Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL NUOVO ORGANIGRAMMA BLINDEREBBE I BIG DEL PARTITO… PRIMARIE A RISCHIO, FRANCHESCHINI VERSO LA SEGRETERIA, FIORONI E BINDI AL GOVERNO
Il patto di potere tra i big a cui si riferisce Matteo Renzi è anche l’organigramma
dell’ultimo giro.
È la spartizione di poltrone dei “vecchi”, come si evince chiaramente dalle parole del trenta-quarantenne Matteo Orfini, unito al sindaco di Firenze solo dalla voglia non di mandare tutti a casa ma di non vederli più in prima fila.
“Nessuno ex ministro dovrà tornare al governo nel 2013”, avverte Orfini facendo capire che molti invece scaldano i muscoli.
Ma anche Antonello Soro, prudente e navigato ex capogruppo del Pd alla Camera ora transitato all’authority per la privacy, descriveva, alla vigilia dell’estate, una futuribile divisione dei compiti: “Franceschini spera nella presidenza della Camera, ma per quel posto è in corsa Veltroni. A Dario daranno la segreteria del Pd”.
Qualcosa più di una voce, dunque.
Qualcosa, anzi molto meno di un patto blindato che sarebbe comunque sottoposto a un numero infinito di variabili, la prima della quale non è irrilevante: vincere le elezioni e gestire il ricambio di governo. In questo caso, quello che il Foglio ha chiamato “papello” ma che in realtà è vero un toto-poltrone, disegna così l’Italia del 2013.
Pier Luigi Bersani premier, Rosy Bindi vicepremier, Veltroni presidente della Camera, D’Alema ministro degli Esteri o commissario europeo, Franceschini segretario del Pd, Fioroni ministro.
Secondo Renzi questo tipo di intesa spiega l’insolita assenza di litigiosità tra le correnti democratiche.
E sta alla base, per esempio, dell’equidistanza di Veltroni sulle primarie mentre gran parte dei veltroniani riconoscono nel sindaco di Firenze il vero erede del programma illustrato al Lingotto nel 2007.
Ma la pianificazione a tavolino è reale?
Pur coinvolto direttamente, sono mesi che Beppe Fioroni mette in guardia i suoi colleghi dalla sindrome dell’ultimo giro.
“E se alla fine ci spazzassero via tutti?”, dice.
In nome di quell’organigramma, si alzerebbero anche le dichiarazioni di chi vorrebbe evitare le primarie.
La Bindi (pronta a correre nella complicata gara per il Quirinale) dice che non sa se si faranno, lo stesso Fioroni chiede a Renzi di dimettersi da sindaco se davvero ha intenzione di correre, Veltroni – che in subordine potrebbe approdare ad un “megaministero” per i Beni culturali e le Comunicazioni – vuole capire “primarie per cosa”.
Il duello interno come grimaldello per rinnovare il partito e soprattutto far saltare “l’organigramma”, insomma.
È così? Orfini le interpreta anche in questa chiave: “È chiarissimo perchè qualcuno non le vuole. Scompaginano antiche consuetudini, rimettono in discussione big senza voti. Ma sono utili proprio per questo. Le primarie tra Renzi e Bersani si devono fare. Pier Luigi le vincerà “.
Con quali garanzie per i dirigenti più esperti?
Domande, dubbi, timori.
Persino qualche ironia sulla recensione fatta da D’Alema sull’Unità al nuovo libro di Veltroni: sarebbe un’altra prova dell’entente cordiale.
Sulle indiscrezioni, sullo scontro generazionale, sulle insinuazioni di cui “l’organigramma” fa parte a pieno titolo perchè tira in ballo nomi molto conosciuti, Bersani rischia di vedere spaccarsi il partito.
Orfini sa essere diretto come un cazzotto: “Il segretario uscirà da candidato premier nella sfida con Renzi. Ma io sarei ancora più sicuro della vittoria se fosse uno scontro diretto tra i due. Temo che il sostegno dei notabili a Pier Luigi si trasformi in una zavorra”.
È Bersani a dover sbrogliare la matassa di questo incredibile caso. Il leader ha già annunciato un ricambio robusto delle liste per il Parlamento e ha spiegato la sua alchimia per un eventuale governo di centrosinistra.
“Qualche presidio di esperienza e tanti volti nuovi come ministri”, ha spiegato. Un identikit e non un organigramma. Da sempre Bersani è uno dei dirigenti democratici più attenti ai giovani. Ha creato una segreteria di quarantenni, “scopre” ragazzi sui territori e li appunta su un quaderno, non gli dispiace l’idea di avviare una ristrutturazione del centrosinistra per lasciare spazio al nuovo.
Ma, come dice D’Alema, Bersani deve anche tenere unito il partito.
E da qualche giorno, vedendo allargarsi la polemica generazionale, insiste sul tasto in ogni occasione, in ogni festa democratica.
“Non dimentichiamoci di chi ci ha portato fin qui”. Che sono gli stessi che lo hanno portato alla segreteria nel congresso del 2009.
Bindi gli ha chiesto di fermare la deriva del duello a distanza sull’età , gli anni in Parlamento, il limite dei mandati, gli “editti” di Renzi o di Orfini, l’epurazioni a mezzo stampa. Bersani farà chiarezza.
Ma senza prendere la bandiera di una o dell’altra squadra.
Sapendo che il rinnovamento potrebbe essere dettato dall’esterno.
Dalle liste di Grillo, dai giovani che sceglierà Nichi Vendola per il suo partito, dalle mosse di Berlusconi.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
“VOGLIAMO SVEGLIARE LA MAGGIORANZA SILENZIOSA”…”SIAMO ANARCHICHE, FEMMINISTE MA NON SIAMO CONTRO L’OCCIDENTE”
A Mosca c’è un solo carcere per donne in attesa di giudizio. Ospita 1300 detenute ed è conosciuto col nomignolo di “Bastiglia”.
Qui le Pussy Riot, condannate in primo grado per aver realizzato un video nel quale cantavano “Madre di Dio, caccia Putin”, attendono l’esito dell’appello.
Nadezhda Tolokonnikova, 22 anni, è considerata la leader politica del gruppo, anche perchè vantava già una considerevole militanza nei gruppi di opposizione a Putin.
Come sono le sue giornate in prigione?
