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TRIESTE: … E DI NOTTE SVANI’ IL DIVIETO DI FINANZIARE I PARENTI

Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

VIA IL DIVIETO ANTI-PARENTOPOLI: SARA’ POSSIBILE FINANZIARE I FAMILIARI…SI’ AI FONDI PER SOCIETA’ NO PROFIT DI MOGLI E FRATELLI DI CONSIGLIERI

Fratelli, sorelle, figli, cognati e cugini degli amministratori del Friuli-Venezia Giulia stanno libando nei lieti calici: la legge che impediva ai loro congiunti di dare soldi regionali alle società  di parenti è stata, almeno in parte, abolita.
«Ma questi sono matti! In un momento come questo mettono il dito nell’occhio della gente!», sbotta alla notizia Roberto Antonione, novarese di nascita ma triestino da sempre, già  presidente regionale e poi coordinatore di Forza Italia,
«Non è neanche più un problema politico. È proprio un problema sanitario. Al di là  di ogni altro aspetto è una questione di buon senso. Buon senso. Ma dove vivono? Sulla luna? È vero che da un po’ di tempo Trieste, purtroppo, ha un sacco di fratelli, sorelle, cognati, amanti sparsi qua e là  sulle poltrone che contano. Ma santo cielo!»
C’era lui, l’ex pupillo di Berlusconi, alla guida della Regione autonoma il giorno in cui fu varata («Non me ne vanto mica: semmai è assurdo che certe regole elementari non ci fossero già  prima») la legge 7 del 20 marzo del 2000.
All’articolo 31 del «Testo unico delle norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso» fu stabilito che «non è ammissibile la concessione di incentivi di qualsiasi tipo a fronte di rapporti giuridici instaurati, a qualunque titolo, tra società , soci, ovvero tra coniugi, parenti e affini sino al secondo grado. Tale disposizione si applica qualora i rapporti giuridici instaurati assumano rilevanza ai fini della concessione degli incentivi».
Per dodici anni, il divieto deciso dalla giunta di centrodestra (onore al merito) ha arginato chissà  quanti regalini.
Finchè, in una notte d’estate, approvando l’ultimo assestamento di bilancio prima delle prossime «regionali» del 2013, l’attuale maggioranza ancora di centrodestra, ha deciso di alleggerirsi del fastidioso ingombro.
E ha inserito due righe di «interpretazione autentica» dell’articolo 31. C’è scritto che «tra gli organismi indicati non sono ricompresi quelli culturali, di volontariato e di promozione sociale privi di finalità  di lucro».
La modifica è stata fatta, come capita in questi casi, alle tre di mattina del 4 luglio. Quel giorno, per capirci, sui giornali c’erano le seguenti notizie: «Tagli, tocca a statali e sanità ». «Chiusura per 216 mini ospedali». «Lo Stato a dieta stretta». «Ferie, buoni pasto, stipendi e forti tagli agli organici: ecco l’austerity del travet».
Insomma, un giorno di ordinaria crisi nera.
Il comunicato stampa era così generico («Numerose le modifiche all’articolo 12 dell’assestamento di bilancio, inerente il funzionamento della Regione e passato a maggioranza. Si comincia con gli adeguamenti algebrici alle poste della tabella L…») da sfuggire a ogni eventuale osservatore malizioso. E per settimane, infatti, finchè non ci ha messo il naso Marco Ballico del «Piccolo» di Trieste, non se n’è reso conto nessuno.
