CON SCARPINATO: “SDEGNO PER LA PRATICA CSM”

Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile

LA VEDOVA DI PAOLO: “CONDIVIDO OGNI PAROLA DELLA LETTERA EMOZIONANTE CON LA QUALE ROBERTO SI E’ RIVOLTO A PAOLO”… I FRATELLI: “HA RIEMPITO DI EMOZIONE I CUORI DELLE MIGLIAIA DI PERSONE GIUNTE DA OGNI PARTE D’ITALIA”

La famiglia Borsellino si schiera con Roberto Scarpinato, del quale “condivide ogni parola della lettera emozionante” per Paolo, ed esprime “sdegno per la richiesta” di apertura di un procedimento disciplinare del Csm, su sollecitazione del membro laico Nicolò Zanon (Pdl), per il procuratore generale di Caltanissetta.
E’ una presa di posizione netta quella che i familiari del giudice ucciso dalla mafia nella strage di via D’Amelio prendono contro il Consiglio superiore della magistratura che ha già  assegnato la pratica per valutare il comportamento del pg di Caltanissetta che durante la cerimonia per il ventennale in un “lettera a Paolo Borsellino” aveva, tra l’altro, detto: “Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità , anche personaggi la cui condotta di vita sembra la negazione dei valori di giustizia e legalità  per i quali tu ti sei fatto uccidere”.
“Condivido — dice Agnese Piraino Leto vedova di Borsellino — ogni parola della lettera emozionante con la quale Roberto Scarpinato si è rivolto a Paolo. Non avrei mai immaginato che alcuni stralci di quella lettera inducessero un membro laico del Csm a chiedere l’apertura di un procedimento a carico del procuratore generale di Caltanissetta e fossero ritenute così gravi da giustificarne la richiesta di trasferimento per incompatibilità  ambientale e funzionale. Se vi è oggi un magistrato ‘compatibile’ con le funzioni attualmente svolte quello è il dottor Scarpinato, che non dimenticherò mai essere stato uno degli otto sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che all’indomani della morte del ‘loro’ procuratore aggiunto Paolo Borsellino rassegnò le dimissioni, poi fortunatamente rientrate, dopo avere avuto il coraggio e la forza di denunciare le divergenze e le spaccature di quella Procura di Palermo che avevano di fatto isolato ed esposto più di quanto già  non lo fosse mio marito”.
Rita e Salvatore Borsellino, fratelli di Paolo, condividono l’intervento di Agnese Piraino Leto e aggiungono: “Esprimiamo a nostra volta il nostro sdegno per questa improvvida iniziativa di un membro del Csm a carico del procuratore Scarpinato, tanto più — sottolineano — grave perchè prende a pretesto proprio quella lettera a Paolo che, letta in via d’Amelio il 19 luglio pochi minuti prima dell’ora della strage, ha riempito di emozione i cuori delle migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia a Palermo — chiosano Rita e Salvatore Borsellino — per onorare la memoria del magistrato Paolo Borsellino e dei cinque poliziotti che hanno perso la vita al suo fianco”.
E con Scarpinato si schiera anche l’Anm, l’associazione nazionale dei magistrati sottolineando che il magistrato ha espresso il “suo libero pensiero”.
‘L’Anm si dice “sorpresa e preoccupazione” perchè “quel discorso, pronunciato in un contesto commemorativo fortemente emotivo — si legge nella nota — non può che essere inteso come manifestazione di libero pensiero, quale giusto richiamo, senza riferimenti specifici, nel ricordo delle idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza dei comportamenti e al rifiuto di ogni compromesso, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”.
La pratica, che pende presso la Prima commissione del Csm, è stata aperta dal Comitato di presidenza su richiesta del laico del Pdl, Niccolò Zanon.
L’organo direttivo del Csm ha anche inviato copia dell’intervento di Scarpinato al procuratore generale della Cassazione, Gianfranco Ciani, titolare dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA DESTRA VUOLE UNIRE LE FORZE “NAZIONALRIVOLUZIONARIE”

Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile

L’IDEA DI UN NUOVO PARTITO ANTIEUROPEISTA E ANTISISTEMA… L’INCONTRO CON STEFANO DELLE CHIAIE E MAURIZIO BOCCACCI

Un partito. Una nuova forza in grado di occupare il vuoto lasciato a destra dal sostegno del Pdl al governo Monti.
E che rilanci parole con una forte carica antieuropeista e antisistema.
Per provare così a intercettare il voto di protesta e di esasperazione come ha fatto Alba Dorata in Grecia.
Per questo le porte sono aperte a tutti, anche a elementi che in un altro contesto potrebbero essere ritenuti poco presentabili.
Non è un caso che dietro le quinte si muovano personaggi che vanno da Stefano Delle Chiaie a Gianluca Castellino. Passando per Francesco Storace e La Destra.
L’obiettivo è appunto un movimento che si ispira anche al Front National di Marine Le Pen: una forza di destra con un peso elettorale importante, che non rinuncia però ad accogliere tra le proprie fila anche le idee e le formazioni più radicali, come è successo con gli skinhead in Francia.
IL PROGETTO POLITICO
Insomma, qualcosa si muove nel cuore della destra italiana, anche in quella più estrema. Vecchi capi parlano con giovani colonnelli, nostalgici dell’Msi si incontrano con la diaspora della destra eversiva e radicale.
Questo nuovo percorso comincia all’«Augustus Attivo», un palazzo appena occupato nel centro di Roma, a poche centinaia di metri dal Parlamento.
E qui che si è svolto un incontro chiamato «Aprite le porte ai ribelli» organizzato da Gianluca Castellino e dal suo gruppo “Attivisti”, che ha come simbolo un martello incrociato con la runa “kano” a simboleggiare la luce.
Tra i partecipanti quello che fu lo stato maggiore di Avanguardia Nazionale con il capo Stefano Delle Chiaie e i colonnelli Adriano Tilgher (anche lui ora ne la Destra) e Bruno Di Luia, l’ex Nar Luigi Aronica, ma anche Maurizio Boccacci, ex leader di Movimento Politico e Base Autonoma di cui Castellino è stato il delfino.
Dopo lo scioglimento, grazie alla Legge Mancino, della formazione dichiaratamente antisemita e negazionista “Militia”, questa è la prima apparizione in pubblico di Boccacci che riabbraccia il figliol prodigo.
«Con Maurizio — spiega al telefono Castellino — c’è un sentimento di fratellanza che non è mai cessato. L’amicizia va al di là  delle scelte politiche».
Mentre sull’incontro tenuto all’Augustus Castellino tiene a precisare che non è stato un episodio ma «l’idea è quella di creare un progetto politico organico di collaborazione tra tutte le forze e le figure nazionalrivoluzionarie».
IL PERCORSO
Castellino è una vecchia gloria della destra neofascista romana, negli anni ’90 passa per Movimento Politico (organizzazione sciolta grazie alla Legge Mancino) poi per Forza Nuova e Base Autonoma.
A metà  degli anni 2000 stringe uno stretto sodalizio con Gianluca Iannone, leader di Casa Pound, con cui guida l’ala movimentista di Fiamma Tricolore.
Nel 2008 la folgorazione per Gianni Alemanno di cui diventa stretto collaboratore con il suo movimento “il Popolo di Roma”.
Con l’occasione mette da parte ogni velleità  rivoluzionaria assieme a braccia tese e croci celtiche.
Poi la disillusione e l’approdo qualche mese fa a la Destra di Storace,dove fa parte della direzione nazionale. Castellino non ha problemi a spiegare il cambio di rotta: «Le nostre aspettative non sono state minimamente soddisfatte dal centrodestra. Mentre i partiti litigano sulla legge elettorale e di come fare a continuare a finanziarsi, mentre il centrodestra discute su Berlusconi si o Berlusconi no, il popolo è alla fame, non ci sono più spazi di mediazione. Per questo credo che bisogna intraprendere un percorso nazionalpopolare e nazionalrivoluzionario per uscire dalla crisi».
LA POLEMICA
Un’idea che non piace per nulla a Pacifici e alla comunità  ebraica romana. E si chiede «come sia possibile che Maurizio Boccacci condannato da un tribunale e che doveva scontare la pena ai domiciliari per gravi motivi di salute, possa partecipare invece ad eventi pubblici. Mi domando com’è possibile questo quando il sottoscritto vive da quattro anni e mezzo sotto scorta per i piani di attentare alla mia vita di cui il signor Boccacci parlava al telefono, come risulta da alcune intercettazioni».
Pacifici poi se la prende con Castellino che «fino a pochi mesi fa ci chiedeva con il suo movimento vicino al Pdl di organizzare viaggi ad Auschwitz».
Ma la cosa che definisce più grave è il coinvolgimento di «Storace che abbiamo conosciuto anche come uomo delle istituzioni. Forse è ora di indagare, e lo dico con rammarico, su questa formazione politica».

