Destra di Popolo.net

NUOVO STRAPPO NEL PDL, ESCONO I MONTIANI. VIA FRATTINI, MANTOVANO, PISANU, CAZZOLA

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

MELONI E CROSETTO RIVOLUZIONARI MANCATI:   VERSO L’INTESA CON LA RUSSA

Nasce “Italia popolare” in Parlamento, prendono forma e diventano squadra i montiani del Pdl che dicono addio a Berlusconi e sposano la causa (e i destini politici) del presidente del Consiglio. Frattini e Pisanu, Cazzola e Mantovano, la tentazione di Quagliariello, Sacconi e Roccella, la regia di Mario Mauro.
Accade mentre scorrono i titoli di coda della legislatura, giusto per usufruire dei vantaggi del decreto taglia-firme per i partiti in corsa alle Politiche già  presenti alle Camere.
L’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, e come lui Mario Mauro, hanno tenuto per tutta la giornata i contatti con Palazzo Chigi, dove Monti incontrava Montezemolo, Casini, Riccardi, con la Presidenza divenuta quartier generale “politico” e per la prima volta non più tecnico.
Se le agevolazioni previste dal decreto non passassero in aula, allora verrebbero meno le ragioni dello sprint e la nascita di “Italia popolare” slitterebbe ai prossimi giorni, dopo l’annuncio del Professore.
L’operazione è partita di fatto ieri da Milano.
L’ala filomontiana e ciellina del Pdl in Consiglio regionale ha dato vita a «Lombardia popolare», con Doriano Riparbelli, Marcello Raimondi e Angelo Giammario.
A Roma la partita è assai più ampia. In quota montiana, buona parte del gruppo di deputati Pdl che il 7 dicembre ha votato la fiducia al premier in dissenso da Alfano. Con lo stesso Frattini, anche Giuliano Cazzola e Alfredo Mantovano, Gennaro Malgieri e il ciellino Raffaello Vignali.
Al Senato certamente Beppe Pisanu, che ha già  detto addio al partito, e Ferruccio Saro.
Ma la platea dei «tentati» in queste ore è più larga, i contatti fervono giorno e notte, si consumano drammi personali: «Ormai devi decidere, o di qua o di la» è l’avviso.
E i nomi sono di peso. Come quelli dei cattolici Gaetano Quagliariello e poi Maurizio Sacconi e Eugenia Roccella.
Non corteggiato ma incerto anche Roberto Formigoni.
Alla Camera, in trattative Mario Valducci.
Alemanno, con Biava e altri suoi uomini, pare intenzionato a restare nel Pdl, ma sono sotto pressione anche loro.
Il sindaco del resto era tra gli sponsor della manifestazione di domenica battezzata proprio “Italia popolare”.
Per non dire di quel che accade a Bruxelles, dove alla componente montiana, sotto la guida del quasi ex capodelegazione Pdl Mario Mauro, aderirebbero più di 20 dei 25 componenti del gruppo.
Ma tutto il quadro è terremotato, nel centrodestra.
In mattinata Giorgia Meloni e Guido Crosetto sono stati ricevuti da Berlusconi. Battute a parte sulla «strana coppia», il Cavaliere ha offerto loro di nuovo un ruolo da coordinatori Pdl, al fianco del segretario Alfano: rigettato.
Dal primo pomeriggio la Meloni, con Rampelli e Crosetto hanno visto a più riprese La Russa, Corsaro, Cirielli, Cannella del nuovo partito di destra.
Sul tavolo l’accordo che, dopo le resistenze della notte prima, sembra invece prendere corpo.
Sebbene Crosetto resti piuttosto scettico sul «matrimonio».
Candidature ripartite 50/50 per le due aree.
La Meloni porterebbe in «dote» anche ex forzisti quali Cossiga e Scandroglio, altri come Paniz e Urso tra i contattati.
Il nome della formazione, una sintesi tra i due movimenti: «Fratelli d’Italia, per il Centrodestra nazionale».
Da Palazzo Grazioli, tra una comparsata tv e un’intervista radio, Berlusconi gongola per l’esodo in massa che «libera posti in lista».
Ma ostenta anche l’ultimo sondaggio, ai dirigenti riuniti a pranzo: «Valgo già  il 19, Monti coi suoi partitini l’11, con la Lega possiamo puntare al pareggio al Senato».
E da domenica il Cavaliere preannuncia campagna forsennata contro il Professore.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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MONTI CANDIDATO PREMIER: DOMENICA L’ANNUNCIO

