Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
PRONTO A FINE OTTOBRE…. I COMMERCIALISTI: “RISCHIO CHE GLI STUDI DI SETTORE DIVENTINO UNO STRUMENTO DI REPRESSIONE”
Quella contro l’evasione fiscale «è una guerra» e «mi devo convincere che non siamo soli». Il direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, parla davanti alla commissione Finanze della Camera.
I deputati lo incalzano sulla solita questione, Equitalia, la severità dei controlli.
E lui, in Parlamento, è costretto quasi a difendersi: «Da quando sono direttore abbiamo recuperato oltre 40 miliardi di euro di evasione. Sentendo i vostri interventi ho la sensazione che questi soldi li abbiamo presi a cittadini onesti, vessati. Credo non sia questa la realtà ».
Una guerra, appunto.
E il nuovo redditometro è una delle battaglie. «Ci stiamo lavorando, spero a breve» di averlo a disposizione, ha detto ieri Befera. «Preferisco ritardare un po’ ma avere uno strumento efficace. Stiamo facendo due forme di redditometro, uno per la selezione preventiva e uno per le attività di controllo ».
Un meccanismo in due tempi che darà la possibilità al contribuente di dimostrare la compatibilità delle proprie spese con il reddito dichiarato prima di far scattare gli eventuali controlli.
Ma a quasi un anno dalla presentazione siamo ancora alla sperimentazione.
Il redditometro servirà a scovare gli evasori confrontando il reddito dichiarato dal contribuente con il suo tenore di vita, letto attraverso una serie di voci «spia»: non solo la barca o la macchina di lusso, ma anche le spese per la colf, per il cellulare, per l’asilo o l’università dei figli, fino all’abbonamento in palestra, alla parcella del veterinario, alle donazioni alle onlus.
In tutto cento indicatori, divisi in sette grandi categorie, che disegnano la capacità di spesa del contribuente e quindi stimano il suo reddito «presunto».
Se quel reddito presunto dovesse essere troppo al di sopra di quello dichiarato, il Fisco potrà far scattare i controlli.
Il sistema è stato presentato la prima volta il 25 ottobre scorso.
La sperimentazione doveva durare pochi mesi, per essere pronti a giugno.
Ma restano ancora alcuni nodi da sciogliere, come il peso da assegnare a ciascuna di quelle cento voci spia e la definizione di quanto il tenore di vita debba essere più basso del reddito dichiarato per far scattare i controlli.
Non ci sono soltanto problemi tecnici, però. La questione è anche politica.
E c’è anche chi pensa che questo strumento possa essere considerato troppo invasivo.
Il timore vero, infatti, è che il redditometro si trasformi in uno studio di settore applicato a 22 milioni di famiglie e 50 milioni di contribuenti.
Le spese rilevate nelle categorie- campione avranno un peso nel calcolo del reddito ma a questo verrà aggiunto anche un coefficiente di moltiplicazione in base all’area geografica e al nucleo familiare.
In poche parole, il reddito di chi acquista un’auto in una regione dal reddito medio- basso sarà conteggiato con un “peso specifico” superiore rispetto a chi compra la stessa auto in una regione a reddito più alto.
E poi ancora bisognerà calcolare il numero dei familiari per un totale di 55 gruppi omogenei che genereranno il calcolo finale.
«Si tratta di un meccanismo concettualmente giusto – afferma Claudio Siciliotti, presidente dei commercialisti – ma c’è un rischio concreto: potenzialmente il redditometro può diventare strumento automatico e assumere valore legale comportando l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente. È vero che Befera, meritoriamente, ha più volte ribadito che questo sarà solo uno strumento che servirà a segnalare i casi più a rischio per far scattare accertamenti più approfonditi. Ma il timore è che in futuro ci possa essere un inasprimento del suo utilizzo. Si tratta di una preoccupazione prospettica legata soprattutto alla presenza dei coefficienti, gli stessi che tanti problemi hanno creato negli studi di settore. Stavolta però non saremmo più in presenza di 5 milioni di partite Iva ma di 50 milioni di contribuenti».
Il nuovo redditometro consentirà anche una verifica «fai da te» a posteriori: grazie a un software messo a disposizione dei singoli contribuenti e dei commercialisti, chi vorrà potrà inserire i propri dati (e spese) e verificare se quanto ha intenzione di dichiarare rientrerebbe nei parametri stimati o farebbe accendere un campanello d’allarme al fisco.
E magari ritoccare la dichiarazione.
Lorenzo Salvia e Isidoro Trovato
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: economia, emergenza | Commenta »
Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
SOSPESO IL BANDO DELLA REGIONE: 10 MILIONI DI EURO PER FAR ALLOGGIARE I 48 CONSIGLIERI COME AL GRAND HOTEL… LO SCANDALO DEL PDL GUASTA LA FESTA E LA POLVERINI FA MARCIA INDIETRO
Le buste stanno tutte chiuse al buio, in un cassetto.
E contengono una specie di tesoro: l’appalto da 10 milioni di euro per costruire due nuovi edifici destinati al Consiglio regionale del Lazio, due palazzi di tre piani (più interrato) piazzati di fianco alla sede storica della Pisana.
Il bando, pubblicato lo scorso marzo, ha riscosso il giusto entusiasmo: una dozzina di imprese si sono fatte avanti inviando la propria proposta entro luglio, come prescritto.
Ognuna di loro ha dovuto versare 170mila euro di fidejussione, mica noccioline, per poter partecipare alla gara.
Ma il 6 settembre è arrivata la brutta notizia: bando sospeso, tutto rimandato a data da destinarsi.
Come mai? Il caso Fiorito c’entra, eccome.
Anzi, è stata proprio la faida interna al Pdl, travestita da un’inedita lotta contro gli sprechi, a generare i guai che hanno travolto il prestante presidente della Commissione Bilancio.
La governatrice Renata Polverini ha iniziato la sua campagna di prima estate sparando ad alzo zero sulle spese di Mario Abbruzzese, Pdl (ex azzurro) e presidente del Consiglio regionale.