Benedetta Argentieri e Valerio Renzi
(da “il Corriere della Sera“)

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CACCIA ALLE DEROGHE “INTERESSATE”: PD, PDL E LEGA CERCANO DI SALVARE ALMENO TRE PROVINCE

Luglio 27th, 2012 Riccardo Fucile

PD E PDL MOBILITATI PER TERNI, ISERNIA E MATERA.. LA LEGA VUOLE SALVARE LE POLTRONE A PADOVA E VARESE

Spoleto e Terni sono divise dal Valico della Somma, 648 metri, e da una rivalità  aspra come solo fra vicini di casa.
Adesso si contendono pure il titolo onorifico di capitale della resistenza contro la spending review, i tagli alla spesa pubblica voluti dal governo Monti.
Proprio per Spoleto era stata pensata la «regola del tre», almeno tre tribunali in ogni Corte d’Appello, che dovrebbe tirar fuori quel Palazzo di giustizia dall’elenco dei 37 mini tribunali da chiudere.
Mentre per Terni è stata pensata la «regola del due», almeno due Province in ogni Regione, che potrebbe salvare la città  di san Valentino dalla sforbiciata alla nuova cartina del Paese.
La prova che l’Umbria è davvero al centro d’Italia.
E due storie che si intrecciano fra loro come in un capitolo del manuale Cencelli.
Per la sopravvivenza delle Province il decreto sulla spending review fissa due requisiti: 350 mila abitanti e 2.500 chilometri quadrati di superficie.
Le 64 amministrazioni che restano sotto anche per una sola voce andrebbero accorpate.
Tutto chiaro? No, perchè sotto forma di emendamento dei relatori spunta quella «regola del due» che salverebbe la seconda Provincia delle piccole Regioni a statuto ordinario: Terni e Matera, 200 mila abitanti, Isernia, solo 87 mila.
Un’eccezione non facile da spiegare nelle Province che sfiorano il milione di abitanti ma sarebbero accorpate perchè non coprono abbastanza chilometri, come Varese o Padova.
In fondo la «regola del due» un senso ce l’ha.
Che logica ci sarebbe nel lasciare in piedi una sola Provincia che coinciderebbe con lo stesso territorio della Regione?
L’Unione delle Province lo diceva da tempo, ma predicava nel deserto perchè l’argomento non va certo di moda. Poi ha trovato una sponda nel Pd.
E qui dobbiamo valicare la Somma, arrivare a Spoleto ed entrare nella testa di chi fa politica sul territorio.
Il salvataggio del tribunale della cittadina ha un autore preciso: il senatore Domenico Benedetti Valentini, avvocato naturalmente di Spoleto che per giorni ha marcato a uomo il ministro della Giustizia Paola Severino.
Il senatore è del Pdl, e la sua vittoria potrebbe far guadagnare punti al partito in una regione sì rossa, ma negli ultimi anni di un rosso un po’ scolorito.
Il Pd aveva bisogno di rispondere e per questo ha appoggiato con entusiasmo l’emendamento che terrebbe in piedi la Provincia di Terni.
Il salvataggio di Matera è un effetto collaterale, gradito perchè sempre di una regione rossa si parla.
Mentre Isernia è il requisito per trovare l’appoggio dei colleghi della strana maggioranza: il Molise è un feudo del Pdl, al punto che il presidentissimo Michele Iorio ha candidato la sorella a sindaco di Isernia.
È così che il cerchio si è chiuso con l’emendamento allo studio dei due relatori, Paolo Giaretta del Pd e Gilberto Pichetto Fratin del Pdl.
La Lega non l’ha presa bene. Ma la risposta più decisa è arrivata da Pasquale Viespoli, senatore di Benevento, una delle Province destinate a scomparire.
Ha presentato un emendamento in linea con il nome del suo gruppo, Coesione nazionale: «Qui si è aperto il mercato dei territori con un ricorso alla creatività  emendativa per salvare qualche notabilato locale. Meglio abolirle tutte le Province».
Roba da fa tremare i polsi non solo alla strana maggioranza ma anche alla minoranza.
Eppure: «Guardate – dice un senatore Pdl – che adesso possiamo decidere quale Provincia salvare. Ma, se la crisi precipita, dopo l’estate ci ritroviamo qui per cancellarle tutte sul serio».