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

ROAD MAP PER IL GOVERNO… TRE LISTE PER LA CAMERA, UNA PER IL SENATO

Nonostante i “rischi personali” a cui sa di andare incontro e benchè sia convinto che sarebbe sicuramente “più comodo” restarsene nel suo studio da senatore a vita, a Palazzo Giustiniani, in attesa di un’offerta allettante da Bersani, in cuor suo Mario Monti ha deciso.
La candidatura come leader del centro e quindi come candidato premier è sicura.
Nel vertice di ieri con i centristi, Riccardi e Montezemolo, nella telefonata successiva con Gianfranco Fini, nelle riunioni che si sono susseguite a palazzo Chigi con i ministri Passera, Grilli, Giarda e Moavero, il premier ha mantenuto ferma questa decisione.
Il suo silenzio non è dunque dovuto a tentennamenti, soltanto al riserbo che ancora il ruolo di premier super partes gli impone.
Ma tra quarantott’ore – approvata la legge di stabilità  e date le dimissioni nelle mani del capo dello Stato – la riserva sarà  sciolta e l’annuncio sarà  pubblico.
Pignolo e attento ai dettagli anche minimi, Monti dunque parlerà , ma non durante la conferenza stampa di fine anno (ancora da decidere se farla sabato sera o, più probabilmente, domenica mattina).
Ai giornalisti che glielo chiederanno non darà  risposte. Poi, terminate le domande e dichiarata chiusa la fase istituzionale della conferenza stampa, sarà  egli stesso a svelare quanto ha in mente.
Con un appello finale in cui verrà  lanciata la candidatura.
Quella dell’impegno diretto «è la strada moralmente migliore», ha spiegato ai suoi sponsor dentro e fuori palazzo Chigi, usando come una clava quell’avverbio che Massimo D’Alema gli aveva scagliato addosso due giorni fa.
L’accusa del presidente del Copasir, quella di «immoralità » se avesse deciso di candidarsi contro il Pd che l’ha fin qui sostenuto, Monti non l’ha ancora digerita e non è tipo da dimenticare facilmente.
Ancora ieri l’hanno sentito ripetere proprio ai leader di Udc e di ItaliaFutura che «non intende farsi dare ordini» da D’Alema.
Questo freddo con l’ex ministro degli Esteri non significa comunque che il premier abbia ora in mente di partire lancia in resta contro il Pd. Tutt’altro.
Gli obiettivi polemici della campagna montiana saranno altri, in primis Renato Brunetta – considerato l’ideologo della nuova fase populista di Berlusconi – e poi Nichi Vendola.
Con Bersani invece il premier coltiva un buon rapporto, ricambiato.
«Con Monti ci capiamo », conferma il segretario del Pd nelle sue conversazioni private. I due si sentono “complementari”.
Sanno bene entrambi che Bersani a palazzo Chigi e Monti al Quirinale sarebbe il ticket perfetto per tranquillizzare i mercati e l’Europa, la Cgil e la sinistra.
Ma al momento il Professore ha altri piani in mente.
La “formula” dell’impegno pubblico sarà  quella di una dichiarazione rivolta al futuro. Un appello in cui il premier farà  il punto sull’agenda del governo e indicherà  gli altri obiettivi da raggiungere.
Un appello rivolto formalmente a tutti, a chi è interessato che quanto fatto finora non vada buttato, e in questo senso — ha spiegato agli alleati metterà  se stesso a disposizione del progetto politico.
Certo Monti non ha intenzione di riempire i teatri o fare comizi. Non è nel suo stile e la natura non si può violentare.
Lascerà  che siano altri a farlo per lui. «Di Berlusconi ce ne occuperemo noi», gli hanno assicurato battaglieri sia Casini che Montezemolo.
Proprio il leader di Italia Futura, che negli ultimi giorni ha tenuto un profilo basso, è in procinto di lanciare da lunedì un’offensiva in piena regola proprio contro il Cavaliere.
Bruciandosi così tutti i ponti alle spalle. Non è un mistero infatti che, fino all’ultimo, il leader del Pdl abbia cercato di portarlo dalla sua parte offrendogli di tutto.
Anche la candidatura a premier. L’ultimo tentativo c’è stato questa settimana.
A chiamarlo è stato una vecchia conoscenza, Gianni Letta, tentando di convincerlo a non sostenere Monti: «Luca, stai facendo un errore. Quella compagnia… Casini e Fini… ma tu che c’entri? Non è casa tua. Ci dobbiamo vedere».
L’appuntamento non è mai stato fissato, la telefonata di Letta è stata l’ultimo contatto con la cerchia berlusconiana.
Adesso tutti sono in ballo. Certo, anche tra i montiani resta un problema aperto.
Sarà  una lista unica a sostenere Monti? Una federazione di partiti?
Tre liste (la terza sarebbe quella degli “esodati” del Pdl)? La riunione di ieri mattina con Casini, Cesa, Galletti, Riccardi, Montezemolo e gli altri non è servita ancora a sciogliere il nodo.
Da qui la preoccupazione generale, soprattutto del leader Udc: «Bisogna fare presto, Berlusconi occupando la tv ha già  preso tre punti in una settimana. Io lo conosco bene, non lo dovete sottovalutare ».
La lista unica “per Monti”, sia al Senato (dove di fatto è una scelta obbligata per via dello sbarramento all’otto per cento), sia alla Camera, è la scelta che i “politici” – da Casini a Fini – preferirebbero.
Montezemolo e Riccardi, al contrario, hanno in mente di presentarsi per conto loro. Non per snobismo ma per un calcolo di marketing politico: «La nostra forza, il nostro brand, è la novità . Converrebbe a tutti».
Ma la discussione è ferma a questo punto, anche se prevale quella delle tre liste.
C’è poi la questione del ruolo di Corrado Passera. Montezemolo e Casini frenano.
Il ministro dello Sviluppo, concordano da Italia Futura e Udc, «vuole sempre il posto di capotavola. E pure quando lo ottiene deve comunque allargare i gomiti ».
L’unica decisione presa è invece quella di presentarsi anche alle regionali.
Ci saranno liste Monti sia in Lombardia (con Albertini) che nel Lazio.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LE CANDIDATURE DEI PRO-MONTI: DA MARCEGAGLIA A PASSERA, I NOMI DI UDC, MONTIANI, EX PDL E FLI