Sopportabili. È pur sempre una prigione russa con tutto il suo charme sovietico. Il sistema carcerario russo rimane ancora oggi una via di mezzo tra una caserma e un ospedale. Sveglia alle 6, colazione e ora d’aria. Il resto della giornata lo passo scrivendo o leggendo. Oggi, ad esempio, ho letto la Bibbia e un libro del filosofo marxista sloveno Slavoj Zizek.
Si pente dell’iniziativa di protesta all’interno della Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca?
No, niente affatto. Il processo contro di noi è stato importante perchè, condannandoci a due anni di prigione senza che avessimo commesso alcun reato, il sistema putiniano ha emesso una sentenza contro se stesso.
Lei ha una figlia di 4 anni. Non pensa che il suo comportamento sia stato irresponsabile nei suoi confronti?
Chi ha paura dei lupi non si avventura nella foresta. Io non ho paura dei lupi. Lotto perchè mia figlia possa crescere in un Paese libero.
C’è chi vi considera delle eroine e c’è chi giudica di cattivo gusto le vostre iniziative. Quando era incinta prese parte completamente nuda a una manifestazione al Museo Biologico per protestare contro la politica demografica del Cremlino.
I gusti sono un fatto personale. Le nostre sono performance di arte moderna.
Cosa pensano i suoi genitori di queste performance?
Mio padre dopo la manifestazione al Museo Biologico non mi ha rivolto la parola per due mesi. Ma solo perchè non lo avevo invitato ad assistere.
Avete iniziato con il collettivo di artisti Voina, che significa “guerra”. Contro chi siete in guerra?
Le iniziative di Voina erano una prova di forza tra la società civile e il governo.
Qual è l’obiettivo delle Pussy Riot?
La rivoluzione in Russia. Vogliamo una Russia diversa e lo facciamo traducendo in azione le nostre idee libertarie.
Ama il suo Paese?
Amo la Russia, ma odio Putin.
Putin è uno degli uomini più potenti della terra.
L’onnipotenza di Putin è una illusione. Lo si capisce dalla mastodontica macchina propagandistica che ha messo in piedi. In realtà il presidente è patetico e spregevole.
Come mai avete suscitato l’interesse internazionale per il problema dei diritti umani in Russia più dell’assassinio di alcuni giornalisti o dell’approvazione di leggi repressive?
Perchè la nostra performance non era banale. Siamo state capaci di portare lo scontro tra governo e società civile all’interno di un contesto religioso, politico e sociale. Il regime di Putin assomiglia alle società tribali e ai regimi dittatoriali del passato.
Le vostre dimostrazioni non hanno come bersaglio solamente Putin, ma più in generale il capitalismo. Oleg Vorotnikov, un esponente di Voina, ha anche giustificato la “spesa proletaria”.
Sì, facciamo parte del movimento anti-capitalista internazionale nel quale si riconoscono anarchici, trozkisti, femministe ecc. Il nostro anti-capitalismo non è nè anti-occidentale nè anti-europeo. Ci consideriamo parte dell’Occidente e frutto della cultura europea. Ci dà fastidio l’inefficienza del consumismo, ma non ci proponiamo di distruggere la società consumistica. Il fulcro della nostra ideologia è la libertà e il concetto di libertà è un concetto occidentale.
Voi siete femministe. Cosa caratterizza le donne russe oggi?
Le donne russe sono stritolate da due stereotipi: quello occidentale e quello slavo. Disgraziatamente in Russia domina ancora la vecchia concezione della donna regina del focolare, della donna che cresce i figli senza alcun aiuto dell’uomo. È una concezione che la Chiesa ortodossa contribuisce a diffondere e che rende schiave. L’ideologia di Putin si muove nella medesima direzione. Sia la chiesa sia Putin rifiutano l’Occidente, femminismo compreso. Ma anche qui da noi il movimento di liberazione delle donne ha una tradizione e fu soffocato da Stalin. Speriamo risorga.
Sceglierebbe ancora un luogo di culto per tenervi una manifestazione di protesta?
Siamo artisti e gli artisti non si ripetono mai. Comunque il video e il testo non potevano in alcun modo offendere i sentimenti religiosi dei credenti. I media controllati dal governo hanno offerto una rappresentazione distorta della realtà accusandoci di odio religioso.
Al processo ha citato il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lei è religiosa?
Non credo in Dio, ma considero la religione un aspetto importante della cultura.
La chiesa ha chiesto clemenza per le Pussy Riot.
Non è vero. La chiesa ha chiesto clemenza solo dopo che era stata resa nota la sentenza. Perchè non ha parlato prima?
In tribunale si è paragonata a Fiodor Dostoevskij e Alexander Solgenitsin. La notorietà le ha dato alla testa? Solgenitsin ha trascorso 8 anni in un gulag. E Dostoevskij fu condannato a morte e graziato quando si trovava già dinanzi al plotone di esecuzione.
Non volevamo fare alcun paragone. Volevamo solo sottolineare che l’atteggiamento del governo nei confronti del dissenso è esattamente lo stesso.
Diversi oppositori pensano che con la performance nella cattedrale abbiate esagerato. Aleksey Navalny, il più noto politico di opposizione, ha definito la vostra performance “stupida”. Avete per caso diviso l’opposizione?
Navalny ci ha lodato quando sulla Piazza Rossa abbiamo detto che Putin era un vigliacco. Sì, è vero vogliamo dividere, ma non l’opposizione. Vogliamo svegliare quella parte della società che finora è rimasta inerte e ha preferito rimanere tranquilla a casa invece di scendere in piazza a difesa dei diritti civili. La vera spaccatura al momento è quella tra il governo e la maggioranza silenziosa dei russi.
Dal giorno del vostro arresto c’è qualcosa che vi ha fatto particolarmente piacere o dispiacere?
La straordinaria pubblicità data dai mezzi di informazione di tutto il mondo al nostro caso è stata una piacevole sorpresa. La reazione del governo ce l’aspettavamo. Mi ha fatto piacere il sostegno ricevuto da moltissima gente oltre che dagli amici.
Avete fatto appello. Vi aspettate una riduzione della pena?
Non mi interessa.
Teme per la sua vita una volta che vi manderanno in una colonia penale?
Sono le autorità a dover avere paura non noi.
Una volta uscite di prigione sfrutterete la vostra fama per fare soldi? O magari entrerete in politica?
A che serve parlare di cose del genere fin tanto che in Russia ci sarà un sistema autoritario?