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera“)

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ILVA SOTTO SEQUESTRO: “DISASTRO AMBIENTALE”.TARANTO PARALIZZATA DA 8.000 OPERAI

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

BLOCCO DELLO STABILIMENTO E ARRESTI DOMICILIARI PER OTTO AMMINISTRATORI E DIRIGENTI… I LAVORATORI IMPEDISCONO L’ACCESSO AL CAPOLUOGO IONICO

Il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro (senza facoltà  d’uso) degli impianti dell’Ilva di Taranto e le misure cautelari per alcuni indagati nell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici aziendali. Sono otto i provvedimenti di arresti domiciliari.
L’ordinanza è in corso di esecuzione e riguarda dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva.
Cinque di questi erano già  inquisiti e avevano nominato propri consulenti nell’ambito dell’incidente probatorio.
Tra le contestazioni dei pm c’è anche disastro ambientale.
La misura del tribunale si basa soprattutto su una perizia secondo la quale le emissioni causano fenomeni che portano a malattie e morte.
Gli arresti
Gli arresti riguardano il patron Emilio Riva, presidente dell’Ilva Spa fino al maggio 2010; il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa; l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso; il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio; il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo.
La misura cautelare, però riguarderebbe anche altri tre dirigenti.
Il sequestro senza facoltà  d’uso, invece, riguarda l’intera area a caldo dello stabilimento siderurgico Ilva, ovvero i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. “La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone” ha scritto il gip nell’ordinanza di sequestro, in cui si legge anche che “ancora oggi” gli impianti dell’Ilva producono “emissioni nocive” che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell’Arpa, sono “oltre i limiti” e hanno “impatti devastanti” sull’ambiente e sulla popolazione.
Il Gip di Taranto, inoltre, ha spiegato che la situazione dell’Ilva “impone l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo”.
Non solo.
“L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non — ha specificato il gip — ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (pubblica)”, ma “addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte”. Non manca, in ciò che ha scritto il gip, un riferimento alla ‘logica del profitto’: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività  inquinante con coscienza e volontà  per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Parole che non lasciano spazio ad ulteriori interpretazioni.
Il decreto di sequestro preventivo di sei impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, firmato dal gip Patrizia Todisco, inoltre, è stato notificato solo nel tardo pomeriggio all’avv. Egidio Albanese, uno dei legali del gruppo Riva.
Le altre notifiche ad 8 indagati, inoltre — alcuni dei quali residenti a Milano — a tarda serata non erano ancor astate consegnate.
Il vertice
La notizia è arrivata a poche ore dall’inizio della riunione al ministero dell’Ambiente, che aveva come scopo proprio il raggiungimento di un’ intesa sulla bonifica dell’area, salvaguardando la produzione industriale dello stabilimento.
All’incontro hanno partecipato il ministro Corrado Clini, il sottosegretario allo Sviluppo Claudio De Vincenti, il governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, il presidente della Provincia Gianni Florido e il sindaco di Taranto Ippazio Stefà no; per Palazzo Chigi partecipa Angelo Lalli, per il Pdl Raffaele Fitto e per il Pd Nicola Latorre.
Gli operai in marcia, sciopero a oltranza
Dopo la notizia, che suona come allarmante per il futuro dei lavoratori — come già  accaduto ieri in segno di protesta -, oltre 8mila operai hanno lasciato il posto di lavoro e sono usciti all’esterno dello stabilimento Ilva.
Gli operai hanno marciato sulle statali Appia e 106 e hanno raggiunto il centro di Taranto per raggiungere la Prefettura.
Gli operai si sono fermati nella zona del ponte girevole e lo hanno occupato, paralizzando completamente la città .
Allo stesso tempo il corteo — imponente come quello che ieri per alcune ore ha invaso le statali 100 e 106, per Bari e per Reggio Calabria — ha impedito l’accesso a tutti gli ingressi della città  e occupato le statali (la statale 106 jonica Taranto-Reggio Calabria, la statale 100 Taranto-Bari e i due ingressi alla città  di Taranto: la città  vecchia e il ponte Punta Penna), con i lavoratori che hanno manifestato tutta la loro preoccupazione per il sequestro degli impianti e le inevitabili ricadute occupazionali. In prevalenza si tratta di operai del primo e del secondo turno mentre in fabbrica è rimasto un numero di operai superiore a quello previsto dalle comandate.