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER VALE 44 SEGGI IN PIU’… MONTEZEMOLO ANCORA INCERTO SE CORRERE, RICCARDI RESTERA’ FUORI, IL MINISTRO CATANIA CON L’UDC

Persino i candidati possono essere interscambiabili, soprattutto i nuovi. Anche se la galassia del Centro sarà  spacchettata in quattro liste, l’intenzione è marciare come una lista unica, quella che sarà  necessaria al Senato per aspirare al premio di maggioranza in alcune regioni.
La squadra dell’Udc, per esempio. Il partito vuole mantenere il simbolo, le sue radici e una serie di nomi che non sono rottamabili secondo Casini.
Ma sulla base del parterre della festa di Chianciano (settembre scorso) può mettere in campo molti volti nuovi. Volti che sono a cavallo delle varie sigle pronte a usare il nome di Mario Monti.
Nell’appuntamento toscano, a celebrare la festa dell’Udc, c’erano Emma Marcegaglia, Corrado Passera, il ministro dell’Agricoltura Mario Catania, candidati molto probabili ma non si sa in quale delle tre o quattro liste del Centro.
Con loro, in quei giorni, si sono affacciati nella cittadina termale il presidente della Concooperative Luigi Marino, quello della Confartigianato Giorgio Guerrini e il presidente del Coni Gianni Petrucci.
Hanno tutti il curriculum giusto per una candidatura praticamente certa. Petrucci potrebbe puntare al Senato.
Gli altri alla Camera. L’Udc non rinuncia a coinvolgere anche Fermare il declino, la forza creata da Oscar Giannino che ieri ha presentato il suo simbolo.
Il conto dei parlamentari probabili è molto legato all’impegno del premier. “Non ci sono dubbi: il nome di Monti dà  molto più valore al raggruppamento di centro”, spiega Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos.
L’istituto di sondaggi ha calcolato più che la percentuale, il margine di differenza in seggi con Monti in pista o con Monti in tribuna: 30 deputati e 14 senatori in più.
Numeri che mettono in serio pericolo la vittoria di Pier Luigi Bersani a Palazzo Madama. “Comunque quello che si muove in questi giorni produce tre effetti sicuri: la riduzione dell’astensionismo, la crescita del Pdl, il calo netto di Grillo”, aggiunge Pagnoncelli.
Tutti i sondaggi collocano l’area di centro tra il 12 e il 15 per cento. Ma la palla è ancora ferma perchè Monti non ha sciolto ufficialmente la riserva. Quando pronuncerà  il suo discorso, le previsioni saranno calibrate sulla novità .
La lista montiana per eccellenza sarà  quella Verso la terza repubblica, mix di Italia futura e cattolici di Todi.
Sarà  in campo Andrea Olivero, che ieri si è dimesso dalla presidenza delle Acli annunciando la sua corsa al Parlamento.
L’intera squadra di Italia futura ha chance per un posto in lista: l'”ideologo” Andrea Romano, l’uomo macchina Carlo Calenda, il professore Michele Ainis, il rettore Stefania Giannini, Irene Tinagli, Alberto Stancanelli. il generale Camporini, il critico Francesco Bonami, il senatore Nicola Rossi. Edoardo Nesi, lo scrittore pratese vincitore dello Strega, sarà  un sicuro candidato. Resta qualche incertezza sulla candidatura di Luca di Montezemolo.
Il ministro Andrea Riccardi, motore della “trattativa” con Monti, invece rimarrà  fuori. Per ora.
La lista dei fuoriusciti del Pdl scalda i motori. I nomi sicuri sono di peso: Beppe Pisanu, Franco Frattini, Alfredo Mantovano e Mario Mauro, capogruppo all’Europarlamento.
Pisanu può contare da tempo su una pattuglia di fedelissimi che attendono solo un segnale. I montiani pidiellini sono molti.
Lo si è visto nella kermesse di Italia popolare domenica scorsa a Roma. Bisogna capire quanti di loro sono disposti a fare il grande salto.
Ma il discorso pubblico di Monti si avvicina, la presentazione del suo documento programmatico pure: cambieranno gli equilibri della politica.
Il premier non ha dimenticato Gianfranco Fini, dopo il vertice con i leader centristi a Palazzo Chigi.
Lo ha chiamato al telefono appena concluso l’incontro.
Il presidente della Camera sostiene il bis di Monti e prepara, come detto più volte, la sua ricandidatura al Parlamento.
Con lui, Italo Bocchino, Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Benedetto Della Vedova, Flavia Perina e altri.
L’intero gruppo di Fli dovrebbe formare un’altra lista nel nome del Professore. Non verrà  dimenticato, per usare le parole di Fini, che senza lo strappo di Futuro e libertà , Berlusconi avrebbe concluso la legislatura e Monti non ci sarebbe mai stato.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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MONTI PROPONE UNA LISTA SOLO CON CHI DICE SI’ AL PROGRAMMA, BERLUSCONI GLI PREPARA LA GUERRA