(da Il Fatto Quotidiano – Der Spiegel – The New York Times)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL SUPER MINISTRO DEL GOVERNO MONTI PER LA PRIMA VOLTA GUARDA OLTRE IL SUO INCARICO
Passera chiama, D’Alema e il Pd rispondono. 
Non può che passare per la via Emilia il flirt che avvicina il ministro dello Sviluppo economico ed ex banchiere al partito di Pierluigi Bersani.
Giunto a Reggio per la Festa nazionale del Partito democratico, il capo del dicastero per lo sviluppo economico, Corrado Passera non ha escluso la possibilità di scendere in politica e, perchè no, in un governo di centrosinistra dopo le elezioni del 2013. “Non me la sento di smentire Franco Marini, però quando quella decisione verrà presa, se verrà presa, lo dirò chiaramente, adesso devo fare al meglio il ministro dello Sviluppo per cercare di creare occupazione”, ha detto Passera incalzato dall’ex presidente del Senato che lo aveva invitato a partecipare a un prossimo esecutivo guidato dal Pd.
Dopo pochi minuti a dare man forte all’ex numero uno di Banca Intesa nel suo incedere a grandi passi verso la politica è arrivata, sempre dagli stand della festa, la voce dell’ex premier, Massimo D’Alema. “La politica italiana ha bisogno di persone che portino passione e competenza”.
Poi l’ex presidente del consiglio ha ricordato altri esempi illustri: “Anche in passato noi abbiamo promosso persone come Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa Schioppa, che hanno portato un contributo straordinario. Marini fa bene a rivolgersi a Passera e ad altri membri dell’attuale governo”, ha concluso D’Alema.
Non è neppure un caso che il Partito democratico si sia esposto nei confronti di Passera attraverso la voce del cattolico Franco Marini.
Quello dell’ex banchiere (indagato dalla Procura di Biella per reati fiscali) infatti, fin dal’incontro di Todi del 2011, in cui buona parte del mondo economico di ispirazione cristiana profilò la nascita di un nuovo partito cristiano post-berlusconiano, era il nome di spicco.
Quella nata nella cittadina umbra è una compagine (dal nome lunghissimo Forum delle persone e delle Associazioni di ispirazione cattolica nel Mondo del lavoro) che raggruppa potenze come la ciellina Compagnia delle opere, la Confcoperative, la Coldiretti, l’Acli, laCisl, la Confartigianato.
Un gruppo che potrebbe non disdegnare un ingresso di Passera in un governo di centrosinistra, fortemente bilanciato dalla presenza dell’Udc di Casini.
E senza l’ingombrante partecipazione di Nichi Vendola e compagnia.
Per il ministro dello Sviluppo economico l’occasione della festa è stata l’ennesima per parlare del tema del lavoro.
L’autunno caldo che si profila infatti potrebbe essere il banco di prova da leader.
Al termine del dibattito, prima di lasciare la festa del Pd alla domanda se quindi per l’Alcoa di Portovesme non ci sia nulla da fare, il ministro ha provato a tranquillizzare: “Assolutamente no”.
Ma ci ha tenuto a sottolineare come la situazione “sia difficile e quindi bisogna definirla come tale. A oggi — ha aggiunto — non abbiamo un impegno da parte di nessuno però lavoriamo, lavoriamo e continueremo a lavorare se necessario anche fino alla fine dell’anno e tutto l’anno prossimo”.
A D’Alema invece tocca suo malgrado parlare seppure indirettamente ancora di Matteo Renzi.
A chi gli chiedeva sulla sua lunga permanenza in parlamento e se si sentisse uno degli obiettivi delle rottamazioni del sindaco di Firenze, l’ex ministro degli Esteri risponde: “Non ho mai chiesto di essere candidato, è al partito che dovete chiederlo. Anche l’ultima volta fu Walter Veltroni a chiedermi di entrare in lista. Si candida chi porta i voti, non si fanno le liste solo per dare l’occupazione a una persona”.
David Marceddu
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL 6 LUGLIO IL PROCURATORE MESSINEO AVEVA AVVERTITO L’AVVOCATURA CHE AVREBBE CHIESTO AL GIP DI DISTRUGGERE LE TELEFONATE… LA TESI DEL QUOTIDIANO “IL FATTO”
Dopo quasi due mesi siamo finalmente in grado di conoscere e pubblicare le carte del conflitto di attribuzioni attivato con decreto del 16 luglio 2012 dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano davanti alla Corte costituzionale contro la Procura di Palermo tramite dell’Avvocatura dello Stato.
20 giugno. Tutto comincia quando Panorama rivela l’esistenza di alcune telefonate casualmente intercettate sul telefono dell’ex senatore Nicola Mancino a colloquio con il capo dello Stato.
22 giugno. Il pm Nino Di Matteo risponde alle domande del quotidiano Repubblica, confermando la notizia ormai nota a tutti: “Negli atti depositati non c’è traccia di conversazioni del capo dello Stato e questo significa che non sono minimamente rilevanti”.
A una domanda sulla sorte di tutte le telefonate non rilevanti, segretate e non depositate, Di Matteo risponde ancora una volta illustrando ciò che prevede il Codice di procedura: “Noi applicheremo la legge in vigore. Quelle che dovranno essere distrutte con l’instaurazione di un procedimento davanti al Gip saranno distrutte, quelle che riguardano altri fatti da sviluppare saranno utilizzate in altri procedimenti”.
27 giugno. Napolitano attiva subito l’Avvocato generale dello Stato, Francesco Caramazza, che scrive al procuratore capo di Palermo Francesco Messineo: “Illustre Procuratore, nel quotidiano la Repubblica del 22 giugno è stata pubblicata un’intervista… dalla cui risposta emerge che sarebbero state intercettate conversazioni telefoniche del presidente della Repubblica, allo stato considerate irrilevanti, ma che la Procura di Palermo si riserverebbe di utilizzare… In presenza di tale notizia di stampa, il Segretario generale della Presidenza della Repubblica ha dato mandato al mio Istituto di indirizzarle la presente lettera per chiedere una conferma o una smentita di quanto risulta dall’intervista, acciocchè la Presidenza della Repubblica possa valutare la adozione delle iniziative del caso”.