“La decisione di uscire è stata improvvisa — ha detto il segretario provinciale Fim Cisl Cosimo Panarelli — e quindi la produzione non è stata fermata. Tutta la ghisa che è in lavorazione sta seguendo il suo naturale ciclo altrimenti uno stop improvviso avrebbe gravi ripercussioni sugli impianti. Le procedure di sicurezza di sicurezza possono scattare solo dopo che sara’ stata smaltita la ghisa in produzione”.
Una delegazione di sindacalisti e lavoratori, poi, ha incontrato il prefetto di Taranto Claudio Sammartino.
Al termine dell’incontro gli operai hanno bloccato il ponte girevole di Taranto: decisione presa per discutere della situazione dopo il sequestro degli impianti disposto dal gip Patrizia Todisco.
Nel corso della manifestazione si sono verificati momenti di tensione in seguito alla contestazione di un gruppo di manifestanti.
Il prefetto, secondo fonti sindacali, avrebbe cercato di rasserenare gli animi confermando l’impegno del governo per le bonifiche e l’ambientalizzazione del Siderurgico.
L’accordo di programma firmato a Roma, secondo Sammartino, dovrebbe scongiurare lo spettro del licenziamento. I lavoratori hanno deciso comunque di proseguire la protesta: in serata le sigle sindacali confederali hanno proclamato lo sciopero a oltranza, fino a quando la situazione non troverà  uno sbocco.
Alta tensione da mesi
La tensione a Taranto è alle stelle da mesi: i lavoratori temono infatti di perdere il posto di lavoro e così da settimane chiedono aiuto.
Hanno risposto tutti al loro appello: politici, amministratori, sindacati, Confidustria, docenti universitari e medici. Tutti hanno lanciato il loro messaggio a difesa degli operai. Tutti, anche il nuovo vescovo di Taranto, monsignor Filippo Santoro, hanno accolto positivamente l’intervento del Governo, le nuove disposizioni della Regione e ora confidano nella decisione “responsabile” della magistratura.
Lo stesso ministro Corrado Clini aveva dichiarato che il blocco degli impianti in questa fase sarebbe una contraddizione.
Parole cadute nel vuoto.
Contestato anche il disastro ambientale
Gli otto indagati sono accusati, a vario titolo, di disastro ambientale colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose.
Sono due le ordinanze firmate dal gip di Taranto.
La prima ordinanza, con la quale si dispone il sequestro di sei impianti, è di circa 300 pagine e contiene, tra le motivazioni del provvedimento, anche pezzi dei risultati dell’incidente probatorio conclusosi il 30 marzo scorso dinanzi allo stesso gip e durante il quale sono state discusse due perizie — una chimica e l’altra medico-epidemiologica — disposte dal magistrato su richiesta della Procura.
La seconda ordinanza, anche questa di 300 pagine circa, dispone la custodia cautelare agli arresti domiciliari di otto indagati.
Ai cinque dirigenti o ex dirigenti dell’Ilva di Taranto, si sono aggiunti tre dirigenti del Siderurgico che hanno assunto incarichi in tempi più recenti.
La perizia: emissioni causano fenomeni che portano a malattie e morte”
La perizia medico-epidemiologica, sulla base della quale sono stati disposti il sequestro e gli arresti in via di esecuzione, è stata redatta da Annibale Biggeri, docente ordinario all’Università  di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica; Maria Triassi, direttrice di struttura complessa dell’area funzionale di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro ed epidemiologia applicata dell’azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli; e da Francesco Forastiere, direttore del dipartimento di Epidemiologia della Asl Roma/E.
Secondo i periti, “l’esposizione continuata agli inquinanti dell’atmosfera emessi dall’impianto ha causato e causa nella popolazione fenomeni degenerativi di apparati diversi dell’organismo umano che si traducono in eventi di malattia e di morte”.
Clini: “Non è detto che il danno arrivi dagli impianti attuali”
Nel merito risponde il ministro dell’Ambiente Clini: “La magistratura ha ritenuto che il ciclo produttivo, in particolare quello a caldo, è ancora una sorgente di rischio, ma questo non vuol dire che il danno ambientale degli ultimi 15-20 anni sia riferibile agli impianti attuali”.
Tre ingegneri per spegnimento impianto —
“Non siamo pazzi sconsiderati, cerchiamo di lavorare con la schiena dritta, ragionando”.
Così il procuratore capo del Tribunale di Taranto Franco Sebastio ha motivato la scelta del Gip.
Lo stesso procuratore ha convocato per domani mattina una conferenza stampa a Taranto, “per fare chiarezza su alcuni aspetti e alcune polemiche” di queste ore e dei mesi precedenti. Lo stesso magistrato chiarisce che per il sequestro delle aree occorrerà  tempo.
“Non si può concludere in 24 ore”, spiega. Si tratta di procedure molto particolari vista l’imponenza della struttura. Occorrerà  fare un progetto di lavoro: a questo fine sono stati nominati tre ingegneri dell’Arpa, l’Agenzia regionale protezione ambientale della Puglia.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ILVA, LA GRANDE ACCIAIERIA ITALIANA TRA POLEMICHE E ALLARMI AMBIENTALI