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

ALLEANZE SOLO CON CHI ADERISCE… MONTI VORREBBE UNA LISTA UNICA ANCHE ALLA CAMERA MA UDC E MONTEZEMOLO DICONO NO

L’aveva detto: la condizione perchè io da tecnico diventi politico “fatto e finito” è che si parta dal programma, dal “mio” programma.
Quella che tutti chiamano “agenda Monti”. Chi ci sta, bene. Altrimenti tanti saluti.
E ora, dopo aver incontrato e consultato tutti coloro che si trovano nell’area a lui vicina (Casini, Fini, Montezemolo, Riccardi), il solco è sempre quello.
Un percorso che porterà  — appena possibile — prima a un manifesto programmatico intorno al quale raggruppare partiti, movimenti e personalità  politiche che sostengono Mario Monti.
Solo dopo si potrà  sciogliere il nodo sulle modalità  dell’ingresso nella sfida elettorale: lista unica o “federazione” di quattro liste, come già  emergeva nelle ore passate.
Questo portolano è quello che guida ancora oggi il capo del governo. Non si sa ancora quando parlerà .
Ma il presidente del Consiglio, spiegano diverse fonti delle agenzie di stampa, “è intenzionato a presentare agli italiani un ‘manifesto’ che di fatto sarà  il programma di governo”.
Un annuncio, si spiega, dovrebbe essere fatto durante la conferenza stampa di fine anno, che dovrebbe slittare di uno, massimo due giorni, quindi tra sabato e domenica, quando avrà  già  rimesso il mandato nelle mani di Napolitano.
Il Professore, giorni fa, ha chiesto ai singoli ministri di preparare delle relazioni in cui ricordare cosa è stato fatto, ma anche cosa resta da fare.
E proprio ciò che per varie ragioni, politiche e di tempo, non è stato possibile realizzare durante l’anno di governo formerà  la base del programma elettorale. Insomma, il ragionamento è: conta l’agenda, il programma, il memorandum.
Prima il manifesto: il programma a cui aderire
Il presidente del Consiglio sa che l’Italia è in mezzo al guado, a metà  del percorso di risanamento avviato un anno fa.
Non ha voglia di vedere, come già  emergeva alcune settimane fa, che il suo anno di lavoro faticoso (per gli italiani) diventi carta straccia.
Nel merito i capitoli del memorandum sarebbero tre: pensioni e lavoro, nessuna marcia indietro; se resteranno “tesoretti” dovranno essere dedicati alla riduzione delle tasse per lavoro e imprese; terzo, impossibile rimuovere tasse come l’Imu, fondamentali per la tenuta dei conti.
E solo chi aderirà  “integralmente” al manifesto potrà  avere un ruolo nell’operazione “politica” del professore.
Per questo il dialogo con i vertici del Pdl sembra già  sepolto (ammesso che ci sia mai stato una possibilità ) e per questo oggi lo stesso Andrea Riccardi ha fatto un po’ di luce dopo questi giorni passati, più per equivoco che per ragioni solide, tra il lusco e il brusco.
Monti vuole una lista unica, i partiti no
Nessuna schiarita, invece, sulle modalità  tecniche della materiale partecipazione alla corsa elettorale.
L’argomento, secondo diverse fonti, è stato affrontato nell’incontro che il presidente del Consiglio ha avuto a palazzo Chigi con Montezemolo, Casini, Cesa e Riccardi.
Ma il nodo non sarebbe stato sciolto.
Si ragiona ancora sull’ipotesi di una lista unitaria “pro Monti” anche alla Camera (al Senato la scelta appare ormai obbligata per via della quota molto alta per conquistare seggi: 8%) dove far confluire tutti i soggetti politici interessati.
L’alternativa è una sorta di federazione in cui le singole anime sarebbe unite dall’agenda comune e dal sostegno a Monti a palazzo Chigi.
Al momento appare invece tramontata l’ipotesi di una candidatura diretta dello stesso Professore alla Camera, in considerazione del fatto che Monti è già  senatore a vita.
”La lista unica e’ un modo — riferiscono fonti parlamentari — anche per controllare le candidature, ma soprattutto per far sì che i moderati parlino con un’unica voce”. Il che è un forte desiderio dello stesso Monti.
“La ‘mission’ di Monti — spiegano altre fonti — è quella di costituire un vero e proprio ‘partito’, sul modello del Ppe.
Con una lista unica ci sarebbe una formazione maggiormente competitiva e si eviterebbe il rischio di una frantumazione. Inoltre dai sondaggi si evince che prenderemmo più voti presentandoci uniti”.
Ma su alcuni di questi punti, tra i leader dei partiti, restano perplessità . In particolare la formazione di Montezemolo non vorrebbe un unico contenitore per differenziare la propria identità  “non politica”.
Berlusconi va alla guerra: “Se Monti entra in politica, è scontro”
E a questo punto le intenzioni sempre più chiare di Monti liberano le mani di Berlusconi, che prosegue l’offensiva su tutti i media immaginabili (oggi era a Pomeriggio Cinque, altro programma condotto dalla D’Urso, domani sarà  a Radio Anch’io).
E la strategia sarà  più chiara: guadagnare terreno nei sondaggi intestandosi il ruolo di vero leader dei moderati puntando il dito contro chi ha messo il veto ad un’alleanza (cosa che oggi Alfano diligentemente ha già  iniziato a fare, infatti). Il nemico ha un nome e cognome: Pier Ferdinando Casini.
E’ contro il leader dell’Udc ed il rifiuto ad un’intesa con il Pdl sotto la guida di Monti che l’ex capo del governo intende schierare le proprie truppe nel corso della campagna elettorale.
Ma non solo.
L’eventualità  che Monti davvero salga sul ring porta Berlusconi a un’ulteriore accelerazione: stigmatizzare questa scelta anche con Giorgio Napolitano nel momento in cui saranno avviate le consultazioni: “Se Monti si candida — è il ragionamento — non può restare a Palazzo Chigi un minuto di più. Nemmeno per l’adempimento degli affari correnti perchè il suo smette di essere ‘super partes’”.
Quello che a via dell’Umiltà  fanno notare infatti è che sarebbe un’eccezione visto che Monti non è espressione di una forza politica presente in Parlamento.
Il rischio che una discesa in campo del Professore possa togliere dei voti al Pdl sembra non preoccupare il Cavaliere che però si “attrezza” per la controffensiva, a partire dalle alleanze.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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FORMIGONI OFFUSCATO DALLE TETTE DELLA MINETTI