6 luglio. Messineo risponde con una lettera del pm Di Matteo e una di suo pugno. Di Matteo spiega di aver risposto a una generica domanda con “l’ovvio richiamo alla corretta applicazione della normativa in tema di utilizzo degli esiti delle attività di intercettazione telefonica”.
Messineo aggiunge: “Le comunico che questa Procura, avendo già valutato come irrilevanti ai fini del procedimento qualsivoglia eventuale comunicazione telefonica in atti diretta al capo dello Stato, non ne prevede alcuna utilizzazione investigativa o processuale, ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge”.
Se dunque qualche equivoco poteva essere nato dall’accenno del pm a un eventuale utilizzo di telefonate in altri procedimenti, Messineo provvede a dissiparlo: la Procura chiederà che le telefonate Mancino-Napolitano siano distrutte, come prevede la legge, nell’apposita udienza dinanzi al gip, previo eventuale ascolto da parte degli avvocati difensori (articolo 269 del Codice di procedura).
Ma è proprio la garanzia di “osservanza delle formalità di legge ” che, anzichè rassicurare il Quirinale sull’assoluta legittimità delle decisioni della Procura, fa saltare la mosca al naso a Napolitano.
16 luglio. Napolitano si firma il decreto che solleva il conflitto di attribuzioni contro la Procura. Il timore, evidentemente, è che il contenuto delle sue telefonate con Mancino, fatto ascoltare — come prevede la legge — agli avvocati difensori degli indagati che ne facciano richiesta, trapeli all’esterno.
30 luglio. L’Avvocatura dello Stato deposita il ricorso alla Consulta: 18 pagine (piu alcuni allegati) firmate da Caramazza, dal vice Antonio Palatiello e dall’avvocato Gabriella Palmieri. Ecco i passaggi più discutibili.
Pieno, non vuoto. “Il Presidente della Repubblica non ritiene di poter condividere la tesi del Procuratore della Repubblica, in quanto, a norma dell’art. 90 della Costituzione e dell’art. 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219, salvi i casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione e secondo il regime previsto dalle norme che disciplinano il procedimento d’accusa, le intercettazioni delle conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorchè indirette e occasionali, sono, invece, da considerarsi assolutamente vietate e non possono, quindi, essere in alcun modo valutate utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione. Comportano, quindi, lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione, l’avvenuta valutazione sulla rilevanza delle intercettazioni ai fini della loro eventuale utilizzazione (investigativa o processuale), la permanenza delle intercettazioni agli atti del procedimento e l’intento di attivare una procedura camerale che — anche a ragione della instaurazione di un contraddittorio sul punto — aggrava gli effetti lesivi delle precedenti condotte”.
Vengono smentiti quanti minimizzano il conflitto, riducendolo a mera disputa accademico- interpretativa sulle norme relative alle prerogative del capo dello Stato; e ancor di più quanti sostengono che il Presidente abbia segnalato un “vuoto normativo” sull’uso o la distruzione di sue telefonate indirettamente intercettate.
Napolitano e i suoi avvocati pubblici sostengono un “pieno legislativo”, nella Costituzione e nella legislazione ordinaria, che proibirebbe alla Procura di fare ciò che ha fatto.
Infatti accusano i pm di Palermo di aver compiuto atti “assolutamente vietati” dalle norme vigenti, con conseguente “lesione delle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, quantomeno sotto il profilo della loro menomazione”.
Norme che non c’entrano. L’Avvocatura cita l’ “art. 90 della Costituzione” e “l’art. 7 comma 3 della legge 219/1989”. L’art. 90 stabilisce che “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o attentato alla Costituzione…”. La legge 219/1989 s’intitola “Nuove norme in tema di reati ministeriali e di reati previsti dall’art. 90 della Costituzione”.
Dunque entrambe le norme riguardano le procedure di messa in stato di accusa del Presidente per attentato alla Costituzione o alto tradimento. Per i quali il capo dello Stato può essere intercettato e indagato solo dopo che il Parlamento in seduta comune l’ha messo in stato di accusa a maggioranza assoluta dei suoi membri.
Dunque le due norme non riguardano il caso Napolitano-Mancino, dove il presidente non è stato messo in stato d’accusa da nessuno.
Nè riguardano le attività (e i possibili reati) del Presidente al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni, per i quali può essere indagato e dunque intercettato come ogni altro cittadino italiano. Nè tantomeno si riferiscono alle intercettazioni indirette, sempre legittime, salvo che coinvolgano un parlamentare (in quel caso si possono usare solo previa autorizzazione a procedere). Funzioni infinite. “Le prerogative che la Costituzione attribuisce al Capo dello Stato sono strettamente funzionali agli altissimi compiti che è chiamato a sostenere nell’espletamento della citata funzione di garanzia complessiva del corretto andamento del sistema che egli esercita, mantenendo, appunto, l’unità della Nazione. à‰ del tutto evidente che, nell’espletamento di questi compiti, al Presidente della Repubblica deve essere assicurato il massimo di libertà di azione e di riservatezza, appunto perchè alcune attività che egli pone in essere, e certamente non poco significative, non hanno un carattere formalizzato. Il proseguimento delle finalità costituzionali caratterizza, dunque, l’attività , sia formalizzata sia non formalizzata, del Presidente della Repubblica connotandola in senso funzionale, così che la protezione derivante dall’immunità prevista dall’art. 90 della Costituzione ricomprende tutti gli atti presidenziali, nei quali siano appunto rinvenibili quelle finalità ”.
L’Avvocatura impiega pagine e pagine per dimostrare che, nelle telefonate col privato cittadino Nicola Mancino, il Presidente stava esercitando le sue funzioni di Capo dello Stato: sforzo davvero encomiabile, ma del tutto vano, visto che il distinguo fra attività funzionali ed extrafunzionali potrebbe riguardare le intercettazioni dirette, non quelle indirette.
Ma proprio qui sta uno degli autogol degli avvocati pubblici: per stabilire se una telefonata rientri nelle funzioni presidenziali o meno, occorre ascoltarla: proprio quel che ha fatto la Procura per stabilirne l’irrilevanza penale, e proprio quello che per l’Avvocatura costituisce una lesione delle prerogative del Presidente.
Ricalcando le tesi di Berlusconi sull’estensione pressochè infinita delle funzioni di premier (al punto da ricomprendervi le telefonate alla Questura di Milano per far rilasciare “Ruby” fermata per furto nelle mani di Nicole Minetti e di una prostituta brasiliana), l’Avvocatura estende le funzioni tipiche del Capo dello Stato su confini talmente vasti da sfiorare l’infinito.