Era stato proprio lui a spingere in ogni modo l’edificazione bis della Pisana, immaginando più spazio e bellezza per i consiglieri presenti e futuri.
Inizialmente la Polverini non s’era opposta allo slancio creativo, nonostante ci fosse chi urlava la propria insoddisfazione: “Far parte di una maggioranza non vuol dire ingoiare qualsiasi cosa — diceva a luglio Francesco Storace, La Destra —. C’è in ballo una cifra spropositata, tanto più che dovremo tagliare il numero dei seggi del Consiglio e quello delle Commissioni consiliari. A che serve l’ampliamento?”.
Nessuna risposta ufficiale della Polverini. Silenzio, attesa.
Ma poi, mentre sulla stampa fiorivano le notizie sui conti dei gruppi consiliari infarciti di ostriche e resort stellari, quell’idea edificatoria è sembrata davvero poco opportuna alla governatrice, che ha virato nettamente sul negativo invitando pubblicamente Abbruzzese a “sospendere o annullare il bando”.
Detto, sospeso. “Diciamo che i nuovi palazzi servivano a evitare una situazione promiscua — spiega Mauro Gentili, il geometra cui la Regione ha affidato il progetto —. Attualmente i gruppi consiliari devono condividere spazi comuni, invece con i 3mila metri di nuova cubatura si potranno dare stanze più riservate a ciascun consigliere, con spazio di segreteria annessa”. In effetti il bando specifica che i progetti di realizzazione dell’opera devono rispondere a un piano di massima già prestabilito: urgono “48 uffici con bagno personale e segreteria con numero 2 postazioni di lavoro”.
Ogni consigliere avrà perciò diritto a uno spazio tutto suo, alle scrivanie per i fidati collaboratori, e naturalmente a un bagno con tanto di doccia e bidet per ogni eventualità istituzionale. Bello, perfino elegante come principio.
Ma quanto costerà questa igienica privacy degli eletti ai contribuenti laziali?
Per ora lo studio preliminare approntato dai tecnici regionali ha un costo preventivato di 250mila euro. In più ci sono gli scavi realizzati per verificare l’assenza di reperti archeologici sottoterra (tutto ok, nulla osta dei Beni archeologici ottenuto a tempi di record), i lavori per l’abbattimento della tensostruttura nota come Pala Ciocchetti che ospita alcuni gruppi consiliari (pare in realtà la si voglia trasformare in un asilo nido) e infine l’abbattimento di alcuni alberi (4 pini, 9 ippocastani e 9 cipressi: benchè filari vincolati, le necessarie autorizzazioni sono presto giunte).
Riassumendo: spesi quei 300mila euro per le opere preventive, accantonati i 170mila euro per ogni impresa partecipante al bando, tutti erano in attesa di aprire le famose buste il 13 settembre, giorno di scadenza ufficiale della gara.
Invece, il 6 settembre, giunge lo scarno comunicato: “Alla luce delle nuove disposizioni economiche e finanziarie stabilite con Legge dello Stato (Spending Review), su disposizione del Presidente del Consiglio Regionale si co-munica che le procedure di gara sono sospese al fine di verificare le disponibilità finanziarie necessarie”.
Tradotto: per colpa di Monti, niente doccia riservata per i consiglieri laziali.
Oppure, politicamente parlando, ecco la prosa laziale della Polverini dedicata ad Abbruzzese: “Dubito che l’opinione pubblica comprenderebbe, nella difficile congiuntura economica che colpisce anche questa Regione, le ragioni dell’effettiva utilità della spesa per i nuovi edifici del Consiglio”.
Insomma, per ora, tutto fermo.
Addio capitolato di ultima generazione molto attento a dettagli come il free cooling e il comfort termo-igrometrico.
Addio 1.100 giorni entro cui inaugurare trionfalmente altre due colonne del potere regionale: “Non so come andrà a finire — ammette il geometra della Regione —, tra i tagli aitrasferimenti e la storia di Fiorito, è saltato tutto.
Comunque il bando è solo sospeso, non annullato: le buste restano chiuse ma si può anche decidere di aprirle. Non ci vuole niente”.
Basta aspettare il momento giusto.
Intanto per domani alle 16 è stata convocata una seduta straordinaria del Consiglio regionale. Unico punto all’ordine del giorno: “Comunicazioni urgenti della presidente Renata Polverini”
Chiara Paolin
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: PdL, Politica, Roma | Commenta »
Settembre 16th, 2012 Riccardo Fucile
PDL NEL CAOS, ORMAI E’ GUERRA PER BANDE… DOMANI CONSIGLIO REGIONALE STRAORDINARIO
“Io non ci sto”. Renata Polverini non ha alcuna intenzione di farsi rosolare a fuoco lento sulla graticola dei ricatti e dei veleni incrociati che stanno dilaniando il Pdl regionale, sempre più preda di una guerra tra bande che ha ormai travalicato i confini locali mostrando tutta l’inanità di una dirigenza nazionale incapace di prendere qualsiasi decisione, persino quella di espellere l’ex capogruppo Fiorito indagato per peculato.
“Io non ci sto a farmi coinvolgere nelle beghe di un partito allo sbando, a essere confusa coi ladri”, ha ribadito ieri la governatrice del Lazio, sibilando ai fedelissimi quelle quattro parole che da giorni le frullano in testa: “Ora basta, mi dimetto”.
Proposito annunciato ai vari responsabili della sua maggioranza che fino a notte fonda si sono affacciati nel palazzone della regione.
E che stavolta sia qualcosa più di una minaccia – già ripetuta altre volte, nel tentativo estremo di farsi rispettare dagli ex colonnelli di An e Fi che l’hanno sempre considerata un corpo estraneo – lo dimostra la convocazione, domani, di un consiglio straordinario per “comunicazioni urgenti”.
È nell’acquario della Pisana, l’aula a forma di emiciclo isolata dai vetri blindati, che la sindacalista già finiana, poi folgorata dal verbo berlusconiano, potrebbe annunciare il suo addio alla Regione.