Neppure l’opposizione di centrosinistra: «Sono sincero, non ne sapevo niente», spiega con qualche imbarazzo il capogruppo del Pd in regione Gianfranco Moretton,
«Non ce ne eravamo neanche accorti. D’altra parte, devo dire che se questi contributi si possono dare solo a società  no profit…».
Quindi se un politico regala un finanziamento a un’associazione di suo fratello o di sua moglie che dona buoni pasto ai cittadini in difficoltà  che poi vanno a votare… «Ah, no, certo, no… Mi rendo conto che ci sono dei risvolti a rischio… Difatti, vado a memoria, credo che noi abbiamo votato contro…»
Va da sè che la nuova deroga alla vecchia legge, che si aggiunge alle 63.194 deroghe, eccezioni e scappatoie di cui scriveva qualche settimana fa Michele Ainis, riguarda i parenti ma anche i «soci».
Dettaglio non secondario, per i friulani e i giuliani che negli ultimi mesi hanno letto di episodi abbastanza controversi.
Primo fra tutti quello dell’apertura di un’indagine del procuratore generale della Corte dei conti, Maurizio Zappatori, sui 400 mila euro versati con un appalto a trattativa diretta, senza gara, a Radio Rtl 102,5 per un mese di promozione turistica grazie a una postazione volante in piazza Ponterosso con interviste e collegamenti.
Appalto già  nel mirino della magistratura che mesi fa ha mandato degli avvisi di garanzia all’assessore leghista alle attività  produttive Federica Seganti, all’ex direttore di Turismo Fvg, Andrea Di Giovanni e infine a Massimo Lombardo, amministratore unico della «Alan Normann Comunicazioni srl» e a sua moglie Valentina Visintin, cotitolare col marito dell’agenzia che si è occupata della cosa ma soprattutto capo segreteria dell’assessore Seganti.
Una iniziativa identica, seguita da altrettante polemiche, l’aveva già  presa, nel profondo Sud, Reggio Calabria.
Dove il governatore Giuseppe Scopelliti (che nelle settimane di sosta della postazione mobile s’improvvisò disc-jockey con sandali infradito, occhiali Ray -Ban fumè e maglietta nera) fu attaccato dalla sinistra con l’accusa, sdegnosamente respinta, di avere trovato i soldi in fase di assestamento del bilancio stornandoli dalle «misure di contrasto alla povertà  e di sostegno alle famiglie».
La piccola vanità  discotecara del presidente calabrese, però, rischia di essere oscurata da quella del senatore leghista Mario Pittoni. Il quale, per la gioia dei suoi elettori friulani, avrà  una particina nel film che Renzo Martinelli, il regista di «Barbarossa» amatissimo dai leghisti, dedicherà  col titolo «September Eleven 1683» alle gesta di Marco d’Aviano, il frate che ebbe un ruolo di spicco nella difesa di Vienna attaccata dai turchi.
Spiega il parlamentare che avrà  solo una particina in omaggio a un trisnonno, Gianbattista Pittoni, che partecipò alla storica battaglia.
Dicono le opposizioni che non era il caso. Tanto più che, grazie ai buoni uffici del Carroccio, il film è finanziato anche, sia pure solo con 150mila euro, dalla Regione autonoma.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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UN FALSO “CORRIERE DELLA SERA” CRITICA GRILLO: AL COMICO PIACE, AI SIMPATIZZANTI (CHE NON SANNO RIDERE) NO

Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

UN FOTOMONTAGGIO DEL GIORNALE DI VIA SOLFERINO TITOLA: “CITOFONAVA E SCAPPAVA” ACCANTO A UNA FOTO DEL COMICO GENOVESE… LUI SU FB METTE “MI PIACE”, MOLTI SUOI FANS NON CAPISCONO NEANCHE LO SCHERZO (FATTO DAI GRILLINI DI RIMINI)

Le notizie sulla rete corrono veloci, le bufale pure.
E questo Beppe Grillo sicuramente lo sa.
Invece, quello di cui alcuni internauti sostenitori del Movimento 5 Stelle non si sono accorti è che l’umorismo si può fare anche sul loro leader, e che anzi, proprio a un politico, che è anche un comico, una risata fa bene.
Soprattutto se piace a lui per primo, tanto da postarlo sul proprio account face-book.
È successo così che il gruppo Facebook dell’M5S di Rimini ha pubblicato un ironico fotomontaggio del Corriere della Sera, subito ripostato sul social network dal blogger genovese, che doveva trovarlo evidentemente divertente e intelligente.
Nella prima pagina del quotidiano di via Solferino campeggia il titolo a otto colonne: “Citofonava e scappava. Wikileaks pubblica i file riservati sul Guru del Movimento 5 Stelle. Sgomento tra i giovani militanti. Intervista esclusiva di una compagno di quinta elementare. Era peggio di Charles Manson”.
Lo status di Grillo totalizza oltre 5000 like in poche ore.
Ma “mi piace” cosa, esattamente?
La presa in giro del Corriere — probabilmente nel mirino perchè aveva riesumato uno spezzone di uno spettacolo di alcuni anni fa, in cui il comico invitava a “dare una ripassatina ai marocchini”, magari di nascosto?
Oppure la denuncia di un possibile complotto della grande stampa nazionale contro i 5 stelle?
La risposta arriva forse dai circa 2500 commenti piovuti sul social network.
Tantissimi quelli che difendono il Grillo citofonatore folle al grido di “lo facevo anch’io, e allora?”, oppure “non sanno più cosa inventarsi”.
“La prossima scottante rivelazione sarà : Grillo lanciava gli aeroplanini di carta ai compagni di classe durante l’ora di matematica”, prova a pungere Antonello.
Gli fa eco Maria: “Ora andranno a intervistare gli amici dell’asilo e sapremo che rubava la merenda”.
Ad attacco da parte di un quotidiano, sembra logico, si risponde proprio attaccando quel quotidiano e gli altri.
Ed ecco i post della serie “è la stampa, schifezza”. “I giornali hanno paura che gli togliamo le sovvenzioni statali. Vergogna!”, inveisce Riccardo.
Tommaso si imbarca in un’analisi ad ampio raggio: “Cosa si può commentare ad un articolo insignificante come questo: Antonio Polito intervista addirittura un compagno di V elementare di Beppe Grillo. Evidentemente non sanno più cosa dire e scrivere per screditare il leader di un movimento”.
Infatti, commenta qualcuno “Grillo è un santo”. Punto e basta.
Peccato però che l’attacco a Grillo non esiste.
Qualcuno comincia a dubitarne quasi da subito e sono tanti i commenti simili a quello di Francesco: “Se la gente del M5S non capisce che questo è un palese fotomontaggio (fatto da altri grillini) è perchè probabilmente non sa neanche come sia fatto un giornale… pessima figura… che delusione!”.
Massimo critica chi ha preso sul serio la burla e sdrammatizza: “Titolo del prossimo Vernacoliere: ‘È ufficiale: i fan di Grillo so’ tutti pisani!’”.
L’affondo — e non è neppure il più duro — arriva da Matthew: “Elettori del Movimento Cinque Stelle grazie per il più bel Epic Fail (figuraccia sul web, ndr) che ho mai visto in vita mia”.
E pensare che era tutta una cosa degli amici di Beppe Grillo, giusto per riderci su.

Andrea Valdambrini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SONDAGGI SHOCK PER IL CAVALIERE: “A QUESTO PUNTO NON SO PIU’ SE POSSO DAVVERO RICANDIDARMI”

Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

RISPUNTA L’IDEA DELLE PRIMARIE… ALFANO. “IO NON CORRO”