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

MENTRE IL LEGHISTA GALLI E’ COSTRETTO AD AMMETTERE DI ESSERSI FATTO RIMBORSARE IL PRANZO DI NOZZE DELLA FIGLIA, UN   CRONISTA SFIORA NEL TRAMBUSTO LE TETTE DELLA MINETTI

Finisce con la tetta di Nicole Minetti il quasi ventennio di Roberto Formigoni. E non poteva essere che lei il simbolo dei titoli di coda di un crollo avvenuto a rallentatore.
La legislatura più breve della Lombardia (iniziata nel 2010) si chiude con il capogruppo della Lega, Stefano Galli, costretto ad ammettere di essersi fatto rimborsare il pranzo di nozze della figlia.
“Erroneamente”, dice lui.
Da credergli: è appena al suo quinto mandato, dopo 22 anni e sei mesi in Regione è comprensibile non avere ancora dimestichezza con le note spese.
Questa ex giunta composta da assessori arrestati perchè accusati anche di aver comprato voti dalla ‘ndrangheta, finisce con l’indagato per finanziamento illecito Romano La Russa che bacchetta i colleghi colti con le mani nei rimborsi: “Se è vero siamo da prendere a calci nelle gengive”.
Finisce, questo Pirellone della fu eccellenza, con il Celeste che si chiude al 32simo piano del suo grattacielo per brindare al Natale mentre nell’aula del consiglio al meno uno i consiglieri della sua ex maggioranza (Pdl e Lega) scappano e si nascondono dai giornalisti.
E ti chiedi se poi quest’uomo di mezz’età , che mette giacche arancioni nel tentativo di coprire la polvere accumulata addosso in mezzo secolo di politica, se lo meriti davvero di essere accompagnato sul finale dai suoi uomini indagati per dei rimborsi da rubagalline.
E soprattutto essere offuscato, lui tabellano Ciellino con voto di castità  e povertà , da una tetta.

Davide Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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ELEZIONI, LE BUFALE DI BERLUSCONI (ANCHE) SU TWITTER

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO LA TV, IL CAVALIERE INVADE IL WEB… DOVE RIVENDICA I SUCCESSI DEI SUOI GOVERNI “DAL PROCESSO TELEMATICO AI 5 MILIONI DI BONUS PER LE FAMIGLIE AI 12 MILIARDI INVESTITI PER L’AMBIENTE”

La propaganda berlusconiana sbarca su Twitter, ma con il trucco.
Molti dei “successi” ottenuti dai governi del Cavaliere, sintetizzati nei 140 caratteri richiesti dal mezzo, sono infatti nettemente forzati, se non del tutto falsi. .
Il processo civile telematico, ad es., è stato istituito dal dpr 123 del 13 febbraio 2001 (governo Amato), ha avuto una sperimentazione tormentata e inefficace tra il 2004 e il 2006 (governo Berlusconi), è stato attuato per la prima volta dal tribunale di Milano nel 2007 (governo Prodi).
Il 17 luglio 2008 il governo Berlusconi, con un decreto del ministro Alfano, ne ha approvato le “Regole tecnico-operative”.
Il 15 settembre 2011 (due mesi prima delle dimissioni del governo Berlusconi) il presidente dell’Organismo unitario dell’Avvocatura Maurizio de Tilla attaccava l’esecutivo parlando della “fantomatica diffusione del processo telematico”.
Un altro “cinguettio” della propaganda virtuale berlusconiana, che si affianca alla strategia di invasione martellante degli spazi televisivi da parte dell’ex premier, assicura: Silvio ha distribuito 5 milioni di bonus da 1.000 euro a famiglie, pensionati e dipendenti a basso reddito”.
Il bonus famiglia, valido per il solo 2009, è stato introdotto dal governo Berlusconi e approvato con la legge 280 del 29 novembre 2008 (“Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione).
Il bonus non era “da mille euro”, ma di una cifra compresa tra i 200 e i 1000 euro a seconda del reddito.
Il fondo complessivo stanziato ammontava a 2 miliardi 400 mila euro, e solo 1,8 miliardi sono stati effettivamente spesi, come si legge nel Documento di Economia e finanza del 2010.
Il tweet parla invece di “5 milioni di bonus da 1.000 euro”- peraltro senza citare alcun documento — che quindi avrebbero comportato una spesa quasi tripla, pari 5 miliardi di euro.
I frequentatori di twitter vengono poi a sapere che Berlusconi, con il suo ultimo governo, ha investito ingenti risorse per cancellare il digital divide, cioè l’inadeguata connessione a internet di ampie aree del Paese: ha investito 1,5 MLD di euro per annullare il digital divide”.
Il riferimento è a un piano presentato nel giugno del 2009 dall’allora ministro delle Telecomunicazioni Paolo Romani.
Romani stimava in 1,47 miliardi di euro le risorse necessarie per portare internet a banda larga a tutti gli italiani entro il 2012.
Il piano prevedeva uno stanziamento iniziale di 800 milioni di euro, che però furono bloccati dal Cipe (il comitato interministeriale di programmazione economica).
Il 4 novembre 2009 il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta dichiarò che il piano era stato “congelato”.
Il 17 dicembre 2010 il governo annunciò la riduzione dell’investimento a 100 milioni. Il digital divide resta ed è il governo Monti, nel “decreto sviluppo bis”, che stanzia nuovi fondi per azzerare il digital divide entro il 2013.
Non manca una ventata di ecologia: “#losapevichesilvio ha firmato Patto per ambiente: 12MLD per energie rinnovabili e efficienza energetica?”.
Dodici miliardi di euro, una cifra ragguardevole dati i tempi di crisi.
Ma i 12 miliardi non sono affatto stanziamenti pubblici.
Il Patto per l’ambiente firmato il 7 luglio 2009 tra presidenza del Consiglio, ministero dell’Ambiente e 11 aziende (tra cui Enel, Eni, Sociatà  autostrade, Italcementi) prevedeva un fondo di rotazione di 600 milioni di euro per il 2009-2012 e la sottoscrizione di accordi di programma volontari con imprese che investono in fonti rinnovabili e risparmio energetico.
I 12 miliardi annunciati all’epoca era la somma dei progetti di investimento dichiarati delle società  firmatarie.
Dopo la solenne cerimonia della firma, delle sorti del Patto si sono perse le tracce.
Ma certo, nei 140 caratteri di Twitter certi dettagli si perdono.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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GRILLO ANNASPA, LA SPACCATURA NON PAGA