Una strategia studiata a tavolino che prevede due subordinate, a seconda dalle risposte che arriveranno nelle prossime: dimissioni senza condizioni, che le consentirebbero di proporsi come l’unica faccia pulita di una politica sporca, mettersi sul mercato portando in dote la sua lista civica e provare il gran salto in Parlamento (magari con l’Udc, anche se il corteggiamento di Storace è assai più stringente); dimissioni condizionate a un cambio di registro radicale, della serie “o tutti quelli che sono marci o me ne vado”.
Un aut aut rivolto a tutti i partiti, non solo al Pdl: o il consiglio regionale approva subito una legge che tagli di netto i costi della politica, a cominciare dai fondi destinati ai gruppi, affidando l’esame delle fatture al Segretariato generale e il controllo alla Guardia di Finanza; oppure stop, game over, si va a casa.
È frustrata la governatrice, agitata, arrabbiata.
All’indomani della pubblicazione dei dossier su vacanze, auto di lusso, ostriche e champagne pagati dai pidiellini con soldi pubblici, si sarebbe aspettata uno scatto d’orgoglio: un segnale chiaro dal segretario Angelino Alfano, al quale aveva chiesto provvedimenti esemplari contro Fiorito e gli altri consiglieri coinvolti nello scandalo; l’azzeramento delle cariche all’interno del gruppo per ripartire daccapo con volti meno compromessi; una sforbiciata seria alle indennità e ai rimborsi che il presidente del consiglio, Mario Abbruzzese, avrebbe dovuto predisporre in tempi brevi per dare una risposta all’indignazione popolare.
E invece niente: non una sola delle sue richieste è stata esaudita.
Ecco perchè ora è necessario forzare. Per dare una scossa. Giocarsi il tutto per tutto alla roulette russa delle dimissioni.
Una manovra che pare sortire subito i primi effetti. “Per quanto ci riguarda Fiorito è già fuori dal partito”, tuona Alfano in serata, precisando come l’espulsione non dipenda da lui, “la sospensione è la sanzione massima che io come segretario, a norma di statuto, posso irrogare”.
Oggi poi toccherà al gruppo regionale riunirsi per sostituire Francesco Battistoni, uomo vicino all’europarlamentare azzurro Antonio Tajani, che a fine luglio una congiura forzista promosse al posto di Fiorito, fedelissimo del sindaco Gianni Alemanno.
Un blitz che in molti lessero come un’opa lanciata dagli azzurri sul Campidoglio e sul suo inquilino, al quale inviare un messaggio chiaro: se vuoi ricandidarti devi fare i conti con noi.
La prova di quella guerra fratricida che ha precipitato nel caos il Pdl locale, creato non pochi imbarazzi a Via dell’Umiltà , provocato la crisi del governo Polverini.
Un incendio che, a dispetto dei pompieri in campo, non accenna a spegnersi. La miccia innescata nell’aprile 2010 dal famoso panino di Alfredo Milioni, il funzionario di partito che in preda a un attacco di fame ritardò a presentare la lista romana del Pdl e ne causò l’esclusione dalle elezioni regionali.
È allora che comincia la battaglia tra ex An ed ex Fi per accaparrarsi i posti migliori, in giunta e nelle aziende; il “tutti contro tutti” tra correnti.
L’ultimo tra berlusconiani doc: la componente che fa capo a Tajani contro quella guidata dal segretario capitolino Gianni Sammarco, cognato di Cesare Previti. Altissima la posta in palio: poltrone, prebende e soldi.
Tanti soldi. Come quelli gestiti dal capogruppo in Regione.
Sullo sfondo, il banchetto più prelibato: le candidature alle Politiche del 2013.
Anna Borgognoni
(da “La Repubblica“)
argomento: PdL, radici e valori, Roma | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
“E’ UNA CITTA’ SCHIFOSISSIMA, SPORCA, UNA TIPICA CITTA’ MULTIRAZZIALE E CERTA GENTE LA SPORCIZIA SE LA PORTA DA CASA”… LE SOLITE FRASI DI UN LOSCO FIGURO RAZZISTA CHE NESSUN MAGISTRATO PERSEGUE
“Per Roma ci vorrebbe un’opera di derattizzazione. E’ una città schifosissima, sporca,
che puzza e fa venire il vomito“.
Si tratta di una delle tante “stravaganti” dichiarazioni rese da Mario Borghezio a “La Zanzara”, su Radio 24.
“Del resto, Roma è una città multirazziale” — dichiara — “bisogna ammettere che questi immigrati pulizia non ne portano, perchè la sporcizia certa gente se la porta da casa“.
E loda la Svizzera, la Carinzia e Gerusalemme: “Qui nella parte israeliana uno vede gente civile, nella parte controllata dall’amministrazione palestinese vede lo schifo. Lì solo le donne lavorano, gli uomini si grattano le palle tutto il giorno e giocherellano col mitra”. L’europarlamentare della Lega Nord parla anche della imminente Festa Indipendentista di Cogne, che ospiterà una delegazione ufficiale del Fronte Polisario: “Saranno anche musulmani, ma questa è gente seria, gente coi coglioni, che spara per avere l’indipendenza e si fa rispettare, a differenza di noi che siamo solo parolai” (e sul fatto che lui sia solo un triste figuro parolaio concordiamo… n.d.r.)
“Sono esempi positivi, si oppongono a un potere antidemocratico come quello del Marocco, mentre noi abbiamo il potere romano, che è una merda. Loro sparano” — continua — ” e arriveranno all’indipendenza, noi ci facciamo solo le seghe”.
Il leghista attacca anche il giornalista Gad Lerner: “La morte dell’ambasciatore americano in Libia è una risposta a tutti i coglioni come Gad Lerner che si entusiasmavano come fosse la loro festa per le rivolte arabe contro Gheddafi“.
E aggiunge: “In quell’occasione Lerner fu supercoglione, perchè diceva che arrivava la democrazia ma bastava vedere la faccia di quei manigoldi per capire che lì democrazia non ce n’era”.