In realtà le funzioni del Presidente della Repubblica sono molto circoscritte e ben formalizzate dalla Costituzione.
Tutto il resto, estraneo alle funzioni, non è coperto da alcuna immunità .
Altrimenti non avrebbe avuto alcun senso che i costituenti distinguessero gli “atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni” da tutti gli altri. Tant’è che la irresponsabilità penale e politica del Presidente richiamata dall’Avvocatura richiede la controfirma del presidente del Consiglio o dei singoli ministri, il che la limita agli atti scritti, ufficiali: non alle parole dette qua e là , telefono compreso.
Salvo, si capisce, dimostrare che una dichiarazione o una telefonata erano appunto funzionali all’esercizio di una delle precise funzioni attribuite al Presidente (nomine, questioni di governo o di Csm, faccende militari, colloqui con altri capi di Stato, discorsi alla Nazione ecc.).
Corte contro Corte.“Quello che si desume con assoluta chiarezza dal combinato disposto dell’art. 90 della Costituzione e … della legge del 1989 è l’impossibilità di intercettare e anche, se del caso, di utilizzare il testo di quelle intercettazioni, proprio perchè il Presidente della Repubblica, anche se messo in stato d’accusa non può, fino a quando è in carica, subire alcuna limitazione nelle sue comunicazioni, dato che altrimenti risulterebbe lesa la sua sfera di immunità … Lo stesso divieto di uso e utilizzazione dei medesimi mezzi di prova… non può logicamente, anche nel silenzio della legge (sic!, ndr), non estendersi ad altre fattispecie di reato che possano a diverso titolo coinvolgere il Presidente”.
Altro clamoroso autogol dell’Avvocatura, visto che non solo c’è un “silenzio della legge”, ma la Costituzione dice l’esatto opposto (irresponsabile solo nell’esercizio delle funzioni).
Non solo: già la Corte costituzionale ha smentito questa sua ardita tesi di immunità totale del presidente per qualunque reato, funzionale o extrafunzionale.
È la sentenza n. 154 del 2004, estensore Valerio Onida, presidente Gustavo Zagrebelsky.
Si riferisce al conflitto di attribuzioni sollevato nel 1991 dal presidente Francesco Cossiga contro i giudici che lo processavano per diffamazione nei confronti del senatore Sergio Flamigni, i quali l’avevano denunciato per alcuni suoi pesanti apprezzamenti pronunciati davanti ai giornalisti durante un viaggio aereo.
Cossiga sostenne di non essere processabile tout court in quanto protetto dallo scudo spaziale dell’immunità di Capo dello Stato.
La Consulta dichiarò inammissibile il suo conflitto e spiego: “Spetta all’Autorità giudiziaria, investita di controversie sulla responsabilità del Presidente della Repubblica in relazione a dichiarazioni da lui rese durante il mandato, accertare se le dichiarazioni medesime costituiscano esercizio delle funzioni o siano strumentali ed accessorie ad una funzione presidenziale. E solo in caso di accertamento positivo ritenerle coperte dall’immunità del Presidente della Repubblica, di cui all’art. 90 della Costituzione”.
Cioè: non tutto ciò che dice il Capo dello Stato rientra nelle sue funzioni e dunque è da ritenersi coperto da immunità : decidono caso per caso i magistrati, valutando nel merito le sue dichiarazioni, ovviamente dopo averle lette o ascoltate. Il che, fra l’altro, conferma come valutare una frase del Presidente non costituisce alcuna lesione delle sue prerogative, fermo restando che la Procura di Palermo, una volta accertata l’irrilevanza penale delle sue frasi (e di quelle di Mancino), non si è neppure spinta a esaminarne l’eventuale attinenza o meno con le funzioni presidenziali.
Vietato intercettare. “Il divieto di intercettazione riguarda anche le cd. Intercettazioni indirette o casuali comunque effettuate mentre il Presidente della Repubblica è in carica”.
Qui si sfiora il paranormale. Come si può vietare un’intercettazione indiretta e casuale, visto che le apparecchiature di registrazione, una volta attivate per ordine del giudice, incidono automaticamente tutte le chiamate in partenza e in arrivo sulle utenze controllate?
Forse l’Avvocatura pretende dai pm e dal gip di Palermo virtù divinatorie, in grado di prevedere, al momento della richiesta di intercettare Tizio, che Tizio chiamerà il Capo dello Stato o ne verrà chiamato.
Istigazione a delinquere. “à‰ evidente che si debba ritenere la inutilizzabilità e procedere alla distruzione immediata del testo intercettato, ai sensi dell’art. 271 Cpp”.
Ora, a parte il fatto che il 271 riguarda le telefonate illegali (e quelle di Palermo sono legittime) o quelle captate fra l’indagato e il suo legale, escluso comunque il caso che costituiscano “corpo del reato”, la procedura di distruzione è comunque affidata al “giudice” e mai al “pm”.
Qui invece l’Avvocatura si fa scudo di quella norma, prevista per casi tutt’affatto diversi, per chiedere alla Consulta di intimare “alla Procura” l’“immediata distruzione delle intercettazioni telefoniche casuali del Presidente”.
Una sorta di istigazione, alla Corte e ai pm, a violare la legge.
Marco Travaglio e Beatrice Borromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
FLI ALLE PROSSIME COMUNALI DI ROMA PENSA A CROPPI, MA E’ TENTATO DI STRINGERE UN ACCORDO CON LA MELONI
I pranzi nella Capitale posso essere molto divertenti in certi giorni. 
Si fanno incontri curiosi, come quello di oggi.
Passo poco dopo le 13 per piazza di Pietra per andare verso Fontana di Trevi e vedo una bella coppia seduta su una poltroncina all’esterno del Salotto 42, noto locale al centro della Capitale dove di solito parte lo struscio al tramonto tra un aperitivo e un altro.
I due sono volti noti della politica romana.
Lui è Umberto Croppi, ex assessore alla Cultura che Alemanno ha accompagnato alla porta nel momento in cui si è legato a Futuro e Libertà . Lei è Flavia Perina, ex direttrice del Secolo d’Italia legata a doppio nodo a Fini col compito di occuparsi del coordinamento cittadino di Fli.