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO CINQUESTELLE IN CALO NEI SONDAGGI

Per la prima volta da aprile, dalla conquista del municipio di Parma, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo ha un calo nei sondaggi.
Più significativo per alcuni istituti, meno per altri, ma la tendenza risulta confermata da più fonti.
In prima linea c’è l’Ipsos di Nando Pagnoncelli, che effettua due rilevazioni settimanali sulle intenzioni di voto.
Il 5 dicembre, secondo l’istituto milanese, il M5S era al 19,1 per cento, una settimana più tardi –12 dicembre – era sceso al 14,4, mentre ieri (dato comunicato a Ballarò, su Raitre) era arrivato al 13,8%.
«Le motivazioni – dice Luca Comodo, direttore del dipartimento Politica dell’Ipsos – sono in parte interne al movimento e in parte esterne. Quelle interne riguardano l’esito deludente delle primarie online, il “fuori dalle scatole chi mi contesta”, la cacciata di Favia e Salsi. Fra le ragioni esterne c’è l’aumento della propensione a votare, vale a dire la diminuzione di chi si dichiara incerto o per l’astensione: erano vicini al 40 per cento a fine novembre, oggi sono sotto il 35».
E gli incerti non vanno da Grillo? «Si deve pensare di no. Grillo ha già  toccato livelli molto alti».
Fra le ragioni esterne c’è anche il fatto che Ipsos ha cominciato a monitorare nuove formazioni come Italia Futura di Montezemolo e Fermare il declino di Oscar Giannino. Continua fra l’altro la crescita del Pd (dato di ieri 36,3 per cento) e si segnala la crescita del Pdl, che era al 14, è salito al 15 quando Berlusconi ha «sciolto la riserva» sul suo impegno diretto ed è giunto ieri al 18.
Ad aprile, prima delle elezioni amministrative, Grillo era quotato all’8 per cento, dopo i successi in quelle elezioni fece un balzo in avanti (18 per cento a maggio), procedendo poi con maggiore lentezza fino al 20% di fine novembre.
Il calo attuale dunque è una novità  negli ultimi sette mesi.
Prosegue Comodo: «È dovuto probabilmente a quella parte dell’elettorato più motivato, con titoli di studio più alti, giovani ma non giovanissimi, più reattivi alle notizie. Stabile dovrebbe essere invece l’elettorato recente, influenzato dalla tv, con titoli di studio più bassi».
Secondo Ipsos difficilmente Grillo potrà  tornare a superare i livelli massimi raggiunti, ma non si esclude un recupero: dipenderà  dai futuri accadimenti.
Altri istituti di ricerca sono più cauti.
Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, che molto lavora per Berlusconi, ha rilevato negli ultimi quindici giorni un calo del M5S dal 19 al 17 per cento. Fabrizio Masia di Emg ha registrato un calo ancor più lieve, dal 17,1 al 16,6: «Per Grillo il risultato sarà  comunque grande, che faccia il 12 o il 25», dice.
La base di Grillo contesta i nuovi dati.
Ecco Paola Taverna, candidata al Senato a Roma: «Ho tenuto banchetti per raccogliere firme per le liste in zone popolari come Tor Bella Monaca e Fiumicino: c’erano file di mezz’ora. I sondaggi, si sa, sono fatti per essere smentiti».
Grillo ieri ha comunicato i dati delle sue «Parlamentarie»: 20.252 votanti, 55 per cento di capolista donne. «Per la prima volta nel mondo – ha scritto – i cittadini sono stati eletti online e senza alcuna indicazione da parte del partito o movimento. Per votare non è stato chiesto un solo euro ai partecipanti e il M5S non prenderà  i contributi per le elezioni politiche, oggi stimabili in 100 milioni. Con l’aumento progressivo delle identità  digitalizzate dei votanti, la partecipazione democratica non potrà  che crescere».
Poi, Grillo ha dedicato attenzione al Pd: «Dopo le “Parlamentarie” del M5S, ci saranno le “Buffonarie” del “pdmenoelle”.
Le “Buffonarie” avranno un 10 per cento di parlamentari scelti da Gargamella Bersani: mai più senza Bindi, Finocchiaro, Marini, Merlo, Garavaglia, Fioroni».