L’europarlamentare dichiara anche l’intenzione di far proiettare al Parlamento Europeo il film americano sull’Islam “perchè bisogna fargliela capire”.
E attacca duramente il leader dell’Udc: “Sul nuovo simbolo del partito l’accostamento delle parole Casini e “Italia” ci sta, perchè “nomen omen”. Che l’Italia sia sinonimo di “casino” lo pensa tutto il mondo“.
E precisa: “D’altra parte, si scrive Italia ma nella filigrana del simbolo dell’Udc c’è scritto Sicilia. Il cuore del movimento è tutto siculo.”.
Borghezio sostiene che la cartina di tornasole delle politiche italiane sarà rappresentata dalle elezioni politiche siciliane: “E’ la Sicilia che decide il futuro dell’Italia. Basterebbe questo per essere indipendentisti, prendere un treno ad alta velocità e andarsene, andare fuori dai coglioni verso la libertà e l’Europa civile. La capitale morale dei centristi alla Casini è Palermo: i loro gessati, le loro facce rassicuranti, i loro casini, i loro inghippi”.
Stoccata finale a anche a Pisapia: “A Milano si spara per strada e lui sembra Alice nel paese delle meraviglie. Da quando ha preso lui in mano la città , Milano sembra la Chicago degli anni ’30. Ai milanesi e ai lombardi” — continua -”si chiede il compito di lavorare, di pagare le tasse e di prenderla in quel posto”.
E conclude: “Se ci sono dei rafforzamenti delle forze dell’ordine, sono tutti per Scampia, il che è come buttare il ghiaccio nella fornace perchè più mandi poliziotti meno serve, lì è il regno della delinquenza organizzata, non cambierà mai. A Milano bisogna mandare altre forze dell’ordine e in attesa che lo Stato si muovi dobbiamo organizzarci con le ronde milanesi“
Gisella Ruccia
(da “Il Fatto Quotidiano)
argomento: LegaNord | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
SI FECE PROMUOVERE MINISTRO DEL TURISMO (CARICA ABOLITA PER LEGGE) CON UN DECRETO AD PERSONAM E CELEBRO’ L’EVENTO CON UNA SCRITTA CUBITALE SUL PALAZZO DEL DICASTERO… POI UN CONCORSO INTERNAZIONALE PER “FONDERE” LE LETTERE IN UN’OPERA D’ARTE: COSTO 100.000 EURO
Bertolt Brecht scrisse una poesia che si intitolava “La scritta invincibile”.
Raccontava di un soldato socialista della Guerra mondiale, rinchiuso in un carcere italiano, che con un lapis copiativo aveva scritto sul muro della cella: “Viva Lenin”.
Per quanto i secondini facessero, ripassando le lettere con la calce o raschiandole con un coltello, o imbiancando il muro, la scritta riappariva sempre: “Invincibile”, appunto.
Anche oggi c’è una scritta a suo modo invincibile.
Non esalta Lenin, non è vergata in lapis copiativo, non ha la forza evocativa di quella di Brecht, ma resiste.
È la scritta “ministro del Turismo”, in lega di metallo scintillante d’oro e alta alcune decine di centimetri, che per qualche tempo abbellì (si fa per dire) la facciata del palazzo di via della Ferratella in Laterano, sede del Dipartimento del Turismo.
Badate bene: Dipartimento e non ministero, perchè il ministero del Turismo per legge non esiste, cancellato 19 anni fa da un referendum, e quindi non c’è neanche un ministro.
Michela Vittoria Brambilla, signora dotata di un ego assai robusto, incaricata di seguire gli affari turistici nel passato governo di Silvio Berlusconi, referendum o no, si sentiva però ministro a tutto tondo e per far valere il titolo che si sentiva addosso, ingaggiò una sua personale battaglia.
Tanto brigò che il suo sghiribizzo fu accolto in una specie di decreto ad personam, l’ennesimo di un governo specializzato in materia.
Ottenuta la nomina, la signora pretese pure senza badare a spese che la sua sudata impresa fosse celebrata non con una semplice targa ottonata da appendere nell’atrio, ma con una costosa e vistosa scritta luccicante, “ministro del Turismo”, una specie di insegna da esporre proprio sotto le finestre del suo ufficio, cosicchè non solo automobilisti e passanti, ma lei stessa potesse ogni tanto rimirarla soddisfatta.
Per mesi quelle lettere dorate si videro benissimo dalla strada sottostante e nessuno osò rimuoverle finchè il governo fu in piedi.
Quando nel novembre di un anno fa Berlusconi cadde e la Brambilla si avviò con la velocità della luce verso l’oblio, sembrò logico che le cose tornassero in ordine e quella pretenziosa insegna, figlia del capriccetto di una ex potente, fosse smontata e infilata in qualche sottoscala.
E invece no: come il “Viva Lenin” di Brecht, la scritta brambillesca rifiorisce.
Forse credendo di far bene, forse per semplice piaggeria, al Dipartimento del Turismo ci fu tra i dirigenti chi ebbe la stuzzicante idea di riciclare le lettere dorate: perchè non utilizzarle per una composizione artistica?
Se ne potrebbe fare una scultura, suggerì qualche entusiasta, un’opera che abbellirebbe gli uffici.
Nello stesso periodo all’Ente del turismo (Enit) il direttore Paolo Rubini, sopravvissuto all’uscita di scena della sua amica Brambilla, per promuovere l’Italia nel mondo aveva avuto un’altra strepitosa pensata invitando artisti indiani, cinesi, brasiliani, russi, coreani, a esibirsi in dipinti e sculture che raffigurassero l’Italia così come la pensavano.
Prendendo i classici due piccioni con una fava, la scritta della Brambilla — pensarono — avrebbe dovuto essere esposta nelle sale e nei corridoi di via della Ferratella assieme a queste opere.
Fu indetta regolare gara, importo 100 mila euro circa, 70 mila per le opere straniere più ammennicoli vari, 30 mila per la scritta brambillesca all’uopo ricomposta.