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

LO STABILIMENTO DI TARANTO FU COSTRUITO NEGLI ANNI SESSANTA, RINATO DALLE CENERI DELL’ITALSIDER… IL POLO SIDERURGICO E’ DA DIECI ANNI AL CENTRO DEL DIBATTITO PER IL SUO IMPATTO A TARANTO E A GENOVA

Nata dalle ceneri della dismessa Italsider, dagli anni Novanta il colosso siderurgico Ilva S.p.a. appartiene al Gruppo Riva e si occupa di produzione e trasformazione dell’acciaio.
Il nome trae origine dall’isola del’Elba, da cui veniva estratto il ferro che alimentava i primi altiforni costruiti in Italia a fine Ottocento.
Cuore dell’azienda è lo stabilimento di Taranto — uno dei maggiori complessi industriali del Paese e d’Europa —, ma l’Ilva ha sedi anche a Genova, Novi Ligure (Alessandria), Racconigi (Cuneo), Patrica (Frosinone) e Varzi (Pavia).
Creata originariamente nel 1905 dalla fusione delle attività  siderurgiche dei gruppi Elba (che operava a Portoferraio), Terni e della famiglia romana Bondi, come “Quarto Centro Siderurgico”, nell’ambito della strategia di crescita delle Partecipazioni Statali, nel periodo della Prima Guerra Mondiale l’Ilva integrò anche aziende cantieristiche ed aeronautiche. Passata in mano pubblica negli Anni Venti, con la costruzione del nuovo polo siderurgico di Taranto, assunse la denominazione Italsider.
Solo nel 1988, dopo aver ceduto l’acciaieria di Piombino, l’impianto di Cornigliano e chiuso quello di Bagnoli, tornò al nome originale.
Poi nel ’95 il passaggio al gruppo privato Riva.
Nello stabilimento di Cornigliano le cokerie (in cui viene lavorato il minerale per l’ ottenimento del carbon-coke per alimentare l’altoforno e ottenere le colate di ghisa per fare l’acciaio) sono state chiuse già  nel 2002 a causa del forte impatto sulla salute delle polveri emesse dall’impianto.
Un problema ambientale che affligge anche Taranto, soprattutto nel quartiere Tamburi, dove gas, vapori e diossina creano coli per la salute dei suoi lavoratori e degli abitanti, secondo quanto spiegato nella maxi-perizia depositata quest’anno presso la Procura della Repubblica.

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“PIOMBO NELLE URINE DEI TARANTINI”

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

I DATI PRESENTATI IN UN CONVEGNO SCIENTIFICO A OXFORD

«Nelle urine dei tarantini è stata riscontrata la presenza del piombo, sostanza neurotossica e cancerogena».
Lo riferisce in una nota il presidente di Peacelink Taranto, Alessandro Marescotti, citando i dati del biomonitoraggio sui metalli pesanti nell’urina degli abitanti di Taranto presentati a Oxford in un convegno scientifico.
I dati sono frutto di una ricerca condotta da un gruppo di studiosi americani e italiani di cui ha fatto parte – riferisce Marescotti nella nota – anche il dirigente di Arpa Puglia, Giorgio Assennato.
«Sono 141 – spiega Marescotti – i soggetti analizzati (67 uomini e 74 donne). Il valore medio del piombo urinario riscontrato nelle analisi è stato di 10,8 microgrammi/litro, mentre i valori di riferimento sono fissati, per la popolazione non occupazionalmente esposta, in un intervallo che va da ‹0,5 a 3,5 microgrammi per litro (secondo la Società  Italiana Valori di Riferimento)». L’indagine ha riscontrato anche per il cromo un valore medio che supera l’intervallo dei valori di riferimento.
«È la prima volta – osserva Marescotti, chiamato a relazionare in qualità  di rappresentante del cartello di associazioni ambientaliste Altamarea – che questi dati vengono resi noti in lingua italiana e l’occasione è stata offerta dal Workshop dal convegno «Valutazione economica degli effetti sanitari dell’inquinamento atmosferico», organizzato da Arpa Puglia.