Andrea Garibaldi
(da “il Corriere della Sera”)

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PIU’ MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE, MA IN ITALIA RESTA SOTTO LA MEDIA UE

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

I SOGGETTI IN ESECUZIONE PENALE ESTERNA SONO 22.423

Nel 2011 le misure alternative alla detenzione sono aumentate rispetto agli anni immediatamente precedenti: sono infatti 22.423 i soggetti in esecuzione penale esterna al 31 dicembre dello scorso (erano 5.933 nel 2006 e 10.220 nel 2008), un numero di non molto superiore della metà  dei condannati reclusi (38.023 al 31 dicembre 2011).
Negli altri paesi europei, invece, il numero di beneficiari di misure alternative è doppio rispetto ai condannati presenti negli Istituti penitenziari.
Lo dice il rapporto Istat-Dap “I detenuti nelle carceri italiane”, presentato a Roma. Secondo l’indagine l’Italia pur avendo un tasso di detenzione più basso di altri paesi europei, ricorre meno alle misure alternative al carcere: nel 2010 in Italia vi erano 30,5 soggetti in misura alternativa per 100.000 abitanti contro i 199,2 (per 100.000 abitanti) della media europea.
In Francia nel 2010, a fronte di 59.856 detenuti in carcere, i soggetti in esecuzione penale esterna erano 173.022 e nel Regno Unito, a fronte di 81.627 detenuti, i soggetti in misura alternativa sono 237.507.
In Italia tali valori nel 2010 erano, rispettivamente, 67.961 e 18.435.
Nel 2011 i valori sono 66.897 e 22.423 con un tasso pari al 37,5 per 100.000 abitanti.
Ma il nostro paese non è stato sempre un paese a basso utilizzo di misure alternative al carcere.
Secondo l’indagine c’è stata una notevole flessione nel 2007 in concomitanza dell’indulto e una successiva lenta ripresa.
Prima del 2007, invece, e in particolare dal 1997 al 2006, le misure alternative al carcere erano decisamente elevate, oltrepassando le 50.000 unità  nel 2004; dal 1976, anno di inizio delle misure alternative (la legge che le governa è del 1975), fino al 1996 vi era stata una lenta ma continua espansione dalle circa 4.000 alle 18.000 unità , dovuta alle modifiche delle leggi attinenti le misure alternative al carcere.
Tuttavia, l’aumento dei soggetti in esecuzione penale esterna non è andata di pari passo con la diminuzione dei reclusi, negli stessi anni, infatti, si era assistito anche all’aumento delle persone detenute in carcere.
“In Italia c’è una selezione dei detenuti per classi sociali: la maggior parte sono tossicodipendenti, immigrati e persone con problemi psichici — sottolinea Francesco Cascini, direttore dell’Ufficio ispettivo e di controllo del Dap – .
Il problema nel nostro paese è che manca la probation, che intercetta il crimine e va a indagare il contesto dove avviene il reato”.
Secondo il rapporto i reati più frequenti commessi dai detenuti sono la violazione della normativa sugli stupefacenti (41%), la rapina (25,8%), il furto (19,6%), la ricettazione (17,2%), le lesioni personali (15,6%), la violazione della legge sul possesso delle armi (15,1%), gli omicidi volontari (13,8%).
Seguono la resistenza a pubblico ufficiale (11,2%) e le estorsioni (11,1%), la violenza privata e la minaccia (10,5%), i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso (9,7%), i reati contro l’amministrazione della giustizia (9,5%), la falsità  in atti e persone (5,9%), la violenza sessuale (5,4%).
Per quanto riguarda la violazione di cui al Testo Unico sugli stupefacenti, la maggior parte di essi consegue all’imputazione di cui all’art. 73 (produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti).
A questo tipo di violazioni risulta per lo più associato il fenomeno della tossicodipendenza in carcere, in quanto l’uso di sostanze stupefacenti risulta correlato positivamente con la commissione di reati di produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti (art. 73 della legge n. 309 del 1990).
Dai dati in possesso dell’Amministrazione Penitenziaria emerge che gli ingressi di detenuti tossicodipendenti nel corso del 2011 sono stati pari a 22.432, mentre i detenuti tossicodipendenti presenti alla data del 31 dicembre 2011 sono pari a 16.364, il 24,5% del totale.
In aumento i detenuti stranieri che erano pari al 15% del totale nel 1991, sono saliti al 29% nel 2000 per arrivare al 36,1% nel 2011.
La crescita è stata “ingente e ha caratterizzato soprattutto gli anni ’90, durante i quali gli stranieri nelle carceri si sono triplicati a fronte di aumenti più contenuti per i detenuti italiani” si legge nel rapporto.
Inoltre gli stranieri   usufruiscono in misura minore degli arresti domiciliari, così come delle misure alternative al carcere   rispetto agli italiani: considerando il totale dei detenuti e dei soggetti in esecuzione penale esterna, solo il 12,7% degli stranieri usufruisce delle misure alternative al carcere contro il 30,7% degli italiani, dal momento che spesso non possiedono i requisiti per poterle chiedere (un ambiente familiare idoneo, un’attività  lavorativa che permetta di sostenersi autonomamente fuori dal carcere, un alloggio, ecc.) e commettono con più frequenza quei reati per cui è previsto il carcere (basti pensare al reato di immigrazione clandestina   effettuato dal 9,6% degli stranieri e dallo 0,3% degli italiani).