La gara fu vinta da una ditta romana dei Parioli con un’ardita composizione raffigurante un albero stilizzato, un “albero della conoscenza” niente meno, con il logo Ue (Unione europea) a mo’ di terreno, la I di Italia come fusto e le lettere dorate “ministro del Turismo” rami e foglie. Ora, però, in un soprassalto di resipiscenza, al Dipartimento del Turismo ritengono che 30mila euro non saranno la fine del mondo, ma non è un buon motivo per spenderli in quel modo.
Oltretutto per la scultura ministeriale e le altre opere non c’è proprio più posto.
Già piccolo prima, a forza di tagli il Dipartimento turistico è stato ridotto a poco più che un avamposto, i dirigenti portati da 12 a 5, i piani per gli uffici da 6 a 2.
La ditta romana che ha lavorato, però, vuol essere pagata e siccome l’“albero della conoscenza” è pure ingombrante, vorrebbe sapere dove piazzarlo.
Volete scommettere che la brambillesca scritta invincibile rispunterà ancora?
Daniele Martini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Brambilla | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX GIORNALISTA RIATTIZZA LA POLEMICA SU MAOMETTO… UNA CARRIERA FULMINANTE, UNA PARABOLA POLITICA ALTALENANTE TUTTA GIOCATA SULLO “SCONTRO DI CIVILTA’”
Non capita a tutti di leggere del proprio battesimo sulla prima pagina del Corriere
della Sera, e in grande evidenza.
Fu quella, il 23 marzo 2008, la svolta di Magdi Allam, diventato Cristiano di nome e di fatto: da giornalista dalla fulminante carriera a politico e agitatore dalla parabola altalenante, fra un seggio europeo e una candidatura alle regionali della Basilicata.
Magdi Allam emerge dall’oblio pronto ad attizzare il fuoco ogni volta che il presunto “scontro di civiltà ” fra cristiani e musulmani si riaccende.
Con dichiarazioni che sembrano studiate apposta per esasperare ulteriormente gli animi.
E così il presidente della sedicente formazione politica “Io amo l’Italia” è comparso sul palco di un dibattito leghista a Brescia, distillando su Maometto giudizi molto simili a quelli contenuti nel film che ha contribuito a scatenare le violenze in Libia e in diversi paesi musulmani.
Allam era guardato a vista dalla scorta, come succede da nove anni a questa parte per minacce ricevute — fu lo stesso Allam a raccontarlo nel saggio “Vincere la paura” — da Hamas e da “terroristi islamici a cui si sono rapidamente aggiunte altre minacce di nazionalisti arabi, estremisti di destra e di sinistra in Italia”.
La stella del giornalista Magdi Allam, nato al Cairo nel 1952 ed educato in scuole cattoliche, comincia a brillare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Diventa un editorialista di punta di Repubblica in un periodo in cui l’opinione pubblica scossa dalle stragi negli Usa ha fame di approfondimenti sull’Islam e sul mondo arabo.
Tanto che nel 2003 il Corriere della Sera lo strappa all’eterno concorrente garantendogli una qualifica di vicedirettore ad personam e, a quanto si sa, un lautissimo stipendio.
E’ l’epoca in cui il solitamente sobrio quotidiano di via Solferino ospita i violentissimi editoriali anti-islamici di Oriana Fallaci, sulla scia di best seller come “La rabbia e l’orgoglio” che la giornalista ha pubblicato con Rizzoli.
E anche Magdi si “indurisce”. Al giornalista-analista si sostituisce via via il battagliero paladino della cristianità minacciata dall’invasione musulmana, perpetrata anche attraverso l’immigrazione, altro tema bollente e sempre declinato sul fronte della “sicurezza”.
Al Corriere, Magdi Allam è protagonista di casi giornalistici molto controversi.
Il 16 gennaio 2007 pubblica un’email dell’ex moglie di Hamza Roberto Piccardo, leader dell’organizzazione islamica italiana Ucoi.
L’intento è attaccare la poligamia ammessa dalla religione islamica, ma Allam riporta il messaggio privato senza il consenso della signora, dopo averlo ricevuto da una terza persona.
Il garante della Privacy ordinerà la rimozione di quell’articolo dal sito del quotidiano.
I suoi libri gli costano diverse condanne per diffamazione: l’ultima ottenuta, a febbraio di quest’anno, da due inviati dello stesso Corriere e del Sole 24 Ore da lui accusati di aver firmato falsi reportage da Bassora durante la guerra in Iraq, senza aver mai messo piede in quella città .
Accusa professionalmente infamante, e soprattutto completamente falsa.
Per non dire di quando lanciò la notizia fragorosa di una complicità italiana nel sequestro dei quattro contractor italiani in Iraq, nel 2004, che porterà all’assassinio di uno di loro, Fabrizio Quattrocchi.
Fioccano polemiche e interrogazioni parlamentari per appurare la grave denuncia.
Riscontri, pezze d’appoggio? Nessuno.
La storia finisce in niente.
Crede invece in lui, o quanto meno punta su di lui, la fondazione israeliana Dan David, che nel 2007 lo premia con un milione di dollari per il suo contributo alla “tolleranza”.
Il 23 marzo 2008, la consacrazione, anche mediatica.
Allam decide di abbracciare in toto la religione cristiana e di farsi battezzare da Papa Benedetto XVI durante la veglia pasquale.
Scelta che il giornale di cui è vicedirettore, l’un tempo laico Corriere della Sera, celebra con un titolo in prima pagina: “Conversioni, il papa battezza Magdi Allam”.
Sulla conversione, poi, non tutti sono convinti. Magdi afferma di rinunciare “alla mia precedente fede islamica”, un colpo di teatro a cui l’assidua frequentazione giovanile di scuole cattoliche bagna le polveri.
Ma Magdi Cristiano Allam è ormai un personaggio.
Quasi naturale, dunque, il salto in politica.
Con una formazione — anche questa — ad personam, il partito “Protagonisti per l’Europa Cristiana”. Che non lascia grandi tracce di sè, ed è grazie a un accordo con l’Udc di Pier Ferdinando Casini che l’ex giornalista conquista un seggio europeo alle elezioni del 2009, dove brilla soprattutto per assenteismo.