I due inciuciano, dico io lanciando un tweet mentre li supero.
Parlano di politica, del futuro del Campidoglio e mangiano un’insalata (come mi racconterà Alessandro Bolis, rispondendo al mio tweet, che dice di averli sentiti al telefono).
Di sicuro parlano del Comune di Roma che verrà , perchè Fli vuole un suo candidato (probabilmente proprio Croppi) magari presentato attraverso una lista civica.
Ma queste sono cose note, non c’è nulla di strano se due romani dello stesso partito mangiano un’insalatina al centro di Roma.
E infatti il punto non è questo.
A pasto finito, Umberto e Flavia si alzano per una passeggiata.
Non sarà lunga.
Passano per Montecitorio e s’infilano in via degli Uffici del Vicario dove c’è la famosa gelateria Giolitti. Vogliono prendere lì il caffè.
Ma attendono, prima di entrare.
Pochi minuti e arriva Giorgia. Sì, avete capito bene, Giorgia Meloni.
Che trio, ragazzi!
L’ex ministro della Gioventù, la romana del Pdl che tutti vedrebbero candidata a sindaco al posto di Alemanno, se ne va in pieno centro storico a prendere un caffè con due “pezzi grossi” di Fli a Roma.
Non deve essere proprio un incontro casuale.
Infatti non lo è.
A quanto pare Croppi e Perina si sarebbero visti con la Meloni per capire se l’ex ministro ha veramente in mente di candidarsi.
I due avrebbero fatto capire a Giorgia che, qualora facesse il grande passo, Futuro e libertà sarebbe dalla sua parte.
Insomma, i finiani della Capitale appoggerebbero ben volentieri la Meloni sindaco e stringerebbero con lei, e tutti i “Rampelliani” (l’area legata a Fabio Rampelli), un accordo elettorale.
Del resto, se per Umberto e Flavia un Pdl guidato da Alemanno sarebbe insostenibile, al contrario un Pdl guidato da Meloni sarebbe la chiave per provare a salire al Campidoglio.
(da “il Portaborse.com”)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI: OLTRE 9 MILIONI SPESI PER OTTOCENTO ESPERTI
Nel libro paga della Regione Sicilia, in qualità di esperti, figurerebbero anche un trombettista e un suonatore di piano bar.
Il particolare emerge dall’inchiesta aperta dalla Corte dei Conti per verificare la legittimità e l’opportunità delle consulenze affidate dalle Regione.
I magistrati contabili, rivela il Giornale di Sicilia, stanno passando al setaccio tutti gli incarichi assegnati dal governo guidato da Raffaele Lombardo dal 2008 ad oggi.
La spesa maturata nei primi mesi di quest’anno, sommata ai soldi già spesi porta il budget impegnato dalla Regione in consulenze, nel periodo della attuale legislatura a circa 9 milioni e 100 mila euro.
Soldi utilizzati per pagare un esercito di circa 800 esperti che hanno lavorato negli assessorati.
Tra le figure messe sotto contratto c’erano dunque anche i due musicisti.
L’INCHIESTA
Da qualche giorno gli assessori e i dirigenti dei dipartimenti sono stati invitati dalla procura della Corte dei Conti a fornire i documenti sull’attività svolta dai consulenti.
I tecnici della Regione spiegano che «le consulenze sono previste sia da leggi statali che da norme in vigore in Sicilia.
E il budget destinato a questi incarichi è stanziato annualmente nel bilancio».
La Corte dei Conti però vuole vederci chiaro.
E stabilire se davvero c’era bisogno di questi esperti e se il lavoro svolto è coerente con il mandato ricevuto e fissato nei contratti.
Dall’inizio della legislatura erano stati spesi oltre 5 milioni e mezzo.
Altri due milioni sono stati spesi nel 2010 e 900 mila euro nel 2011.
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
TRE PROCURE INDAGANO SUI VIAGGI DELL’IMMONDIZIA MILIONARIA
Al Nord erano stati chiari, perentori: no ai rifiuti campani. 
Alcune regioni avevano tuttavia stretto accordi con la Campania per «aiutarla» a risolvere la crisi rifiuti.
Un aiuto che visti i guadagni, sembra tutt’altro che disinteressato.
Altre regioni come la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia, erano state intransigenti (almeno apparentemente) con vere e proprie barricate: la monnezza di Napoli non l’avrebbero mai presa.
La Lega insorgeva e tuonava sui giornali che mai nelle regioni padane sarebbero stati smaltiti i rifiuti di Napoli.
E invece i camionisti che escono dagli Stir (impianti di tritovagliatura) di Giugliano e Tufino, cittadine nel bel mezzo del triangolo dei veleni della provincia di Napoli vanno tutti al nord: Friuli, Veneto, Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Liguria.
Come mai?
Accogliere i rifiuti Campani è un affare milionario. E così proprio grazie in qualche caso ad accordi regionali e in molti altri a contrattazioni private, la Sapna, l’ente della provincia di Napoli che si occupa della gestione dei rifiuti sta spedendo buona parte dei rifiuti napoletani in territorio “padano” a suon di soldoni.
IL BUSINESS PER IL NORD
Nel 2011 l’immondizia di Napoli è stata un florido business per aziende ed enti del Nord e nel 2012 la Sapna ha già pronti 130 milioni di euro da spendere.
«Sono il bilancio della Sapna per il 2012 che sono perlopiù utilizzati per lo smaltimento dei rifiuti. Anche nel 2011 le cifre erano queste. Ora però stiamo preparando anche un bando internazionale» spiega Giovanni Perillo, direttore tecnico della Sapna.
Questo business che fa male ai napoletani che pagano salatissime Tarsu (tassa sui rifiuti) e fa lavorare e guadagnare i settentrionali ha dei lati oscuri: ditte contrattualizzate con procedure d’urgenza, fiumi di soldi e l’ombra delle mafie.
LE INDAGINI
Tre procure indagano sui viaggi dei rifiuti al Nord gestiti dalla Sapna.
In una perizia contenuta nel fascicolo dei magistrati napoletani si legge che i contratti effettuati in spregio ai principi di terzietà , trasparenza ed economicità hanno prodotto affidamenti illeciti o illegittimi e danni alle casse dello Stato.
Inoltre emerge, anche nella stessa perizia, che nella maggior parte dei casi i contratti vengono stipulati in pendenza della certificazione antimafia rilasciata dalla prefettura.