Sondaggi neri, umore blu.
Non bastasse aver passato tre ore in caserma a rispondere alle domande di Antonio Ingroia, ieri al Cavaliere è toccata pure una serata dedicata alla legge elettorale, tema notoriamente in cima ai suoi pensieri.
Ma la vera ragione del morale sotto i tacchi è un’altra.
È la corona di spine che gli ha consegnato lunedì la sondaggista Alessandra Ghisleri. Numeri impietosi che fotografano l’assoluta mancanza di un «effetto Silvio» sul Pdl. Il partito è infatti inchiodato al 18-20 per cento, gli stessi numeri che aveva con Alfano.
Per questo il Cavaliere è di nuovo in preda al dubbio, non sa come andare avanti, se candidarsi o meno.
Mentre nel partito – condannato allo stallo – cresce la fibrillazione per questa indecisione del leader.
Ieri sera a palazzo Grazioli è stato un coro, da Alfano a La Russa, da Cicchitto a Gasparri, tutti a dirgli «Silvio ti devi decidere, ci dobbiamo muovere per la campagna elettorale».
E visto che Berlusconi ha annunciato di voler partecipare alla festa di Atreju a Roma (l’appuntamento dei giovani di An, ora ereditato dal Pdl) il 14 settembre, il segretario è arrivato fino a minacciare di portargli davanti al palco un pattuglione di giovani «per chiedergli di sciogliere la riserva» perchè «Berlusconi rimane il miglior candidato».
Il fatto è che, a tutt’oggi, è anche l’unico. Alfano, dopo il tira e molla a cui Berlusconi l’ha sottoposto per mesi, con tanto di umiliazione sulla «mancanza del quid», ha già  messo in chiaro che lui non intende trangugiare altra cicuta: «Io non correrò».
Scartata quindi l’idea che si possa tornare su Alfano, in un balletto poco dignito)so, ieri si è riaffacciata l’ipotesi di organizzare delle primarie, come peraltro era già  stato deciso.
Si potrebbero svolgere a novembre, vicino a quelle del Pd, creando un effetto “convention Usa”.
«Ma la prima opzione – riferisce uno dei boss del Pdl vicini al segretario – è che si candidi Berlusconi, che ci metta lui la faccia».
Così, in caso di sconfitta, sarà  il Cavaliere a caricarsela sulle spalle.
Raccontano tuttavia che Berlusconi stia ancora almanaccando sulla possibilità  di trovare un candidato nuovo, «un outsider, un giovane, magari con qualche importante esperienza all’estero».
Gli piacerebbe un Marchionne giovane, ma al momento ha solo in mano l’identikit.
Così, con il Cavaliere poco propenso alle battute e con nulla da annunciare, ieri sera è andato avanti per ore un confronto sulla legge elettorale.
Il Pdl infatti su questo argomento è spaccato in due.
Da una parte c’è chi punta su un modello proporzionale alla tedesca, quello che Gaetano Quagliariello aveva trattato con Luciano Violante prima dell’estate.
È uno schema che renderebbe più facile per il Pdl rientrare in una futura grande coalizione dato che ogni partito arriverebbe dopo il voto con le mani libere.
Inoltre riaprirebbe il casello autostradale verso l’Udc, cosa a cui puntano molto le colombe del Pdl.
Al Senato questa carta si potrebbe giocare subito, tanto che Renato Schifani sta premendo in tutti i modi per sbloccare l’intesa e ieri ha fatto filtrare tutta la sua «irritazione» per l’ennesimo buco nell’acqua.
Una presa di posizione che ha raccolto il plauso, guarda caso, di altri due centristi filo Monti come Lorenzo Cesa (Udc) ed Enrico Letta (Pd).
Ma c’è una corrente potente nel Pdl che tira dalla parte opposta e punta a chiudere un accordo con il Pd su una legge elettorale vicina al Provincellum, con un terzo di parlamentari eletti in liste bloccate e un premio di maggioranza del 15% al primo partito.
È Denis Verdini il capofila di quest’ala e ieri sera si è detto ancora convinto di poter «portare a casa l’intesa con il Pd nelle prossime 48 ore».
A quel punto, ma qui siamo ai confini della fantascienza, si potrebbe riprendere in mano l’idea di anticipare il voto a Novembre.
Peccato che Napolitano abbia già  fatto sapere a Gianni Letta, nell’ultima conversazione avuta al Quirinale, di ritenere questa ipotesi morta e sepolta.
Infine ci sono gli ex An. Da qualche tempo hanno ripreso a vedersi tra di loro, guidati da La Russa, tra Roma e Milano.
Riunioni in cui si riparla di andarsene per conto proprio se una parte del Pdl dovesse mettersi d’accordo con Casini per la grande coalizione.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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DAI SOLDI AI BOSS ALLE MINACCE DI STRAGI: TRA SILVIO E MARCELLO 40 ANNI DI MISTERI