Dopo aver lasciato il gruppo del Ppe perchè troppo morbido nella difesa della cristianità , siede nello stesso gruppo della Lega nord, “Europa delle libertà e della democrazia”.
Ma l’agenda cambia, e il vento della crisi economica spazza via gran parte dell’interesse sullo “scontro di civiltà ”.
La stella di Allam si offusca: nel 2010 il paladino dell’Occidente ritiene opportuno continuare la sua battaglia come candidato del Pdl alla presidenza della Regione Basilicata, ma Berlusconi, che pure è di manica larga, preferisce evitare.
L’avventura lucana si ridimensiona: Allam si candida presidente con il suo nuovo partito, “Io amo l’Italia”, che comunque prende l’8 per cento.
Ma i fasti del passato restano lontani.
Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: economia | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
HA LA DELEGA SU SICUREZZA E POLIZIA MUNICIPALE…SOTTO ATTACCO DA MESI DA PARTE DELL’OPPOSIZIONE CON L’ACCUSA DI PORTARE SCARPE DA GINNASTICA… LEI REPLICA: “NON HANNO ARGOMENTI”
Avere 24 anni ed essere già assessore alla polizia municipale, sicurezza e immigrazione. Accade alla giovanissima amministratrice romagnola Martina Monti, nata nel 1988 a Lugo ed entrata in giunta a Ravenna con il sindaco Fabrizio Matteucci dopo aver iniziato a far politica nell’Italia dei Valori.
Ma dall’insediamento a Palazzo Merlato, avvenuto dopo la vittoria dell’attuale primo cittadino, eletto nel maggio 2011 al primo turno con quasi il 55% dei voti, è stata tutt’altro che semplice per l’assessore ultra green.
Che sarebbe “colpevole”, secondo l’opposizione, di non vestirsi come imporrebbe il suo ruolo istituzionale.
“Pretestuoso”, rispondo lei, “non hanno altro da criticare”.
In via cronologica, l’ultimo affondo non è stato sul suo operato, ma sul suo abbigliamento, troppo giovanile per il consigliere ravennate del Pdl Alberto Ancarani.
Il quale, sul suo profilo Facebook, annuncia di aver aperto la sua giornata indossando “i mocassini di ordinanza. Con fierezza”.
Tra un attacco a Obama, “profondamente inadeguato a guidare la più importante potenza militare del mondo” dopo i fatti di Bengasi, e un invito a seguire in diretta streaming qualche altro rimbrotto alla giunta, Ancarani prosegue nel commentare proprio il modo di vestire di Martina Monti.
“Continuo a trovare intollerabile”, ha scritto martedì scorso il consigliere d’opposizione, “che si presenti al cospetto del comandante dei carabinieri e del sindaco che l’ha nominata (mi chiedo anzi perchè continui a consentirglielo) così abbigliata. Datemi pure del bacchettone ma ci sono casi in cui l’abito fa il monaco. Lei già è un pessimo monaco di suo, in più non si mette neppure l’abito che la renda più ‘monaco’. Imbarazzante da ogni punto di vista”.
Per spiegare, Ancarani inserisce il link a un articolo di Ravenna Notizie in cui più delle parole ha potuto la fotografia.
Il summit del comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica segue una sparatoria di qualche giorno fa a Ponte Nuovo e Monti in questa occasione ha dichiarato che “il controllo del territorio e la presenza visibile delle forze dell’ordine è una scelta che il Comune apprezza moltissimo”.
Ma nello scatto, accanto ai carabinieri in divisa, l’amministratrice indossa t-shirt, golfino, scarpe da ginnastica e borsa sportiva a tracolla.
Dunque, più che un più o meno reale rischio per la sicurezza pubblica, a far andare su tutte le furie il consigliere Ancarani è stata la tenuta.
Ma se l’argomento sembra faceto, di fatto si pone in una scia a una serie di attacchi contro Martina Monti.
Non più di una decina di giorni fa un altro esponenti dell’opposizione Pdl, Maurizio Bucci, aveva presentato una mozione di sfiducia nei confronti dell’assessore a causa politiche definite “inutili e inefficaci” nel contrasto a “prostituzione, spaccio, fatti sangue, corruzione, cellule anarco-insurrezionaliste”.
Il sindaco Matteucci aveva preso le difese della giovane esponente della sua giunta siglando come “assolutamente inverosimile” la mozione e relativa richiesta di sospensione.
Ma ancora lo scorso aprile era accaduto qualcosa di analogo.
In quel caso, oltre al Pdl, erano scesi sul piede di guerra anche Lega Nord e la Lista per Ravenna. Era successo dopo un’altra sparatoria avvenuta in via Bassano del Grappa e si erano invocate le dimissioni di Monti mettendo in dubbio che “una persona della sua età possa interagire con sufficiente competenza in tutte le sedi in cui è chiamato a operare interloquendo con le altre autorità competenti con la dovuta autorevolezza”.
“Sono convinta che sia molto più facile attaccare me in quanto donna e per la mia giovane età ”, afferma l’assessore Martina Monti.
“Così si parla alla pancia della gente, ma reali motivazioni per mettere in discussione il mio operato finora non ci sono viste. Le parole dell’opposizione sono pretestuose e il mio abbigliamento sembra sia l’unico elemento su cui far leva. Poi va detto che le questioni della pubblica sicurezza sono di competenza dello Stato, ma il Comune è il primo fronte istituzionale per il cittadino e dunque noi rispondiamo anche di questioni al di fuori della nostra diretta pertinenza”.
Che fare, allora, per rispondere alle accuse di incompetenza?
“Ciò su cui intendo lavorare”, prosegue l’assessore ravennate, “è quello di riequilibrare la percezione di sicurezza con la situazione oggettiva. I reati sono aumentati in tutta Italia e Ravenna ne risente di più perchè è sempre stata una città tranquilla. Ma come assessore mi rendo conto che la limitatezza delle risorse economiche ci consente di realizzare solo un milionesimo di ciò che vorremmo. Confidiamo dunque nella Regione e nel bilancio 2013 per avere più disponibilità . Intanto, per quello che mi riguarda, non mi dimetto e mi si giudichi per qualcosa di più sostanzioso delle mie scarpe”.
Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: denuncia, Politica, Sicurezza | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
TUTTI DIETRO ALLE BALLE FIAT E ORA LE FABBRICHE RISCHIANO
“Le cose che creiamo ci dicono cosa diventeremo”. Era il verbo della Fiat nel suo spot su Fabbrica Italia.
Un papà con in braccio un piccolo di pochi mesi a cui dice, con voce calda (di Ricky Tognazzi): “Visto che non vuoi dormire ti racconto di questo piano industriale”. Il piccolo non vede l’ora. E il papà attacca: “C’è un piano industriale, Fabbrica Italia che in 5 anni raddoppia la produzione di veicoli, anche in America”.
Il bambino si sta per addormentare, la storia è soporifera.
Il padre continua. “Raddoppiano le possibilità … anche per me”. Si profila un lavoro sicuro per gli anni a venire. Il piccolo riapre gli occhi. “E io cosa faccio?” chiede simbolicamente (è la voce del padre a parlare al suo posto). “Non lo so, per esempio possiamo comprare un’auto italiana — risponde l’uomo — il colore lo scegli tu, magari”.
E in sovrimpressione: “Un cammino da fare tutti insieme per rendere gli italiani di domani orgogliosi di quelli di oggi”.
Dissolvenza. Gli italiani di domani probabilmente rideranno di quelli di oggi e a piangere saranno solo gli operai della Fiat. Sergio Marchionne, l’ad del gruppo, si è inventato tutto, il piano Fabbrica Italia esisteva solo nelle slide proiettate sui monitor.
La grande illusione
Eppure all’amministratore Fiat occorre riconoscere una certa abilità : presenta al mondo un’ipotesi di sviluppo industriale, raccoglie consensi unanimi, sveste il pullover per la cravatta così da illustrare il tutto in Parlamento, si fa dare carta bianca dalla maggioranza dei sindacati, strappa un contratto aziendale modellato sulle proprie esigenze, illude le Borse e poi, con una semplice nota aziendale, si rimangia tutto. “Le condizioni di mercato sono cambiate”. Nessuno chiama il manager a rispondere al governo, ai propri azionisti, alle autorità di Borsa, ai sindacati.
Il ministro Corrado Passera dice che ora verranno richiesti “tutti i chiarimenti”, ma non c’è nessuna convocazione così come non c’è mai stata da parte del ministro Fornero che pure l’aveva annunciata.
Cisl e Uil accusano il colpo ma continuano a coprire l’ad Fiat dicendosi rammaricati per la situazione del mercato.
Per i giornali, la notizia merita solo poche righe in prima pagina.
I lavoratori
I circa 30mila dipendenti del gruppo, invece, trattengono il fiato. Solo a dicembre dello scorso anno veniva lanciata in pompa magna la Nuova Panda in una Pomigliano tirata a lucido, con gli operai in tuta bianca, messi in riga, come i soldati, a sentirsi dire “L’Italia ce la farà ”, “Bisogna convincere il resto del mondo a fidarsi di noi”, “Lasciatemi lavorare e giudicatemi per i fatti”.
I fatti ci sono stati: a Mirafiori si lavora tre giorni al mese, a Cassino per quindici, idem a Melfi.
Unico stabilimento a girare a pieno è Atessa che però produce i furgoni Ducato.
Alla Commissione Industria della Camera Marchionne spiegò che avrebbe investito i 20 miliardi destinandone “4 a Fiat Industrial e 16 alla Spa, di cui il 65% per Fiat Group Automobiles, il 15% per i marchi di lusso e il 20 per cento per i motori e le attività della componentistica”.
Ieri è tornato a prendersela con i produttori tedeschi perchè non vogliono ridurre in maniera congiunta la capacità produttiva in eccesso.
Cioè non vogliono chiudere stabilimenti come ha fatto Peugeot.
Quando lanciava Fabbrica Italia assicurava una produzione di 4 milioni di vetture entro il 2014, ma al momento arriva a malapena a 2 milioni.
Le regole del gioco
Nessuno potrà dire che è stata colpa della Fiom, anche se il sottosegretario Gianfranco Polillo ci ha provato rammaricandosi che i piani di Marchionne siano stati rallentati.
La flessibilità è stata ottenuta, il nuovo contratto, con le deroghe, gli straordinari, la riduzione delle pause, il divieto di scioperare, esiste da gennaio.
Eppure, Pomigliano, invece delle 4.400 riassunzioni previste è ferma a 2.150 dipendenti e la cassa integrazione scorre a fiumi.
Da dentro la fabbrica arrivano le prime notizie di operai — non della Fiom cui è ancora precluso lo stabilimento — che minacciano di stracciare la tessera o che iniziano a essere fortemente preoccupati.
E ieri mattina si è avuta anche una riunione unitaria tra Fiom, Fim, Uilm e Fismic per affrontare il caso della ex Ergom, fabbrica dell’indotto, rimasta senza prospettive con tanto di minaccia di manifestazione unitaria a Roma. “Chi ha firmato quella intesa dovrebbe essere più arrabbiato di noi”, dice Giorgio Airaudo della Fiom.
Mentre il suo vice, Michele De Palma, sintetizza: “Marchionne decide le regole, il campo e l’arbitro, ma i lavoratori hanno bisogno di sapere qual è il piano”.
Già , qual è il piano? Forse non lo sa più nemmeno Marchionne.
“Il vero problema della Fiat non sono i lavoratori, l’Italia o la crisi: sono i suoi azionisti di riferimento e il suo amministratore delegato”, riassume l’imprenditore Diego Della Valle.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: emergenza | Commenta »
Settembre 15th, 2012 Riccardo Fucile
“HO PAGATO TUTTI, MI HANNO FREGATO”… UNA MONTAGNA DI FATTURE FALSIFICATE DAGLI UOMINI DI PARTITO… BONIFICI DI 700.000 EURO E IMBROGLI SUI BUONI BENZINA
Si presenta in autoblu con due autisti che lo aspettano all’ingresso di un bar
romano di Piazza Euclide, Franco Fiorito. In gessato e camicia bianca, l’aria afflitta e senza fidanzata.