(da “Corriere del Mezzogiorno”)

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“ROVINATI DAL BUNGA BUNGA, HO IL VOMITO”: LASCIA IL PDL IL SINDACO DI SASSUOLO

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

TRE ANNI FA AVEVA ESPUGNATO UNA ROCCAFORTE “ROSSA”, OR RICONSEGNA LA TESSERA DI PARTITO… “NON HO NULLA CONTRO BERLUSCONI MA E’ CIRCONDATO DA UNO STUOLO DI YES MAN PRONTI A DIRE SI’ A QUALUNQUE COSA”

Luca Caselli, sindaco di Sassuolo in provincia di Modena, lascia il suo partito: il Popolo della Libertà .
La decisione è stata annunciata nella maniera che oggi i politici sembrano preferire, su Facebook, attraverso un post di poche righe che ha scatenato, nell’immediato, un centinaio di commenti solidali nei confronti di un amministratore che nella sua città , dagli elettori, è considerato un po’ come un campione antico.
Un eroe che, tre anni fa, ha conquistato una delle fortezze del centrosinistra cambiando il colore del vessillo cittadino da rosso a azzurro. E che oggi vuole essere un “indipendente”.
“Credo che non rinnoverò la tessera del Pdl — scrive su Facebook — e che non farò altre tessere per un po’. Sinceramente mi dispiace, ma dopo aver militato per quasi 25 anni in un partito oggi ho veramente il vomito”.
Le polemiche in seguito al suo annuncio, ovviamente, non si sono fatte attendere ma il primo cittadino di Sassuolo è intervenuto nuovamente per dissipare ogni dubbio. “Sono grato al Pdl per la mia elezione — ha chiarito stamani sul social network — e non intendo prendere altre tessere. Rimango il primo sindaco di Sassuolo di tutti i tempi senza tessera di partito. Non rinnego nulla ma non ho intenzione di avallare scelte politiche che non condivido”.
Una decisione consapevole, già  in odore da diverso tempo, dovuta a malumori e amarezze che si sono accumulate nei confronti della gestione nazionale e locale di un partito, quello della libertà , che oggi offre un panorama “desolante” ai suoi elettori. Fatto di scontri intestini e poca chiarezza nelle scelte prese a tutti i livelli. Di “immobilismo” politico, spiega Caselli.
A Modena, dove “c’è stato un congresso conflittuale con strascichi anche peggiori. Quando ho annunciato la mia decisione nessuno dall’Emilia Romagna mi ha chiamato per parlarne, ho ricevuto una sola telefonata e proveniva da Roma. Questo perchè, senza un motivo apparente, mi sono ritrovato ad avere più nemici nel mio partito che all’opposizione”.
E a Roma, dove “prima si annunciano le primarie, poi si dice di candidare Berlusconi senza primarie. Non mi sembra un atto di coerenza”.
Lui che per primo aveva puntato il dito contro l’ex premier perchè “il bunga bunga ci ha rovinati” e “ha portato via credibilità  al nostro partito” oggi non esita a togliersi un sassolino dalla scarpa, come uomo senza bandiera, indipendente.
“Io non ho nulla contro Berlusconi — spiega — ma se da Arcore fa saltare le primarie, circondato da uno stuolo di Yes man pronti a dire sì a qualunque sua proposta, allora non ci sto più. Non voglio cedere a decisioni del partito che disapprovo”.
Di quello stesso partito che dalle dimissioni del suo leader naviga in acque mosse, “con troppe anime”, secondo Caselli, “senza dialogo e comunicazione”.
Popolato di voci, gli ex An, i super liberal, i berlusconiani, che si fanno la guerra. “E le idee dove stanno? — chiede Caselli — io, che vengo da una delle correnti di An, perchè ce ne sono diverse all’interno del Pdl, cos’ho da condividere con loro? Forse l’anti comunismo, però io non mi schiero con gli ‘anti’ ma solo con i ‘pro”.
Così come da sempre esistono gli indipendenti di sinistra, da oggi in avanti Luca Caselli, 40 anni, avvocato, governerà  come un “indipendente di destra”, elevando a suo partito quella città , Sassuolo, per la quale ha sempre voluto lavorare.
“Il Pdl ha smarrito la bussola, ma non lo rinnego, non faccio come Schettino che abbandona la nave, rimango un sindaco in quota Pdl ma rivendico il diritto di non fare la tessera”.
“Sono stanco — spiega — di vertici politici assolutamente fuori dal mondo reale e penso che le persone e le idee vengano prima delle tessere di partito. Per questo, per governare meglio Sassuolo in questi ultimi due anni mi spoglio della mia”.
Dopo di che, alla scadenza del mandato, quando verrà  il momento di pensare a una ricandidatura, “allora farò una riflessione. Che sarà  politica ma non solo, anche personale. Se ci saranno le condizioni per un secondo mandato ben volentieri — spiega il sindaco — ma dopo aver visto per una vita persone abbarbicate alle loro poltrone, beh, è dignitoso anche tornare a fare l’avvocato”.