Quindi come è possibile garantire che le ditte affidatarie dei servizi (quasi sempre senza bando per motivi di urgenza) non siano infiltrate da organizzazioni mafiose?
Le ditte che lavorano per la Sapna sono aziende fuori dal “sistema” che ha gestito la monnezza di Napoli in maniera illecita?
«Noi applichiamo le norme. – chiarisce Perillo – Se le prefetture o gli organi competenti non ci segnalano nulla di strano dobbiamo andare avanti. Per quanto riguarda le certificazioni antimafia la Sapna applica la procedura standard per tutti gli enti pubblici: interroghiamo la prefettura e se decorsi 30 giorni non arrivano risposte stipuliamo il contratto».
RIFIUTI AL CENTRO-NORD
E allora diamo un’occhiata ai contratti relativi a trasporto e smaltimento dei rifiuti in impianti del nord Italia.
Cominciamo con la Toscana: otto contratti per smaltimento e trasporti con prezzi tra 113 e 163 euro per tonnellata per un totale di quasi 4 milioni di euro.
Tra le ditte affidatarie del servizio c’è la Rea spa che – come si apprende anche dal suo sito internet – ha tra i soci la società veneta Enerambiente, coinvolta in uno scandalo giudiziario proprio relativo all’emergenza napoletana.
«La guerra non la dobbiamo fare noi, la devono fare i dipendenti. Dobbiamo far degenerare la situazione e costringere i nostri a fare un po’ di casino. Non bisogna effettuare prelievi di rifiuti, domani potremo trattare meglio», si legge nelle intercettazioni tra i vertici di Enerambiente mentre parlano della crisi Campana.
Le telefonate vengono riportate dal gip in una ordinanza che ha disposto l’arresto per 16 persone collegate alla società trevigiana.
IN LOMBARDIA
In Lombardia i rifiuti sono andati in impianti a Brescia e a busto Arsizio con due contratti per un totale di un milione di euro.
Ai napoletani far bruciare l’immondizia nel termovalorizzatore della provincia di Varese è costato veramente caro: 223 euro a tonnellata. In Veneto e in Friuli Venezia Giulia i rifiuti arrivano a Padova e Trieste.
A Padova ce li porta una ditta finita nel mirino del pm Woodkock quando era in servizio alla procura di Potenza nell’ambito di una indagine sui rifiuti, la Europetroli.
Il costo va da 162 a 175 euro a tonnellata per un totale di oltre 2 milioni di euro.
IN EMILIA E LIGURIA
In Emilia Romagna sono stati stipulati 5 contratti. Le ditte interessate sono varie. Una è quella che fa capo a Vincenzo D’Angelo, imprenditore di Alcamo finito sotto inchiesta e arrestato per per traffico di rifiuti.
Secondo l’accusa li portava in Corea del sud. D’Angelo ha contratti con la Sapna anche per trasporto e smaltimento dei rifiuti in Sicilia e in Puglia.
Un’altra ditta che opera in Emilia Romagna è la Hera che controlla una società in cui è coinvolto il fratello dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa; poi c’è la Akron finita nella bufera per le denunce di alcuni sindacalisti sulle condizioni di lavoro degli operai, molti dei quali migranti. Infine c’è la Area nel mirino degli investigatori per la gestione della discarica Crispa.
Il corrispettivo per la sola Area Spa è di oltre 3 milioni di euro.
Il totale invece supera i 5 milioni e trecentomila euro. Cinque contratti anche per la Liguria per un totale di quasi 4 milioni di euro.
Secondo i dati dell’osservatorio della Uil, a Napoli con gli aumenti previsti dalla Provincia, una famiglia campione paga in media 427,80 euro di Tarsu (la tassa sui rifiuti).
Amalia De Simone
(da “Il Corriere della Sera”)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
L’INVENTORE DEI CINQUE STELLE E I TIMORI DEI PARTITI
Subito dopo i risultati alle amministrative Beppe Grillo elaborò la sua teoria: “Al Movimento 5 Stelle va il voto di chi prima si asteneva, il voto di molti cittadini che si erano allontanati dalla politica”.
Eppure, basta guardare le ultime analisi disponibili (e, per la verità , anche i dati di allora) per capire che la crescita dei 5 Stelle non va di pari passo con la diminuzione dell’astensionismo: ovvero, ci sono ancora molti italiani (il sondaggio Tecnè per l’Unità parla di 48 per cento) che non sanno nè se andranno a votare, nè per chi.
Eppure il consenso a Grillo cresce: dal 4 per cento del luglio di un anno fa (spiega ancora Carlo Buttaroni su l’Unità ) al 13 per cento del luglio 2012.
Dove li va a prendere questi voti?
Abbiamo chiesto ad alcune firme del giornalismo e della società civile che ne pensano.
Mentre Grillo fa la vittima e azzarda paralleli con “gli anni di piombo”, dove vigeva la regola del “li diffami, li isoli e poi qualcuno li elimina”, abbiamo provato a ribaltare i ruoli: chi ha paura del movimento di Beppe Grillo?
Paolo Flores d’Arcais: “Lo hanno creato nomenklature mediocri”
Chi ha paura di Beppe Grillo? Chi lo ha creato. Le nomenklature della partitocrazia, attaccate alle poltrone del Parlamento molto più che le cozze allo scoglio.
Gente senza arte nè parte, tranne quelle della menzogna, delle promesse tradite, dell’insofferenza per l’informazione libera e imparziale e di un’avversione all’autonomia della magistratura che è ormai diventata per loro una seconda natura.
Un mondo di mediocri di mediocrità ciclopica, che può restare a galla solo perpetuando meccanismi monopolistici che riducono la democrazia a beffa.
Non a caso, vilipendono come antipolitica tutte le esperienze di impegno civile e le lotte che da oltre dieci anni propongono invece un’Altrapolitica.
Di chi deve avere paura Beppe Grillo? Solo di se stesso, delle eventuali contraddizioni, ambiguità , reticenze (chi sceglierà i candidati di M5S, con quale trasparenza?), del rifiuto al confronto vero, del settarismo verso altre forze — già esistenti o in fieri — che fermentano nella società civile.
Vittorio Feltri: “È la gente che non si fida più di nessuno”
Hanno tutti paura di Grillo. Quest’uomo, può piacere o non piacere, costituisce di fatto una minaccia per il sistema. C’è poco da riderci su.