È la prima notizia che ci fornisce l’ex capogruppo Pdl indagato per peculato, come se ciò potesse distogliere l’attenzione dall’importanza dell’indagine che la magistratura sta svolgendo nei suoi confronti.
Si definisce un “faggiano” a causa della sua ingenuità e tra ammissioni e fango gettato sugli avversari, il consigliere, che proprio ieri si è autosospeso dal partito, inizia a parlarci della sua relazione sentimentale, che si è conclusa al ritorno delle vacanze in Sardegna, le stesse che sarebbero state pagate con due bonifici partiti dal conto Pdl, per un totale di 30 mila euro.
Quindi, gli italiani hanno pagato la vacanza anche alla sua compagna?
Avevo appena concluso la campagna elettorale per le regionali, ero depresso.
Ho prenotato due settimane in due Resort tra i più belli della Costa Smeralda, “Pitrizza” e “Romazzino”.
La prima settimana ero solo, poi mi ha raggiunto la mia compagna.
Sì, è vero, ho pagato con i soldi del gruppo. Ma poi ho versato nel conto del partito ciò che avevo speso. Peccato che nella relazione Unicredit manchi questa voce in entrata.
Può dimostrare di aver restituito i soldi?
Certo che lo farò. Nel mio ufficio ho migliaia di carte e fatture di tre anni di amministrazione. Ho una stanza intera, nel mio ufficio, piena di faldoni con le ricevute di Battistoni per manifesti finti, fatte registrare da sue due associazioni, “Majakovskij” e “Lazzaroni”, per un totale di 70 mila euro. Ma ci sono cose molto più divertenti. Un consigliere (di cui non riveliamo l’identità , ndr) ha noleggiato un auto per due ore recandosi in un albergo che sta ad Aprilia “Il Focarile”.
Il sospetto è che il noleggio sia stato fatto per incontri amorosi. (Poi aggiunge: “ Oh, non lo segnà che questo è sposato, eh”)
Anche lei ha acquistato una Smart e una Bmw pagandole rispettivamente 16 e 88 mila euro con i soldi del gruppo.
La Smart è a disposizione del gruppo, io non riesco neanche a entrarci. È troppo piccola per me. In particolare era utilizzata dalla mia segreteria. Nella Smart non c’entrava , ma nel Suv invece sì… Sì, quello lo usavo io.
Ma come presidente di commissione ha già diritto all’autoblu. Perchè comprarne un’altra?
Ne avevo bisogno. Lo fanno tutti. Non sono il primo. Guardate per esempio i buoni benzina che ho rimborsato. Io non li ho mai visti e infatti ho il sospetto che non li abbiano mai dati materialmente e che si facevano dare i soldi. Adesso ho scritto agli altri per sapere come li hanno spesi e perchè, altrimenti andiamo in galera per voto di scambio. La cifra è di circa 50 mila euro. Su queste ricevute ho molti dubbi: tre consiglieri, Battistoni, Miele e Del Balzo hanno presentato al gruppo un conto totale di 100 mila euro in tre. Sono conti un po’ anomali e sospetto siano falsi. Di queste spese ne sono venuto a conoscenza da poco. Perchè io delegavo il mio caposegreteria, Bruno Galassi, a fare materialmente da cassiere. Sono capogruppo e tesoriere, da noi non esiste differenza tra i due ruoli.
Ma a parte comprare auto, lei i soldi li prendeva anche in contanti. È vero?
Ci sono tanti prelievi in contanti. C’era in particolare il consigliere Romolo Del Balzo che, per pagare i suoi, veniva da me a chiedere contanti. Noi abbiamo la possibilità di fare bonifici mensili fino a 150 mila euro ciascuno. Abbiamo chiesto alla banca UniCredit di aumentare la soglia di disponibilità ma ce l’hanno negata. Con quelle cifre non riuscivo a rimborsare neanche le ricevute dei consiglieri, buone o false che siano. Devo pagare tutti, compresi quelli che non contano un cazzo. Per esempio a Battistoni ho dovuto dare oltre 300 mila euro di spese. Colpa della mia ingenuità : anche alcuni colleghi di partito mi dicono che sono molto leggero in materia di conti e probabilmente ne pagherò le conseguenze.
Ma come giustifica il trasferimento all’estero di 753 mila euro segnalato a Bankitalia?
Non sono 753 mila euro, ma 300 mila. Ci sono dei bonifici trasferiti anche all’estero, è vero, ma non arrivo a quella cifra. Sui movimenti totali, tra Italia e estero, arrivo a circa 700 mila. Non lo scrivete però, non ci farei una bella figura.
Nel suo dossier c’è anche un preventivo per un festino di 48 mila euro. I suoi ex colleghi negano che ci sia stato. Lei lo ha finanziato?
Sì, ho pagato tutto per finanziare quella festa nel set di Cinecittà . C’erano delle gnocche travestite con le gonnelline bianche. Non ci sono andato, ma qualcuno, dai racconti riportati, si sarebbe divertito. Ricordo che Stefano Cetica (assessore al Bilancio, ndr) era disgustato”.
Insomma Franco Fiorito tira in ballo tutti, senza esclusione di colpi.
Tutti i politici nominati dal consigliere sono stati contattati, con esito negativo, dal Fatto .
L’unico a rispondere è Romolo Del Balzo. Fiorito aveva ammesso di aver assunto la moglie e la nipote. “È vero —afferma del Balzo — ma sono delle dipendenti regionali. Per il resto non ho mai preso i soldi in contanti, tranne un versamento diretto di 3 mila euro. E non ho mai presentato buoni benzina”.
Loredana Di Cesare e Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Giustizia, la casta | Commenta »