(da “Redattore sociale“)

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LE FAMIGLIE POVERE IN ITALIA RAGGIUNGONO ORMAI L’11%

Dicembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

IN AUMENTO QUELLE CHE NON POSSONO PERMETTERSI DI RISCALDARE ADEGUATAMENTE LA CASA… I SENZA DIMORA SONO 47.000

Nel 2011, le famiglie in condizione di povertà  relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1 per cento delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6 per cento dell’intera popolazione.
È quanto riporta il rapporto sulla Coesione sociale 2012, frutto della collaborazione tra Inps, Istat e Ministero del lavoro e delle politiche sociali e presentato questo pomeriggio presso il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali a Roma.
Secondo il rapporto, “la condizione di povertà  è peggiorata per le famiglie numerose, con figli, soprattutto se minori, residenti nel Mezzogiorno e per le famiglie con membri aggregati, dove convivono più generazioni”
Il rapporto mostra “segnali di peggioramento” per le famiglie che non si possono permettere di riscaldare adeguatamente l’abitazione (che passano dal 10,6 per cento del 2009 all’11,5 per cento) e per quelle che arrivano con molta difficoltà  alla fine del mese (dal 15,3 al 16 per cento).
Stabili, invece, le quote di famiglie che non si possono permettere una settimana di ferie lontano da casa almeno una volta all’anno e non possono far fronte a una spesa imprevista con mezzi propri.
Per quanto riguarda la povertà  relativa, mostra alcuni segnali di miglioramento fra gli anziani.
Tuttavia, spiega il rapporto, una vulnerabilità  in termini economici permane soprattutto nel Mezzogiorno, dove risulta relativamente povero il 24,9 per cento degli anziani (7,4 per cento quelli assolutamente poveri).
L’incidenza della povertà  relativa nel 2011, inoltre, è pari al 27,8 per cento fra i minorenni se questi vivono con i genitori e almeno due fratelli (10,1 per cento se si fa riferimento alla povertà  assoluta), mentre è pari al 32 per cento (18,2 per cento nel caso della povertà  assoluta) se vivono in famiglie con membri aggregati.
Cresce, per l’Italia, l’indicatore sintetico “Europa 2020”, che considera le persone che sono a rischio di povertà  o di esclusione sociale: per il nostro Paese passa dal 26,3 per cento del 2010 al 29,9 per cento del 2011, “un livello significativamente superiore alla media europea — spiega il rapporto -.
La variazione negativa di 3,3 punti percentuali è la più elevata registrata nei Paesi compresi europei”.
Situazione preoccupante per il Mezzogiorno, dove il rischio di povertà  o di esclusione sociale supera la media nazionale di circa 15 punti percentuali (39,5 per cento contro 24,6 per cento) ed è più del doppio rispetto al valore del Nord (15,1 per cento); inoltre è maggiore fra le famiglie con tre o più figli (37,1 per cento) e fra quelle monogenitore (35,7 per cento).
Nel 2010, inoltre, in Italia è materialmente deprivato il 25,8 per cento delle famiglie residenti nel Mezzogiorno, (contro il 15,7 della media nazionale), valore che raggiunge il 30 per cento in Sicilia e in Campania.
Senza dimora.
Nel suo rapporto sulla coesione sociale, l’Istat riporta anche il dato sugli homeless in Italia.
I dati sono il risultato dell’indagine svolta sempre dall’Istat, assieme a ministero del Welfarem caritas e Fiopsd e presentata lo scorso mese di ottobre.
Sono oltre 47,6 mila le persone senza dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2011, hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna in 158 Comuni italiani.
Le persone senza dimora stimate corrispondono a circa lo 0,2 per cento della popolazione regolarmente iscritta presso i comuni considerati dall’indagine.
L’incidenza sul totale dei residenti risulta più elevata nel Nord-ovest, dove le persone senza dimora corrispondono a circa lo 0,35 per cento della popolazione residente, seguono il Nord-est con lo 0,27 per cento, il Centro con lo 0,20 per cento, le Isole (0,21 per cento) e il Sud (0,10 per cento).
La durata media è più alta per gli italiani (3,9 anni contro 1,6 anni degli stranieri). Il 28,3 per cento lavora anche se per lo più a termine o saltuariamente (24,5 per cento) e il guadagno è pari, in media, a 347 euro mensili.
La perdita di un lavoro (riguarda il 55,9 per cento dei senza dimora), si configura come uno degli eventi più rilevanti del percorso di progressiva emarginazione che conduce alla condizione di senza dimora, insieme alla separazione dal coniuge e/o dai figli (54,4 per cento).
Le donne sono 6.238 (13,1 per cento) e hanno caratteristiche simili agli uomini.
Di queste, l’11,4 per cento (il 15,1 per cento nel caso degli uomini) ha dichiarato di essersi trovata coinvolta in risse o atti violenti negli ultimi 12 mesi. I senza dimora, comunque, sono soprattutto maschi (86,9 per cento), giovani (il 57,9 per cento ha meno di 45 anni) e stranieri (59,4 per cento).

(da “Redattore Sociale“)

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