Annalisa Dall’Oca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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REBUS PREFERENZE, IL DILEMMA DI BERLUSCONI

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER PREPARA LA CAMPAGNA ELETTORALE E PENSA AL NOME “GRANDE ITALIA”

Il confronto sulla legge elettorale si è impantanata. In questo modo, rinviando tutto a settembre, Pd e Pdl eviterebbero di andare al voto in autunno in maniera pilotata come sembrano volere Napolitano, Monti e Casini.
Ciò accade proprio nel giorno in cui Alfano in una conferenza stampa esulta per l’approvazione al Senato, in prima lettura, dell’elezione diretta del capo dello Stato.
Difficilmente alla Camera la vecchia maggioranza Pdl-Lega riuscirà  a far passare questa riforma costituzionale osteggiata da Pd e Udc.
Berlusconi intanto ha dato forfait all’incontro con i giornalisti per evitare di rispondere a una serie imbarazzanti di domande, per esempio sulla trattativa Stato-mafia e sull’accusa a Dell’Utri che, secondo i magistrati di Palermo, porterebbe in qualche modo a lui.
Ma ha voluto evitare pure di parlare della sua sesta candidatura a premier e delle questioni europee, magari sostenendo che oggi lo spread ha raggiunto gli stessi livelli di quel novembre 2012 in cui dovette dimettersi.
E che, insomma, essere stato sostituito con Monti non ha portato a grandi risultati. Affermazioni che avrebbero provocato ripercussioni sui mercati già  abbastanza turbolenti.
Alfano ha spiegato che l’assenza del Cavaliere è stata concordata «per evitare di offrire un pretesto alla sinistra che già  aveva cominciato con il rullio di tamburi, dicendo che la nostra proposta sull’elezione diretta del presidente della Repubblica ci serve per appendere qualche manifesto».
Un’altra ipotesi è invece che l’ex premier non intenda sbilanciarsi sulla legge elettorale e che non sia convinto sulle preferenze per le quali tifa invece gran parte del Pdl, gli ex An in particolare.
Preferenze e premio di maggioranza da attribuire al partito che prende più voti, mentre il Pd vuole i collegi per scegliere i parlamentari e il premio di maggioranza alla coalizione che vince.
«La verità  – sostiene La Russa – è che il Pd vuole decidere chi deve essere eletto e il miglior sistema è paracadutare i propri uomini nei collegi».
«Mentre noi – ha precisato Alfano – vogliamo far eleggere direttamente dagli italiani sia il presidente del Consiglio sia i parlamentari. Loro voglio decidere nel chiuso di una stanza».
Ecco messa così sono due dita negli occhi a Bersani, che ha risposto irritato definendo la proposta delle preferenze «l’uovo di giornata»: «Ieri sera il messaggio era diverso. Aspetto domani mattina perchè siamo al settimo-ottavo messaggio diverso».
Anche Casini ha dato una rispostaccia al Pdl.
«Lo spread è alle stelle, i Comuni non sanno come pagare i fornitori e noi ci preoccupiamo di cincischiare su cose astratte come il semipresidenzialismo, che non ha alcuna possibilità  di essere realizzato in questa legislatura e si rinvia sulla legge elettorale».
Bene, ha replicato Alfano, visto che «Bersani ha la testa dura dovrà  spiegare agli italiani che vuole tenersi il Porcellum».
Intanto Berlusconi fa la Sfinge.
Nel suo stesso partito c’è chi, come l’ex ministro Galan e molti ex Fi, definiscono le preferenze «una grande boiata».
Ma il silenzio del Cavaliere è dovuto anche al fatto che in capo ai suoi pensieri non ci sono le riforme.
Sta lavorando alla campagna elettorale, sia che si voti nel 2013 o in autunno (ipotesi che si allontana per la verità ). Sta mettendo a fuoco il “format” della sua ridiscesa in campo per l’ennesima volta.
Non ha voluto parlarne ieri alla conferenza stampa sul presidenzialismo perchè sta studiando l’annuncio ad effetto nei tempi e nelle modalità  comunicative più adatte, anche con proposte e idee che possano servire a recuperare la fiducia di chi lo ha già  votato tante altre volte.
Un’idea è che il debito pubblico non devono pagarlo gli italiani ma lo Stato vendendo una parte del suo patrimonio.
Anche il nuovo nome da dare al partito ha la sua importanza. Berlusconi comincia ad avere una preferenza rispetto ai tanti nomi che erano circolati: Grande Italia.

Amedeo La Mattina

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