Settembre 6th, 2012 Riccardo Fucile

SANCITI DA UNA SENTENZA I COSPICUI PAGAMENTI PER PROTEGGERE IL CAVALIERE DA COSA NOSTRA

Da 39 anni, sono inseparabili. Silvio Berlusconi ama raccontare che l’amico Marcello Dell’Utri ha sempre avuto una buona idea da proporgli, al momento giusto.
La prima, del 1973, è rimasta memorabile: l’arrivo di un esperto fattore da Palermo per prendersi cura dei terreni e dei cavalli della nuova grande residenza di Berlusconi, la villa di Arcore.
Ma quel fattore, Vittorio Mangano, era anche un mafioso di rango.
E così, quell’amicizia nata sui banchi dell’università  di Milano, negli anni Sessanta, ha finito per incuriosire anche la magistratura.
Berlusconi non si è mai scomposto, non ha mai avuto un dubbio sull’amico siciliano. Anzi, l’ha sempre difeso a spada tratta.
«Non riuscivo davvero a trovare un fattore fidato – spiegò il 26 giugno 1987, alla Procura di Milano – chiesi a Dell’Utri e lui si ricordò di una persona conosciuta sui campi di calcio della squadra Bacigalupo di Palermo».
Altro che mafia, altro che misteri.
Solo una storia di amicizia, secondo Berlusconi.
Ma è un’altra la storia che racconta la sentenza della Corte di Cassazione che nel marzo scorso ha condannato definitivamente Dell’Utri per le sue frequentazioni mafiose fra il 1973 e il 1978.
Per i giudici della suprema corte non ci sono più dubbi sulle «cospicue somme» che negli anni Settanta Berlusconi pagò alla mafia, attraverso il «mediatore» Dell’Utri, «per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari».
Erano gli anni dei sequestri a Milano.
È stata dunque la Cassazione, prima ancora della Procura di Palermo, a parlare di un’estorsione subita da Berlusconi.
Scrivono i giudici: «Dei versamenti di somme da parte di Berlusconi in favore di Cosa nostra, per la protezione, hanno parlato almeno quattro collaboratori: Francesco Di Carlo, Antonino Galliano, Salvatore Cucuzza e Francesco Scrima».
E il primo ha anche raccontato di un incontro in particolare organizzato nel 1974 da
Dell’Utri, fra all’allora giovane imprenditore Berlusconi e il capomafia palermitano Stefano Bontate.
Anche questo è un capitolo già  certificato dalla Cassazione. E se Dell’Utri non è ancora finito in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa è solo perchè i giudici della Cassazione hanno disposto un nuovo processo d’appello, per approfondire le sue frequentazioni mafiose fra il 1978 e il 1982.
Berlusconi, naturalmente, ha continuato a difendere a spada tratta il suo vecchio amico di università , intanto diventato compagno di tante altre imprese, da Publitalia a Forza Italia.
Ma la storia dei due inseparabili amici continua ad essere oggetto di indagini giudiziarie a Palermo.
Questa volta, di scena, non ci sono più gli anni Ottanta, ma i recenti anni Novanta, quando Berlusconi ricoprì la carica di presidente del Consiglio.
E Dell’Utri è adesso il principale indagato per il processo sulla trattativa mafia-Stato, perchè nel 1994 avrebbe recapitato un altro messaggio dei boss a Berlusconi:
Cosa nostra minacciava nuove stragi se non fosse arrivato un ulteriore alleggerimento del carcere duro.
Questo ha detto il pentito Giovanni Brusca.
E i pm di Palermo si chiedono adesso se quei milioni di euro offerti in dono da Berlusconi siano stati davvero solo per Dell’Utri.

Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)

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