Qualcuno la considera una benedizione, perchè questo sistema è marcio, perduto, incapace di risorgere e di rinnovarsi.
Basta vedere lo stato dell’arte delle riforme: non hanno fatto nulla. Per questo tutti hanno paura, c’è gente terrorizzata nel centrosinistra così come nel centrodestra.
Grillo porterà a casa una quota consistente di voti e toglierà la possibilità di governare a uno dei due schieramenti: Pd e Pdl saranno condannati ad andare d’accordo, li costringerà a fare la grande coalizione.
Se poi la grande coalizione non combinerà un granchè, come prevedo, Grillo avrà un ampio margine di miglioramento.
Poi bisogna vedere chi altro ci sarà sulla scena: per esempio Montezemolo un 10 per cento potrebbe anche prenderlo. La gente non si fida più di nessuno, per cui anche l’ultimo pirla che parla, potrebbe suscitare favori.
Maurizio Viroli: “Quei democratici sedotti da Casini”
A giudicare dai toni usati nei riguardi di Grillo e del suo movimento, pare evidente che a temerlo è soprattutto il Pd, per la buona ragione che il linguaggio del comico può facilmente conquistare larghi consensi fra il suo elettorato.
Ma la paura, anche in questo caso, è pessima consigliera e porta i dirigenti del Pd non solo a rispondere spesso con sprezzante alterigia al linguaggio violento e sarcastico di Grillo, ma soprattutto a cercare sostegni e aiuti in personaggi seriamente compromessi con Berlusconi, in primis Casini.
Il primo errore è grave perchè sul terreno degli insulti, dell’ironia e del sarcasmo Grillo è più efficace, mentre se chiamato ad argomentare seriamente rivelerebbe sua debolezza culturale e politica.
Il secondo è gravissimo: ogni volta che Bersani o altri dirigenti Pd annunciano la loro volontà di dialogare e governare con Casini o addirittura Alfano, i suoi elettori migrano a centinaia verso altri lidi, o vanno a rafforzare l’esercito dei non votanti.
Se invece il Pd si decidesse a perseguire una seria politica di alternativa radicale a Berlusconi e al berlusconismo, Grillo perderebbe gran parte della sua forza.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
DATI OCSE: SOLO IL 22,4% DISPONE DI UNA CONNESSIONE VELOCE, PERDENDO PURE UNO 0,6% DI UTENTI
Mentre l’agenda digitale italiana sembra destinata a trasformatasi nell’agenda della tela di
Penelope, data l’interminabile sequenza di rinvii nel varo dell’atteso Decreto Digitalia, l’Oecd — l’organizzazione della Cooperazione e dello Sviluppo economico — ha pubblicato i dati relativi alla diffusione di Internet nei 34 Paesi che vi aderiscono.
La lettura dei dati è un esercizio al quale c’è da augurarsi che gli uomini del super-Ministro dell’agenda digitale non si sottraggano.
L’Italia è, quasi, il fanalino di coda dei 34 Paesi con appena il 22,4% della popolazione che dispone di una connessione a Internet a banda larga di rete fissa.
Peggio dell’Italia solo l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia, il Cile, il Messico e la Turchia.
Lo scenario non cambia e, anzi, peggiora se si guarda alla percentuale di cittadini che dispongono di una connessione a banda larga su rete mobile: qui, ancorchè la percentuale di italiani salga al 31,7%, dietro del nostro Paese, restano solo Slovenia, Belgio, Cile, Ungheria, Turchia e Messico.
Ma il dato più allarmante, che il Ministro Passera farebbe bene a scrivere in modo indelebile nelle premesse del proprio Decreto è un altro.
L’Oecd ha, infatti, misurato anche il tasso di crescita della penetrazione della banda larga nei 34 Paesi nel semestre giugno-dicembre 2011: il nostro Paese è ultimo, trentaquattresimo con una percentuale pari al -0,6% che, evidentemente, significa, che abbiamo perso qualche abbonato a Internet veloce per strada.
Tanto per avere un’idea, nello stesso semestre — secondo i dati Oecd che sono informazioni fornite direttamente dai Governi dei Paesi aderenti — la percentuale di crescita del livello di penetrazione della banda larga, in Grecia è stata del 4,8% e in Polonia del 5,4%.
E’ una situazione grave e sconfortante rispetto alla quale occorrono misure davvero urgenti e straordinarie, ben diverse dalle continue promesse, rinvii e boutade mediatico-politiche viste sin qui.
Senza Internet non c’è futuro e non c’è crescita.
A metterlo nero su bianco — riassumendo i risultati di studi e ricerche indipendenti svolti negli ultimi anni in tutti il mondo — è lo stesso Oecd, nel suo Studio intitolato “L’impatto di internet nei Paesi OECD”, pubblicato a Giugno.
Inequivocabili le conclusioni alle quali si perviene nello Studio.
A prescindere da numeri e percentuali — sui parametri di misurazione dei quali c’è spazio per discutere — secondo l’Oecd è indubbio che la diffusione di Internet produca enormi effetti benefici a diversi livelli: miglioramento delle condizioni di mercato per i consumatori in ragione della moltiplicazione dei canali distributivi e dell’offerta, aumento dei modelli di business implementabili dalle imprese e, quindi, delle occasioni di lavoro, crescita delle opportunità di dialogo tra amministrazione e cittadini e, dunque, diffusione di pratiche di buon governo.
Ma non basta.
Lo Studio non ha dubbi circa il fatto che la diffusione di Internet e, in particolare, del tasso di penetrazione delle risorse di connettività a banda larga, influenza in maniera diretta anche la macro-economia.
Ad ogni aumento dell’indice di penetrazione della banda larga, si accompagna una crescita del Pil.
Serve altro per convincersi che è indispensabile correre ai ripari e recuperare il tempo perso a causa delle miope strategia di chi ci ha governato che ha ritenuto di rinviare gli investimenti in banda larga al giorno nel quale — non è dato sapere come — il Paese sarebbe uscito dalla crisi, assecondando le resistenze — facilmente comprensibili ma non condivisibili — dell’ex monopolista delle telecomunicazioni.
Altro che generazione perduta. Se non si adottato, con urgenza, misure straordinarie, rischiamo di diventare un Paese perduto, un’isola analogica in un universo digitale.
Guido Scorza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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